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2020-07-05
Roma, gli intrecci dimenticati da Pignatone
Giovanni Pignatone (Ansa)
Il procuratore generale della Corte di Cassazione Giovanni Salvi, quando ricopriva l'incarico di Pg della Corte d'appello di Roma sembra essersi bevuto più di un'amnesia del già procuratore di Roma Giuseppe Pignatone che, prima di andare in quiescenza, gli comunicò solo qualche profilo di potenziale incompatibilità in alcuni fascicoli scottanti che la Procura di Roma stava trattando. In un provvedimento datato 9 aprile 2019 Salvi, infatti, valutò: «Va solo conclusivamente rilevato che il dottor Pignatone rappresentò correttamente a questo ufficio tutti i profili di potenziale incompatibilità di sua iniziativa e non appena ne venne a conoscenza informandone peraltro i magistrati del suo ufficio». Un'affermazione, contenuta in un documento ufficiale, che, però, appare cozzare con una serie di evidenze.
Il fratello di Pignatone, l'avvocato Roberto, è stato consulente di almeno tre indagati coinvolti (anche se Salvi nei suoi scritti dà atto che sono due) in un fascicolo del suo ufficio, quello sulla corruzione al Consiglio di Stato, con al centro la figura del faccendiere Piero Amara (oltre che per Amara, lavorò come consulente per Ezio Bigotti e per Pietro Balistreri). Inoltre Pignatone aveva rapporti personali, come da lui stesso ammesso, con altri due indagati, Riccardo Virgilio, ex presidente di una sezione del Consiglio di Stato, e il lobbista Fabrizio Centofanti. In tutto, quindi, lui e il fratello avevano incrociato cinque indagati dell'inchiesta sulle sentenze comprate. Qualche informazione però non sembra essere arrivata in Procura generale. Il 19 marzo 2019, infatti, Pignatone scrisse al pm Stefano Fava (autore di un esposto al Csm sui presunti conflitti d'interesse del suo capo, dal quale è scaturito un procedimento disciplinare a carico dello stesso Fava): «Ribadisco quanto affermato durante la riunione del 5 corrente mese con i colleghi (...) e cioè di essere sicuro di aver informato la signoria vostra a suo tempo, e cioè nella seconda metà del 2016 quando divennero oggetto di indagini Amara ed Ezio Bigotti, dell'esistenza di rapporti professionali peraltro già cessati tra il Bigotti e mio fratello avvocato Roberto Pignatone». E proprio in quella comunicazione sottolineò che «di tutto era stato informato tempestivamente il procuratore generale». Ovvero Salvi. «Che», aggiunse Pignatone, «con suo provvedimento del 3 luglio 2017 ha ritenuto che non ci fosse alcun elemento che rendesse opportuna, o tanto meno necessaria, la mia astensione». Qualcosa, però, sembra non tornare. Nella richiesta di astensione datata 17 maggio 2017 Pignatone affermò che «in epoca di poco successiva (all'arresto del fratello di Centofanti, avvenuto il 4 maggio 2016, ndr) sono emersi a carico di Fabrizio Centofanti indizi di reità (...). Subito dopo l'estate 2016 la figura di Centofanti è emersa in altro procedimento penale». Ma Pignatone, per quanto riguarda Centofanti, avrebbe dovuto essere informato già a maggio 2016, e per gli altri indagati dalla seconda metà del 2016. Ha inoltrato la richiesta di astensione, però, il 17 maggio 2017, dopo aver adottato atti proprio nei confronti di Amara: assegnò un'informativa di reato che riguardava Amara e Bigotti il 14 novembre 2016 e, il 19 dicembre 2016, coassegnò a più sostituti il procedimento che riguardava Amara. Ma c'è ancora qualche tassello fuori posto. Nella richiesta di astensione del 26 marzo 2019 Pignatone comunicò: «Aggiungo per precisione che dai controlli eseguiti è risultato che la prima iscrizione nel registro degli indagati per Amara è avvenuta in data 16 gennaio 2017 e per Bigotti in data 19 gennaio 2017, mentre le operazioni di intercettazione nei loro confronti sono cominciate rispettivamente il 24 novembre 2016 e il 30 gennaio 2017». In realtà, Amara è stato iscritto il 18 novembre 2016. Come poteva essere intercettato dal 24 novembre 2016 senza essere stato iscritto come indagato? Il nome di Centofanti, insomma, arrivò a Pignatone già nel maggio 2016 ma la richiesta di astensione risale al 17 maggio 2017. Il 26 marzo 2019, poi, chiese di nuovo di astenersi, allegando un progetto di parcella emesso dal fratello nei confronti della Nico Spa, «riconducibile al Bigotti», scrisse Pignatone. In realtà la Nico è riconducibile a un altro indagato: Balistrieri, anche lui cliente dell'avvocato Amara. La società di Bigotti era invece la Sti (che ha conferito incarichi al fratello Roberto). Pignatone, quindi, non ha comunicato al Pg che Balistrieri aveva conferito incarichi al fratello. E lo stesso sembra aver fatto per Virgilio, sebbene ne diede comunicazione ai suoi sostituti. Del rapporto con Centofanti ha riferito con un anno di ritardo; dei rapporti di suo fratello con Amara ha riferito con circa otto mesi di ritardo. E infine non ha mai comunicato al pg di avere adottato atti nei confronti di Amara in costanza dei rapporti che l'avvocato intratteneva con il fratello. E Salvi? Con il cambio di ruolo è diventato titolare dell'azione disciplinare su Fava. E sarà costretto a riguardare i suoi stessi atti. Da controllore e da controllato.
«Area sbaglia sull’audio, è a Strasburgo da 5 anni»
L'avvocato di Silvio Berlusconi, Niccolò Ghedini, è rimasto esterrefatto dal comunicato delle toghe progressiste di Area là dove scrivono che «la vicenda delle confessioni postume del Giudice Amedeo Franco al suo imputato ha profili torbidi ed inquietanti» e che «la registrazione, della quale è ignoto il contesto e non è stata appurata la genuinità e l'integralità, viene divulgata a molti anni di distanza, dopo la morte del giudice Franco, in un contesto che appare favorevole ad accreditare qualsiasi ignominia per screditare e delegittimare i magistrati e la giurisdizione».
«Non sanno neanche cosa dicono» si scalda Ghedini. «Prospettano che la registrazione sia inveritiera. Se quella registrazione è falsa lo appurerà la Corte europea per i diritti dell'uomo, mica loro. Ma perché dovrebbe esserlo? Non c'è ragione. Quelli di Area fanno un errore di fondo: le registrazioni di Franco sono nella disponibilità della Corte europea da cinque anni. È una cosa gravissima che la magistratura italiana voglia intervenire su un atto procedimentale di un'autorità sovranazionale. Berlusconi ha accettato la condanna, ha scontato la pena a Cesano Boscone, non ha rotto le scatole a nessuno. Semplicemente ha portato all'attenzione del giudice sovranazionale il fatto che a suo parere, e a parere dei suoi difensori, non ha avuto un giudice super partes. Tra le tante cartucce a sua disposizione aveva una registrazione dove uno dei giudici dice che il giudizio non è stato imparziale. Se sia vero lo deciderà la Corte europea, mica i giudici italiani…».
Avete approfittato del clima anti toghe creato dal caso Palamara per fare la denuncia?
«Non c'entra un tubo. Glielo ripeto, quella cosa lì era depositata da cinque anni. Nelle scorse settimane abbiamo fatto l'ennesimo sollecito, come ogni sei-sette mesi. Dopodiché, in un momento in cui c'è molta attenzione sulle questioni legate alla magistratura, un giornalista attento ha recuperato gli atti del nostro procedimento, visto che le carte depositate alla Corte europea sono tutte pubbliche. Per questo le insinuazioni di Area sono una follia. Hanno sempre detto che Berlusconi non voleva farsi processare e Berlusconi è stato processato. Noi a quell'epoca avremmo potuto tirare fuori le registrazioni quando Berlusconi era in affidamento in prova ai servizi sociali, ma lui non ha voluto. Così le abbiamo prodotte davanti alla Corte europea e Franco era ancora vivissimo quando gli atti sono andati alla Cedu».
Quindi le trascrizioni non le avete tirate fuori solo adesso che Franco è morto?
«Adesso abbiamo depositato l'audio. Noi abbiamo dato fin dall'inizio la disponibilità delle trascrizioni e abbiamo detto alla Corte europea: se volete le registrazioni sono qui. La memoria aggiuntiva di aprile riguardava al 90% la sentenza civile che ci ha dato recentemente ragione. Dopodiché abbiamo detto: comunque ricordatevi la vicenda del giudice Franco che purtroppo è deceduto e non l'avete sentito. E a questo punto gli abbiamo dato anche l'audio. Certo se l'avessero convocato prima avrebbero potuto ascoltare la sua versione dalla sua viva voce».
Dunque la Corte europea per i diritti dell'uomo aveva da anni la possibilità di visionare questo materiale?
«Avevamo solo chiesto che le trascrizioni non fossero rese pubbliche, ma erano narrate all'interno dell'atto a disposizione del giudice naturale precostituito per legge, che poteva quindi in qualsiasi momento prenderne visione. Ed era a disposizione anche dell'autorità italiana perché il governo italiano viene informato sempre delle carte depositate».
Le due donne che hanno aiutato Berlusconi a registrare il giudice Franco, e le cui voci si sentono distintamente negli audio, sono state identificate?
«Credo si tratti di due povere segretarie. Ma non so proprio chi fossero».
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L'ex procuratore «smemorato» sui contratti di lavoro del fratello avvocato e sui rapporti con 5 indagati dal suo stesso ufficio. Giovanni Salvi, titolare dell'azione disciplinare sul pm Stefano Fava, dovrà adesso rivedere gli atti di quando era pg della Capitale.«Area sbaglia sull'audio, è a Strasburgo da 5 anni». Niccolò Ghedini, il difensore di Silvio Berlusconi: «Le toghe progressiste non sanno di che cosa parlano. Grave interferenza con il nostro ricorso».Lo speciale comprende due articoli. Il procuratore generale della Corte di Cassazione Giovanni Salvi, quando ricopriva l'incarico di Pg della Corte d'appello di Roma sembra essersi bevuto più di un'amnesia del già procuratore di Roma Giuseppe Pignatone che, prima di andare in quiescenza, gli comunicò solo qualche profilo di potenziale incompatibilità in alcuni fascicoli scottanti che la Procura di Roma stava trattando. In un provvedimento datato 9 aprile 2019 Salvi, infatti, valutò: «Va solo conclusivamente rilevato che il dottor Pignatone rappresentò correttamente a questo ufficio tutti i profili di potenziale incompatibilità di sua iniziativa e non appena ne venne a conoscenza informandone peraltro i magistrati del suo ufficio». Un'affermazione, contenuta in un documento ufficiale, che, però, appare cozzare con una serie di evidenze. Il fratello di Pignatone, l'avvocato Roberto, è stato consulente di almeno tre indagati coinvolti (anche se Salvi nei suoi scritti dà atto che sono due) in un fascicolo del suo ufficio, quello sulla corruzione al Consiglio di Stato, con al centro la figura del faccendiere Piero Amara (oltre che per Amara, lavorò come consulente per Ezio Bigotti e per Pietro Balistreri). Inoltre Pignatone aveva rapporti personali, come da lui stesso ammesso, con altri due indagati, Riccardo Virgilio, ex presidente di una sezione del Consiglio di Stato, e il lobbista Fabrizio Centofanti. In tutto, quindi, lui e il fratello avevano incrociato cinque indagati dell'inchiesta sulle sentenze comprate. Qualche informazione però non sembra essere arrivata in Procura generale. Il 19 marzo 2019, infatti, Pignatone scrisse al pm Stefano Fava (autore di un esposto al Csm sui presunti conflitti d'interesse del suo capo, dal quale è scaturito un procedimento disciplinare a carico dello stesso Fava): «Ribadisco quanto affermato durante la riunione del 5 corrente mese con i colleghi (...) e cioè di essere sicuro di aver informato la signoria vostra a suo tempo, e cioè nella seconda metà del 2016 quando divennero oggetto di indagini Amara ed Ezio Bigotti, dell'esistenza di rapporti professionali peraltro già cessati tra il Bigotti e mio fratello avvocato Roberto Pignatone». E proprio in quella comunicazione sottolineò che «di tutto era stato informato tempestivamente il procuratore generale». Ovvero Salvi. «Che», aggiunse Pignatone, «con suo provvedimento del 3 luglio 2017 ha ritenuto che non ci fosse alcun elemento che rendesse opportuna, o tanto meno necessaria, la mia astensione». Qualcosa, però, sembra non tornare. Nella richiesta di astensione datata 17 maggio 2017 Pignatone affermò che «in epoca di poco successiva (all'arresto del fratello di Centofanti, avvenuto il 4 maggio 2016, ndr) sono emersi a carico di Fabrizio Centofanti indizi di reità (...). Subito dopo l'estate 2016 la figura di Centofanti è emersa in altro procedimento penale». Ma Pignatone, per quanto riguarda Centofanti, avrebbe dovuto essere informato già a maggio 2016, e per gli altri indagati dalla seconda metà del 2016. Ha inoltrato la richiesta di astensione, però, il 17 maggio 2017, dopo aver adottato atti proprio nei confronti di Amara: assegnò un'informativa di reato che riguardava Amara e Bigotti il 14 novembre 2016 e, il 19 dicembre 2016, coassegnò a più sostituti il procedimento che riguardava Amara. Ma c'è ancora qualche tassello fuori posto. Nella richiesta di astensione del 26 marzo 2019 Pignatone comunicò: «Aggiungo per precisione che dai controlli eseguiti è risultato che la prima iscrizione nel registro degli indagati per Amara è avvenuta in data 16 gennaio 2017 e per Bigotti in data 19 gennaio 2017, mentre le operazioni di intercettazione nei loro confronti sono cominciate rispettivamente il 24 novembre 2016 e il 30 gennaio 2017». In realtà, Amara è stato iscritto il 18 novembre 2016. Come poteva essere intercettato dal 24 novembre 2016 senza essere stato iscritto come indagato? Il nome di Centofanti, insomma, arrivò a Pignatone già nel maggio 2016 ma la richiesta di astensione risale al 17 maggio 2017. Il 26 marzo 2019, poi, chiese di nuovo di astenersi, allegando un progetto di parcella emesso dal fratello nei confronti della Nico Spa, «riconducibile al Bigotti», scrisse Pignatone. In realtà la Nico è riconducibile a un altro indagato: Balistrieri, anche lui cliente dell'avvocato Amara. La società di Bigotti era invece la Sti (che ha conferito incarichi al fratello Roberto). Pignatone, quindi, non ha comunicato al Pg che Balistrieri aveva conferito incarichi al fratello. E lo stesso sembra aver fatto per Virgilio, sebbene ne diede comunicazione ai suoi sostituti. Del rapporto con Centofanti ha riferito con un anno di ritardo; dei rapporti di suo fratello con Amara ha riferito con circa otto mesi di ritardo. E infine non ha mai comunicato al pg di avere adottato atti nei confronti di Amara in costanza dei rapporti che l'avvocato intratteneva con il fratello. E Salvi? Con il cambio di ruolo è diventato titolare dell'azione disciplinare su Fava. E sarà costretto a riguardare i suoi stessi atti. 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Se quella registrazione è falsa lo appurerà la Corte europea per i diritti dell'uomo, mica loro. Ma perché dovrebbe esserlo? Non c'è ragione. Quelli di Area fanno un errore di fondo: le registrazioni di Franco sono nella disponibilità della Corte europea da cinque anni. È una cosa gravissima che la magistratura italiana voglia intervenire su un atto procedimentale di un'autorità sovranazionale. Berlusconi ha accettato la condanna, ha scontato la pena a Cesano Boscone, non ha rotto le scatole a nessuno. Semplicemente ha portato all'attenzione del giudice sovranazionale il fatto che a suo parere, e a parere dei suoi difensori, non ha avuto un giudice super partes. Tra le tante cartucce a sua disposizione aveva una registrazione dove uno dei giudici dice che il giudizio non è stato imparziale. Se sia vero lo deciderà la Corte europea, mica i giudici italiani…». Avete approfittato del clima anti toghe creato dal caso Palamara per fare la denuncia? «Non c'entra un tubo. Glielo ripeto, quella cosa lì era depositata da cinque anni. Nelle scorse settimane abbiamo fatto l'ennesimo sollecito, come ogni sei-sette mesi. Dopodiché, in un momento in cui c'è molta attenzione sulle questioni legate alla magistratura, un giornalista attento ha recuperato gli atti del nostro procedimento, visto che le carte depositate alla Corte europea sono tutte pubbliche. Per questo le insinuazioni di Area sono una follia. Hanno sempre detto che Berlusconi non voleva farsi processare e Berlusconi è stato processato. Noi a quell'epoca avremmo potuto tirare fuori le registrazioni quando Berlusconi era in affidamento in prova ai servizi sociali, ma lui non ha voluto. Così le abbiamo prodotte davanti alla Corte europea e Franco era ancora vivissimo quando gli atti sono andati alla Cedu». Quindi le trascrizioni non le avete tirate fuori solo adesso che Franco è morto? «Adesso abbiamo depositato l'audio. Noi abbiamo dato fin dall'inizio la disponibilità delle trascrizioni e abbiamo detto alla Corte europea: se volete le registrazioni sono qui. La memoria aggiuntiva di aprile riguardava al 90% la sentenza civile che ci ha dato recentemente ragione. Dopodiché abbiamo detto: comunque ricordatevi la vicenda del giudice Franco che purtroppo è deceduto e non l'avete sentito. E a questo punto gli abbiamo dato anche l'audio. Certo se l'avessero convocato prima avrebbero potuto ascoltare la sua versione dalla sua viva voce». Dunque la Corte europea per i diritti dell'uomo aveva da anni la possibilità di visionare questo materiale? «Avevamo solo chiesto che le trascrizioni non fossero rese pubbliche, ma erano narrate all'interno dell'atto a disposizione del giudice naturale precostituito per legge, che poteva quindi in qualsiasi momento prenderne visione. Ed era a disposizione anche dell'autorità italiana perché il governo italiano viene informato sempre delle carte depositate». Le due donne che hanno aiutato Berlusconi a registrare il giudice Franco, e le cui voci si sentono distintamente negli audio, sono state identificate? «Credo si tratti di due povere segretarie. Ma non so proprio chi fossero».
George Soros (Ansa)
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump lo aveva già annunciato a fine agosto, accusando Soros e suo figlio Alex di sostenere proteste violente negli Stati Uniti. «Non permetteremo più a questi lunatici di fare a pezzi l’America, Soros e il suo gruppo di psicopatici hanno causato gravi danni al nostro Paese. Fate attenzione, vi stiamo osservando!», aveva avvisato Trump. A fine settembre 2025, il presidente Usa ha firmato un memorandum presidenziale che esortava le agenzie federali a «identificare e smantellare» le reti finanziarie presumibilmente a sostegno della violenza politica. Oggi, la lotta al «filantropo» che sostiene attivamente molti gruppi di protesta ha fatto un salto di qualità: secondo quanto annunciato da Jeanine Pirro, procuratore degli Stati Uniti nel distretto di Columbia, la Osf potrebbe essere equiparata a un’organizzazione terroristica ai sensi del Rico Act (Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act) e i conti correnti collegati a Soros potrebbero essere congelati, innescando un feroce dibattito sui finanziamenti alle attività politiche, la libertà di parola e la sicurezza nazionale.
Trump ha citato esplicitamente George Soros e Reid Hoffman (co-fondatore di LinkedIn e PayPal, attivista democratico e assiduo frequentatore delle riunioni del Gruppo Bildeberg) come «potenziali sostenitori finanziari dei disordini che hanno preso di mira l’applicazione federale delle politiche migratorie americane (“Ice operations”)». L’accusa principale di Trump è che le reti di potere che fanno capo a ricchi donatori allineati ai democratici stiano indirettamente finanziando gruppi «antifa» e soggetti coinvolti a vario titolo in scontri, danni alla proprietà privata e attacchi mirati alle operazioni contro l’immigrazione clandestina. L’obiettivo del governo non sarebbero, dunque, soltanto i cittadini che commettono crimini, ma anche l’infrastruttura a monte: donatori, organizzazioni, sponsor fiscali e qualsiasi entità che si presume stia foraggiando la violenza politica organizzata.
L’ipotesi di Trump, in effetti, non è così peregrina: da anni in America e in Europa piccoli gruppi di anonimi attivisti del clima (in Italia, Ultima Generazione, che blocca autostrade e imbratta opere d’arte e monumenti), sono in realtà strutturati all’interno di una rete internazionale (la A22), coordinata e sovvenzionata da una «holding» globale, il Cef (Climate Emergency Fund, organizzazione non-profit con sede nell’esclusiva Beverly Hills), che finanzia gli attivisti protagonisti di azioni di protesta radicale ed è a sua volta sostenuta da donatori privati, il 90% dei quali sono miliardari come Soros o Bill Gates. E se è questo il sistema che ruota intorno al Cef per il clima, lo stesso schema delle «matrioske» è stato adottato anche da altre organizzazioni che, sulla carta, oggi difendono «i diritti civili» o «la disinformazione e le fake news» (la cupola dei cosiddetti fact-checker che fa capo al Poynter Institute, ad esempio, orienta l’opinione pubblica e i legislatori in maniera spesso confacente ai propri interessi ed è finanziata anche da Soros), domani chissà.
Secondo gli oppositori di Trump, trattare gli «Antifa» come un gruppo terroristico convenzionale solleva ostacoli costituzionali che toccano la libertà di espressione tutelata dal Primo emendamento e l’attività di protesta. Ma il presidente tira dritto e intende coinvolgere tutto il governo: Dipartimento di Giustizia, Dhs (Dipartimento di sicurezza interna), Fbi, Tesoro e Irs (Internal Revenue Service), l’agenzia federale responsabile della riscossione delle tasse negli Stati Uniti. Sì, perché spesso dietro questi piccoli gruppi ci sono macchine da soldi, che ufficialmente raccolgono donazioni dai privati cittadini, ma per poche migliaia di dollari: il grosso dei finanziamenti proviene dai cosiddetti «filantropi» ed è disciplinato ai sensi della Section 501(c) che esenta dalle tasse le presunte «charitable contributions», ovvero le donazioni fatte dai miliardari progressisti a organizzazioni non profit qualificate. Per le azioni di disobbedienza civile contro le politiche climatiche, ad esempio, si sono mobilitati Trevor Neilson, ex strettissimo collaboratore di Bill Gates, ma anche Aileen Getty, figlia di John Paul Getty II dell’omonima compagnia petrolifera, e Rory Kennedy, figlia di Bob Kennedy: tutti, inesorabilmente, schierati con il Partito democratico americano.
In Italia, le azioni annunciate contro Soros sarebbero un brutto colpo per Bonino, Magi & Co., che sono legittimamente riusciti - chiedendo e ricevendo i contributi direttamente sui conti dei mandatari elettorali - a schivare il divieto ai partiti politici, stabilito dalla legge italiana, di ricevere finanziamenti da «persone giuridiche aventi sede in uno Stato estero non assoggettate a obblighi fiscali in Italia» e di accettare donazioni superiori ai 100.000 euro.
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Domenico Pianese, segretario del COISP, spiega perché, anche quando pericolosi, gli immigrati irregolare non vengono espulsi dal nostro Paese, partendo dai casi di Aurora Livoli e del capotreno ucciso a Bologna. Tra decreti di espulsione inefficaci, burocrazia, accordi internazionali e decisioni giudiziarie, emerge un sistema che lascia liberi soggetti pericolosi e scarica il peso sulle forze dell’ordine.
John Logie Baird (a destra) durante una dimostrazione del suo apparecchio televisivo (Getty Images)
Baird, nato nel 1888 in Scozia, era un inventore per passione. Estroso sin dall’infanzia pur minato da una salute cagionevole, si specializzò nel campo dell’ingegneria elettrica. Dopo l’interruzione degli studi a causa della Grande Guerra, lavorò per la locale società elettrica «Clyde Valley Electrical Company» prima di diventare piccolo imprenditore nello stesso settore. Il sogno di trasmettere suoni e immagini a distanza per mezzo di cavi elettrici era il sogno di molti ricercatori dell’epoca, che anche Baird perseguì fin da giovanissimo, quando realizzò da solo una linea telefonica per comunicare con le camerette degli amici che abitavano nella sua via. La chiave di volta per l’invenzione del primo televisore arrivò nei primi anni Venti, quando l’inventore scozzese sfruttò a sua volta un dispositivo nato quarant’anni prima. Si trattava dell’apparecchio noto come «disco di Nipkow», dal nome del suo inventore Paul Gottlieb Nipkow che lo brevettò nel 1883. Questo consisteva in un disco rotante ligneo dove erano praticati fori disposti a spirale che, girando rapidamente di fronte ad un’immagine illuminata, la scomponevano in linee come un rudimentale scanner. La rotazione del disco generava un segnale luminoso variabile, che Baird fu in grado di tradurre in una serie di impulsi elettrici differenziati a seconda dell’intensità luminosa generata dall’effetto dei fori. La trasmissione degli impulsi avveniva per mezzo di una cellula fotoelettrica, che traduceva il segnale e lo inviava ad una linea elettrica, al termine della quale stava un apparecchio ricevente del tutto simile a quello trasmittente dove il disco di Nipkow, ricevuto l’impulso, girava allo stesso modo di quello del televisore che aveva catturato l’immagine. L’apparecchio ricevente era dotato di un vetro temperato che, colpito dagli impulsi luminosi del disco rotante, riproduceva l’immagine trasmessa elettricamente con una definizione di 30 linee. John Logie Baird riuscì per la prima volta a riprodurre l’immagine tra due apparecchi nel suo laboratorio nel 1924 utilizzando la maschera di un burattino ventriloquo truccata e fortemente illuminata, condizione necessaria per la trasmissione di un’immagine minimamente leggibile. La prima televisione elettromeccanica a distanza fu presentata da Baird il 26 gennaio 1926 a Londra di fronte ad un comitato di scienziati. Gli apparecchi furono sistemati in due stanze separate e Baird mosse la testa del manichino «Stooky Bill», che comparve simultaneamente sul vetro retroilluminato dell’apparecchio ricevente riproducendo fedelmente i movimenti. Anche se poco definita, quella primissima trasmissione televisiva segnò un punto di svolta. L’esperimento fece molta impressione negli ambienti scientifici inglesi, che nei mesi successivi assistettero ad altre dimostrazioni durante le quali fu usato per la prima volta un uomo in carne ed ossa, il fattorino di Baird William Edward Taynton, che può essere considerato il primo attore televisivo della storia.
Tra il 1926 e la fine del decennio l’invenzione di Baird ebbe larga eco, ed il suo sistema fu alla base delle prime trasmissioni della BBC iniziate nel 1929. Il sistema elettromeccanico tuttavia aveva grandi limiti. Il disco di Nipkow impediva la crescita della definizione e la meccanica era rumorosa e fragile. Il sistema Baird fu abbandonato negli anni Trenta con la nascita della televisione elettronica basata sull’utilizzo del tubo catodico.
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