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2020-03-02
Tutti bloccati dallo sblocca cantieri: 749 opere al palo
Ansa
Il decreto Sbloccacantieri è un altro buco nell'acqua. È passato quasi un anno e di cantieri sbloccati siamo a quota zero. Secondo l'Ance sono 749 le opere infrastrutturali bloccate, per un valore complessivo di 62 miliardi di euro. Di queste, 101 sono grandi opere di importo superiore ai 100 milioni di euro, per un totale di oltre 56 miliardi di euro. Le cause dello stop dei cantieri sono diverse: dalla mancanza di fondi, al fallimento delle imprese coinvolte, ai ricorsi, all'arrivo di altre leggi che richiedono modifiche ai progetti. I lavori del nodo ferroviario di Genova, ad esempio, sono bloccati da novembre 2018, quando il gruppo Astaldi, che si era aggiudicato l'appalto dopo la crisi del consorzio Eureca, è stato costretto a risolvere il contratto prima del fallimento. L'ultradecennale questione della Cremona-Mantova attende ancora una soluzione. Per la Ragusa-Catania, vecchia di 30 anni, sono arrivati 750 milioni; peccato però che il progetto definitivo non sia ancora completato, perché devono essere recepite le nuove norme a cominciare dal Milleproroghe.
Il decreto, oltre a non sbloccare le grandi opere, sta mettendo a rischio le gare per i piccoli e medi cantieri, che rappresentano il 70% dell'attività degli appalti dei Comuni. Opere apparentemente minori, eppure fondamentali per i piccoli centri. Stiamo parlando di 11.500 appalti, di importo inferiore a 5 milioni di euro, che potrebbero rimanere in sospeso. Lo Sbloccacantieri contiene una norma concepita proprio per semplificare le gare di queste tipologie di appalti. Peccato che sia stata scritta in modo tutt'altro che chiaro e preciso, al punto che ha scatenato una gazzarra di interpretazioni contrastanti e di conseguenti contestazioni, mettendo in crisi le amministrazioni comunali. L'allarme è stato lanciato dal presidente dell'Ifel, fondazione Anci per l'economia locale, l'Associazione dei Comuni. Guido Castelli ha passato ai raggi x il decreto e ha ricostruito l'ambiguità di parti importanti del testo che hanno indotto l'intervento di vari Tar, del ministero delle Infrastrutture, dell'Anac e alla fine anche del Consiglio di Stato.
Nel 2019, come attesta l'Associazione dei costruttori, sono stati presentati 22.000 bandi di gara per lavori pubblici. Quelli di importo fino a 5 milioni (cui si riferisce la norma dello Sbloccacantieri) sono 11.512. Proprio questi, circa la metà, corrono il rischio di restare impantanati in contestazioni giudiziarie.
Ma andiamo con ordine. Questa la ricostruzione di Castelli. Il decreto, varato il 18 aprile scorso e convertito in legge a giugno, ha espressamente previsto una modalità di aggiudicazione semplificata per gli appalti di importo inferiore a 5,350 milioni di euro, (cioè sotto la soglia oltre la quale scatta la normativa europea) e privi di carattere transfrontaliero ( non appetibili a operatori esteri). Per queste gare, se arrivano almeno dieci offerte, scatta l'obbligo (prima era facoltativo) del meccanismo di esclusione automatica delle offerte anomale, in presenza del criterio del minor prezzo. Questo significa che se in una gara, con le caratteristiche di cui sopra, emerge che alcune offerte hanno un prezzo talmente basso da essere sospetto, queste vengono automaticamente escluse. Non si perde tempo a sentire le ragioni e le spiegazioni dell'impresa interessata, ma si passa subito ad aggiudicare la gara. Tale meccanismo dovrebbe accorciare i tempi e far emergere subito anomalie che rischierebbero, a cantiere aperto, di compromettere l'esecuzione dei lavori. Quante volte, in effetti, leggiamo di opere che sono partite con la previsione di un costo e poi si interrompono perché risulta che c'è stata una sottostima e i soldi non bastano? Allora servono altri stanziamenti, con un effetto moltiplicatore che spesso porta alla sospensione dei lavori. Le ben note cattedrali nel deserto…
Per evitare quindi sorprese in corso d'opera, ecco che il decreto ha introdotto il meccanismo di esclusione automatica delle offerte anomale.
Fin qui tutto bene. Il problema sorge per il calcolo della soglia di anomalia. Quand'è che un'offerta, nei casi di aggiudicazione con il criterio del prezzo più basso, può definirsi anomala e dunque da escludere?
È qui che il meccanismo si è inceppato. Lo Sbloccacantieri ha modificato un articolo del Codice dei contratti pubblici, sostituendo i precedenti cinque metodi di calcolo, con due distinte modalità utilizzabili secondo il numero delle offerte ammesse (pari o superiori o inferiori a 15). Siccome dal calcolo si individua chi si aggiudica una gara e chi viene escluso, questo passaggio è molto delicato. Castelli lancia il sasso: «Era evidente l'esigenza di scrivere la norma nella maniera più chiara possibile, cercando di evitare che si prestasse a molteplici interpretazioni». Invece così non è stato. E sono partiti numerosi ricorsi. Sulla questione sono addirittura intervenuti quattro Tar: della Sicilia, della Calabria, dell'Emilia e della Lombardia. Ciascuno, però, è arrivato a soluzioni contrapposte. Alla fine si sono pronunciati l'Anac e il ministero delle Infrastrutture, che hanno condiviso l'impostazione del Tribunale amministrativo di Brescia. Ma quando la questione sembrava risolta, ecco che il Tar delle Marche ha rimescolato le carte sul tavolo, fornendo una sua interpretazione.
A questo punto la palla è passata al Consiglio di Stato, che ha fissato due udienze, una per trattare il ricorso sulla sentenza del Tar di Brescia e un'altra per quella delle Marche. Alla fine, ha deciso di sospendere entrambi i pronunciamenti, fissando al prossimo 4 giugno una riunione per sciogliere il nodo. E altro tempo passa…
È evidente che ora in ogni gara al minor prezzo, che prevede l'aggiudicazione con esclusione automatica, obbligatoria, per appalti di importo compreso tra 350.000 euro e a 5,350 milioni di euro, rischia di essere soggetta a ricorso, qualunque sia l'interpretazione adottata. Rieccoci quindi alla trafila delle contestazioni, al balletto delle carte bollate e degli avvocati. Almeno fino a giugno, quando, si spera, sia messo un punto a questa paradossale vicenda legislativa.
Nel frattempo, in attesa di un chiarimento, chi era in procinto di bandire una gara si guarderà bene dal farlo per evitare di mettersi in una posizione che potrebbe essere contestata, con il rischio di dover cominciare da capo.
A fare le spese di questa situazione sono soprattutto le zone colpite dal terremoto del 2016, dove la ricostruzione marcia a rilento. La situazione dovrebbe essere milgiore soltanto per i cantieri di importo tra i 40.000 e i 500.000 euro, per i quali è previsto l'affidamento diretto e, più in generale, per le gare fino a 350.000 euro. Secondo l'Ance, è possibile che «per i tagli di lavori più ridotti, le stazioni appaltanti, prendendo atto delle nuove disposizioni, ricorrano in misura maggiore all'affidamento diretto».
Auspici. Che faranno piccoli Comuni? Aspetteranno il pronunciamento del Consiglio di Stato e l'arrivo di altri provvedimenti, o magari di uno Sbloccacantieri bis, di cui si parla? Intanto, si sarà perso un altro anno.
Dodici anni per la Cremona-Mantova (e 400 milioni in più)
Sono 41 i cantieri rimasti sulla carta, non ancora partiti e 26 le opere incompiute. Alcuni lavori sono fermi alla progettazione perché si attende la nomina del commissario.
Per la Variante Est di Edolo non si parla della gara prima del prossimo anno. Il nuovo collegamento tra Bergamo e l'aeroporto Orio al Serio, dovrebbe essere pronto, nelle intenzioni, per le Olimpiadi del 2026, ma si marcia a rilento. Per il raddoppio della tratta Codogno-Cremona-Mantova, è ancora in corso la progettazione e si stima che solo a marzo 2021 sarà completato l'iter delle approvazioni, dopodiché ci sarà la gara. Al palo il quadruplicamento della Milano Rogoredo-Pavia e il potenziamento della tratta ferroviaria Rho-Gallarate.
C'è poi il caso del maxi polo dedicato alla logistica della società Esselunga. Quest'opera di 650.000 metri quadri si è impantanata in una serie di ricorsi al Tar da parte delle amministrazioni locali, poi sbloccati dall'intervento del Consiglio di Stato.
Una vicenda che ormai si trascina da oltre 30 anni è quella della tangenziale di Isorella. L'opera è stata inserita nel 2017 dalla Provincia nel programma triennale 2018-2020 delle opere pubbliche. Prevede un investimento di 6 milioni e 500.000 euro.
Due ricorsi hanno bloccato la realizzazione del nuovo Museo dell'industria e del Lavoro a Brescia. Valore: 12 milioni di euro. Il cantiere si deve chiudere entro il 2021.
L'opera di depurazione del Garda è considerata primaria ma è impantanata in veti ambientalistici. Il progetto dovrebbe essere realizzato tra il 2025 e il 2030 ma si continua ancora a discutere su quanti impianti di depurazione realizzare sulla riva bresciana. Al momento è stato creato un tavolo di approfondimento per chiarire l'impatto ambientale e individuare misure compensative.
L'autostrada Cremona-Mantova è un progetto che risale al 2005 e prevedeva costi per 756 milioni di euro. Nel 2017 dopo 12 anni di attesa, è arrivato il piano esecutivo con una lievitazione dell'onere a 1,2 miliardi. La Regione, in un recente incontro al ministero delle Infrastrutture, ha confermato l'impegno finanziario. L'opera dovrebbe essere completata entro il 2026, ma siamo ancora ai tavoli di discussione.
All'Anagrafe delle opere incompiute, numerosi cantieri risultano bloccati per la mancanza di fondi, o perché nel frattempo sono arrivate nuove norme tecniche o disposizioni di legge, o addirittura perché nel corso dei lavori è venuto meno l'interesse da parte della stazione appaltante o dell'ente aggiudicatore. È il caso della realizzazione di una nuova casa mandamentale nel Comune di Borgo Mantovano.
Raccordo Salerno-Avellino: manca ancora il commissario
Il 23 dicembre 2003, l'Anas annunciava l'appalto per il raddoppio della statale 268 «del Vesuvio». I lavori su circa 19,5 chilometri che interessano i Comuni di Boscoreale, Poggiomarino, San Giuseppe Vesuviano e Terzigno erano suddivisi in due lotti. Prevedevano la realizzazione di 9 viadotti, 25 ponti e 14 cavalcavia, il tempo stabilito per l'esecuzione delle opere era di 1.160 giorni (poco più di tre anni). Il Portale nazionale delle infrastrutture di trasporto e logistica (Trail) di Unioncamere riportava come inizio lavori il 30 marzo 2010 e come previsione di fine cantieri il primo gennaio 2014. Lo scorso giugno l'Anas indicava in un report, alla commissione Trasporti della Camera, che in Campania 13 cantieri erano a rischio, tra i quali il raddoppio della statale del Vesuvio. Non sarebbero mancati i fondi, oltre 1.600 milioni di euro già stanziati, ma abbondavano ritardi e intoppi burocratici «che vanno dalla condivisione dei progetti con gli enti locali, la necessità di approfondimenti tecnici fino a ritardi nella presentazione dei pareri tecnici o allungamenti dei tempi nell'iter autorizzativo». Tra le opere bloccate, anche l'avvio del raddoppio della statale 372 «Telesina» lunga 71 chilometri, una delle più trafficate della Regione con un traffico medio giornaliero di circa 20.000 veicoli leggeri e di circa 3.500 veicoli pesanti. Importo stanziato, 790 milioni di euro.
La statale 268 è un'arteria nevralgica per snellire il traffico dei paesi a Nord del Vesuvio e rappresenta la principale via di fuga in caso di eruzione. I lavori dello svincolo di Angri, che «contribuirebbe a favorire un significativo decongestionamento del traffico pesante», come evidenziava Edmondo Cirielli, deputato di Fratelli d'Italia, non sono ancora stati completati.
La trasformazione in autostrada del raccordo Salerno-Avellino, 232,3 milioni di euro per i primi due lotti, è un'altra delle opere inserite nel decreto sblocca cantieri. Strada di collegamento tra l'A3 (Salerno-Reggio Calabria) e A30 (Caserta -Salerno), con la bretella verso il porto così pure con la tangenziale di Salerno, per il suo ampliamento è finanziata la prima parte dell'investimento. Il Cipe ha approvato il progetto preliminare per la terza corsia e la messa in sicurezza del lotto Salerno-Fratte-Mercato San Severino, primo dei due lotti in cui è stato suddiviso il progetto dell'autostrada Salerno-Avellino. Non è stato bandito l'appalto perché il governo non ha ancora nominato il commissario che faccia partire i lavori, si rischia di perdere i finanziamenti. A metà febbraio è stata avanzata l'ipotesi di allargare l'autostrada con binari ad alta velocità, una sinergia tra Rfi e Anas che potrebbe generare la prima linea italiana autostradale ferroviaria lungo l'asse Salerno Avellino Benevento. Treni e auto percorrerebbero questa direttrice parallelamente. Magari prima completando la trasformazione della superstrada in autostrada.
Sulla «strada della morte» si schiantano Regione e ministeri
«L'intervento per la realizzazione del raddoppio a quattro corsie della nuova statale 597 da Sassari a Olbia è stato suddiviso in 10 lotti funzionali», riporta l'Anas, indicando che i lavori sono «in corso». Per migliorare la percorribilità di quella che viene chiamata «la strada della morte», il principale collegamento trasversale interno della Sardegna, tra la costa occidentale e quella orientale del Nord, si è potuto iniziare solo nel 2013. In quell'anno, la Regione Sardegna comunicava che i cantieri «assorbiranno molti posti di lavoro», circa 1.400 operai e che l'opera, prevista con un costo di circa 960 milioni di euro, sarebbe stata ultimata nel «primo semestre del 2017».
A tutt'oggi, invece, la nuova strada statale non è stata ultimata, il collegamento sarà disponibile forse nel 2023. I lotti vanno avanti a singhiozzo, il numero 4 è fermo da maggio 2018, dopo che il contratto venne rescisso. Silos, il sistema informativo legge opere strategiche della Camera dei deputati, lo scorso ottobre segnalava che i lavori del lotto 2, con un costo «aggiornato» di 110.346.001 euro, erano al 13,7%. Il lotto 5, dal costo di 59.992.000 euro, presentava «un avanzamento dei lavori del 15,6%». Sempre Silos indicava che al 31 ottobre 2019 le previsioni di costo della strada erano lievitate a 1.120.559 euro. Lo scorso 16 gennaio ha aperto al traffico un tratto di carreggiata lungo 2,3 chilometri, ma raddoppiare 80 chilometri di una strada giudicata pericolosissima, sembra un'impresa impossibile. Camion e pullman la percorrono ogni giorno a velocità piuttosto basse, tentare di superarli con solo due corsie a disposizione significa rischiare la vita, vie di fuga non esistono, infatti è disseminata di croci.
Un calvario anche il completamento della 291 Sassari-Alghero a quattro corsie, lavori iniziati nel 2009 poi più volte bloccati perché «sparivano» i soldi, i fondi venivano dirottati su altre opere. Nel 2007 l'importo del finanziamento era stato di 54.660.000 euro. «Non bisogna perdere altro tempo, mai più, l'iter prosegua velocemente al Cipe e si appalti l'opera», tuonava nel febbraio dello scorso anno l'allora ministro dei Trasporti, il pentastellato Danilo Toninelli. «Siamo soddisfatti che tutti i ministeri competenti abbiano sbloccato un'opera strategica, finanziata nel 2015 con 125 milioni dallo Sblocca Italia», commentava l'ex sindaco di Alghero, Mario Bruno. Due mesi fa, il ministero dei Beni culturali ha espresso parere negativo sul completamento della strada, per problemi di compatibilità ambientale. In questo modo si perderanno i finanziamenti dell'opera.
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Il decreto voluto dal M5s ha finito per complicare gli iter. E così i ricorsi hanno mandato in tilt persino i piccoli appalti.In Lombardia sono 41 i cantieri rimasti sulla carta, non ancora partiti e 26 le opere incompiute. Alcuni lavori sono fermi alla progettazione perché si attende la nomina del commissario.In Campania ancora fermo il raddoppio della statale 268 «del Vesuvio» la cui conclusione era prevista per il primo gennaio 2014.In Sardegna la nuova statale 597 da Sassari a Olbia non è ancora stata ultimata. Il collegamento sarà disponibile forse nel 2023.Lo speciale contiene quattro articoli.Il decreto Sbloccacantieri è un altro buco nell'acqua. È passato quasi un anno e di cantieri sbloccati siamo a quota zero. Secondo l'Ance sono 749 le opere infrastrutturali bloccate, per un valore complessivo di 62 miliardi di euro. Di queste, 101 sono grandi opere di importo superiore ai 100 milioni di euro, per un totale di oltre 56 miliardi di euro. Le cause dello stop dei cantieri sono diverse: dalla mancanza di fondi, al fallimento delle imprese coinvolte, ai ricorsi, all'arrivo di altre leggi che richiedono modifiche ai progetti. I lavori del nodo ferroviario di Genova, ad esempio, sono bloccati da novembre 2018, quando il gruppo Astaldi, che si era aggiudicato l'appalto dopo la crisi del consorzio Eureca, è stato costretto a risolvere il contratto prima del fallimento. L'ultradecennale questione della Cremona-Mantova attende ancora una soluzione. Per la Ragusa-Catania, vecchia di 30 anni, sono arrivati 750 milioni; peccato però che il progetto definitivo non sia ancora completato, perché devono essere recepite le nuove norme a cominciare dal Milleproroghe.Il decreto, oltre a non sbloccare le grandi opere, sta mettendo a rischio le gare per i piccoli e medi cantieri, che rappresentano il 70% dell'attività degli appalti dei Comuni. Opere apparentemente minori, eppure fondamentali per i piccoli centri. Stiamo parlando di 11.500 appalti, di importo inferiore a 5 milioni di euro, che potrebbero rimanere in sospeso. Lo Sbloccacantieri contiene una norma concepita proprio per semplificare le gare di queste tipologie di appalti. Peccato che sia stata scritta in modo tutt'altro che chiaro e preciso, al punto che ha scatenato una gazzarra di interpretazioni contrastanti e di conseguenti contestazioni, mettendo in crisi le amministrazioni comunali. L'allarme è stato lanciato dal presidente dell'Ifel, fondazione Anci per l'economia locale, l'Associazione dei Comuni. Guido Castelli ha passato ai raggi x il decreto e ha ricostruito l'ambiguità di parti importanti del testo che hanno indotto l'intervento di vari Tar, del ministero delle Infrastrutture, dell'Anac e alla fine anche del Consiglio di Stato.Nel 2019, come attesta l'Associazione dei costruttori, sono stati presentati 22.000 bandi di gara per lavori pubblici. Quelli di importo fino a 5 milioni (cui si riferisce la norma dello Sbloccacantieri) sono 11.512. Proprio questi, circa la metà, corrono il rischio di restare impantanati in contestazioni giudiziarie.Ma andiamo con ordine. Questa la ricostruzione di Castelli. Il decreto, varato il 18 aprile scorso e convertito in legge a giugno, ha espressamente previsto una modalità di aggiudicazione semplificata per gli appalti di importo inferiore a 5,350 milioni di euro, (cioè sotto la soglia oltre la quale scatta la normativa europea) e privi di carattere transfrontaliero ( non appetibili a operatori esteri). Per queste gare, se arrivano almeno dieci offerte, scatta l'obbligo (prima era facoltativo) del meccanismo di esclusione automatica delle offerte anomale, in presenza del criterio del minor prezzo. Questo significa che se in una gara, con le caratteristiche di cui sopra, emerge che alcune offerte hanno un prezzo talmente basso da essere sospetto, queste vengono automaticamente escluse. Non si perde tempo a sentire le ragioni e le spiegazioni dell'impresa interessata, ma si passa subito ad aggiudicare la gara. Tale meccanismo dovrebbe accorciare i tempi e far emergere subito anomalie che rischierebbero, a cantiere aperto, di compromettere l'esecuzione dei lavori. Quante volte, in effetti, leggiamo di opere che sono partite con la previsione di un costo e poi si interrompono perché risulta che c'è stata una sottostima e i soldi non bastano? Allora servono altri stanziamenti, con un effetto moltiplicatore che spesso porta alla sospensione dei lavori. Le ben note cattedrali nel deserto…Per evitare quindi sorprese in corso d'opera, ecco che il decreto ha introdotto il meccanismo di esclusione automatica delle offerte anomale.Fin qui tutto bene. Il problema sorge per il calcolo della soglia di anomalia. Quand'è che un'offerta, nei casi di aggiudicazione con il criterio del prezzo più basso, può definirsi anomala e dunque da escludere?È qui che il meccanismo si è inceppato. Lo Sbloccacantieri ha modificato un articolo del Codice dei contratti pubblici, sostituendo i precedenti cinque metodi di calcolo, con due distinte modalità utilizzabili secondo il numero delle offerte ammesse (pari o superiori o inferiori a 15). Siccome dal calcolo si individua chi si aggiudica una gara e chi viene escluso, questo passaggio è molto delicato. Castelli lancia il sasso: «Era evidente l'esigenza di scrivere la norma nella maniera più chiara possibile, cercando di evitare che si prestasse a molteplici interpretazioni». Invece così non è stato. E sono partiti numerosi ricorsi. Sulla questione sono addirittura intervenuti quattro Tar: della Sicilia, della Calabria, dell'Emilia e della Lombardia. Ciascuno, però, è arrivato a soluzioni contrapposte. Alla fine si sono pronunciati l'Anac e il ministero delle Infrastrutture, che hanno condiviso l'impostazione del Tribunale amministrativo di Brescia. Ma quando la questione sembrava risolta, ecco che il Tar delle Marche ha rimescolato le carte sul tavolo, fornendo una sua interpretazione.A questo punto la palla è passata al Consiglio di Stato, che ha fissato due udienze, una per trattare il ricorso sulla sentenza del Tar di Brescia e un'altra per quella delle Marche. Alla fine, ha deciso di sospendere entrambi i pronunciamenti, fissando al prossimo 4 giugno una riunione per sciogliere il nodo. E altro tempo passa…È evidente che ora in ogni gara al minor prezzo, che prevede l'aggiudicazione con esclusione automatica, obbligatoria, per appalti di importo compreso tra 350.000 euro e a 5,350 milioni di euro, rischia di essere soggetta a ricorso, qualunque sia l'interpretazione adottata. Rieccoci quindi alla trafila delle contestazioni, al balletto delle carte bollate e degli avvocati. Almeno fino a giugno, quando, si spera, sia messo un punto a questa paradossale vicenda legislativa.Nel frattempo, in attesa di un chiarimento, chi era in procinto di bandire una gara si guarderà bene dal farlo per evitare di mettersi in una posizione che potrebbe essere contestata, con il rischio di dover cominciare da capo.A fare le spese di questa situazione sono soprattutto le zone colpite dal terremoto del 2016, dove la ricostruzione marcia a rilento. La situazione dovrebbe essere milgiore soltanto per i cantieri di importo tra i 40.000 e i 500.000 euro, per i quali è previsto l'affidamento diretto e, più in generale, per le gare fino a 350.000 euro. Secondo l'Ance, è possibile che «per i tagli di lavori più ridotti, le stazioni appaltanti, prendendo atto delle nuove disposizioni, ricorrano in misura maggiore all'affidamento diretto».Auspici. Che faranno piccoli Comuni? 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Il nuovo collegamento tra Bergamo e l'aeroporto Orio al Serio, dovrebbe essere pronto, nelle intenzioni, per le Olimpiadi del 2026, ma si marcia a rilento. Per il raddoppio della tratta Codogno-Cremona-Mantova, è ancora in corso la progettazione e si stima che solo a marzo 2021 sarà completato l'iter delle approvazioni, dopodiché ci sarà la gara. Al palo il quadruplicamento della Milano Rogoredo-Pavia e il potenziamento della tratta ferroviaria Rho-Gallarate. C'è poi il caso del maxi polo dedicato alla logistica della società Esselunga. Quest'opera di 650.000 metri quadri si è impantanata in una serie di ricorsi al Tar da parte delle amministrazioni locali, poi sbloccati dall'intervento del Consiglio di Stato. Una vicenda che ormai si trascina da oltre 30 anni è quella della tangenziale di Isorella. L'opera è stata inserita nel 2017 dalla Provincia nel programma triennale 2018-2020 delle opere pubbliche. Prevede un investimento di 6 milioni e 500.000 euro. Due ricorsi hanno bloccato la realizzazione del nuovo Museo dell'industria e del Lavoro a Brescia. Valore: 12 milioni di euro. Il cantiere si deve chiudere entro il 2021. L'opera di depurazione del Garda è considerata primaria ma è impantanata in veti ambientalistici. Il progetto dovrebbe essere realizzato tra il 2025 e il 2030 ma si continua ancora a discutere su quanti impianti di depurazione realizzare sulla riva bresciana. Al momento è stato creato un tavolo di approfondimento per chiarire l'impatto ambientale e individuare misure compensative. L'autostrada Cremona-Mantova è un progetto che risale al 2005 e prevedeva costi per 756 milioni di euro. Nel 2017 dopo 12 anni di attesa, è arrivato il piano esecutivo con una lievitazione dell'onere a 1,2 miliardi. La Regione, in un recente incontro al ministero delle Infrastrutture, ha confermato l'impegno finanziario. L'opera dovrebbe essere completata entro il 2026, ma siamo ancora ai tavoli di discussione. All'Anagrafe delle opere incompiute, numerosi cantieri risultano bloccati per la mancanza di fondi, o perché nel frattempo sono arrivate nuove norme tecniche o disposizioni di legge, o addirittura perché nel corso dei lavori è venuto meno l'interesse da parte della stazione appaltante o dell'ente aggiudicatore. È il caso della realizzazione di una nuova casa mandamentale nel Comune di Borgo Mantovano. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/s-blocca-cantieri-2645350787.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="raccordo-salerno-avellino-manca-ancora-il-commissario" data-post-id="2645350787" data-published-at="1774422247" data-use-pagination="False"> Raccordo Salerno-Avellino: manca ancora il commissario Il 23 dicembre 2003, l'Anas annunciava l'appalto per il raddoppio della statale 268 «del Vesuvio». I lavori su circa 19,5 chilometri che interessano i Comuni di Boscoreale, Poggiomarino, San Giuseppe Vesuviano e Terzigno erano suddivisi in due lotti. Prevedevano la realizzazione di 9 viadotti, 25 ponti e 14 cavalcavia, il tempo stabilito per l'esecuzione delle opere era di 1.160 giorni (poco più di tre anni). Il Portale nazionale delle infrastrutture di trasporto e logistica (Trail) di Unioncamere riportava come inizio lavori il 30 marzo 2010 e come previsione di fine cantieri il primo gennaio 2014. Lo scorso giugno l'Anas indicava in un report, alla commissione Trasporti della Camera, che in Campania 13 cantieri erano a rischio, tra i quali il raddoppio della statale del Vesuvio. Non sarebbero mancati i fondi, oltre 1.600 milioni di euro già stanziati, ma abbondavano ritardi e intoppi burocratici «che vanno dalla condivisione dei progetti con gli enti locali, la necessità di approfondimenti tecnici fino a ritardi nella presentazione dei pareri tecnici o allungamenti dei tempi nell'iter autorizzativo». Tra le opere bloccate, anche l'avvio del raddoppio della statale 372 «Telesina» lunga 71 chilometri, una delle più trafficate della Regione con un traffico medio giornaliero di circa 20.000 veicoli leggeri e di circa 3.500 veicoli pesanti. Importo stanziato, 790 milioni di euro. La statale 268 è un'arteria nevralgica per snellire il traffico dei paesi a Nord del Vesuvio e rappresenta la principale via di fuga in caso di eruzione. I lavori dello svincolo di Angri, che «contribuirebbe a favorire un significativo decongestionamento del traffico pesante», come evidenziava Edmondo Cirielli, deputato di Fratelli d'Italia, non sono ancora stati completati. La trasformazione in autostrada del raccordo Salerno-Avellino, 232,3 milioni di euro per i primi due lotti, è un'altra delle opere inserite nel decreto sblocca cantieri. Strada di collegamento tra l'A3 (Salerno-Reggio Calabria) e A30 (Caserta -Salerno), con la bretella verso il porto così pure con la tangenziale di Salerno, per il suo ampliamento è finanziata la prima parte dell'investimento. Il Cipe ha approvato il progetto preliminare per la terza corsia e la messa in sicurezza del lotto Salerno-Fratte-Mercato San Severino, primo dei due lotti in cui è stato suddiviso il progetto dell'autostrada Salerno-Avellino. Non è stato bandito l'appalto perché il governo non ha ancora nominato il commissario che faccia partire i lavori, si rischia di perdere i finanziamenti. A metà febbraio è stata avanzata l'ipotesi di allargare l'autostrada con binari ad alta velocità, una sinergia tra Rfi e Anas che potrebbe generare la prima linea italiana autostradale ferroviaria lungo l'asse Salerno Avellino Benevento. Treni e auto percorrerebbero questa direttrice parallelamente. Magari prima completando la trasformazione della superstrada in autostrada. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/s-blocca-cantieri-2645350787.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="sulla-strada-della-morte-si-schiantano-regione-e-ministeri" data-post-id="2645350787" data-published-at="1774422247" data-use-pagination="False"> Sulla «strada della morte» si schiantano Regione e ministeri «L'intervento per la realizzazione del raddoppio a quattro corsie della nuova statale 597 da Sassari a Olbia è stato suddiviso in 10 lotti funzionali», riporta l'Anas, indicando che i lavori sono «in corso». Per migliorare la percorribilità di quella che viene chiamata «la strada della morte», il principale collegamento trasversale interno della Sardegna, tra la costa occidentale e quella orientale del Nord, si è potuto iniziare solo nel 2013. In quell'anno, la Regione Sardegna comunicava che i cantieri «assorbiranno molti posti di lavoro», circa 1.400 operai e che l'opera, prevista con un costo di circa 960 milioni di euro, sarebbe stata ultimata nel «primo semestre del 2017». A tutt'oggi, invece, la nuova strada statale non è stata ultimata, il collegamento sarà disponibile forse nel 2023. I lotti vanno avanti a singhiozzo, il numero 4 è fermo da maggio 2018, dopo che il contratto venne rescisso. Silos, il sistema informativo legge opere strategiche della Camera dei deputati, lo scorso ottobre segnalava che i lavori del lotto 2, con un costo «aggiornato» di 110.346.001 euro, erano al 13,7%. Il lotto 5, dal costo di 59.992.000 euro, presentava «un avanzamento dei lavori del 15,6%». Sempre Silos indicava che al 31 ottobre 2019 le previsioni di costo della strada erano lievitate a 1.120.559 euro. Lo scorso 16 gennaio ha aperto al traffico un tratto di carreggiata lungo 2,3 chilometri, ma raddoppiare 80 chilometri di una strada giudicata pericolosissima, sembra un'impresa impossibile. Camion e pullman la percorrono ogni giorno a velocità piuttosto basse, tentare di superarli con solo due corsie a disposizione significa rischiare la vita, vie di fuga non esistono, infatti è disseminata di croci. Un calvario anche il completamento della 291 Sassari-Alghero a quattro corsie, lavori iniziati nel 2009 poi più volte bloccati perché «sparivano» i soldi, i fondi venivano dirottati su altre opere. Nel 2007 l'importo del finanziamento era stato di 54.660.000 euro. «Non bisogna perdere altro tempo, mai più, l'iter prosegua velocemente al Cipe e si appalti l'opera», tuonava nel febbraio dello scorso anno l'allora ministro dei Trasporti, il pentastellato Danilo Toninelli. «Siamo soddisfatti che tutti i ministeri competenti abbiano sbloccato un'opera strategica, finanziata nel 2015 con 125 milioni dallo Sblocca Italia», commentava l'ex sindaco di Alghero, Mario Bruno. Due mesi fa, il ministero dei Beni culturali ha espresso parere negativo sul completamento della strada, per problemi di compatibilità ambientale. In questo modo si perderanno i finanziamenti dell'opera.
Giusi Bartolozzi e Andrea Delmastro (Ansa)
La decisione del sottosegretario arriva per via del suo coinvolgimento nella 5 Forchette srl, società che gestiva il ristorante Bisteccheria d’Italia a Roma. La società era posseduta anche da Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia, condannato per aver favorito le attività della camorra a Roma. L’uomo infatti risulta legato al clan Senese. «Ho consegnato le mie irrevocabili dimissioni da sottosegretario alla giustizia. Ho sempre combattuto la criminalità, anche con risultati concreti e importanti e pur non avendo fatto niente di scorretto, ho commesso una leggerezza a cui ho rimediato non appena ne ho avuto contezza. Me ne assumo la responsabilità, nell’interesse della nazione, ancor prima che per l’affetto e il rispetto che nutro verso il governo e verso il presidente del Consiglio», le parole di Delmastro.
La capo di gabinetto Bartolozzi si dimette invece per ragioni politiche. Nel mirino le sue frasi pronunciate contro le toghe in piena campagna referendaria, giudicate quanto meno inopportune per un alto funzionario del ministero della Giustizia, che aveva definito certe toghe paragonabili a «plotoni di esecuzione». In precedenza l’ex deputata era stata indagata dalla Procura di Roma con l’accusa di aver fornito false informazioni ai pubblici ministeri sulla liberazione del cittadino libico Almasri, indagini concluse però in un nulla di fatto, con l’avviso di conclusione delle indagini notificato a fine febbraio.
Queste dimissioni precedono il question time del ministro Nordio, previsto per oggi. Intervento che alle opposizioni non basta perché dopo gli ultimi avvenimenti hanno deciso di chiedere chiarimenti anche al presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. La prima a pretendere l’intervento in Aula del premier è stata Raffaella Paita, capogruppo di Italia viva al Senato. Francesco Boccia, capo dei senatori dem, si domanda: «Fino a ieri Delmastro e Bartolozzi, nonostante le richieste delle opposizioni, sono rimasti al loro posto con il ministro Nordio a difendere il loro operato. Ora, nel giro di mezz'ora, assistiamo a due dimissioni. Cosa è cambiato? L’esito del referendum ha spaventato il governo? Ci sono fatti che non conosciamo? È intervenuto il presidente del Consiglio? Il ministro della Giustizia ha cambiato idea?».
Un treno di dimissioni gradito da Meloni , che «esprime apprezzamento per la scelta del sottosegretario alla giustizia e del capo di gabinetto di rimettere gli incarichi finora ricoperti e li ringrazia per il lavoro svolto con dedizione». Tuttavia: «Auspica che, sulla medesima linea di sensibilità istituzionale, analoga scelta sia condivisa dal ministro del Turismo, Daniela Santanchè». Chiedono nuovamente le sue dimissioni a gran voce anche i 5 stelle. «L’elenco degli orrori non è finito. L’impatto di questo travolgente voto popolare riuscirà a far dimettere anche il ministro Santanchè?», si domanda sui social Giuseppe Conte. Mentre il Pd annuncia una mozione di sfiducia.
Ed in serata la leader dem, Elly Schlein, a cercare di prendersi la scena: «Dimissioni tardive, il caso Delmastro è gravissimo e continueremo a seguirlo. Se la maggioranza non avesse perso avrebbe fatto queste scelte? La Meloni pensi agli interessi dell’Italia, non può più permettersi ministri leggeri».
Santanchè è indagata dalla Procura di Milano per bancarotta fraudolenta in relazione al fallimento di Bioera Spa. Un filone che si somma alle precedenti inchieste per bancarotta riguardanti Ki Group e per falso in bilancio e truffa aggravata inerenti alla gestione di Visibilia Editore.
La responsabilità politica per l’esito del voto, tuttavia, resta del ministro Nordio, che ieri con grande dignità nello studio di Start, su Sky Tg24, ha riconosciuto la paternità della sconfitta al referendum sulla riforma che, come ha ricordato lui stesso: «In gran parte porta il mio nome». Non ha parlato di sue dimissioni respingendole nel pomeriggio, ma circa l’ipotesi di un prosieguo del suo mandato in un eventuale futuro governo Meloni ha chiarito: «Credo che potrò ritornare ai miei diletti studi e ai miei hobby. Non tanto per il fatto che le sconfitte politiche si pagano, è inutile far finta di nulla, ma anche per ragioni non solo di età ma anche di completamento di un certo percorso di riforme che cercheremo di terminare entro quest’anno». E poi ha ribadito: «Sono stato chiamato a questo altissimo incarico, per il quale ringrazio e ringrazierò sempre il premier, per fare una serie di riforme, la più importante delle quali purtroppo non è andata bene, probabilmente anche per colpa mia».
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Ansa
La partecipazione al voto è stata importante: il 58,9% di affluenza indica che c’è stata un’attenzione particolare da parte degli italiani, anche se sicuramente in pochi hanno capito davvero i contenuti della riforma; chi ha votato No era più interessato alle conseguenze politiche che ne sarebbero derivate. Ovvero a fare uno sgambetto al governo. Colpa anche della campagna referendaria che, a detta di molti, la destra ha cannato completamente. È stata una campagna caratterizzata da offese e dichiarazioni fuori misura da parte di entrambi gli schieramenti. Ciò ha prodotto una maggiore mobilitazione degli elettori di sinistra in favore del No. Non pochi elettori dei partiti dell’opposizione, inizialmente, si dicevano orientati a votare per il Sì, poi l’inasprimento della campagna ha fatto loro cambiare idea mobilitando anche una parte degli elettori che si erano astenuti alle Politiche 2022 e alle Europee 2024, quasi tutti schierati per il No.
Oltre un terzo di chi non votò alle elezioni di due anni fa è andato alle urne. Se una cosa positiva è uscita da questo referendum è quella di aver saputo rianimare la partecipazione politica in Italia, che da anni aveva l’elettroencefalogramma piatto.
Tuttavia, Elly Schlein e i suoi hanno poco da cantare Bella ciao. Se si votasse domani per le Politiche e tutti i No andassero al campo largo, la sinistra avrebbe una maggioranza risicata. Sempre se la ottiene. Lo dichiara un’analisi dell’Istituto Cattaneo: «È dubbio che si possa interpretare il risultato come un predittore del voto in occasione delle Politiche. In ogni caso, se questo fosse vero, se cioè il Sì al referendum fosse un buon indicatore del consenso verso la linea politica del governo e il No un indicatore del consenso verso le opposizioni, le Politiche porterebbero con larga probabilità alla coalizione vincente una maggioranza parlamentare piuttosto risicata, se non solo a una maggioranza relativa dei seggi», scrivono dall’Istituto. Insomma Maurizio Landini, capo della Cgil, e compagni hanno poco da festeggiare perché se si volessero usare i risultati del referendum come un «predittore del voto», dovrebbero essere almeno «corretti tenendo conto del diverso grado di partecipazione al voto dei vari elettorati», si spiega.
Come dicevamo, il massimo della partecipazione è stata tra gli studenti e in generale tra i più giovani: la generazione Z, dai 18 ai 28 anni, ha il 67% di partecipazione al voto, con il 58,5% per il No. Se guardiamo a chi sta tra i 29 e i 44 anni, la generazione Y, troviamo il massimo livello di astensionismo (47,5%, sempre con una prevalenza del No, al 54,8%). Una partecipazione un po’ più elevata della media caratterizza boomer e silent, gli elettori che hanno dai 61 anni in su. Infine, la partecipazione al voto, coinvolge meno gli elettori di centro. Il sostegno alla legge si ferma al 31% tra i centristi.
Per la sinistra votare No è stato invece come una chiamata alle armi contro il governo, anche se c’è stata una parte di elettori del Pd che ha scelto il Sì. Visto che Giuseppe Conte manda un avviso di sfratto a Giorgia Meloni abbiamo una notizia anche per lui: secondo l’analista Nando Pagnoncelli, tra chi dichiara di votare M5s, circa il 17% (ma era il 24% qualche mese fa) si è espresso per il Sì.
Nel centrodestra qualche «tradimento» si rileva tra gli elettori di Lega e Fi, rispettivamente con il 12% e il 10% circa, che vota No. Infine, tra gli elettori di Italia viva, Azione e +Europa, Avs, il Sì arriva al 31%. Anche Matteo Renzi e Nicola Fratoianni hanno perso il loro tocco magico?
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Giorgia Meloni (Ansa). Nei riquadri Giusi Bartolozzi, Andrea Delmastro e Daniela Santanchè
A gennaio i sondaggi segnalavano una distanza di quasi 20 punti fra il fronte del No e quello del Sì, con quest’ultimo in vantaggio. Dunque, come è stato possibile andar sotto di quasi 9 punti, cancellando la speranza di rendere più efficiente e imparziale la magistratura, e mettendo una serie ipoteca sul futuro del governo e di quello prossimo venturo? Di sicuro ci sono un paio di fattori che hanno influenzato il voto e tra questi segnalo il cosiddetto popolo di Gaza, che ha indirizzato contro Meloni e il suo governo la rabbia accumulata in questi anni, accresciuta nell’ultimo mese a causa della guerra in Iran. il vecchio antiamericanismo della sinistra radicale, che si somma a quello giovanile. Inoltre, nelle regioni del Sud può aver influito anche il reddito di cittadinanza, che il centrodestra ha giustamente abolito ma che agli elettori che ne beneficiavano, molti dei quali sostenitori dei 5 stelle, non deve aver fatto certo piacere.
Però, oltre a tutto ciò, sono stati commessi errori marchiani di comunicazione. La campagna referendaria è stata condotta male e all’ultimo, lasciando spazio agli slogan menzogneri dell’Anm e della sinistra, che hanno puntato tutto non sul merito della riforma, ma hanno trasformato il voto in un referendum sul governo e sul premier. Sì o No a Giorgia Meloni. A peggiorare le cose poi si sono messi i casi Bartolozzi e Delmastro. Il capo di gabinetto del ministro Nordio, già nel mirino per il caso Almasri, si è lasciata sfuggire un paio di frasi che hanno messo l’esecutivo in difficoltà. Dire che la magistratura è un plotone d’esecuzione, se si ricopre un delicato incarico a fianco del responsabile della Giustizia, significa spararsi nei piedi. Che giudici e pm siano talvolta politicamente orientati lo può sostenere un comune cittadino, non chi guida il ministero di via Arenula. Così come da un capo di gabinetto, ovvero da un funzionario pubblico, non ci si aspetta che dichiari di essere pronto a lasciare l’Italia in caso di vittoria del No: sono frasi che uno si aspetta da qualche scrittore che ama l’esilio, non da quanti rivestono ruoli di responsabilità.
Anche il caso Delmastro non può essere taciuto. L’imbarazzo con cui a Palazzo Chigi hanno accolto la notizia di una compartecipazione societaria con la figlia di un condannato per intestazione fittizia di beni e per di più con l’aggravante mafiosa era evidente dal primo giorno. Se Meloni ha scelto la linea del silenzio è stato per non inquinare ulteriormente il voto, ma dopo la sconfitta le dimissioni non potevano mancare e così è stato.
Il premier sceglie di far piazza pulita e dopo l’addio di Bartolozzi e Delmastro non è detto che sia finita. Come dicevo, c’è da salvare la legislatura. Nella migliore delle ipotesi le Camere saranno sciolte in primavera, ma nella peggiore la legislatura potrebbe trascinarsi fino a dopo l’estate, dato che nel 2022 le elezioni si tennero a fine settembre, e dunque Meloni non può stare sulla graticola. È chiaro che questi mesi non saranno facili. Un po’ perché non c’è tempo di varare nuove riforme (il premierato credo sia stato definitivamente accantonato e l’autonomia regionale credo farà la stessa fine). Restano le misure economiche, che sono indispensabili, soprattutto con la guerra in Iran e l’aumento del prezzo dei combustibili. Ma c’è bisogno di stabilità e non di chi parla troppo e frequenta male. Come ricordo spesso, nel 2029 c’è da eleggere il prossimo presidente della Repubblica e mi auguro che non ci sia un altro Mattarella. Dunque, urge serrare i ranghi e fare piazza pulita. La partita non è ancora conclusa.
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Ansa
Tra un «Bella ciao» cantato a squarciagola e un «Chi non salta Meloni è», ci ha colpito anche un coretto identico dedicato a una giovane pm di Santa Maria Capua Vetere, Annalisa Imparato, considerata troppo vicina alla destra, oltre che frontwoman della campagna a favore del Sì al referendum. Di fronte a uno spettacolo così poco istituzionale il presidente dimissionario dell’Anm Cesare Parodi ha preso le distanze a modo suo: «Se è stato un gesto estemporaneo dopo una lunga tensione, credo che sia quantomeno umanamente comprensibile anche se io certamente non l’avrei fatto». Nei filmati si vede una scatenata Emilia Galante Sorrentino cantare, mentre si riprende con il telefonino, il coretto contro la collega Imparato. Nella vita di tutti i giorni si occupa di minorenni. Ma mostra entusiasmo, con tanto di bottiglia di bollicine in mano, anche l’ex consigliere del Csm Antonello Ardituro, in abito blu. Tra il 2014 e il 2018 è stato componente del Csm e interlocutore privilegiato, in rappresentanza della sinistra giudiziaria, di Luca Palamara quando venivano discusse le nomine. In una chat dell’epoca l’ex presidente dell’Anm, messaggiando con altri due consiglieri e con un magistrato napoletano, arrivò a lamentarsi del collega con queste parole: «Fra poco Ardituro ci dirà come andare a pisciare nei bagni della Procura». Oggi lo stesso Ardituro lavora alla Direzione nazionale antimafia, sotto la direzione di Giovanni Melillo, per la cui nomina a procuratore di Napoli si spese con zelo, riuscendo a farlo prevalere contro Federico Cafiero De Raho, attuale deputato del Movimento 5 stelle.
In uno dei video della festa si vede in prima fila pure Pierluigi Picardi, maglioncino verde, ex presidente del Tribunale di Napoli Nord. Grida «Bella ciao» anche il giudice Lucia Esposito, bionda e occhialuta. Vicino a lei, in completo grigio, sorridente (sotto i baffi) e canterino c’è Luigi Landolfi, ex pm Dda, oggi alla Pubblica amministrazione, oltre che ex membro del Consiglio giudiziario. Festeggia pure con la sua bella chioma argentea Maria Teresa Orlando, della Procura europea, sezione napoletana. Saltano Carla Sarno, gip di Napoli, con una sgargiante camicia rossa, Armando Bosso, pm di Santa Maria Capua Vetere e attuale componente del Consiglio giudiziario, e Diego Di Nardo, giudice casertano e membro della giunta esecutiva «sezionale» dell’Anm di Napoli. Tra i partecipanti alla festa anche altri nomi importanti, come quello del procuratore generale Aldo Policastro che, tra i primi, aveva acceso il clima della campagna referendaria, associando la riforma al Piano di rinascita nazionale della P2 di Licio Gelli. Con lui anche la sua vice, Simona Di Monte, avvocato generale. Intercettati al toga party pure Vincenzo Caputo, presidente di sezione in Tribunale e i consiglieri di Corte d’Appello Furio Cioffi e Gerardo Giuliano, quest’ultimo figlio di Pasquale, per quattro legislature parlamentare di Forza Italia ed ex sottosegretario. Giuliano era vicepresidente del comitato, ma secondo una nostra fonte, durante la bagarre, sarebbe rimasto più defilato. Bontà sua.
Le cronache hanno registrato anche la presenza di diversi giudici (sulla carta imparziali e terzi) come Rossella Marro (già dirigente della corrente di Unicost), Leda Rossetti (segretaria distrettuale dell’Anm, che, via mail, ha convocato i colleghi all’incontro) e Rosa De Ruggiero. Il Mattino ha raccontato le lacrime di commozione di Alessandra Maddalena, ex presidente dell’Anm. Ovviamente era presente alla festa il presidente della sezione territoriale del comitato «Giusto dire No», il canuto Ettore Ferrara, magistrato in pensione.
Sfruculiando i social si scopre che in Campania le toghe anti riforma sono davvero agguerrite. Ida Teresi, pm antimafia a Napoli, per esempio, nei giorni scorsi, ha rilanciato un post con questo titolo: «Crozza, sono per la separazione delle carriere… o fai il politico o fai l’imputato». Il contenuto condiviso è quello di una satira televisiva costruita sul caso di Andrea Delmastro. Il segnale politico è evidente ed entra nel flusso della comunicazione social di una toga in servizio. Degno di nota anche il post del 7 marzo di Gea Cozzolino, sostituto procuratore generale a Napoli: «Una delle migliori qualità di questo governo? La coerenza!». Il motivo? «Si sono vantati di aver introdotto una norma che punisce i genitori per violazione del dovere di istruzione nei confronti dei figli anche la perdita della potestà genitoriale, poi, però, quando ciò accade tuonano contro i magistrati che applicano le loro leggi». Ogni riferimento alla famiglia del bosco è puramente voluto.
Il 13 marzo l’affondo è diretto: «Chi invoca l’imparzialità dei magistrati e stigmatizza l’influenza delle correnti politicizzate, per essere credibile, dovrebbe dimostrare prima di tutto la sua distanza dalla politica». Il riferimento, diretto, è alla collega di Santa Maria Capua Vetere Annalisa Imparato, che definisce «testimonial per il Sì». Subito dopo richiama una «consulenza in Senato da 2.000 euro al mese bloccata dal Csm». E definisce la collega come «assai vicina alla destra di governo». Una colpa imperdonabile su cui Cozzolino sembra ben informata: «Per dire, qualche mese fa era sul palco di Atreju, accanto ad Arianna Meloni, a parlare di violenza sulle donne. Meloni della quale si era già “occupata” nell’estate 2024 quando, in qualche maniera, Imparato contribuì ad alimentare la bufala del complotto dei magistrati contro la sorella del premier, su una fantomatica inchiesta che in realtà non è mai esistita». Il 16 marzo Cozzolino ha pure attaccato la trasmissione di Nicola Porro: «Da Porro c’è la Meloni da sola senza contraddittorio! E la legge sulla par condicio? Spero che gli italiani capiscano l’importanza di questo referendum».
Ma sulle chat dei magistrati del Sì, costretti a difendersi dagli attacchi dei colleghi vincitori, iniziano a circolare anche i duri attacchi di colleghi di altre zone d’Italia. L’ex segretario dell’Anm, il progressista Luca Poniz, oggi sostituto procuratore generale a Milano, sui social va all’assalto dei legali italiani. Per lui l’esito delle urne ha«travolto un’intera classe dirigente dell’avvocatura, impegnata in un’irresponsabile campagna di violenta delegittimazione della magistratura, in ciò spesso alleata con le posizioni più estreme e non di rado volgari». Il bersaglio è chiaro: le associazioni forensi, accusate di aver giocato una partita politica e di «modesta rappresentatività numerica (4% dell’avvocatura)». L’attacco prosegue: «Si sono mostrate per almeno 25 anni fortemente collaterali a posizioni politiche chiare, e in questa campagna elettorale ciò è emerso con evidenza». Secondo Poniz, i dirigenti della «avvocatura istituzionale non hanno esitato a trascinare l’intero ceto forense in una campagna faziosa e non di rado violenta». Poi la richiesta: «Se esistesse anche un minimo di sensibilità istituzionale, domani stesso ci si attenderebbe dimissioni da parte di chi ha speso impropriamente ruoli di rappresentanza». Nella campagna referendaria si era distinto anche Davide Romanelli, pm a Treviso, il quale, il 13 marzo aveva attaccato direttamente il premier Giorgia Meloni: «Ha evocato, in caso di vittoria del No, stupratori liberati, pedofili in giro, immigrati criminali, figli strappati alle madri, antagonisti impuniti. Un elenco da film horror usato come argomento politico». Il premier, secondo Romanelli, aveva giocato sporco: «Il referendum non è più un voto, ma un ricatto emotivo, o voti Sì, o sei complice del caos». Francesco Agnino, giudice della Corte di Cassazione proveniente dal Tribunale civile di Bari, deve avere pensato che dopo il referendum fosse giunto il tempo di «togliersi qualche sassolino dalle scarpe». Ha scelto Facebook per diffondere il suo atto di accusa contro avvocati e colleghi che hanno sostenuto il Sì al referendum. «Dal mio angolo privilegiato della Corte di cassazione vi invito ad abbandonare la toga, non perché avete sostenuto legittimamente il Sì, ma perché ho letto di vostri ricorsi o sentenze e l’aggettivo che meglio si attaglia è imbarazzanti. Il diritto e in alcuni casi la lingua italiana scorrono paralleli ai vostri scritti imbarazzanti». Da opinione a giudizio sommario. La sua valutazione, dall’alto dell’osservatorio della Suprema corte, è questa: «Dovreste dimettervi o cancellarvi dall’ordine». Il post non è passato inosservato. L’avvocato Antonello Talerico del foro di Catanzaro prende il testo pubblicato dal magistrato e lo seziona. Lo aggancia alle norme. E chiede al Guardasigilli di intervenire, considerando le parole del consigliere Agnino come «comportamenti» che «integrano in astratto le fattispecie disciplinari.
Ma, come abbiamo visto, Agnino non è l’unica toga che durante la campagna referendaria si è lasciata andare. In tv la Imparato ha anche citato il messaggio di una collega. In una chat, un giudice di Catania, Rosalba R., a proposito dei rappresentanti del Sì (con coccarda in vista) dentro ai seggi ha scritto sprezzante: «Da spararli subito […]. Non si può… pace… questi grandissimi cornuti». C’è solo da augurarsi di non essere giudicati da lei, dovesse mai scoprire che si è stati promotori del Sì.
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