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2022-05-22
Sbarchi continui e istituzioni in tilt. Prese d’assalto le coste calabresi
Ansa
La fame innescata in Africa e Asia dalla carenza di grano d’esportazione ucraino sta incrementando le partenze verso le coste italiane. Anche ieri la Calabria è stata presa d’assalto. A Roccella Jonica, poco prima dell’alba, c’è stato l’ennesimo approdo: in 119 (provenienti dall’Afghanistan e dalla Siria, con un nutrito gruppo di donne e di bambini) sono stati intercettati dalla Guardia di finanza mentre con un veliero cercavano di arrivare a riva. Su disposizione della prefettura di Reggio Calabria sono stati momentaneamente sistemati nell’area del porto in cui è stata tirata su una tensostruttura gestita dalla Croce rossa e dalla Protezione civile.
Si tratta del diciannovesimo sbarco nel tratto di costa della Locride in questi primi quattro mesi e mezzo del 2022, 18 dei quali a Roccella. E il sindaco, Vittorio Zito, l’altro giorno è sbottato, creando un caso in Calabria, dove fino a qualche tempo fa erano abituati all’accoglienza alla Mimmo Lucano. Zito ha chiesto l’intervento diretto del ministro Luciana Lamorgese e ha pungolato il governo chiedendo «strumenti tecnico normativi utili a gestire l’emergenza». Il suo appello è stato accolto. E mercoledì, insieme al prefetto di Reggio Calabria, Massimo Mariani, incontrerà la Lamorgese al Viminale. Potrebbe trattarsi, però, del solito tentativo con cui il Viminale cerca di far mantenere la calma alle istituzioni locali, promettendo interventi che, poi, in realtà non arrivano.
A Roccella, dove non hanno a disposizione un sistema di accoglienza adeguato né strutture idonee (non c’è un centro d’accoglienza straordinaria), temono una vera e propria invasione. Il meccanismo è andato già in crisi dopo i sei sbarchi ravvicinati verificatisi nel giro di appena cinque giorni. Zito, però, l’aveva previsto. E il 10 maggio a Roccella aveva convocato e presieduto un vertice istituzionale, al quale hanno partecipato anche il prefetto e altri sindaci della Locride, per evidenziare tutte le criticità che la cittadina si trova ad affrontare quotidianamente. L’altro fronte caldo in Calabria è a Crotone. Ieri 100 stranieri, provenienti prevalentemente da Afghanistan e Iran, sono stati intercettati sulla spiaggia di Gabella dalle forze dell’ordine. Erano appena approdati dopo una traversata a bordo di un un veliero proveniente dalla Turchia. Lo sbarco è avvenuto in modo autonomo e l’imbarcazione era riuscita a filtrare i controlli della costa. Uno sbarco simile si era verificato nelle stesso tratto di litorale il 18 maggio. Gli sbarcati, però, in quel caso erano riusciti ad allontanarsi dalla spiaggia e sono stati rintracciati dalla polizia nelle campagne, dopo diverse segnalazioni dei residenti. Due turchi sono sospettati di essere gli scafisti trafficanti di esseri umani. E se dall’inizio dell’anno tra Roccella e Siderno sono sbarcati già in 2.000, sulle coste del Crotonese le barche approdate sono state 15, con 1.300 persone. Una sola, invece, nella zona di Catanzaro, con 55 persone approdate a Guardavalle Marina, cittadina che è, però, al confine con la Locride. In totale, quindi, la Calabria si è ritrovata con 3.355 stranieri da piazzare tra i vari centri d’accoglienza. Molti si trovano nel Cara di Isola Capo Rizzuto, un centro che in passato, stando alle ricostruzioni della Procura antimafia di Catanzaro, era finito nelle mani delle cosche, che sarebbero riuscite a controllare una delle tante associazioni che in Calabria si occupano di accoglienza. I numeri dei nuovi approdi, capaci di far gola alla criminalità organizzata, ovviamente, preoccupano non poco anche i pool antimafia.
Nel maggio 2021, anno che era stato considerato da record, gli approdati si erano fermati a 200. E a dicembre si era superata la quota dei 7.000. Ora, a maggio, si è già raggiunta la metà di quella cifra che era stata considerata come spaventosa. D’altra parte le rotte calabresi attualmente sono considerate le più appetibili per i trafficanti. Lo conferma il fatto che negli scorsi giorni alcune imbarcazioni dirette verso la Calabria ma intercettate a largo dalla Guardia costiera sono state deviate verso Lampedusa e Pozzallo. Si tratta di due velieri con 258 persone intercettate la scorsa settimana all’altezza di Capo Spartivento e scortate nei porti siciliani. Proprio a Lampedusa ieri ci sono stati altri due piccoli sbarchi. In 32, partiti da Camerun, Costa d’Avorio e Guinea, sono sono stati intercettati da una motovedetta della Guardia di finanza a circa dieci miglia dall’isolotto di Lampione. L’imbarcazione, di cinque metri, era partita dal porto di Sfax, in Tunisia. A bordo c’erano anche 12 donne e tre minorenni. Il gruppo, dopo i primi controlli sanitari effettuati al molo Favarolo, è stato portato all’hotspot di contrada Imbriacola, dove erano già presenti 703 ospiti, a fronte di una capienza totale prevista di 250. Altri 23, tutti uomini, sono stati soccorsi, poco dopo, a circa 20 miglia dalla costa da una motovedetta della Capitaneria di porto. Anche questa imbarcazione (di sei metri) sarebbe partita dalla Tunisia. La barca è stata lasciata alla deriva. E con il secondo approdo, l’hotspot è arrivato a quota 757, mettendo di nuovo in ansia la prefettura di Agrigento, che sembra in difficoltà sull’alleggerimento della struttura.
«Bisogna attivare immediatamente le navi quarantena per i trasferimenti, il governo nazionale non può permettersi cali d’attenzione», ha affermato il sindaco, Totò Martello, che ha aggiunto: «Lo avevo detto anche nei giorni scorsi, con il mare calmo erano più che prevedibili nuovi sbarchi». E la stagione turistica rischia di andare già in crisi.
Iran alla fame: parte il razionamento
L’Iran lancia un esperimento inquietante: per comprare il pane servirà un «passaporto digitale». Il Paese degli ayatollah sarà il primo - e si suppone non l’ultimo - a lanciare uno schema di razionamento alimentare basato su parametri di identità biometrica.
L’Iran è tra i principali importatore di cereali russi e la guerra in Ucraina, con i nuovi costi imposti sull’importazione, sta creando problemi interni notevoli. Masse di cittadini sono scese in strada a protestare contro l’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità e contro le politiche messe in campo da Ebrahim Raisi, ottavo presidente dell’Iran, giudice supremo e fedelissimo di Khamenei. Raisi ha infatti annunciato il taglio dei sussidi statali per il grano importato, causando un aumento di prezzi dei prodotti a base di farina fino al 300%. A fronte di ciò, è stato lanciato un programma che ha dell’incredibile. I sussidi aboliti, infatti, dovranno essere compensati con una sorta di «coupon digitale» che ha lo scopo di consentire ai cittadini di accedere a una quantità limitata di pane a prezzi agevolati. Il resto delle scorte di pane e cibi derivati da farine sarà disponibile ai prezzi di mercato. Prezzi che - a causa del crollo degli stipendi contro il quale gli iraniani stanno protestando in almeno una quarantina di città - sono inaccessibili per la maggioranza dei cittadini. In definitiva, una specie di «green pass» dotato di Id con scansione biometrica servirà se si vuole comprare pane a prezzi calmierati. Chi non ne fosse dotato, sarebbe obbligato a spese insostenibili e dunque, condannato alla fame.
Quindi, per ricapitolare: chi non vuole rimanere senza cibo, dovrà usare questa «carta» dotata di un chip che memorizza, dopo averle scansionate, l’iride, le impronte digitali e immagini del volto. Il chip, già usato per accedere ad alcuni servizi forniti dal governo, avvertirà l’utente se ha ancora accesso ad una quantità di pane al prezzo calmierato o se il «credito» è finito. Il problema ancor più grosso sta nel fatto che questo originale «regime», che entrerà in vigore tra circa due mesi, coinvolgerà man mano anche altri generi alimentari. Pollo, formaggio, olio vegetale e lentamente chissà che altro, rientreranno in questa nuova politica. Il timore degli iraniani è che poi i tassi di inflazione sempre più alti potrebbero far salire i prezzi di migliaia di prodotti alimentari, che verrebbero così «risucchiati» da questa spirale perversa.
Tra i cibi a rischio figurerebbero i prodotti caseari che hanno subito pesanti innalzamenti di prezzo. Raisi ha denominato la sua operazione come una necessaria «chirurgia economica». Secondo il presidente iraniano, il governo non può più permettersi sprechi di denaro e l’annunciato razionamento è «necessario per un’equa distribuzione dei fondi pubblici». Il Paese scivola sempre più nell’abisso. Basti pensare che l’inflazione oscilla tra il 40% e il 50% e la metà degli 85 milioni di abitanti vive sotto la soglia di povertà. Tutto è peggiorato a causa della guerra in Ucraina: come si diceva, l’Iran importa cereali russi e col conflitto i costi sono levitati. La dieta iraniana è basata principalmente su pane, patate, riso e gli iraniani più poveri hanno bisogno estremo delle sovvenzioni statali. Le proteste dilagano ormai in tutto l’Iran e si allargano ogni giorno di più. La gente chiede maggiore libertà politica e la fine della Repubblica islamica. Qualcuno auspica persino il ritorno del figlio dello Scià, Reza Pahlavi, che si trova in esilio.
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Sono 119 i nuovi arrivati all’alba a Roccella Jonica. Dove il sindaco chiede risposte a Luciana Lamorgese. Altri 100 migranti sono stati fermati sulle spiagge di Crotone. A livello regionale siamo già a quota 3.355.In Iran parte il razionamento. Mentre la folla scende in piazza contro l’aumento dei prezzi, il presidente Ebrahim Raisi assegna ai cittadini una quota minima di pane. Da ritirare con la tessera digitale.Lo speciale contiene due articoli.La fame innescata in Africa e Asia dalla carenza di grano d’esportazione ucraino sta incrementando le partenze verso le coste italiane. Anche ieri la Calabria è stata presa d’assalto. A Roccella Jonica, poco prima dell’alba, c’è stato l’ennesimo approdo: in 119 (provenienti dall’Afghanistan e dalla Siria, con un nutrito gruppo di donne e di bambini) sono stati intercettati dalla Guardia di finanza mentre con un veliero cercavano di arrivare a riva. Su disposizione della prefettura di Reggio Calabria sono stati momentaneamente sistemati nell’area del porto in cui è stata tirata su una tensostruttura gestita dalla Croce rossa e dalla Protezione civile.Si tratta del diciannovesimo sbarco nel tratto di costa della Locride in questi primi quattro mesi e mezzo del 2022, 18 dei quali a Roccella. E il sindaco, Vittorio Zito, l’altro giorno è sbottato, creando un caso in Calabria, dove fino a qualche tempo fa erano abituati all’accoglienza alla Mimmo Lucano. Zito ha chiesto l’intervento diretto del ministro Luciana Lamorgese e ha pungolato il governo chiedendo «strumenti tecnico normativi utili a gestire l’emergenza». Il suo appello è stato accolto. E mercoledì, insieme al prefetto di Reggio Calabria, Massimo Mariani, incontrerà la Lamorgese al Viminale. Potrebbe trattarsi, però, del solito tentativo con cui il Viminale cerca di far mantenere la calma alle istituzioni locali, promettendo interventi che, poi, in realtà non arrivano. A Roccella, dove non hanno a disposizione un sistema di accoglienza adeguato né strutture idonee (non c’è un centro d’accoglienza straordinaria), temono una vera e propria invasione. Il meccanismo è andato già in crisi dopo i sei sbarchi ravvicinati verificatisi nel giro di appena cinque giorni. Zito, però, l’aveva previsto. E il 10 maggio a Roccella aveva convocato e presieduto un vertice istituzionale, al quale hanno partecipato anche il prefetto e altri sindaci della Locride, per evidenziare tutte le criticità che la cittadina si trova ad affrontare quotidianamente. L’altro fronte caldo in Calabria è a Crotone. Ieri 100 stranieri, provenienti prevalentemente da Afghanistan e Iran, sono stati intercettati sulla spiaggia di Gabella dalle forze dell’ordine. Erano appena approdati dopo una traversata a bordo di un un veliero proveniente dalla Turchia. Lo sbarco è avvenuto in modo autonomo e l’imbarcazione era riuscita a filtrare i controlli della costa. Uno sbarco simile si era verificato nelle stesso tratto di litorale il 18 maggio. Gli sbarcati, però, in quel caso erano riusciti ad allontanarsi dalla spiaggia e sono stati rintracciati dalla polizia nelle campagne, dopo diverse segnalazioni dei residenti. Due turchi sono sospettati di essere gli scafisti trafficanti di esseri umani. E se dall’inizio dell’anno tra Roccella e Siderno sono sbarcati già in 2.000, sulle coste del Crotonese le barche approdate sono state 15, con 1.300 persone. Una sola, invece, nella zona di Catanzaro, con 55 persone approdate a Guardavalle Marina, cittadina che è, però, al confine con la Locride. In totale, quindi, la Calabria si è ritrovata con 3.355 stranieri da piazzare tra i vari centri d’accoglienza. Molti si trovano nel Cara di Isola Capo Rizzuto, un centro che in passato, stando alle ricostruzioni della Procura antimafia di Catanzaro, era finito nelle mani delle cosche, che sarebbero riuscite a controllare una delle tante associazioni che in Calabria si occupano di accoglienza. I numeri dei nuovi approdi, capaci di far gola alla criminalità organizzata, ovviamente, preoccupano non poco anche i pool antimafia. Nel maggio 2021, anno che era stato considerato da record, gli approdati si erano fermati a 200. E a dicembre si era superata la quota dei 7.000. Ora, a maggio, si è già raggiunta la metà di quella cifra che era stata considerata come spaventosa. D’altra parte le rotte calabresi attualmente sono considerate le più appetibili per i trafficanti. Lo conferma il fatto che negli scorsi giorni alcune imbarcazioni dirette verso la Calabria ma intercettate a largo dalla Guardia costiera sono state deviate verso Lampedusa e Pozzallo. Si tratta di due velieri con 258 persone intercettate la scorsa settimana all’altezza di Capo Spartivento e scortate nei porti siciliani. Proprio a Lampedusa ieri ci sono stati altri due piccoli sbarchi. In 32, partiti da Camerun, Costa d’Avorio e Guinea, sono sono stati intercettati da una motovedetta della Guardia di finanza a circa dieci miglia dall’isolotto di Lampione. L’imbarcazione, di cinque metri, era partita dal porto di Sfax, in Tunisia. A bordo c’erano anche 12 donne e tre minorenni. Il gruppo, dopo i primi controlli sanitari effettuati al molo Favarolo, è stato portato all’hotspot di contrada Imbriacola, dove erano già presenti 703 ospiti, a fronte di una capienza totale prevista di 250. Altri 23, tutti uomini, sono stati soccorsi, poco dopo, a circa 20 miglia dalla costa da una motovedetta della Capitaneria di porto. Anche questa imbarcazione (di sei metri) sarebbe partita dalla Tunisia. La barca è stata lasciata alla deriva. E con il secondo approdo, l’hotspot è arrivato a quota 757, mettendo di nuovo in ansia la prefettura di Agrigento, che sembra in difficoltà sull’alleggerimento della struttura. «Bisogna attivare immediatamente le navi quarantena per i trasferimenti, il governo nazionale non può permettersi cali d’attenzione», ha affermato il sindaco, Totò Martello, che ha aggiunto: «Lo avevo detto anche nei giorni scorsi, con il mare calmo erano più che prevedibili nuovi sbarchi». E la stagione turistica rischia di andare già in crisi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sbarchi-continui-assalto-coste-calabresi-2657366569.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="iran-alla-fame-parte-il-razionamento" data-post-id="2657366569" data-published-at="1653173878" data-use-pagination="False"> Iran alla fame: parte il razionamento L’Iran lancia un esperimento inquietante: per comprare il pane servirà un «passaporto digitale». Il Paese degli ayatollah sarà il primo - e si suppone non l’ultimo - a lanciare uno schema di razionamento alimentare basato su parametri di identità biometrica. L’Iran è tra i principali importatore di cereali russi e la guerra in Ucraina, con i nuovi costi imposti sull’importazione, sta creando problemi interni notevoli. Masse di cittadini sono scese in strada a protestare contro l’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità e contro le politiche messe in campo da Ebrahim Raisi, ottavo presidente dell’Iran, giudice supremo e fedelissimo di Khamenei. Raisi ha infatti annunciato il taglio dei sussidi statali per il grano importato, causando un aumento di prezzi dei prodotti a base di farina fino al 300%. A fronte di ciò, è stato lanciato un programma che ha dell’incredibile. I sussidi aboliti, infatti, dovranno essere compensati con una sorta di «coupon digitale» che ha lo scopo di consentire ai cittadini di accedere a una quantità limitata di pane a prezzi agevolati. Il resto delle scorte di pane e cibi derivati da farine sarà disponibile ai prezzi di mercato. Prezzi che - a causa del crollo degli stipendi contro il quale gli iraniani stanno protestando in almeno una quarantina di città - sono inaccessibili per la maggioranza dei cittadini. In definitiva, una specie di «green pass» dotato di Id con scansione biometrica servirà se si vuole comprare pane a prezzi calmierati. Chi non ne fosse dotato, sarebbe obbligato a spese insostenibili e dunque, condannato alla fame. Quindi, per ricapitolare: chi non vuole rimanere senza cibo, dovrà usare questa «carta» dotata di un chip che memorizza, dopo averle scansionate, l’iride, le impronte digitali e immagini del volto. Il chip, già usato per accedere ad alcuni servizi forniti dal governo, avvertirà l’utente se ha ancora accesso ad una quantità di pane al prezzo calmierato o se il «credito» è finito. Il problema ancor più grosso sta nel fatto che questo originale «regime», che entrerà in vigore tra circa due mesi, coinvolgerà man mano anche altri generi alimentari. Pollo, formaggio, olio vegetale e lentamente chissà che altro, rientreranno in questa nuova politica. Il timore degli iraniani è che poi i tassi di inflazione sempre più alti potrebbero far salire i prezzi di migliaia di prodotti alimentari, che verrebbero così «risucchiati» da questa spirale perversa. Tra i cibi a rischio figurerebbero i prodotti caseari che hanno subito pesanti innalzamenti di prezzo. Raisi ha denominato la sua operazione come una necessaria «chirurgia economica». Secondo il presidente iraniano, il governo non può più permettersi sprechi di denaro e l’annunciato razionamento è «necessario per un’equa distribuzione dei fondi pubblici». Il Paese scivola sempre più nell’abisso. Basti pensare che l’inflazione oscilla tra il 40% e il 50% e la metà degli 85 milioni di abitanti vive sotto la soglia di povertà. Tutto è peggiorato a causa della guerra in Ucraina: come si diceva, l’Iran importa cereali russi e col conflitto i costi sono levitati. La dieta iraniana è basata principalmente su pane, patate, riso e gli iraniani più poveri hanno bisogno estremo delle sovvenzioni statali. Le proteste dilagano ormai in tutto l’Iran e si allargano ogni giorno di più. La gente chiede maggiore libertà politica e la fine della Repubblica islamica. Qualcuno auspica persino il ritorno del figlio dello Scià, Reza Pahlavi, che si trova in esilio.
Una seduta del Csm (Imagoeconomica)
Battute a parte, resta la notizia e cioè che ieri il Tar del Lazio ha dato torto ai criticoni: il referendum si terrà nella data fissata dal governo, quindi domenica 22 e lunedì 23 marzo. Per i giudici amministrativi le preoccupazioni del No non avevano senso, non c’era alcuna prevaricazione e soprattutto il tempo per informare i cittadini è assolutamente congruo. Del resto, lo stesso capo dello Stato Sergio Mattarella non aveva avuto problemi a firmare la delibera che fissava la data, alla quale si era giunti dopo una mediazione di equilibrio.
Pertanto non ci saranno sorprese: si va dritti sul 22 e il 23 marzo, nel senso che la decisione del governo, secondo il Tar, non è un atto «lesivo e illegittimo» e non «rappresenta di fatto l’espropriazione del diritto dei cittadini di raccogliere le firme». La decisione dei giudici amministrativi è tanto più importante se si pensa che è avvenuta con sentenza e non con ordinanza, il che - per dirla in soldoni - rafforza la stessa, poiché non si ferma al solo congelamento del ricorso (cioè la richiesta di sospensione cautelare) ma entra anche nel merito delle questioni sollevate dai 15 giuristi che avevano promosso l’iniziativa. Insomma il governo e il fronte del Sì vincono abbondantemente su tutta la linea.
Questo ci permette allora di riprendere quanto nei giorni scorsi Alessandro Sallusti aveva già scritto, illuminando un aspetto fondamentale. Perché - si domandava - così tanto affanno da parte dei promotori nel chiedere la sospensione cautelare rispetto alla data fissata dal governo? Perché chiedere il posticipo, denunciando lesioni di diritti a danno dei cittadini? Ecco, Sallusti ci indicava una ragione che alla luce della sentenza del Tar del Lazio si fa ancor più condivisibile. Al fronte del No, quello che sta raccontando di pm che verrebbero assoggettati al potere politico (da qui la campagna pubblicitaria nelle stazioni e non solo…), interesserebbe arrivare al rinnovo del Csm con le vecchie regole; perciò spingeva a posticipare il referendum: buttare la palla in tribuna e guadagnare tempo.
In effetti, quand’anche il referendum convalidasse la riforma del governo - come sembra dai recenti sondaggi - poi ci sarà bisogno dei decreti attuativi, cioè di quelle leggi che «fanno camminare» le buone intenzioni legislative. Una vittoria del Sì il 22 e il 23 marzo velocizzerebbe tali norme blindandole in un calendario favorevole al rinnovo del Csm secondo le nuove regole. Un posticipo del referendum avrebbe invece ritardato tali tabella di marcia. Ci sono dieci mesi circa per impostare il rinnovo del Csm che va a scadenza tra un anno: se tutto filerà liscio a quel punto avremo un Csm per i giudici e uno per i pm, con l’azzeramento dei giochi tra le correnti perché gli organi di autogoverno sarebbero compilati secondo il sorteggio.
Ritardare il referendum avrebbe vanificato questa operazione anche in caso di vittoria dei Sì perché le procedure di rinnovo sarebbero state fatte con le vecchie regole e quindi… Buonanotte ai suonatori. La decisone del Tar del Lazio - che ripeto è entrato nel merito delle questioni sollevate dai 15 giuristi promotori spazzandole via - dà indirettamente ulteriore smalto ai promotori del Sì e ci consentirà di entrare nel vivo della campagna al netto degli allarmismi creati ad arte. Questa riforma è un passo avanti in una ridefinizione della giustizia rimettendola su binari più consoni, facendo invece deragliare (con la procedura del sorteggio) il treno del correntismo togato. La riforma del Csm è il cuore della legge costituzionale su cui ci esprimeremo e - ora più che mai - siamo convinti che proprio per questo le anime più politicizzate stanno dicendo e facendo cose bizzarre, dai post del segretario alla richiesta di rinvio del referendum.
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Ecco #DimmiLaVerità del 29 gennaio 2026. Il grande esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti rivela un dettaglio inedito della escalation Usa-Iran.
Danni causati dal ciclone Harry sul lungomare di Catania (Ansa)
Può sembrare strano, considerata l’estensione delle nostre coste e che fenomeni del genere, quindi, andrebbero annoverati tra le calamità. Eppure, nella normativa c’è questo vuoto che espone le aziende al rischio di non aver nessun rimborso dalle assicurazioni, anche dopo essersi impegnate economicamente per tutelarsi da possibili disastri. È prevista la copertura contro le inondazioni ma non contro le mareggiate», spiega il presidente di Confesercenti, Nico Gronchi.
Una dimenticanza nella preparazione della norma prevista dalla legge di Bilancio 2024? Eppure, il governo ha puntato sul meccanismo delle polizze catastrofali come strumento per evitare che il costo dei danni ricada prevalentemente sul bilancio pubblico, considerata la frequenza dei fenomeni naturali estremi nel nostro Paese. La norma, lo ricordiamo, prevede l’obbligo, per le imprese, di stipulare una polizza per i danni causati da sismi, alluvioni, frane, inondazioni ed esondazioni. Le aziende che non si assicurano contro eventi catastrofali perdono l’accesso a contributi pubblici, agevolazioni e incentivi fiscali. Quindi è una misura strategica che, però, «arrivata al primo banco di prova, rischia di fallire», afferma Gronchi.
Le scadenze per dotarsi di una polizza sono state scaglionate: 31 marzo 2025 per le imprese grandi con oltre 250 dipendenti, 30 settembre 2025 per le medie aziende (da 50 a 250 dipendenti), mentre per tutte le micro e piccole imprese l’obbligo era stato posticipato al 31 dicembre 2025. Il Milleproroghe ha poi spostato l’obbligo a fine marzo prossimo per alcune categorie come la ricezione e il turismo, cioè alberghi, bar e ristoranti. «Si può quindi creare la situazione paradossale che in un immobile danneggiato ci siano differenti trattamenti; magari c’è un negozio che è stato obbligato a sottoscrivere una polizza mentre un bar aveva il tempo per farlo fino a fine marzo. È una norma che ha svariate incertezze», afferma Gronchi, sottolineando che «molte imprese hanno difficoltà ad avere i preventivi dalle assicurazioni. Abbiamo un pezzo di imprese senza copertura assicurativa perché la scadenza della sottoscrizione è stata spostata in avanti, mentre altre che non riescono a capire se, pur avendo una polizza, saranno o meno coperte, dal momento che i danni sono da mareggiate e non da inondazioni».
Le problematiche non finiscono qui. Il presidente di Confesercenti evidenzia il rischio che «chi non ha polizza non possa avere accesso a eventuali aiuti pubblici. La normativa dice che, in caso di catastrofe ambientale, l’impresa non assicurata non potrà richiedere ristori o contributi per la ricostruzione. In pratica l’imprenditore dovrà ripagare i danni mettendo mano al proprio portafoglio. Non solo. Senza polizza, l’azienda è considerata fragile e questo può portare al rifiuto di prestiti da parte delle banche o a tassi d’interesse più alti».
Confesercenti si è mossa per dare un aiuto alle aziende in difficoltà. «Abbiamo attivato un plafond complessivo di 2,5 milioni per prestiti agevolati destinati alle imprese siciliane, calabresi e sarde per gestire l’emergenza». L’intervento più strategico è nella lettera che Gronchi ha inviato al premier Giorgia Meloni, nella quale chiede di spostare al 30 giugno la scadenza dell’obbligo di sottoscrizione di una polizza. «Servirebbe a superare le incertezze. Abbiamo bisogno di tempo per far in modo che il meccanismo funzioni. L’Italia è territorio fragile e senza lo strumento delle polizze catastrofali, che affianchino l’intervento dello Stato, non si va da nessuna parte. In Sicilia ci sono oltre 1.000 imprese concentrate tra Messina e Catania colpite dal ciclone Harry, con danni per 750-800 milioni. Senza contare i danni al patrimonio pubblico».
Poi c’è il capitolo delicato degli stabilimenti balneari, le strutture più danneggiate. «Avendo le concessioni scadute e con l’incertezza dell’esito della direttiva Ue Bolkestein, sono penalizzate dalle banche perché il loro futuro è incerto e potrebbero avere difficoltà nell’accesso al credito».
In questo caos c’è anche il fronte delle assicurazioni. Al pressing del governo per spingerle a rimborsare le imprese danneggiate, l’Ania, richiamando la legge, sottolinea proprio quanto evidenziato dalla Confesercenti, ovvero che le mareggiate e i danni provocati dal vento restano fuori dalla lista degli eventi coperti dalle polizze. A meno che le imprese non abbiano sottoscritto polizze più ampie di quelle obbligatorie, includendo anche le mareggiate, non c’è possibilità di ricevere i rimborsi.
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(Totaleu)
Lo ha dichiarato Massimiliano Salini, eurodeputato di Forza Italia a seguito dell'evento «Come sbloccare il potenziale della difesa europea» al Parlamento europeo di Bruxelles.