
Vietato l’accesso al Santo Sepolcro per il cardinal Pizzaballa:«Motivi di sicurezza». È un autogol di Netanyahu, che acuisce tensioni già forti. Papa Leone XIV: «Impedito un rito ai fedeli».
Quando all’inizio del 1991 mi recai per la prima volta in Israele la guerra del Golfo era in corso. Gli Scud di Saddam Hussein scavavano crateri enormi tra le case di Tel Aviv e il governo guidato da Yitzhak Shamir, esponente del partito di destra Likud, raccomandava alla popolazione non soltanto di nascondersi nei rifugi, ma anche di indossare le maschere antigas.
In molti temevano infatti che il dittatore iracheno, per reazione contro americani e alleati impegnati in Desert Storm, riempisse i missili lanciati contro Israele con il Sarin, come già aveva fatto contro i curdi. Da allora guardo se non con simpatia per lo meno senza pregiudizio ciò che accade a Gerusalemme e dintorni.
Vivere in un Paese in guerra da quasi ottant’anni non dev’essere facile. Riuscire a condurre una vita sotto le bombe, con la minaccia quasi quotidiana di un attentato o di un attacco, dev’essere un incubo. Ovviamente so bene che anche i palestinesi vivono una situazione analoga, con l’aggravante che non soltanto si ritengono prigionieri in casa propria, con gli israeliani armati fino ai denti alla porta, ma addirittura sono vittime due volte, perché chi dovrebbe difenderne la causa - Hamas - in realtà li opprime e li sacrifica, spesso usandoli come scudi umani.
Non voglio però qui andare alle origini di un conflitto che è iniziato ancor prima che fosse decretata la nascita dello Stato di Israele. So che dall’una e dall’altra parte sono stati commessi molti errori e dall’una e dall’altra parte molte atrocità che non possono in alcun modo essere giustificate. Siccome però so pure che non bastano poche righe per affrontare un tema così complesso come il conflitto israelo-palestinese, quello su cui mi preme concentrarmi sono i fatti accaduti ieri, con il divieto da parte della polizia israeliana al cardinal Pizzaballa di accedere al Santo Sepolcro nella giornata delle Palme. Le forze dell’ordine hanno spiegato che l’altolà al custode di Terra Santa e al porporato sarebbe stato giustificato da «ragioni di sicurezza». Non so quali siano queste motivazioni, se vi fosse pericolo di disordini o di attentati, ma impedire l’accesso al luogo del Calvario e della Resurrezione nel giorno in cui la cristianità celebra la messa che apre la settimana Santa di Pasqua non è una mossa intelligente. Il Patriarcato latino di Gerusalemme ha spiegato che, nonostante le guerre e le divisioni, non era mai accaduto nei secoli passati che fosse proibito celebrare la domenica delle Palme.
Ma questa tradizione, carica di aspettative e significato, per una volta è stata interrotta. A prescindere dalle reazioni fortemente critiche (Giorgia Meloni ha rilasciato una dichiarazione di condanna), a me pare che vietare l’accesso del cardinale Pizzaballa sia un autogol. In un momento in cui le ragioni di Israele nel mondo non sono per niente popolari, la polizia di Gerusalemme ha aggiunto un altro elemento per odiare l’unica democrazia del Medio Oriente. Non so se Benjamin Netanyahu si sia mai posto il problema, ma da tre anni a questa parte sta crescendo un forte sentimento antisemita che, dopo l’invasione di Gaza e i bombardamenti sull’Iran, rischia con lo stop di ieri di aumentare ancora di più. Può darsi che al premier israeliano tutto ciò importi poco e che per lui sia fondamentale mettere in sicurezza il Paese ed evitare che sia minacciato dai terroristi.
Tuttavia, l’episodio del Santo sepolcro renderà ancora più impopolare la difesa di Israele e ancora più a rischio l’incolumità degli ebrei in giro per il mondo. Infatti, ci sono decisioni simboliche che non soltanto sono sbagliate, ma rischiano anche di nuocere gravemente alla causa che sta a cuore a Netanyahu. Insomma, capisco tutto, comprendo anche la sindrome da accerchiamento che spesso fa pensare alla dirigenza israeliana che il futuro del Paese debba essere difeso a qualunque costo, però impedire al patriarca di Gerusalemme di celebrare la Santa messa in vista della risurrezione di Cristo è un favore fatto agli estremisti e ai nemici di Israele. Una considerazione che gli amici non possono evitare di fare.






