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2020-12-30
Scuola e sport, è la (ri)presa in giro
Vincenzo Spadafora (Ansa)
Mettetevi comodi. In vista del nuovo anno, è ricominciato il teatrino della ripartenza. Dopo la Befana, le scuole superiori aprono per il 75 o soltanto per il 50 per cento degli studenti? Il dibattito ferve. E lo sci? Se ne parla (può darsi) a fine mese. Piscine e palestre? Stiamo lavorando per voi. Forse, magari, chissà… A undici mesi dall'arrivo della pandemia in Italia, il governo giallorosso si conferma indiscusso primatista del brancolamento nel buio. Pianificazione bandita, promesse ad horas e palla avanti. Giuseppe Conte e i suoi ministri, «i migliori del mondo», continuano ad arrangiarsi come possono. Cioè, male.
«Si riparte in sicurezza» squillavano all'unisono lo scorso settembre, dopo aver infranto ogni record di lontananza dalle classi. E a inizio ottobre, quando i contagi cominciano a impensierire, Lucia Azzolina, superbo ministro dell'Istruzione, proclama stentorea: «Le scuole non chiuderanno». Conte aggiunge: «Non ci sono i presupposti per prefigurare il ritorno alla didattica a distanza». Un mese più tardi, le superiori ripiombano nell'infernale girone delle sessioni telematiche. E lì sono rimaste, fino a data da destinarsi. Il 20 dicembre Azzolina così rincuora alunni e famiglie: «Siamo tutti d'accordo. Il 7 gennaio si deve tornare a scuola». Comprese le superiori? Ma certo! «Erano aperte anche a settembre. Non possiamo perdere nemmeno un'ora, non importa se il 7 è un giovedì».
Certo, l'incommensurabile privilegio sarebbe riservato soltanto al 75 per cento degli studenti, quota garantita dal dpcm contiano il 3 dicembre scorso. L'accordo era stato raggiunto con le Regioni. Ma poi il governo, come d'uso, riprende a tentennare. Non ha mosso un mignolo per preparare il rientro. E adesso, a dispetto di un quadro sanitario non allarmante, teme l'ennesimo sfacelo. Il problema principale restano gli spostamenti. Il Cts, già dalla scorsa estate, chiede di riprogrammare i servizi. Ma solo all'alba del 28 dicembre 2020 il ministro dei Trasporti, Paola De Micheli, presenta un piano. Anche se già mette le mani in avanti e bene in vista: «Certo, qualche problema ci sarà…». All'eufemismo seguono i timori di Antonello Giannelli, presidente dell'Associazione nazionale presidi: «Il problema principale riguarda la mancata o insufficiente riorganizzazione, che sta costringendo i prefetti a chiedere alle scuole turni di entrata in orari scaglionati molto impegnativi. Far uscire i ragazzi alle 15 o alle 16, soprattutto nel caso dei pendolari, comporterà difficoltà sia per le famiglie che per lo studio».
De Micheli, Azzolina e Luciana Lamorgese, titolare dell'Interno, confermano comunque il rientro per il 75 per cento degli alunni. Alla triade rosa adesso però si oppone Roberto Speranza, cerbero governativo e ministro della Salute. Solo metà degli studenti in classe, intima. «Lui ha fatto un'ordinanza di natura sanitaria» derubrica De Micheli. «Non c'entra con i modelli organizzativi». Ora chi la spunterà tra i titani giallorossi? Intanto, sono passati sei mesi dall'improvvida rassicurazione di Azzolina: «Il governo ha lavorato in questi mesi per garantire la sicurezza di tutti».
E lo sport? Il solito dpcm, a inizio dicembre, garantiva ad esempio che pure gli impianti sciistici sarebbero rientrati in funzione il 7 gennaio. Ma l'ultima riunione del Cts cambia, ancora una volta, le carte in tavola: le cabinovie e le funivie, scrivono gli esperti, sono «assimilabili» ad autobus, tram e metropolitane. Dunque la possibilità di contagio sarebbe elevata, specie nelle ore di punta. Quindi? Urge «efficace riorganizzazione del sistema degli impianti di risalita». Insomma: a una settimana dalla ripresa (parziale) delle superiori, ci si accorge del rischio dei trasporti. Così come, a una settimana dalla riapertura (ipotetica) degli impianti di risalita, si scopre che sarebbe il caso di rivedere i piani. Nel frattempo, mentre i tecnici riformulano, in molte stazioni sciistiche hanno persino iniziato a produrre la neve artificiale. Tutti colpevoli di essersi fidati, un'altra volta, di Giuseppi e i suoi. Dunque, nella solita astinenza di qualsivoglia indicazione, tocca rilanciare ipotesi e congetture: si partirà a fine gennaio? Forse, magari, chissà…
E restano in trepidante attesa pure palestre e piscine. Anche in questo caso, il dpcm fissava una data perentoria: 15 gennaio 2020. L'agognata ripresa sarebbe dunque arrivata il giorno seguente. Il ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, due settimane fa avvalora l'interpretazione. Lui, informa, sta lavorando «a tutti i livelli necessari». Altroché. «In questi giorni ho ricevuto molti messaggi di sportivi che lamentano le chiusure ed evidenziano la moltitudine di persone per strada». Messaggio ai naviganti: i dubbiosi colleghi giallorossi. Ma poi anche lui decide che, quasi quasi, è meglio soprassedere. «Penso sia possibile, seppur con alcune limitazioni, riaprire palestre, piscine e centri di danza» premette. Quando? «Entro la fine di gennaio». All'incirca. Già: chi se ne frega di manubri, stili natatori e volteggi? Del resto, l'unico sport in cui continuano a eccellere i giallorossi è lanciare la palla in avanti alla cieca. E quando l'imbarazzo si fa insostenibile, basta buttare la sfera in tribuna.
Stagione turistica in ginocchio. In nove mesi dimezzate le presenze
La pandemia ha colpito duramente il turismo in Italia: nei primi nove mesi del 2020, infatti, sono calate del 50,9% le presenze negli esercizi ricettivi, con quasi 192 milioni di presenze in meno rispetto al 2019.
Lo rileva l'Istat, precisando che i dati evidenziano l'entità della crisi del turismo interno generata dall'emergenza sanitaria, dopo anni di crescita costante del settore. Il 2019, infatti, aveva fatto registrare un ulteriore record dei flussi turistici negli esercizi ricettivi italiani con 131,4 milioni di arrivi e 436,7 milioni di presenze e una crescita, rispettivamente, del 2,6% e dell'1,8% rispetto all'anno precedente. In realtà, l'espansione dei flussi turistici sembrava confermata dalle prime evidenze dei dati di gennaio dell'anno 2020 (+5,5% gli arrivi e +3,3% le presenze di clienti negli esercizi ricettivi italiani rispetto allo stesso mese dell'anno precedente). Ma già dal mese di febbraio - in concomitanza con il primo lockdown - si sono resi visibili gli effetti della pandemia e delle conseguenti misure di contenimento (-12% gli arrivi e -5,8% le presenze).
L'Istat fa sapere che nei mesi del lockdown (in particolare, dall'11 marzo al 4 maggio) la domanda si è quasi azzerata e le presenze nelle strutture ricettive sono state appena il 9% di quelle registrate nello stesso periodo del 2019.
In particolare, il calo delle presenze è stato pari a -82,4% a marzo, a -95,4% ad aprile e a -92,9% a maggio. Pressoché assente la clientela straniera (-98,0%, sia ad aprile che a maggio).
Complessivamente nei mesi del lockdown, la variazione, rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, è stata pari a -91% con una perdita di quasi 74 milioni di presenze, di cui 43,4 milioni di clienti stranieri e 30,3 milioni di italiani.
Nel mese di giugno 2020, poi, in seguito alla possibilità di ripresa degli spostamenti interregionali, i flussi turistici sono iniziati timidamente a risalire; tuttavia, le presenze totali hanno rappresentato appena il 21% di quelle registrate nello stesso mese del 2019: anche in questo caso la perdita di presenze è rimasta particolarmente alta per la componente straniera (-93,1%) rispetto a quella domestica (-63,3%). Il trimestre estivo (luglio, agosto e settembre) ha visto un recupero parziale, in particolare nel mese di agosto.
Il comparto alberghiero, continua l'Istat, è stato quello in maggiore sofferenza: le presenze registrate nei primi nove mesi del 2020 sono state meno della metà (il 46%) di quelle rilevate nel 2019, mentre quelle del settore extra-alberghiero il 54,4%. Nello specifico, nel trimestre estivo le flessioni sono state pari, rispettivamente, a -39,7% e -31,1%.
La categoria delle grandi città, poi, composta dai dodici Comuni con più di 250.000 abitanti, è quella che ha sofferto maggiormente la riduzione della domanda rispetto all'anno precedente, con una flessione delle presenze nei primi nove mesi del 2020 pari al -73,2% e un andamento peggiore rispetto alla media nazionale (-50,9% rispetto allo stesso periodo del 2019). Per i comuni a vocazione culturale, storico, artistica e paesaggistica la diminuzione è stata del 54,9%, per quelli con vocazione marittima del 51,8%.
I comuni a vocazione montana, invece, hanno registrato un calo inferiore alla media nazionale (-29,3%). Grande crollo, poi, per il turismo internazionale: in Italia dai dati dei primi nove mesi dell'anno le presenze dei clienti stranieri sono in calo del 68,6%.
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Indecente balletto su date e modalità delle riaperture di aule, palestre, piscine e impianti di risalita. Nel primo lockdown gli arrivi negli alberghi sono stati il 9% rispetto a quelli del 2019. Lo speciale contiene due articoli. Mettetevi comodi. In vista del nuovo anno, è ricominciato il teatrino della ripartenza. Dopo la Befana, le scuole superiori aprono per il 75 o soltanto per il 50 per cento degli studenti? Il dibattito ferve. E lo sci? Se ne parla (può darsi) a fine mese. Piscine e palestre? Stiamo lavorando per voi. Forse, magari, chissà… A undici mesi dall'arrivo della pandemia in Italia, il governo giallorosso si conferma indiscusso primatista del brancolamento nel buio. Pianificazione bandita, promesse ad horas e palla avanti. Giuseppe Conte e i suoi ministri, «i migliori del mondo», continuano ad arrangiarsi come possono. Cioè, male. «Si riparte in sicurezza» squillavano all'unisono lo scorso settembre, dopo aver infranto ogni record di lontananza dalle classi. E a inizio ottobre, quando i contagi cominciano a impensierire, Lucia Azzolina, superbo ministro dell'Istruzione, proclama stentorea: «Le scuole non chiuderanno». Conte aggiunge: «Non ci sono i presupposti per prefigurare il ritorno alla didattica a distanza». Un mese più tardi, le superiori ripiombano nell'infernale girone delle sessioni telematiche. E lì sono rimaste, fino a data da destinarsi. Il 20 dicembre Azzolina così rincuora alunni e famiglie: «Siamo tutti d'accordo. Il 7 gennaio si deve tornare a scuola». Comprese le superiori? Ma certo! «Erano aperte anche a settembre. Non possiamo perdere nemmeno un'ora, non importa se il 7 è un giovedì». Certo, l'incommensurabile privilegio sarebbe riservato soltanto al 75 per cento degli studenti, quota garantita dal dpcm contiano il 3 dicembre scorso. L'accordo era stato raggiunto con le Regioni. Ma poi il governo, come d'uso, riprende a tentennare. Non ha mosso un mignolo per preparare il rientro. E adesso, a dispetto di un quadro sanitario non allarmante, teme l'ennesimo sfacelo. Il problema principale restano gli spostamenti. Il Cts, già dalla scorsa estate, chiede di riprogrammare i servizi. Ma solo all'alba del 28 dicembre 2020 il ministro dei Trasporti, Paola De Micheli, presenta un piano. Anche se già mette le mani in avanti e bene in vista: «Certo, qualche problema ci sarà…». All'eufemismo seguono i timori di Antonello Giannelli, presidente dell'Associazione nazionale presidi: «Il problema principale riguarda la mancata o insufficiente riorganizzazione, che sta costringendo i prefetti a chiedere alle scuole turni di entrata in orari scaglionati molto impegnativi. Far uscire i ragazzi alle 15 o alle 16, soprattutto nel caso dei pendolari, comporterà difficoltà sia per le famiglie che per lo studio». De Micheli, Azzolina e Luciana Lamorgese, titolare dell'Interno, confermano comunque il rientro per il 75 per cento degli alunni. Alla triade rosa adesso però si oppone Roberto Speranza, cerbero governativo e ministro della Salute. Solo metà degli studenti in classe, intima. «Lui ha fatto un'ordinanza di natura sanitaria» derubrica De Micheli. «Non c'entra con i modelli organizzativi». Ora chi la spunterà tra i titani giallorossi? Intanto, sono passati sei mesi dall'improvvida rassicurazione di Azzolina: «Il governo ha lavorato in questi mesi per garantire la sicurezza di tutti». E lo sport? Il solito dpcm, a inizio dicembre, garantiva ad esempio che pure gli impianti sciistici sarebbero rientrati in funzione il 7 gennaio. Ma l'ultima riunione del Cts cambia, ancora una volta, le carte in tavola: le cabinovie e le funivie, scrivono gli esperti, sono «assimilabili» ad autobus, tram e metropolitane. Dunque la possibilità di contagio sarebbe elevata, specie nelle ore di punta. Quindi? Urge «efficace riorganizzazione del sistema degli impianti di risalita». Insomma: a una settimana dalla ripresa (parziale) delle superiori, ci si accorge del rischio dei trasporti. Così come, a una settimana dalla riapertura (ipotetica) degli impianti di risalita, si scopre che sarebbe il caso di rivedere i piani. Nel frattempo, mentre i tecnici riformulano, in molte stazioni sciistiche hanno persino iniziato a produrre la neve artificiale. Tutti colpevoli di essersi fidati, un'altra volta, di Giuseppi e i suoi. Dunque, nella solita astinenza di qualsivoglia indicazione, tocca rilanciare ipotesi e congetture: si partirà a fine gennaio? Forse, magari, chissà… E restano in trepidante attesa pure palestre e piscine. Anche in questo caso, il dpcm fissava una data perentoria: 15 gennaio 2020. L'agognata ripresa sarebbe dunque arrivata il giorno seguente. Il ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, due settimane fa avvalora l'interpretazione. Lui, informa, sta lavorando «a tutti i livelli necessari». Altroché. «In questi giorni ho ricevuto molti messaggi di sportivi che lamentano le chiusure ed evidenziano la moltitudine di persone per strada». Messaggio ai naviganti: i dubbiosi colleghi giallorossi. Ma poi anche lui decide che, quasi quasi, è meglio soprassedere. «Penso sia possibile, seppur con alcune limitazioni, riaprire palestre, piscine e centri di danza» premette. Quando? «Entro la fine di gennaio». All'incirca. Già: chi se ne frega di manubri, stili natatori e volteggi? Del resto, l'unico sport in cui continuano a eccellere i giallorossi è lanciare la palla in avanti alla cieca. E quando l'imbarazzo si fa insostenibile, basta buttare la sfera in tribuna. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scuola-e-sport-e-la-ri-presa-in-giro-2649691660.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="stagione-turistica-in-ginocchio-in-nove-mesi-dimezzate-le-presenze" data-post-id="2649691660" data-published-at="1609272287" data-use-pagination="False"> Stagione turistica in ginocchio. In nove mesi dimezzate le presenze La pandemia ha colpito duramente il turismo in Italia: nei primi nove mesi del 2020, infatti, sono calate del 50,9% le presenze negli esercizi ricettivi, con quasi 192 milioni di presenze in meno rispetto al 2019. Lo rileva l'Istat, precisando che i dati evidenziano l'entità della crisi del turismo interno generata dall'emergenza sanitaria, dopo anni di crescita costante del settore. Il 2019, infatti, aveva fatto registrare un ulteriore record dei flussi turistici negli esercizi ricettivi italiani con 131,4 milioni di arrivi e 436,7 milioni di presenze e una crescita, rispettivamente, del 2,6% e dell'1,8% rispetto all'anno precedente. In realtà, l'espansione dei flussi turistici sembrava confermata dalle prime evidenze dei dati di gennaio dell'anno 2020 (+5,5% gli arrivi e +3,3% le presenze di clienti negli esercizi ricettivi italiani rispetto allo stesso mese dell'anno precedente). Ma già dal mese di febbraio - in concomitanza con il primo lockdown - si sono resi visibili gli effetti della pandemia e delle conseguenti misure di contenimento (-12% gli arrivi e -5,8% le presenze). L'Istat fa sapere che nei mesi del lockdown (in particolare, dall'11 marzo al 4 maggio) la domanda si è quasi azzerata e le presenze nelle strutture ricettive sono state appena il 9% di quelle registrate nello stesso periodo del 2019. In particolare, il calo delle presenze è stato pari a -82,4% a marzo, a -95,4% ad aprile e a -92,9% a maggio. Pressoché assente la clientela straniera (-98,0%, sia ad aprile che a maggio). Complessivamente nei mesi del lockdown, la variazione, rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, è stata pari a -91% con una perdita di quasi 74 milioni di presenze, di cui 43,4 milioni di clienti stranieri e 30,3 milioni di italiani. Nel mese di giugno 2020, poi, in seguito alla possibilità di ripresa degli spostamenti interregionali, i flussi turistici sono iniziati timidamente a risalire; tuttavia, le presenze totali hanno rappresentato appena il 21% di quelle registrate nello stesso mese del 2019: anche in questo caso la perdita di presenze è rimasta particolarmente alta per la componente straniera (-93,1%) rispetto a quella domestica (-63,3%). Il trimestre estivo (luglio, agosto e settembre) ha visto un recupero parziale, in particolare nel mese di agosto. Il comparto alberghiero, continua l'Istat, è stato quello in maggiore sofferenza: le presenze registrate nei primi nove mesi del 2020 sono state meno della metà (il 46%) di quelle rilevate nel 2019, mentre quelle del settore extra-alberghiero il 54,4%. Nello specifico, nel trimestre estivo le flessioni sono state pari, rispettivamente, a -39,7% e -31,1%. La categoria delle grandi città, poi, composta dai dodici Comuni con più di 250.000 abitanti, è quella che ha sofferto maggiormente la riduzione della domanda rispetto all'anno precedente, con una flessione delle presenze nei primi nove mesi del 2020 pari al -73,2% e un andamento peggiore rispetto alla media nazionale (-50,9% rispetto allo stesso periodo del 2019). Per i comuni a vocazione culturale, storico, artistica e paesaggistica la diminuzione è stata del 54,9%, per quelli con vocazione marittima del 51,8%. I comuni a vocazione montana, invece, hanno registrato un calo inferiore alla media nazionale (-29,3%). Grande crollo, poi, per il turismo internazionale: in Italia dai dati dei primi nove mesi dell'anno le presenze dei clienti stranieri sono in calo del 68,6%.
Il premier britannico Keir Starmer (Ansa)
Una morte brutale, che scatenò proteste che dilagarono da Minneapolis a tutti gli States, prima pacifiche e poi violente, organizzate dal movimento Black lives matter, represse assai a fatica dalle forze dell’ordine. Alla Casa Bianca c’era Donald Trump.
Le due vicende sono accomunate da un elemento agghiacciante: sia Nowak che Floyd sono morti sussurrando la frase «I can’t breathe», «non posso respirare», mentre un agente di polizia gli schiaccia il collo con un ginocchio. Le analogie, però, finiscono qui: Floyd fu effettivamente assassinato dall’agente di polizia Derek Chauvin, che lo tenne immobilizzato premendogli sul collo il ginocchio per nove minuti, ammanettato. La polizia era intervenuta su chiamata di un negoziante, che riteneva che Floyd gli avesse rifilato una banconota da 20 dollari falsa per acquistare le sigarette. Chauvin è stato condannato a 22 anni e mezzo di carcere per omicidio colposo di secondo grado e a 21 anni per aver violato i diritti civili di Floyd.
Henry Nowak, invece, non è stato ucciso, lo scorso dicembre, dal ginocchio dell’agente di polizia, premuto sul suo collo (agente che alla implorazione di Nowak, che gli dice di essere stato accoltellato, risponde: «Non credo proprio, amico»). Era stato infatti colpito a morte, poco prima dell’arrivo degli agenti, dal ventitreenne sikh Vickrum Digwa. Condannato pochi giorni fa all’ergastolo, alla polizia aveva detto di essere stato aggredito per motivi razzisti da Nowak: gli agenti gli avevano creduto, prima di rendersi conto della realtà dei fatti. Il vicepresidente americano, JD Vance, ha scrito su X: «Henry Nowak è morto nello stesso modo in cui muore una civiltà: abbandonato, ammanettato da autorità che non si fidavano di lui né si curavano di lui e accusato di crimini d'odio che non aveva commesso. Il suo omicidio è tanto tragico quanto esecrabile». A mostrare al mondo intero la diversa reazione di Starmer rispetto ai due casi è stato Elon Musk, che su X ha pubblicato alcuni video, rilanciando un post dell’account End wokeness: «Starmer su Henry Nowak: non sfruttate questa situazione a fini politici», si legge nel testo. E poi: «Starmer su George Floyd», e i video del premier britannico dopo l’omicidio di Minneapolis. «Non posso fermarmi dall’esprimere choc e rabbia», diceva Starmer, «per la morte di George Floyd. L’omicidio di Floyd ha acceso i riflettori sul razzismo che devono subire le persone di colore negli Stati Uniti e non solo, compreso il Regno Unito. Sono sorpreso che il primo ministro non ha ancora detto niente su questo, ma spero che la prossima volta che parlerà col presidente Trump di quanto accaduto». Poi, altro video: «Come voi», dice Starmer, «sono scioccato e arrabbiato per l’omicidio di George Floyd. E la risposta del presidente Trump e delle autorità americane alle proteste pacifiche della gente che chiede giustamente giustizia sono state un affronto all’umanità. È stato acceso un faro su razzismo, discriminazione, sperimentato dalle minoranze nere e dalle comunità etniche negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in tutto il mondo».
Manco a dirlo, nel 2020, il primo ministro britannico era Boris Johnson, e Starmer era all’opposizione. L’attuale inquilino di Downing Street si arrabbia pure, accusando Musk di «fomentare divisioni».
Intanto, dalla Gran Bretagna emerge un altro caso di presunto «razzismo» al contrario. Lo rivela il Telegraph, che intervista Emma Webber, la madre di Barnaby, ucciso da Valdo Calocane, un uomo di colore originario della Guinea Bissau affetto da schizofrenia paranoica nel 2023. Barnaby, 19 anni, fu accoltellato a morte con la sua amica e coetanea Grace O’Malley-Kumar e con il sessantacinquenne Ian Coates a Nottingham. L’assassino cercò anche di ammazzare altre tre persone, investendole con un van, senza riuscirci. Valdo Calocane, scrive il Telegraph, era stato internato quattro volte prima di uccidere Barnaby Webber, Grace O’Malley-Kumar e Ian Coates.
Le testimonianze raccolte nell’ambito dell’inchiesta hanno dimostrato che nonostante Calocane avesse precedenti di mancata aderenza terapeutica (mancata assunzione dei farmaci) e di comportamenti violenti, il personale dei servizi di salute mentale si era affidato prevalentemente a contatti telefonici anziché a incontri di persona, adducendo come motivazioni problemi con l’auto e le restrizioni legate al Covid. È stato infine dimesso dai servizi di salute mentale con una schizofrenia non trattata nel settembre 2022, nove mesi prima che ammazzasse tre persone. L’inchiesta ha anche appurato che nel 2020, a seguito di un episodio di violenza, gli esperti di salute mentale avevano deciso di non sottoporre Calocane a trattamento coatto dopo aver preso in considerazione studi secondo cui i giovani uomini di colore erano sovrarappresentati in stato di detenzione.
Una delle ammissioni più scioccanti emerse dall’inchiesta è stata la scoperta di un fascicolo della polizia inviato da un detective veterano nel dicembre 2023, in cui si concludeva che Calocane, nonostante soffrisse di psicosi, era effettivamente in possesso delle sue facoltà mentali e consapevole delle proprie azioni. Nell’inchiesta è emerso che questo fascicolo era stato inserito nell’archivio MG6D, una cartella nascosta per le prove inutilizzate solitamente riservata al materiale più sensibile, prove relative a operazioni antiterrorismo o alla sicurezza nazionale, per esempio. Le famiglie delle vittime di Calocane hanno concluso che questa informazione è stata nascosta perché minava la decisione del Crown prosecution service di accettare una dichiarazione di omicidio colposo. Ma Emma Webber e i familiari delle altre vittime non si arrendono.
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Nel riquadro, il giovane pestato dai nordafricani a Brescia (iStock)
Gang di giovani così descritti dal documento: persone «prevalentemente di sesso maschile al cui interno spiccano soggetti con abbigliamento sportivo (scarpe da ginnastica, borsello/marsupio a tracolla), capelli rasati ai lati/ricci parte superiore, principalmente di etnia egiziana o nord africana (c.d. maranza)». Vengono snocciolati dati e tabelle in cui per esempio si osserva come le segnalazioni di stranieri per violenza sessuale, tra il 2022 e il 2023, siano molto più alte rispetto a quelle degli italiani. E questo, val la pena sottolinearlo, nonostante i primi siano molti di meno. Ma non solo. In un altro grafico appare come il 57 per cento degli indagati sia di cittadinanza straniera, in particolare marocchina, tunisina ed egiziana. Nonostante i dati, secondo il report non ci sarebbe una vera emergenza, ma si tratterebbe principalmente di un problema di percezione. Bene. Applauso del Pd durante la presentazione in consiglio comunale. «Le baby gang non esistono», aveva esultato Roberto Omodei, capogruppo del Partito democratico.
Accade però che la realtà, ancora una volta, abbia smentito questa retorica che tende a minimizzare un problema che c’è ed è evidente. Lo scorso 3 giugno, un ragazzo di poco più di vent’anni che ha chiesto l’anonimato perché ancora scosso, decide di andare allo stadio per vedere Brescia-Ascoli. La sua è un’abitudine. Il calcio gli piace e, ancora di più, vederlo giocato dal vivo. La partita finisce con un pareggio. Il giovane lascia lo stadio per andare a prendere la macchina e, come racconta alla Verità, «quando arrivo al parcheggio dell’In’s mi trovo davanti un gruppo di circa sei o sette ragazzi di colore (immagino nordafricani), che mi fa una domanda veramente a caso sulla partita. Rispondo, ma continuo a camminare dicendo di essere di fretta». Poi il registro cambia. «All’improvviso uno di questi ragazzi si avvicina e mi mette il braccio sulle spalle. Arrivano anche gli altri, che mi sfilano il telefono dalle mani e iniziano a colpirmi con continui pugni in faccia. A partire da quel momento ho fatto tanta fatica a vedere, visto che l’occhio si era gonfiato moltissimo».
Il ragazzo cade. «Mi chiedono il portafogli mentre continuano a picchiarmi e a tenermi bloccato; me lo sfilano dalla tasca e mi tirano dei calci in faccia. Continuano così mentre mi chiedono di sbloccare il telefono, cosa che non ho fatto, e che ha fatto sì che continuassero a picchiarmi».
Il gruppetto se ne va. Resta solo un nordafricano che continua a chiedere il pin. Il povero ragazzo non glielo dà. Lo straniero riconsegna il telefono, nella speranza che venga sbloccato, ma il ferito prova a scappare. Non c’è niente da fare però. «Mi ha preso dal cappuccio del giubbotto e mi ha dato ancora pugni in faccia. Ricado a terra e mi minaccia di spaccare telefono se non lo sblocco». A questo punto, il nordafricano se ne va. Il giovane si rialza a fatica e, fortunatamente, incontra un ragazzo che conosce e che chiama i soccorsi. «Al pronto soccorso, carabinieri, polizia e infermieri mi hanno detto che situazioni del genere si verificano spesso. Ci sono rimasto male», confessa il ferito. Che ci tiene però anche a precisare che ha molti amici «marocchini e algerini, ma questa volta è andata così».
Prognosi di 30 giorni e volto tumefatto. Non una questione di percezione, ma di realtà. Di sangue e botte. Non è un caso che Carlo Andreoli, consigliere comunale di Fratelli d’Italia a Brescia, sia intervenuto su questo fatto chiamando in causa chi governa la città: «Ciò che fa davvero rabbrividire è che coloro che amministrano questa città abbiano, per oltre un anno e mezzo, minimizzato queste situazioni. Esponenti della Giunta hanno sostenuto per mesi, anche pubblicamente, che “non esistono bande giovanili in città”, arrivando persino a commissionare uno studio, con l’Università degli studi di Brescia, che certificasse l’inesistenza del fenomeno. Ma è normale tutto questo? Perché negare una realtà che è sotto gli occhi di tutti? Nessuno ha la bacchetta magica per risolvere problemi complessi ma se si continua a nascondere la polvere sotto il tappeto, lanciando proclami ideologici e deliranti come l’inesistenza di questi fenomeni, come potremo mai affrontarli e risolverli?».
Ancora una volta la realtà ha battuto l’ideologia. E, ancora una volta, lo ha fatto al prezzo del sangue.
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Luca Zaia (Getty Images)
Roberto Vannacci sembra diventato una calamita. Oggi a Viareggio i parlamentari leghisti Domenico Furgiuele e Gianangelo Bof dovrebbero comunicare il loro passaggio a Futuro nazionale. Nomi che si aggiungono ai tanti fuoriusciti, a livello romano ma anche regionale e locale, che in queste settimane stanno preferendo il generale al capitano. Non è che finora abbiano cambiato casacca volti storici del Carroccio. In molti casi si tratta di figure politiche che venivano già da precedenti partiti. Il tema è un altro: i sondaggi peggiorano per la Lega. Ma, soprattutto: cos’è ora la Lega?
Il partito preso in mano da Matteo Salvini nel 2014 al 4% era salito al 35% nel 2019 sulla base di pochi punti fermi, lotta all’immigrazione clandestina, in primis. Uno storico comandamento bossiano che, però, ha sempre meno mercato elettorale visto che giocano sullo stesso terreno Fratelli d’Italia e ora Futuro nazionale. Tocca trovare altri mercati politici. E nomi che possano rappresentare una svolta vera. Uno su tutti è quello di Luca Zaia, ex governatore del Veneto e ora presidente del Consiglio regionale della Serenissima eletto a furor di preferenze.
Nasce da questo ragionamento l’offerta di Salvini al Doge di «dare un aiuto». E l’ex ministro delle Politiche agricole con Silvio Berlusconi premier è pronto. Non, però, in cambio solo di una poltrona. Sì, ovvio, c’è quella di vicesegretario federale, per il Nord. Carica che si affiancherebbe a quella di Claudio Durigon, plenipotenziario al Centro-Sud. Zaia, però, chiede quasi mani libere. O meglio: una squadra con cui lavorare. Si parla molto di un ruolo di Massimiliano Fedriga, presidente della Conferenza Stato-Regioni e governatore del Friuli-Venezia Giulia. Chi ha parlato con il Doge, però, sa che per lui i nomi sono importanti, tuttavia non bastano. Una delle richieste per il debutto in campo politico di Zaia (finora ha sempre fatto l’amministratore da quando iniziò come consigliere nella natìa Godega di Sant’Urbano, anno 1993) è quella di buttare giù un programma e un metodo di di lavoro, con degli obiettivi concreti di cui parlare: imprese, lavoro, intelligenza artificiale, attrazione degli investimenti, grandi opere. E «senza guardare i sondaggi adesso».
Il modello cui si ispira il Doge, si sa, è quello della Csu bavarese. Un sistema partitico attaccato al territorio, che va oltre i classici schemi destra-sinistra. La Csu bavarese, in Germania, è sempre stata alleata alla Cdu ma entra anche in governi di coalizione. Con l’unico scopo di valorizzare le risorse economiche e umane della Baviera. Stessa idea che Zaia ha per il Nord. Ecco perché, raccontano fonti interpellata dall’agenzia Agi, l’ex governatore veneto vorrebbe «totale autonomia di spesa e di programmazione della campagna elettorale», oltre a garanzie sulle liste nelle Regioni settentrionali. Insomma, Zaia alla fine darà una mano a Salvini non, però, per non decidere.
Per il 10, mercoledì prossimo, il segretario leghista ha convocato la riunione del Consiglio federale del partito a Roma in cui dovrebbe cominciare a delineare la «formula» che ha pensato per il rilancio. Niente è, comunque, deciso. Al punto che, per non bruciare questa sorta di trattativa programmatica con Zaia, ieri il vicepremier ha detto che non «perde tempo con articoli privi di fondamento», riferendosi alle anticipazioni di alcuni giornali sul futuro ruolo del Doge.
C’è tempo per le comunicazioni ufficiali. L’obiettivo di Salvini pare sia quello di chiudere l’accordo prima del «ritiro» del partito in programma per il primo weekend di luglio nel Trevigiano, terra natale di Zaia. Secondo alcune ricostruzioni citate sempre dall’Agi, oltre a programmi e nomi, c’è anche una questione tecnico-burocratica da risolvere. Zaia avrebbe chiesto a Salvini un passaggio congressuale. Non una assise elettiva, viene riferito, ma un congresso finalizzato alla «modifica dello Statuto» per dare vita addirittura a un «nuovo soggetto politico» che si occupi del Nord all’interno della Lega, sul modello, appunto, della Csu bavarese. Si potrà fare senza scontentare mezzo partito?
Le bocche restano cucite. Si lavora per arrivare a una soluzione che accontenti tutti, a iniziare dai governatori. I primi segnali sono comunque positivi. Zaia «impegnato per il Nord» è «sicuramente un’ottima idea. Ora vediamo di proseguire in questo processo» ,commenta Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, «che è ancora lungo ma che dovrà essere portato a compimento». Se va in porto, però, cambia tutto per la Lega. E pure per gli alleati del centrodestra.
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Francesco Lollobrigida (Ansa)
Risorse che si aggiungono alla componente strutturale di 38,5 miliardi e che, secondo il primo Osservatorio Teha sulle politiche agroalimentari (in Italia guidate dal ministro Francesco Lollobrigida), hanno abilitato un impatto diretto sul settore pari a 87 miliardi di euro di valore aggiunto. Il beneficio complessivo per il sistema-Paese è stimato in 246 miliardi di euro nel medio-lungo periodo.
I dati sono stati presentati a Bormio, in occasione della decima edizione del Forum Food&Beverage, dove Teha Group ha illustrato il nuovo Osservatorio nato per misurare le ricadute economiche e strutturali delle politiche pubbliche a supporto dell’agroalimentare italiano. Il quadro segnala un cambio di passo: più risorse, maggiore attenzione alle filiere produttive e una politica industriale orientata a rafforzare competitività, autonomia e proiezione internazionale del Made in Italy alimentare.
Dei 246 miliardi di benefici stimati, 67,8 miliardi sono già osservabili nell’arco dei prossimi tre anni, mentre altri 178 miliardi emergeranno nel medio-lungo periodo attraverso maggiore competitività, occupazione qualificata e presidio dei mercati internazionali. L’Osservatorio evidenzia così una discontinuità rispetto alla fase precedente: tra il 2010 e il 2022 il sostegno pubblico all’agricoltura era rimasto sostanzialmente stabile, con una media annua non superiore a 12,4 miliardi di euro.
«L’Osservatorio», ha commentato Valerio De Molli, managing partner e Ceo di The European House - Ambrosetti e Teha Group, «ha analizzato un contesto internazionale nel quale emerge un divario significativo nel livello di sostegno pubblico: negli Stati Uniti il budget dell’Usda rappresenta il 40,1% del fatturato agricolo, quasi quattro volte in più del 10,4% garantito dalla Politica agricola comune europea. Il rafforzamento delle politiche nazionali, letto attraverso dati omogenei e misurabili, è quindi una leva decisiva per sostenere competitività, resilienza e autonomia strategica dell’agroalimentare italiano».
Nel triennio 2023-2025 le politiche agricole e industriali sono state classificate da Teha in sette linee di intervento, che riflettono una scelta politica precisa: sostenere la capacità produttiva, accompagnare l’innovazione, difendere il potere d’acquisto e promuovere l’identità agroalimentare italiana. Il sostegno alla capacità produttiva delle filiere strategiche concentra 6,1 miliardi di euro, mentre innovazione tecnologica e autonomia energetica mobilitano 5,6 miliardi. Seguono il sostegno al consumo, con 3,6 miliardi, la sicurezza alimentare, con 1,1 miliardi, e l’imprenditoria giovanile, con 0,4 miliardi destinati al ricambio generazionale.
Il settore agroalimentare resta, insomma, tra i principali motivi di orgoglio del Made in Italy nel mondo. Nel 2024 ha fatturato 269,9 miliardi di euro, di cui 193 miliardi generati dall’industria Food&Beverage e 76 miliardi dal comparto agricolo, con una crescita del 42% rispetto al 2015. Il valore aggiunto, pari a 81,6 miliardi, colloca l’agroalimentare al primo posto tra i comparti manifatturieri italiani.
Anche l’export conferma la forza del comparto. Nel 2025 le esportazioni agroalimentari hanno raggiunto il record storico di 72,5 miliardi di euro, quasi il doppio rispetto al 2015 e il 5% in più sul 2024, nonostante l’introduzione di dazi negli Stati Uniti. L’Italia è inoltre prima nell’Ue-27 per valore aggiunto del comparto agricolo, pari a 44,2 miliardi di euro, mentre l’incidenza dell’agroalimentare sul Pil nazionale ha raggiunto il record ventennale del 4,2%.
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