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2020-07-05
Roma, gli intrecci dimenticati da Pignatone
Giovanni Pignatone (Ansa)
Il procuratore generale della Corte di Cassazione Giovanni Salvi, quando ricopriva l'incarico di Pg della Corte d'appello di Roma sembra essersi bevuto più di un'amnesia del già procuratore di Roma Giuseppe Pignatone che, prima di andare in quiescenza, gli comunicò solo qualche profilo di potenziale incompatibilità in alcuni fascicoli scottanti che la Procura di Roma stava trattando. In un provvedimento datato 9 aprile 2019 Salvi, infatti, valutò: «Va solo conclusivamente rilevato che il dottor Pignatone rappresentò correttamente a questo ufficio tutti i profili di potenziale incompatibilità di sua iniziativa e non appena ne venne a conoscenza informandone peraltro i magistrati del suo ufficio». Un'affermazione, contenuta in un documento ufficiale, che, però, appare cozzare con una serie di evidenze.
Il fratello di Pignatone, l'avvocato Roberto, è stato consulente di almeno tre indagati coinvolti (anche se Salvi nei suoi scritti dà atto che sono due) in un fascicolo del suo ufficio, quello sulla corruzione al Consiglio di Stato, con al centro la figura del faccendiere Piero Amara (oltre che per Amara, lavorò come consulente per Ezio Bigotti e per Pietro Balistreri). Inoltre Pignatone aveva rapporti personali, come da lui stesso ammesso, con altri due indagati, Riccardo Virgilio, ex presidente di una sezione del Consiglio di Stato, e il lobbista Fabrizio Centofanti. In tutto, quindi, lui e il fratello avevano incrociato cinque indagati dell'inchiesta sulle sentenze comprate. Qualche informazione però non sembra essere arrivata in Procura generale. Il 19 marzo 2019, infatti, Pignatone scrisse al pm Stefano Fava (autore di un esposto al Csm sui presunti conflitti d'interesse del suo capo, dal quale è scaturito un procedimento disciplinare a carico dello stesso Fava): «Ribadisco quanto affermato durante la riunione del 5 corrente mese con i colleghi (...) e cioè di essere sicuro di aver informato la signoria vostra a suo tempo, e cioè nella seconda metà del 2016 quando divennero oggetto di indagini Amara ed Ezio Bigotti, dell'esistenza di rapporti professionali peraltro già cessati tra il Bigotti e mio fratello avvocato Roberto Pignatone». E proprio in quella comunicazione sottolineò che «di tutto era stato informato tempestivamente il procuratore generale». Ovvero Salvi. «Che», aggiunse Pignatone, «con suo provvedimento del 3 luglio 2017 ha ritenuto che non ci fosse alcun elemento che rendesse opportuna, o tanto meno necessaria, la mia astensione». Qualcosa, però, sembra non tornare. Nella richiesta di astensione datata 17 maggio 2017 Pignatone affermò che «in epoca di poco successiva (all'arresto del fratello di Centofanti, avvenuto il 4 maggio 2016, ndr) sono emersi a carico di Fabrizio Centofanti indizi di reità (...). Subito dopo l'estate 2016 la figura di Centofanti è emersa in altro procedimento penale». Ma Pignatone, per quanto riguarda Centofanti, avrebbe dovuto essere informato già a maggio 2016, e per gli altri indagati dalla seconda metà del 2016. Ha inoltrato la richiesta di astensione, però, il 17 maggio 2017, dopo aver adottato atti proprio nei confronti di Amara: assegnò un'informativa di reato che riguardava Amara e Bigotti il 14 novembre 2016 e, il 19 dicembre 2016, coassegnò a più sostituti il procedimento che riguardava Amara. Ma c'è ancora qualche tassello fuori posto. Nella richiesta di astensione del 26 marzo 2019 Pignatone comunicò: «Aggiungo per precisione che dai controlli eseguiti è risultato che la prima iscrizione nel registro degli indagati per Amara è avvenuta in data 16 gennaio 2017 e per Bigotti in data 19 gennaio 2017, mentre le operazioni di intercettazione nei loro confronti sono cominciate rispettivamente il 24 novembre 2016 e il 30 gennaio 2017». In realtà, Amara è stato iscritto il 18 novembre 2016. Come poteva essere intercettato dal 24 novembre 2016 senza essere stato iscritto come indagato? Il nome di Centofanti, insomma, arrivò a Pignatone già nel maggio 2016 ma la richiesta di astensione risale al 17 maggio 2017. Il 26 marzo 2019, poi, chiese di nuovo di astenersi, allegando un progetto di parcella emesso dal fratello nei confronti della Nico Spa, «riconducibile al Bigotti», scrisse Pignatone. In realtà la Nico è riconducibile a un altro indagato: Balistrieri, anche lui cliente dell'avvocato Amara. La società di Bigotti era invece la Sti (che ha conferito incarichi al fratello Roberto). Pignatone, quindi, non ha comunicato al Pg che Balistrieri aveva conferito incarichi al fratello. E lo stesso sembra aver fatto per Virgilio, sebbene ne diede comunicazione ai suoi sostituti. Del rapporto con Centofanti ha riferito con un anno di ritardo; dei rapporti di suo fratello con Amara ha riferito con circa otto mesi di ritardo. E infine non ha mai comunicato al pg di avere adottato atti nei confronti di Amara in costanza dei rapporti che l'avvocato intratteneva con il fratello. E Salvi? Con il cambio di ruolo è diventato titolare dell'azione disciplinare su Fava. E sarà costretto a riguardare i suoi stessi atti. Da controllore e da controllato.
«Area sbaglia sull’audio, è a Strasburgo da 5 anni»
L'avvocato di Silvio Berlusconi, Niccolò Ghedini, è rimasto esterrefatto dal comunicato delle toghe progressiste di Area là dove scrivono che «la vicenda delle confessioni postume del Giudice Amedeo Franco al suo imputato ha profili torbidi ed inquietanti» e che «la registrazione, della quale è ignoto il contesto e non è stata appurata la genuinità e l'integralità, viene divulgata a molti anni di distanza, dopo la morte del giudice Franco, in un contesto che appare favorevole ad accreditare qualsiasi ignominia per screditare e delegittimare i magistrati e la giurisdizione».
«Non sanno neanche cosa dicono» si scalda Ghedini. «Prospettano che la registrazione sia inveritiera. Se quella registrazione è falsa lo appurerà la Corte europea per i diritti dell'uomo, mica loro. Ma perché dovrebbe esserlo? Non c'è ragione. Quelli di Area fanno un errore di fondo: le registrazioni di Franco sono nella disponibilità della Corte europea da cinque anni. È una cosa gravissima che la magistratura italiana voglia intervenire su un atto procedimentale di un'autorità sovranazionale. Berlusconi ha accettato la condanna, ha scontato la pena a Cesano Boscone, non ha rotto le scatole a nessuno. Semplicemente ha portato all'attenzione del giudice sovranazionale il fatto che a suo parere, e a parere dei suoi difensori, non ha avuto un giudice super partes. Tra le tante cartucce a sua disposizione aveva una registrazione dove uno dei giudici dice che il giudizio non è stato imparziale. Se sia vero lo deciderà la Corte europea, mica i giudici italiani…».
Avete approfittato del clima anti toghe creato dal caso Palamara per fare la denuncia?
«Non c'entra un tubo. Glielo ripeto, quella cosa lì era depositata da cinque anni. Nelle scorse settimane abbiamo fatto l'ennesimo sollecito, come ogni sei-sette mesi. Dopodiché, in un momento in cui c'è molta attenzione sulle questioni legate alla magistratura, un giornalista attento ha recuperato gli atti del nostro procedimento, visto che le carte depositate alla Corte europea sono tutte pubbliche. Per questo le insinuazioni di Area sono una follia. Hanno sempre detto che Berlusconi non voleva farsi processare e Berlusconi è stato processato. Noi a quell'epoca avremmo potuto tirare fuori le registrazioni quando Berlusconi era in affidamento in prova ai servizi sociali, ma lui non ha voluto. Così le abbiamo prodotte davanti alla Corte europea e Franco era ancora vivissimo quando gli atti sono andati alla Cedu».
Quindi le trascrizioni non le avete tirate fuori solo adesso che Franco è morto?
«Adesso abbiamo depositato l'audio. Noi abbiamo dato fin dall'inizio la disponibilità delle trascrizioni e abbiamo detto alla Corte europea: se volete le registrazioni sono qui. La memoria aggiuntiva di aprile riguardava al 90% la sentenza civile che ci ha dato recentemente ragione. Dopodiché abbiamo detto: comunque ricordatevi la vicenda del giudice Franco che purtroppo è deceduto e non l'avete sentito. E a questo punto gli abbiamo dato anche l'audio. Certo se l'avessero convocato prima avrebbero potuto ascoltare la sua versione dalla sua viva voce».
Dunque la Corte europea per i diritti dell'uomo aveva da anni la possibilità di visionare questo materiale?
«Avevamo solo chiesto che le trascrizioni non fossero rese pubbliche, ma erano narrate all'interno dell'atto a disposizione del giudice naturale precostituito per legge, che poteva quindi in qualsiasi momento prenderne visione. Ed era a disposizione anche dell'autorità italiana perché il governo italiano viene informato sempre delle carte depositate».
Le due donne che hanno aiutato Berlusconi a registrare il giudice Franco, e le cui voci si sentono distintamente negli audio, sono state identificate?
«Credo si tratti di due povere segretarie. Ma non so proprio chi fossero».
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L'ex procuratore «smemorato» sui contratti di lavoro del fratello avvocato e sui rapporti con 5 indagati dal suo stesso ufficio. Giovanni Salvi, titolare dell'azione disciplinare sul pm Stefano Fava, dovrà adesso rivedere gli atti di quando era pg della Capitale.«Area sbaglia sull'audio, è a Strasburgo da 5 anni». Niccolò Ghedini, il difensore di Silvio Berlusconi: «Le toghe progressiste non sanno di che cosa parlano. Grave interferenza con il nostro ricorso».Lo speciale comprende due articoli. Il procuratore generale della Corte di Cassazione Giovanni Salvi, quando ricopriva l'incarico di Pg della Corte d'appello di Roma sembra essersi bevuto più di un'amnesia del già procuratore di Roma Giuseppe Pignatone che, prima di andare in quiescenza, gli comunicò solo qualche profilo di potenziale incompatibilità in alcuni fascicoli scottanti che la Procura di Roma stava trattando. In un provvedimento datato 9 aprile 2019 Salvi, infatti, valutò: «Va solo conclusivamente rilevato che il dottor Pignatone rappresentò correttamente a questo ufficio tutti i profili di potenziale incompatibilità di sua iniziativa e non appena ne venne a conoscenza informandone peraltro i magistrati del suo ufficio». Un'affermazione, contenuta in un documento ufficiale, che, però, appare cozzare con una serie di evidenze. Il fratello di Pignatone, l'avvocato Roberto, è stato consulente di almeno tre indagati coinvolti (anche se Salvi nei suoi scritti dà atto che sono due) in un fascicolo del suo ufficio, quello sulla corruzione al Consiglio di Stato, con al centro la figura del faccendiere Piero Amara (oltre che per Amara, lavorò come consulente per Ezio Bigotti e per Pietro Balistreri). Inoltre Pignatone aveva rapporti personali, come da lui stesso ammesso, con altri due indagati, Riccardo Virgilio, ex presidente di una sezione del Consiglio di Stato, e il lobbista Fabrizio Centofanti. In tutto, quindi, lui e il fratello avevano incrociato cinque indagati dell'inchiesta sulle sentenze comprate. Qualche informazione però non sembra essere arrivata in Procura generale. Il 19 marzo 2019, infatti, Pignatone scrisse al pm Stefano Fava (autore di un esposto al Csm sui presunti conflitti d'interesse del suo capo, dal quale è scaturito un procedimento disciplinare a carico dello stesso Fava): «Ribadisco quanto affermato durante la riunione del 5 corrente mese con i colleghi (...) e cioè di essere sicuro di aver informato la signoria vostra a suo tempo, e cioè nella seconda metà del 2016 quando divennero oggetto di indagini Amara ed Ezio Bigotti, dell'esistenza di rapporti professionali peraltro già cessati tra il Bigotti e mio fratello avvocato Roberto Pignatone». E proprio in quella comunicazione sottolineò che «di tutto era stato informato tempestivamente il procuratore generale». Ovvero Salvi. «Che», aggiunse Pignatone, «con suo provvedimento del 3 luglio 2017 ha ritenuto che non ci fosse alcun elemento che rendesse opportuna, o tanto meno necessaria, la mia astensione». Qualcosa, però, sembra non tornare. Nella richiesta di astensione datata 17 maggio 2017 Pignatone affermò che «in epoca di poco successiva (all'arresto del fratello di Centofanti, avvenuto il 4 maggio 2016, ndr) sono emersi a carico di Fabrizio Centofanti indizi di reità (...). Subito dopo l'estate 2016 la figura di Centofanti è emersa in altro procedimento penale». Ma Pignatone, per quanto riguarda Centofanti, avrebbe dovuto essere informato già a maggio 2016, e per gli altri indagati dalla seconda metà del 2016. Ha inoltrato la richiesta di astensione, però, il 17 maggio 2017, dopo aver adottato atti proprio nei confronti di Amara: assegnò un'informativa di reato che riguardava Amara e Bigotti il 14 novembre 2016 e, il 19 dicembre 2016, coassegnò a più sostituti il procedimento che riguardava Amara. Ma c'è ancora qualche tassello fuori posto. Nella richiesta di astensione del 26 marzo 2019 Pignatone comunicò: «Aggiungo per precisione che dai controlli eseguiti è risultato che la prima iscrizione nel registro degli indagati per Amara è avvenuta in data 16 gennaio 2017 e per Bigotti in data 19 gennaio 2017, mentre le operazioni di intercettazione nei loro confronti sono cominciate rispettivamente il 24 novembre 2016 e il 30 gennaio 2017». In realtà, Amara è stato iscritto il 18 novembre 2016. Come poteva essere intercettato dal 24 novembre 2016 senza essere stato iscritto come indagato? Il nome di Centofanti, insomma, arrivò a Pignatone già nel maggio 2016 ma la richiesta di astensione risale al 17 maggio 2017. Il 26 marzo 2019, poi, chiese di nuovo di astenersi, allegando un progetto di parcella emesso dal fratello nei confronti della Nico Spa, «riconducibile al Bigotti», scrisse Pignatone. In realtà la Nico è riconducibile a un altro indagato: Balistrieri, anche lui cliente dell'avvocato Amara. La società di Bigotti era invece la Sti (che ha conferito incarichi al fratello Roberto). Pignatone, quindi, non ha comunicato al Pg che Balistrieri aveva conferito incarichi al fratello. E lo stesso sembra aver fatto per Virgilio, sebbene ne diede comunicazione ai suoi sostituti. Del rapporto con Centofanti ha riferito con un anno di ritardo; dei rapporti di suo fratello con Amara ha riferito con circa otto mesi di ritardo. E infine non ha mai comunicato al pg di avere adottato atti nei confronti di Amara in costanza dei rapporti che l'avvocato intratteneva con il fratello. E Salvi? Con il cambio di ruolo è diventato titolare dell'azione disciplinare su Fava. E sarà costretto a riguardare i suoi stessi atti. 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Se quella registrazione è falsa lo appurerà la Corte europea per i diritti dell'uomo, mica loro. Ma perché dovrebbe esserlo? Non c'è ragione. Quelli di Area fanno un errore di fondo: le registrazioni di Franco sono nella disponibilità della Corte europea da cinque anni. È una cosa gravissima che la magistratura italiana voglia intervenire su un atto procedimentale di un'autorità sovranazionale. Berlusconi ha accettato la condanna, ha scontato la pena a Cesano Boscone, non ha rotto le scatole a nessuno. Semplicemente ha portato all'attenzione del giudice sovranazionale il fatto che a suo parere, e a parere dei suoi difensori, non ha avuto un giudice super partes. Tra le tante cartucce a sua disposizione aveva una registrazione dove uno dei giudici dice che il giudizio non è stato imparziale. Se sia vero lo deciderà la Corte europea, mica i giudici italiani…». Avete approfittato del clima anti toghe creato dal caso Palamara per fare la denuncia? «Non c'entra un tubo. Glielo ripeto, quella cosa lì era depositata da cinque anni. Nelle scorse settimane abbiamo fatto l'ennesimo sollecito, come ogni sei-sette mesi. Dopodiché, in un momento in cui c'è molta attenzione sulle questioni legate alla magistratura, un giornalista attento ha recuperato gli atti del nostro procedimento, visto che le carte depositate alla Corte europea sono tutte pubbliche. Per questo le insinuazioni di Area sono una follia. Hanno sempre detto che Berlusconi non voleva farsi processare e Berlusconi è stato processato. Noi a quell'epoca avremmo potuto tirare fuori le registrazioni quando Berlusconi era in affidamento in prova ai servizi sociali, ma lui non ha voluto. Così le abbiamo prodotte davanti alla Corte europea e Franco era ancora vivissimo quando gli atti sono andati alla Cedu». Quindi le trascrizioni non le avete tirate fuori solo adesso che Franco è morto? «Adesso abbiamo depositato l'audio. Noi abbiamo dato fin dall'inizio la disponibilità delle trascrizioni e abbiamo detto alla Corte europea: se volete le registrazioni sono qui. La memoria aggiuntiva di aprile riguardava al 90% la sentenza civile che ci ha dato recentemente ragione. Dopodiché abbiamo detto: comunque ricordatevi la vicenda del giudice Franco che purtroppo è deceduto e non l'avete sentito. E a questo punto gli abbiamo dato anche l'audio. Certo se l'avessero convocato prima avrebbero potuto ascoltare la sua versione dalla sua viva voce». Dunque la Corte europea per i diritti dell'uomo aveva da anni la possibilità di visionare questo materiale? «Avevamo solo chiesto che le trascrizioni non fossero rese pubbliche, ma erano narrate all'interno dell'atto a disposizione del giudice naturale precostituito per legge, che poteva quindi in qualsiasi momento prenderne visione. Ed era a disposizione anche dell'autorità italiana perché il governo italiano viene informato sempre delle carte depositate». Le due donne che hanno aiutato Berlusconi a registrare il giudice Franco, e le cui voci si sentono distintamente negli audio, sono state identificate? «Credo si tratti di due povere segretarie. Ma non so proprio chi fossero».
Il busto reliquiario di Sant'Agata a Catania (Getty Images)
Perdona loro. Nel capolavoro di Giambattista Tiepolo, Sant’Agata allarga le braccia e alza gli occhi al cielo. Lo sta facendo anche adesso, mentre commenta con la dolente postura la decisione di una scuola siciliana di annullare la visita alla sua reliquia per paura dei ruggiti dell’Uaar. Sarebbe l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, infuriata anche solo all’idea che maestre e bambini dedichino mezza mattinata a un atto di cultura e devozione popolare millenario, nel nome di una delle sante più celebrate, raffigurate, pregate del mondo.
La faccenda è surreale e la crociata degli atei (ossimoro voluto) ha toni da Robespierre. Tutto comincia qualche giorno fa, quando il preside dell’istituto comprensivo (elementari e medie) «Federico De Roberto» di Zafferana Etnea, in provincia di Catania, decide di far partecipare la scuola alle celebrazioni di Sant’Agata, culminate con l’arrivo in paese di una reliquia (il braccio della santa) alla parrocchia di Santa Maria della Provvidenza, portata in pompa magna dall’arcivescovo Luigi Renna. L’evento, molto partecipato, si inserisce nel programma per il nono centenario della traslazione delle reliquie a Catania da Costantinopoli, dov’erano state trafugate quasi mille anni fa fra la disperazione generale, poiché Sant’Agata era ed è considerata nella tradizione cristiana la principale protettrice dalle eruzioni dell’Etna che balugina lassù.
Giusto o sbagliato, è così da sempre nel segno della storia e dell’identità. Ma vallo a spiegare agli atei, agli agnostici e agli Odifreddi boys che al solo sentire il nome di Cristo innalzano roghi, mentre su Maometto sono molto più distratti, non si sa mai. Tornando a Zafferana, il preside organizza la visita nei dettagli: le elementari con tulipano bianco, le medie con fazzoletto bianco. Ovviamente tutto facoltativo, chi non fosse interessato rimane in classe a seguire le lezioni. Ebbene, il numero uno dell’istituto non riesce neppure a divulgare la circolare. L’Unione degli atei, sezione di Catania, interviene preventivamente con una diffida, minaccia denunce per «violazione del principio di laicità delle scuole pubbliche» ed entra in modalità trincea permanente.
La santa patrona diventa un casus belli, il preside Salvatore Musumeci è costretto a tornare sui suoi passi e a revocare la circolare. Forse indotto dal silenzio accondiscendente delle istituzioni locali (il sindaco Salvatore Russo è un civico sostenuto dal Pd) e dalle stesse autorità religiose, da tempo più inclini ad appiattirsi sulle ragioni dei senza Dio piuttosto che difendere la fede. Così l’Uaar può cantare vittoria: «Quella decisione era illegittima. Gli atti di culto in orario scolastico sono infatti vietati, come chiarito da norme e sentenze, definitiva quella del Consiglio di Stato del 27 marzo 2017». Il crinale è impervio e la distinzione fra atto di culto in classe e gita in parrocchia a vedere una reliquia abbastanza evidente.
È curioso notare la muscolare alzata di scudi da parte di chi predica ogni tipo di libertà (tranne quelle degli altri) in nome di un laicismo che tende all’assolutismo. L’Uaar è famosa per le sue battaglie frontali contro la religione cattolica: lo sbattezzo, la lotta contro il crocifisso negli edifici pubblici, l’ora di religione, gli slogan provocatori sui bus. A Zafferana gli atei scatenati non si risparmiano neppure un dettaglio imbarazzante: «La visita non avrebbe nemmeno tenuto conto dei risvolti macabri, dato che l’oggetto esposto sarebbe il braccio del cadavere di Sant’Agata». Siamo al «cadaverino appeso fra due legnetti» televisivo di Adel Smith. C’è gente da 23 anni con lo sguardo nello specchietto retrovisore.
Con un dettaglio in più. Il progressista illuminato, impegnato a bollare come oscurantista il ministro Giuseppe Valditara dopo la decisione di non autorizzare in automatico le lezioni genderfluid a scuola, sembra del tutto silente riguardo al diktat imposto da un’associazione di parte all’esercizio della libertà altrui di partecipare a un evento popolare inserito da secoli nel contesto sociale del territorio. Il preside avrebbe potuto tenere duro ma deve avere fiutato l’aria. Nessuna intenzione di rimanere solo e con il cerino acceso in mano. Alla fine, si è limitato a precisare al quotidiano La Sicilia: «Nessuno ha imposto niente. Gli alunni che, a seguito del parere contrario dei genitori, non volevano partecipare alla visita sarebbero rimasti in classe a fare lezione, all’insegna della piena libertà». Parola sconosciuta ai liberal per decreto.
Così Sant’Agata, celebrata dalle processioni e dalle candelore in Sicilia e in tutto il mondo dove un emigrante abbia lasciato il seme della devozione, non può essere avvicinata dai bambini e dai ragazzi di Zafferana in orario scolastico. Mentre l’Etna distratto sta a guardare. La leggenda vuole che nell’antichità il vulcano abbia inghiottito Empedocle risputandone per sdegno un calzare. Era un filosofo pagano che si credeva un dio. Praticamente un ateo.
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La ripartizione dei fondi del Southern Poverty Law Center (Getty Images)
Scusi lei è del Ku Klux Klan? E vuole ritirarsi? Ma come si permette? E lei pure? Ma siete matti? Se voi vi ritirate noi come facciamo a vivere? Immaginiamo lo sgomento per gli attivisti della Ong antirazzista e buonista di Montgomery, in Alabama, di fronte a quei due uomini che volevano deporre cappuccio e tunica bianca. In un attimo hanno visto svanire ricche offerte e donazioni, un business da milioni di dollari. Se quelli del Ku Klux Klan si arrendono saremo ridotti sul lastrico, devono aver pensato i sedicenti nemici del Ku Klux Klan. I professionisti dell’antirazzismo, si sa, hanno bisogno del razzismo per sopravvivere. E così in mancanza di meglio, ecco l’idea geniale e l’offerta indecente: se non vi ritirate vi paghiamo noi. Affare fatto. «1.200 dollari al mese per continuare a essere membri del Ku Klux Klan». Veri razzisti in nome dell’antirazzismo.
Così i due incappucciati hanno ritrovato lo smalto cattivo di un tempo, grazie ovviamente ai soldi dei «buoni». I quali «buoni» non contenti di finanziare due membri del Ku Klux Klan (in codice chiamati F31 e F32), hanno finanziato anche: la pubblicazione di «materiale razzista», altra «letteratura estremista», le manifestazioni suprematiste, i «motociclisti sadici», il Gran Mago del Ku Klux Klan, la creazione di nuove sezioni del Ku Klux Klan, ma soprattutto (badate bene) l’acquisto di tuniche bianche e cappucci per i membri del Ku Klux Klan nonché «il rogo delle croci» del Ku Klux Klan con relativa fornitura di «legna e carburante». Non è straordinario? Il rogo delle croci finanziato dalla Ong antirazzista, legna e carburante compresi. L’antirazzismo è un sentimento che infiamma, si sa. Ma mai avremmo pensato che sarebbe arrivato ad un passo dall’infiammare le case dei neri.
Che ci volete fare? Io lo dico da un pezzo: attenti ai buoni. «Quando ci si dichiara solidali con gli altri in genere è per prendergli qualcosa», diceva Vilfredo Pareto. Ed Ennio Flaiano aggiungeva: «Tutti quelli che rubano, devono far mostra di amare il prossimo e di temere Iddio». Ora, per stare al passo con il tempo, tutti quelli che rubano devono anche mostrarsi antirazzisti. La Ong Splc (Southern poverty law center) di Montgomery in Alabama è infatti sotto accusa per frode, false dichiarazioni e cospirazione finalizzata al riciclaggio di denaro. In pratica chiedeva offerte per combattere il razzismo e con quel denaro invece finanziava i razzisti. Per altro non poco: secondo gli inquirenti dal 2014 al 2023 avrebbe versato nelle casse del Ku Klux Klan la bellezza di 3 milioni di dollari. Tutti soldi dei donatori, che si sono così trasformati in finanziatori dell’estremismo a loro insaputa. Poveretti: pensavano fosse amore invece era il rogo di una croce…
La Ong Splc, per altro, era l’emblema dei buoni in eterna lotta contro i cattivi. Sul suo sito c’erano parole durissime contro il Ku Klux Klan, «antico e famigerato gruppo di odio», pronto ad attaccare non solo gli afroamericani ma anche «ebrei, immigrati e membri della comunità Lgbtq+». Ovviamente, tutta colpa di Donald: «l’agenda anti-immigrazione e anti-diversità dell’amministrazione Trump» rende «l’impero invisibile» del male incappucciato ancora più preoccupante, scrivono infatti i buonisti. E avvertono: guai a «liquidarlo come una reliquia». Le tuniche bianche, infatti, hanno ricominciato «a distribuire volantini e reclutare nuovi membri». Informazione assai precise, in effetti: il Ku Klux Klan ha ricominciato a distribuire volantini e a reclutare nuovi membri, come sostiene l’Ong antirazzista. Peccato che l’abbia fatto con i soldi dell’Ong antirazzista. Da lei finanziato e incoraggiato. Altrimenti, si capisce: se il Ku Klux Klan non si dimostra attivo e pericoloso, chi è che fa donazioni ai gruppi anti Ku Klux Klan? La tattica un filo spregiudicata ha dato però frutti abbondanti: fra il 2010 e il 2023 le entrate di Splc sono infatti aumentate da 38,7 a 129 milioni di dollari. Una crescita del 233%. Poi dici che questi buonisti non sanno difendere i valori…
Forse i valori morali non sono pari ai valori economici, ma pazienza. Di fronte alle nuove e circostanziate accuse del Dipartimento americano della giustizia, la Ong buonista infatti non ha fatto un plissé. Anzi, ha mandato avanti i suoi avvocati per protestare contro la fuga di notizie. «Come è possibile che i giornalisti abbiano avuto una copia non firmata e non timbrata dell’atto d’accusa?», si sono chiesti, manco fossero iper garantisti del Parlamento italiano. L’ufficio del Procuratore del distretto dell’Alabama non ha risposto, per ora. Ma appare evidente che la fuga di notizie, per quanto grave, è pur sempre meno grave delle notizie che sono fuggite. E cioè che un’organizzazione antirazzista ha finanziato con 3 milioni di euro i razzisti del Ku Klux Klan per poter continuare a incassare più donazioni fregando i donatori. E oserei dire che la fuga delle notizie è un bene, in questo caso, altrimenti oggi tante persone perbene continuerebbero a dare soldi a Splc, convinti di finanziare un’opera buona, mentre invece stanno finanziando i motociclisti sadici e il rogo delle croce, legna e combustibile compresi. Piuttosto: siamo sicuri che questo metodo non sia applicato anche da altre associazioni buoniste? Urge indagare. L’allarmismo rende, il business è grande. E si sa che non sempre i ricchi, in nome dell’antirazzismo, fanno donazioni. Ma di sicuro, in nome dell’antirazzismo, le donazioni fanno i ricchi.
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