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2020-03-02
Tutti bloccati dallo sblocca cantieri: 749 opere al palo
Ansa
Il decreto Sbloccacantieri è un altro buco nell'acqua. È passato quasi un anno e di cantieri sbloccati siamo a quota zero. Secondo l'Ance sono 749 le opere infrastrutturali bloccate, per un valore complessivo di 62 miliardi di euro. Di queste, 101 sono grandi opere di importo superiore ai 100 milioni di euro, per un totale di oltre 56 miliardi di euro. Le cause dello stop dei cantieri sono diverse: dalla mancanza di fondi, al fallimento delle imprese coinvolte, ai ricorsi, all'arrivo di altre leggi che richiedono modifiche ai progetti. I lavori del nodo ferroviario di Genova, ad esempio, sono bloccati da novembre 2018, quando il gruppo Astaldi, che si era aggiudicato l'appalto dopo la crisi del consorzio Eureca, è stato costretto a risolvere il contratto prima del fallimento. L'ultradecennale questione della Cremona-Mantova attende ancora una soluzione. Per la Ragusa-Catania, vecchia di 30 anni, sono arrivati 750 milioni; peccato però che il progetto definitivo non sia ancora completato, perché devono essere recepite le nuove norme a cominciare dal Milleproroghe.
Il decreto, oltre a non sbloccare le grandi opere, sta mettendo a rischio le gare per i piccoli e medi cantieri, che rappresentano il 70% dell'attività degli appalti dei Comuni. Opere apparentemente minori, eppure fondamentali per i piccoli centri. Stiamo parlando di 11.500 appalti, di importo inferiore a 5 milioni di euro, che potrebbero rimanere in sospeso. Lo Sbloccacantieri contiene una norma concepita proprio per semplificare le gare di queste tipologie di appalti. Peccato che sia stata scritta in modo tutt'altro che chiaro e preciso, al punto che ha scatenato una gazzarra di interpretazioni contrastanti e di conseguenti contestazioni, mettendo in crisi le amministrazioni comunali. L'allarme è stato lanciato dal presidente dell'Ifel, fondazione Anci per l'economia locale, l'Associazione dei Comuni. Guido Castelli ha passato ai raggi x il decreto e ha ricostruito l'ambiguità di parti importanti del testo che hanno indotto l'intervento di vari Tar, del ministero delle Infrastrutture, dell'Anac e alla fine anche del Consiglio di Stato.
Nel 2019, come attesta l'Associazione dei costruttori, sono stati presentati 22.000 bandi di gara per lavori pubblici. Quelli di importo fino a 5 milioni (cui si riferisce la norma dello Sbloccacantieri) sono 11.512. Proprio questi, circa la metà, corrono il rischio di restare impantanati in contestazioni giudiziarie.
Ma andiamo con ordine. Questa la ricostruzione di Castelli. Il decreto, varato il 18 aprile scorso e convertito in legge a giugno, ha espressamente previsto una modalità di aggiudicazione semplificata per gli appalti di importo inferiore a 5,350 milioni di euro, (cioè sotto la soglia oltre la quale scatta la normativa europea) e privi di carattere transfrontaliero ( non appetibili a operatori esteri). Per queste gare, se arrivano almeno dieci offerte, scatta l'obbligo (prima era facoltativo) del meccanismo di esclusione automatica delle offerte anomale, in presenza del criterio del minor prezzo. Questo significa che se in una gara, con le caratteristiche di cui sopra, emerge che alcune offerte hanno un prezzo talmente basso da essere sospetto, queste vengono automaticamente escluse. Non si perde tempo a sentire le ragioni e le spiegazioni dell'impresa interessata, ma si passa subito ad aggiudicare la gara. Tale meccanismo dovrebbe accorciare i tempi e far emergere subito anomalie che rischierebbero, a cantiere aperto, di compromettere l'esecuzione dei lavori. Quante volte, in effetti, leggiamo di opere che sono partite con la previsione di un costo e poi si interrompono perché risulta che c'è stata una sottostima e i soldi non bastano? Allora servono altri stanziamenti, con un effetto moltiplicatore che spesso porta alla sospensione dei lavori. Le ben note cattedrali nel deserto…
Per evitare quindi sorprese in corso d'opera, ecco che il decreto ha introdotto il meccanismo di esclusione automatica delle offerte anomale.
Fin qui tutto bene. Il problema sorge per il calcolo della soglia di anomalia. Quand'è che un'offerta, nei casi di aggiudicazione con il criterio del prezzo più basso, può definirsi anomala e dunque da escludere?
È qui che il meccanismo si è inceppato. Lo Sbloccacantieri ha modificato un articolo del Codice dei contratti pubblici, sostituendo i precedenti cinque metodi di calcolo, con due distinte modalità utilizzabili secondo il numero delle offerte ammesse (pari o superiori o inferiori a 15). Siccome dal calcolo si individua chi si aggiudica una gara e chi viene escluso, questo passaggio è molto delicato. Castelli lancia il sasso: «Era evidente l'esigenza di scrivere la norma nella maniera più chiara possibile, cercando di evitare che si prestasse a molteplici interpretazioni». Invece così non è stato. E sono partiti numerosi ricorsi. Sulla questione sono addirittura intervenuti quattro Tar: della Sicilia, della Calabria, dell'Emilia e della Lombardia. Ciascuno, però, è arrivato a soluzioni contrapposte. Alla fine si sono pronunciati l'Anac e il ministero delle Infrastrutture, che hanno condiviso l'impostazione del Tribunale amministrativo di Brescia. Ma quando la questione sembrava risolta, ecco che il Tar delle Marche ha rimescolato le carte sul tavolo, fornendo una sua interpretazione.
A questo punto la palla è passata al Consiglio di Stato, che ha fissato due udienze, una per trattare il ricorso sulla sentenza del Tar di Brescia e un'altra per quella delle Marche. Alla fine, ha deciso di sospendere entrambi i pronunciamenti, fissando al prossimo 4 giugno una riunione per sciogliere il nodo. E altro tempo passa…
È evidente che ora in ogni gara al minor prezzo, che prevede l'aggiudicazione con esclusione automatica, obbligatoria, per appalti di importo compreso tra 350.000 euro e a 5,350 milioni di euro, rischia di essere soggetta a ricorso, qualunque sia l'interpretazione adottata. Rieccoci quindi alla trafila delle contestazioni, al balletto delle carte bollate e degli avvocati. Almeno fino a giugno, quando, si spera, sia messo un punto a questa paradossale vicenda legislativa.
Nel frattempo, in attesa di un chiarimento, chi era in procinto di bandire una gara si guarderà bene dal farlo per evitare di mettersi in una posizione che potrebbe essere contestata, con il rischio di dover cominciare da capo.
A fare le spese di questa situazione sono soprattutto le zone colpite dal terremoto del 2016, dove la ricostruzione marcia a rilento. La situazione dovrebbe essere milgiore soltanto per i cantieri di importo tra i 40.000 e i 500.000 euro, per i quali è previsto l'affidamento diretto e, più in generale, per le gare fino a 350.000 euro. Secondo l'Ance, è possibile che «per i tagli di lavori più ridotti, le stazioni appaltanti, prendendo atto delle nuove disposizioni, ricorrano in misura maggiore all'affidamento diretto».
Auspici. Che faranno piccoli Comuni? Aspetteranno il pronunciamento del Consiglio di Stato e l'arrivo di altri provvedimenti, o magari di uno Sbloccacantieri bis, di cui si parla? Intanto, si sarà perso un altro anno.
Dodici anni per la Cremona-Mantova (e 400 milioni in più)
Sono 41 i cantieri rimasti sulla carta, non ancora partiti e 26 le opere incompiute. Alcuni lavori sono fermi alla progettazione perché si attende la nomina del commissario.
Per la Variante Est di Edolo non si parla della gara prima del prossimo anno. Il nuovo collegamento tra Bergamo e l'aeroporto Orio al Serio, dovrebbe essere pronto, nelle intenzioni, per le Olimpiadi del 2026, ma si marcia a rilento. Per il raddoppio della tratta Codogno-Cremona-Mantova, è ancora in corso la progettazione e si stima che solo a marzo 2021 sarà completato l'iter delle approvazioni, dopodiché ci sarà la gara. Al palo il quadruplicamento della Milano Rogoredo-Pavia e il potenziamento della tratta ferroviaria Rho-Gallarate.
C'è poi il caso del maxi polo dedicato alla logistica della società Esselunga. Quest'opera di 650.000 metri quadri si è impantanata in una serie di ricorsi al Tar da parte delle amministrazioni locali, poi sbloccati dall'intervento del Consiglio di Stato.
Una vicenda che ormai si trascina da oltre 30 anni è quella della tangenziale di Isorella. L'opera è stata inserita nel 2017 dalla Provincia nel programma triennale 2018-2020 delle opere pubbliche. Prevede un investimento di 6 milioni e 500.000 euro.
Due ricorsi hanno bloccato la realizzazione del nuovo Museo dell'industria e del Lavoro a Brescia. Valore: 12 milioni di euro. Il cantiere si deve chiudere entro il 2021.
L'opera di depurazione del Garda è considerata primaria ma è impantanata in veti ambientalistici. Il progetto dovrebbe essere realizzato tra il 2025 e il 2030 ma si continua ancora a discutere su quanti impianti di depurazione realizzare sulla riva bresciana. Al momento è stato creato un tavolo di approfondimento per chiarire l'impatto ambientale e individuare misure compensative.
L'autostrada Cremona-Mantova è un progetto che risale al 2005 e prevedeva costi per 756 milioni di euro. Nel 2017 dopo 12 anni di attesa, è arrivato il piano esecutivo con una lievitazione dell'onere a 1,2 miliardi. La Regione, in un recente incontro al ministero delle Infrastrutture, ha confermato l'impegno finanziario. L'opera dovrebbe essere completata entro il 2026, ma siamo ancora ai tavoli di discussione.
All'Anagrafe delle opere incompiute, numerosi cantieri risultano bloccati per la mancanza di fondi, o perché nel frattempo sono arrivate nuove norme tecniche o disposizioni di legge, o addirittura perché nel corso dei lavori è venuto meno l'interesse da parte della stazione appaltante o dell'ente aggiudicatore. È il caso della realizzazione di una nuova casa mandamentale nel Comune di Borgo Mantovano.
Raccordo Salerno-Avellino: manca ancora il commissario
Il 23 dicembre 2003, l'Anas annunciava l'appalto per il raddoppio della statale 268 «del Vesuvio». I lavori su circa 19,5 chilometri che interessano i Comuni di Boscoreale, Poggiomarino, San Giuseppe Vesuviano e Terzigno erano suddivisi in due lotti. Prevedevano la realizzazione di 9 viadotti, 25 ponti e 14 cavalcavia, il tempo stabilito per l'esecuzione delle opere era di 1.160 giorni (poco più di tre anni). Il Portale nazionale delle infrastrutture di trasporto e logistica (Trail) di Unioncamere riportava come inizio lavori il 30 marzo 2010 e come previsione di fine cantieri il primo gennaio 2014. Lo scorso giugno l'Anas indicava in un report, alla commissione Trasporti della Camera, che in Campania 13 cantieri erano a rischio, tra i quali il raddoppio della statale del Vesuvio. Non sarebbero mancati i fondi, oltre 1.600 milioni di euro già stanziati, ma abbondavano ritardi e intoppi burocratici «che vanno dalla condivisione dei progetti con gli enti locali, la necessità di approfondimenti tecnici fino a ritardi nella presentazione dei pareri tecnici o allungamenti dei tempi nell'iter autorizzativo». Tra le opere bloccate, anche l'avvio del raddoppio della statale 372 «Telesina» lunga 71 chilometri, una delle più trafficate della Regione con un traffico medio giornaliero di circa 20.000 veicoli leggeri e di circa 3.500 veicoli pesanti. Importo stanziato, 790 milioni di euro.
La statale 268 è un'arteria nevralgica per snellire il traffico dei paesi a Nord del Vesuvio e rappresenta la principale via di fuga in caso di eruzione. I lavori dello svincolo di Angri, che «contribuirebbe a favorire un significativo decongestionamento del traffico pesante», come evidenziava Edmondo Cirielli, deputato di Fratelli d'Italia, non sono ancora stati completati.
La trasformazione in autostrada del raccordo Salerno-Avellino, 232,3 milioni di euro per i primi due lotti, è un'altra delle opere inserite nel decreto sblocca cantieri. Strada di collegamento tra l'A3 (Salerno-Reggio Calabria) e A30 (Caserta -Salerno), con la bretella verso il porto così pure con la tangenziale di Salerno, per il suo ampliamento è finanziata la prima parte dell'investimento. Il Cipe ha approvato il progetto preliminare per la terza corsia e la messa in sicurezza del lotto Salerno-Fratte-Mercato San Severino, primo dei due lotti in cui è stato suddiviso il progetto dell'autostrada Salerno-Avellino. Non è stato bandito l'appalto perché il governo non ha ancora nominato il commissario che faccia partire i lavori, si rischia di perdere i finanziamenti. A metà febbraio è stata avanzata l'ipotesi di allargare l'autostrada con binari ad alta velocità, una sinergia tra Rfi e Anas che potrebbe generare la prima linea italiana autostradale ferroviaria lungo l'asse Salerno Avellino Benevento. Treni e auto percorrerebbero questa direttrice parallelamente. Magari prima completando la trasformazione della superstrada in autostrada.
Sulla «strada della morte» si schiantano Regione e ministeri
«L'intervento per la realizzazione del raddoppio a quattro corsie della nuova statale 597 da Sassari a Olbia è stato suddiviso in 10 lotti funzionali», riporta l'Anas, indicando che i lavori sono «in corso». Per migliorare la percorribilità di quella che viene chiamata «la strada della morte», il principale collegamento trasversale interno della Sardegna, tra la costa occidentale e quella orientale del Nord, si è potuto iniziare solo nel 2013. In quell'anno, la Regione Sardegna comunicava che i cantieri «assorbiranno molti posti di lavoro», circa 1.400 operai e che l'opera, prevista con un costo di circa 960 milioni di euro, sarebbe stata ultimata nel «primo semestre del 2017».
A tutt'oggi, invece, la nuova strada statale non è stata ultimata, il collegamento sarà disponibile forse nel 2023. I lotti vanno avanti a singhiozzo, il numero 4 è fermo da maggio 2018, dopo che il contratto venne rescisso. Silos, il sistema informativo legge opere strategiche della Camera dei deputati, lo scorso ottobre segnalava che i lavori del lotto 2, con un costo «aggiornato» di 110.346.001 euro, erano al 13,7%. Il lotto 5, dal costo di 59.992.000 euro, presentava «un avanzamento dei lavori del 15,6%». Sempre Silos indicava che al 31 ottobre 2019 le previsioni di costo della strada erano lievitate a 1.120.559 euro. Lo scorso 16 gennaio ha aperto al traffico un tratto di carreggiata lungo 2,3 chilometri, ma raddoppiare 80 chilometri di una strada giudicata pericolosissima, sembra un'impresa impossibile. Camion e pullman la percorrono ogni giorno a velocità piuttosto basse, tentare di superarli con solo due corsie a disposizione significa rischiare la vita, vie di fuga non esistono, infatti è disseminata di croci.
Un calvario anche il completamento della 291 Sassari-Alghero a quattro corsie, lavori iniziati nel 2009 poi più volte bloccati perché «sparivano» i soldi, i fondi venivano dirottati su altre opere. Nel 2007 l'importo del finanziamento era stato di 54.660.000 euro. «Non bisogna perdere altro tempo, mai più, l'iter prosegua velocemente al Cipe e si appalti l'opera», tuonava nel febbraio dello scorso anno l'allora ministro dei Trasporti, il pentastellato Danilo Toninelli. «Siamo soddisfatti che tutti i ministeri competenti abbiano sbloccato un'opera strategica, finanziata nel 2015 con 125 milioni dallo Sblocca Italia», commentava l'ex sindaco di Alghero, Mario Bruno. Due mesi fa, il ministero dei Beni culturali ha espresso parere negativo sul completamento della strada, per problemi di compatibilità ambientale. In questo modo si perderanno i finanziamenti dell'opera.
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Il decreto voluto dal M5s ha finito per complicare gli iter. E così i ricorsi hanno mandato in tilt persino i piccoli appalti.In Lombardia sono 41 i cantieri rimasti sulla carta, non ancora partiti e 26 le opere incompiute. Alcuni lavori sono fermi alla progettazione perché si attende la nomina del commissario.In Campania ancora fermo il raddoppio della statale 268 «del Vesuvio» la cui conclusione era prevista per il primo gennaio 2014.In Sardegna la nuova statale 597 da Sassari a Olbia non è ancora stata ultimata. Il collegamento sarà disponibile forse nel 2023.Lo speciale contiene quattro articoli.Il decreto Sbloccacantieri è un altro buco nell'acqua. È passato quasi un anno e di cantieri sbloccati siamo a quota zero. Secondo l'Ance sono 749 le opere infrastrutturali bloccate, per un valore complessivo di 62 miliardi di euro. Di queste, 101 sono grandi opere di importo superiore ai 100 milioni di euro, per un totale di oltre 56 miliardi di euro. Le cause dello stop dei cantieri sono diverse: dalla mancanza di fondi, al fallimento delle imprese coinvolte, ai ricorsi, all'arrivo di altre leggi che richiedono modifiche ai progetti. I lavori del nodo ferroviario di Genova, ad esempio, sono bloccati da novembre 2018, quando il gruppo Astaldi, che si era aggiudicato l'appalto dopo la crisi del consorzio Eureca, è stato costretto a risolvere il contratto prima del fallimento. L'ultradecennale questione della Cremona-Mantova attende ancora una soluzione. Per la Ragusa-Catania, vecchia di 30 anni, sono arrivati 750 milioni; peccato però che il progetto definitivo non sia ancora completato, perché devono essere recepite le nuove norme a cominciare dal Milleproroghe.Il decreto, oltre a non sbloccare le grandi opere, sta mettendo a rischio le gare per i piccoli e medi cantieri, che rappresentano il 70% dell'attività degli appalti dei Comuni. Opere apparentemente minori, eppure fondamentali per i piccoli centri. Stiamo parlando di 11.500 appalti, di importo inferiore a 5 milioni di euro, che potrebbero rimanere in sospeso. Lo Sbloccacantieri contiene una norma concepita proprio per semplificare le gare di queste tipologie di appalti. Peccato che sia stata scritta in modo tutt'altro che chiaro e preciso, al punto che ha scatenato una gazzarra di interpretazioni contrastanti e di conseguenti contestazioni, mettendo in crisi le amministrazioni comunali. L'allarme è stato lanciato dal presidente dell'Ifel, fondazione Anci per l'economia locale, l'Associazione dei Comuni. Guido Castelli ha passato ai raggi x il decreto e ha ricostruito l'ambiguità di parti importanti del testo che hanno indotto l'intervento di vari Tar, del ministero delle Infrastrutture, dell'Anac e alla fine anche del Consiglio di Stato.Nel 2019, come attesta l'Associazione dei costruttori, sono stati presentati 22.000 bandi di gara per lavori pubblici. Quelli di importo fino a 5 milioni (cui si riferisce la norma dello Sbloccacantieri) sono 11.512. Proprio questi, circa la metà, corrono il rischio di restare impantanati in contestazioni giudiziarie.Ma andiamo con ordine. Questa la ricostruzione di Castelli. Il decreto, varato il 18 aprile scorso e convertito in legge a giugno, ha espressamente previsto una modalità di aggiudicazione semplificata per gli appalti di importo inferiore a 5,350 milioni di euro, (cioè sotto la soglia oltre la quale scatta la normativa europea) e privi di carattere transfrontaliero ( non appetibili a operatori esteri). Per queste gare, se arrivano almeno dieci offerte, scatta l'obbligo (prima era facoltativo) del meccanismo di esclusione automatica delle offerte anomale, in presenza del criterio del minor prezzo. Questo significa che se in una gara, con le caratteristiche di cui sopra, emerge che alcune offerte hanno un prezzo talmente basso da essere sospetto, queste vengono automaticamente escluse. Non si perde tempo a sentire le ragioni e le spiegazioni dell'impresa interessata, ma si passa subito ad aggiudicare la gara. Tale meccanismo dovrebbe accorciare i tempi e far emergere subito anomalie che rischierebbero, a cantiere aperto, di compromettere l'esecuzione dei lavori. Quante volte, in effetti, leggiamo di opere che sono partite con la previsione di un costo e poi si interrompono perché risulta che c'è stata una sottostima e i soldi non bastano? Allora servono altri stanziamenti, con un effetto moltiplicatore che spesso porta alla sospensione dei lavori. Le ben note cattedrali nel deserto…Per evitare quindi sorprese in corso d'opera, ecco che il decreto ha introdotto il meccanismo di esclusione automatica delle offerte anomale.Fin qui tutto bene. Il problema sorge per il calcolo della soglia di anomalia. Quand'è che un'offerta, nei casi di aggiudicazione con il criterio del prezzo più basso, può definirsi anomala e dunque da escludere?È qui che il meccanismo si è inceppato. Lo Sbloccacantieri ha modificato un articolo del Codice dei contratti pubblici, sostituendo i precedenti cinque metodi di calcolo, con due distinte modalità utilizzabili secondo il numero delle offerte ammesse (pari o superiori o inferiori a 15). Siccome dal calcolo si individua chi si aggiudica una gara e chi viene escluso, questo passaggio è molto delicato. Castelli lancia il sasso: «Era evidente l'esigenza di scrivere la norma nella maniera più chiara possibile, cercando di evitare che si prestasse a molteplici interpretazioni». Invece così non è stato. E sono partiti numerosi ricorsi. Sulla questione sono addirittura intervenuti quattro Tar: della Sicilia, della Calabria, dell'Emilia e della Lombardia. Ciascuno, però, è arrivato a soluzioni contrapposte. Alla fine si sono pronunciati l'Anac e il ministero delle Infrastrutture, che hanno condiviso l'impostazione del Tribunale amministrativo di Brescia. Ma quando la questione sembrava risolta, ecco che il Tar delle Marche ha rimescolato le carte sul tavolo, fornendo una sua interpretazione.A questo punto la palla è passata al Consiglio di Stato, che ha fissato due udienze, una per trattare il ricorso sulla sentenza del Tar di Brescia e un'altra per quella delle Marche. Alla fine, ha deciso di sospendere entrambi i pronunciamenti, fissando al prossimo 4 giugno una riunione per sciogliere il nodo. E altro tempo passa…È evidente che ora in ogni gara al minor prezzo, che prevede l'aggiudicazione con esclusione automatica, obbligatoria, per appalti di importo compreso tra 350.000 euro e a 5,350 milioni di euro, rischia di essere soggetta a ricorso, qualunque sia l'interpretazione adottata. Rieccoci quindi alla trafila delle contestazioni, al balletto delle carte bollate e degli avvocati. Almeno fino a giugno, quando, si spera, sia messo un punto a questa paradossale vicenda legislativa.Nel frattempo, in attesa di un chiarimento, chi era in procinto di bandire una gara si guarderà bene dal farlo per evitare di mettersi in una posizione che potrebbe essere contestata, con il rischio di dover cominciare da capo.A fare le spese di questa situazione sono soprattutto le zone colpite dal terremoto del 2016, dove la ricostruzione marcia a rilento. La situazione dovrebbe essere milgiore soltanto per i cantieri di importo tra i 40.000 e i 500.000 euro, per i quali è previsto l'affidamento diretto e, più in generale, per le gare fino a 350.000 euro. Secondo l'Ance, è possibile che «per i tagli di lavori più ridotti, le stazioni appaltanti, prendendo atto delle nuove disposizioni, ricorrano in misura maggiore all'affidamento diretto».Auspici. Che faranno piccoli Comuni? 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Il nuovo collegamento tra Bergamo e l'aeroporto Orio al Serio, dovrebbe essere pronto, nelle intenzioni, per le Olimpiadi del 2026, ma si marcia a rilento. Per il raddoppio della tratta Codogno-Cremona-Mantova, è ancora in corso la progettazione e si stima che solo a marzo 2021 sarà completato l'iter delle approvazioni, dopodiché ci sarà la gara. Al palo il quadruplicamento della Milano Rogoredo-Pavia e il potenziamento della tratta ferroviaria Rho-Gallarate. C'è poi il caso del maxi polo dedicato alla logistica della società Esselunga. Quest'opera di 650.000 metri quadri si è impantanata in una serie di ricorsi al Tar da parte delle amministrazioni locali, poi sbloccati dall'intervento del Consiglio di Stato. Una vicenda che ormai si trascina da oltre 30 anni è quella della tangenziale di Isorella. L'opera è stata inserita nel 2017 dalla Provincia nel programma triennale 2018-2020 delle opere pubbliche. Prevede un investimento di 6 milioni e 500.000 euro. Due ricorsi hanno bloccato la realizzazione del nuovo Museo dell'industria e del Lavoro a Brescia. Valore: 12 milioni di euro. Il cantiere si deve chiudere entro il 2021. L'opera di depurazione del Garda è considerata primaria ma è impantanata in veti ambientalistici. Il progetto dovrebbe essere realizzato tra il 2025 e il 2030 ma si continua ancora a discutere su quanti impianti di depurazione realizzare sulla riva bresciana. Al momento è stato creato un tavolo di approfondimento per chiarire l'impatto ambientale e individuare misure compensative. L'autostrada Cremona-Mantova è un progetto che risale al 2005 e prevedeva costi per 756 milioni di euro. Nel 2017 dopo 12 anni di attesa, è arrivato il piano esecutivo con una lievitazione dell'onere a 1,2 miliardi. La Regione, in un recente incontro al ministero delle Infrastrutture, ha confermato l'impegno finanziario. L'opera dovrebbe essere completata entro il 2026, ma siamo ancora ai tavoli di discussione. All'Anagrafe delle opere incompiute, numerosi cantieri risultano bloccati per la mancanza di fondi, o perché nel frattempo sono arrivate nuove norme tecniche o disposizioni di legge, o addirittura perché nel corso dei lavori è venuto meno l'interesse da parte della stazione appaltante o dell'ente aggiudicatore. È il caso della realizzazione di una nuova casa mandamentale nel Comune di Borgo Mantovano. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/s-blocca-cantieri-2645350787.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="raccordo-salerno-avellino-manca-ancora-il-commissario" data-post-id="2645350787" data-published-at="1775321434" data-use-pagination="False"> Raccordo Salerno-Avellino: manca ancora il commissario Il 23 dicembre 2003, l'Anas annunciava l'appalto per il raddoppio della statale 268 «del Vesuvio». I lavori su circa 19,5 chilometri che interessano i Comuni di Boscoreale, Poggiomarino, San Giuseppe Vesuviano e Terzigno erano suddivisi in due lotti. Prevedevano la realizzazione di 9 viadotti, 25 ponti e 14 cavalcavia, il tempo stabilito per l'esecuzione delle opere era di 1.160 giorni (poco più di tre anni). Il Portale nazionale delle infrastrutture di trasporto e logistica (Trail) di Unioncamere riportava come inizio lavori il 30 marzo 2010 e come previsione di fine cantieri il primo gennaio 2014. Lo scorso giugno l'Anas indicava in un report, alla commissione Trasporti della Camera, che in Campania 13 cantieri erano a rischio, tra i quali il raddoppio della statale del Vesuvio. Non sarebbero mancati i fondi, oltre 1.600 milioni di euro già stanziati, ma abbondavano ritardi e intoppi burocratici «che vanno dalla condivisione dei progetti con gli enti locali, la necessità di approfondimenti tecnici fino a ritardi nella presentazione dei pareri tecnici o allungamenti dei tempi nell'iter autorizzativo». Tra le opere bloccate, anche l'avvio del raddoppio della statale 372 «Telesina» lunga 71 chilometri, una delle più trafficate della Regione con un traffico medio giornaliero di circa 20.000 veicoli leggeri e di circa 3.500 veicoli pesanti. Importo stanziato, 790 milioni di euro. La statale 268 è un'arteria nevralgica per snellire il traffico dei paesi a Nord del Vesuvio e rappresenta la principale via di fuga in caso di eruzione. I lavori dello svincolo di Angri, che «contribuirebbe a favorire un significativo decongestionamento del traffico pesante», come evidenziava Edmondo Cirielli, deputato di Fratelli d'Italia, non sono ancora stati completati. La trasformazione in autostrada del raccordo Salerno-Avellino, 232,3 milioni di euro per i primi due lotti, è un'altra delle opere inserite nel decreto sblocca cantieri. Strada di collegamento tra l'A3 (Salerno-Reggio Calabria) e A30 (Caserta -Salerno), con la bretella verso il porto così pure con la tangenziale di Salerno, per il suo ampliamento è finanziata la prima parte dell'investimento. Il Cipe ha approvato il progetto preliminare per la terza corsia e la messa in sicurezza del lotto Salerno-Fratte-Mercato San Severino, primo dei due lotti in cui è stato suddiviso il progetto dell'autostrada Salerno-Avellino. Non è stato bandito l'appalto perché il governo non ha ancora nominato il commissario che faccia partire i lavori, si rischia di perdere i finanziamenti. A metà febbraio è stata avanzata l'ipotesi di allargare l'autostrada con binari ad alta velocità, una sinergia tra Rfi e Anas che potrebbe generare la prima linea italiana autostradale ferroviaria lungo l'asse Salerno Avellino Benevento. Treni e auto percorrerebbero questa direttrice parallelamente. Magari prima completando la trasformazione della superstrada in autostrada. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/s-blocca-cantieri-2645350787.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="sulla-strada-della-morte-si-schiantano-regione-e-ministeri" data-post-id="2645350787" data-published-at="1775321434" data-use-pagination="False"> Sulla «strada della morte» si schiantano Regione e ministeri «L'intervento per la realizzazione del raddoppio a quattro corsie della nuova statale 597 da Sassari a Olbia è stato suddiviso in 10 lotti funzionali», riporta l'Anas, indicando che i lavori sono «in corso». Per migliorare la percorribilità di quella che viene chiamata «la strada della morte», il principale collegamento trasversale interno della Sardegna, tra la costa occidentale e quella orientale del Nord, si è potuto iniziare solo nel 2013. In quell'anno, la Regione Sardegna comunicava che i cantieri «assorbiranno molti posti di lavoro», circa 1.400 operai e che l'opera, prevista con un costo di circa 960 milioni di euro, sarebbe stata ultimata nel «primo semestre del 2017». A tutt'oggi, invece, la nuova strada statale non è stata ultimata, il collegamento sarà disponibile forse nel 2023. I lotti vanno avanti a singhiozzo, il numero 4 è fermo da maggio 2018, dopo che il contratto venne rescisso. Silos, il sistema informativo legge opere strategiche della Camera dei deputati, lo scorso ottobre segnalava che i lavori del lotto 2, con un costo «aggiornato» di 110.346.001 euro, erano al 13,7%. Il lotto 5, dal costo di 59.992.000 euro, presentava «un avanzamento dei lavori del 15,6%». Sempre Silos indicava che al 31 ottobre 2019 le previsioni di costo della strada erano lievitate a 1.120.559 euro. Lo scorso 16 gennaio ha aperto al traffico un tratto di carreggiata lungo 2,3 chilometri, ma raddoppiare 80 chilometri di una strada giudicata pericolosissima, sembra un'impresa impossibile. Camion e pullman la percorrono ogni giorno a velocità piuttosto basse, tentare di superarli con solo due corsie a disposizione significa rischiare la vita, vie di fuga non esistono, infatti è disseminata di croci. Un calvario anche il completamento della 291 Sassari-Alghero a quattro corsie, lavori iniziati nel 2009 poi più volte bloccati perché «sparivano» i soldi, i fondi venivano dirottati su altre opere. Nel 2007 l'importo del finanziamento era stato di 54.660.000 euro. «Non bisogna perdere altro tempo, mai più, l'iter prosegua velocemente al Cipe e si appalti l'opera», tuonava nel febbraio dello scorso anno l'allora ministro dei Trasporti, il pentastellato Danilo Toninelli. «Siamo soddisfatti che tutti i ministeri competenti abbiano sbloccato un'opera strategica, finanziata nel 2015 con 125 milioni dallo Sblocca Italia», commentava l'ex sindaco di Alghero, Mario Bruno. Due mesi fa, il ministero dei Beni culturali ha espresso parere negativo sul completamento della strada, per problemi di compatibilità ambientale. In questo modo si perderanno i finanziamenti dell'opera.
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Come nota giustamente il Daily Telegraph, «dove un tempo la distraibilità o l’irrequietezza erano considerate normali tratti infantili, ora è più probabile che siano considerate segni di autismo o Adhd». Questa considerazione non inedita è supportata ora da un rapporto realizzato dal servizio sanitario nazionale britannico (Nhs) che sarà soggetto a revisione nei prossimi mesi, ma che intanto certifica un notevole aumento nelle diagnosi di autismo e Adhd in terra inglese. «Le segnalazioni, le liste d’attesa per la valutazione e le diagnosi registrate di Adhd sono aumentate in modo sostanziale, in particolare tra le adolescenti e le giovani donne adulte», si legge nella relazione. «I dati di monitoraggio del Nhs England mostrano che il numero di bambini e giovani in attesa di una valutazione per l’Adhd è passato da circa 21.000 nell’aprile 2019 a circa 270.000 entro dicembre 2025. Anche i dati dell’assistenza primaria mostrano una forte accelerazione delle diagnosi dopo il 2020, con un’incidenza tra le donne di età compresa tra 20 e 24 anni più che raddoppiata rispetto alle tendenze pre pandemia, mentre gli aumenti tra gli uomini sono stati inferiori».
qualcosa non torna
Il punto, però, è che ci sono dati apparentemente discordanti. Sempre nel report leggiamo che «allo stesso tempo, le migliori indagini sulla popolazione disponibili, che non si basano su segnalazioni, valutazioni o diagnosi, suggeriscono che la prevalenza di base dei sintomi di Adhd sia stata molto più stabile. Il Nice, ad esempio, cita stime di prevalenza intorno al 5% nei bambini e nei giovani e al 2-3% negli adulti, senza alcuna prova di un aumento drammatico a livello di popolazione negli ultimi decenni». La prevalenza di base viene definita come la proporzione di individui in una popolazione che presenta una specifica condizione, malattia o caratteristica in un dato momento. In sostanza, indica il peso di una particolare malattia in un territorio. Semplificando, potremmo dire che mentre le diagnosi e le richieste di diagnosi di autismo e Adhd aumentano con preoccupante intensità, contemporaneamente la reale presenza della malattia non sembra aumentate a dismisura. Da qui, il sospetto che ci sia una sorta di incentivo alla richiesta di certificazioni. Scrive il Telegraph: «Le diagnosi di Adhd sono più che raddoppiate dal 2021, mentre i tassi di autismo tra le ragazze sono aumentati di sette volte tra il 2010 e il 2022: cifre che, secondo il rapporto, potrebbero essere il risultato di “incentivi istituzionali associati all’essere ufficialmente etichettati come affetti da Adhd o autismo”».
Il tema, manco a dirlo, è delicatissimo perché ne va della vita di migliaia di persone. Anche gli esperti della materia sono molti cauti. Da un lato infatti, soprattutto dopo la pandemia, si è notato in generale un clamoroso aumento dei disturbi mentali (nel Regno Unito il numero di giovani tra i 16 e i 34 anni disoccupati a lungo termine a causa di questi problemi è aumentato del 76% tra il 2019 e il 2024) e si potrebbe pensare che vi possa essere una esplosione anche di altre condizioni di difficoltà. D’altro canto, però, è possibile che esista anche una sorta di fenomeno sociale che spinge all’aumento di certificazioni. Parlare di moda è sgradevole, ma forse è il caso di prendere la questione di petto.
Secondo Peter Fonagy, psicologo clinico dell’University College di Londra, si registra una combinazione di fattori: una maggiore consapevolezza delle condizioni, «cambiamenti nella ricerca di aiuto, incentivi istituzionali associati alla diagnosi e cambiamenti nella comprensione professionale e pubblica». Questo insieme di motori starebbe alla base degli aumenti segnalati. Il problema è che, secondo il rapporto inglese, in questo scenario «sottodiagnosi, diagnosi errata e sovradiagnosi non sono possibilità che si escludono a vicenda». Da una parte ci potrebbe essere la sottovalutazione di alcuni casi; dall’altra la medicalizzazione di ragazze e ragazzi che non avrebbero bisogno di particolari certificati, ovvero «la crescente tendenza a medicalizzare le forme di disagio».
la scienza
Uta Frith, psicologa tra le più autorevoli al mondo sul tema, dice alla stampa britannica che «il continuo ampliamento dello spettro autistico indica che il termine sia giunto al suo collasso» e sostiene che ci siano oggi «diagnosi che sono completamente prive di significato». Il punto, rimarca la studiosa, è che non esiste un biomarcatore oggettivo e dimostrabile che confermi se una persona è autistica o meno. Dunque «la diagnosi in una certa misura di una è sociale. Con un biomarcatore stabilito, sapremmo quanti casi ci sono e quando iniziare il trattamento, ma non lo abbiamo. Ecco perché i fattori culturali entrano in gioco nell’idea di cosa sia l’autismo».
E qui si arriva a due nodi critici fondamentali: i social network e la retorica dell’inclusione. Secondo la Firth, spesso sui social autismo e Adhd sono presentati come «una cosa molto desiderabile o un superpotere, il che ovviamente è ben lungi dall’essere vero». Il report inglese spiega che «anche il contesto sociale della diagnosi si sta evolvendo perché l’autorità sulla conoscenza della salute mentale è ora più ampiamente distribuita rispetto al passato. I clinici rimangono centrali nel processo diagnostico, ma non sono più gli unici interpreti dei sintomi. Comunità online, enti di beneficenza, reti di pari e piattaforme di social media contribuiscono sempre più al modo in cui le persone comprendono il disagio, la neurodivergenza e l’identità personale e diagnostica. Questi sviluppi possono facilitare un riconoscimento più precoce e dare potere alle persone le cui difficoltà potrebbero essere state precedentemente trascurate. Allo stesso tempo, possono anche influenzare le soglie per l’autoidentificazione e aumentare la domanda di valutazione indipendentemente da qualsiasi cambiamento nella prevalenza sottostante. C’è anche la preoccupazione che alcune piattaforme, tra cui Tiktok, trasmettano un’alta percentuale di messaggi fattualmente inaccurati, ad esempio sull’Adhd. In effetti, uno studio recente del Journal of Social Media Research ha mostrato che «il 52% dei video relativi all’Adhd e il 41% dei video sull’autismo su alcune piattaforme erano inaccurati: cifre che faranno ben poco per aiutare coloro che hanno realmente bisogno di aiuto».
Uno dei risultati possibili è che si intasino - come sta già avvenendo - le strutture pubbliche. Nel Regno Unito si registrano oltre 200.000 persone in attesa di una valutazione per l’autismo e le attese si possono prolungare per anni e anni. Secondo il Telegraph, «le persone credono erroneamente di esserne affette dopo aver visto un video di 30 secondi e questo sta sovraccaricando un sistema già sovraccarico. Di conseguenza, i bisogni di molte persone gravemente colpite non vengono soddisfatti». Uta Firth guarda al fenomeno con dispiacere per coloro che «vengono messi in ombra». E dichiara che «la natura priva di significato dell’etichetta dell’autismo è tale che le persone considerano l’autodiagnosi e quella ricevuta da un medico di pari importanza. Troppo spesso viene usata per dare sollievo a coloro che la usano come conferma che non posso cambiare, non posso farci niente, è così che funziona il mio cervello. Ed è un po’ triste, se si rinuncia a cercare di adattarsi davvero».
Il giornale inglese ha raccolto anche il racconto di un medico che ha notato negli anni un aumento di richieste di diagnosi di autismo e Adhd, richieste che per lo più sono «totalmente inappropriate», e dipendono dal fatto che questo genitori «fanno fatica a capire il comportamento del loro bambino e pensano che ottenere questa etichetta renda tutto molto più facile da gestire - sfortunatamente, non è così. Non puoi andare da uno specialista e ottenere una pillola antiautismo che risolva tutto».
risvolti positivi
Non bisogna però essere sommari nella valutazione: l’accresciuta sensibilità nei riguardi delle neurodivergenze ha sicuramente lati positivi. Lo si capisce parlando con Emanuele Franz, intellettuale che rientra nello spettro autistico e che di recente ha creato il premio letterario Teipsum, rivolto proprio ad autori autistici. «C’è chi dice che si sta diventando una moda l’autismo», spiega. «Intanto bisogna ricordare che Adhd e autismo sono due cose diverse. Io ho fatto un’infanzia di inferno, perché processavo le informazioni in modo diverso dagli altri. Ho subito aggressioni, un’esclusione sociale, sono stato in psichiatria già da bambino e avevo sempre l’accompagnatore, lo psicologo, il tutor, l’educatore. Mi hanno escluso dal servizio militare con una diagnosi di ritardo mentale. Poi depressione, quindi sì, un marchio che mi portò avanti. È evidente che c’è oggi una capacità di diagnosi maggiore che prima non c’era, perché adesso si sono capite certe dinamiche. Adesso uno può avere un aiuto per gli studi, cosa che io non ho avuto. È un tema apertissimo. Poi ci sono forme di comorbidità: se uno subisce un’esclusione, uno stress continuo, sviluppa delle patologie: psicosi, dissociazione, ansia, panico sono tutte comorbidità che si mettono sopra l’autismo».
La lezione di Franz è importantissima: «Ho creato un premio per dimostrare che l’autistico è anche capace di pensare, costruire, proporre. So che io ho questo stigma da tutta la vita, per cui c’è un problema, io ce l’ho, e dire che gli autistici non hanno un problema, beh, anche quello è sbagliato». Una diagnosi non deve diventare una condanna o - peggio - non deve essere interpretata come una sorta di rassicurazione. Occorre sensibilità per i problemi reali e pressanti, e insieme attenzione alle esagerazioni. Di sicuro c’è che, al solito, la retorica dell’inclusione crea per lo più disastri.
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«È stato un momento dolorosissimo. Mi sono trovata lì ad aspettarmi la psicologa, alcuni rappresentanti delle forze dell’ordine, tante persone che mi erano state vicine in quei mesi di collaborazione. Prima di entrare dalla dottoressa mi hanno fatto tutto un ragionamento per dirmi: “Sai a cosa stai andando incontro, che rischi di morire, che i tuoi figli rischiano di essere affidati al Tribunale dei minori?”».
Giusy si sente mancare l’aria. Cerca di mantenere la calma e ripassa la linea che le ha dettato l’avvocato: ha fatto tutte le dichiarazioni soltanto perché costretta, perché era sotto pressione e non era lucida «a causa degli psicofarmaci». Insomma, deve mettere nero su bianco che «tutte le cose che ho detto non sono vere, le ho inventate». La strada è segnata, l’orizzonte che l’avvocato le propone è che presto sarà tutto finito. Poi però, all’ultimo istante, dentro di lei scatta qualcosa, che la salva.
«Avrei dovuto dire e non ho detto». Quando la pm le chiede se quello che ha dichiarato fino a quel momento «è tutto inventato e frutto della sua immaginazione», Giusy si prende qualche interminabile secondo di riflessione, la guarda in faccia e dice: «Mi avvalgo della facoltà di non rispondere». E quindi «io in qualche modo non smentisco niente di quello che avevo detto fino a quel momento».
Stupisce tutti. Non se l’aspetta l’avvocato, che le chiede: «Perché l’hai fatto?». Lei si limita a rispondere: «Non mi faccia questa domanda». Lui non insiste, anzi la rassicura: «“Non ti preoccupare, Giuseppina, non è un problema”. Lui si preoccupava per me. “Se tu mi dici che non vuoi dirlo, io me lo tengo per me”. E così ha fatto: loro non lo sapevano».
Non se l’aspetta neppure Alessandra Cerreti: «Ho letto sul suo viso un sentimento di sollievo».
Subito dopo Giusy scoppia in lacrime. «Ancora adesso mi viene da piangere se ci penso. La dottoressa, con una freddezza che non avevo mai avvertito, si è alzata di scatto, mi ha stretto la mano e mi ha detto: “Le auguro comunque il meglio”.
Ed è stato ancora peggio, se possibile». Perché in quello stesso istante Giusy pensa: «Sto sbagliando un’altra volta». Ma ormai è troppo tardi. E, in fondo, la verità è che sente di non avere più obiettivi, se non quello di riprendersi i figli: non ha l’energia di affrontare una battaglia processuale contro tutta la famiglia.
Appena uscita dalla saletta, e fino al rientro in casa, viene assalita da pensieri contrastanti. Sale le scale pensando alle domande che le faranno, alle risposte che deve dare. Non c’è nessuno, per fortuna. Ha il tempo di stemperare la tensione. I Palaia arrivano la sera, portano le pizze. Si festeggia tutti insieme. «È stato un fuoco di fila di domande: “Che cosa hai detto, che cosa ti hanno detto?”. Ho mentito: “Ho detto che mi sono inventata tutto”. Loro erano sollevati e mi rassicuravano dicendo che sarebbe andato tutto bene.» Brindano.
Il giorno dopo ripartono per Rosarno. Giusy non può, deve aspettare che l’autorizzino a spostarsi, che le accordino i domiciliari e che il Tribunale dei minori conceda che i suoi figli vivano con lei anche fuori dal programma di protezione. Serve un po’ di pazienza.
Quello che non può aspettare è invece l’avvio della controffensiva mediatica: tutti devono sapere che Giusy non ha firmato, che Giusy ha ritrattato, che Giusy non è più una collaboratrice di giustizia, che i Pesce sono tornati gli stessi, inscalfibili di prima.
Spetta all’avvocato Madia ufficializzare la fine della collaborazione. Con una nota diffusa alla stampa il 16 aprile 2011, a un anno dai primi arresti, spiega: «A distanza di due mesi dall’inizio della collaborazione, Giuseppina Pesce ha chiamato il pubblico ministero della Dda di Reggio Calabria informandolo di essere intenzionata a non proseguire la collaborazione con la giustizia». Dice di più il legale: «Ha sostenuto, inoltre, di avere detto cose non vere perché assolutamente non a conoscenza degli episodi di cui si parlava».
Una posizione che mira a porre una pietra tombale su quanto Giusy ha dichiarato fino a quel giorno. E Salvatore? Anche lui è a conoscenza di quello che sta avvenendo. E proprio lui – che non ha mai mostrato nessun cenno di condivisione o apprezzamento per la collaborazione – questa volta compie un gesto importante. Fa recapitare a Giusy un messaggio tramite sua madre. Le manda a dire: «Qualunque cosa stai per fare, non fidarti di nessuno. Comunque vadano le cose, non tornare in Calabria, almeno finché non sarò di nuovo libero». La comunicazione è chiara e senza ambiguità: Giusy, che in quei giorni è ancora a Nettuno, è in pericolo e deve stare attenta.
Salvatore è fuori dai giochi, e lei rischia di essere uccisa, anche se adesso tutti fingono di volerla riaccogliere in famiglia. Le manda a dire anche un’altra cosa, Salvatore Pesce, piuttosto importante. «Se decidi di continuare» perché evidentemente aveva la sensazione che sarebbe finita così «lascia andare tua figlia». «Sapeva che Chiara era il mio punto debole».
In questo momento Salvatore parla a sua figlia, non alla pentita, non alla traditrice, non alla donna che forse lo ha deluso, neppure a quella che sta tornando sui suoi passi. Salvatore parla alla figlia e, a modo suo, vuole proteggerla. Almeno questo è quello di cui è convinta Giusy, quello a cui si aggrappa per dire che suo padre non ha mai smesso di amarla, anche se l’ha persa.
Nel frattempo, la collaboratrice di giustizia Pesce Giuseppina diventa l’oggetto di una sorta di guerra di nervi tra la famiglia Pesce e i magistrati reggini. Il procuratore Pignatone chiarisce che la collaborazione di Giusy è durata sei mesi, e non due, e conferma che «allo stato la collaborazione è interrotta». Interrotta, non conclusa.
Nella stessa giornata la procura fa di più: arresta Angela Ferraro e Marina Pesce, la madre e la sorella di Giusy. L’accusa è di avere fatto da collegamento tra Salvatore Pesce e gli affiliati alla cosca. È il secondo fermo, dopo l’operazione All Inside.
Il 21 aprile il gup di Reggio Calabria rinvia a giudizio sessantaquattro persone e dispone il processo con rito abbreviato per dodici. Parte ufficialmente il processo All Inside.
Il 28 aprile – proprio nell’anniversario degli arresti – tocca all’avvocato Madia assestare un colpo contro la procura. Consegna all’allora direttore del quotidiano regionale Calabria Ora, Piero Sansonetti, la copia della lettera con cui Giusy Pesce ha dichiarato di voler interrompere la collaborazione e accusa i magistrati di averla costretta a parlare. È una lettera che il giornale pubblica con un titolo a tutta pagina: «Costretta a collaborare».
Il giornale sposa la causa del nuovo difensore di Giuseppina e avvia una campagna mediatica molto dura. Leggo quelle pagine – le ho rilette di recente – e non le trovo improntate al garantismo e agli ideali di giustizia. Tutt’altro. Ho lavorato per quel giornale – per la verità, quando succedono quei fatti l’ho già lasciato da anni, per una disgustosa esperienza di interferenze al mio lavoro giornalistico – ma devo dire che mi fa comunque un certo effetto seguire l’evoluzione di quegli eventi. Ricordo di averne parlato a lungo a cena, in quelle settimane, con un sacerdote impegnato sul fronte antimafia, che condivideva il mio sconcerto. E certamente non perché non siano criticabili, i magistrati. Anzi, mi è capitato spesso di farlo. Osserviamo solo che non è strano che un clan convinca un affiliato a ritrattare, è curioso che un giornale si pronunci con quella nettezza e spregiudicatezza, senza esprimere nessun dubbio. Come se quello ’ndranghetista non fosse un contesto di privazione della libertà.
A quell’attacco scomposto il procuratore risponde con una nota in cui nega che Giusy sia stata «costretta a pentirsi» e ricostruisce l’intera collaborazione giudicata attendibile «in più provvedimenti dei giudici». Ma la polemica tuttavia prosegue su un altro quotidiano diretto da Sansonetti, Il Riformista. È una battaglia combattuta su più fronti. In gioco ci sono da una parte la credibilità dei magistrati e dall’altra la sopravvivenza del clan Pesce. In mezzo c’è la vita di Giusy e dei suoi figli, che non trovano le parole per dire la loro.
Il 17 maggio l’avvocato verga una lettera per chiedere la revoca del regime di protezione di Giusy, ancora attivo nonostante da un mese abbia annunciato di voler rinunciare alla collaborazione. Giusy in quel momento si trova ancora a Nettuno con due dei suoi figli.
Il 20 maggio la Commissione centrale sui pentiti revoca il piano di protezione dell’ex collaboratrice. Il gip riceve le carte il 6 giugno e tre giorni più tardi ordina che Giusy sia scortata con i suoi bambini a Vibo Marina, nella casa messa a disposizione dal suocero. Sconterà lì gli arresti domiciliari.
La partita, insomma, sembra concludersi così. Nessuno però può immaginare che Chiara – prima di fare ritorno in Calabria – voglia fare un viaggio in Toscana.
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