- Indecente balletto su date e modalità delle riaperture di aule, palestre, piscine e impianti di risalita.
- Nel primo lockdown gli arrivi negli alberghi sono stati il 9% rispetto a quelli del 2019.
Lo speciale contiene due articoli.
Mettetevi comodi. In vista del nuovo anno, è ricominciato il teatrino della ripartenza. Dopo la Befana, le scuole superiori aprono per il 75 o soltanto per il 50 per cento degli studenti? Il dibattito ferve. E lo sci? Se ne parla (può darsi) a fine mese. Piscine e palestre? Stiamo lavorando per voi. Forse, magari, chissà… A undici mesi dall’arrivo della pandemia in Italia, il governo giallorosso si conferma indiscusso primatista del brancolamento nel buio. Pianificazione bandita, promesse ad horas e palla avanti. Giuseppe Conte e i suoi ministri, «i migliori del mondo», continuano ad arrangiarsi come possono. Cioè, male.
«Si riparte in sicurezza» squillavano all’unisono lo scorso settembre, dopo aver infranto ogni record di lontananza dalle classi. E a inizio ottobre, quando i contagi cominciano a impensierire, Lucia Azzolina, superbo ministro dell’Istruzione, proclama stentorea: «Le scuole non chiuderanno». Conte aggiunge: «Non ci sono i presupposti per prefigurare il ritorno alla didattica a distanza». Un mese più tardi, le superiori ripiombano nell’infernale girone delle sessioni telematiche. E lì sono rimaste, fino a data da destinarsi. Il 20 dicembre Azzolina così rincuora alunni e famiglie: «Siamo tutti d’accordo. Il 7 gennaio si deve tornare a scuola». Comprese le superiori? Ma certo! «Erano aperte anche a settembre. Non possiamo perdere nemmeno un’ora, non importa se il 7 è un giovedì».
Certo, l’incommensurabile privilegio sarebbe riservato soltanto al 75 per cento degli studenti, quota garantita dal dpcm contiano il 3 dicembre scorso. L’accordo era stato raggiunto con le Regioni. Ma poi il governo, come d’uso, riprende a tentennare. Non ha mosso un mignolo per preparare il rientro. E adesso, a dispetto di un quadro sanitario non allarmante, teme l’ennesimo sfacelo. Il problema principale restano gli spostamenti. Il Cts, già dalla scorsa estate, chiede di riprogrammare i servizi. Ma solo all’alba del 28 dicembre 2020 il ministro dei Trasporti, Paola De Micheli, presenta un piano. Anche se già mette le mani in avanti e bene in vista: «Certo, qualche problema ci sarà…». All’eufemismo seguono i timori di Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi: «Il problema principale riguarda la mancata o insufficiente riorganizzazione, che sta costringendo i prefetti a chiedere alle scuole turni di entrata in orari scaglionati molto impegnativi. Far uscire i ragazzi alle 15 o alle 16, soprattutto nel caso dei pendolari, comporterà difficoltà sia per le famiglie che per lo studio».
De Micheli, Azzolina e Luciana Lamorgese, titolare dell’Interno, confermano comunque il rientro per il 75 per cento degli alunni. Alla triade rosa adesso però si oppone Roberto Speranza, cerbero governativo e ministro della Salute. Solo metà degli studenti in classe, intima. «Lui ha fatto un’ordinanza di natura sanitaria» derubrica De Micheli. «Non c’entra con i modelli organizzativi». Ora chi la spunterà tra i titani giallorossi? Intanto, sono passati sei mesi dall’improvvida rassicurazione di Azzolina: «Il governo ha lavorato in questi mesi per garantire la sicurezza di tutti».
E lo sport? Il solito dpcm, a inizio dicembre, garantiva ad esempio che pure gli impianti sciistici sarebbero rientrati in funzione il 7 gennaio. Ma l’ultima riunione del Cts cambia, ancora una volta, le carte in tavola: le cabinovie e le funivie, scrivono gli esperti, sono «assimilabili» ad autobus, tram e metropolitane. Dunque la possibilità di contagio sarebbe elevata, specie nelle ore di punta. Quindi? Urge «efficace riorganizzazione del sistema degli impianti di risalita». Insomma: a una settimana dalla ripresa (parziale) delle superiori, ci si accorge del rischio dei trasporti. Così come, a una settimana dalla riapertura (ipotetica) degli impianti di risalita, si scopre che sarebbe il caso di rivedere i piani. Nel frattempo, mentre i tecnici riformulano, in molte stazioni sciistiche hanno persino iniziato a produrre la neve artificiale. Tutti colpevoli di essersi fidati, un’altra volta, di Giuseppi e i suoi. Dunque, nella solita astinenza di qualsivoglia indicazione, tocca rilanciare ipotesi e congetture: si partirà a fine gennaio? Forse, magari, chissà…
E restano in trepidante attesa pure palestre e piscine. Anche in questo caso, il dpcm fissava una data perentoria: 15 gennaio 2020. L’agognata ripresa sarebbe dunque arrivata il giorno seguente. Il ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, due settimane fa avvalora l’interpretazione. Lui, informa, sta lavorando «a tutti i livelli necessari». Altroché. «In questi giorni ho ricevuto molti messaggi di sportivi che lamentano le chiusure ed evidenziano la moltitudine di persone per strada». Messaggio ai naviganti: i dubbiosi colleghi giallorossi. Ma poi anche lui decide che, quasi quasi, è meglio soprassedere. «Penso sia possibile, seppur con alcune limitazioni, riaprire palestre, piscine e centri di danza» premette. Quando? «Entro la fine di gennaio». All’incirca. Già: chi se ne frega di manubri, stili natatori e volteggi? Del resto, l’unico sport in cui continuano a eccellere i giallorossi è lanciare la palla in avanti alla cieca. E quando l’imbarazzo si fa insostenibile, basta buttare la sfera in tribuna.
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