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2019-07-05
Ricatto dalla Libia per la gioia delle Ong: «Pronti a rifilarvi oltre 8.000 migranti»
Ansa
Il bombardamento che ha causato oltre 100 vittime in un centro di accoglienza e detenzione di migranti a Tripoli era sospetto fin dall'inizio. Le forze del Colonnello Khalifa Haftar hanno da subito ammesso la paternità, sostenendo di aver sbagliato: erano convinti si trattasse di mercenari. Ciò che da subito si è però reso palese è l'uso politico altrettanto spregiudicato che ne ha fatto il capo del governo della Cirenaica. Il vero obiettivo è colpire la leadership italiana, anzi le scelte di gestione dei flussi migratori targate Matteo Salvini. Ora il colonnello Haftar è uscito allo scoperto, anche se per bocca di un suo sottoposto: «Lanciamo un appello al mondo intero e all'Unione europea a porre fine alla politiche razziste del ministro dell'Interno italiano» che «in collaborazione con l'incostituzionale consiglio presidenziale» di Fayez Al Serraj sono «la ragione principale dell'accumulo di migranti nella regione occidentale della Libia», ha affermato il generale Mohamed Al Manfour, comandante delle forze aeree dell'Esercito nazionale libico. Secondo Al Manfour, le politiche di Salvini hanno causato il «rimpatrio forzato di migranti in Libia», facendoli tornare «ancora una volta nelle mani degli stessi trafficanti di esseri umani da cui sono fuggiti» e ricollocandoli «tra carri armati e depositi di munizioni in quello che altro non è che una palese violazione delle regole basilari dei diritti umani e dei valori umani». Al netto del paradosso sottostante, (forze armate che bombardano civili e accusano il governo italiano di essere razzista), il tentativo in atto mira a indebolire l'attività leghista per cercare di aprire un varco diplomatico e spingere Roma ad abbandonare il governo di Tripoli, sostenuto fin dai tempi di Marco Minnniti al Viminale. Gli uomini della Cirenaica conoscono bene l'Italia le dinamiche che la riguardano. Sanno che accusare Salvini di razzismo basta a coagulare tutte le forze anti Lega. E così le accuse degli uomini di Haftar sfondano il muro immaginario del Mediterraneo, arrivano fino all'aula del Parlamento e sulle pagine dei giornali. A cominciare da Avvenire, che ieri ha dedicato l'apertura al tema e, in pratica ha ribaltato la frittata. Se si bombardano i centri per migranti, la Libia è un porto insicuro. Solo Salvini sostiene il contrario. Di conseguenza i porti vanno riaperti. la condanna di Avvenire è tutta diretta al leader leghista. Quasi nulla nei confronti di Haftar, nonostante chiunque possa valutare l'uso spregiudicato che fa delle bombe. La cieca opposizione politica a Salvini tiene però bordone ad Haftar, senza che Avvenire partecipi alla distribuzione delle cedole. Il colonnello della Cirenaica desidera prendere il potere e conquistare la cassa, in mano al fondo sovrano di Tripoli. Lo fa con la forza, ma in Libia non esistono mezze misure. La sinistra italiana che beneficio avrà da tutto ciò?
La domanda è retorica perché la risposta è una sola: farsi usare dai leader libici e schiantarsi contro il muro del buon senso (e quello delle prossime elezioni). Chi invece ha le idee chiare sono i rappresentanti delle Ong, forti di un argomento in più per sostenere che la Libia non potrà mai essere un porto sicuro. Ma ancor più delle Ong, chi ha capito di dover cogliere al volo l'opportunità scaturita dal bombardamento è il governo di Tripoli. Il ministro dell'Interno della Libia, Fathi Bashagha, ha dichiarato che di avere il compito di proteggere i civili, ma che colpire i centri di detenzione in cui sono rinchiusi i migranti va oltre ogni capacità di offrire protezione: «Il governo di accordo nazionale è obbligato a proteggere tutti i civili, ma gli attacchi verso i centri di detenzione dei migranti da parte dei caccia F16 sono al di là della capacità governativa di proteggerli», ha dichiarato Bashagha ai media locali. Gli stessi quotidiani hanno riferito l'intenzione del governo di accordo nazionale di chiudere i centri di detenzione e liberare tutti i migranti che vi sono detenuti. Almeno 8.000 persone, secondo le stime dell'Unhcr, che si troverebbero improvvisamente libere di imbarcarsi verso l'Italia. Il governo di Al Serraj teme che la Lega - e il nostro governo in generale - possa aprire un dialogo diretto con Haftar. Salvini sa che senza porti sicuri il decreto Sicurezza bis salterebbe per aria. Con la minaccia di liberare migliaia di immigrati, Al Serraj manda il suo personale pizzino: non trattate con la Cirenaica, Tripoli deve rimanere l'unico interlocutore.
La sinistra non comprende che c'è una partita a scacchi in atto, osserva il dito e ignora addirittura che esista la luna. Fare da sponda ai due governi libici in un momento come questo significa usare i migranti e - moralmente - essere complici. Soprattutto significa rendere ancora più complicato per l'Italia prendere una posizione precisa nel perimetro internazionale. Ieri la Turchia ha condannato apertamente le mosse di Haftar.
Quest'ultimo ha chiesto agli Emirati Arabi di tornare a sostenerlo e - a quanto risulta - avrebbe ricevuto una porta in faccia. Significa che l'alleanza filo Cirenaica si sta spezzando. Bisognerebbe discutere su come agire d'imperio sulla Libia e chiedere anche alla Francia e agli Stati Uniti di svelare le carte. Se invece ci lasciamo trascinare dalle strategie altrui, saremo sempre vittima del Mediterraneo e mai promotori di un rilancio.
Carola nell’Arcigay ad honorem in attesa di finire davanti ai giudici
Carola Rackete è diventata un comandante fantasma: si trova, come hanno spiegato i responsabili di Sea Watch, in una località segreta, manco fosse un collaboratore di giustizia minacciato dalla mafia, in attesa dell'interrogatorio al quale verrà sottoposta, il prossimo 9 luglio, dai pm di Agrigento, che l'hanno iscritta nel registro degli indagati per l'ipotesi di reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.
La Rackete resta indagata anche per rifiuto di obbedienza a nave da guerra, resistenza o violenza contro nave da guerra e navigazione in zone vietate, anche se il gip agrigentino Alessandra Vella ne ha disposto la scarcerazione.
Non è dato sapere se la notizia la entusiasmerà, ma la Rackete ieri ha ricevuto la qualifica di «socia benemerita» dalla sezione padovana dell'Arcigay.
Ieri, in un'intervista al Corriere della Sera, il premier Giuseppe Conte ha sostanzialmente confermato la sua posizione riguardo l'affare Sea Watch, perfettamente in linea con quella del ministro dell'Interno Matteo Salvini: «Come uomo di diritto», ha argomentato Conte, «rispetto il ruolo del magistrato, anche se ritengo che i provvedimenti di un magistrato possano essere criticati e, se ritenuti ingiusti, impugnati. Rimane un dato che mi ha lasciato fortemente perplesso: il comportamento di chi fa un uso politico strumentale di vicende che coinvolgono vite umane, e ritiene che tra tanti porti del Mediterraneo, l'unico sicuro debba essere un porto italiano. Fino al punto di stazionare per oltre due settimane», ha aggiunto Conte, «e arrivare a forzare l'ingresso in un nostro porto».
A proposito di Salvini, ieri il ministro dell'Interno ha pubblicato sui social network vari post che fanno riferimento al caso Sea Watch. Commentando alcune indiscrezioni sull'amarezza della Guardia di Finanza per la scarcerazione della Rackete, il leader della Lega si è rivolto ai finanzieri: «Il popolo sta con voi». E poi: «Sentenza di condanna a 16 mesi di carcere», ha scritto Salvini in un altro post, «a un uomo che speronò una motovedetta della Guardia di Finanza, considerata nave da guerra. Ma quella persona non si chiamava Carola».
Tra i tanti attestati di stima e incoraggiamenti, ieri Salvini ha ricevuto quello del musicista Marco Castoldi, in arte Morgan: «Lasciamo lavorare Salvini. Un governo», ha detto il cantante alla Adnkronos, «eredita una situazione, magari ha tante buone idee ma non è facile metterle in pratica. Per cui non rompiamo i coglioni a Salvini, lasciamolo lavorare. È stato eletto dal popolo, ha un mandato e segue la sua logica governativa. Salvini in questo momento ha un compito molto gravoso. Le cose non nascono dal nulla: ci sono organizzazioni umanitarie, sociali e politiche che organizzano delle navi che vanno a raccogliere in mezzo al mare persone su delle barchette. Perché tutti i governi europei», ha aggiunto Morgan, «non parlano con queste organizzazioni umanitarie? Perché non capiscono che bisogna evitare disastri organizzando le cose prima che accada il peggio? Bisogna lavorare sulle cause non sui sintomi».
Tra le tante considerazioni sulla vicenda, particolarmente interessante la provocazione di Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera di Fratelli d'Italia: «Se secondo la Procura di Agrigento», ha detto Rampelli, «la capitana Carola non ha commesso reati ed era pienamente legittimata ad approdare a Lampedusa, allora ci aspettiamo che la magistratura apra subito un'inchiesta a carico della Guardia di Finanza e dei ministri che hanno illegittimamente tentato di impedirne lo sbarco». Al ministro dell'Interno tedesco, Horst Seehofer, in un'intervista sull'Augsburger Allgemeine, è stato chiesto di commentare l'arresto della Rackete: «Siamo sempre pronti», ha risposto Seehofer, «a dire agli altri Paesi cosa stanno facendo di sbagliato. La decisione su ciò che accade al capitano deve essere presa dalla magistratura italiana. Il grande scandalo in questo caso sta nel fatto che l'Unione europea abbia fallito catastroficamente sulla politica dei rifugiati».
Sperona la Finanza ma non ha i rasta: 16 mesi
La legge è uguale per tutti, ma qualcuno è più uguale degli altri. Ieri, su Twitter, Matteo Salvini ha ricordato un episodio accaduto 13 anni fa: un uomo che speronò una motovedetta della Guardia di finanza, proprio come la capitana Carola Rackete e che però fu condannato a 16 mesi di carcere perché... l'imbarcazione dei finanzieri fu considerata nave da guerra.
Un criterio di giudizio ben diverso, insomma, da quello applicato dal gip di Agrigento, Alessandra Vella, nei confronti della comandante della Sea Watch 3, scarcerata anche perché la motovedetta della Gdf quasi speronata dalla nave Ong era in acque territoriali italiane. E dunque, a suo parere, non poteva essere considerata in assetto bellico. Decaduto, dunque, il reato di resistenza a nave da guerra.
Ma cosa successe oltre un decennio fa? Era il marzo del 2002. I finanzieri di stanza a Chioggia stavano effettuando un controllo sui pescatori di molluschi di frodo. Trovarono, si legge nella sentenza di Cassazione, emessa appunto nel 2006, «un gruppo di imbarcazioni» e tentarono di abbordarne una. La nave, però, «dopo l'intimazione di alt si era data alla fuga a luci spente ed era riuscita a speronare l'unità militare, provocandone la rottura dell'elica». Ma prima che il pescatore di frodo sparisse nella notte, gli agenti erano riusciti ad annotare «il numero di matricola, il tipo e il colore». Per farla breve: proprietario identificato e trascinato in tribunale. E indovinate un po' cosa disse la Cassazione nel 2006? Che era corretto idetificare la motovedetta delle Fiamme gialle come «nave da guerra». Non a caso, all'imprudente conducente del peschereccio era stato contestato il reato di «resistenza e violenza contro una nave da guerra». In acque italianissime, al largo di Chioggia.
Peccato solo che il signor P.F. (nel dispositivo della sentenza sono indicate soltanto le iniziali) fosse appunto il signor P.F. e non la signorina C.R., ovvero Carola Rackete. La quale ha i rasta, non ha fatto la pescatrice di molluschi, ma di uomini. Li ha tenuti in mare aperto per due settimane, anziché andare alla ricerca di un altro porto sicuro. E a un certo punto, in piena scienza e coscienza, ha deciso di forzare il blocco navale legittimato dal decreto Sicurezza bis e avallato anche dalla Corte europea dei diritti dell'uomo.
Certo, il gip Vella ha sostenuto che i reati eventualmente commessi dalla Rackete sono giustificati dallo stato di necessità. Emergenza evidentemente assente nel caso del pescatore di frodo che stava cercando di imbarcare, ovvero, di rubare, un po' di gamberetti. Ma è pur vero che lo «stato d'emergenza» umanitaria si crea, se, appunto, si rimane al largo di Lampedusa per 15 giorni perché si vuole a tutti i costi entrare in Italia.
Ma se la magistratura gioca brutti scherzi a Matteo Salvini (e al 34% di italiani che lo sostiene, peraltro legittimamente, visto che il dl Sicurezza è costituzionale), anche il Movimento 5 stelle non è da meno.
In Aula, infatti, i grillini hanno proposto un emendamento pro Ong al decreto Sicurezza bis. Ira del sottosegreatio leghista al Viminale, Nicola Molteni: «I pentastellati ci dicano da che parte stanno: con la legge e la legalità oppure con i trafficanti di esseri umani che umiliano l'Italia e le nostre forze dell'ordine.
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Il governo di Fayez Al Serraj ricatta Roma sfruttando i missili di Khalifa Haftar. Avvenire incolpa Matteo Salvini, come se fosse stato lui a sparare.Carola Rackete andrà in tribunale martedì. Marco Castoldi, in arte Morgan col Viminale: «Fateli lavorare, non rompete i c...».Pescatore condannato: come la Sea Watch, urtò una motovedetta. La Cassazione: «Era nave da guerra».Lo speciale contiene tre articoli.Il bombardamento che ha causato oltre 100 vittime in un centro di accoglienza e detenzione di migranti a Tripoli era sospetto fin dall'inizio. Le forze del Colonnello Khalifa Haftar hanno da subito ammesso la paternità, sostenendo di aver sbagliato: erano convinti si trattasse di mercenari. Ciò che da subito si è però reso palese è l'uso politico altrettanto spregiudicato che ne ha fatto il capo del governo della Cirenaica. Il vero obiettivo è colpire la leadership italiana, anzi le scelte di gestione dei flussi migratori targate Matteo Salvini. Ora il colonnello Haftar è uscito allo scoperto, anche se per bocca di un suo sottoposto: «Lanciamo un appello al mondo intero e all'Unione europea a porre fine alla politiche razziste del ministro dell'Interno italiano» che «in collaborazione con l'incostituzionale consiglio presidenziale» di Fayez Al Serraj sono «la ragione principale dell'accumulo di migranti nella regione occidentale della Libia», ha affermato il generale Mohamed Al Manfour, comandante delle forze aeree dell'Esercito nazionale libico. Secondo Al Manfour, le politiche di Salvini hanno causato il «rimpatrio forzato di migranti in Libia», facendoli tornare «ancora una volta nelle mani degli stessi trafficanti di esseri umani da cui sono fuggiti» e ricollocandoli «tra carri armati e depositi di munizioni in quello che altro non è che una palese violazione delle regole basilari dei diritti umani e dei valori umani». Al netto del paradosso sottostante, (forze armate che bombardano civili e accusano il governo italiano di essere razzista), il tentativo in atto mira a indebolire l'attività leghista per cercare di aprire un varco diplomatico e spingere Roma ad abbandonare il governo di Tripoli, sostenuto fin dai tempi di Marco Minnniti al Viminale. Gli uomini della Cirenaica conoscono bene l'Italia le dinamiche che la riguardano. Sanno che accusare Salvini di razzismo basta a coagulare tutte le forze anti Lega. E così le accuse degli uomini di Haftar sfondano il muro immaginario del Mediterraneo, arrivano fino all'aula del Parlamento e sulle pagine dei giornali. A cominciare da Avvenire, che ieri ha dedicato l'apertura al tema e, in pratica ha ribaltato la frittata. Se si bombardano i centri per migranti, la Libia è un porto insicuro. Solo Salvini sostiene il contrario. Di conseguenza i porti vanno riaperti. la condanna di Avvenire è tutta diretta al leader leghista. Quasi nulla nei confronti di Haftar, nonostante chiunque possa valutare l'uso spregiudicato che fa delle bombe. La cieca opposizione politica a Salvini tiene però bordone ad Haftar, senza che Avvenire partecipi alla distribuzione delle cedole. Il colonnello della Cirenaica desidera prendere il potere e conquistare la cassa, in mano al fondo sovrano di Tripoli. Lo fa con la forza, ma in Libia non esistono mezze misure. La sinistra italiana che beneficio avrà da tutto ciò? La domanda è retorica perché la risposta è una sola: farsi usare dai leader libici e schiantarsi contro il muro del buon senso (e quello delle prossime elezioni). Chi invece ha le idee chiare sono i rappresentanti delle Ong, forti di un argomento in più per sostenere che la Libia non potrà mai essere un porto sicuro. Ma ancor più delle Ong, chi ha capito di dover cogliere al volo l'opportunità scaturita dal bombardamento è il governo di Tripoli. Il ministro dell'Interno della Libia, Fathi Bashagha, ha dichiarato che di avere il compito di proteggere i civili, ma che colpire i centri di detenzione in cui sono rinchiusi i migranti va oltre ogni capacità di offrire protezione: «Il governo di accordo nazionale è obbligato a proteggere tutti i civili, ma gli attacchi verso i centri di detenzione dei migranti da parte dei caccia F16 sono al di là della capacità governativa di proteggerli», ha dichiarato Bashagha ai media locali. Gli stessi quotidiani hanno riferito l'intenzione del governo di accordo nazionale di chiudere i centri di detenzione e liberare tutti i migranti che vi sono detenuti. Almeno 8.000 persone, secondo le stime dell'Unhcr, che si troverebbero improvvisamente libere di imbarcarsi verso l'Italia. Il governo di Al Serraj teme che la Lega - e il nostro governo in generale - possa aprire un dialogo diretto con Haftar. Salvini sa che senza porti sicuri il decreto Sicurezza bis salterebbe per aria. Con la minaccia di liberare migliaia di immigrati, Al Serraj manda il suo personale pizzino: non trattate con la Cirenaica, Tripoli deve rimanere l'unico interlocutore. La sinistra non comprende che c'è una partita a scacchi in atto, osserva il dito e ignora addirittura che esista la luna. Fare da sponda ai due governi libici in un momento come questo significa usare i migranti e - moralmente - essere complici. Soprattutto significa rendere ancora più complicato per l'Italia prendere una posizione precisa nel perimetro internazionale. Ieri la Turchia ha condannato apertamente le mosse di Haftar. Quest'ultimo ha chiesto agli Emirati Arabi di tornare a sostenerlo e - a quanto risulta - avrebbe ricevuto una porta in faccia. Significa che l'alleanza filo Cirenaica si sta spezzando. Bisognerebbe discutere su come agire d'imperio sulla Libia e chiedere anche alla Francia e agli Stati Uniti di svelare le carte. 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La Rackete resta indagata anche per rifiuto di obbedienza a nave da guerra, resistenza o violenza contro nave da guerra e navigazione in zone vietate, anche se il gip agrigentino Alessandra Vella ne ha disposto la scarcerazione. Non è dato sapere se la notizia la entusiasmerà, ma la Rackete ieri ha ricevuto la qualifica di «socia benemerita» dalla sezione padovana dell'Arcigay. Ieri, in un'intervista al Corriere della Sera, il premier Giuseppe Conte ha sostanzialmente confermato la sua posizione riguardo l'affare Sea Watch, perfettamente in linea con quella del ministro dell'Interno Matteo Salvini: «Come uomo di diritto», ha argomentato Conte, «rispetto il ruolo del magistrato, anche se ritengo che i provvedimenti di un magistrato possano essere criticati e, se ritenuti ingiusti, impugnati. Rimane un dato che mi ha lasciato fortemente perplesso: il comportamento di chi fa un uso politico strumentale di vicende che coinvolgono vite umane, e ritiene che tra tanti porti del Mediterraneo, l'unico sicuro debba essere un porto italiano. Fino al punto di stazionare per oltre due settimane», ha aggiunto Conte, «e arrivare a forzare l'ingresso in un nostro porto». A proposito di Salvini, ieri il ministro dell'Interno ha pubblicato sui social network vari post che fanno riferimento al caso Sea Watch. Commentando alcune indiscrezioni sull'amarezza della Guardia di Finanza per la scarcerazione della Rackete, il leader della Lega si è rivolto ai finanzieri: «Il popolo sta con voi». E poi: «Sentenza di condanna a 16 mesi di carcere», ha scritto Salvini in un altro post, «a un uomo che speronò una motovedetta della Guardia di Finanza, considerata nave da guerra. Ma quella persona non si chiamava Carola». Tra i tanti attestati di stima e incoraggiamenti, ieri Salvini ha ricevuto quello del musicista Marco Castoldi, in arte Morgan: «Lasciamo lavorare Salvini. Un governo», ha detto il cantante alla Adnkronos, «eredita una situazione, magari ha tante buone idee ma non è facile metterle in pratica. Per cui non rompiamo i coglioni a Salvini, lasciamolo lavorare. È stato eletto dal popolo, ha un mandato e segue la sua logica governativa. Salvini in questo momento ha un compito molto gravoso. Le cose non nascono dal nulla: ci sono organizzazioni umanitarie, sociali e politiche che organizzano delle navi che vanno a raccogliere in mezzo al mare persone su delle barchette. Perché tutti i governi europei», ha aggiunto Morgan, «non parlano con queste organizzazioni umanitarie? Perché non capiscono che bisogna evitare disastri organizzando le cose prima che accada il peggio? Bisogna lavorare sulle cause non sui sintomi». Tra le tante considerazioni sulla vicenda, particolarmente interessante la provocazione di Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera di Fratelli d'Italia: «Se secondo la Procura di Agrigento», ha detto Rampelli, «la capitana Carola non ha commesso reati ed era pienamente legittimata ad approdare a Lampedusa, allora ci aspettiamo che la magistratura apra subito un'inchiesta a carico della Guardia di Finanza e dei ministri che hanno illegittimamente tentato di impedirne lo sbarco». Al ministro dell'Interno tedesco, Horst Seehofer, in un'intervista sull'Augsburger Allgemeine, è stato chiesto di commentare l'arresto della Rackete: «Siamo sempre pronti», ha risposto Seehofer, «a dire agli altri Paesi cosa stanno facendo di sbagliato. La decisione su ciò che accade al capitano deve essere presa dalla magistratura italiana. Il grande scandalo in questo caso sta nel fatto che l'Unione europea abbia fallito catastroficamente sulla politica dei rifugiati». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ricatto-dalla-libia-per-la-gioia-delle-ong-pronti-a-rifilarvi-oltre-8-000-migranti-2639088662.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="sperona-la-finanza-ma-non-ha-i-rasta-16-mesi" data-post-id="2639088662" data-published-at="1767738334" data-use-pagination="False"> Sperona la Finanza ma non ha i rasta: 16 mesi La legge è uguale per tutti, ma qualcuno è più uguale degli altri. Ieri, su Twitter, Matteo Salvini ha ricordato un episodio accaduto 13 anni fa: un uomo che speronò una motovedetta della Guardia di finanza, proprio come la capitana Carola Rackete e che però fu condannato a 16 mesi di carcere perché... l'imbarcazione dei finanzieri fu considerata nave da guerra. Un criterio di giudizio ben diverso, insomma, da quello applicato dal gip di Agrigento, Alessandra Vella, nei confronti della comandante della Sea Watch 3, scarcerata anche perché la motovedetta della Gdf quasi speronata dalla nave Ong era in acque territoriali italiane. E dunque, a suo parere, non poteva essere considerata in assetto bellico. Decaduto, dunque, il reato di resistenza a nave da guerra. Ma cosa successe oltre un decennio fa? Era il marzo del 2002. I finanzieri di stanza a Chioggia stavano effettuando un controllo sui pescatori di molluschi di frodo. Trovarono, si legge nella sentenza di Cassazione, emessa appunto nel 2006, «un gruppo di imbarcazioni» e tentarono di abbordarne una. La nave, però, «dopo l'intimazione di alt si era data alla fuga a luci spente ed era riuscita a speronare l'unità militare, provocandone la rottura dell'elica». Ma prima che il pescatore di frodo sparisse nella notte, gli agenti erano riusciti ad annotare «il numero di matricola, il tipo e il colore». Per farla breve: proprietario identificato e trascinato in tribunale. E indovinate un po' cosa disse la Cassazione nel 2006? Che era corretto idetificare la motovedetta delle Fiamme gialle come «nave da guerra». Non a caso, all'imprudente conducente del peschereccio era stato contestato il reato di «resistenza e violenza contro una nave da guerra». In acque italianissime, al largo di Chioggia. Peccato solo che il signor P.F. (nel dispositivo della sentenza sono indicate soltanto le iniziali) fosse appunto il signor P.F. e non la signorina C.R., ovvero Carola Rackete. La quale ha i rasta, non ha fatto la pescatrice di molluschi, ma di uomini. Li ha tenuti in mare aperto per due settimane, anziché andare alla ricerca di un altro porto sicuro. E a un certo punto, in piena scienza e coscienza, ha deciso di forzare il blocco navale legittimato dal decreto Sicurezza bis e avallato anche dalla Corte europea dei diritti dell'uomo. Certo, il gip Vella ha sostenuto che i reati eventualmente commessi dalla Rackete sono giustificati dallo stato di necessità. Emergenza evidentemente assente nel caso del pescatore di frodo che stava cercando di imbarcare, ovvero, di rubare, un po' di gamberetti. Ma è pur vero che lo «stato d'emergenza» umanitaria si crea, se, appunto, si rimane al largo di Lampedusa per 15 giorni perché si vuole a tutti i costi entrare in Italia. Ma se la magistratura gioca brutti scherzi a Matteo Salvini (e al 34% di italiani che lo sostiene, peraltro legittimamente, visto che il dl Sicurezza è costituzionale), anche il Movimento 5 stelle non è da meno. In Aula, infatti, i grillini hanno proposto un emendamento pro Ong al decreto Sicurezza bis. Ira del sottosegreatio leghista al Viminale, Nicola Molteni: «I pentastellati ci dicano da che parte stanno: con la legge e la legalità oppure con i trafficanti di esseri umani che umiliano l'Italia e le nostre forze dell'ordine.
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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