Al Senato il Movimento rischia l’irrilevanza
Si tratta per limitare i dissidenti: la divisione può far crollare il peso politico del M5s.

«Meno siamo, meno contiamo»: in casa M5s si lavora alacremente (sembrerà strano, ma è così) per ridurre al massimo il numero di senatori dissidenti che questa sera non voteranno la fiducia al governo di Mario Draghi. «Stamattina (ieri, ndr) eravamo a circa 25 dissidenti», dice alla Verità un grillino di peso, «ma stiamo lavorando bene e alla fine il numero sarà molto ridotto». I senatori che hanno dichiarato pubblicamente di non votare la fiducia, senza specificare se voteranno contro o si asterranno, sono Emanuele Dessì, Barbara Lezzi, Bianca Laura Granato, Luisa Angrisani, Nicola Morra, Elio Lannutti. Voterà contro Mattia Crucioli. Il problema sono i dissidenti «coperti», che potrebbero sfilarsi dai voti favorevoli all’ultimo istante.

«Meno siamo, meno contiamo», ripete il big grillino, «perché se avremo molte defezioni il nostro peso politico si ridurrà notevolmente, perché saremo considerati un movimento spaccato, e anche nelle trattative per i posti di sottosegretario e viceministro saremo fortemente penalizzati». Il rischio, in effetti, è concreto. Il M5s è già fortemente sovrarappresentato in Parlamento rispetto al peso elettorale attuale, e non sono i sondaggi a certificarlo, ma i risultati catastrofici dei grillini alle elezioni europee, regionali e amministrative che si sono svolte dopo le politiche del 2018.

Se a questo dato si aggiungeranno molte defezioni oggi al Senato e domani alla Camera, anche in consiglio dei Ministri i quattro esponenti grillini avranno una forza molto più debole.

Vito Crimi, soprannominato «lo smentito», nomignolo che lo manda letteralmente in bestia, sta ingolosendo i dissidenti con il miraggio di poltrone di sottogoverno, ma considerata la sua non esaltante performance quando si è trattato di trattare la delegazione ministeriale, le sue promesse non ottengono l’effetto desiderato. «Molti parlamentari», ha scritto tre giorni fa su Facebook Davide Casaleggio, tentando di ricondurre all’ovile le pecorelle smarrite, «mi segnalano che vorrebbero votare contro, non essendo passibili di sanzioni disciplinari sulla base dei precedenti e delle regole attuali, ma credo sia importante in questo momento lavorare per la massima serenità di tutti nel rispetto di regole e principi che ci siamo dati. Auspico», ha aggiunto Casaleggio, «che chi senta il disagio nel sostenere questo governo percorra la scelta della astensione». La verità è che nessuno è in grado di dire quanti saranno i voti contrari e quanti gli astenuti sul voto di fiducia.

In quest’ottica, la mossa di Pd, M5s e Leu di dare vita all’intergruppo al Senato, con la immediata benedizione di Giuseppe Conte, va anch’essa nella direzione di limitare il più possibile il dissenso: chi vota contro si mette fuori non solo dal M5s, ma anche dalla futura sedicente alleanza per lo sviluppo sostenibile, che nei sogni di Giuseppi dovrebbe costituire la riedizione della gioiosa macchina da guerra di occhettiana memoria, e ricandidare l’ex premier a Palazzo Chigi.

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