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2020-12-30
Scuola e sport, è la (ri)presa in giro
Vincenzo Spadafora (Ansa)
Mettetevi comodi. In vista del nuovo anno, è ricominciato il teatrino della ripartenza. Dopo la Befana, le scuole superiori aprono per il 75 o soltanto per il 50 per cento degli studenti? Il dibattito ferve. E lo sci? Se ne parla (può darsi) a fine mese. Piscine e palestre? Stiamo lavorando per voi. Forse, magari, chissà… A undici mesi dall'arrivo della pandemia in Italia, il governo giallorosso si conferma indiscusso primatista del brancolamento nel buio. Pianificazione bandita, promesse ad horas e palla avanti. Giuseppe Conte e i suoi ministri, «i migliori del mondo», continuano ad arrangiarsi come possono. Cioè, male.
«Si riparte in sicurezza» squillavano all'unisono lo scorso settembre, dopo aver infranto ogni record di lontananza dalle classi. E a inizio ottobre, quando i contagi cominciano a impensierire, Lucia Azzolina, superbo ministro dell'Istruzione, proclama stentorea: «Le scuole non chiuderanno». Conte aggiunge: «Non ci sono i presupposti per prefigurare il ritorno alla didattica a distanza». Un mese più tardi, le superiori ripiombano nell'infernale girone delle sessioni telematiche. E lì sono rimaste, fino a data da destinarsi. Il 20 dicembre Azzolina così rincuora alunni e famiglie: «Siamo tutti d'accordo. Il 7 gennaio si deve tornare a scuola». Comprese le superiori? Ma certo! «Erano aperte anche a settembre. Non possiamo perdere nemmeno un'ora, non importa se il 7 è un giovedì».
Certo, l'incommensurabile privilegio sarebbe riservato soltanto al 75 per cento degli studenti, quota garantita dal dpcm contiano il 3 dicembre scorso. L'accordo era stato raggiunto con le Regioni. Ma poi il governo, come d'uso, riprende a tentennare. Non ha mosso un mignolo per preparare il rientro. E adesso, a dispetto di un quadro sanitario non allarmante, teme l'ennesimo sfacelo. Il problema principale restano gli spostamenti. Il Cts, già dalla scorsa estate, chiede di riprogrammare i servizi. Ma solo all'alba del 28 dicembre 2020 il ministro dei Trasporti, Paola De Micheli, presenta un piano. Anche se già mette le mani in avanti e bene in vista: «Certo, qualche problema ci sarà…». All'eufemismo seguono i timori di Antonello Giannelli, presidente dell'Associazione nazionale presidi: «Il problema principale riguarda la mancata o insufficiente riorganizzazione, che sta costringendo i prefetti a chiedere alle scuole turni di entrata in orari scaglionati molto impegnativi. Far uscire i ragazzi alle 15 o alle 16, soprattutto nel caso dei pendolari, comporterà difficoltà sia per le famiglie che per lo studio».
De Micheli, Azzolina e Luciana Lamorgese, titolare dell'Interno, confermano comunque il rientro per il 75 per cento degli alunni. Alla triade rosa adesso però si oppone Roberto Speranza, cerbero governativo e ministro della Salute. Solo metà degli studenti in classe, intima. «Lui ha fatto un'ordinanza di natura sanitaria» derubrica De Micheli. «Non c'entra con i modelli organizzativi». Ora chi la spunterà tra i titani giallorossi? Intanto, sono passati sei mesi dall'improvvida rassicurazione di Azzolina: «Il governo ha lavorato in questi mesi per garantire la sicurezza di tutti».
E lo sport? Il solito dpcm, a inizio dicembre, garantiva ad esempio che pure gli impianti sciistici sarebbero rientrati in funzione il 7 gennaio. Ma l'ultima riunione del Cts cambia, ancora una volta, le carte in tavola: le cabinovie e le funivie, scrivono gli esperti, sono «assimilabili» ad autobus, tram e metropolitane. Dunque la possibilità di contagio sarebbe elevata, specie nelle ore di punta. Quindi? Urge «efficace riorganizzazione del sistema degli impianti di risalita». Insomma: a una settimana dalla ripresa (parziale) delle superiori, ci si accorge del rischio dei trasporti. Così come, a una settimana dalla riapertura (ipotetica) degli impianti di risalita, si scopre che sarebbe il caso di rivedere i piani. Nel frattempo, mentre i tecnici riformulano, in molte stazioni sciistiche hanno persino iniziato a produrre la neve artificiale. Tutti colpevoli di essersi fidati, un'altra volta, di Giuseppi e i suoi. Dunque, nella solita astinenza di qualsivoglia indicazione, tocca rilanciare ipotesi e congetture: si partirà a fine gennaio? Forse, magari, chissà…
E restano in trepidante attesa pure palestre e piscine. Anche in questo caso, il dpcm fissava una data perentoria: 15 gennaio 2020. L'agognata ripresa sarebbe dunque arrivata il giorno seguente. Il ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, due settimane fa avvalora l'interpretazione. Lui, informa, sta lavorando «a tutti i livelli necessari». Altroché. «In questi giorni ho ricevuto molti messaggi di sportivi che lamentano le chiusure ed evidenziano la moltitudine di persone per strada». Messaggio ai naviganti: i dubbiosi colleghi giallorossi. Ma poi anche lui decide che, quasi quasi, è meglio soprassedere. «Penso sia possibile, seppur con alcune limitazioni, riaprire palestre, piscine e centri di danza» premette. Quando? «Entro la fine di gennaio». All'incirca. Già: chi se ne frega di manubri, stili natatori e volteggi? Del resto, l'unico sport in cui continuano a eccellere i giallorossi è lanciare la palla in avanti alla cieca. E quando l'imbarazzo si fa insostenibile, basta buttare la sfera in tribuna.
Stagione turistica in ginocchio. In nove mesi dimezzate le presenze
La pandemia ha colpito duramente il turismo in Italia: nei primi nove mesi del 2020, infatti, sono calate del 50,9% le presenze negli esercizi ricettivi, con quasi 192 milioni di presenze in meno rispetto al 2019.
Lo rileva l'Istat, precisando che i dati evidenziano l'entità della crisi del turismo interno generata dall'emergenza sanitaria, dopo anni di crescita costante del settore. Il 2019, infatti, aveva fatto registrare un ulteriore record dei flussi turistici negli esercizi ricettivi italiani con 131,4 milioni di arrivi e 436,7 milioni di presenze e una crescita, rispettivamente, del 2,6% e dell'1,8% rispetto all'anno precedente. In realtà, l'espansione dei flussi turistici sembrava confermata dalle prime evidenze dei dati di gennaio dell'anno 2020 (+5,5% gli arrivi e +3,3% le presenze di clienti negli esercizi ricettivi italiani rispetto allo stesso mese dell'anno precedente). Ma già dal mese di febbraio - in concomitanza con il primo lockdown - si sono resi visibili gli effetti della pandemia e delle conseguenti misure di contenimento (-12% gli arrivi e -5,8% le presenze).
L'Istat fa sapere che nei mesi del lockdown (in particolare, dall'11 marzo al 4 maggio) la domanda si è quasi azzerata e le presenze nelle strutture ricettive sono state appena il 9% di quelle registrate nello stesso periodo del 2019.
In particolare, il calo delle presenze è stato pari a -82,4% a marzo, a -95,4% ad aprile e a -92,9% a maggio. Pressoché assente la clientela straniera (-98,0%, sia ad aprile che a maggio).
Complessivamente nei mesi del lockdown, la variazione, rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, è stata pari a -91% con una perdita di quasi 74 milioni di presenze, di cui 43,4 milioni di clienti stranieri e 30,3 milioni di italiani.
Nel mese di giugno 2020, poi, in seguito alla possibilità di ripresa degli spostamenti interregionali, i flussi turistici sono iniziati timidamente a risalire; tuttavia, le presenze totali hanno rappresentato appena il 21% di quelle registrate nello stesso mese del 2019: anche in questo caso la perdita di presenze è rimasta particolarmente alta per la componente straniera (-93,1%) rispetto a quella domestica (-63,3%). Il trimestre estivo (luglio, agosto e settembre) ha visto un recupero parziale, in particolare nel mese di agosto.
Il comparto alberghiero, continua l'Istat, è stato quello in maggiore sofferenza: le presenze registrate nei primi nove mesi del 2020 sono state meno della metà (il 46%) di quelle rilevate nel 2019, mentre quelle del settore extra-alberghiero il 54,4%. Nello specifico, nel trimestre estivo le flessioni sono state pari, rispettivamente, a -39,7% e -31,1%.
La categoria delle grandi città, poi, composta dai dodici Comuni con più di 250.000 abitanti, è quella che ha sofferto maggiormente la riduzione della domanda rispetto all'anno precedente, con una flessione delle presenze nei primi nove mesi del 2020 pari al -73,2% e un andamento peggiore rispetto alla media nazionale (-50,9% rispetto allo stesso periodo del 2019). Per i comuni a vocazione culturale, storico, artistica e paesaggistica la diminuzione è stata del 54,9%, per quelli con vocazione marittima del 51,8%.
I comuni a vocazione montana, invece, hanno registrato un calo inferiore alla media nazionale (-29,3%). Grande crollo, poi, per il turismo internazionale: in Italia dai dati dei primi nove mesi dell'anno le presenze dei clienti stranieri sono in calo del 68,6%.
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Indecente balletto su date e modalità delle riaperture di aule, palestre, piscine e impianti di risalita. Nel primo lockdown gli arrivi negli alberghi sono stati il 9% rispetto a quelli del 2019. Lo speciale contiene due articoli. Mettetevi comodi. In vista del nuovo anno, è ricominciato il teatrino della ripartenza. Dopo la Befana, le scuole superiori aprono per il 75 o soltanto per il 50 per cento degli studenti? Il dibattito ferve. E lo sci? Se ne parla (può darsi) a fine mese. Piscine e palestre? Stiamo lavorando per voi. Forse, magari, chissà… A undici mesi dall'arrivo della pandemia in Italia, il governo giallorosso si conferma indiscusso primatista del brancolamento nel buio. Pianificazione bandita, promesse ad horas e palla avanti. Giuseppe Conte e i suoi ministri, «i migliori del mondo», continuano ad arrangiarsi come possono. Cioè, male. «Si riparte in sicurezza» squillavano all'unisono lo scorso settembre, dopo aver infranto ogni record di lontananza dalle classi. E a inizio ottobre, quando i contagi cominciano a impensierire, Lucia Azzolina, superbo ministro dell'Istruzione, proclama stentorea: «Le scuole non chiuderanno». Conte aggiunge: «Non ci sono i presupposti per prefigurare il ritorno alla didattica a distanza». Un mese più tardi, le superiori ripiombano nell'infernale girone delle sessioni telematiche. E lì sono rimaste, fino a data da destinarsi. Il 20 dicembre Azzolina così rincuora alunni e famiglie: «Siamo tutti d'accordo. Il 7 gennaio si deve tornare a scuola». Comprese le superiori? Ma certo! «Erano aperte anche a settembre. Non possiamo perdere nemmeno un'ora, non importa se il 7 è un giovedì». Certo, l'incommensurabile privilegio sarebbe riservato soltanto al 75 per cento degli studenti, quota garantita dal dpcm contiano il 3 dicembre scorso. L'accordo era stato raggiunto con le Regioni. Ma poi il governo, come d'uso, riprende a tentennare. Non ha mosso un mignolo per preparare il rientro. E adesso, a dispetto di un quadro sanitario non allarmante, teme l'ennesimo sfacelo. Il problema principale restano gli spostamenti. Il Cts, già dalla scorsa estate, chiede di riprogrammare i servizi. Ma solo all'alba del 28 dicembre 2020 il ministro dei Trasporti, Paola De Micheli, presenta un piano. Anche se già mette le mani in avanti e bene in vista: «Certo, qualche problema ci sarà…». All'eufemismo seguono i timori di Antonello Giannelli, presidente dell'Associazione nazionale presidi: «Il problema principale riguarda la mancata o insufficiente riorganizzazione, che sta costringendo i prefetti a chiedere alle scuole turni di entrata in orari scaglionati molto impegnativi. Far uscire i ragazzi alle 15 o alle 16, soprattutto nel caso dei pendolari, comporterà difficoltà sia per le famiglie che per lo studio». De Micheli, Azzolina e Luciana Lamorgese, titolare dell'Interno, confermano comunque il rientro per il 75 per cento degli alunni. Alla triade rosa adesso però si oppone Roberto Speranza, cerbero governativo e ministro della Salute. Solo metà degli studenti in classe, intima. «Lui ha fatto un'ordinanza di natura sanitaria» derubrica De Micheli. «Non c'entra con i modelli organizzativi». Ora chi la spunterà tra i titani giallorossi? Intanto, sono passati sei mesi dall'improvvida rassicurazione di Azzolina: «Il governo ha lavorato in questi mesi per garantire la sicurezza di tutti». E lo sport? Il solito dpcm, a inizio dicembre, garantiva ad esempio che pure gli impianti sciistici sarebbero rientrati in funzione il 7 gennaio. Ma l'ultima riunione del Cts cambia, ancora una volta, le carte in tavola: le cabinovie e le funivie, scrivono gli esperti, sono «assimilabili» ad autobus, tram e metropolitane. Dunque la possibilità di contagio sarebbe elevata, specie nelle ore di punta. Quindi? Urge «efficace riorganizzazione del sistema degli impianti di risalita». Insomma: a una settimana dalla ripresa (parziale) delle superiori, ci si accorge del rischio dei trasporti. Così come, a una settimana dalla riapertura (ipotetica) degli impianti di risalita, si scopre che sarebbe il caso di rivedere i piani. Nel frattempo, mentre i tecnici riformulano, in molte stazioni sciistiche hanno persino iniziato a produrre la neve artificiale. Tutti colpevoli di essersi fidati, un'altra volta, di Giuseppi e i suoi. Dunque, nella solita astinenza di qualsivoglia indicazione, tocca rilanciare ipotesi e congetture: si partirà a fine gennaio? Forse, magari, chissà… E restano in trepidante attesa pure palestre e piscine. Anche in questo caso, il dpcm fissava una data perentoria: 15 gennaio 2020. L'agognata ripresa sarebbe dunque arrivata il giorno seguente. Il ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, due settimane fa avvalora l'interpretazione. Lui, informa, sta lavorando «a tutti i livelli necessari». Altroché. «In questi giorni ho ricevuto molti messaggi di sportivi che lamentano le chiusure ed evidenziano la moltitudine di persone per strada». Messaggio ai naviganti: i dubbiosi colleghi giallorossi. Ma poi anche lui decide che, quasi quasi, è meglio soprassedere. «Penso sia possibile, seppur con alcune limitazioni, riaprire palestre, piscine e centri di danza» premette. Quando? «Entro la fine di gennaio». All'incirca. Già: chi se ne frega di manubri, stili natatori e volteggi? Del resto, l'unico sport in cui continuano a eccellere i giallorossi è lanciare la palla in avanti alla cieca. E quando l'imbarazzo si fa insostenibile, basta buttare la sfera in tribuna. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scuola-e-sport-e-la-ri-presa-in-giro-2649691660.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="stagione-turistica-in-ginocchio-in-nove-mesi-dimezzate-le-presenze" data-post-id="2649691660" data-published-at="1609272287" data-use-pagination="False"> Stagione turistica in ginocchio. In nove mesi dimezzate le presenze La pandemia ha colpito duramente il turismo in Italia: nei primi nove mesi del 2020, infatti, sono calate del 50,9% le presenze negli esercizi ricettivi, con quasi 192 milioni di presenze in meno rispetto al 2019. Lo rileva l'Istat, precisando che i dati evidenziano l'entità della crisi del turismo interno generata dall'emergenza sanitaria, dopo anni di crescita costante del settore. Il 2019, infatti, aveva fatto registrare un ulteriore record dei flussi turistici negli esercizi ricettivi italiani con 131,4 milioni di arrivi e 436,7 milioni di presenze e una crescita, rispettivamente, del 2,6% e dell'1,8% rispetto all'anno precedente. In realtà, l'espansione dei flussi turistici sembrava confermata dalle prime evidenze dei dati di gennaio dell'anno 2020 (+5,5% gli arrivi e +3,3% le presenze di clienti negli esercizi ricettivi italiani rispetto allo stesso mese dell'anno precedente). Ma già dal mese di febbraio - in concomitanza con il primo lockdown - si sono resi visibili gli effetti della pandemia e delle conseguenti misure di contenimento (-12% gli arrivi e -5,8% le presenze). L'Istat fa sapere che nei mesi del lockdown (in particolare, dall'11 marzo al 4 maggio) la domanda si è quasi azzerata e le presenze nelle strutture ricettive sono state appena il 9% di quelle registrate nello stesso periodo del 2019. In particolare, il calo delle presenze è stato pari a -82,4% a marzo, a -95,4% ad aprile e a -92,9% a maggio. Pressoché assente la clientela straniera (-98,0%, sia ad aprile che a maggio). Complessivamente nei mesi del lockdown, la variazione, rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, è stata pari a -91% con una perdita di quasi 74 milioni di presenze, di cui 43,4 milioni di clienti stranieri e 30,3 milioni di italiani. Nel mese di giugno 2020, poi, in seguito alla possibilità di ripresa degli spostamenti interregionali, i flussi turistici sono iniziati timidamente a risalire; tuttavia, le presenze totali hanno rappresentato appena il 21% di quelle registrate nello stesso mese del 2019: anche in questo caso la perdita di presenze è rimasta particolarmente alta per la componente straniera (-93,1%) rispetto a quella domestica (-63,3%). Il trimestre estivo (luglio, agosto e settembre) ha visto un recupero parziale, in particolare nel mese di agosto. Il comparto alberghiero, continua l'Istat, è stato quello in maggiore sofferenza: le presenze registrate nei primi nove mesi del 2020 sono state meno della metà (il 46%) di quelle rilevate nel 2019, mentre quelle del settore extra-alberghiero il 54,4%. Nello specifico, nel trimestre estivo le flessioni sono state pari, rispettivamente, a -39,7% e -31,1%. La categoria delle grandi città, poi, composta dai dodici Comuni con più di 250.000 abitanti, è quella che ha sofferto maggiormente la riduzione della domanda rispetto all'anno precedente, con una flessione delle presenze nei primi nove mesi del 2020 pari al -73,2% e un andamento peggiore rispetto alla media nazionale (-50,9% rispetto allo stesso periodo del 2019). Per i comuni a vocazione culturale, storico, artistica e paesaggistica la diminuzione è stata del 54,9%, per quelli con vocazione marittima del 51,8%. I comuni a vocazione montana, invece, hanno registrato un calo inferiore alla media nazionale (-29,3%). Grande crollo, poi, per il turismo internazionale: in Italia dai dati dei primi nove mesi dell'anno le presenze dei clienti stranieri sono in calo del 68,6%.
L'evacuazione della Mv Hondius al porto di Granadilla de Abona a Tenerife (Ansa)
I toni con i quali viene descritta la vicenda del contagio da Hantavirus tra chi viaggiava sulla nave da crociera della compagnia olandese Oceanwide Expeditions, partita il 1° aprile da Ushuaia, Argentina, con 151 persone a bordo, ricordano sempre più la narrazione da esordio pestilenze. O da inizio pandemia Covid.
Basti solo pensare che il ministero della Salute spagnolo, per cercare di tranquillizzare il governo delle Canarie del tutto contrario allo sbarco dei «possibili untori», ha dovuto mandare a Tenerife una relazione stilata dal Centro per le allerte e il controllo delle emergenze sanitarie in cui si definiva «possibilità remota» che eventuali roditori infetti da Hantavirus presenti sulla nave, qualora fossero presenti, potessero saltare a terra, nuotare per 300 metri fino al molo, arrampicarsi e colonizzare l’isola.
Ma «los canarios» non si sono affatto calmati: ieri erano furiosi perché per le pessime condizioni del meteo la nave ha attraccato al porto, e stanno minacciando azioni legali contro Madrid per la decisione di aver fatto sbarcare i passeggeri senza effettuare prima i test antigenici. Mentre ieri venivano ultimate le operazioni in terra spagnola, l’ultimo comunicato dell’Oms elevava a sette i casi confermati di contagio.
Un passeggero statunitense e uno francese sono risultati positivi al virus, un altro passeggero americano presenterebbe «sintomi lievi». Negli Stati Uniti, dei 18 individui rimpatriati, due sono stati trasportati in aereo ad Atlanta per «ulteriori valutazioni e cure» e 16 si trovano ora presso l’University of Nebraska Medical Center. «Nei prossimi giorni, i passeggeri saranno sottoposti a una prima valutazione sanitaria e riceveranno indicazioni da esperti sui passi successivi», ha spiegato John Knox, del Dipartimento della Salute e dei Servizi umani.
È invece in terapia intensiva la donna, tra i cinque cittadini francesi evacuati dalla nave, che aveva iniziato a sentirsi male domenica sera durante il volo da Tenerife a Parigi e che era risultata positiva al test. Lo ha comunicato lunedì il ministro della Salute francese, Stéphanie Rist, precisando inoltre che 22 cittadini transalpini sono stati identificati come contatti stretti e saranno posti in isolamento. Trentadue persone avevano infatti lasciato la nave da crociera quando questa ha fatto scalo sull’isola di Sant’Elena il 24 aprile.
I 14 spagnoli evacuati e trasferiti a Madrid hanno iniziato la quarantena presso l’ospedale Gómez Ulla, dove resteranno fino al 17 giugno, mentre le autorità olandesi hanno optato per un modello diverso: isolamento domiciliare con la responsabilità individuale di comunicare eventuali cambiamenti e la possibilità di effettuare brevi uscite, purché si indossi una mascherina e si mantenga il distanziamento fisico. I quattro contatti precauzionalmente isolati in Italia, invece, continuano a non presentare alcun sintomo. «Oggi da noi non c'è alcun pericolo», ha detto il ministro della Salute, Orazio Schillaci, ieri sera al Tg1. Nella circolare del ministero, inoltre, si invitano le compagnie aeree a segnalare eventi sanitari sospetti che possono presentarsi a bordo.
Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) ha riferito che l’analisi genetica dell’Hantavirus prelevato dalla nave da crociera olandese indica che si tratta della variante Andes già nota, non di una nuova, e pertanto non vi sono prove che sia più pericolosa. Però, con una nota della direttrice Pamela Rendi-Wagner, si è premurato di informare che «a causa delle incertezze persistenti e del lungo periodo di incubazione», è «possibile» che nelle prossime settimane si verifichino «ulteriori casi» di Hantavirus tra ex passeggeri e membri dell’equipaggio.
Già ci stanno pensando i virologi nostrani a rispolverare spauracchi pandemici. Come il virologo Roberto Burioni, che su Repubblica avverte: «Tutti questi individui devono essere isolati e controllati, perché il virus delle Ande può avere un’incubazione che arriva fino a quasi 50 giorni […]. Dobbiamo anche stabilire regole di comportamento rigorosissime». Eppure, l’ex commissario della Fda, Scott Gottlieb, ha dichiarato che «ci stiamo avvicinando alla fine del periodo di trasmissione» per i passeggeri che erano a bordo, e che, data la differenza di trasmissione con il Covid, l’Hantavirus «non si diffonderà come un virus pandemico».
Ma le virostar come Matteo Bassetti, direttore di Malattie infettive del San Martino di Genova, non perdono l’occasione di commentare. «Su quella nave sono stati commessi degli errori clamorosi: colpa dei negazionisti del Covid». Per poi aggiungere: «Se quelle persone non scendevano dalla nave il problema era risolto».
Per fortuna c’è chi mantiene una posizione scientifica. «Si sta diffondendo un allarme ingiustificato per l’Hantavirus. In Italia esiste da sempre una patologia batterica, talvolta grave, anche se curabile con una precoce antibioticoterapia, che riconosce gli stessi serbatoi dell’Hantaviris e simili modalità di trasmissione. Si chiama Leptospirosi. Era, ora di meno, particolarmente diffusa in Pianura Padana, soprattutto nelle risaie. Conosciuta da decenni, nessuno si è mai sognato di diffondere allarmismo per la stessa», commenta sui social il professor Pietro Luigi Garavelli, che è stato per un quarto di secolo primario di malattie infettive all’ospedale di Novara.
«Lo schema è sempre quello, notizia che genera paura. Il rischio di replica con il Covid è soprattutto sul piano comunicativo, non su quello epidemiologico», osserva Roy De Vita, primario della Chirurgia plastica e ricostruttiva dell’Istituto nazionale dei tumori Regina Elena. Il medico e biochimico americano Robert W. Malone ha ironizzato su tanto allarmismo «Previsione: quest’anno tutti vorranno un test per l’Hantavirus quando contrarranno l’influenza o il comune raffreddore. Nei casi sub-clinici, la malattia appare come una breve sindrome simile all’influenza con febbre, stanchezza, dolori muscolari e mal di testa che si risolve da sola», ha postato su X. «Ma se un gran numero di persone verrà testato, quando i funzionari potranno dimostrare che più persone di quanto pensassero potrebbero aver avuto l’Hantavirus, a un certo punto potranno spingere per accelerare l’approvazione di un vaccino!»
«È in circolazione da molto tempo. La gente lo conosce molto bene. È molto difficile da diffondere. È molto più difficile da contrarre rispetto al Covid. Ci conviviamo da anni, molti anni. Siamo molto attenti», ha fatto sapere il presidente statunitense Donald Trump.
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Vladimir Putin (Ansa)
La Serbia si è offerta di ospitare i negoziati tra Ucraina e Russia, e girano già alcuni nomi di possibili negoziatori e mediatori per conto dell’Ue, come Antonio Costa, Angela Merkel e Mario Draghi. La prudenza in Europa è alta, ma è un fatto che sabato, alla parata militare di Mosca, Putin ha parlato per la prima volta della fine della guerra. Poi, certo, potrebbe finirla e basta, avendola iniziata lui, ma sono le troppe le questioni sul tappeto, troppi gli interessi in gioco, anche di terzi.
Durante i festeggiamenti per l’anniversario della vittoria sulla Germania nazista, il presidente russo ha affermato che la Russia «non ha mai rifiutato» di tenere negoziati con l’Unione europea, prendendo al volo una proposta del presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, di avviare un dialogo con Mosca. Soprattutto, ha sorpreso un po’ tutti affermando che «la guerra sta volgendo al termine». Poi, certo, come possibile mediatore ha tirato fuori un nome non proprio popolare dalle parti di Bruxelles, quando ha detto: «Come candidato al ruolo di negoziatore preferirei l’ex cancelliere tedesco Schröder. Altrimenti, che scelgano loro un leader di cui si fidano». Putin per primo sa che l’ex cancelliere, che ha avuto ruoli ben remunerati in colossi del gas e del petrolio russi come Gazprom e Rosfnet, non verrà mai preso in considerazione, specie da Berlino, ma lui stesso ha detto chiaramente che è pronto a valutare altri nomi.
Certo, non si poteva pretendere che a una parata militare di quel genere uno come Putin non definisse la guerra «giusta» e l’Ucraina «un Paese aggressivo», «supportato e armato dall’intera Nato», ma le parole sul conflitto agli sgoccioli sono inedite.
Le reazioni più preoccupate sono arrivate dalla Germania, al momento. Il ministro Pistorius parla di «diversivo» russo rispetto a «ingenti perdite militari» e afferma di temere che si tratti «di un nuovo inganno, visto che spesso Putin ha giocato con le carte truccate», anche se questa volta spera di sbagliarsi. Secco il ministro degli Esteri, Johann Wadephul: «È un inganno» e basta.
Il governo di Berlino è comunque in imbarazzo, boccia informalmente l’idea dell’ottantaduenne Schröder e fa sapere che eventuali negoziati tra Ue e Russia dovrebbero essere coordinati con tutti gli Stati membri e, naturalmente, con Kiev. Un portavoce del cancelliere Merz ha poi chiarito che «il governo tedesco continua a impegnarsi per le trattative. La Russia sa molto bene quali sono i possibili interlocutori in Europa e l’Europa è pronta».
Proprio pronta, forse, no. Anche perché i negoziati di pace ci sono e li stanno guidando gli Stati Uniti di Donald Trump. Per Bruxelles sarebbe l’occasione di rientrare in partita, dopo essersi svenata per salvare l’Ucraina ed essersi data la zappa sui piedi, economicamente, con le sanzioni contro Mosca. Kaja Kallas, alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la sicurezza, parte dalla considerazione che «Putin si trova in una posizione più debole che mai», con il suo esercito che «sta perdendo molte vite sul campo» e un «malcontento crescente nella sua società». Quindi non chiude la porta, ma alza la posta: «Ho capito le trappole che la Russia sta tendendo (…), e non siamo pronti a negoziare in questo momento, non si tratta di negoziare in buona fede». La prova di questa «cattiva fede»? Per Kallas sarebbero le «rivendicazioni massime» di Mosca, ovvero ottenere tutto il Donbass ed escludere per sempre l’Ucraina dalla Nato.
Toni non certo da falco, invece, da parte di Antonio Costa. Il presidente del Consiglio europeo, dopo le aperture di Putin, ha ripetuto che l’obiettivo dell’Ue rimane «una pace giusta e duratura», aggiungendo però che è necessario «non disturbare l’iniziativa del presidente Trump». Al momento opportuno, continua Costa, «sarà necessario aprire un canale diretto con Mosca sulle questioni di sicurezza comuni». Non è un caso che il nome del socialista portoghese sia uno di quelli ricorrenti per una mediazione tra Putin e Zelensky, insieme a quelli di Angela Merkel e Mario Draghi. Antonio Tajani, ministro degli Esteri italiano, ha comunque fatto notare che «il negoziatore lo sceglie l’Europa». Nonostante i suggerimenti di Putin. Eventuali negoziati si svolgerebbero in un Paese terzo e ieri si è offerta la Serbia, che non a caso è storicamente il Paese più filorusso d’Europa.
Sul fronte americano, a oggi l’unico vero canale di dialogo operativo tra Mosca e Kiev, arriva la notizia che presto Steve Witcoff e Jared Kushner, i due negoziatori Usa, saranno a Mosca per allungare la tregua con l’Ucraina. Lo ha annunciato il consigliere presidenziale russo Yuri Ushakov all’agenzia Tass, garantendo che il dialogo andrà avanti. Mentre da parte di Zelensky arriva la conferma che anche l’Ucraina ha preparato, come la Russia, la sua lista di 1.000 persone destinate a uno scambio di prigionieri.
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Donald Trump e Xi Jinping (Ansa)
Donald Trump arriverà a Pechino domani sera e ripartirà venerdì, con una agenda fitta di incontri bilaterali, una cena di Stato, una visita al Tempio del Cielo e un faccia a faccia finale con Xi Jinping davanti a una tazza di tè. Sul tavolo, in teoria, gli argomenti di discussione tra i due sono tanti. Senza un ordine particolare, ci sono la guerra in Iran, i dazi, le restrizioni cinesi sui materiali critici, Taiwan, il deficit commerciale americano, le esportazioni cinesi, gli acquisti di petrolio iraniano da parte di Pechino, i semiconduttori, gli investimenti cinesi negli Stati Uniti, la pressione americana sull’industria tecnologica cinese, il caso Jimmy Lai (l’editore attivista condannato a 20 anni di carcere) e in generale il ruolo globale delle due potenze. Ci sarebbe, in teoria, persino un clamoroso caso di spionaggio cinese a Washington, di cui ha parlato il New York Times ieri.
Ma il punto politico è che entrambi i leader arrivano all’incontro piuttosto indeboliti, o per meglio dire gravati da molti pesi sulle spalle. Sia Trump che Xi Jinping, anche sulla base di buoni rapporti personali, hanno bisogno di stabilizzare il rapporto bilaterale e nessuno dei due sembra avere oggi la forza per imporre una svolta. Trump arriva in Cina mentre la guerra con l’Iran pesa sulla sua presidenza. Negli Usa gli effetti economici del conflitto iniziano a farsi sentire nei supermercati, mentre il blocco dello Stretto di Hormuz continua a mettere pressione sui mercati (energetici e non).
Alla Casa Bianca sarebbe utile una mano della Cina per spingere Teheran verso una soluzione negoziale, anche perché Pechino mantiene rapporti stretti con la Repubblica islamica e continua ad acquistare petrolio iraniano nonostante le sanzioni americane.
Xi Jinping vede con preoccupazione l’instabilità nello Stretto di Hormuz e allo stesso tempo non vuole restare intrappolato nel conflitto. Per Pechino il vero obiettivo è impedire che la guerra degeneri, perché un caos prolungato nel Golfo danneggerebbe l’economia cinese e ridurrebbe la domanda mondiale.
Trump e Xi arrivano al confronto dopo mesi di escalation e tregue parziali sul fronte commerciale. I dazi americani e le restrizioni cinesi sulle terre rare hanno mostrato quanto il rapporto economico tra le due superpotenze sia ormai fondato più sulla coercizione reciproca che sulla cooperazione. La Cina continua però ad accumulare surplus giganteschi. Ad aprile 2026 l’export cinese è cresciuto del 14% e il surplus commerciale mensile è salito a 84,8 miliardi di dollari. Nell’intero 2025 il surplus ha superato i mille miliardi, un numero che alimenta la pressione politica americana.
Anche per questo l’industria dell’auto made in Usa sta spingendo Trump a non concedere alcuna apertura significativa alle aziende cinesi sul mercato statunitense. Pechino invece vuole evitare nuove restrizioni americane sui semiconduttori avanzati e sull’Intelligenza artificiale, settori nei quali Xi Jinping ha investito centinaia di miliardi di dollari negli ultimi anni.
Xi si presenta al vertice come leader di una potenza tecnologica e militare sempre più forte, ma dietro l’immagine di forza l’economia cinese continua a mostrare problemi profondi. La crisi immobiliare ha distrutto ricchezza, la fiducia dei consumatori resta debole, il mercato del lavoro è in difficoltà e molte città industriali soffrono un rallentamento pesante. Nel frattempo, la Cina sta modificando profondamente la gestione dei propri capitali. Pechino ha ridotto il peso dei Treasury americani nelle proprie riserve e sta spostando parte crescente del surplus commerciale verso oro, materie prime e investimenti esteri in dollari. Nel primo trimestre del 2026 le aziende cinesi hanno annunciato 128 grandi operazioni di investimento diretto all’estero per oltre 26 miliardi di dollari, tra progetti energetici e acquisizioni minerarie.
Questo tema potrebbe entrare indirettamente nei colloqui di Pechino. Lo scarico progressivo di titoli di Stato americani contribuisce infatti a mantenere pressione sui tassi statunitensi in una fase delicata per l’economia americana e per la Federal Reserve. Il presidente americano potrebbe quindi cercare negozialmente una forma di tregua finanziaria.
Dunque, il vertice che inizia domani sera sembra destinato soprattutto a certificare un equilibrio instabile. Trump non ha (ancora) la forza politica per imporre il proprio quadro di rapporti con la Cina, mentre è impantanato nella guerra iraniana e alle prese con un consenso in calo in vista delle elezioni di novembre. Xi non ha convenienza ad aggravare ulteriormente le tensioni commerciali mentre l’economia cinese e il suo modello basato sul risparmio mostrano squilibri sempre più evidenti.
Per questo da Pechino potrebbe uscire soprattutto una fotografia del momento attuale, più che il film di un possibile futuro. Si va verso una sorta di pareggio tra due potenze rivali, diffidenti, entrambe convinte di potere prevalere nel lungo periodo, ma troppo esposte, oggi, per potersi permettere di alzare la posta.
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