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2018-04-08
Il Pd si spacca dopo l'invito di Napolitano a parlare con Di Maio
Il presidente della Repubblica e il suo predecessore coordinano con il leader M5s l'intervista che apre ai dem. Matteo Renzi tiene duro. Ma Maurizio Martina e Dario Franceschini... Dopo aver consolidato il «patto di sangue» con gli alleati, il Carroccio resta a guardare. Se i pentastellati dovessero cedere alle sirene dem, si aprirebbero praterie. Mentre la caccia ai voti di Fi può continuare. Rampelli, capogruppo alla Camera di Fratelli d'Italia: «Sergio Mattarella sa che abbiamo vinto noi: sul programma niente veti, neppure sul Pd». Lo speciale contiene tre articoli. C'è un retroscena da guerra fredda, di Stati Uniti contro la Russia, dietro le ultime mosse di avvicinamento tra il Movimento 5 stelle e il Partito democratico in vista del secondo giro di consultazioni e la possibile formazione di un nuovo governo. L'intervista che il leader pentastellato Luigi Di Maio ha concesso ieri a Repubblica, dove annuncia di voler sotterrare «l'ascia di guerra», pare sia stata particolarmente apprezzata dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella che, come noto, continua a puntare a un governo di unità nazionale con dentro tutti i partiti. Insomma, il ramoscello d'ulivo è stato lanciato al Partito democratico con la speranza di avere presto un effetto palla di neve: ora l'obiettivo è che diventi una valanga tale da convincere anche i più riottosi - tra cui il segretario uscente Matteo Renzi - a sedersi al tavolo delle trattative con i grillini. Non è un caso che tutto avvenga sul quotidiano da sempre più vicino alle istanze del Quirinale, giornale diretto da Mario Calabresi, che da subito ha teorizzato la possibilità di un accordo tra i grillini e i democratici. E questo, sostengono alcuni spifferi dei palazzi, combacia con l'esigenza del gruppo De Benedetti di non mollare le stanze di palazzo Chigi, dove il centrosinistra alberga più o meno dal 2011, quando fu fatto fuori Silvio Berlusconi con l'arrivo di Mario Monti. Ma c'è di più. Ed è qui che spirano i venti della guerra fredda. Il discorso ruota intorno all'attivismo da parte dei due presidenti, specie quello emerito Giorgio Napolitano, ex ministro degli Esteri del Pci, particolarmente stimato dalle parti di Washington. Anche Mattarella ha uno storico rapporto di amicizia con gli americani, sin dai tempi in cui era ministro della Difesa nonché vicepremier del governo di Massimo D'Alema dal 1998 al 1999: l'esecutivo che attraversò la guerra in Kosovo, con le basi di Vicenza messe a disposizione della Nato per bombardare Belgrado. A quanto pare né Mattarella né Napolitano si fiderebbero troppo del leader della Lega Matteo Salvini, considerato troppo vicino alla Russia di Vladimir Putin, una vicinanza rimarcata negli ultimi giorni con la richiesta, da parte del segretario leghista, di togliere i dazi che penalizzano l'economia di Mosca. Caso vuole che proprio Di Maio, da alcuni commentatori e politici considerato vicino a Putin in passato, nella sua uscita dalle stanze del Quirinale abbia subito messo le cose in chiaro con una frase inequivocabile: «Abbiamo ribadito al presidente della Repubblica un punto sulla politica estera. Con noi al governo l'Italia rimarrà alleata dell'Occidente, del Patto atlantico, dell'Unione europea e monetaria. Questo è l'obiettivo che ci prefiggiamo con un governo a guida M5s». Ecco, il Patto atlantico, caro a Napolitano, vecchio amico dell'ex segretario di Stato americano Henry Kissinger, è la chiave per capire come si potrebbe sbrogliare la matassa. Nelle ultime settimane il presidente emerito ha lavorato per capire la posizione dell'ex segretario democratico Renzi, in silenzio da giorni e proprio ieri, non a caso, tornato a parlare su Facebook dopo che un altro retroscena pubblicato sulla Repubblica informava di una possibile apertura da parte dei renziani ai grillini, a condizione che Di Maio facesse un passo indietro. Le pressioni su Renzi, in particolare da parte dalle aree del Pd che si rifanno ad Andrea Orlando e Dario Franceschini, pare siano servite, anche se il segretario in una nota ha rilasciato una smentita al retroscena del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari. Ma sarà così? Oppure Renzi scenderà a compromessi per «il bene del Paese»? Tutto si deciderà il prossimo 21 aprile, giorno dell'assemblea. C'è chi spinge perché Maurizio Martina resti in sella un altro anno, nonostante gli attacchi da parte del cerchio renziano degli ultimi giorni. Altri spingono per Debora Serracchiani, ex governatrice del Friuli Venezia Giulia vicina a Renzi, forse più controllabile da parte dell'ex segretario. Ma Renzi avrà la forza di reagire? Ieri si è limitato a puntualizzare su Facebook: «La politica italiana da un mese è ferma al chiacchiericcio, agli accordi, ai retroscena inventati. Noi lo avevamo detto: se non passa il referendum, torneremo agli accordi vecchio stile. E purtroppo è andata così. Parleremo di questo il 21 aprile, all'assemblea del Pd». Quindi si dialoga tra dem e pentastellati. «L'autocritica nei toni è apprezzabile, l'ambiguità politica rimane evidente», ha detto Martina, noi continuiamo a pensare che la differenza la fanno i contenuti e sui contenuti abbiamo presentato anche al Quirinale il nostro percorso e la nostra agenda fondamentale per il Paese. Noi ripartiamo dai temi sociali, dall'occupazione, dal lavoro, dalle grandi questioni europee, da temi delicati come il governo dei fenomeni migratori. Da questo punto di vista non vedo grandi novità. Quel che è certo è che centrodestra e M5s devono dire chiaramente cosa intendono fare. Il tempo dell'ambiguità è finito». Una frase che Di Maio ha definito un passo in avanti. E Franceschini ha rincarato la dose pacificatrice: «Di fronte alla novità dell'intervista, serve riflettere e tenere unito il Pd nella risposta. L'opposto di quanto sta accadendo». Lo stesso Di Maio lo ha spiegato a Repubblica: «Io non sto rinnegando le nostre idee né le critiche che in più momenti abbiamo espresso anche aspramente nei confronti del Pd, e che anche il Pd non ci ha risparmiato. Credo però che ora il senso di responsabilità nei confronti del Paese ci obblighi tutti, nessuno escluso, a sotterrare l'ascia di guerra. A noi viene chiesto l'onere di dare un governo al Paese, ma tutti hanno il dovere di contribuire a risolvere i problemi della gente e di mostrare senso di responsabilità». Ci sarà tempo per ragionare e per riflettere come ha invitato a fare nei giorni scorsi Mattarella. Tanto che si parla già di un terzo giro di consultazioni, che potrebbero cadere - guardacaso - proprio dopo il 21 di aprile, quando nel Pd si sarà ritrovata una quadra. Insomma, anche al capo dello Stato un governo Pd-Movimento 5 stelle non dispiacerebbe. Alessandro Da Rold <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salvini-pd-con-m5s-mamma-mia-ma-lopposizione-non-gli-fa-paura-2557428886.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="salvini-pd-con-m5s-mamma-mia-ma-lopposizione-non-gli-fa-paura" data-post-id="2557428886" data-published-at="1781392644" data-use-pagination="False"> Salvini: «Pd con M5s? Mamma mia». Ma l'opposizione non gli fa paura «A forza di passi indietro si finisce per cadere dalla scogliera». Nella pancia della Lega il tempo delle trattative sta finendo. E il gesto di Matteo Salvini di imporre agli alleati la plateale passeggiata a braccetto verso il Colle per il secondo giro di consultazioni, ha proprio lo scopo di farlo sapere a chi sta vicino e a chi sta lontano. Vale a dire a Silvio Berlusconi e a Luigi Di Maio. Mentre il Movimento 5 stelle continua a invitare il Pd a ballare il tango, il centrodestra trascorre un weekend unitario e coeso, forse per la prima volta dal verdetto del 4 marzo. Giancarlo Giorgetti lo ha ribadito con una metafora apache: «Fra noi c'è un patto di sangue». L'evoluzione delle cose è favorevole al Carroccio. Secondo gli strateghi di via Bellerio, mostrando di voler governare con chi ha platealmente perso le elezioni - mandato a casa dagli italiani «senza se e senza ma» - i grillini si stanno incartando. Il che fa dire a Salvini: «Governo Di Maio-Renzi, governo M5s-Pd? Mamma mia… Sto facendo e farò tutto il possibile per cambiare questo Paese, con coerenza, serietà e onestà, ascoltando tutti. Una cosa è certa: o nasce un governo serio, per ridare lavoro, sicurezza e speranza all'Italia, oppure si tornerà a votare, e a quel punto noi stravinciamo». Sa che la minaccia ha il potere di complicare i processi digestivi di Sergio Mattarella e fa sommamente innervosire i colonnelli a 5 stelle, che dovrebbero convincere un intero popolo di eletti (il 72% è alla prima nomina) che la festa è già finita, i voli gratis non ci sono più e quel delizioso bilocale davanti al Pantheon va disdettato. Sarebbe un disastro. Non per Salvini, che non ha bisogno, come avrebbe detto Umberto Bossi, «di trovare una quadra». Lo ha già fatto sapere schiettamente: «Non avverto la necessità di governare a tutti i costi». Alla Lega andrebbe bene un'opposizione ancor più di rottura per gridare al tradimento, fare il pieno di consensi, continuare l'Opa su Forza Italia e depotenziare con una certa facilità i coetanei grillini, a quel punto impastoiati dal renzismo, dai giovani turchi, dalle Ong, dall'accoglienza diffusa, dagli scampanii provenienti dalle parrocchie e dall'incapacità di liberarsi dalle catene di Bruxelles. In più c'è un sondaggio Swg che piace molto a Salvini. Il 44% degli italiani è favorevole a un accordo 5 stelle-Lega (61% elettori di Salvini, 67% elettori di Di Maio), e un voltafaccia pentastellato sarebbe visto male. Anche l'umore della base berlusconiana sta cambiando: è passato dal 18% di favorevoli al 46%. Una vera conversione. E Berlusconi, maestro nelle trattative e pronto a giocare a poker con chiunque, per tenersi la golden share sul governo sarebbe pronto a una mossa da cardinal Mazzarino: sfruttare al meglio la nuova procedura (come anticipato ieri dal Foglio) approvata il 20 dicembre scorso, che prevede un ruolo attivo per chi si astiene in Senato. La novità è tutt'altro che marginale. La scheda bianca non viene più equiparata a un voto perso, ma fa abbassare il quorum; quindi il partito azzurro potrebbe appoggiare un governo 5 stelle-Lega semplicemente standone fuori, senza il rischio di irritare Di Maio. Ma allo stesso modo, in via del tutto teorica, potrebbe utilizzare lo stesso metodo per tenere in piedi un governo a trazione renziana, con i 5 stelle a fare numero, il vessillo del presidente della Repubblica e una figura di garanzia a Palazzo Chigi. Per la Lega tutto ciò costituirebbe nell'immediato una immangiabile bouillabaisse in stile Emmanuel Macron, ma la garanzia di un 25% di consensi a medio termine. Dopo le feroci fibrillazioni delle scorse settimane, in Forza Italia sta tornando il sereno. Non si parla più di fronde, ma di politica. Lo hanno sancito, secondo le sublimi categorie del mai abbastanza rimpianto Edmondo Berselli, una giovane promessa come Giovanni Toti e un venerabile maestro come Gianni Letta. «Non c'è alcuna fronda in Forza Italia, se non quelle degli alberi che in primavera fioriscono, soprattutto in Liguria per il bene dei turisti e degli abitanti che se le godono», ha spiegato il governatore ligure. «Il centrodestra è, e deve rimanere, compatto. Ha vinto le elezioni, gli spetta essere il perno centrale dell'eventuale governo. Ho sempre lavorato per un centrodestra ancora più unito, per una federazione o un partito unico. Non ci sarà mai alcuna tentazione frondista». Quanto a Letta, nelle ultime settimane si è stressato non poco, qualche volta perfino stropicciandosi il doppiopetto per il coinvolgimento emotivo. Venerdì il consigliere principe ha chiarito con Berlusconi la sua posizione per nulla incline alla sottomissione nei confronti della Lega. «Se devi accettare un ruolo del genere, allora tanto vale che ti ritiri tu» avrebbe detto, «invece di farti cacciare da Salvini per conto di Di Maio, dando l'immagine di essere irrilevante sul programma e sui nomi del nuovo governo. Tu devi far capire a Salvini che se ti emargina, non è detto che quel 14% di elettorato, che alle ultime elezioni ha votato Forza Italia, alla fine vada con lui». Il leader leghista, che fra qualche giorno porgerà il braccio al Cavaliere per la passeggiata verso il Quirinale, è al contrario convinto di sì.Giorgio Gandola <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salvini-pd-con-m5s-mamma-mia-ma-lopposizione-non-gli-fa-paura-2557428886.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="rampelli-fdi-il-centrodestra-unito-per-avere-lincarico" data-post-id="2557428886" data-published-at="1781392644" data-use-pagination="False"> Rampelli (Fdi): «Il centrodestra unito per avere l’incarico» Il centrodestra batte un colpo: andrà con una delegazione unica al Colle al prossimo giro di consultazioni con il capo dello Stato. «Siamo soddisfatti perché la nostra proposta di ricompattare la coalizione è stata accolta da Salvini e Berlusconi». Fabio Rampelli, capogruppo di Fratelli d'Italia alla Camera, è convinto che sia arrivato il momento di accelerare sulla formazione del nuovo governo. Cosa andrete a dire a Mattarella? «Una cosa molto semplice. E cioè sottolineare che le ultime elezioni sono state vinte dal centrodestra. Dunque, ribadiremo la richiesta a conferire l'incarico a un esponente di questo schieramento. Se tutto ciò finora non è stato possibile, è solo per colpa di Renzi». Renzi? Cosa c'entra in questa vicenda l'ex segretario del Pd? «È stato lui a imporre al Parlamento una legge elettorale monca, priva di premio di maggioranza». Se si tornasse presto alle urne potrebbe ripresentarsi la stessa situazione di ingovernabilità? «Per evitare questo abbiamo già presentato una proposta di legge che inserisce nel Rosatellum un premio di maggioranza e abbiamo chiesto al presidente Fico di inserirla nelle materie di competenza della commissione speciale, l'organismo previsto dal nostro sistema parlamentare nel caso in cui un governo non abbia ancora preso forma». Ieri Luigi Di Maio in un'intervista a Repubblica ha esplicitamente invitato il Pd a collaborare per «dare un governo al Paese». Sorpreso? «Ogni giorno Di Maio ci propina una pillola di “saggezza". I mutamenti di scenario che provengono dal M5s sono repentini e ci lasciano perplessi. Fino a ieri il Pd era visto come il demonio mentre oggi è diventato un possibile interlocutore. Direi che le sue parole sono la risposta al ricompattamento del centrodestra». È una chiusura netta rispetto all'ipotesi di affidare la guida del governo al M5s? «Non abbiamo preclusioni personali, ma vorrei far notare che il 68% degli elettori non ha votato per i 5 stelle». Non teme che Berlusconi possa mollare il centrodestra per favorire la nascita di un governo tecnico o di un «governissimo» sostenuto anche dal Pd? «Il ricompattamento del centrodestra è un ottimo antidoto a qualsiasi soluzione alternativa. Il nostro è un discorso lineare: vogliamo attuare il programma, ma siccome non abbiamo i numeri sufficienti c'è la necessità di cercare il sostegno ad altre forze. Movimento 5 stelle e Pd pari sono. Noi non mettiamo veti, l'importante è che convergano sul nostro programma». Il vostro candidato a Palazzo Chigi resta Salvini? «Il leader della Lega ha detto di non voler impantanarsi su questa proposta. È importante ci sia un governo in grado di attuare le proposte del centrodestra. Noi vogliamo procedere a grandi passi verso la crescita del Pil, il blocco dell'immigrazione clandestina, l'attuazione di un piano sicurezza nelle periferie, il lancio di un piano straordinario per la natalità e l'abolizione della riforma Fornero e di parte della Buona scuola». Al vostro interno siete sicuri che Salvini non si farà tentare da un accordo con il M5s e senza Fdi e Fi? «Non vedo quale possa essere la convenienza per Salvini di un accordo con Di Maio. Se accettasse di fare un governo con loro si ridurrebbe a fare il junior partner». Alcuni dirigenti di primo piano del centrodestra, tra cui il governatore ligure Giovanni Toti, insistono sulla necessità di arrivare a un partito unico. Qual è la sua opinione? «Molte alchimie sui partiti unici sono state fatte e hanno portato male. Il Pdl, per esempio, non è stata un'esperienza positiva. Ogni partito in questo momento ha una sua specificità, è importante che si rimanga uniti. Poi se si vuole costruire una stagione diversa lo si dovrà fare su basi differenti, senza improvvisazioni e colpi di scena». Antonio Ricchio
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È l’unica isola siciliana a non far parte di un arcipelago. Ottanta chilometri quadrati per 7.000 abitanti. È più vicina alla Tunisia, 70 chilometri, che alla Sicilia, centodieci.
Una posizione che, nel corso dei secoli, ha visto una ventina di popoli e civiltà diverse approdare alle sue coste, meno quelli addentratisi nell’interno, considerata la natura vulcanica del territorio. Per primi i misteriosi Sesioti, che con l’ossidania, vetro vulcanico naturale che si forma dal rapidissimo raffreddamento di lava ricca di silice, preparavano lame affilate di lance e coltelli. Sui fondali della baia di Scauri sono stati trovati importanti resti di ceramiche usate in cucina, vista la solida resistenza al calore dovuta al terreno lavico. Tracce importanti le hanno lasciate i Fenici, che hanno introdotto la coltivazione della vite ad alberello e, soprattutto, gli Arabi che, oltre a portare la coltivazione dell’ulivo, hanno perfezionato la lavorazione dell’uva, tanto che il termine zibibbo, che identifica il vino locale, deriva dall’arabo zaibib, uva passa. Di derivazione araba anche altri due simboli di Pantelleria giunti a noi, i dammusi, sorta di piccole case agricole, e i giardini panteschi, che andremo poi a scoprire.
Un altro paradosso dell’isola del vento deriva dal fatto che l’attività principale dei suoi abitanti, da sempre, è legata all’agricoltura e molto meno alla pesca. Per introdurre questo viaggio all’interno delle svariate bellezze di Pantelleria, meritano ampia citazione alcuni passaggi che gli ha dedicato Pier Luigi Petrillo, dal 2022 presidente dell’Organo degli esperti mondiali della convenzione Unesco per il Patrimonio culturale immateriale, primo italiano ad avere questo importante incarico. Segue Pantelleria da anni, tanto da aver curato, nel 2014, il riconoscimento Unesco alla coltivazione della vite ad alberello, la prima di tal genere riconosciuta ad una coltivazione agricola. In Racconti di vite, pubblicazione curata nel decennale di tale promozione, la testimonianza di Petrillo è ulteriore calamita per andare a scoprire questo piccolo grande gioiello consegnatoci dalla natura e dalla sua storia. «Pantelleria è più di una semplice isola. Le sue terre hanno respirato i venti di civiltà diverse che l’hanno trasformata in uno scrigno di magia e mistero. L’arte della viticoltura è un balletto ostinato tra la pianta e il terreno. Coltivare qui la terra è più di un mestiere, è una danza con le radici dell’anima. Qui i suoi abitanti coltivano la terra e i suoi prodotti con la consapevolezza di essere custodi di una eredità millenaria».
Sorge così una curiosità di andarla a scoprire in lievitazione continua, che trova degna sintesi nelle parole di Camilla Rocca: «Il mal di Pantelleria è un male sopito, sornione, che si può risvegliare in qualsiasi momento e si può curare in un unico modo: il ritorno». Iniziamo da una delle sue identità più conosciute, Isola del vento, un tributo donatole dagli Arabi posto che, a Pantelleria, la coltivazione non avviene per irrigazione, le piogge sono scarsissime (450 mm/anno contro i 2.000 delle pianure padane), ma si fa tesoro dell’umidità trasportata dal vento per averne nutrimento grazie ad architetture agricole come la vite ad alberello.
Il paesaggio dell’isola è caratterizzato da architetture rurali inconfondibili, i muretti di pietra, dove le singole parti sono tenute assieme con abile arte manuale, senza l’uso di malte o cementi. I muretti sono indispensabile cintura di sicurezza per la tenuta dei terrazzamenti, ovvero quelle piccole superfici piane realizzate in terreni a forte pendenza per poter realizzare l’indispensabile attività agricola. L’«Arte della costruzione in pietra a secco», Patrimonio Unesco dal 2018, è tradizione di otto Paesi dell’area prevalentemente mediterranea, ma di cui Pantelleria è indiscussa testimonianza più viva che mai, anche oggi, nella pratica quotidiana. In particolar modo nella coltivazione della vite ad alberello. La pianta vien posta all’interno di conche scavate nel terreno «come fossero delle culle». Dal ceppo di sviluppano, poi, delle branche, da sei a otto, dette «spalle» che vengono tenute all’interno della conca, con una doppia finalità. Da un lato proteggere la pianta dai forti venti che spirano dal mare e, con pari importanza, fare in modo che la pianta stessa tragga nutrimento dalla umidità che si concentra nella rugiada notturna che serve poi a resistere alla luce del sole per tutta la giornata. Anche perché, come ha ben sottolineato il biologo del Parco, Andrea Biddittu, «il vento fortissimo, a seconda della direzione, brucia, assieme al sole, ogni pianta che alzi troppo la testa».
In questo modo si sviluppa un frutto dall’elevata concentrazione zuccherina e dalla grande ricchezza aromatica. La produzione vinicola ha preso piede attorno alla metà dell’Ottocento, scoprendone via via le particolari caratteristiche, mentre prima la coltivazione era dedita prevalentemente alla vendita dell’uva. Una lavorazione complessa che vede gli acini messi prima ad essiccare negli stinnituri, delle piastre dedicate, ricoperti con un panno di notte per preservarli dall’umidità. Completata questa prima fase, gli acini venivano immersi nel mosto fresco cui cedevano tutti gli zuccheri conservati nell’appassimento e da lì, poi, l’affinamento.
Passito di Pantelleria che rientra nella categoria dei vini eroici, ovvero quelli prodotti in territori dove la sfida con la natura è costante e tenace. A Pantelleria quella dello zibibbo e dei suoi custodi è una sfida triplicamente eroica. Si combattono, in contemporanea, il vento impetuoso, l’assenza d’acqua, le pendenze, rese gestibili grazie alla presenza dei terrazzamenti e dei muretti a loro sostegno. La raccolta avviene rigorosamente a mano, grazie a personale specializzato e grazie anche a un sostegno dedicato ai piccoli produttori da parte del Consorzio, in modo da salvaguardarli da un mercato che, spesso, li rendeva passivi a regole stabilite altrove. E grazie anche all’interessamento che, via via, ha visto coinvolti produttori di lunga esperienza che hanno intuito in Pantelleria una intrigante sfida per valorizzare prodotto e territorio. Un esempio per tutti è Donnafugata, della famiglia Rallo. Le origini a Marsala, ma via via diffusa in altri luoghi della loro splendida Sicilia, dall’Etna a Pantelleria, appunto.
Nelle tenute dell’isola, i Rallo hanno sviluppato un interessantissimo «Cammino di Kamma» che conduce il visitatore curioso a scoprire le mille bellezze del luogo, dai terrazzamenti con i loro muretti a secco ad un’area panoramica in cui si possono vedere anche le piccole coltivazioni di erbe e aromi: menta e origano eccellenze assolute. Dal 2016 il Comune di Pantelleria si è attivato per incuriosire il turista a volgere lo sguardo dal pur affascinante blu del Mediterraneo, alle multiformi bellezze dell’isola, ad esempio con «L’itinerario della strada della vite ad alberello». Oltre una trentina di chilometri in cui si entra nell’anima più profonda dell’isola, senza distogliere lo sguardo dagli affascinanti panorami che i suoi declivi sanno offrire. Un impegno tale, quello dei coltivatori di zibibbo e del conseguente passito, che richiede un monte ore complessivo superiore di ben tre volte a quanto richiesto a pari colleghi nel continente.
Ma se vi soffermate al calice con l’occhio indagatore, l’olfatto sulle ventitrè e le papille ad applaudire il finale capirete come venire ad assaggiare questa creatura di Bacco nella sua culla nativa, valga il viaggio.
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Imprenditore visionario e osservatore attento dei cambiamenti nei consumi, Fusco racconta come un brand nato per un pubblico adulto sia riuscito a diventare un oggetto del desiderio per i giovanissimi. Tra l’evoluzione del piumino, il successo del total look, i mercati internazionali e il rapporto con la famiglia americana proprietaria del marchio, emerge il ritratto di un’azienda che continua a crescere senza perdere la propria identità.
Partiamo da un’immagine molto concreta: tantissimi ragazzi con una giacca Blauer. Ve lo aspettavate?
«Sinceramente no. Fino a qualche anno fa il nostro target era tra i 25 e i 50 anni. Oggi, oltre a quel pubblico, siamo riusciti a conquistare ragazzi di 12, 13, 14 e 15 anni. È una fortuna enorme, perché il nostro mercato si è allargato tantissimo. Sono quelle cose che a volte succedono e che nemmeno tu riesci a spiegarti completamente».
Secondo lei qual è stato l’elemento che ha fatto diventare Blauer un marchio così desiderato dai più giovani?
«Credo sia un insieme di fattori: qualità, prezzo e leggerezza del prodotto. Noi abbiamo realizzato capi molto leggeri ma estremamente caldi grazie alla piuma. Poi è chiaro che la moda oggi passa anche attraverso chi indossa certi prodotti. Personaggi dello spettacolo, influencer, persone che i ragazzi vedono e prendono come riferimento. Piaccia o no, oggi funziona così».
Il piumino è ancora il simbolo di Blauer. Eppure stiamo parlando di un capo che continua a evolversi.
«Assolutamente. Io paragono il piumino al denim. Il jeans ha avuto alti e bassi ma non è mai passato di moda. Il piumino è uguale. Qual è l’alternativa? Un cappotto, un parka, una pelliccia sintetica. Ma per praticità e comodità resta un capo insostituibile».
Oggi però il piumino non è più soltanto un prodotto invernale.
«Infatti. Da anni lavoriamo su pesi diversi. Ci sono piumini leggerissimi che possono sostituire un golfino nelle sere d’estate o essere utilissimi in barca, al mare o quando cambia improvvisamente il tempo. Sono capi che ti salvano la giornata. E quelli più leggeri diventano davvero quattro stagioni: in inverno li metti sotto un cappotto, in estate li porti con te in borsa».
La leggerezza e la praticità sembrano essere diventate caratteristiche fondamentali.
«Sì, e noi siamo stati tra i primi a crederci. Abbiamo introdotto anche i sacchettini per riporre e comprimere i piumini. Oggi è una pratica diffusa, ma allora era una novità. Alla fine il cliente apprezza soprattutto il servizio e la funzionalità che gli offri».
Negli anni Blauer è diventato molto più di un marchio di outerwear. Quanto conta oggi il total look?
«Conta tantissimo. In estate vendere solo giubbotti sarebbe molto complicato. Quando fa caldo le persone acquistano t-shirt, polo, pantaloni leggeri, bermuda. Il total look ci permette di avere una continuità di business durante tutto l’anno e di bilanciare la stagionalità del prodotto».
C’è anche un equilibrio sempre maggiore tra uomo e donna.
«Sì, oggi siamo praticamente arrivati a un 50% uomo e 50% donna. È un risultato molto importante e ci aiuta ad avere una clientela ancora più ampia».
Quali sono oggi i mercati più dinamici per Blauer?
«L’Italia continua a darci grandi soddisfazioni. Stanno andando molto bene anche Germania e Austria. Sono partite fortissimo Spagna e Portogallo e vediamo risultati interessanti anche in Polonia e Repubblica Ceca. Al contrario, Francia, Belgio e Olanda stanno vivendo una fase un po’ più complicata».
Il mercato però sta cambiando rapidamente.
«Sì, ed è inutile nasconderlo. La crisi si sente e i negozi lavorano meno rispetto al passato. Ma è cambiato anche il modo di spendere. I giovani acquistano molto online e spesso preferiscono investire il loro denaro in esperienze, viaggi, weekend o momenti di socialità piuttosto che in un capo d’abbigliamento».
Nonostante questo continuate a crescere.
«Fortunatamente sì. Chiuderemo l’anno con un incremento intorno al 12%. Restiamo ottimisti anche per il futuro. Certo, siamo consapevoli che il mercato sia più difficile rispetto a qualche anno fa, ma siamo un’azienda sana e questo ci permette di affrontare eventuali momenti complicati con serenità».
Blauer oggi è ancora condivisa con la proprietà americana. Qual è il vostro obiettivo?
«Oggi il marchio è al 50% nostro e al 50% della famiglia americana Blauer. L’obiettivo, naturalmente, sarebbe arrivare a possederlo completamente. Dopo venticinque anni di lavoro sarebbe una soddisfazione importante».
A che punto siete?
«Stiamo lavorando. Non è soltanto una questione economica. La famiglia Blauer esiste dal 1936 e tiene molto alla tutela del nome. Vogliono essere certi che il marchio rimanga nelle mani giuste. È una preoccupazione che capisco e rispetto».
E il rapporto personale com’è?
«Molto buono. Mi hanno sempre detto una cosa che considero un grande complimento: “Tu sei il Blauer italiano”. Dopo venticinque anni di lavoro insieme significa sentirsi parte della stessa famiglia. E forse è proprio questa la chiave del successo di Blauer: un marchio capace di rimanere fedele alle proprie radici, continuando però a parlare linguaggi nuovi. Tanto da conquistare chi ha 50 anni come chi ne ha appena 15».
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Allo stesso tempo, la statistica è una scienza e serve proprio a osservare fenomeni collettivi, individuare tendenze e comprendere problemi reali. Se alcuni dati mostrano che determinati fenomeni criminali, sociali o di radicalizzazione sono più frequenti in specifici gruppi religiosi rispetto ad altri, discuterne non significa essere razzisti o prevenuti: significa confrontarsi con la realtà.
Il punto cruciale è distinguere tra l’analisi di un fenomeno e il giudizio indiscriminato sulle persone che appartengono a una determinata comunità. Le regole ideologiche e spirituali di questa comunità devono essere conosciute ed esaminate, nell’ipotesi che siano la causa della maggiore problematicità. La problematicità, l’aggressività, l’odio non nascono dalla miseria e dall’emarginazione, queste semplificazioni sono insegnate come vere nelle facoltà di psicologia e sociologia e imposte come il verbo dalle élite politiche, culturali e purtroppo anche ecclesiastiche. Si tratta di un falso.
Le minoranze cristiane nei Paesi islamici non sono solo «discriminate ed emarginate», sono perseguitate col ferro e col fuoco, col ventre delle madri sventrati, le bambine stuprate a morte, i bambini uccisi o venduti. Queste minoranze hanno tassi di criminalità bassissimi. Poche minoranze sono state discriminate come gli armeni in Turchia durante la prima guerra mondiale e gli ebrei nel Terzo Reich, la discriminazione consisteva nell’ammazzarli in maniera atroce, eppure nessuno dei pochi sopravvissuti di queste comunità ha sviluppato comportamenti criminali, ma la sentenza del comportamento criminale come reazione a una qualche torto subito continua a tenere banco indisturbata. È un’assoluta bestialità: i veri perseguitati hanno un profilo basso. La protervia è propria dei padroni, e degli aspiranti tali. Dal punto di vista sociologico è evidente che l’assioma «i violenti sono violenti in quanto emarginati», è falso, mentre è vero il contrario. «I violenti sono emarginati in quanto violenti». E soprattutto, persone che rifiutano deridendo ogni ordine sociale, per quale incredibile magia dovrebbero non restare emarginati? È indispensabile che tutti conoscano le parti più violente del Corano, così da rendersi conto che la violenza islamica non è reattiva, ma costituzionale. Per quanto riguarda il terrorismo, sta aumentando: è emblematico il caso della Francia. Il 7 gennaio 2015, alle 11:30 del mattino, due uomini armati fanno irruzione nella redazione di Charlie Hebdo, a Parigi. In pochi minuti aprono il fuoco contro giornalisti, vignettisti e agenti di polizia. Dodici persone vengono uccise. I responsabili, i fratelli Saïd e Chérif Kouachi, non erano sconosciuti alle autorità francesi: erano già stati arrestati, processati e condannati per attività legate all’estremismo islamista. Eppure erano tornati in libertà e avevano potuto preparare uno degli attentati più scioccanti della storia recente della Francia. Dieci mesi dopo, il 13 novembre 2015, il Paese viene nuovamente colpito. Tre gruppi di terroristi si dirigono verso il cuore della capitale e attaccano quasi simultaneamente sei obiettivi diversi. Le esplosioni e le sparatorie trasformano una normale serata parigina in un incubo. Il bilancio finale è devastante: 130 morti e centinaia di feriti. Gli attacchi colpiscono il teatro Bataclan, diversi café e ristoranti tra il decimo e l’undicesimo arrondissement e l’area esterna dello Stade de France, dove si stava disputando una partita internazionale. Ancora una volta emerge un elemento inquietante: molti degli attentatori erano già noti ai servizi di sicurezza e avevano alle spalle precedenti legati alla radicalizzazione.
Il 2015 rappresenta per la Francia un anno spartiacque. È il momento in cui il Paese prende definitivamente coscienza che la minaccia jihadista non arriva soltanto dall’esterno, ma può nascere e svilupparsi all’interno delle stesse società europee. I fratelli Kouachi erano francesi, cresciuti a Parigi. Abdelhamid Abaaoud, considerato il coordinatore operativo degli attentati del 13 novembre, era nato e cresciuto in Belgio. Samy Amimour, uno degli uomini che parteciparono alla strage del Bataclan, aveva lavorato per oltre un anno come conducente della metropolitana parigina. Bilal Hadfi, appena ventenne, conduceva apparentemente una vita simile a quella di tanti suoi coetanei europei e pubblicava fotografie in costume da bagno vicino a una piscina pochi mesi prima di farsi esplodere nei pressi dello Stade de France.
Questa è la storia dell’anno più sanguinoso vissuto dalla Francia dalla fine della Seconda guerra mondiale. Due attentati separati da dieci mesi, centinaia di vittime e una ferita che ancora oggi non si è completamente rimarginata. Ma è anche la storia di una domanda che continua a dividere il dibattito pubblico francese ed europeo: come è possibile che giovani cresciuti nelle nostre città, educati nelle nostre scuole e inseriti nelle nostre società abbiano deciso di rivolgere le armi contro i propri concittadini?
Se non si conosce il Corano, questa domanda resta senza risposta. Il problema è che non si tratta solo di terrorismo, il terrorismo è la punta di enorme iceberg, e l’iceberg è la violenza spicciola quotidiana. Si tratta della violenza esistenziale dello studente che accoltella il docente dopo aver posizionato il cellulare per riprenderlo e bearsene con i compagni, delle aggressioni continue, gli stupri, l’immenso piacere del vandalismo.
A questo quadro si aggiungono i recenti e violenti disordini che hanno interessato Parigi e altre città francesi, dove episodi di guerriglia urbana, incendi, saccheggi e scontri con le forze dell’ordine hanno riportato al centro del dibattito il tema dell’integrazione, della sicurezza e delle tensioni sociali presenti in alcune aree urbane. Qualsiasi scusa, una partita, vinta, una partita persa, è una scusa sufficiente a scatenare un inferno di cui nessuno chiederà conto, se non con la solita lagna: occorre più integrazione, dobbiamo amarli di più, essere più servili. Gli eventi sportivi e calcistici, che dovrebbero rappresentare momenti di aggregazione e appartenenza comune, sono diventati puntualmente il pretesto per esplosioni di violenza collettiva. Fenomeni teoricamente diversi tra loro, in realtà sempre uguali, alimentano una riflessione più ampia sulla capacità delle società europee di affrontare un odio culturale e identitario di tipo religioso, che si cerca di negare camuffandolo da problema sociologico.
Qualcuno può pensare che i protagonisti appartengano a una minoranza discriminata? I protagonisti sono islamici e disprezzano profondamente i non islamici. Gli islamici, tutti, considerano gli infedeli, tutti, kafir, esseri inferiori, è una prescrizione coranica. Se sono molto educati e se sono in una condizione di non poterlo manifestare, lo nascondono, ma non esiste un islamico che non consideri i kafir esseri inferiori, e che non trovi ripugnante ogni ordinamento giuridico dove essi abbiano gli stessi diritti di un musulmano. I kafir hanno diritto ad esistere solo da sottomessi, cioè dhimmi. Un fenomeno paradigmatico sono le violenze sui treni, capotreni aggrediti perché, benché kafir, esseri inferiori, si sono permessi di chiedere il biglietto, bande di nordafricani che assaltano un viaggiatore, depredandolo, picchiandolo e soprattutto umiliandolo, come un kafir essere inferiore merita, e bande di nordafricani che tengono in pugno un intero vagone. Questi episodi non vengono sanzionati, come se nessun reato fosse stato commesso. L’analisi dei dati mostra che noi siamo una maggioranza discriminata. E una maggioranza può essere discriminata solo se, magari senza saperlo, è sotto occupazione militare. La disparità di trattamento riservata da magistrati e giornalisti ai reati compiuti dagli italiani rispetto a quelli compiuti dagli islamici è plateale. Per questo è così fondamentale svegliare l’Europa e l’Italia dall’anestesia, perché a ogni funzionario, ogni insegnante, ogni uomo politico siano note le parti del Corano che rendono gli islamici degni solo di essere i nostri padroni e noi degni solo di essere loro servi. Tra gli islamici ci sono innumerevoli persone che vorrebbero convertirsi, che vorrebbero essere liberi. Abbiamo già gli esempi straordinari di Hirsi Alì e Magdi Cristiano Allam. La nostra vigliaccheria li rende tragicamente soggetti alla violenza contro gli apostati anche qui.
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Trevaillon (Ansa)
Perché il mondo progressista e una parte del mondo cattolico non hanno colto la potente spinta innovativa e valoriale della sfida off grid di Nathan e Catherine, limitandosi a una generica solidarietà umana e sostenendo la deriva giudiziaria di una faccenda che, nel sentire degli italiani, appare come uno strappo troppo doloroso? Perché il mondo degli intellettuali ha sottovalutato la portata rivoluzionaria del laboratorio off grid della famiglia Trevallion-Birmimgham (già i cognomi sono due perché qui proprio il patriarcato non c’è)? Provo a riassumere la sfida off grid di Nathan e Catherine e ditemi se questo non è un programma politico progressista e francescano.
Nei tanti colloqui con Nathan e Catherine, ho ricostruito la loro straordinaria storia di viandanti inquieti del mondo. Non hanno nascosto le contraddizioni, le incompiutezze, le difficoltà e la consapevolezza che questo percorso non è affatto concluso. Ma la meta del percorso è ben definita: il pacifismo estremo e la rinuncia al conflitto come forma di autoaffermazione, l’ambientalismo radicale vissuto in prima persona e senza proclami, la ricerca dell’armonia e del rispetto totale della natura, la lotta allo spreco delle risorse e dell’acqua, la totale rinuncia allo sfruttamento della Terra, la scelta di costruire relazioni compassionevoli e non giudicanti, l’unità della famiglia, l’amore per i figli, il digital detox e la rinuncia a modelli educativi fondati sullo schema giudizio-punizione-ricompensa, la non sottomissione alla schiavitù del danaro, del profitto, dell’effimero e del successo, l’aiuto reciproco, la ricchezza dei legami e delle relazioni, la cooperazione, la consapevolezza informata, la libertà di scelta e l’assecondare le inclinazioni e i talenti dei figli, la totale uguaglianza nell’educazione di maschi e femmine senza distinzione del genere, la spiritualità e la scintilla del divino.
Ecco, questa è la sfida. Catherine e Nathan hanno scelto questa meta e la loro vita familiare era, prima dell’intervento clamoroso dei servizi sociali, un laboratorio, ancora imperfetto, ma un laboratorio coraggioso verso una nuova umanità, verso quella meta che abbiamo appena sintetizzato. Un laboratorio che andava rispettato, compreso, sostenuto, incoraggiato e accompagnato. Un laboratorio per nulla improvvisato. Se la loro straordinaria storia fosse stata ascoltata, avremmo difeso quel laboratorio. Non vi sembra che questo laboratorio abbia la potenzialità di sfidare la nostra società tecnocratica, ingiusta e diseguale, narcisistica e schiava dell’esteriorità, sottomessa al dio danaro e clamorosamente fondata sul censo, crudele e bullizzante e per niente compassionevole, incessante e veloce senza alcun rispetto dell’armonia della natura, surriscaldata, ignorante e in guerra permanente?
Perché il mondo progressista, cattolico e intellettuale ha fatto finta di non capire che per lo sviluppo di un bimbo sano, consapevole e dotato di pensiero critico il laboratorio di Nathan e Catherine sarebbe stato una sfida da accogliere? Perché abbiamo fatto finta di non capire che questa sfida avrebbe necessitato di altre risposte, non giudiziarie?
I bambini hanno diritto innanzitutto a essere amati. Sì, anche all’istruzione: ma questa sfida mette in discussione la nostra scuola, che è diventata un ambiente pericoloso e bullizzante. Siamo sicuri che la nostra scuola davvero garantisca istruzione e pensiero critico? Sì, hanno diritto anche alla socializzazione, ma questa sfida mette in discussione la crudeltà dei coltelli, delle bande dei minorenni, del bullismo e della dipendenza social. Al di là della vicenda giudiziaria e della rituale fiducia nelle istituzioni, non pensate che sia giusto rivalutare la portata della sfida off grid o va bene soffocarla nelle relazioni del servizio sociale o nelle ordinanze del Tribunale?
Psichiatra e consulente della famiglia del bosco
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