True
2019-07-05
Ricatto dalla Libia per la gioia delle Ong: «Pronti a rifilarvi oltre 8.000 migranti»
Ansa
Il bombardamento che ha causato oltre 100 vittime in un centro di accoglienza e detenzione di migranti a Tripoli era sospetto fin dall'inizio. Le forze del Colonnello Khalifa Haftar hanno da subito ammesso la paternità, sostenendo di aver sbagliato: erano convinti si trattasse di mercenari. Ciò che da subito si è però reso palese è l'uso politico altrettanto spregiudicato che ne ha fatto il capo del governo della Cirenaica. Il vero obiettivo è colpire la leadership italiana, anzi le scelte di gestione dei flussi migratori targate Matteo Salvini. Ora il colonnello Haftar è uscito allo scoperto, anche se per bocca di un suo sottoposto: «Lanciamo un appello al mondo intero e all'Unione europea a porre fine alla politiche razziste del ministro dell'Interno italiano» che «in collaborazione con l'incostituzionale consiglio presidenziale» di Fayez Al Serraj sono «la ragione principale dell'accumulo di migranti nella regione occidentale della Libia», ha affermato il generale Mohamed Al Manfour, comandante delle forze aeree dell'Esercito nazionale libico. Secondo Al Manfour, le politiche di Salvini hanno causato il «rimpatrio forzato di migranti in Libia», facendoli tornare «ancora una volta nelle mani degli stessi trafficanti di esseri umani da cui sono fuggiti» e ricollocandoli «tra carri armati e depositi di munizioni in quello che altro non è che una palese violazione delle regole basilari dei diritti umani e dei valori umani». Al netto del paradosso sottostante, (forze armate che bombardano civili e accusano il governo italiano di essere razzista), il tentativo in atto mira a indebolire l'attività leghista per cercare di aprire un varco diplomatico e spingere Roma ad abbandonare il governo di Tripoli, sostenuto fin dai tempi di Marco Minnniti al Viminale. Gli uomini della Cirenaica conoscono bene l'Italia le dinamiche che la riguardano. Sanno che accusare Salvini di razzismo basta a coagulare tutte le forze anti Lega. E così le accuse degli uomini di Haftar sfondano il muro immaginario del Mediterraneo, arrivano fino all'aula del Parlamento e sulle pagine dei giornali. A cominciare da Avvenire, che ieri ha dedicato l'apertura al tema e, in pratica ha ribaltato la frittata. Se si bombardano i centri per migranti, la Libia è un porto insicuro. Solo Salvini sostiene il contrario. Di conseguenza i porti vanno riaperti. la condanna di Avvenire è tutta diretta al leader leghista. Quasi nulla nei confronti di Haftar, nonostante chiunque possa valutare l'uso spregiudicato che fa delle bombe. La cieca opposizione politica a Salvini tiene però bordone ad Haftar, senza che Avvenire partecipi alla distribuzione delle cedole. Il colonnello della Cirenaica desidera prendere il potere e conquistare la cassa, in mano al fondo sovrano di Tripoli. Lo fa con la forza, ma in Libia non esistono mezze misure. La sinistra italiana che beneficio avrà da tutto ciò?
La domanda è retorica perché la risposta è una sola: farsi usare dai leader libici e schiantarsi contro il muro del buon senso (e quello delle prossime elezioni). Chi invece ha le idee chiare sono i rappresentanti delle Ong, forti di un argomento in più per sostenere che la Libia non potrà mai essere un porto sicuro. Ma ancor più delle Ong, chi ha capito di dover cogliere al volo l'opportunità scaturita dal bombardamento è il governo di Tripoli. Il ministro dell'Interno della Libia, Fathi Bashagha, ha dichiarato che di avere il compito di proteggere i civili, ma che colpire i centri di detenzione in cui sono rinchiusi i migranti va oltre ogni capacità di offrire protezione: «Il governo di accordo nazionale è obbligato a proteggere tutti i civili, ma gli attacchi verso i centri di detenzione dei migranti da parte dei caccia F16 sono al di là della capacità governativa di proteggerli», ha dichiarato Bashagha ai media locali. Gli stessi quotidiani hanno riferito l'intenzione del governo di accordo nazionale di chiudere i centri di detenzione e liberare tutti i migranti che vi sono detenuti. Almeno 8.000 persone, secondo le stime dell'Unhcr, che si troverebbero improvvisamente libere di imbarcarsi verso l'Italia. Il governo di Al Serraj teme che la Lega - e il nostro governo in generale - possa aprire un dialogo diretto con Haftar. Salvini sa che senza porti sicuri il decreto Sicurezza bis salterebbe per aria. Con la minaccia di liberare migliaia di immigrati, Al Serraj manda il suo personale pizzino: non trattate con la Cirenaica, Tripoli deve rimanere l'unico interlocutore.
La sinistra non comprende che c'è una partita a scacchi in atto, osserva il dito e ignora addirittura che esista la luna. Fare da sponda ai due governi libici in un momento come questo significa usare i migranti e - moralmente - essere complici. Soprattutto significa rendere ancora più complicato per l'Italia prendere una posizione precisa nel perimetro internazionale. Ieri la Turchia ha condannato apertamente le mosse di Haftar.
Quest'ultimo ha chiesto agli Emirati Arabi di tornare a sostenerlo e - a quanto risulta - avrebbe ricevuto una porta in faccia. Significa che l'alleanza filo Cirenaica si sta spezzando. Bisognerebbe discutere su come agire d'imperio sulla Libia e chiedere anche alla Francia e agli Stati Uniti di svelare le carte. Se invece ci lasciamo trascinare dalle strategie altrui, saremo sempre vittima del Mediterraneo e mai promotori di un rilancio.
Carola nell’Arcigay ad honorem in attesa di finire davanti ai giudici
Carola Rackete è diventata un comandante fantasma: si trova, come hanno spiegato i responsabili di Sea Watch, in una località segreta, manco fosse un collaboratore di giustizia minacciato dalla mafia, in attesa dell'interrogatorio al quale verrà sottoposta, il prossimo 9 luglio, dai pm di Agrigento, che l'hanno iscritta nel registro degli indagati per l'ipotesi di reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.
La Rackete resta indagata anche per rifiuto di obbedienza a nave da guerra, resistenza o violenza contro nave da guerra e navigazione in zone vietate, anche se il gip agrigentino Alessandra Vella ne ha disposto la scarcerazione.
Non è dato sapere se la notizia la entusiasmerà, ma la Rackete ieri ha ricevuto la qualifica di «socia benemerita» dalla sezione padovana dell'Arcigay.
Ieri, in un'intervista al Corriere della Sera, il premier Giuseppe Conte ha sostanzialmente confermato la sua posizione riguardo l'affare Sea Watch, perfettamente in linea con quella del ministro dell'Interno Matteo Salvini: «Come uomo di diritto», ha argomentato Conte, «rispetto il ruolo del magistrato, anche se ritengo che i provvedimenti di un magistrato possano essere criticati e, se ritenuti ingiusti, impugnati. Rimane un dato che mi ha lasciato fortemente perplesso: il comportamento di chi fa un uso politico strumentale di vicende che coinvolgono vite umane, e ritiene che tra tanti porti del Mediterraneo, l'unico sicuro debba essere un porto italiano. Fino al punto di stazionare per oltre due settimane», ha aggiunto Conte, «e arrivare a forzare l'ingresso in un nostro porto».
A proposito di Salvini, ieri il ministro dell'Interno ha pubblicato sui social network vari post che fanno riferimento al caso Sea Watch. Commentando alcune indiscrezioni sull'amarezza della Guardia di Finanza per la scarcerazione della Rackete, il leader della Lega si è rivolto ai finanzieri: «Il popolo sta con voi». E poi: «Sentenza di condanna a 16 mesi di carcere», ha scritto Salvini in un altro post, «a un uomo che speronò una motovedetta della Guardia di Finanza, considerata nave da guerra. Ma quella persona non si chiamava Carola».
Tra i tanti attestati di stima e incoraggiamenti, ieri Salvini ha ricevuto quello del musicista Marco Castoldi, in arte Morgan: «Lasciamo lavorare Salvini. Un governo», ha detto il cantante alla Adnkronos, «eredita una situazione, magari ha tante buone idee ma non è facile metterle in pratica. Per cui non rompiamo i coglioni a Salvini, lasciamolo lavorare. È stato eletto dal popolo, ha un mandato e segue la sua logica governativa. Salvini in questo momento ha un compito molto gravoso. Le cose non nascono dal nulla: ci sono organizzazioni umanitarie, sociali e politiche che organizzano delle navi che vanno a raccogliere in mezzo al mare persone su delle barchette. Perché tutti i governi europei», ha aggiunto Morgan, «non parlano con queste organizzazioni umanitarie? Perché non capiscono che bisogna evitare disastri organizzando le cose prima che accada il peggio? Bisogna lavorare sulle cause non sui sintomi».
Tra le tante considerazioni sulla vicenda, particolarmente interessante la provocazione di Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera di Fratelli d'Italia: «Se secondo la Procura di Agrigento», ha detto Rampelli, «la capitana Carola non ha commesso reati ed era pienamente legittimata ad approdare a Lampedusa, allora ci aspettiamo che la magistratura apra subito un'inchiesta a carico della Guardia di Finanza e dei ministri che hanno illegittimamente tentato di impedirne lo sbarco». Al ministro dell'Interno tedesco, Horst Seehofer, in un'intervista sull'Augsburger Allgemeine, è stato chiesto di commentare l'arresto della Rackete: «Siamo sempre pronti», ha risposto Seehofer, «a dire agli altri Paesi cosa stanno facendo di sbagliato. La decisione su ciò che accade al capitano deve essere presa dalla magistratura italiana. Il grande scandalo in questo caso sta nel fatto che l'Unione europea abbia fallito catastroficamente sulla politica dei rifugiati».
Sperona la Finanza ma non ha i rasta: 16 mesi
La legge è uguale per tutti, ma qualcuno è più uguale degli altri. Ieri, su Twitter, Matteo Salvini ha ricordato un episodio accaduto 13 anni fa: un uomo che speronò una motovedetta della Guardia di finanza, proprio come la capitana Carola Rackete e che però fu condannato a 16 mesi di carcere perché... l'imbarcazione dei finanzieri fu considerata nave da guerra.
Un criterio di giudizio ben diverso, insomma, da quello applicato dal gip di Agrigento, Alessandra Vella, nei confronti della comandante della Sea Watch 3, scarcerata anche perché la motovedetta della Gdf quasi speronata dalla nave Ong era in acque territoriali italiane. E dunque, a suo parere, non poteva essere considerata in assetto bellico. Decaduto, dunque, il reato di resistenza a nave da guerra.
Ma cosa successe oltre un decennio fa? Era il marzo del 2002. I finanzieri di stanza a Chioggia stavano effettuando un controllo sui pescatori di molluschi di frodo. Trovarono, si legge nella sentenza di Cassazione, emessa appunto nel 2006, «un gruppo di imbarcazioni» e tentarono di abbordarne una. La nave, però, «dopo l'intimazione di alt si era data alla fuga a luci spente ed era riuscita a speronare l'unità militare, provocandone la rottura dell'elica». Ma prima che il pescatore di frodo sparisse nella notte, gli agenti erano riusciti ad annotare «il numero di matricola, il tipo e il colore». Per farla breve: proprietario identificato e trascinato in tribunale. E indovinate un po' cosa disse la Cassazione nel 2006? Che era corretto idetificare la motovedetta delle Fiamme gialle come «nave da guerra». Non a caso, all'imprudente conducente del peschereccio era stato contestato il reato di «resistenza e violenza contro una nave da guerra». In acque italianissime, al largo di Chioggia.
Peccato solo che il signor P.F. (nel dispositivo della sentenza sono indicate soltanto le iniziali) fosse appunto il signor P.F. e non la signorina C.R., ovvero Carola Rackete. La quale ha i rasta, non ha fatto la pescatrice di molluschi, ma di uomini. Li ha tenuti in mare aperto per due settimane, anziché andare alla ricerca di un altro porto sicuro. E a un certo punto, in piena scienza e coscienza, ha deciso di forzare il blocco navale legittimato dal decreto Sicurezza bis e avallato anche dalla Corte europea dei diritti dell'uomo.
Certo, il gip Vella ha sostenuto che i reati eventualmente commessi dalla Rackete sono giustificati dallo stato di necessità. Emergenza evidentemente assente nel caso del pescatore di frodo che stava cercando di imbarcare, ovvero, di rubare, un po' di gamberetti. Ma è pur vero che lo «stato d'emergenza» umanitaria si crea, se, appunto, si rimane al largo di Lampedusa per 15 giorni perché si vuole a tutti i costi entrare in Italia.
Ma se la magistratura gioca brutti scherzi a Matteo Salvini (e al 34% di italiani che lo sostiene, peraltro legittimamente, visto che il dl Sicurezza è costituzionale), anche il Movimento 5 stelle non è da meno.
In Aula, infatti, i grillini hanno proposto un emendamento pro Ong al decreto Sicurezza bis. Ira del sottosegreatio leghista al Viminale, Nicola Molteni: «I pentastellati ci dicano da che parte stanno: con la legge e la legalità oppure con i trafficanti di esseri umani che umiliano l'Italia e le nostre forze dell'ordine.
Continua a leggereRiduci
Il governo di Fayez Al Serraj ricatta Roma sfruttando i missili di Khalifa Haftar. Avvenire incolpa Matteo Salvini, come se fosse stato lui a sparare.Carola Rackete andrà in tribunale martedì. Marco Castoldi, in arte Morgan col Viminale: «Fateli lavorare, non rompete i c...».Pescatore condannato: come la Sea Watch, urtò una motovedetta. La Cassazione: «Era nave da guerra».Lo speciale contiene tre articoli.Il bombardamento che ha causato oltre 100 vittime in un centro di accoglienza e detenzione di migranti a Tripoli era sospetto fin dall'inizio. Le forze del Colonnello Khalifa Haftar hanno da subito ammesso la paternità, sostenendo di aver sbagliato: erano convinti si trattasse di mercenari. Ciò che da subito si è però reso palese è l'uso politico altrettanto spregiudicato che ne ha fatto il capo del governo della Cirenaica. Il vero obiettivo è colpire la leadership italiana, anzi le scelte di gestione dei flussi migratori targate Matteo Salvini. Ora il colonnello Haftar è uscito allo scoperto, anche se per bocca di un suo sottoposto: «Lanciamo un appello al mondo intero e all'Unione europea a porre fine alla politiche razziste del ministro dell'Interno italiano» che «in collaborazione con l'incostituzionale consiglio presidenziale» di Fayez Al Serraj sono «la ragione principale dell'accumulo di migranti nella regione occidentale della Libia», ha affermato il generale Mohamed Al Manfour, comandante delle forze aeree dell'Esercito nazionale libico. Secondo Al Manfour, le politiche di Salvini hanno causato il «rimpatrio forzato di migranti in Libia», facendoli tornare «ancora una volta nelle mani degli stessi trafficanti di esseri umani da cui sono fuggiti» e ricollocandoli «tra carri armati e depositi di munizioni in quello che altro non è che una palese violazione delle regole basilari dei diritti umani e dei valori umani». Al netto del paradosso sottostante, (forze armate che bombardano civili e accusano il governo italiano di essere razzista), il tentativo in atto mira a indebolire l'attività leghista per cercare di aprire un varco diplomatico e spingere Roma ad abbandonare il governo di Tripoli, sostenuto fin dai tempi di Marco Minnniti al Viminale. Gli uomini della Cirenaica conoscono bene l'Italia le dinamiche che la riguardano. Sanno che accusare Salvini di razzismo basta a coagulare tutte le forze anti Lega. E così le accuse degli uomini di Haftar sfondano il muro immaginario del Mediterraneo, arrivano fino all'aula del Parlamento e sulle pagine dei giornali. A cominciare da Avvenire, che ieri ha dedicato l'apertura al tema e, in pratica ha ribaltato la frittata. Se si bombardano i centri per migranti, la Libia è un porto insicuro. Solo Salvini sostiene il contrario. Di conseguenza i porti vanno riaperti. la condanna di Avvenire è tutta diretta al leader leghista. Quasi nulla nei confronti di Haftar, nonostante chiunque possa valutare l'uso spregiudicato che fa delle bombe. La cieca opposizione politica a Salvini tiene però bordone ad Haftar, senza che Avvenire partecipi alla distribuzione delle cedole. Il colonnello della Cirenaica desidera prendere il potere e conquistare la cassa, in mano al fondo sovrano di Tripoli. Lo fa con la forza, ma in Libia non esistono mezze misure. La sinistra italiana che beneficio avrà da tutto ciò? La domanda è retorica perché la risposta è una sola: farsi usare dai leader libici e schiantarsi contro il muro del buon senso (e quello delle prossime elezioni). Chi invece ha le idee chiare sono i rappresentanti delle Ong, forti di un argomento in più per sostenere che la Libia non potrà mai essere un porto sicuro. Ma ancor più delle Ong, chi ha capito di dover cogliere al volo l'opportunità scaturita dal bombardamento è il governo di Tripoli. Il ministro dell'Interno della Libia, Fathi Bashagha, ha dichiarato che di avere il compito di proteggere i civili, ma che colpire i centri di detenzione in cui sono rinchiusi i migranti va oltre ogni capacità di offrire protezione: «Il governo di accordo nazionale è obbligato a proteggere tutti i civili, ma gli attacchi verso i centri di detenzione dei migranti da parte dei caccia F16 sono al di là della capacità governativa di proteggerli», ha dichiarato Bashagha ai media locali. Gli stessi quotidiani hanno riferito l'intenzione del governo di accordo nazionale di chiudere i centri di detenzione e liberare tutti i migranti che vi sono detenuti. Almeno 8.000 persone, secondo le stime dell'Unhcr, che si troverebbero improvvisamente libere di imbarcarsi verso l'Italia. Il governo di Al Serraj teme che la Lega - e il nostro governo in generale - possa aprire un dialogo diretto con Haftar. Salvini sa che senza porti sicuri il decreto Sicurezza bis salterebbe per aria. Con la minaccia di liberare migliaia di immigrati, Al Serraj manda il suo personale pizzino: non trattate con la Cirenaica, Tripoli deve rimanere l'unico interlocutore. La sinistra non comprende che c'è una partita a scacchi in atto, osserva il dito e ignora addirittura che esista la luna. Fare da sponda ai due governi libici in un momento come questo significa usare i migranti e - moralmente - essere complici. Soprattutto significa rendere ancora più complicato per l'Italia prendere una posizione precisa nel perimetro internazionale. Ieri la Turchia ha condannato apertamente le mosse di Haftar. Quest'ultimo ha chiesto agli Emirati Arabi di tornare a sostenerlo e - a quanto risulta - avrebbe ricevuto una porta in faccia. Significa che l'alleanza filo Cirenaica si sta spezzando. Bisognerebbe discutere su come agire d'imperio sulla Libia e chiedere anche alla Francia e agli Stati Uniti di svelare le carte. Se invece ci lasciamo trascinare dalle strategie altrui, saremo sempre vittima del Mediterraneo e mai promotori di un rilancio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ricatto-dalla-libia-per-la-gioia-delle-ong-pronti-a-rifilarvi-oltre-8-000-migranti-2639088662.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="carola-nellarcigay-ad-honorem-in-attesa-di-finire-davanti-ai-giudici" data-post-id="2639088662" data-published-at="1770441274" data-use-pagination="False"> Carola nell’Arcigay ad honorem in attesa di finire davanti ai giudici Carola Rackete è diventata un comandante fantasma: si trova, come hanno spiegato i responsabili di Sea Watch, in una località segreta, manco fosse un collaboratore di giustizia minacciato dalla mafia, in attesa dell'interrogatorio al quale verrà sottoposta, il prossimo 9 luglio, dai pm di Agrigento, che l'hanno iscritta nel registro degli indagati per l'ipotesi di reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. La Rackete resta indagata anche per rifiuto di obbedienza a nave da guerra, resistenza o violenza contro nave da guerra e navigazione in zone vietate, anche se il gip agrigentino Alessandra Vella ne ha disposto la scarcerazione. Non è dato sapere se la notizia la entusiasmerà, ma la Rackete ieri ha ricevuto la qualifica di «socia benemerita» dalla sezione padovana dell'Arcigay. Ieri, in un'intervista al Corriere della Sera, il premier Giuseppe Conte ha sostanzialmente confermato la sua posizione riguardo l'affare Sea Watch, perfettamente in linea con quella del ministro dell'Interno Matteo Salvini: «Come uomo di diritto», ha argomentato Conte, «rispetto il ruolo del magistrato, anche se ritengo che i provvedimenti di un magistrato possano essere criticati e, se ritenuti ingiusti, impugnati. Rimane un dato che mi ha lasciato fortemente perplesso: il comportamento di chi fa un uso politico strumentale di vicende che coinvolgono vite umane, e ritiene che tra tanti porti del Mediterraneo, l'unico sicuro debba essere un porto italiano. Fino al punto di stazionare per oltre due settimane», ha aggiunto Conte, «e arrivare a forzare l'ingresso in un nostro porto». A proposito di Salvini, ieri il ministro dell'Interno ha pubblicato sui social network vari post che fanno riferimento al caso Sea Watch. Commentando alcune indiscrezioni sull'amarezza della Guardia di Finanza per la scarcerazione della Rackete, il leader della Lega si è rivolto ai finanzieri: «Il popolo sta con voi». E poi: «Sentenza di condanna a 16 mesi di carcere», ha scritto Salvini in un altro post, «a un uomo che speronò una motovedetta della Guardia di Finanza, considerata nave da guerra. Ma quella persona non si chiamava Carola». Tra i tanti attestati di stima e incoraggiamenti, ieri Salvini ha ricevuto quello del musicista Marco Castoldi, in arte Morgan: «Lasciamo lavorare Salvini. Un governo», ha detto il cantante alla Adnkronos, «eredita una situazione, magari ha tante buone idee ma non è facile metterle in pratica. Per cui non rompiamo i coglioni a Salvini, lasciamolo lavorare. È stato eletto dal popolo, ha un mandato e segue la sua logica governativa. Salvini in questo momento ha un compito molto gravoso. Le cose non nascono dal nulla: ci sono organizzazioni umanitarie, sociali e politiche che organizzano delle navi che vanno a raccogliere in mezzo al mare persone su delle barchette. Perché tutti i governi europei», ha aggiunto Morgan, «non parlano con queste organizzazioni umanitarie? Perché non capiscono che bisogna evitare disastri organizzando le cose prima che accada il peggio? Bisogna lavorare sulle cause non sui sintomi». Tra le tante considerazioni sulla vicenda, particolarmente interessante la provocazione di Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera di Fratelli d'Italia: «Se secondo la Procura di Agrigento», ha detto Rampelli, «la capitana Carola non ha commesso reati ed era pienamente legittimata ad approdare a Lampedusa, allora ci aspettiamo che la magistratura apra subito un'inchiesta a carico della Guardia di Finanza e dei ministri che hanno illegittimamente tentato di impedirne lo sbarco». Al ministro dell'Interno tedesco, Horst Seehofer, in un'intervista sull'Augsburger Allgemeine, è stato chiesto di commentare l'arresto della Rackete: «Siamo sempre pronti», ha risposto Seehofer, «a dire agli altri Paesi cosa stanno facendo di sbagliato. La decisione su ciò che accade al capitano deve essere presa dalla magistratura italiana. Il grande scandalo in questo caso sta nel fatto che l'Unione europea abbia fallito catastroficamente sulla politica dei rifugiati». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ricatto-dalla-libia-per-la-gioia-delle-ong-pronti-a-rifilarvi-oltre-8-000-migranti-2639088662.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="sperona-la-finanza-ma-non-ha-i-rasta-16-mesi" data-post-id="2639088662" data-published-at="1770441274" data-use-pagination="False"> Sperona la Finanza ma non ha i rasta: 16 mesi La legge è uguale per tutti, ma qualcuno è più uguale degli altri. Ieri, su Twitter, Matteo Salvini ha ricordato un episodio accaduto 13 anni fa: un uomo che speronò una motovedetta della Guardia di finanza, proprio come la capitana Carola Rackete e che però fu condannato a 16 mesi di carcere perché... l'imbarcazione dei finanzieri fu considerata nave da guerra. Un criterio di giudizio ben diverso, insomma, da quello applicato dal gip di Agrigento, Alessandra Vella, nei confronti della comandante della Sea Watch 3, scarcerata anche perché la motovedetta della Gdf quasi speronata dalla nave Ong era in acque territoriali italiane. E dunque, a suo parere, non poteva essere considerata in assetto bellico. Decaduto, dunque, il reato di resistenza a nave da guerra. Ma cosa successe oltre un decennio fa? Era il marzo del 2002. I finanzieri di stanza a Chioggia stavano effettuando un controllo sui pescatori di molluschi di frodo. Trovarono, si legge nella sentenza di Cassazione, emessa appunto nel 2006, «un gruppo di imbarcazioni» e tentarono di abbordarne una. La nave, però, «dopo l'intimazione di alt si era data alla fuga a luci spente ed era riuscita a speronare l'unità militare, provocandone la rottura dell'elica». Ma prima che il pescatore di frodo sparisse nella notte, gli agenti erano riusciti ad annotare «il numero di matricola, il tipo e il colore». Per farla breve: proprietario identificato e trascinato in tribunale. E indovinate un po' cosa disse la Cassazione nel 2006? Che era corretto idetificare la motovedetta delle Fiamme gialle come «nave da guerra». Non a caso, all'imprudente conducente del peschereccio era stato contestato il reato di «resistenza e violenza contro una nave da guerra». In acque italianissime, al largo di Chioggia. Peccato solo che il signor P.F. (nel dispositivo della sentenza sono indicate soltanto le iniziali) fosse appunto il signor P.F. e non la signorina C.R., ovvero Carola Rackete. La quale ha i rasta, non ha fatto la pescatrice di molluschi, ma di uomini. Li ha tenuti in mare aperto per due settimane, anziché andare alla ricerca di un altro porto sicuro. E a un certo punto, in piena scienza e coscienza, ha deciso di forzare il blocco navale legittimato dal decreto Sicurezza bis e avallato anche dalla Corte europea dei diritti dell'uomo. Certo, il gip Vella ha sostenuto che i reati eventualmente commessi dalla Rackete sono giustificati dallo stato di necessità. Emergenza evidentemente assente nel caso del pescatore di frodo che stava cercando di imbarcare, ovvero, di rubare, un po' di gamberetti. Ma è pur vero che lo «stato d'emergenza» umanitaria si crea, se, appunto, si rimane al largo di Lampedusa per 15 giorni perché si vuole a tutti i costi entrare in Italia. Ma se la magistratura gioca brutti scherzi a Matteo Salvini (e al 34% di italiani che lo sostiene, peraltro legittimamente, visto che il dl Sicurezza è costituzionale), anche il Movimento 5 stelle non è da meno. In Aula, infatti, i grillini hanno proposto un emendamento pro Ong al decreto Sicurezza bis. Ira del sottosegreatio leghista al Viminale, Nicola Molteni: «I pentastellati ci dicano da che parte stanno: con la legge e la legalità oppure con i trafficanti di esseri umani che umiliano l'Italia e le nostre forze dell'ordine.
Il trombettista, pioniere del jazz italiano, a 86 anni è il «musicista dell’anno» nella classifica Top Jazz 2025 della rivista Musica Jazz. E fra poco pubblicherà un nuovo disco con i Fearless Five e il compagno di viaggio di una vita: Joe Lovano.
Una vista generale mentre gli anelli olimpici si uniscono per uno spettacolo pirotecnico durante la cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026 allo stadio San Siro (Getty Images)
Davanti a 67.000 spettatori, la cerimonia di apertura di Milano-Cortina 2026 celebra l’arte, la musica e la creatività italiana. Dall’omaggio a Raffaella Carrà e Modugno ai cinque cerchi olimpici che brillano in cielo, uno spettacolo che unisce città e montagne sotto il filo conduttore dell’armonia.
San Siro si trasforma in un teatro a cielo aperto e Milano accende ufficialmente la fiamma delle Olimpiadi invernali 2026. Davanti a 67.000 spettatori, record assoluto per un’edizione invernale, la cerimonia di apertura sceglie il linguaggio del racconto e delle immagini per presentare al mondo i Giochi «diffusi» tra città e montagne, con un filo conduttore dichiarato: l’armonia. Il cuore scenico è un grande cerchio, omaggio alla storia urbana di Milano, da cui partono traiettorie ideali verso le altre sedi dei Giochi. Un modo per raccontare, senza parole, l’idea di un’Olimpiade che unisce luoghi diversi sotto un’unica narrazione.
Lo stadio è pieno fin dal tardo pomeriggio, colorato dalle bandiere di decine di Paesi e da un pubblico arrivato da ogni parte del mondo. L’attesa è scandita dal pre show tra musica e intrattenimento, poi il messaggio del segretario generale dell’Onu António Guterres richiama il valore universale dei Giochi come spazio di incontro e unità. Fuori, a distanza di sicurezza, si muove anche una protesta annunciata: un corteo di qualche centinaio di manifestanti attraversa il quartiere San Siro senza incidenti, mentre dentro lo stadio la scena è tutta per lo spettacolo.
Come anticipato nel pomeriggio dalla Verità, il prologo istituzionale è affidato a un filmato che sorprende il pubblico: il presidente della Repubblica Sergio Mattarella arriva idealmente a San Siro a bordo di un tram, seduto tra cittadini comuni, orchestrali e atleti con gli sci. Il mezzo percorre una Milano notturna e simbolica, fino al capolinea dello stadio. Solo alla fine si scopre il conducente speciale: Valentino Rossi, in divisa da tranviere. Un ingresso sobrio e ironico, prima che il Capo dello Stato prenda posto in tribuna accanto alla presidente del Cio Kirsty Coventry.
Alle 20 in punto si alza il sipario. La cerimonia si apre con la danza: Claudio Coviello e Antonella Albano, ballerini della Scala, portano in scena Amore e Psiche, passione e razionalità che si cercano e si rincorrono sul prato di San Siro. È il primo tassello di una narrazione che intreccia arte, musica e identità italiana. A guidare idealmente il racconto è Matilda De Angelis, che entra con la bacchetta da direttrice d’orchestra mentre attorno a lei sfilano i volti dei grandi compositori della tradizione. Poco dopo, il prato si riempie di colori per l’omaggio alla creatività italiana e a una delle sue icone popolari: Raffaella Carrà, evocata tra figuranti e costumi sgargianti. La parte musicale alterna registri e generazioni. Mariah Carey, in abito chiaro, sceglie di omaggiare l’Italia cantando in italiano Nel blu dipinto di blu, trasformando San Siro in un grande coro. Subito dopo, lo stadio si tinge di tricolore per il tributo a Giorgio Armani, con Vittoria Ceretti che porta in scena la bandiera italiana, consegnata poi ai corazzieri. È Laura Pausini a dare voce all’inno nazionale, mentre il tricolore viene issato e lo stadio si ferma per qualche istante in un silenzio carico di attesa. C’è spazio anche per la parola, con Pierfrancesco Favino che presta la voce ai versi dell’Infinito di Leopardi, prima che la scena si apra ai simboli olimpici: i cinque cerchi si avvicinano nel cielo di San Siro e si accendono tra i fuochi d’artificio, suggellando visivamente l’inizio dei Giochi.
A quel punto tocca agli atleti. La sfilata delle delegazioni si apre, come da tradizione, con la Grecia e scorre tra gli applausi, in ordine alfabetico, fino ad arrivare all’Italia, attesa per ultima. Gli azzurri sono 146 in totale, distribuiti tra Milano, Cortina, Predazzo e Livigno, con Arianna Fontana e Federico Pellegrino a guidare il gruppo presente a San Siro.
La giornata olimpica era iniziata già molte ore prima, tra diplomazia e passerelle istituzionali: la visita del vicepresidente americano J.D. Vance in città, il ricevimento a Palazzo Reale con capi di Stato e di governo, la parata di ospiti illustri. Ma è qui, dentro lo stadio, che Milano e Cortina consegnano al mondo il loro biglietto da visita. I Giochi sono cominciati e l’Italia prova a presentarli così, con uno spettacolo che mescola arte, simboli e identità, affidando all’«armonia» il compito di tenere insieme sport, città e montagne.
Continua a leggereRiduci
Se il disegno di legge verrà approvato, sarà la prima volta che lo Statuto dei lavoratori includerà una disposizione specifica sul congedo per l’eutanasia. Della serie, mi prendo un giorno per assistere una persona che vuol farla finita, la mattina mi metto a disposizione per la pratica ferale e il pomeriggio faccio shopping o vado al mare.
Il ministero del Lavoro, guidato da Yolanda Díaz, intende elaborare questa legge come un decreto legge reale, che entrerebbe in vigore immediatamente dopo l’approvazione del Consiglio dei ministri. L’accordo prevede anche 15 giorni di congedo per l’assistenza a coniugi, partner o familiari stretti in cure palliative, unico provvedimento sensato. La misura, presa d’intesa con i sindacati, è stata approvata senza l’accordo con le associazioni imprenditoriali, furibonde perché in questo modo, trattandosi di congedi retribuiti, si scarica sulle imprese il costo dei lavoratori assenti che dovrebbe essere sostenuto dal governo. Il Pp ha già annunciato che voterà contro la proposta. Nel frattempo, l’Autorità indipendente per la responsabilità fiscale (AIReF) ha rilevato una mancanza di controllo in Spagna sulla spesa per congedi per malattia, che è aumentata del 60% dal 2017 raggiungendo i 16,5 miliardi di euro nel 2024. L’astensione dal lavoro per motivi di salute è diventata la seconda voce più grande del sistema di sicurezza sociale, seconda solo alle pensioni ed è dovuto in gran parte all’aumento delle patologie legate alla salute mentale, cresciute vertiginosamente a partire dalla pandemia e che stanno diventando più durature. I disturbi mentali hanno la durata media più lunga, passando da 67 giorni nel 2017 a 98,5 giorni nel 2024. Clamorosamente, in Spagna il monitoraggio dei congedi per malattia da parte della Previdenza sociale per i lavoratori parte solo dopo i 365 giorni.
E se il premier Pedro Sánchez sottolinea la «occupazione di qualità» promossa in Spagna, sostenendo che «per la prima volta sta emergendo un’economia produttiva e sana», la Ceoe, Confederazione spagnola delle organizzazioni dei datori di lavoro segnala: «La Spagna continua a essere il Paese con il tasso di disoccupazione più alto nell’Ocse e conta oltre mezzo milione di persone in situazioni di disponibilità limitata o con richieste di lavoro specifiche, il che riflette fenomeni strutturali che restano irrisolti […] Le piccole imprese continuano a essere le più colpite dall’aumento dei costi del lavoro, dell’energia, delle tasse e dei finanziamenti, nonché da un quadro normativo instabile».
Non va meglio per Sánchez nemmeno quando attacca Musk. Al vertice mondiale dei governi a Dubai ha annunciato che vieterà l’accesso ai social media ai minori di 16 anni e adotterà altre misure per aumentare il controllo sulle piattaforme digitali, come quelle dell’imprenditore sudafricano.
Sul suo profilo X, Musk non perdeva tempo: «Sánchez lo scorretto è un tiranno e un traditore del popolo di Spagna». Ma al di là degli scontri sui social, ancora una volta il premier parla e promette ma non fa. Il Regolamento europeo sui servizi digitali, che avrebbe dovuto essere in vigore in Spagna da febbraio 2024, rimane bloccato al Congresso. Un ritardo di due anni. La Cnmc, Commissione nazionale per i mercati e la concorrenza non è ancora in grado di «monitorare il rispetto degli obblighi imposti ai fornitori di servizi mediatici statali che offrono notizie e contenuti di attualità». Ha le mani legate anche sul monitoraggio delle piattaforme digitali.
Brutte notizie anche dal Lussemburgo, dove i giudici non mettono fine alle rivendicazioni del movimento di indipendenza catalana. La Corte di giustizia dell’Unione europea (Cgue) ha annullato il procedimento con cui il Tribunale dell’Unione europea il 5 luglio 2023 aveva revocato l’immunità al leader di Junts, Carles Puigdemont, e agli ex ministri del governo della Comunità autonoma di Catalogna, Toni Comín e Clara Ponsatí, tutti residenti a Waterloo (Belgio).
La motivazione della decisione è che il relatore nominato per le richieste di sospensione dell’immunità «potrebbe essere percepito come non imparziale». Si trattava di Angel Dzhambazki, europarlamentare bulgaro dei conservatori europei (Ecr), lo stesso gruppo di cui fa parte il partito spagnolo Vox, promotore delle azioni legali contro Puigdemont, Comín e Ponsatí in seguito al referendum illegale del 1° ottobre 2017. I tre erano stati poi eletti al Parlamento europeo nel 2019, e la Corte suprema spagnola aveva chiesto all’Europarlamento di revocare la loro immunità. Revoca votata a marzo 2021, ma ora quella decisione e la sentenza del 2023 sono state annullate.
Continua a leggereRiduci
Jeffrey Epstein (Ansa)
Dalle carte, consultabili online sul sito del Doj, emerge che due ragazze straniere sarebbero morte per strangolamento dopo sesso estremo nel ranch del predatore sessuale in New Messico, per poi essere sepolte su suo ordine nei dintorni della tenuta. In una email, inviata il 21 novembre 2019 da una persona che afferma di aver lavorato per Epstein a un uomo di nome Eddy Aragon, ci sono diversi link che mostrerebbero il defunto pedofilo filmato durante performances sessuali con ragazze minorenni e la confessione di un tentato omicidio di una delle ragazze. Nel testo il mittente scrive che due ragazze sono state sepolte su ordine di Epstein e «Madam G», verosimilmente la complice del faccendiere, Ghislaine Maxwell, tuttora reclusa in un carcere di massima sicurezza in Texas, nella vasta proprietà in New Mexico già nota come parco giochi privato del faccendiere per abusi sessuali e traffico di minori.
«Edward, questa vicenda è delicata, quindi sarà la prima e ultima mail, a seconda della tua discrezione. Puoi scegliere se tenerla o buttarla via, ma questo materiale viene da una persona che è stata lì e ha visto tutto, come ex membro dello staff dello Zorro Ranch. Il materiale che ti allego è stato preso dalla casa di Jeffrey Epstein come mia assicurazione in caso di eventuali contenziosi tra me e lui. Non mi fare domande», chiosa in stampatello l’uomo. «Le cose più terribili su Jeffrey Epstein devono ancora essere scritte. Sapevi che da qualche parte nelle colline fuori dallo Zorro, due ragazze straniere sono state sepolte per ordine di Jeffrey e Madam G? Entrambe sono morte per strangolamento durante sesso violento e fetish», scrive l’uomo. L’email è stata inoltrata all’Fbi tre mesi dopo il decesso di Epstein, ufficialmente morto suicida mentre era detenuto al Metropolitan Correctional Center di New York City.
Il finanziere pedofilo intendeva lasciare il suo Zorro Ranch, acquistato nel 1993 dall’ex governatore democratico del New Mexico Bruce King, alla sua ragazza bielorussa Karyna Shuliak. La tenuta di 13 miglia quadrate in mezzo al deserto vicino a Santa Fe includeva una residenza di circa 2.500 metri quadri. Secondo quanto riferisce il Daily Mail, Epstein usava lo Zorro Ranch per i suoi appuntamenti segreti, dato che gli ospiti potevano andare e venire più discretamente rispetto a quanto potessero fare a Little St James, l’isola caraibica privata di Epstein al largo di St Thomas. Uno degli ospiti più importanti nel ranch degli orrori è, come noto, il principe Andrew d’Inghilterra, duca di York, insieme con sua moglie Sarah Ferguson.
Continuano nel frattempo le reazioni a catena dopo la pubblicazione dei file. Ed è ancora un quotidiano inglese, il Times, a riferire che la poltrona del primo ministro inglese Keir Starmer sarebbe in bilico dopo le rivelazioni sul caso dell’ex ambasciatore Peter Mandelson. Secondo quanto appreso, il premier ha deciso di confermare la sua nomina a rappresentante diplomatico del Regno Unito negli Stati Uniti, avvenuta ad aprile del 2025, nonostante i rapporti tra Mandelson ed Epstein fossero ampiamente noti a Downing Street. Un rapporto del Cabinet Office aveva infatti evidenziato, già prima della nomina, quale fosse la natura delle relazioni tra i due, facendo riferimento a un dossier confidenziale di JP Morgan che diceva che i due uomini avevano rapporti «particolarmente stretti». L’Ufficio del Gabinetto aveva presentato il dossier a Starmer, ma il primo ministro decise di credere «sulla parola» alle rassicurazioni di Mandelson. I funzionari coinvolti nel processo di controllo hanno detto di aver trovato l’approccio di Starmer «sconcertante». «Le informazioni ora disponibili rendono chiaro che le risposte che ha dato Mandelson erano bugie», si è difeso il premier britannico. «Mi ha descritto Epstein come qualcuno che conosceva a malapena. Tale inganno non è compatibile con il servizio pubblico», ha dichiarato il primo ministro inglese. La vicenda però ha aperto un dibattito sulla sua affidabilità: la decisione di credere alle smentite dell’ambasciatore anziché ai documentati dossier su di lui è una scelta che l’opposizione conservatrice e parte del Partito laburista ritengono incompatibile con il ruolo di capo del governo, ma il premier ha chiarito che non intende dimettersi. Il filone rischia comunque di mantenere alta la pressione politica su Downing Street ancora per molto.
Non poteva mancare il tormentone sulle spie venute dal freddo mandate da Vladimir Putin. Questa, perlomeno, è la versione del premier polacco Donald Tusk, secondo il quale il defunto faccendiere pedofilo statunitense avrebbe collaborato con il Cremlino per raccogliere materiale compromettente sulle élite occidentali, usando la trappola della seduzione, la cosiddetta «esca dolce». »La stampa globale ruota intorno al sospetto che questo scandalo di pedofilia senza precedenti sia stato co-organizzato dai servizi segreti russi», ha concluso Donald Tusk e così le autorità polacche hanno aperto un’inchiesta, proprio mentre dall’altra parte dell’emisfero, in America, sono usciti alcuni file che mostrano con chiarezza che Epstein stava lavorando per rovesciare il presidente russo. «Dovremo andare presto in Russia», scriveva infatti Boris Nicolic, consulente e socio di Bill Gates alla Bill and Melinda Gates Foundation, a Epstein, «per incontrare Ilja Ponomarev (imprenditore e ex deputato della Duma, ndr) e la sua ragazza Alyona, che sono i principali organizzatori della rivolta contro Putin. Ho paura per quanto può succedergli», continuava Nicolic, «qualche idea per aiutarlo? Non con Davos», suggerisce l’uomo di Bill Gates a Epstein. «È impossibile studiare i materiali relativi al caso Epstein senza provare nausea», ha commentato la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, paragonando la lettura dei documenti alla visione di film thriller e polizieschi. «Ma tutto ha un limite morale».
I magistrati turchi stanno intanto passando al setaccio decine di migliaia di documenti emersi dai file del finanziere pedofilo, con l’obiettivo di ricostruire un traffico di minori dalla Turchia. A rendere drammatico il quadro ci sono i dati diffusi dall’Istituto Nazionale di statistica turco Tuik), secondo cui tra il 2008 e il 2016 si sono perse le tracce di 104,531 minori. «Bisogna capire se sono stati contattati politici, funzionari o rappresentanti delle istituzioni. Bisogna risalire agli orfanotrofi e centri di accoglienza», ha dichiarato Dogan Bekin, parlamentare del partito conservatore Refah.
Continua a leggereRiduci