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2025-09-09
Provano a riesumare il gender a scuola. Gli alunni rispondono: non ci interessa
(IStock)
Sotto la dicitura di educazione sessuale, vorrebbero portare il gender nelle scuole, facendo rientrare dalla finestra il ddl Zan cacciato dalla porta. Ma ai ragazzi, rapporti affettivi sani e buon sesso interessano di più delle menate sull’identità di genere. È quello che emerge da un’indagine di Webboh lab per ActionAid, finanziata dall’8x1000 ai buddisti.
A un campione di 14.700 adolescenti tra 14 e 19 anni, divisi tra un 51% di maschi, un 43% di femmine e un 6% di «fluidi», è stato chiesto di cosa vorrebbero parlare se in classe ci fosse l’ora di educazione sessuale. Il 32,2% ha risposto che si occuperebbe di «consenso e piacere»; il 25,3% desidera «una guida su come costruire relazioni positive»; solo il 16,5% (tenendo conto del suddetto 6% di «fluidi»…) dichiara che seguirebbe «un percorso su orientamenti sessuali e identità di genere». Ed è forse uno specchio dei tempi, della fatica con cui il woke va arretrando, il fatto che percentuali basse di studenti si curino di «aspetti biologici della sessualità» (5,4%) e malattie sessualmente trasmissibili (9,8%).
La ricerca nasce per dimostrare l’urgenza di avviare corsi di affettività nelle scuole. Per le associazioni è un business; per la sinistra è una bandierina. Tant’è che Elly Schlein, sulla scia dello scandalo Phica.eu, ha proposto addirittura di renderli obbligatori, mentre Alessandra Moretti denuncia il nuovo mostro: il «patriarcato digitale». È tutto un modo di cavalcare la cronaca per riesumare la già naufragata legge Zan, che poggiava su due pilastri: criminalizzare il dissenso sulla teoria gender e infilare la propaganda Lgbt tra i banchi. In ogni caso, nonostante i ragazzi appaiano poco sensibili agli aspetti scientifici, per lo più se ne infischiano delle bizzarrie dell’antropologia arcobaleno. Oltre il 57% degli intervistati ha più a cuore che gli si spieghi come godere in maniera salutare, senza prevaricare il partner, e come mettere in piedi una relazione basata sul rispetto. È legittimo domandarsi se a impartire lezioni su questi argomenti debbano essere i cosiddetti esperti, che il 48,2% degli adolescenti vorrebbe ascoltare, anziché le famiglie (sulle quali farebbe affidamento solamente il 25,6%) o i docenti (28,5%). Ma il senso dei risultati del sondaggio è chiaro: più buon senso, meno indottrinamento.
Sarà per prepararsi a vincere le eventuali resistenze, allora, che il documento preparato per ActionAid cade nell’errore che si prefigge di contrastare, ovvero appiccica delle etichette ai giovani. Il 46% del campione, dice l’Ong, rientra nella categoria degli «adolescenti anti stereotipi» e dei «vigili culturali»: si tratta di «una generazione pronta ad accogliere la parità di genere in modo attivo, critico, empatico», rifiutando i «modelli tossici trasmessi da media e tradizione». Evviva: c’è un esercito di ragazzini convinti che la cultura nella quale sono cresciuti sia un fardello di dolore del quale liberarsi. Il problema è che c’è anche «un gruppo ampio, ma silenzioso», che urge quindi stanare: sono i «tradizionalisti inconsapevoli», quel 21% di giovani che «aderisce a ruoli predefiniti in modo apparentemente innocuo, ma riproduce a livello personale gli stereotipi di genere della società patriarcale». Costoro potrebbero diventare dei pericolosissimi adulti convinti che il maschio abbia il pene e il cromosoma Y e la femmina la vagina e la doppia X. È una platea da correggere prima che sia troppo tardi. Attenzione, comunque, anche ai «giustificazionisti», al 16% che considera la violenza una «forma d’amore, colpevolizzando le vittime», oltre che al 17% di «progressisti distorti», i quali si reputano open mind perché non sostengono che le donne debbano limitarsi a lavare i piatti, ma poi coltivano «credenze pericolose legate al controllo, alla violenza e al giudizio». In sintesi, più della metà degli adolescenti ha bisogno di essere riprogrammata.
Chissà se è colpa della «tradizione» pure il disagio registrato dall’indagine per ActionAid: otto intervistati su dieci sono scontenti del loro corpo, sei su dieci subiscono bullismo per motivi legati all’obesità, all’altezza, al colore della pelle e dei capelli, oltre il 50% cambia il modo di vestire per timore dei giudizi altrui, in troppi avvertono il peso dei modelli irrealizzabili proposti dai social. L’adolescenza è sempre stata l’età più delicata, schiacciata tra la pressione del branco e le opprimenti aspettative sociali. Ma ci si dovrebbe domandare se il vuoto interiore, che porta il 70% dei ragazzi a non sapere a chi rivolgersi per consigli su sesso e relazioni, dipenda dalla persistenza delle tradizioni o dalla loro distruzione. Dalla demolizione della famiglia, dei corpi intermedi, della comunità, che un tempo trasmettevano valori e orizzonti di significato, mentre oggi non significano quasi più nulla. La soluzione, al solito, viene ricercata nell’autorità della tecnica e nella medicalizzazione: arriva il luminare col camice bianco. Magari, anche con la bandiera arcobaleno?
La strana denuncia della polizia Uk: trans a rischio mutilazioni femminili
Le mutilazioni genitali femminili (Mgf) rappresentano oggi un fenomeno terribilmente serio e purtroppo diffuso anche nel mondo occidentale e, in particolare, nel Regno Unito. Basti dire che secondo il servizio sanitario inglese lo scorso anno, solo tra gennaio e marzo 2024, erano state identificate oltre 2.000 ragazzine con Mgf, vale a dire circa 23 al giorno; dall’aprile 2015 il National health service ha invece contato quasi 37.600 ragazzine colpite dalla pratica, particolarmente diffusa nel mondo islamico. Siamo insomma davvero davanti ad una realtà, per quanto politicamente scorretta da denunciare, assai vasta e da non sottovalutare in alcun modo.
Per quanto dilaganti, però, mai avremmo pensato, per elementari ragioni di biologia e logica, che le mutilazioni genitali femminili avrebbero potuto mai riguardare soggetti altri da quelli femminili. Eppure, nel Regno Unito notoriamente all’avanguardia sul fronte dell’«inclusione», succede anche questo. A darne notizia è stato il Telegraph che, in un servizio a firma di Craig Simpson, ha raccontato una bizzarra trovata del College of policing (ente professionale della polizia britannica che dal 2012 si occupa di formazione, deontologia ed aggiornamento degli agenti), che ha pensato bene d’inserire nelle proprie linee guida sulle mutilazioni genitali femminili anche le donne transgender, cioè i soggetti biologicamente maschi che «si sentono femminile» e che hanno intrapreso un qualche iter di riassegnazione sessuale.
Parliamo, per la precisione, di linee guida fresche di pubblicazione, essendo state diffuse lo scorso agosto, e rivolte agli agenti che indagano sugli «abusi basati sull’onore». Come, appunto, le mutilazioni genitali femminili, ai quali evidenziano come gli ordini di protezione per le vittime di tali violenze possano riguardare «donne, ragazze o qualsiasi altra persona con genitali femminili», inclusi soggetti «intersex, non binari e persone trans, con o senza certificato di riconoscimento di genere». Ora, non ci vuole molto a comprendere come un simile contenuto abbia immediatamente sollevato un polverone. Sì, perché questa bizzarra scelta «inclusiva» è stata trovata del tutto fuori luogo da più osservatori, dato che le mutilazioni genitali femminili, come dice la parola stessa, colpiscono esclusivamente bambine e ragazze biologiche nei Paesi là dove vengono ancora praticate, quali Somalia, Sudan, Egitto e Indonesia, oppure in Occidente, ma presso le comunità immigrate.
In ogni caso, cosa c’entrino le donne transgender con questa pratica non si comprende affatto. Di qui le critiche di attiviste quali, per esempio, Helen Joyce di Sex Matters, sigla in prima linea sul tema dei diritti legati al sesso biologico, secondo la quale «è ovvio che gli uomini non possono subire mutilazioni genitali femminili: il termine stesso lo dice». Non senza ragione, la Joyce ha inoltre accusato il College di «confondere la realtà biologica con l’identità di genere», in questo modo allontanandosi dall’effettiva tutela delle bambine realmente a rischio. Parole dure, che sembrano aver già sortito un qualche effetto. A seguito di tali critiche (e di una recente sentenza della Corte Suprema del Regno Unito, che ha ribadito come la definizione legale di «donna» si basi sul sesso biologico) il College of policing ha difatti fatto sapere di voler rivedere le linee guida della discordia.
Tanto che un portavoce dell’ente, per velocizzare il dietrofront, ha già dichiarato che gli ordini di protezione contro le mutilazioni genitali femminili «si applicano solo a donne e ragazze biologiche». Com’è pacifico che sia, verrebbe da aggiungere. E fa specie che sia servita addirittura una sentenza della Corte Suprema per capire tutto ciò; diversamente, è lecito immaginare, quelle assurde linee guida sarebbero ancora al loro posto.
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Il 57% dei ragazzi, in classe, parlerebbe di sesso e relazioni sane. Solo il 16 di identità di genere. I nostalgici del ddl Zan annotino...«Trans a rischio di mutilazioni femminili». L’ente che forma gli agenti di polizia inglesi aveva messo l’alert nelle linee guida. Poi il dietrofront.Lo speciale contiene due articoli.Sotto la dicitura di educazione sessuale, vorrebbero portare il gender nelle scuole, facendo rientrare dalla finestra il ddl Zan cacciato dalla porta. Ma ai ragazzi, rapporti affettivi sani e buon sesso interessano di più delle menate sull’identità di genere. È quello che emerge da un’indagine di Webboh lab per ActionAid, finanziata dall’8x1000 ai buddisti.A un campione di 14.700 adolescenti tra 14 e 19 anni, divisi tra un 51% di maschi, un 43% di femmine e un 6% di «fluidi», è stato chiesto di cosa vorrebbero parlare se in classe ci fosse l’ora di educazione sessuale. Il 32,2% ha risposto che si occuperebbe di «consenso e piacere»; il 25,3% desidera «una guida su come costruire relazioni positive»; solo il 16,5% (tenendo conto del suddetto 6% di «fluidi»…) dichiara che seguirebbe «un percorso su orientamenti sessuali e identità di genere». Ed è forse uno specchio dei tempi, della fatica con cui il woke va arretrando, il fatto che percentuali basse di studenti si curino di «aspetti biologici della sessualità» (5,4%) e malattie sessualmente trasmissibili (9,8%). La ricerca nasce per dimostrare l’urgenza di avviare corsi di affettività nelle scuole. Per le associazioni è un business; per la sinistra è una bandierina. Tant’è che Elly Schlein, sulla scia dello scandalo Phica.eu, ha proposto addirittura di renderli obbligatori, mentre Alessandra Moretti denuncia il nuovo mostro: il «patriarcato digitale». È tutto un modo di cavalcare la cronaca per riesumare la già naufragata legge Zan, che poggiava su due pilastri: criminalizzare il dissenso sulla teoria gender e infilare la propaganda Lgbt tra i banchi. In ogni caso, nonostante i ragazzi appaiano poco sensibili agli aspetti scientifici, per lo più se ne infischiano delle bizzarrie dell’antropologia arcobaleno. Oltre il 57% degli intervistati ha più a cuore che gli si spieghi come godere in maniera salutare, senza prevaricare il partner, e come mettere in piedi una relazione basata sul rispetto. È legittimo domandarsi se a impartire lezioni su questi argomenti debbano essere i cosiddetti esperti, che il 48,2% degli adolescenti vorrebbe ascoltare, anziché le famiglie (sulle quali farebbe affidamento solamente il 25,6%) o i docenti (28,5%). Ma il senso dei risultati del sondaggio è chiaro: più buon senso, meno indottrinamento.Sarà per prepararsi a vincere le eventuali resistenze, allora, che il documento preparato per ActionAid cade nell’errore che si prefigge di contrastare, ovvero appiccica delle etichette ai giovani. Il 46% del campione, dice l’Ong, rientra nella categoria degli «adolescenti anti stereotipi» e dei «vigili culturali»: si tratta di «una generazione pronta ad accogliere la parità di genere in modo attivo, critico, empatico», rifiutando i «modelli tossici trasmessi da media e tradizione». Evviva: c’è un esercito di ragazzini convinti che la cultura nella quale sono cresciuti sia un fardello di dolore del quale liberarsi. Il problema è che c’è anche «un gruppo ampio, ma silenzioso», che urge quindi stanare: sono i «tradizionalisti inconsapevoli», quel 21% di giovani che «aderisce a ruoli predefiniti in modo apparentemente innocuo, ma riproduce a livello personale gli stereotipi di genere della società patriarcale». Costoro potrebbero diventare dei pericolosissimi adulti convinti che il maschio abbia il pene e il cromosoma Y e la femmina la vagina e la doppia X. È una platea da correggere prima che sia troppo tardi. Attenzione, comunque, anche ai «giustificazionisti», al 16% che considera la violenza una «forma d’amore, colpevolizzando le vittime», oltre che al 17% di «progressisti distorti», i quali si reputano open mind perché non sostengono che le donne debbano limitarsi a lavare i piatti, ma poi coltivano «credenze pericolose legate al controllo, alla violenza e al giudizio». In sintesi, più della metà degli adolescenti ha bisogno di essere riprogrammata.Chissà se è colpa della «tradizione» pure il disagio registrato dall’indagine per ActionAid: otto intervistati su dieci sono scontenti del loro corpo, sei su dieci subiscono bullismo per motivi legati all’obesità, all’altezza, al colore della pelle e dei capelli, oltre il 50% cambia il modo di vestire per timore dei giudizi altrui, in troppi avvertono il peso dei modelli irrealizzabili proposti dai social. L’adolescenza è sempre stata l’età più delicata, schiacciata tra la pressione del branco e le opprimenti aspettative sociali. Ma ci si dovrebbe domandare se il vuoto interiore, che porta il 70% dei ragazzi a non sapere a chi rivolgersi per consigli su sesso e relazioni, dipenda dalla persistenza delle tradizioni o dalla loro distruzione. Dalla demolizione della famiglia, dei corpi intermedi, della comunità, che un tempo trasmettevano valori e orizzonti di significato, mentre oggi non significano quasi più nulla. La soluzione, al solito, viene ricercata nell’autorità della tecnica e nella medicalizzazione: arriva il luminare col camice bianco. Magari, anche con la bandiera arcobaleno?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scuola-crisi-gender-2673974882.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-strana-denuncia-della-polizia-uk-trans-a-rischio-mutilazioni-femminili" data-post-id="2673974882" data-published-at="1757425265" data-use-pagination="False"> La strana denuncia della polizia Uk: trans a rischio mutilazioni femminili Le mutilazioni genitali femminili (Mgf) rappresentano oggi un fenomeno terribilmente serio e purtroppo diffuso anche nel mondo occidentale e, in particolare, nel Regno Unito. Basti dire che secondo il servizio sanitario inglese lo scorso anno, solo tra gennaio e marzo 2024, erano state identificate oltre 2.000 ragazzine con Mgf, vale a dire circa 23 al giorno; dall’aprile 2015 il National health service ha invece contato quasi 37.600 ragazzine colpite dalla pratica, particolarmente diffusa nel mondo islamico. Siamo insomma davvero davanti ad una realtà, per quanto politicamente scorretta da denunciare, assai vasta e da non sottovalutare in alcun modo.Per quanto dilaganti, però, mai avremmo pensato, per elementari ragioni di biologia e logica, che le mutilazioni genitali femminili avrebbero potuto mai riguardare soggetti altri da quelli femminili. Eppure, nel Regno Unito notoriamente all’avanguardia sul fronte dell’«inclusione», succede anche questo. A darne notizia è stato il Telegraph che, in un servizio a firma di Craig Simpson, ha raccontato una bizzarra trovata del College of policing (ente professionale della polizia britannica che dal 2012 si occupa di formazione, deontologia ed aggiornamento degli agenti), che ha pensato bene d’inserire nelle proprie linee guida sulle mutilazioni genitali femminili anche le donne transgender, cioè i soggetti biologicamente maschi che «si sentono femminile» e che hanno intrapreso un qualche iter di riassegnazione sessuale.Parliamo, per la precisione, di linee guida fresche di pubblicazione, essendo state diffuse lo scorso agosto, e rivolte agli agenti che indagano sugli «abusi basati sull’onore». Come, appunto, le mutilazioni genitali femminili, ai quali evidenziano come gli ordini di protezione per le vittime di tali violenze possano riguardare «donne, ragazze o qualsiasi altra persona con genitali femminili», inclusi soggetti «intersex, non binari e persone trans, con o senza certificato di riconoscimento di genere». Ora, non ci vuole molto a comprendere come un simile contenuto abbia immediatamente sollevato un polverone. Sì, perché questa bizzarra scelta «inclusiva» è stata trovata del tutto fuori luogo da più osservatori, dato che le mutilazioni genitali femminili, come dice la parola stessa, colpiscono esclusivamente bambine e ragazze biologiche nei Paesi là dove vengono ancora praticate, quali Somalia, Sudan, Egitto e Indonesia, oppure in Occidente, ma presso le comunità immigrate.In ogni caso, cosa c’entrino le donne transgender con questa pratica non si comprende affatto. Di qui le critiche di attiviste quali, per esempio, Helen Joyce di Sex Matters, sigla in prima linea sul tema dei diritti legati al sesso biologico, secondo la quale «è ovvio che gli uomini non possono subire mutilazioni genitali femminili: il termine stesso lo dice». Non senza ragione, la Joyce ha inoltre accusato il College di «confondere la realtà biologica con l’identità di genere», in questo modo allontanandosi dall’effettiva tutela delle bambine realmente a rischio. Parole dure, che sembrano aver già sortito un qualche effetto. A seguito di tali critiche (e di una recente sentenza della Corte Suprema del Regno Unito, che ha ribadito come la definizione legale di «donna» si basi sul sesso biologico) il College of policing ha difatti fatto sapere di voler rivedere le linee guida della discordia.Tanto che un portavoce dell’ente, per velocizzare il dietrofront, ha già dichiarato che gli ordini di protezione contro le mutilazioni genitali femminili «si applicano solo a donne e ragazze biologiche». Com’è pacifico che sia, verrebbe da aggiungere. E fa specie che sia servita addirittura una sentenza della Corte Suprema per capire tutto ciò; diversamente, è lecito immaginare, quelle assurde linee guida sarebbero ancora al loro posto.
Ansa
Tra esse, in particolare, quella contenuta nel comma 3 dell’articolo 29, che abroga l’articolo 142 del Testo unico sulle spese di giustizia, in cui era prevista l’assistenza legale gratuita a favore degli stranieri extracomunitari nei processi avverso i provvedimenti di espulsione amministrativa adottati ai sensi dell’articolo 13 del decreto legislativo numero 286 del 1998. Si tratta di un primo, timido segnale della finalmente avvertita necessità di contrastare in qualche modo il fenomeno costituito dalla indiscriminata possibilità offerta a qualsiasi straniero extracomunitario entrato irregolarmente in Italia di avvalersi di assistenza legale a spese dello Stato per esperire tutti i possibili mezzi di impugnazione consentiti dal nostro ordinamento avverso i provvedimenti adottati nei suoi confronti sulla base della vigente normativa in materia di immigrazione.
Si tratta, però, appunto, soltanto di un timido segnale che, di fatto, sembra destinato a lasciare le cose come stanno. Tanto per cominciare, infatti, resta intatta la possibilità, per lo straniero extracomunitario, di ottenere l’ordinaria ammissione al patrocinio a spese dello Stato sulla base di una semplice e incontrollabile autocertificazione circa l’inesistenza o l’insufficienza di redditi prodotti all’estero, quando - come in realtà avviene, per le più varie ragioni, nella grande maggioranza dei casi - si ritenga che egli si sia trovato nell’impossibilità di ottenere una certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, come richiesto dall’articolo 79, comma 2, del Testo unico sulle spese di giustizia. Ciò sulla base della sentenza della Corte costituzionale numero 157 del 2021, dichiarativa della parziale incostituzionalità di detta ultima norma, appunto nella parte in cui non prevedeva che, in caso di impossibilità di ottenere la certificazione consolare, alla sua mancanza potesse supplirsi con un’autocertificazione dell’interessato. Secondariamente, resta pure intatta la previsione, contenuta nell’articolo 14, comma 4, del citato decreto legislativo numero 286/1998, in base alla quale lo straniero extracomunitario è in ogni caso ammesso al patrocinio a spese dello Stato nel procedimento di convalida del provvedimento con il quale viene disposto, in vista dell’espulsione, il suo trattenimento in un centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Così come, infine, resta intatta la previsione dell’articolo 16, comma 2, del decreto legislativo numero 25 del 2008, per la quale, ai fini delle impugnazioni delle decisioni in materia di riconoscimento dello status di rifugiato o di altre forme di protezione internazionale, lo straniero - per via del richiamo all’articolo 94 del Testo unico sulle spese di giustizia che, a sua volta, richiama il già citato articolo 79, comma 2, del medesimo Testo unico - è ammesso al patrocinio a spese dello Stato alla sola condizione, per quanto riguarda il requisito reddituale, costituita dalla produzione della stessa autocertificazione prevista dalla sentenza della Corte costituzionale di cui si è detto in precedenza.
Vi è, peraltro, da osservare, a quest’ultimo proposito, che nella medesima sentenza si afferma che dovrebbe essere onere dell’interessato provare «di aver compiuto tutto quanto esigibile secondo correttezza e diligenza» per ottenere, senza poi esservi riuscito, la certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, solo a tale condizione potendosi ammettere che essa sia sostituita dall’autocertificazione dello stesso interessato. Ma la verifica di tale condizione, nella pratica quotidiana, viene spesso e volentieri omessa, prendendosi per buono, purché non palesemente inverosimile, solo quanto affermato dall’interessato a sostegno dell’asserita «impossibilità» di ottenere la certificazione in questione. Da qui una prima conclusione, e cioè quella che sarebbe opportuno prevedere come obbligatorio, con apposita norma, che, quando lo straniero sia ammesso al gratuito patrocinio sulla base dell’autocertificazione da lui prodotta, nel relativo provvedimento si attesti l’avvenuta effettuazione della suddetta verifica e si indichino le ragioni per le quali essa abbia avuto esito positivo.
Ma una seconda e più importante conclusione è quella alla quale dovrebbe giungersi con riguardo al già accennato fenomeno costituito dalle impugnazioni che, grazie alla indiscriminata disponibilità dell’assistenza legale gratuita, vengono sistematicamente proposte dagl’interessati avverso ogni sorta di provvedimenti ad essi sfavorevoli in materia di immigrazione, indipendentemente dall’esistenza o meno di ragionevoli prospettive di un loro accoglimento. Per eliminare o, almeno, ridurre significativamente tale fenomeno, sarebbe necessario prevedere che l’assistenza legale gratuita possa essere negata ogni qual volta l’impugnazione che si intenda proporre avverso un determinato provvedimento appaia chiaramente destinata all’insuccesso. Ciò in perfetta conformità a quanto espressamente previsto tanto all’articolo 20, comma 3, dell’ancora vigente direttiva europea numero 32 del 2013 quanto all’articolo 29, comma 3, lettera b), della direttiva europea numero 1.346 del 2024, applicabile a partire dal 12 giugno 2026, fermo restando che, come pure espressamente previsto da detta ultima norma, l’assistenza legale gratuita sarebbe sempre concessa al solo, limitato fine della proposizione dell’impugnazione avverso il provvedimento con il quale essa sia stata negata. E dovrebbe, in particolare, ritenersi destinata, di regola, all’insuccesso ogni impugnazione avverso provvedimenti di diniego della protezione internazionale adottati nei numerosi casi, elencati negli articoli 28 ter e 29 del Decreto legislativo numero 25 del 2008, in cui la relativa richiesta sia da considerare inammissibile o manifestamente infondata; casi tra i quali rientra, ad esempio, quello che il richiedente asilo provenga da un Paese da ritenersi «sicuro».
Ai fini dell’adozione degli auspicabili interventi normativi di cui si è detto, potrebbe rivelarsi provvidenziale il «pasticcio» creatosi con l’emanazione, contestualmente alla conversione in legge del decreto legge numero 23/2026, del decreto legge «correttivo» numero 55/2026. In sede di conversione, infatti, di quest’ultimo decreto, ad esso potrebbero apportarsi, vertendosi comunque nella stessa materia, le modifiche nelle quali verrebbero a sostanziarsi i suddetti interventi (nella speranza che, naturalmente, in ossequio all’ormai avvenuta trasformazione dello Stato in senso monarchico, vi sia anche l’assenso del Sovrano che ha sede sul colle più alto).
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Ecco #DimmiLaVerità del 29 aprile 2026. Il nostro vicedirettore Giuliano Zulin ci spiega le prospettive della crisi energetica.
Agenti armati del CIMO (Corps d'Intervention et de Maintien de l'Ordre) mantengono una forte presenza di sicurezza mentre operai e lavoratori marciano per le strade di Port-au-Prince (Getty Images)
L’Onu approva una nuova forza multinazionale per tentare di stabilizzare Haiti, dove le gang controllano gran parte di Port-au-Prince. Ma tra collasso istituzionale, crisi umanitaria e fragilità politica, la transizione resta estremamente incerta.
Totalmente fuori dal radar dei grandi media internazionali l’isola caraibica di Haiti rimane in una situazione drammatica, dove le gang restano padrone del paese. Il rappresentante speciale delle Nazioni Unite per Haiti ha annunciato che una nuova forza multinazionale per combattere le bande criminali sarà dispiegata gradualmente nei prossimi mesi.
Questa Forza di Repressione delle gang inizierà a sostituire l'attuale Missione multinazionale a supporto della polizia haitiana, con l'obiettivo di ristabilire l’ordine e soprattutto il monopolio della forza da parte del governo di Port au Prince. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato un nuovo dispiegamento di 5.500 fra soldati ed agenti di polizia ed il primo contingente formato da 400 militari provenienti dal Ciad è già arrivato ad Haiti.
Il Palazzo di Vetro sembra finalmente voler fare qualcosa per aiutare la nazione caraibica, che ormai da cinque anni è in mano alla criminalità organizzata. La missione precedente, formata da poliziotti provenienti dal Kenya, non era mai stata finanziata ed attrezzata in maniera adeguata e gli agenti africani erano stati ininfluenti nella battaglia per il controllo della capitale. Dal Ciad in totale dovrebbero arrivare 1500 uomini, un contingente delle forze armate articolato in due battaglioni di fanteria. Ad Haiti le bande armate controllano circa il 75% della capitale Port-au-Prince, approfittando del collasso istituzionale seguito all’uccisione del presidente Jovenel Moïse ed al crollo dello stato. La polizia haitiana non riesce più a difendere nemmeno i quartieri governativi e vive asserragliata nelle caserme, dove subisce continui attacchi. Questa missione delle Nazioni Unite deve anche affrontare il problema di ricostruire un’entità statale che in questi anni è andata completamente persa. Le forze armate inviate potranno aiutare la popolazione, ma non saranno assolutamente sufficienti a garantire una transazione democratica per questa nazione che ha vissuto moltissime crisi nella sua travagliata storia.
Ad Haiti lo stato infatti non esiste più: da mesi i trasporti pubblici sono sospesi, i rifiuti non vengono raccolti ed i salari non vengono pagati. La maggioranza della popolazione è al limite della sopravvivenza e nel 75% dei quartieri della capitale sono le gang ad amministrare la vita quotidiana degli abitanti. Nonostante questa situazione le Nazioni Unite hanno espresso un giudizio positivo sul nuovo esecutivo guidato da Alix Didier Fils-Aimé, che sta faticosamente cercando di garantire una certa continuità dello Stato, sostenuta dal Patto nazionale per la stabilità, un accordo firmato da un grande rappresentanza della società civile. Anche il fatto che il governo abbia potuto ricominciare a riunirsi nella capitale, dopo tre anni, è visto come un fatto positivo. Le organizzazioni internazionali denunciano però una situazione umanitaria in rapido peggioramento con circa 1 milione e mezzo di persone sfollate che vivono in campi profughi o presso famiglie ospitanti, mentre si stima che entro la fine del 2026 circa 6,5 milioni di haitiani avranno bisogno di immediata assistenza umanitaria.
Stando a un recente rapporto, tra dicembre e febbraio oltre 2.400 persone sono state uccise, molte delle quali sospettate di essere membri di bande criminali, mentre la polizia sta cercando di intensificare le operazioni arruolando molti giovani disoccupati. Secondo il rapporto del BINUH (United Nations Integrated Office in Haiti), si registra un aumento del 23% degli omicidi rispetto al periodo precedente, con operazioni contro le bande criminali che hanno causato la morte di almeno 158 civili e il ferimento di oltre 100.
Lo scorso anno, più di 9.000 persone sono state uccise ad Haiti, e il paese registra un tasso di omicidi pari a 76 ogni 100.000 abitanti, uno dei più alti al mondo. A dicembre dovrebbe tenersi il primo turno delle elezioni, ma tutto resta estremamente aleatorio. Intanto il Primo ministro haitiano Alix Didier Fils-Aimé ha affermato che il governo di transizione «resta pienamente impegnato ad aiutare Haiti a uscire da questa crisi» e ha sottolineato che intende aumentare il numero di agenti di polizia e soldati, ribadendo che «lo Stato sta riprendendo il posto che gli spetta di diritto ed Haiti non perirà».
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Getty Images
Non hanno sbandierato gli ultimi rimpatri, da Berlino. Il settimanale Spiegel ha scovato la notizia e ieri l’ha data: un volo charter è decollato dopo mezzanotte di lunedì da Lipsia, con a bordo 25 afghani con precedenti penali, trasferiti all’aeroporto direttamente dal carcere. L’aereo ha fatto scalo in Turchia, a Trebisonda, per poi dirigersi a Kabul. I «remigrati» si erano macchiati di vari reati, tra cui furto, ricettazione, traffico di droga, stupro di gruppo, omicidio colposo, sequestro di persona, rapimento a scopo d’estorsione e crimini «a sfondo politico». Su quest’ultimo reato non sono state diffuse precisazioni. Secondo il settimanale tedesco, questo trasferimento è stato trattato in modo riservato tra le autorità tedesche e il governo dei talebani. A febbraio, c’erano stati altri 20 pregiudicati rimandati in Afghanistan. Ma l’espulsione maggiore è stata quella dello scorso luglio, quando furono imbarcati su un aereo per Kabul 81 persone, tutte pregiudicate, a seguito di una trattativa che aveva visto la mediazione del Qatar, visto che formalmente non ci sono rapporti diplomatici ufficiali con l’Afghanistan.
Anche se si tratta di soggetti che si sono macchiati di reati, le Nazioni unite e molte Ong non vedono di buon occhio questi accordi bilaterali, sia con l’Afghanistan sia con la Siria. E anche l’Ue sta andando a rilento sulla faccenda, nonostante le pressioni di molti Stati membri, con la scusa che a Kabul e a Damasco i diritti umani sono spesso violati e i detenuti rischiano torture e gravi privazioni.
Lo scorso 21 ottobre c’è stato un episodio clamoroso. Dieci Paesi europei, tra cui Germania, Italia, Svezia, Paesi Bassi e Polonia, hanno scritto una lettera a Bruxelles affermando che «l’Ue deve dare una risposta decisa e coordinata per riprendere il controllo sulla migrazione e sulla sicurezza». E hanno indicato l’espulsione degli afghani «senza diritto di residenza» tra i compiti che si deve assumere l’Ue. Secondo quel documento, a fine ottobre c’erano circa 22.870 afghani nell’Ue, che avevano ricevuto una decisione di rimpatrio nel 2024. Ma solo 435 persone sono effettivamente tornate nel loro Paese d’origine.
La Germania, stufa di aspettare, si sta muovendo da sola e batte i propri canali diplomatici. Lo sta facendo anche con i siriani, considerato che a Damasco non c’è più Assad, ma un regime ben visto dall’Europa, anche se guidato da un ex terrorista islamico abilmente ripulito come Ahmad al Shara. Tecnicamente, per l’Ue l’Afghanistan e la Siria sono Paesi d’origine «non sicuri». Il governo dei talebani non è riconosciuto a livello internazionale e non ci sono basi giuridiche per le espulsioni congiunte dell’Ue. Neppure in caso di delinquenti conclamati. Servono quindi un nuovo accordo sui rimpatri, o una modifica della direttiva sul tema, che richiedono l’approvazione dell’Europarlamento e del Consiglio Ue. Chi si muove in autonomia, come Berlino, deve comunque rispettare le norme europee e la Cedu. E poi ci sono i tribunali nazionali, che possono bloccare le cosiddette deportazioni nel caso ravvisino minacce alla vita, all’integrità fisica o alla libertà.
Al di là della prudenza dell’Unione, grazie alla decisione con la quale la Germania sta battendo la sua strada con afghani e siriani (si sta sempre parlando di pregiudicati), anche l’Italia risulta meno sola. O meglio, criticato in patria per l’accordo con l’Albania, il governo Meloni in realtà non è poi tanto solo sull’immigrazione, almeno nell’Europa che conta. Un altro esempio arriva dal Regno Unito, guidato dai laburisti, che la scorsa settimana ha firmato un nuovo accordo con la Francia per collaborare nel fermare i clandestini che vogliono attraversare la Manica. Il tutto con la previsione di robusti incentivi economici a favore della polizia francese, da parte del governo di Keir Starmer. Si tratta di un bagno di realtà, di una presa d’atto (quasi tardiva) che il problema dell’immigrazione clandestina non era solo di chi ha tanti chilometri di coste a Sud. E il motivo è che, con le destre in vantaggio nei sondaggi sia in Regno Unito che in Francia, nessun governante vuole andare a casa per colpa dell’immigrazione fuori controllo. Neppure se vuol fare il progressista.
E proprio ieri, l’Ufficio federale per la migrazione e i rifugiati di Berlino ha reso noto che la Germania non è più la prima destinazione d’asilo d’Europa. Nel primo trimestre, le domande sono calate del 23% rispetto al medesimo periodo del 2025 e per la prima volta la Germania perde il primo posto per scendere al quarto, subito dietro all’Italia. Attenzione, però, perché Germania, Italia, Spagna e Francia continuano a rappresentare complessivamente il 75% di tutte le prime domande d’asilo del Continente. A lungo negata, anche sull’immigrazione clandestina c’è una legge della domanda e dell’offerta. Dove i messaggi che un singolo governo manda, come quello di Berlino, contano parecchio.
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