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2025-09-09
Provano a riesumare il gender a scuola. Gli alunni rispondono: non ci interessa
(IStock)
Sotto la dicitura di educazione sessuale, vorrebbero portare il gender nelle scuole, facendo rientrare dalla finestra il ddl Zan cacciato dalla porta. Ma ai ragazzi, rapporti affettivi sani e buon sesso interessano di più delle menate sull’identità di genere. È quello che emerge da un’indagine di Webboh lab per ActionAid, finanziata dall’8x1000 ai buddisti.
A un campione di 14.700 adolescenti tra 14 e 19 anni, divisi tra un 51% di maschi, un 43% di femmine e un 6% di «fluidi», è stato chiesto di cosa vorrebbero parlare se in classe ci fosse l’ora di educazione sessuale. Il 32,2% ha risposto che si occuperebbe di «consenso e piacere»; il 25,3% desidera «una guida su come costruire relazioni positive»; solo il 16,5% (tenendo conto del suddetto 6% di «fluidi»…) dichiara che seguirebbe «un percorso su orientamenti sessuali e identità di genere». Ed è forse uno specchio dei tempi, della fatica con cui il woke va arretrando, il fatto che percentuali basse di studenti si curino di «aspetti biologici della sessualità» (5,4%) e malattie sessualmente trasmissibili (9,8%).
La ricerca nasce per dimostrare l’urgenza di avviare corsi di affettività nelle scuole. Per le associazioni è un business; per la sinistra è una bandierina. Tant’è che Elly Schlein, sulla scia dello scandalo Phica.eu, ha proposto addirittura di renderli obbligatori, mentre Alessandra Moretti denuncia il nuovo mostro: il «patriarcato digitale». È tutto un modo di cavalcare la cronaca per riesumare la già naufragata legge Zan, che poggiava su due pilastri: criminalizzare il dissenso sulla teoria gender e infilare la propaganda Lgbt tra i banchi. In ogni caso, nonostante i ragazzi appaiano poco sensibili agli aspetti scientifici, per lo più se ne infischiano delle bizzarrie dell’antropologia arcobaleno. Oltre il 57% degli intervistati ha più a cuore che gli si spieghi come godere in maniera salutare, senza prevaricare il partner, e come mettere in piedi una relazione basata sul rispetto. È legittimo domandarsi se a impartire lezioni su questi argomenti debbano essere i cosiddetti esperti, che il 48,2% degli adolescenti vorrebbe ascoltare, anziché le famiglie (sulle quali farebbe affidamento solamente il 25,6%) o i docenti (28,5%). Ma il senso dei risultati del sondaggio è chiaro: più buon senso, meno indottrinamento.
Sarà per prepararsi a vincere le eventuali resistenze, allora, che il documento preparato per ActionAid cade nell’errore che si prefigge di contrastare, ovvero appiccica delle etichette ai giovani. Il 46% del campione, dice l’Ong, rientra nella categoria degli «adolescenti anti stereotipi» e dei «vigili culturali»: si tratta di «una generazione pronta ad accogliere la parità di genere in modo attivo, critico, empatico», rifiutando i «modelli tossici trasmessi da media e tradizione». Evviva: c’è un esercito di ragazzini convinti che la cultura nella quale sono cresciuti sia un fardello di dolore del quale liberarsi. Il problema è che c’è anche «un gruppo ampio, ma silenzioso», che urge quindi stanare: sono i «tradizionalisti inconsapevoli», quel 21% di giovani che «aderisce a ruoli predefiniti in modo apparentemente innocuo, ma riproduce a livello personale gli stereotipi di genere della società patriarcale». Costoro potrebbero diventare dei pericolosissimi adulti convinti che il maschio abbia il pene e il cromosoma Y e la femmina la vagina e la doppia X. È una platea da correggere prima che sia troppo tardi. Attenzione, comunque, anche ai «giustificazionisti», al 16% che considera la violenza una «forma d’amore, colpevolizzando le vittime», oltre che al 17% di «progressisti distorti», i quali si reputano open mind perché non sostengono che le donne debbano limitarsi a lavare i piatti, ma poi coltivano «credenze pericolose legate al controllo, alla violenza e al giudizio». In sintesi, più della metà degli adolescenti ha bisogno di essere riprogrammata.
Chissà se è colpa della «tradizione» pure il disagio registrato dall’indagine per ActionAid: otto intervistati su dieci sono scontenti del loro corpo, sei su dieci subiscono bullismo per motivi legati all’obesità, all’altezza, al colore della pelle e dei capelli, oltre il 50% cambia il modo di vestire per timore dei giudizi altrui, in troppi avvertono il peso dei modelli irrealizzabili proposti dai social. L’adolescenza è sempre stata l’età più delicata, schiacciata tra la pressione del branco e le opprimenti aspettative sociali. Ma ci si dovrebbe domandare se il vuoto interiore, che porta il 70% dei ragazzi a non sapere a chi rivolgersi per consigli su sesso e relazioni, dipenda dalla persistenza delle tradizioni o dalla loro distruzione. Dalla demolizione della famiglia, dei corpi intermedi, della comunità, che un tempo trasmettevano valori e orizzonti di significato, mentre oggi non significano quasi più nulla. La soluzione, al solito, viene ricercata nell’autorità della tecnica e nella medicalizzazione: arriva il luminare col camice bianco. Magari, anche con la bandiera arcobaleno?
La strana denuncia della polizia Uk: trans a rischio mutilazioni femminili
Le mutilazioni genitali femminili (Mgf) rappresentano oggi un fenomeno terribilmente serio e purtroppo diffuso anche nel mondo occidentale e, in particolare, nel Regno Unito. Basti dire che secondo il servizio sanitario inglese lo scorso anno, solo tra gennaio e marzo 2024, erano state identificate oltre 2.000 ragazzine con Mgf, vale a dire circa 23 al giorno; dall’aprile 2015 il National health service ha invece contato quasi 37.600 ragazzine colpite dalla pratica, particolarmente diffusa nel mondo islamico. Siamo insomma davvero davanti ad una realtà, per quanto politicamente scorretta da denunciare, assai vasta e da non sottovalutare in alcun modo.
Per quanto dilaganti, però, mai avremmo pensato, per elementari ragioni di biologia e logica, che le mutilazioni genitali femminili avrebbero potuto mai riguardare soggetti altri da quelli femminili. Eppure, nel Regno Unito notoriamente all’avanguardia sul fronte dell’«inclusione», succede anche questo. A darne notizia è stato il Telegraph che, in un servizio a firma di Craig Simpson, ha raccontato una bizzarra trovata del College of policing (ente professionale della polizia britannica che dal 2012 si occupa di formazione, deontologia ed aggiornamento degli agenti), che ha pensato bene d’inserire nelle proprie linee guida sulle mutilazioni genitali femminili anche le donne transgender, cioè i soggetti biologicamente maschi che «si sentono femminile» e che hanno intrapreso un qualche iter di riassegnazione sessuale.
Parliamo, per la precisione, di linee guida fresche di pubblicazione, essendo state diffuse lo scorso agosto, e rivolte agli agenti che indagano sugli «abusi basati sull’onore». Come, appunto, le mutilazioni genitali femminili, ai quali evidenziano come gli ordini di protezione per le vittime di tali violenze possano riguardare «donne, ragazze o qualsiasi altra persona con genitali femminili», inclusi soggetti «intersex, non binari e persone trans, con o senza certificato di riconoscimento di genere». Ora, non ci vuole molto a comprendere come un simile contenuto abbia immediatamente sollevato un polverone. Sì, perché questa bizzarra scelta «inclusiva» è stata trovata del tutto fuori luogo da più osservatori, dato che le mutilazioni genitali femminili, come dice la parola stessa, colpiscono esclusivamente bambine e ragazze biologiche nei Paesi là dove vengono ancora praticate, quali Somalia, Sudan, Egitto e Indonesia, oppure in Occidente, ma presso le comunità immigrate.
In ogni caso, cosa c’entrino le donne transgender con questa pratica non si comprende affatto. Di qui le critiche di attiviste quali, per esempio, Helen Joyce di Sex Matters, sigla in prima linea sul tema dei diritti legati al sesso biologico, secondo la quale «è ovvio che gli uomini non possono subire mutilazioni genitali femminili: il termine stesso lo dice». Non senza ragione, la Joyce ha inoltre accusato il College di «confondere la realtà biologica con l’identità di genere», in questo modo allontanandosi dall’effettiva tutela delle bambine realmente a rischio. Parole dure, che sembrano aver già sortito un qualche effetto. A seguito di tali critiche (e di una recente sentenza della Corte Suprema del Regno Unito, che ha ribadito come la definizione legale di «donna» si basi sul sesso biologico) il College of policing ha difatti fatto sapere di voler rivedere le linee guida della discordia.
Tanto che un portavoce dell’ente, per velocizzare il dietrofront, ha già dichiarato che gli ordini di protezione contro le mutilazioni genitali femminili «si applicano solo a donne e ragazze biologiche». Com’è pacifico che sia, verrebbe da aggiungere. E fa specie che sia servita addirittura una sentenza della Corte Suprema per capire tutto ciò; diversamente, è lecito immaginare, quelle assurde linee guida sarebbero ancora al loro posto.
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Il 57% dei ragazzi, in classe, parlerebbe di sesso e relazioni sane. Solo il 16 di identità di genere. I nostalgici del ddl Zan annotino...«Trans a rischio di mutilazioni femminili». L’ente che forma gli agenti di polizia inglesi aveva messo l’alert nelle linee guida. Poi il dietrofront.Lo speciale contiene due articoli.Sotto la dicitura di educazione sessuale, vorrebbero portare il gender nelle scuole, facendo rientrare dalla finestra il ddl Zan cacciato dalla porta. Ma ai ragazzi, rapporti affettivi sani e buon sesso interessano di più delle menate sull’identità di genere. È quello che emerge da un’indagine di Webboh lab per ActionAid, finanziata dall’8x1000 ai buddisti.A un campione di 14.700 adolescenti tra 14 e 19 anni, divisi tra un 51% di maschi, un 43% di femmine e un 6% di «fluidi», è stato chiesto di cosa vorrebbero parlare se in classe ci fosse l’ora di educazione sessuale. Il 32,2% ha risposto che si occuperebbe di «consenso e piacere»; il 25,3% desidera «una guida su come costruire relazioni positive»; solo il 16,5% (tenendo conto del suddetto 6% di «fluidi»…) dichiara che seguirebbe «un percorso su orientamenti sessuali e identità di genere». Ed è forse uno specchio dei tempi, della fatica con cui il woke va arretrando, il fatto che percentuali basse di studenti si curino di «aspetti biologici della sessualità» (5,4%) e malattie sessualmente trasmissibili (9,8%). La ricerca nasce per dimostrare l’urgenza di avviare corsi di affettività nelle scuole. Per le associazioni è un business; per la sinistra è una bandierina. Tant’è che Elly Schlein, sulla scia dello scandalo Phica.eu, ha proposto addirittura di renderli obbligatori, mentre Alessandra Moretti denuncia il nuovo mostro: il «patriarcato digitale». È tutto un modo di cavalcare la cronaca per riesumare la già naufragata legge Zan, che poggiava su due pilastri: criminalizzare il dissenso sulla teoria gender e infilare la propaganda Lgbt tra i banchi. In ogni caso, nonostante i ragazzi appaiano poco sensibili agli aspetti scientifici, per lo più se ne infischiano delle bizzarrie dell’antropologia arcobaleno. Oltre il 57% degli intervistati ha più a cuore che gli si spieghi come godere in maniera salutare, senza prevaricare il partner, e come mettere in piedi una relazione basata sul rispetto. È legittimo domandarsi se a impartire lezioni su questi argomenti debbano essere i cosiddetti esperti, che il 48,2% degli adolescenti vorrebbe ascoltare, anziché le famiglie (sulle quali farebbe affidamento solamente il 25,6%) o i docenti (28,5%). Ma il senso dei risultati del sondaggio è chiaro: più buon senso, meno indottrinamento.Sarà per prepararsi a vincere le eventuali resistenze, allora, che il documento preparato per ActionAid cade nell’errore che si prefigge di contrastare, ovvero appiccica delle etichette ai giovani. Il 46% del campione, dice l’Ong, rientra nella categoria degli «adolescenti anti stereotipi» e dei «vigili culturali»: si tratta di «una generazione pronta ad accogliere la parità di genere in modo attivo, critico, empatico», rifiutando i «modelli tossici trasmessi da media e tradizione». Evviva: c’è un esercito di ragazzini convinti che la cultura nella quale sono cresciuti sia un fardello di dolore del quale liberarsi. Il problema è che c’è anche «un gruppo ampio, ma silenzioso», che urge quindi stanare: sono i «tradizionalisti inconsapevoli», quel 21% di giovani che «aderisce a ruoli predefiniti in modo apparentemente innocuo, ma riproduce a livello personale gli stereotipi di genere della società patriarcale». Costoro potrebbero diventare dei pericolosissimi adulti convinti che il maschio abbia il pene e il cromosoma Y e la femmina la vagina e la doppia X. È una platea da correggere prima che sia troppo tardi. Attenzione, comunque, anche ai «giustificazionisti», al 16% che considera la violenza una «forma d’amore, colpevolizzando le vittime», oltre che al 17% di «progressisti distorti», i quali si reputano open mind perché non sostengono che le donne debbano limitarsi a lavare i piatti, ma poi coltivano «credenze pericolose legate al controllo, alla violenza e al giudizio». In sintesi, più della metà degli adolescenti ha bisogno di essere riprogrammata.Chissà se è colpa della «tradizione» pure il disagio registrato dall’indagine per ActionAid: otto intervistati su dieci sono scontenti del loro corpo, sei su dieci subiscono bullismo per motivi legati all’obesità, all’altezza, al colore della pelle e dei capelli, oltre il 50% cambia il modo di vestire per timore dei giudizi altrui, in troppi avvertono il peso dei modelli irrealizzabili proposti dai social. L’adolescenza è sempre stata l’età più delicata, schiacciata tra la pressione del branco e le opprimenti aspettative sociali. Ma ci si dovrebbe domandare se il vuoto interiore, che porta il 70% dei ragazzi a non sapere a chi rivolgersi per consigli su sesso e relazioni, dipenda dalla persistenza delle tradizioni o dalla loro distruzione. Dalla demolizione della famiglia, dei corpi intermedi, della comunità, che un tempo trasmettevano valori e orizzonti di significato, mentre oggi non significano quasi più nulla. La soluzione, al solito, viene ricercata nell’autorità della tecnica e nella medicalizzazione: arriva il luminare col camice bianco. Magari, anche con la bandiera arcobaleno?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scuola-crisi-gender-2673974882.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-strana-denuncia-della-polizia-uk-trans-a-rischio-mutilazioni-femminili" data-post-id="2673974882" data-published-at="1757425265" data-use-pagination="False"> La strana denuncia della polizia Uk: trans a rischio mutilazioni femminili Le mutilazioni genitali femminili (Mgf) rappresentano oggi un fenomeno terribilmente serio e purtroppo diffuso anche nel mondo occidentale e, in particolare, nel Regno Unito. Basti dire che secondo il servizio sanitario inglese lo scorso anno, solo tra gennaio e marzo 2024, erano state identificate oltre 2.000 ragazzine con Mgf, vale a dire circa 23 al giorno; dall’aprile 2015 il National health service ha invece contato quasi 37.600 ragazzine colpite dalla pratica, particolarmente diffusa nel mondo islamico. Siamo insomma davvero davanti ad una realtà, per quanto politicamente scorretta da denunciare, assai vasta e da non sottovalutare in alcun modo.Per quanto dilaganti, però, mai avremmo pensato, per elementari ragioni di biologia e logica, che le mutilazioni genitali femminili avrebbero potuto mai riguardare soggetti altri da quelli femminili. Eppure, nel Regno Unito notoriamente all’avanguardia sul fronte dell’«inclusione», succede anche questo. A darne notizia è stato il Telegraph che, in un servizio a firma di Craig Simpson, ha raccontato una bizzarra trovata del College of policing (ente professionale della polizia britannica che dal 2012 si occupa di formazione, deontologia ed aggiornamento degli agenti), che ha pensato bene d’inserire nelle proprie linee guida sulle mutilazioni genitali femminili anche le donne transgender, cioè i soggetti biologicamente maschi che «si sentono femminile» e che hanno intrapreso un qualche iter di riassegnazione sessuale.Parliamo, per la precisione, di linee guida fresche di pubblicazione, essendo state diffuse lo scorso agosto, e rivolte agli agenti che indagano sugli «abusi basati sull’onore». Come, appunto, le mutilazioni genitali femminili, ai quali evidenziano come gli ordini di protezione per le vittime di tali violenze possano riguardare «donne, ragazze o qualsiasi altra persona con genitali femminili», inclusi soggetti «intersex, non binari e persone trans, con o senza certificato di riconoscimento di genere». Ora, non ci vuole molto a comprendere come un simile contenuto abbia immediatamente sollevato un polverone. Sì, perché questa bizzarra scelta «inclusiva» è stata trovata del tutto fuori luogo da più osservatori, dato che le mutilazioni genitali femminili, come dice la parola stessa, colpiscono esclusivamente bambine e ragazze biologiche nei Paesi là dove vengono ancora praticate, quali Somalia, Sudan, Egitto e Indonesia, oppure in Occidente, ma presso le comunità immigrate.In ogni caso, cosa c’entrino le donne transgender con questa pratica non si comprende affatto. Di qui le critiche di attiviste quali, per esempio, Helen Joyce di Sex Matters, sigla in prima linea sul tema dei diritti legati al sesso biologico, secondo la quale «è ovvio che gli uomini non possono subire mutilazioni genitali femminili: il termine stesso lo dice». Non senza ragione, la Joyce ha inoltre accusato il College di «confondere la realtà biologica con l’identità di genere», in questo modo allontanandosi dall’effettiva tutela delle bambine realmente a rischio. Parole dure, che sembrano aver già sortito un qualche effetto. A seguito di tali critiche (e di una recente sentenza della Corte Suprema del Regno Unito, che ha ribadito come la definizione legale di «donna» si basi sul sesso biologico) il College of policing ha difatti fatto sapere di voler rivedere le linee guida della discordia.Tanto che un portavoce dell’ente, per velocizzare il dietrofront, ha già dichiarato che gli ordini di protezione contro le mutilazioni genitali femminili «si applicano solo a donne e ragazze biologiche». Com’è pacifico che sia, verrebbe da aggiungere. E fa specie che sia servita addirittura una sentenza della Corte Suprema per capire tutto ciò; diversamente, è lecito immaginare, quelle assurde linee guida sarebbero ancora al loro posto.
(Ansa)
L’ambasciatore dovrebbe evidenziare a Landini e compagni la drammatica situazione del popolo cubano e illustrare le sfide che il Paese, alle prese con «le strette» di Trump, affronta quotidianamente. Più o meno come successo di recente, in occasione di un convegno («Difendere Cuba e il diritto internazionale: la campagna Energia per la vita») organizzato nella Sala del Carroccio in Campidoglio. L’incontro è stato ideato da diverse associazioni e tra queste spiccavano i nomi di Cgil, Anpi e Arci. Così come tra i relatori si faceva notare la presenza del segretario generale della Cgil, Pino Gesmundo, considerato uno degli uomini più vicini al Lider Maximo , Landini.
Tutto legittimo, ci mancherebbe. Qui non è in discussione il diritto dei cubani di difendere la libertà del loro popolo o la possibilità di organizzare delle iniziative per raccogliere aiuti o solidarietà. Viene invece assai difficile comprendere perché questa sia diventata una delle principali attività (tra convegni e flotille varie) di un sindacato che dovrebbe avere ben altre priorità: preoccuparsi di chi sta perdendo il posto di lavoro.
Anche perché, nonostante i buoni dati sull’occupazione, peraltro ripetutamente confutati dalla stessa Cgil, basterebbe la situazione dell’automotive e di Stellantis per convincere i duri e puri della Fiom a spostare il centro dei loro pensieri.
Che la situazione in casa ex Fiat sia critica lo ripetiamo da mesi. Ma con gli eredi degli Agnelli non c’è mai limite al peggio. Solo ieri, tanto per lasciar spazio ai fatti nuovi, Stellantis ha «messo alla porta» della fabbrica di Atessa altri 305 dipendenti. Il linguaggio usato dall’azienda è molto meno diretto, si parla di apertura di una procedura di incentivazione all’esodo, ma la sostanza è quella. Ci sono altre posizioni di troppo che vanno tagliate.
Che si aggiungono alle continue sforbiciate degli ultimi anni. Nella Val di Sangro gli addetti sono passati dai circa 6.500 di alcuni anni fa agli attuali 4.330, con la prospettiva di scendere a poco più di 4.000 al termine della nuova procedura di incentivazione all’uscita. Nello stesso momento, come è ovvio che sia, è crollata anche la produzione, passata dai 297.000 furgoni realizzati nel 2018 aai 166.000 del 2025.
Cambiano solo i numeri, ma la sostanza degli altri stabilimenti italiani è la stessa. E i vari siti, da Mirafiori fino a Pomigliano, Termoli e Melfi, si portano dietro la drammatica scia di chiusure e licenziamenti che sta falcidiando l’indotto. Ieri l’epicentro è stato Cassino dove i lavoratori hanno proclamato una giornata di sciopero.
Motivazione? Secondo quanto riferito dalle organizzazioni sindacali, all’origine della protesta ci sarebbe la decisione di Stellantis di negare l’accesso all’assemblea delle aziende dell’indotto. In particolare Logitech, Teknoservice e Trasnova. Che paradossalmente sono quelle più colpite dalla crisi, con una cassa integrazione continua e prospettive occupazionali assai incerte.
Il punto è che la cronaca aziendale su Stellantis (ieri altro tracollo in Borsa: ha perso il 4,37%) assomiglia sempre di più a una sorta di bollettino di guerra. Con delle giornate più funeste, come quelle che sono appena trascorse. Anche perché raccontano di nuove iniziative strategiche (per adesso smentite) che porterebbero le ex fabbriche Agnelli sempre più lontane dal Belpase.
Giovedì Bloomberg ha parlato di incontri con i produttori cinesi Xiaomi e Xpeng per valutare diverse opzioni per una potenziale ristrutturazione delle attività europee del gruppo. Evidenziando che tra le alternative prese in considerazione ci sarebbe la possibilità di acquisire partecipazioni in alcuni marchi del gruppo. Per esempio Maserati. Stellantis ha smentito in modo anche abbastanza seccato.
Non sarebbe, però, la prima volta che una smentita degli Elkann si trasforma in tempi rapidi nell’ennesimo annuncio drammatico per i lavoratori.
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(IStock)
«Mostrano un legame molto solido e intenso […] una coppia matura, equilibrata, traspare fiducia e stima nell’altro […] caratterialmente sono l’opposto ma questo non li divide, piuttosto li integra», si legge nel provvedimento del tribunale di cui dà notizia il Corriere della Sera. Uniti civilmente dal 2019, vogliono adottare un bambino di un orfanatrofio all’estero ma l’articolo 6 della legge 184 sulle adozioni parla chiaro: «L’adozione è consentita a coniugi uniti in matrimonio da almeno tre anni».
Il vincolo matrimoniale è requisito fondamentale, in Italia non esiste il matrimonio legale tra persone dello stesso sesso e le coppie unite civilmente dopo la legge Cirinnà del 2016 non possono accedere all’adozione congiunta. La Consulta, con sentenza 33/2025 aveva dichiarato incostituzionale il comma 1 dell’articolo 29 bis della legge in questione «solo» nella parte in cui non includeva le persone singole, residenti in Italia, fra coloro che possono presentare dichiarazione di disponibilità all’adozione internazionale.
Il tribunale di Venezia sostiene che la normativa risulta discriminante sia per le coppie unite civilmente, sia per i bambini e contrasta con i principi della Convenzione europea per i diritti dell’uomo. Per l’avvocato Valentina Pizzol, che assiste la coppia, il divieto diventa facilmente aggirabile: «Se i nostri clienti divorziassero, ciascuno di loro potrebbe adottare un bimbo e dopo anche ricostituire l’unione civile», ha tenuto a sottolineare.
È vero, ritenendo che di fronte a una situazione di abbandono e di sofferenza del bambino bisogna guardare al suo concreto interesse, con la sentenza 33 la Consulta ha, però, aperto solo a persone di stato libero e non ai componenti di unioni civili. Il single può essere Lgbt, ma l’orientamento sessuale non sembra un criterio rilevante per valutare la sua idoneità genitoriale, mentre le coppie gay restano escluse. I giudici costituzionali dovevano immaginare che prima o poi anche le coppie dello stesso sesso avrebbero puntato i piedi per vedersi riconosciuto il diritto di adottare un minore all’estero.
Una norma che impedisce l’adozione internazionale a due uomini uniti civilmente non ha «alcuno scopo legittimo e non trova una ragione plausibile alla luce del principio di uguaglianza», sostiene il Tribunale dei minorenni, secondo il quale la coppia di veneziani «ha risorse idonee a farsi carico di minori in stato di abbandono». Fa bene Pro vita & famiglia a protestare, affermando attraverso il suo portavoce Jacopo Coghe che la decisione «di rimettere alla Corte costituzionale la norma sulle adozioni è grave perché strumentalizza e snatura il senso del supremo interesse di un minore».
L’associazione ricorda che «l’adozione esiste per dare a un bambino una mamma e un papà, non per esaudire il “diritto al figlio” degli adulti». Però la Consulta, riconoscendo che i single risultano in astratto idonei a prendersi cura di un minore abbandonato, idonei a offrire un «ambiente stabile e armonioso», lo scorso anno ha aperto la strada alle pretese anche degli omosessuali. Ha inaugurato «quella pericolosa deriva del “diritto al figlio”», come sottolinea Coghe.
Certo, poi spetta al giudice minorile accertare l’idoneità affettiva, la capacità di mantenere, di educare dell’aspirante genitore, tenendo pure conto della rete familiare di riferimento, però se un single omosessuale offre garanzie la sua dichiarazione di disponibilità ad adottare un minore straniero residente all’estero non viene negata. E la coppia omosessuale allora punta i piedi, si ribella.
Pro vita & famiglia denuncia anche una «contraddizione palese» nella magistratura minorile italiana: «Mentre il tribunale di Venezia vuole far adottare un bambino a coppie gay, i colleghi dell’Aquila, con la famiglia del bosco, li strappano ai genitori naturali. È chiaro che i giudici devono rivedere urgentemente la loro concezione, evidentemente fallace, di “superiore interesse del minore”».
Le sentenze della Consulta diventano il pretesto per forzare la mano con il legislatore anche in tema di suicidio assistito. L’archiviazione delle inchieste nei confronti di Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni, autodenunciatosi per aver accompagnato in Svizzera nel 2022 due malati terminali che rifiutavano trattamenti di sostegno vitale, sta spostando la questione non punibilità riconosciuta dalla Consulta a una pretesa di diritto generalizzato «all’aiuto alla morte volontaria».
L’associazione ha annunciato mobilitazioni nelle piazze di tutta Italia, dal 6 al 19 aprile. Obiettivo, chiedere al governo di ritirare la legge che «escluderebbe il Servizio sanitario nazionale (e, dunque, le Regioni stesse) da questi percorsi; limiterebbe il diritto all’aiuto alla morte volontaria solo a pazienti attaccati a una macchina (escludendo così molti pazienti oncologici terminali o affetti da patologie neurodegenerative); eliminerebbe il ruolo dei Comitati etici locali, sostituiti da un Comitato nazionale di nomina governativa». Verrebbe anche annullato il testamento biologico, per chi fa richiesta di aiuto alla morte volontaria.
A dispetto delle proclamazioni e dei toni che si preannunciano sempre più accesi, non va dimenticato che la Consulta ha sempre ritenuto pregiudiziale a ogni trattamento di fine vita il ricorso alle cure palliative e che la cultura della vita va di pari passo con la cura della sofferenza. L’autodeterminazione vale anche nelle scelte di morte?
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Sulla crisi in Medio Oriente il ministro ha dichiarato: «L’Italia non partecipa e non parteciperà assolutamente alla guerra. Noi lavoriamo con la nostra diplomazia per cercare di impedire un allargamento del conflitto».
Tajani ha poi sottolineato l’importanza del traffico nello Stretto di Hormuz: «Ci auguriamo che quanto prima si possa tornare a transitare attraverso Hormuz per impedire che ci sia un’impennata nel costo dell’energia». Infine, il ministro ha assicurato controlli contro eventuali speculazioni: «Stiamo vigilando affinché non ci sia assolutamente speculazione da parte delle imprese. Chi specula verrà sanzionato».