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2025-09-09
Provano a riesumare il gender a scuola. Gli alunni rispondono: non ci interessa
(IStock)
Sotto la dicitura di educazione sessuale, vorrebbero portare il gender nelle scuole, facendo rientrare dalla finestra il ddl Zan cacciato dalla porta. Ma ai ragazzi, rapporti affettivi sani e buon sesso interessano di più delle menate sull’identità di genere. È quello che emerge da un’indagine di Webboh lab per ActionAid, finanziata dall’8x1000 ai buddisti.
A un campione di 14.700 adolescenti tra 14 e 19 anni, divisi tra un 51% di maschi, un 43% di femmine e un 6% di «fluidi», è stato chiesto di cosa vorrebbero parlare se in classe ci fosse l’ora di educazione sessuale. Il 32,2% ha risposto che si occuperebbe di «consenso e piacere»; il 25,3% desidera «una guida su come costruire relazioni positive»; solo il 16,5% (tenendo conto del suddetto 6% di «fluidi»…) dichiara che seguirebbe «un percorso su orientamenti sessuali e identità di genere». Ed è forse uno specchio dei tempi, della fatica con cui il woke va arretrando, il fatto che percentuali basse di studenti si curino di «aspetti biologici della sessualità» (5,4%) e malattie sessualmente trasmissibili (9,8%).
La ricerca nasce per dimostrare l’urgenza di avviare corsi di affettività nelle scuole. Per le associazioni è un business; per la sinistra è una bandierina. Tant’è che Elly Schlein, sulla scia dello scandalo Phica.eu, ha proposto addirittura di renderli obbligatori, mentre Alessandra Moretti denuncia il nuovo mostro: il «patriarcato digitale». È tutto un modo di cavalcare la cronaca per riesumare la già naufragata legge Zan, che poggiava su due pilastri: criminalizzare il dissenso sulla teoria gender e infilare la propaganda Lgbt tra i banchi. In ogni caso, nonostante i ragazzi appaiano poco sensibili agli aspetti scientifici, per lo più se ne infischiano delle bizzarrie dell’antropologia arcobaleno. Oltre il 57% degli intervistati ha più a cuore che gli si spieghi come godere in maniera salutare, senza prevaricare il partner, e come mettere in piedi una relazione basata sul rispetto. È legittimo domandarsi se a impartire lezioni su questi argomenti debbano essere i cosiddetti esperti, che il 48,2% degli adolescenti vorrebbe ascoltare, anziché le famiglie (sulle quali farebbe affidamento solamente il 25,6%) o i docenti (28,5%). Ma il senso dei risultati del sondaggio è chiaro: più buon senso, meno indottrinamento.
Sarà per prepararsi a vincere le eventuali resistenze, allora, che il documento preparato per ActionAid cade nell’errore che si prefigge di contrastare, ovvero appiccica delle etichette ai giovani. Il 46% del campione, dice l’Ong, rientra nella categoria degli «adolescenti anti stereotipi» e dei «vigili culturali»: si tratta di «una generazione pronta ad accogliere la parità di genere in modo attivo, critico, empatico», rifiutando i «modelli tossici trasmessi da media e tradizione». Evviva: c’è un esercito di ragazzini convinti che la cultura nella quale sono cresciuti sia un fardello di dolore del quale liberarsi. Il problema è che c’è anche «un gruppo ampio, ma silenzioso», che urge quindi stanare: sono i «tradizionalisti inconsapevoli», quel 21% di giovani che «aderisce a ruoli predefiniti in modo apparentemente innocuo, ma riproduce a livello personale gli stereotipi di genere della società patriarcale». Costoro potrebbero diventare dei pericolosissimi adulti convinti che il maschio abbia il pene e il cromosoma Y e la femmina la vagina e la doppia X. È una platea da correggere prima che sia troppo tardi. Attenzione, comunque, anche ai «giustificazionisti», al 16% che considera la violenza una «forma d’amore, colpevolizzando le vittime», oltre che al 17% di «progressisti distorti», i quali si reputano open mind perché non sostengono che le donne debbano limitarsi a lavare i piatti, ma poi coltivano «credenze pericolose legate al controllo, alla violenza e al giudizio». In sintesi, più della metà degli adolescenti ha bisogno di essere riprogrammata.
Chissà se è colpa della «tradizione» pure il disagio registrato dall’indagine per ActionAid: otto intervistati su dieci sono scontenti del loro corpo, sei su dieci subiscono bullismo per motivi legati all’obesità, all’altezza, al colore della pelle e dei capelli, oltre il 50% cambia il modo di vestire per timore dei giudizi altrui, in troppi avvertono il peso dei modelli irrealizzabili proposti dai social. L’adolescenza è sempre stata l’età più delicata, schiacciata tra la pressione del branco e le opprimenti aspettative sociali. Ma ci si dovrebbe domandare se il vuoto interiore, che porta il 70% dei ragazzi a non sapere a chi rivolgersi per consigli su sesso e relazioni, dipenda dalla persistenza delle tradizioni o dalla loro distruzione. Dalla demolizione della famiglia, dei corpi intermedi, della comunità, che un tempo trasmettevano valori e orizzonti di significato, mentre oggi non significano quasi più nulla. La soluzione, al solito, viene ricercata nell’autorità della tecnica e nella medicalizzazione: arriva il luminare col camice bianco. Magari, anche con la bandiera arcobaleno?
La strana denuncia della polizia Uk: trans a rischio mutilazioni femminili
Le mutilazioni genitali femminili (Mgf) rappresentano oggi un fenomeno terribilmente serio e purtroppo diffuso anche nel mondo occidentale e, in particolare, nel Regno Unito. Basti dire che secondo il servizio sanitario inglese lo scorso anno, solo tra gennaio e marzo 2024, erano state identificate oltre 2.000 ragazzine con Mgf, vale a dire circa 23 al giorno; dall’aprile 2015 il National health service ha invece contato quasi 37.600 ragazzine colpite dalla pratica, particolarmente diffusa nel mondo islamico. Siamo insomma davvero davanti ad una realtà, per quanto politicamente scorretta da denunciare, assai vasta e da non sottovalutare in alcun modo.
Per quanto dilaganti, però, mai avremmo pensato, per elementari ragioni di biologia e logica, che le mutilazioni genitali femminili avrebbero potuto mai riguardare soggetti altri da quelli femminili. Eppure, nel Regno Unito notoriamente all’avanguardia sul fronte dell’«inclusione», succede anche questo. A darne notizia è stato il Telegraph che, in un servizio a firma di Craig Simpson, ha raccontato una bizzarra trovata del College of policing (ente professionale della polizia britannica che dal 2012 si occupa di formazione, deontologia ed aggiornamento degli agenti), che ha pensato bene d’inserire nelle proprie linee guida sulle mutilazioni genitali femminili anche le donne transgender, cioè i soggetti biologicamente maschi che «si sentono femminile» e che hanno intrapreso un qualche iter di riassegnazione sessuale.
Parliamo, per la precisione, di linee guida fresche di pubblicazione, essendo state diffuse lo scorso agosto, e rivolte agli agenti che indagano sugli «abusi basati sull’onore». Come, appunto, le mutilazioni genitali femminili, ai quali evidenziano come gli ordini di protezione per le vittime di tali violenze possano riguardare «donne, ragazze o qualsiasi altra persona con genitali femminili», inclusi soggetti «intersex, non binari e persone trans, con o senza certificato di riconoscimento di genere». Ora, non ci vuole molto a comprendere come un simile contenuto abbia immediatamente sollevato un polverone. Sì, perché questa bizzarra scelta «inclusiva» è stata trovata del tutto fuori luogo da più osservatori, dato che le mutilazioni genitali femminili, come dice la parola stessa, colpiscono esclusivamente bambine e ragazze biologiche nei Paesi là dove vengono ancora praticate, quali Somalia, Sudan, Egitto e Indonesia, oppure in Occidente, ma presso le comunità immigrate.
In ogni caso, cosa c’entrino le donne transgender con questa pratica non si comprende affatto. Di qui le critiche di attiviste quali, per esempio, Helen Joyce di Sex Matters, sigla in prima linea sul tema dei diritti legati al sesso biologico, secondo la quale «è ovvio che gli uomini non possono subire mutilazioni genitali femminili: il termine stesso lo dice». Non senza ragione, la Joyce ha inoltre accusato il College di «confondere la realtà biologica con l’identità di genere», in questo modo allontanandosi dall’effettiva tutela delle bambine realmente a rischio. Parole dure, che sembrano aver già sortito un qualche effetto. A seguito di tali critiche (e di una recente sentenza della Corte Suprema del Regno Unito, che ha ribadito come la definizione legale di «donna» si basi sul sesso biologico) il College of policing ha difatti fatto sapere di voler rivedere le linee guida della discordia.
Tanto che un portavoce dell’ente, per velocizzare il dietrofront, ha già dichiarato che gli ordini di protezione contro le mutilazioni genitali femminili «si applicano solo a donne e ragazze biologiche». Com’è pacifico che sia, verrebbe da aggiungere. E fa specie che sia servita addirittura una sentenza della Corte Suprema per capire tutto ciò; diversamente, è lecito immaginare, quelle assurde linee guida sarebbero ancora al loro posto.
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Il 57% dei ragazzi, in classe, parlerebbe di sesso e relazioni sane. Solo il 16 di identità di genere. I nostalgici del ddl Zan annotino...«Trans a rischio di mutilazioni femminili». L’ente che forma gli agenti di polizia inglesi aveva messo l’alert nelle linee guida. Poi il dietrofront.Lo speciale contiene due articoli.Sotto la dicitura di educazione sessuale, vorrebbero portare il gender nelle scuole, facendo rientrare dalla finestra il ddl Zan cacciato dalla porta. Ma ai ragazzi, rapporti affettivi sani e buon sesso interessano di più delle menate sull’identità di genere. È quello che emerge da un’indagine di Webboh lab per ActionAid, finanziata dall’8x1000 ai buddisti.A un campione di 14.700 adolescenti tra 14 e 19 anni, divisi tra un 51% di maschi, un 43% di femmine e un 6% di «fluidi», è stato chiesto di cosa vorrebbero parlare se in classe ci fosse l’ora di educazione sessuale. Il 32,2% ha risposto che si occuperebbe di «consenso e piacere»; il 25,3% desidera «una guida su come costruire relazioni positive»; solo il 16,5% (tenendo conto del suddetto 6% di «fluidi»…) dichiara che seguirebbe «un percorso su orientamenti sessuali e identità di genere». Ed è forse uno specchio dei tempi, della fatica con cui il woke va arretrando, il fatto che percentuali basse di studenti si curino di «aspetti biologici della sessualità» (5,4%) e malattie sessualmente trasmissibili (9,8%). La ricerca nasce per dimostrare l’urgenza di avviare corsi di affettività nelle scuole. Per le associazioni è un business; per la sinistra è una bandierina. Tant’è che Elly Schlein, sulla scia dello scandalo Phica.eu, ha proposto addirittura di renderli obbligatori, mentre Alessandra Moretti denuncia il nuovo mostro: il «patriarcato digitale». È tutto un modo di cavalcare la cronaca per riesumare la già naufragata legge Zan, che poggiava su due pilastri: criminalizzare il dissenso sulla teoria gender e infilare la propaganda Lgbt tra i banchi. In ogni caso, nonostante i ragazzi appaiano poco sensibili agli aspetti scientifici, per lo più se ne infischiano delle bizzarrie dell’antropologia arcobaleno. Oltre il 57% degli intervistati ha più a cuore che gli si spieghi come godere in maniera salutare, senza prevaricare il partner, e come mettere in piedi una relazione basata sul rispetto. È legittimo domandarsi se a impartire lezioni su questi argomenti debbano essere i cosiddetti esperti, che il 48,2% degli adolescenti vorrebbe ascoltare, anziché le famiglie (sulle quali farebbe affidamento solamente il 25,6%) o i docenti (28,5%). Ma il senso dei risultati del sondaggio è chiaro: più buon senso, meno indottrinamento.Sarà per prepararsi a vincere le eventuali resistenze, allora, che il documento preparato per ActionAid cade nell’errore che si prefigge di contrastare, ovvero appiccica delle etichette ai giovani. Il 46% del campione, dice l’Ong, rientra nella categoria degli «adolescenti anti stereotipi» e dei «vigili culturali»: si tratta di «una generazione pronta ad accogliere la parità di genere in modo attivo, critico, empatico», rifiutando i «modelli tossici trasmessi da media e tradizione». Evviva: c’è un esercito di ragazzini convinti che la cultura nella quale sono cresciuti sia un fardello di dolore del quale liberarsi. Il problema è che c’è anche «un gruppo ampio, ma silenzioso», che urge quindi stanare: sono i «tradizionalisti inconsapevoli», quel 21% di giovani che «aderisce a ruoli predefiniti in modo apparentemente innocuo, ma riproduce a livello personale gli stereotipi di genere della società patriarcale». Costoro potrebbero diventare dei pericolosissimi adulti convinti che il maschio abbia il pene e il cromosoma Y e la femmina la vagina e la doppia X. È una platea da correggere prima che sia troppo tardi. Attenzione, comunque, anche ai «giustificazionisti», al 16% che considera la violenza una «forma d’amore, colpevolizzando le vittime», oltre che al 17% di «progressisti distorti», i quali si reputano open mind perché non sostengono che le donne debbano limitarsi a lavare i piatti, ma poi coltivano «credenze pericolose legate al controllo, alla violenza e al giudizio». In sintesi, più della metà degli adolescenti ha bisogno di essere riprogrammata.Chissà se è colpa della «tradizione» pure il disagio registrato dall’indagine per ActionAid: otto intervistati su dieci sono scontenti del loro corpo, sei su dieci subiscono bullismo per motivi legati all’obesità, all’altezza, al colore della pelle e dei capelli, oltre il 50% cambia il modo di vestire per timore dei giudizi altrui, in troppi avvertono il peso dei modelli irrealizzabili proposti dai social. L’adolescenza è sempre stata l’età più delicata, schiacciata tra la pressione del branco e le opprimenti aspettative sociali. Ma ci si dovrebbe domandare se il vuoto interiore, che porta il 70% dei ragazzi a non sapere a chi rivolgersi per consigli su sesso e relazioni, dipenda dalla persistenza delle tradizioni o dalla loro distruzione. Dalla demolizione della famiglia, dei corpi intermedi, della comunità, che un tempo trasmettevano valori e orizzonti di significato, mentre oggi non significano quasi più nulla. La soluzione, al solito, viene ricercata nell’autorità della tecnica e nella medicalizzazione: arriva il luminare col camice bianco. Magari, anche con la bandiera arcobaleno?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scuola-crisi-gender-2673974882.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-strana-denuncia-della-polizia-uk-trans-a-rischio-mutilazioni-femminili" data-post-id="2673974882" data-published-at="1757425265" data-use-pagination="False"> La strana denuncia della polizia Uk: trans a rischio mutilazioni femminili Le mutilazioni genitali femminili (Mgf) rappresentano oggi un fenomeno terribilmente serio e purtroppo diffuso anche nel mondo occidentale e, in particolare, nel Regno Unito. Basti dire che secondo il servizio sanitario inglese lo scorso anno, solo tra gennaio e marzo 2024, erano state identificate oltre 2.000 ragazzine con Mgf, vale a dire circa 23 al giorno; dall’aprile 2015 il National health service ha invece contato quasi 37.600 ragazzine colpite dalla pratica, particolarmente diffusa nel mondo islamico. Siamo insomma davvero davanti ad una realtà, per quanto politicamente scorretta da denunciare, assai vasta e da non sottovalutare in alcun modo.Per quanto dilaganti, però, mai avremmo pensato, per elementari ragioni di biologia e logica, che le mutilazioni genitali femminili avrebbero potuto mai riguardare soggetti altri da quelli femminili. Eppure, nel Regno Unito notoriamente all’avanguardia sul fronte dell’«inclusione», succede anche questo. A darne notizia è stato il Telegraph che, in un servizio a firma di Craig Simpson, ha raccontato una bizzarra trovata del College of policing (ente professionale della polizia britannica che dal 2012 si occupa di formazione, deontologia ed aggiornamento degli agenti), che ha pensato bene d’inserire nelle proprie linee guida sulle mutilazioni genitali femminili anche le donne transgender, cioè i soggetti biologicamente maschi che «si sentono femminile» e che hanno intrapreso un qualche iter di riassegnazione sessuale.Parliamo, per la precisione, di linee guida fresche di pubblicazione, essendo state diffuse lo scorso agosto, e rivolte agli agenti che indagano sugli «abusi basati sull’onore». Come, appunto, le mutilazioni genitali femminili, ai quali evidenziano come gli ordini di protezione per le vittime di tali violenze possano riguardare «donne, ragazze o qualsiasi altra persona con genitali femminili», inclusi soggetti «intersex, non binari e persone trans, con o senza certificato di riconoscimento di genere». Ora, non ci vuole molto a comprendere come un simile contenuto abbia immediatamente sollevato un polverone. Sì, perché questa bizzarra scelta «inclusiva» è stata trovata del tutto fuori luogo da più osservatori, dato che le mutilazioni genitali femminili, come dice la parola stessa, colpiscono esclusivamente bambine e ragazze biologiche nei Paesi là dove vengono ancora praticate, quali Somalia, Sudan, Egitto e Indonesia, oppure in Occidente, ma presso le comunità immigrate.In ogni caso, cosa c’entrino le donne transgender con questa pratica non si comprende affatto. Di qui le critiche di attiviste quali, per esempio, Helen Joyce di Sex Matters, sigla in prima linea sul tema dei diritti legati al sesso biologico, secondo la quale «è ovvio che gli uomini non possono subire mutilazioni genitali femminili: il termine stesso lo dice». Non senza ragione, la Joyce ha inoltre accusato il College di «confondere la realtà biologica con l’identità di genere», in questo modo allontanandosi dall’effettiva tutela delle bambine realmente a rischio. Parole dure, che sembrano aver già sortito un qualche effetto. A seguito di tali critiche (e di una recente sentenza della Corte Suprema del Regno Unito, che ha ribadito come la definizione legale di «donna» si basi sul sesso biologico) il College of policing ha difatti fatto sapere di voler rivedere le linee guida della discordia.Tanto che un portavoce dell’ente, per velocizzare il dietrofront, ha già dichiarato che gli ordini di protezione contro le mutilazioni genitali femminili «si applicano solo a donne e ragazze biologiche». Com’è pacifico che sia, verrebbe da aggiungere. E fa specie che sia servita addirittura una sentenza della Corte Suprema per capire tutto ciò; diversamente, è lecito immaginare, quelle assurde linee guida sarebbero ancora al loro posto.
Un momento del rito Cristiano copto per celebrare le esequie di Youssef Abanoub, ucciso dal suo compagno Zouhair Atif, nella classe dell'istituto superiore Einaudi Chiodo (Ansa)
Zouhair Atif era stato monitorato dalla Digos per un sospetto rischio di radicalizzazione religiosa. Emergono ulteriori dettagli sulla personalità dello studente marocchino che il 16 gennaio nella scuola Einaudi Chiodo di La Spezia ha ucciso con una coltellata il compagno di origini egiziane Youssef Abanoub. Il movente dell’omicidio sembrerebbe essere la gelosia. Ma forse non andrebbe trascurato il sospetto di radicalizzazione se si contrappone a un altro elemento di questa vicenda: Youssef, Aba per amici e parenti, era figlio di una famiglia copta egiziana, la minoranza cristiana più antica e massacrata del Medio Oriente. La famiglia era scappata dall’Egitto più di dieci anni fa proprio perché perseguitata.
È stato Il Secolo XIX a raccontare che l’attività di verifica della Digos sul ragazzo era scattata dopo una segnalazione fatta nel 2024 da una docente di religione che si era preoccupata dopo aver sentito il ragazzo parlare di «Islam in maniera un po' troppo estrema». Poi un tema sul fenomeno dei femminicidi, che venne definito «allarmante».
L’insegnante parlò di «fragilità e sofferenza» del ragazzo «con un abisso dentro». Secondo la Digos quello scritto non faceva pensare a rischi concreti, ma venne segnalato all’Ufficio minori della Questura. Senza dimenticare che spesso diceva di avere la curiosità di «sapere cosa si prova a uccidere», citava i versetti del Corano e girava armato di coltello con cui aveva minacciato anche altri studenti.
«Quella comunicazione non manifestava esigenze o obblighi come, per esempio, l’avvio di una presa in carico del ragazzo. Non c’è stata nessun’altra corrispondenza tra i vari uffici, così come dal Tribunale, successivamente a quella segnalazione, non è arrivata alcuna richiesta» aveva detto Sara Luciani, assessore ai servizi sociali del Comune di Arcola, dove il ragazzo risiedeva con la famiglia.
Cesare Baldini, l’avvocato spezzino che difende Zouhair Atif, ha affermato di non sapere nulla circa i passati accertamenti della Digos. «So soltanto che Atif in carcere ha chiesto di poter leggere il Corano. Mi preme, però, ricordare che è un ragazzo che ha manifestato più volte intenti suicidi e ha vissuto per anni lontano dai genitori: loro erano in Italia, lui in Marocco con gli zii. Il contesto sociale è sicuramente complesso» spiega il legale. «Ho chiesto alla Procura di valutare la possibilità di una perizia psichiatrica perché credo sia un ragazzo che vada valutato anche sotto quel profilo».
Proprio per questo Baldini non ha chiesto la scarcerazione di Atif: «Il carcere mi pare sia il luogo che possa proteggere Atif da sé stesso o da altri». Anche se si tratta di una vicenda passata, il pm Giacomo Gustavino ha fatto sequestrare il compito in classe sul femminicidio, ed è stata ascoltata anche la professoressa che in passato si era preoccupata sentendolo discutere di religione in classe e parlare di Islam radicale.
Intanto, secondo le indagini a «giustificare» l’uso di quel coltellaccio con una lama di 22 centimetri per uccidere Youssef sarebbe stata la gelosia scattata perché Aba e la fidanzata di Atif si erano scambiati alcune foto dei tempi delle scuole medie.
«Zouhair era gelosissimo, diceva che ero soltanto sua e Aba lo provocava. A scuola, quando si incrociavano in corridoio, si scambiavano insulti, anche in arabo» ha raccontato la ragazza, ancora minorenne, nell’interrogatorio in Procura. «Aba è un mio caro amico d’infanzia. Siamo cresciuti insieme, da piccoli ci sentivamo. Ma questa amicizia ad Atif non andava giù».
Quel 16 gennaio Aba avrebbe chiesto scusa ad Atif per quello scambio di foto ma l’ira del marocchino era già esplosa: ha dato il primo colpo al collo del compagno davanti agli altri studenti. Aba si sarebbe allontanato ma lui lo ha inseguito e poi finito in un’altra aula. Infine, ha cercato la fidanzata per farle vedere cosa aveva fatto. «Mi ha fatto vedere il coltello insanguinato. Era soddisfatto. Rideva mentre io guardavo Aba a terra».
Un omicidio, quello commesso da Atif, aggravato «da futili motivi» ma soprattutto «connotato da peculiare brutalità» e «allarmante disinvoltura» ha scritto il gip del tribunale di La Spezia al termine dell’interrogatorio di garanzia del diciannovenne che da venerdì 16 è in una cella di isolamento nel carcere della città sotto massima sorveglianza: un controllo ogni 15 minuti.
E proprio ieri il ministro dell’istruzione Giuseppe Valditara ha annunciato l’arrivo di metal detector mobili per controllare gli ingressi laddove «la scuola sia preoccupata, laddove il preside e la comunità scolastica lo siano e si può chiedere al prefetto che valuterà l’utilizzo. Questa non è repressione ma sicurezza».
Valditara: «Metal detector a scuola»
Di fronte a particolari situazioni di pericolo, i dirigenti scolastici potranno chiedere al prefetto l’autorizzazione a installare metal detector mobili all’ingresso delle scuole. È l’idea lanciata dal ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, intervenuto ieri a «Idee in movimento», manifestazione organizzata a Roccaraso dalla Lega: «Questo governo», spiega Valditara, «sta attuando un’autentica rivoluzione culturale. Arriviamo da 60 anni di una “cultura” che ha disintegrato il buon senso. Viene ucciso un ragazzo con un coltello in una scuola, oggi (ieri, ndr) hanno trovato addirittura un ragazzo con un machete in classe. Sta diventando quasi una moda», aggiunge Valditara, «e la prima cosa che mi è venuta spontanea proporre sono stati i metal detector mobili per controllare gli ingressi. Laddove la scuola sia preoccupata», evidenzia il ministro, «il preside può chiederlo al prefetto che valuterà l’utilizzo. Questa è un’esigenza di sicurezza, è un’esigenza di libertà, è una garanzia nei confronti dei nostri giovani, dei nostri docenti, del personale della scuola. Hanno parlato di repressione, ero incredulo e c’è pure qualcuno che gli ha dato retta, ma dove sta la repressione? Questa è sicurezza». Difficile dar torto a Valditara, la cui proposta è comunque subordinata a una esplicita richiesta della scuola interessata e a una attenta valutazione della prefettura. Che la misura sia colma è un fatto difficilmente contestabile: ieri i carabinieri di Budrio, nel Bolognese, sono intervenuti in una scuola superiore dopo la segnalazione di un insegnante, che ha notato un machete all’interno dello zaino di uno studente minorenne. I militari, una volta arrivati nella struttura, hanno proceduto nei suoi confronti. Un machete a scuola: sembra un film horror, invece è una realtà con la quale bisogna fare i conti. Eppure, da sinistra arriva la solita litania, anche se neanche i dem possono ignorare completamente la realtà: «In alcune scuole», commenta la parlamentare del Pd Paola De Micheli, «ci sono già i metal detector, installati sulla base dell’autonomia scolastica. Forse possono servire, ma siamo convinti che una misura di deterrenza sia sufficiente per limitare la violenza tra i giovani? Mi pare ancora una volta che da parte del ministro Giuseppe Valditara e di questo governo, a fronte di un problema serissimo come quello della violenza tra i giovani, arrivi una risposta emotiva e sensazionalistica. Che di fatto evidenzia una desolante mancanza di idee e di analisi, necessari per offrire proposte più profonde e realmente efficaci. Occorre», aggiunge la De Micheli sul sito FrV News Magazine, «inquadrare il problema in tutta la sua dimensione, che investe l’intera società, anche al di fuori delle aule. Bisogna affrontare le sfide educative e ascoltare chi ogni giorno opera in contesti difficili prendendo atto che misure soltanto repressive non bastano». Quelle che di sicuro non bastano, non bastano più, sono le parole dense di demagogia e qualunquismo che da sinistra ripetono stancamente per bollare come «repressivo» ogni provvedimento messo in campo per garantire la sicurezza ai cittadini. Il fenomeno delle armi da taglio nelle scuole sta prendendo una piega estremamente grave, restare con le mani in mano può voler dire non evitare altri delitti. Del resto, i metal detector sono strumenti che fanno parte della nostra vita: non si comprende perché installarli nelle scuole debba rappresentare chi sa quale svolta pericolosa, come profetizzato dal sindaco di Bologna, Matteo Lepore: «Se non vogliamo diventare come gli Stati Uniti, che hanno i metal detector in alcune scuole di serie B e C, se non vogliamo seguire la deriva di Trump, dobbiamo sostenere il personale scolastico con stipendi adeguati e, scuola per scuola, riflettere sulle esigenze per mettere in sicurezza il plesso scolastico».
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Francesca Pascale (Ansa)
La Lega mette in luce la sua anima moderata, attenta ai diritti civili, e lancia la sfida: ieri a Rivisondoli (L’Aquila) si è aperta la kermesse del Carroccio intitolata «Idee in movimento», che ha l’obiettivo di sgretolare tanti luoghi comuni costruiti intorno al partito guidato da Matteo Salvini. Tocca all’ex presidente del Veneto, Luca Zaia, da sempre su posizioni liberal in tema di diritti civili, lanciare la sfida: «Sui temi dei diritti civili e dell’eutanasia», dice Zaia in videocollegamento, «io credo che non sono di dominio di qualcun altro, dobbiamo avere il coraggio di buttare il cuore oltre l’ostacolo. Sull’eutanasia non abbiamo ancora un Parlamento che riesce a esprimersi, ci vuole una legge. Io sono convinto che vinca sempre la destra liberale. Una destra liberticida e troppo concentrata sugli aspetti fondamentalisti», aggiunge Zaia, «non può portare ai risultati che i cittadini si aspettano».
A Zaia replica il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, leader di Forza Italia: «Siamo sempre stati disposti ad affrontare queste questioni. Sui diritti», sottolinea Tajani, «siamo sempre stati in prima fila. Siamo sempre stati a favore dello ius Italiae, quindi i diritti anche dei giovani cittadini o che stanno per diventare cittadini. Sulle questioni più di coscienza, ovviamente abbiamo sempre dato la libertà ai nostri parlamentari di votare in base alla loro scelta personale. Quindi massima libertà di discussione e anche massima libertà di voto».
Partecipa all’evento anche Francesca Pascale, ex compagna di Silvio Berlusconi e attivista dei diritti civili, accolta con simpatia dai tanti militanti intervenuti. Pace fatta pure con Matteo Salvini: «Sinceramente», dice la Pascale, «posso dire che trovo più libertà qui nella Lega che per esempio in altri partiti, non dico Forza Italia, ma in altri. Qui ho avuto la libertà e la possibilità di salutare tutti anche se sono sempre stata molto ostile e aggressiva con la Lega. Invece ho trovato coesione e in particolare le donne della Lega mi hanno sorpreso sul tema dell’Iran, sono state presenti a differenza del femminismo di sinistra. Salvini? Lo ringrazierò», aggiunge la Pascale, «perché sono stati ospitalissimi. Ho avuto modo finalmente di dire qualcosa sul mio tema preferito nell’ambito del centrodestra che è la mia area politica».
Fittissimo il parterre dei partecipanti, tra i quali il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, che nel suo intervento affronta il delicato e attualissimo tema dell’equilibrio tra sicurezza e libertà: «Da una parte», argomenta Fontana, «più sicurezza tendenzialmente significa anche dire magari meno libertà; e quindi dobbiamo stare molto attenti a garantire la giusta sicurezza, affinché tutti i cittadini onesti possano vivere tranquillamente, senza ovviamente trasformarci da un Paese libero a un Paese dove queste libertà non sono concesse». Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, innanzitutto dà una notizia: «Penso che lo spirito della rottamazione delle cartelle esattoriali», sottolinea Giorgetti, «valga anche per i Comuni. L’auspicio è che per andare rapidamente allo smaltimento di quell’immenso magazzino di crediti accertati che sono lì da decenni, la soluzione transattiva con i contribuenti potrebbe aprire una stagione nuova. È lo spirito con cui la Lega ha lavorato». Un’idea, quella di estendere ai tributi comunali la possibilità della rottamazione, che è destinata a riscuotere (è il caso di dirlo) grande apprezzamento tra gli italiani. Molto attuale anche l’intervento di Luca Palamara, ex magistrato ed ex presidente dell’Anm: «Quando tutto ciò che non è sinistra è al governo», sostiene Palamara, «una parte della magistratura, che è preponderante, va in tilt. Lo vediamo sull’immigrazione, tema che porta a questo corto circuito fra una parte della magistratura e una parte della politica». Sul caso Striano, aggiunge Palamara, «bisogna capire cosa è successo. Non sono normali 230.000 accessi informatici. Mettere in circolo le informazioni sulle segnalazioni di operazioni sospette su cui non ci sono ancora indagini aperte, significa sostituire alla prova il sospetto per eliminare questo o quel rivale politico».
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Gnl nel 2026 tanta nuova offerta. In Groenlandia servono enormi investimenti. Riparte la nuova Via della Seta. In Giappone nucleare al riavvio. Litio, mercato in subbuglio.