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2025-04-07
Boom di studenti disabili. Ma nelle diagnosi c’è qualcosa che non torna
Che ci sia qualcosa che non va nella nostra scuola non sono soltanto i genitori e alcuni insegnanti ad ammetterlo. A certificarlo c’è l’Istat che ha diffuso, nei giorni scorsi, i dati relativi all’inclusione scolastica degli alunni con disabilità. Si tratta di una fotografica complessiva dello stato di salute della scuola italiana scattata all’ultimo anno scolastico completato, il 2023-2024. I dati salienti sono da bollino rosso.
Secondo l’Istituto di statistica, sono in aumento gli alunni con disabilità che frequentano le scuole italiane di ogni ordine e grado: quasi 359.000 a giugno 2024, il 4,5% del totale degli iscritti (+6% rispetto al precedente anno scolastico), 75.000 in più negli ultimi cinque anni (+26%). Cresce la quota di docenti per il sostegno con una formazione specifica: dal 63% al 73% in quattro anni, ma sono ancora molti gli insegnanti non specializzati (27%, nel Nord 38%) e l’11% viene assegnato in ritardo. Elevata la discontinuità nella didattica: più di un alunno su due (il 57%) ha cambiato insegnante per il sostegno da un anno all’altro, l’8,4% nel corso dello stesso anno scolastico. Gli alunni con disabilità sono prevalentemente maschi, 228 ogni 100 femmine. Il problema più diffuso è la disabilità intellettiva, che riguarda il 40% degli studenti con disabilità, quota che cresce nelle scuole secondarie di primo e secondo grado, attestandosi rispettivamente al 46% e al 52%; seguono i disturbi dello sviluppo psicologico (35%), questi ultimi più frequenti nella scuola primaria (39%) e nella scuola dell’infanzia (63%). I disturbi dell’apprendimento e dell’attenzione riguardano quasi un quinto degli alunni con disabilità. Più di un quarto degli studenti (28%) ha un problema di autonomia, legato alla difficoltà nello spostarsi all’interno dell’edificio, nel mangiare, nell’andare in bagno o nel comunicare. Quasi tutti gli alunni presentano una certificazione di disabilità o di invalidità (98%) che permette l’attivazione del sostegno scolastico.
Fin qui la fotografia. Che va messa in relazione con un altro dato, quello dell’inverno demografico che svuota progressivamente e inesorabilmente le culle italiane (diamo conto degli ultimi dati qui accanto). Ma allora perché, se si fanno sempre meno figli, continua ad aumentare il numero di alunni affetti da una disabilità? I due fenomeni insieme non possono conciliarsi. In linea teorica, a una diminuzione delle nascite dovrebbe corrispondere analoga diminuzione dei casi di disabilità. Ma non è così. E dietro questo fenomeno complesso e che sta assumendo dimensioni considerevoli c’è (anche e soprattutto) l’eccessiva medicalizzazione dei bambini e dei ragazzi.
Nel corso degli ultimi decenni sono «nate» neo malattie come lo spettro autistico, il disturbo da deficit di attenzione e iperattività, il disturbo oppositivo provocatorio e via discorrendo. Una sorta di Grande malattia, per alcuni esperti, che si aggira per le classi e che non stimola discussioni o ricerche: si guarda, con rassegnazione, ai numeri allarmanti dell’Istat e non ci si interroga su che cosa stia avvenendo. Oppure, al contrario, c’è chi pensa che l’aumento di queste certificazioni delle malattie siano una «conquista della medicina» che sa finalmente dare un nome clinico esatto a ogni guaio comportamentale di bimbi e ragazzi.
Un esempio di questo modo di intendere la malattia sono i disturbi specifici dell’apprendimento (Dsa), un tipo di difetti che sono presto stati trasformati in una malattia da affidare ai clinici. L’esplosione di «diagnosi» di questo tipo è figlia diretta di un cambiamento della medicina avvenuto negli anni Novanta, che ha portato sostanzialmente all’invenzione di questo nuovo quadro di malattie. Questa visione in cui la persona-bambino o ragazzo si fa sintomo e causa un ricorso forse smodato alla «medicalizzazione» degli alunni è stata spiegata dallo psicologo inglese Frank Furedi: «Negli ultimi anni sempre più bambini in età scolare vengono classificati come disabili all’apprendimento. Ma patologizzare un basso rendimento ha spesso l’effetto negativo di indurre i genitori e gli insegnanti ad abbassare le aspettative con il risultato di compromettere ulteriormente la motivazione del bambino. La malattia, se viene usata come chiave per l’interpretazione dell’esistenza, non solo indica come ci si deve sentire e vivere i problemi, ma costituisce anche un invito all’infermità». Insomma, nelle classi starebbe avvenendo già da anni quello che si è visto con il Covid o che sta avvenendo con l’eutanasia: è la scienza (o in nome della) che ci dice come bisogna comportarsi, quanti dosi di vaccino vanno fatte, quando è ora di togliere il disturbo perché si è diventati un peso.
Quindi a scuola la disabilità è un parto della fantasia dei clinici? Certo che no, ma i numeri paiono esagerati: la scuola fatica a tenere tutti allo stesso passo, le famiglie si disgregano e danno meno importanza all’aspetto educativo dell’unione tra una mamma e un padre, ed ecco che, per aiutare i piccoli in difficoltà o con una «marcia diversa» rispetto ai compagni, si ricorre al medico, al professionista, alla persona esterna che «può risolvere il problema, la malattia» del figlio. Ovviamente, lautamente pagato perché a fronte di un’esplosione di casi clinici, corrisponde un altrettanto evidente boom di professionisti del settore che l’inclusività se la fanno pagare.
Come governare, allora, questa ondata di problematiche che finiscono sotto il cappello di «disabilità scolastica»? Innanzitutto, il fronte più avanzato è quello degli insegnanti. Quelli di sostegno sono 246.000 nelle scuole italiane: oltre 235.000 negli istituti statali e circa 11.000 in quelli non statali, con un incremento complessivo rispetto all’anno precedente dell’8,2%. Più di 66.000 insegnanti per il sostegno (il 27%), però, sono stati selezionati dalle liste curricolari, sono cioè docenti che non hanno una formazione specifica per supportare l’alunno con disabilità e che vengono utilizzati per far fronte alla carenza di figure specializzate. Con tutti i suoi limiti, la scuola italiana «tiene botta» per affrontare l’ondata di disabilità scolastica: un aumento degli insegnanti di sostegno che ormai è una voce sempre più corposa all’interno del bilancio italiano. Settimana scorsa si è insediato l’Osservatorio permanente per l’inclusione scolastica, ricostituito con decreto ministeriale 185 del 10 settembre 2024, presieduto dal ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara. Proprio in questa occasione, Valditara ha illustrato i provvedimenti di recente adozione, o in corso di adozione, in materia di disabilità, soffermandosi su quelli riguardanti l’incremento dell’organico per i posti di sostegno e la continuità didattica per gli alunni con disabilità, nonché il potenziamento dei percorsi di specializzazione per i docenti di sostegno. Neanche una parola, però, sul perché si stia rendendo necessario questo continuo aumento di risorse e persone per affrontare il boom della disabilità in classe.
«Certificare come malati bimbi sani abbassa le aspettative su di loro»
Nella scuola ha fatto di tutto: maestro, direttore didattico, ispettore scolastico e poi, per diversi anni, è stato responsabile dell’Osservatorio ministeriale sull’handicap. Veneto, classe 1952, a Raffaele Iosa abbiamo chiesto di aiutarci a leggere i dati sulla disabilità in classe diffusi dall’Istat.
Professor Iosa, cosa significano questi numeri?
«Per comprenderli, bisogna allargare lo sguardo: prendiamo l’ultimo quarto di secolo. Tra l’anno scolastico 1998-1999 e il 2023-2024 abbiamo un milione di alunni in meno nelle classi, da 8 milioni sono passati a 7. Avremmo dovuto avere in proporzione anche un calo dei bambini con disabilità. Invece, negli stessi 25 anni, il numero di alunni con una certificazione è quadruplicato. Un dato sconcertante. L’autismo, per esempio, è esploso: da un caso ogni mille alunni a uno ogni 77: è incredibile. Può essere legato all’età dei genitori, sempre più altra? Oppure a questioni biologiche? Non lo sappiamo, non c’è una ricerca seria dal punto di vista diagnostico. Un altro dato in aumento è quello dei bambini oppositivi-provocatori, ovvero quelli aggressivi fin dalla scuola dell’infanzia. Anche in questo caso c’è zero letteratura. Penso che una parte di questi bimbi aggressivi abbia problemi a causa di una situazione famigliare critica. Lo sfaldamento della famiglia fa soffrire i bambini. Ma il tipo di terapie che vengono offerte oggi sono quasi sempre di tipo clinico, non educativo».
Quindi, che succede?
«Sta prendendo piede quella che chiamo medicalizzazione dei bambini. Abbiamo creato il mito del certificato come panacea di tutti i mali. Dal punto di vista pedagogico ed educativo, posso affermare che troppe certificazioni abbassano le attese, le aspettative nei confronti di questi bambini. Sia da parte degli insegnanti, sia da parte dei genitori. La certificazione diventa veicolo alla malattia. Ho visto molte insegnanti, quasi rassegnate, far fare a questi bambini quello che ritenevano possibile e non pretendere di più da loro. È un grandissimo errore, si perdono potenzialità perché domina il concetto che i cosiddetti “comportamenti problema” hanno una natura clinica quando, invece, sono di natura relazionale o educativa».
Perché si ricorre alla medicalizzazione?
«Negli ultimi 40 anni c’è stata l’esplosione della medicina come mito salvifico e questo non riguarda solo i bambini. E attorno è sorto un mercato che fornisce risposte alla sempre crescente domanda di aiuto. Gran parte dei sintomi che i medici trovano si ricavano da dei test e un dibattito scientifico su questi test non è mai stato fatto sul serio. Non dico che i medici dicano bugie ma tutto dipende da come interpretano un sintomo. Per molti genitori, ricorrere a un medico rappresenta una sorta di rassicurazione, la diagnosi viene percepita come salvifica per il figlio. La ricerca della perfezione della salute attraverso la medicina è un’idea dominante».
Che danni possono subire i bambini?
«Questa idea che i piccoli non debbano mai soffrire, porta noi adulti a essere, nei loro confronti, esageratamente protettivi e questo non li aiuta a crescere».
Perché non si parla di quanto sta avvenendo?
«Il mondo della medicina è talmente forte che dovrebbe essere protagonista di un dibattito su questi numeri, dovrebbe scaturire da quell’ambiente una ricerca. Libri e saggi di critica a questa corsa alla certificazione sono molto rari. Dobbiamo smetterla di curare bimbi sani. La mia è una lettura da pedagogista, non da clinico, e quanto vedo mi rattrista molto perché, ripeto, per me molte certificazioni non aiutano i bambini a migliorare: magari hanno doti migliori di quanto può emergere da un test ma non le andiamo a scovare. Molte delle terapie che si stanno inventando oggi sono comportamentistiche. Il mito del bambino perfetto è legato alle tempistiche: se nasce quando i genitori hanno 40 anni, deve essere perfetto per forza nella loro mente».
Diceva che attorno a queste malattie, è sorto un vero e proprio mercato.
«Sì, è proprio così. Non si può dire che la medicina non abbia compiuto passi in avanti, anzi. Ma nel caso della “cura” dei bambini con disabilità non possiamo non notare come in giro ci siano un sacco di santoni. Sull’autismo, per esempio, ci sono dottori che offrono diete o strane terapie».
Come si esce da questa situazione?
«Sinceramente, non lo so. È già tanto che ho il coraggio di parlarne: preferisco che qualcuno mi risponda e mi critichi piuttosto che subire questo silenzio di tomba e questa rassegnazione che accompagna il mito della medicina salvifica. L’idea che ogni bambino è un po’ malato è, purtroppo, molto presente e i genitori, avendo pochi figli e volendoli, per questo, perfetti, sono molto deboli verso un medico che fa balenare il sospetto che ci sia qualcosa che non funzioni».
Inverno demografico: Nel distretto dei prodotti per bebè si continua a tagliare
Se il fenomeno che lega inverno demografico e «boom» di bambini disabili nelle scuole appare come un controsenso che meriterebbe di essere indagato a fondo, quello che unisce culle vuote e desertificazione industriale del settore della prima infanzia è consequenziale.
I numeri forniti sempre dall’Istat nei giorni scorsi ci dicono che la popolazione residente in Italia al 31 dicembre 2024 si attesta a 58,934 milioni, con un calo di 37.000 unità rispetto al 2023, un trend che si protrae dal 2014. Sono state appena 370.000 le nascite nel 2024, con un calo del 2,6% rispetto all’anno precedente e 1,18 figli per donna (erano 1,20 nel 2023), tasso che supera il precedente minimo storico del 1995. Sul numero complessivo delle nascite incide la questione strutturale: ci sono 11,4 milioni di donne in età riproduttiva (vale a dire sino ai 49 anni) a fronte dei 14,3 milioni di trent’anni fa. Ma a incidere sul tasso di fecondità sono anche altri due fattori: l’aumento dei single e la crescita dell’età media delle partorienti. Il primo figlio arriva in media a 32,6 anni, con un’oscillazione geografica che va dai 32,3 anni del Mezzogiorno (dove il tasso di natalità è il più alto, 1,24 figli per donna) ai 33 del Centro. Per non parlare delle famiglie, che si sono «ristrette» ovunque: per l’Istituto di statistica oggi sono composte in media da 2,2 componenti.
Sono dati allarmanti che se da un lato mostrano la crisi del Paese, sempre più contraddistinto dall’invecchiamento della popolazione residente che non viene «sostituita» dai nuovi anni, dall’altro ha delle ricadute economiche gravissime. Proprio La Verità, nei mesi scorsi, aveva affrontato questo problema: la crisi della natalità e la pressione della concorrenza internazionale (soprattutto cinese) stanno mettendo in ginocchio l’intero comparto della prima infanzia. Recentemente uno dei marchi storici italiani del settore, Cam, ha annunciato di procedere con il taglio di 50 dipendenti su un totale di 139, praticamente più di un terzo della forza lavoro composta prevalentemente da donne. La scure del ridimensionamento si sta abbattendo nei due poli industriali di Grumello del Monte e Telgate, nella Bergamasca, dove c’è (c’era) un vero e proprio distretto dei prodotti per i bebè. Domanda in calo e mercato invaso da marchi low cost asiatici hanno fatto il crollare il fatturato dai 60 milioni del 2008 ai 19 dichiarati nel 2024. Finiti tutti gli ammortizzatori sociali, spremuti fino all’ultimo per cercare di tamponare la situazione, alla proprietà non è restato altro da fare che licenziare. Non è un caso isolato. Anche altre realtà storiche del settore sono in difficoltà, come la Peg Perego: anche qui tagli al personale e delocalizzazione sono la «ricetta» per affrontare le culle sempre più vuote.
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Gli alunni totali calano, eppure quelli bisognosi di sostegno speciale sono cresciuti del 26% in 5 anni. La «medicalizzazione» di ogni comportamento parte dagli anni Novanta.L’esperto Raffaele Iosa: «Gli insegnanti si rassegnano a non pretendere troppo: è un errore, così si perdono potenzialità Sui test medici non esiste dibattito scientifico. Le terapie offerte sono sempre di tipo clinico e non educativo».Inverno demografico: Nel distretto dei prodotti per bebè si continua a tagliare.Lo speciale contiene tre articoli.Che ci sia qualcosa che non va nella nostra scuola non sono soltanto i genitori e alcuni insegnanti ad ammetterlo. A certificarlo c’è l’Istat che ha diffuso, nei giorni scorsi, i dati relativi all’inclusione scolastica degli alunni con disabilità. Si tratta di una fotografica complessiva dello stato di salute della scuola italiana scattata all’ultimo anno scolastico completato, il 2023-2024. I dati salienti sono da bollino rosso.Secondo l’Istituto di statistica, sono in aumento gli alunni con disabilità che frequentano le scuole italiane di ogni ordine e grado: quasi 359.000 a giugno 2024, il 4,5% del totale degli iscritti (+6% rispetto al precedente anno scolastico), 75.000 in più negli ultimi cinque anni (+26%). Cresce la quota di docenti per il sostegno con una formazione specifica: dal 63% al 73% in quattro anni, ma sono ancora molti gli insegnanti non specializzati (27%, nel Nord 38%) e l’11% viene assegnato in ritardo. Elevata la discontinuità nella didattica: più di un alunno su due (il 57%) ha cambiato insegnante per il sostegno da un anno all’altro, l’8,4% nel corso dello stesso anno scolastico. Gli alunni con disabilità sono prevalentemente maschi, 228 ogni 100 femmine. Il problema più diffuso è la disabilità intellettiva, che riguarda il 40% degli studenti con disabilità, quota che cresce nelle scuole secondarie di primo e secondo grado, attestandosi rispettivamente al 46% e al 52%; seguono i disturbi dello sviluppo psicologico (35%), questi ultimi più frequenti nella scuola primaria (39%) e nella scuola dell’infanzia (63%). I disturbi dell’apprendimento e dell’attenzione riguardano quasi un quinto degli alunni con disabilità. Più di un quarto degli studenti (28%) ha un problema di autonomia, legato alla difficoltà nello spostarsi all’interno dell’edificio, nel mangiare, nell’andare in bagno o nel comunicare. Quasi tutti gli alunni presentano una certificazione di disabilità o di invalidità (98%) che permette l’attivazione del sostegno scolastico.Fin qui la fotografia. Che va messa in relazione con un altro dato, quello dell’inverno demografico che svuota progressivamente e inesorabilmente le culle italiane (diamo conto degli ultimi dati qui accanto). Ma allora perché, se si fanno sempre meno figli, continua ad aumentare il numero di alunni affetti da una disabilità? I due fenomeni insieme non possono conciliarsi. In linea teorica, a una diminuzione delle nascite dovrebbe corrispondere analoga diminuzione dei casi di disabilità. Ma non è così. E dietro questo fenomeno complesso e che sta assumendo dimensioni considerevoli c’è (anche e soprattutto) l’eccessiva medicalizzazione dei bambini e dei ragazzi.Nel corso degli ultimi decenni sono «nate» neo malattie come lo spettro autistico, il disturbo da deficit di attenzione e iperattività, il disturbo oppositivo provocatorio e via discorrendo. Una sorta di Grande malattia, per alcuni esperti, che si aggira per le classi e che non stimola discussioni o ricerche: si guarda, con rassegnazione, ai numeri allarmanti dell’Istat e non ci si interroga su che cosa stia avvenendo. Oppure, al contrario, c’è chi pensa che l’aumento di queste certificazioni delle malattie siano una «conquista della medicina» che sa finalmente dare un nome clinico esatto a ogni guaio comportamentale di bimbi e ragazzi.Un esempio di questo modo di intendere la malattia sono i disturbi specifici dell’apprendimento (Dsa), un tipo di difetti che sono presto stati trasformati in una malattia da affidare ai clinici. L’esplosione di «diagnosi» di questo tipo è figlia diretta di un cambiamento della medicina avvenuto negli anni Novanta, che ha portato sostanzialmente all’invenzione di questo nuovo quadro di malattie. Questa visione in cui la persona-bambino o ragazzo si fa sintomo e causa un ricorso forse smodato alla «medicalizzazione» degli alunni è stata spiegata dallo psicologo inglese Frank Furedi: «Negli ultimi anni sempre più bambini in età scolare vengono classificati come disabili all’apprendimento. Ma patologizzare un basso rendimento ha spesso l’effetto negativo di indurre i genitori e gli insegnanti ad abbassare le aspettative con il risultato di compromettere ulteriormente la motivazione del bambino. La malattia, se viene usata come chiave per l’interpretazione dell’esistenza, non solo indica come ci si deve sentire e vivere i problemi, ma costituisce anche un invito all’infermità». Insomma, nelle classi starebbe avvenendo già da anni quello che si è visto con il Covid o che sta avvenendo con l’eutanasia: è la scienza (o in nome della) che ci dice come bisogna comportarsi, quanti dosi di vaccino vanno fatte, quando è ora di togliere il disturbo perché si è diventati un peso.Quindi a scuola la disabilità è un parto della fantasia dei clinici? Certo che no, ma i numeri paiono esagerati: la scuola fatica a tenere tutti allo stesso passo, le famiglie si disgregano e danno meno importanza all’aspetto educativo dell’unione tra una mamma e un padre, ed ecco che, per aiutare i piccoli in difficoltà o con una «marcia diversa» rispetto ai compagni, si ricorre al medico, al professionista, alla persona esterna che «può risolvere il problema, la malattia» del figlio. Ovviamente, lautamente pagato perché a fronte di un’esplosione di casi clinici, corrisponde un altrettanto evidente boom di professionisti del settore che l’inclusività se la fanno pagare.Come governare, allora, questa ondata di problematiche che finiscono sotto il cappello di «disabilità scolastica»? Innanzitutto, il fronte più avanzato è quello degli insegnanti. Quelli di sostegno sono 246.000 nelle scuole italiane: oltre 235.000 negli istituti statali e circa 11.000 in quelli non statali, con un incremento complessivo rispetto all’anno precedente dell’8,2%. Più di 66.000 insegnanti per il sostegno (il 27%), però, sono stati selezionati dalle liste curricolari, sono cioè docenti che non hanno una formazione specifica per supportare l’alunno con disabilità e che vengono utilizzati per far fronte alla carenza di figure specializzate. Con tutti i suoi limiti, la scuola italiana «tiene botta» per affrontare l’ondata di disabilità scolastica: un aumento degli insegnanti di sostegno che ormai è una voce sempre più corposa all’interno del bilancio italiano. Settimana scorsa si è insediato l’Osservatorio permanente per l’inclusione scolastica, ricostituito con decreto ministeriale 185 del 10 settembre 2024, presieduto dal ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara. Proprio in questa occasione, Valditara ha illustrato i provvedimenti di recente adozione, o in corso di adozione, in materia di disabilità, soffermandosi su quelli riguardanti l’incremento dell’organico per i posti di sostegno e la continuità didattica per gli alunni con disabilità, nonché il potenziamento dei percorsi di specializzazione per i docenti di sostegno. Neanche una parola, però, sul perché si stia rendendo necessario questo continuo aumento di risorse e persone per affrontare il boom della disabilità in classe.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scuola-disablita-diagnosi-2671683697.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="certificare-come-malati-bimbi-sani-abbassa-le-aspettative-su-di-loro" data-post-id="2671683697" data-published-at="1744008788" data-use-pagination="False"> «Certificare come malati bimbi sani abbassa le aspettative su di loro» Nella scuola ha fatto di tutto: maestro, direttore didattico, ispettore scolastico e poi, per diversi anni, è stato responsabile dell’Osservatorio ministeriale sull’handicap. Veneto, classe 1952, a Raffaele Iosa abbiamo chiesto di aiutarci a leggere i dati sulla disabilità in classe diffusi dall’Istat. Professor Iosa, cosa significano questi numeri? «Per comprenderli, bisogna allargare lo sguardo: prendiamo l’ultimo quarto di secolo. Tra l’anno scolastico 1998-1999 e il 2023-2024 abbiamo un milione di alunni in meno nelle classi, da 8 milioni sono passati a 7. Avremmo dovuto avere in proporzione anche un calo dei bambini con disabilità. Invece, negli stessi 25 anni, il numero di alunni con una certificazione è quadruplicato. Un dato sconcertante. L’autismo, per esempio, è esploso: da un caso ogni mille alunni a uno ogni 77: è incredibile. Può essere legato all’età dei genitori, sempre più altra? Oppure a questioni biologiche? Non lo sappiamo, non c’è una ricerca seria dal punto di vista diagnostico. Un altro dato in aumento è quello dei bambini oppositivi-provocatori, ovvero quelli aggressivi fin dalla scuola dell’infanzia. Anche in questo caso c’è zero letteratura. Penso che una parte di questi bimbi aggressivi abbia problemi a causa di una situazione famigliare critica. Lo sfaldamento della famiglia fa soffrire i bambini. Ma il tipo di terapie che vengono offerte oggi sono quasi sempre di tipo clinico, non educativo». Quindi, che succede? «Sta prendendo piede quella che chiamo medicalizzazione dei bambini. Abbiamo creato il mito del certificato come panacea di tutti i mali. Dal punto di vista pedagogico ed educativo, posso affermare che troppe certificazioni abbassano le attese, le aspettative nei confronti di questi bambini. Sia da parte degli insegnanti, sia da parte dei genitori. La certificazione diventa veicolo alla malattia. Ho visto molte insegnanti, quasi rassegnate, far fare a questi bambini quello che ritenevano possibile e non pretendere di più da loro. È un grandissimo errore, si perdono potenzialità perché domina il concetto che i cosiddetti “comportamenti problema” hanno una natura clinica quando, invece, sono di natura relazionale o educativa». Perché si ricorre alla medicalizzazione? «Negli ultimi 40 anni c’è stata l’esplosione della medicina come mito salvifico e questo non riguarda solo i bambini. E attorno è sorto un mercato che fornisce risposte alla sempre crescente domanda di aiuto. Gran parte dei sintomi che i medici trovano si ricavano da dei test e un dibattito scientifico su questi test non è mai stato fatto sul serio. Non dico che i medici dicano bugie ma tutto dipende da come interpretano un sintomo. Per molti genitori, ricorrere a un medico rappresenta una sorta di rassicurazione, la diagnosi viene percepita come salvifica per il figlio. La ricerca della perfezione della salute attraverso la medicina è un’idea dominante». Che danni possono subire i bambini? «Questa idea che i piccoli non debbano mai soffrire, porta noi adulti a essere, nei loro confronti, esageratamente protettivi e questo non li aiuta a crescere». Perché non si parla di quanto sta avvenendo? «Il mondo della medicina è talmente forte che dovrebbe essere protagonista di un dibattito su questi numeri, dovrebbe scaturire da quell’ambiente una ricerca. Libri e saggi di critica a questa corsa alla certificazione sono molto rari. Dobbiamo smetterla di curare bimbi sani. La mia è una lettura da pedagogista, non da clinico, e quanto vedo mi rattrista molto perché, ripeto, per me molte certificazioni non aiutano i bambini a migliorare: magari hanno doti migliori di quanto può emergere da un test ma non le andiamo a scovare. Molte delle terapie che si stanno inventando oggi sono comportamentistiche. Il mito del bambino perfetto è legato alle tempistiche: se nasce quando i genitori hanno 40 anni, deve essere perfetto per forza nella loro mente». Diceva che attorno a queste malattie, è sorto un vero e proprio mercato. «Sì, è proprio così. Non si può dire che la medicina non abbia compiuto passi in avanti, anzi. Ma nel caso della “cura” dei bambini con disabilità non possiamo non notare come in giro ci siano un sacco di santoni. Sull’autismo, per esempio, ci sono dottori che offrono diete o strane terapie». Come si esce da questa situazione? «Sinceramente, non lo so. È già tanto che ho il coraggio di parlarne: preferisco che qualcuno mi risponda e mi critichi piuttosto che subire questo silenzio di tomba e questa rassegnazione che accompagna il mito della medicina salvifica. L’idea che ogni bambino è un po’ malato è, purtroppo, molto presente e i genitori, avendo pochi figli e volendoli, per questo, perfetti, sono molto deboli verso un medico che fa balenare il sospetto che ci sia qualcosa che non funzioni». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scuola-disablita-diagnosi-2671683697.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="inverno-demografico-nel-distretto-dei-prodotti-per-bebe-si-continua-a-tagliare" data-post-id="2671683697" data-published-at="1744008788" data-use-pagination="False"> Inverno demografico: Nel distretto dei prodotti per bebè si continua a tagliare Se il fenomeno che lega inverno demografico e «boom» di bambini disabili nelle scuole appare come un controsenso che meriterebbe di essere indagato a fondo, quello che unisce culle vuote e desertificazione industriale del settore della prima infanzia è consequenziale. I numeri forniti sempre dall’Istat nei giorni scorsi ci dicono che la popolazione residente in Italia al 31 dicembre 2024 si attesta a 58,934 milioni, con un calo di 37.000 unità rispetto al 2023, un trend che si protrae dal 2014. Sono state appena 370.000 le nascite nel 2024, con un calo del 2,6% rispetto all’anno precedente e 1,18 figli per donna (erano 1,20 nel 2023), tasso che supera il precedente minimo storico del 1995. Sul numero complessivo delle nascite incide la questione strutturale: ci sono 11,4 milioni di donne in età riproduttiva (vale a dire sino ai 49 anni) a fronte dei 14,3 milioni di trent’anni fa. Ma a incidere sul tasso di fecondità sono anche altri due fattori: l’aumento dei single e la crescita dell’età media delle partorienti. Il primo figlio arriva in media a 32,6 anni, con un’oscillazione geografica che va dai 32,3 anni del Mezzogiorno (dove il tasso di natalità è il più alto, 1,24 figli per donna) ai 33 del Centro. Per non parlare delle famiglie, che si sono «ristrette» ovunque: per l’Istituto di statistica oggi sono composte in media da 2,2 componenti. Sono dati allarmanti che se da un lato mostrano la crisi del Paese, sempre più contraddistinto dall’invecchiamento della popolazione residente che non viene «sostituita» dai nuovi anni, dall’altro ha delle ricadute economiche gravissime. Proprio La Verità, nei mesi scorsi, aveva affrontato questo problema: la crisi della natalità e la pressione della concorrenza internazionale (soprattutto cinese) stanno mettendo in ginocchio l’intero comparto della prima infanzia. Recentemente uno dei marchi storici italiani del settore, Cam, ha annunciato di procedere con il taglio di 50 dipendenti su un totale di 139, praticamente più di un terzo della forza lavoro composta prevalentemente da donne. La scure del ridimensionamento si sta abbattendo nei due poli industriali di Grumello del Monte e Telgate, nella Bergamasca, dove c’è (c’era) un vero e proprio distretto dei prodotti per i bebè. Domanda in calo e mercato invaso da marchi low cost asiatici hanno fatto il crollare il fatturato dai 60 milioni del 2008 ai 19 dichiarati nel 2024. Finiti tutti gli ammortizzatori sociali, spremuti fino all’ultimo per cercare di tamponare la situazione, alla proprietà non è restato altro da fare che licenziare. Non è un caso isolato. Anche altre realtà storiche del settore sono in difficoltà, come la Peg Perego: anche qui tagli al personale e delocalizzazione sono la «ricetta» per affrontare le culle sempre più vuote.
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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