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2019-07-05
Ricatto dalla Libia per la gioia delle Ong: «Pronti a rifilarvi oltre 8.000 migranti»
Ansa
Il bombardamento che ha causato oltre 100 vittime in un centro di accoglienza e detenzione di migranti a Tripoli era sospetto fin dall'inizio. Le forze del Colonnello Khalifa Haftar hanno da subito ammesso la paternità, sostenendo di aver sbagliato: erano convinti si trattasse di mercenari. Ciò che da subito si è però reso palese è l'uso politico altrettanto spregiudicato che ne ha fatto il capo del governo della Cirenaica. Il vero obiettivo è colpire la leadership italiana, anzi le scelte di gestione dei flussi migratori targate Matteo Salvini. Ora il colonnello Haftar è uscito allo scoperto, anche se per bocca di un suo sottoposto: «Lanciamo un appello al mondo intero e all'Unione europea a porre fine alla politiche razziste del ministro dell'Interno italiano» che «in collaborazione con l'incostituzionale consiglio presidenziale» di Fayez Al Serraj sono «la ragione principale dell'accumulo di migranti nella regione occidentale della Libia», ha affermato il generale Mohamed Al Manfour, comandante delle forze aeree dell'Esercito nazionale libico. Secondo Al Manfour, le politiche di Salvini hanno causato il «rimpatrio forzato di migranti in Libia», facendoli tornare «ancora una volta nelle mani degli stessi trafficanti di esseri umani da cui sono fuggiti» e ricollocandoli «tra carri armati e depositi di munizioni in quello che altro non è che una palese violazione delle regole basilari dei diritti umani e dei valori umani». Al netto del paradosso sottostante, (forze armate che bombardano civili e accusano il governo italiano di essere razzista), il tentativo in atto mira a indebolire l'attività leghista per cercare di aprire un varco diplomatico e spingere Roma ad abbandonare il governo di Tripoli, sostenuto fin dai tempi di Marco Minnniti al Viminale. Gli uomini della Cirenaica conoscono bene l'Italia le dinamiche che la riguardano. Sanno che accusare Salvini di razzismo basta a coagulare tutte le forze anti Lega. E così le accuse degli uomini di Haftar sfondano il muro immaginario del Mediterraneo, arrivano fino all'aula del Parlamento e sulle pagine dei giornali. A cominciare da Avvenire, che ieri ha dedicato l'apertura al tema e, in pratica ha ribaltato la frittata. Se si bombardano i centri per migranti, la Libia è un porto insicuro. Solo Salvini sostiene il contrario. Di conseguenza i porti vanno riaperti. la condanna di Avvenire è tutta diretta al leader leghista. Quasi nulla nei confronti di Haftar, nonostante chiunque possa valutare l'uso spregiudicato che fa delle bombe. La cieca opposizione politica a Salvini tiene però bordone ad Haftar, senza che Avvenire partecipi alla distribuzione delle cedole. Il colonnello della Cirenaica desidera prendere il potere e conquistare la cassa, in mano al fondo sovrano di Tripoli. Lo fa con la forza, ma in Libia non esistono mezze misure. La sinistra italiana che beneficio avrà da tutto ciò?
La domanda è retorica perché la risposta è una sola: farsi usare dai leader libici e schiantarsi contro il muro del buon senso (e quello delle prossime elezioni). Chi invece ha le idee chiare sono i rappresentanti delle Ong, forti di un argomento in più per sostenere che la Libia non potrà mai essere un porto sicuro. Ma ancor più delle Ong, chi ha capito di dover cogliere al volo l'opportunità scaturita dal bombardamento è il governo di Tripoli. Il ministro dell'Interno della Libia, Fathi Bashagha, ha dichiarato che di avere il compito di proteggere i civili, ma che colpire i centri di detenzione in cui sono rinchiusi i migranti va oltre ogni capacità di offrire protezione: «Il governo di accordo nazionale è obbligato a proteggere tutti i civili, ma gli attacchi verso i centri di detenzione dei migranti da parte dei caccia F16 sono al di là della capacità governativa di proteggerli», ha dichiarato Bashagha ai media locali. Gli stessi quotidiani hanno riferito l'intenzione del governo di accordo nazionale di chiudere i centri di detenzione e liberare tutti i migranti che vi sono detenuti. Almeno 8.000 persone, secondo le stime dell'Unhcr, che si troverebbero improvvisamente libere di imbarcarsi verso l'Italia. Il governo di Al Serraj teme che la Lega - e il nostro governo in generale - possa aprire un dialogo diretto con Haftar. Salvini sa che senza porti sicuri il decreto Sicurezza bis salterebbe per aria. Con la minaccia di liberare migliaia di immigrati, Al Serraj manda il suo personale pizzino: non trattate con la Cirenaica, Tripoli deve rimanere l'unico interlocutore.
La sinistra non comprende che c'è una partita a scacchi in atto, osserva il dito e ignora addirittura che esista la luna. Fare da sponda ai due governi libici in un momento come questo significa usare i migranti e - moralmente - essere complici. Soprattutto significa rendere ancora più complicato per l'Italia prendere una posizione precisa nel perimetro internazionale. Ieri la Turchia ha condannato apertamente le mosse di Haftar.
Quest'ultimo ha chiesto agli Emirati Arabi di tornare a sostenerlo e - a quanto risulta - avrebbe ricevuto una porta in faccia. Significa che l'alleanza filo Cirenaica si sta spezzando. Bisognerebbe discutere su come agire d'imperio sulla Libia e chiedere anche alla Francia e agli Stati Uniti di svelare le carte. Se invece ci lasciamo trascinare dalle strategie altrui, saremo sempre vittima del Mediterraneo e mai promotori di un rilancio.
Carola nell’Arcigay ad honorem in attesa di finire davanti ai giudici
Carola Rackete è diventata un comandante fantasma: si trova, come hanno spiegato i responsabili di Sea Watch, in una località segreta, manco fosse un collaboratore di giustizia minacciato dalla mafia, in attesa dell'interrogatorio al quale verrà sottoposta, il prossimo 9 luglio, dai pm di Agrigento, che l'hanno iscritta nel registro degli indagati per l'ipotesi di reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.
La Rackete resta indagata anche per rifiuto di obbedienza a nave da guerra, resistenza o violenza contro nave da guerra e navigazione in zone vietate, anche se il gip agrigentino Alessandra Vella ne ha disposto la scarcerazione.
Non è dato sapere se la notizia la entusiasmerà, ma la Rackete ieri ha ricevuto la qualifica di «socia benemerita» dalla sezione padovana dell'Arcigay.
Ieri, in un'intervista al Corriere della Sera, il premier Giuseppe Conte ha sostanzialmente confermato la sua posizione riguardo l'affare Sea Watch, perfettamente in linea con quella del ministro dell'Interno Matteo Salvini: «Come uomo di diritto», ha argomentato Conte, «rispetto il ruolo del magistrato, anche se ritengo che i provvedimenti di un magistrato possano essere criticati e, se ritenuti ingiusti, impugnati. Rimane un dato che mi ha lasciato fortemente perplesso: il comportamento di chi fa un uso politico strumentale di vicende che coinvolgono vite umane, e ritiene che tra tanti porti del Mediterraneo, l'unico sicuro debba essere un porto italiano. Fino al punto di stazionare per oltre due settimane», ha aggiunto Conte, «e arrivare a forzare l'ingresso in un nostro porto».
A proposito di Salvini, ieri il ministro dell'Interno ha pubblicato sui social network vari post che fanno riferimento al caso Sea Watch. Commentando alcune indiscrezioni sull'amarezza della Guardia di Finanza per la scarcerazione della Rackete, il leader della Lega si è rivolto ai finanzieri: «Il popolo sta con voi». E poi: «Sentenza di condanna a 16 mesi di carcere», ha scritto Salvini in un altro post, «a un uomo che speronò una motovedetta della Guardia di Finanza, considerata nave da guerra. Ma quella persona non si chiamava Carola».
Tra i tanti attestati di stima e incoraggiamenti, ieri Salvini ha ricevuto quello del musicista Marco Castoldi, in arte Morgan: «Lasciamo lavorare Salvini. Un governo», ha detto il cantante alla Adnkronos, «eredita una situazione, magari ha tante buone idee ma non è facile metterle in pratica. Per cui non rompiamo i coglioni a Salvini, lasciamolo lavorare. È stato eletto dal popolo, ha un mandato e segue la sua logica governativa. Salvini in questo momento ha un compito molto gravoso. Le cose non nascono dal nulla: ci sono organizzazioni umanitarie, sociali e politiche che organizzano delle navi che vanno a raccogliere in mezzo al mare persone su delle barchette. Perché tutti i governi europei», ha aggiunto Morgan, «non parlano con queste organizzazioni umanitarie? Perché non capiscono che bisogna evitare disastri organizzando le cose prima che accada il peggio? Bisogna lavorare sulle cause non sui sintomi».
Tra le tante considerazioni sulla vicenda, particolarmente interessante la provocazione di Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera di Fratelli d'Italia: «Se secondo la Procura di Agrigento», ha detto Rampelli, «la capitana Carola non ha commesso reati ed era pienamente legittimata ad approdare a Lampedusa, allora ci aspettiamo che la magistratura apra subito un'inchiesta a carico della Guardia di Finanza e dei ministri che hanno illegittimamente tentato di impedirne lo sbarco». Al ministro dell'Interno tedesco, Horst Seehofer, in un'intervista sull'Augsburger Allgemeine, è stato chiesto di commentare l'arresto della Rackete: «Siamo sempre pronti», ha risposto Seehofer, «a dire agli altri Paesi cosa stanno facendo di sbagliato. La decisione su ciò che accade al capitano deve essere presa dalla magistratura italiana. Il grande scandalo in questo caso sta nel fatto che l'Unione europea abbia fallito catastroficamente sulla politica dei rifugiati».
Sperona la Finanza ma non ha i rasta: 16 mesi
La legge è uguale per tutti, ma qualcuno è più uguale degli altri. Ieri, su Twitter, Matteo Salvini ha ricordato un episodio accaduto 13 anni fa: un uomo che speronò una motovedetta della Guardia di finanza, proprio come la capitana Carola Rackete e che però fu condannato a 16 mesi di carcere perché... l'imbarcazione dei finanzieri fu considerata nave da guerra.
Un criterio di giudizio ben diverso, insomma, da quello applicato dal gip di Agrigento, Alessandra Vella, nei confronti della comandante della Sea Watch 3, scarcerata anche perché la motovedetta della Gdf quasi speronata dalla nave Ong era in acque territoriali italiane. E dunque, a suo parere, non poteva essere considerata in assetto bellico. Decaduto, dunque, il reato di resistenza a nave da guerra.
Ma cosa successe oltre un decennio fa? Era il marzo del 2002. I finanzieri di stanza a Chioggia stavano effettuando un controllo sui pescatori di molluschi di frodo. Trovarono, si legge nella sentenza di Cassazione, emessa appunto nel 2006, «un gruppo di imbarcazioni» e tentarono di abbordarne una. La nave, però, «dopo l'intimazione di alt si era data alla fuga a luci spente ed era riuscita a speronare l'unità militare, provocandone la rottura dell'elica». Ma prima che il pescatore di frodo sparisse nella notte, gli agenti erano riusciti ad annotare «il numero di matricola, il tipo e il colore». Per farla breve: proprietario identificato e trascinato in tribunale. E indovinate un po' cosa disse la Cassazione nel 2006? Che era corretto idetificare la motovedetta delle Fiamme gialle come «nave da guerra». Non a caso, all'imprudente conducente del peschereccio era stato contestato il reato di «resistenza e violenza contro una nave da guerra». In acque italianissime, al largo di Chioggia.
Peccato solo che il signor P.F. (nel dispositivo della sentenza sono indicate soltanto le iniziali) fosse appunto il signor P.F. e non la signorina C.R., ovvero Carola Rackete. La quale ha i rasta, non ha fatto la pescatrice di molluschi, ma di uomini. Li ha tenuti in mare aperto per due settimane, anziché andare alla ricerca di un altro porto sicuro. E a un certo punto, in piena scienza e coscienza, ha deciso di forzare il blocco navale legittimato dal decreto Sicurezza bis e avallato anche dalla Corte europea dei diritti dell'uomo.
Certo, il gip Vella ha sostenuto che i reati eventualmente commessi dalla Rackete sono giustificati dallo stato di necessità. Emergenza evidentemente assente nel caso del pescatore di frodo che stava cercando di imbarcare, ovvero, di rubare, un po' di gamberetti. Ma è pur vero che lo «stato d'emergenza» umanitaria si crea, se, appunto, si rimane al largo di Lampedusa per 15 giorni perché si vuole a tutti i costi entrare in Italia.
Ma se la magistratura gioca brutti scherzi a Matteo Salvini (e al 34% di italiani che lo sostiene, peraltro legittimamente, visto che il dl Sicurezza è costituzionale), anche il Movimento 5 stelle non è da meno.
In Aula, infatti, i grillini hanno proposto un emendamento pro Ong al decreto Sicurezza bis. Ira del sottosegreatio leghista al Viminale, Nicola Molteni: «I pentastellati ci dicano da che parte stanno: con la legge e la legalità oppure con i trafficanti di esseri umani che umiliano l'Italia e le nostre forze dell'ordine.
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Il governo di Fayez Al Serraj ricatta Roma sfruttando i missili di Khalifa Haftar. Avvenire incolpa Matteo Salvini, come se fosse stato lui a sparare.Carola Rackete andrà in tribunale martedì. Marco Castoldi, in arte Morgan col Viminale: «Fateli lavorare, non rompete i c...».Pescatore condannato: come la Sea Watch, urtò una motovedetta. La Cassazione: «Era nave da guerra».Lo speciale contiene tre articoli.Il bombardamento che ha causato oltre 100 vittime in un centro di accoglienza e detenzione di migranti a Tripoli era sospetto fin dall'inizio. Le forze del Colonnello Khalifa Haftar hanno da subito ammesso la paternità, sostenendo di aver sbagliato: erano convinti si trattasse di mercenari. Ciò che da subito si è però reso palese è l'uso politico altrettanto spregiudicato che ne ha fatto il capo del governo della Cirenaica. Il vero obiettivo è colpire la leadership italiana, anzi le scelte di gestione dei flussi migratori targate Matteo Salvini. Ora il colonnello Haftar è uscito allo scoperto, anche se per bocca di un suo sottoposto: «Lanciamo un appello al mondo intero e all'Unione europea a porre fine alla politiche razziste del ministro dell'Interno italiano» che «in collaborazione con l'incostituzionale consiglio presidenziale» di Fayez Al Serraj sono «la ragione principale dell'accumulo di migranti nella regione occidentale della Libia», ha affermato il generale Mohamed Al Manfour, comandante delle forze aeree dell'Esercito nazionale libico. Secondo Al Manfour, le politiche di Salvini hanno causato il «rimpatrio forzato di migranti in Libia», facendoli tornare «ancora una volta nelle mani degli stessi trafficanti di esseri umani da cui sono fuggiti» e ricollocandoli «tra carri armati e depositi di munizioni in quello che altro non è che una palese violazione delle regole basilari dei diritti umani e dei valori umani». Al netto del paradosso sottostante, (forze armate che bombardano civili e accusano il governo italiano di essere razzista), il tentativo in atto mira a indebolire l'attività leghista per cercare di aprire un varco diplomatico e spingere Roma ad abbandonare il governo di Tripoli, sostenuto fin dai tempi di Marco Minnniti al Viminale. Gli uomini della Cirenaica conoscono bene l'Italia le dinamiche che la riguardano. Sanno che accusare Salvini di razzismo basta a coagulare tutte le forze anti Lega. E così le accuse degli uomini di Haftar sfondano il muro immaginario del Mediterraneo, arrivano fino all'aula del Parlamento e sulle pagine dei giornali. A cominciare da Avvenire, che ieri ha dedicato l'apertura al tema e, in pratica ha ribaltato la frittata. Se si bombardano i centri per migranti, la Libia è un porto insicuro. Solo Salvini sostiene il contrario. Di conseguenza i porti vanno riaperti. la condanna di Avvenire è tutta diretta al leader leghista. Quasi nulla nei confronti di Haftar, nonostante chiunque possa valutare l'uso spregiudicato che fa delle bombe. La cieca opposizione politica a Salvini tiene però bordone ad Haftar, senza che Avvenire partecipi alla distribuzione delle cedole. Il colonnello della Cirenaica desidera prendere il potere e conquistare la cassa, in mano al fondo sovrano di Tripoli. Lo fa con la forza, ma in Libia non esistono mezze misure. La sinistra italiana che beneficio avrà da tutto ciò? La domanda è retorica perché la risposta è una sola: farsi usare dai leader libici e schiantarsi contro il muro del buon senso (e quello delle prossime elezioni). Chi invece ha le idee chiare sono i rappresentanti delle Ong, forti di un argomento in più per sostenere che la Libia non potrà mai essere un porto sicuro. Ma ancor più delle Ong, chi ha capito di dover cogliere al volo l'opportunità scaturita dal bombardamento è il governo di Tripoli. Il ministro dell'Interno della Libia, Fathi Bashagha, ha dichiarato che di avere il compito di proteggere i civili, ma che colpire i centri di detenzione in cui sono rinchiusi i migranti va oltre ogni capacità di offrire protezione: «Il governo di accordo nazionale è obbligato a proteggere tutti i civili, ma gli attacchi verso i centri di detenzione dei migranti da parte dei caccia F16 sono al di là della capacità governativa di proteggerli», ha dichiarato Bashagha ai media locali. Gli stessi quotidiani hanno riferito l'intenzione del governo di accordo nazionale di chiudere i centri di detenzione e liberare tutti i migranti che vi sono detenuti. Almeno 8.000 persone, secondo le stime dell'Unhcr, che si troverebbero improvvisamente libere di imbarcarsi verso l'Italia. Il governo di Al Serraj teme che la Lega - e il nostro governo in generale - possa aprire un dialogo diretto con Haftar. Salvini sa che senza porti sicuri il decreto Sicurezza bis salterebbe per aria. Con la minaccia di liberare migliaia di immigrati, Al Serraj manda il suo personale pizzino: non trattate con la Cirenaica, Tripoli deve rimanere l'unico interlocutore. La sinistra non comprende che c'è una partita a scacchi in atto, osserva il dito e ignora addirittura che esista la luna. Fare da sponda ai due governi libici in un momento come questo significa usare i migranti e - moralmente - essere complici. Soprattutto significa rendere ancora più complicato per l'Italia prendere una posizione precisa nel perimetro internazionale. Ieri la Turchia ha condannato apertamente le mosse di Haftar. Quest'ultimo ha chiesto agli Emirati Arabi di tornare a sostenerlo e - a quanto risulta - avrebbe ricevuto una porta in faccia. Significa che l'alleanza filo Cirenaica si sta spezzando. Bisognerebbe discutere su come agire d'imperio sulla Libia e chiedere anche alla Francia e agli Stati Uniti di svelare le carte. 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La Rackete resta indagata anche per rifiuto di obbedienza a nave da guerra, resistenza o violenza contro nave da guerra e navigazione in zone vietate, anche se il gip agrigentino Alessandra Vella ne ha disposto la scarcerazione. Non è dato sapere se la notizia la entusiasmerà, ma la Rackete ieri ha ricevuto la qualifica di «socia benemerita» dalla sezione padovana dell'Arcigay. Ieri, in un'intervista al Corriere della Sera, il premier Giuseppe Conte ha sostanzialmente confermato la sua posizione riguardo l'affare Sea Watch, perfettamente in linea con quella del ministro dell'Interno Matteo Salvini: «Come uomo di diritto», ha argomentato Conte, «rispetto il ruolo del magistrato, anche se ritengo che i provvedimenti di un magistrato possano essere criticati e, se ritenuti ingiusti, impugnati. Rimane un dato che mi ha lasciato fortemente perplesso: il comportamento di chi fa un uso politico strumentale di vicende che coinvolgono vite umane, e ritiene che tra tanti porti del Mediterraneo, l'unico sicuro debba essere un porto italiano. Fino al punto di stazionare per oltre due settimane», ha aggiunto Conte, «e arrivare a forzare l'ingresso in un nostro porto». A proposito di Salvini, ieri il ministro dell'Interno ha pubblicato sui social network vari post che fanno riferimento al caso Sea Watch. Commentando alcune indiscrezioni sull'amarezza della Guardia di Finanza per la scarcerazione della Rackete, il leader della Lega si è rivolto ai finanzieri: «Il popolo sta con voi». E poi: «Sentenza di condanna a 16 mesi di carcere», ha scritto Salvini in un altro post, «a un uomo che speronò una motovedetta della Guardia di Finanza, considerata nave da guerra. Ma quella persona non si chiamava Carola». Tra i tanti attestati di stima e incoraggiamenti, ieri Salvini ha ricevuto quello del musicista Marco Castoldi, in arte Morgan: «Lasciamo lavorare Salvini. Un governo», ha detto il cantante alla Adnkronos, «eredita una situazione, magari ha tante buone idee ma non è facile metterle in pratica. Per cui non rompiamo i coglioni a Salvini, lasciamolo lavorare. È stato eletto dal popolo, ha un mandato e segue la sua logica governativa. Salvini in questo momento ha un compito molto gravoso. Le cose non nascono dal nulla: ci sono organizzazioni umanitarie, sociali e politiche che organizzano delle navi che vanno a raccogliere in mezzo al mare persone su delle barchette. Perché tutti i governi europei», ha aggiunto Morgan, «non parlano con queste organizzazioni umanitarie? Perché non capiscono che bisogna evitare disastri organizzando le cose prima che accada il peggio? Bisogna lavorare sulle cause non sui sintomi». Tra le tante considerazioni sulla vicenda, particolarmente interessante la provocazione di Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera di Fratelli d'Italia: «Se secondo la Procura di Agrigento», ha detto Rampelli, «la capitana Carola non ha commesso reati ed era pienamente legittimata ad approdare a Lampedusa, allora ci aspettiamo che la magistratura apra subito un'inchiesta a carico della Guardia di Finanza e dei ministri che hanno illegittimamente tentato di impedirne lo sbarco». Al ministro dell'Interno tedesco, Horst Seehofer, in un'intervista sull'Augsburger Allgemeine, è stato chiesto di commentare l'arresto della Rackete: «Siamo sempre pronti», ha risposto Seehofer, «a dire agli altri Paesi cosa stanno facendo di sbagliato. La decisione su ciò che accade al capitano deve essere presa dalla magistratura italiana. 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Un criterio di giudizio ben diverso, insomma, da quello applicato dal gip di Agrigento, Alessandra Vella, nei confronti della comandante della Sea Watch 3, scarcerata anche perché la motovedetta della Gdf quasi speronata dalla nave Ong era in acque territoriali italiane. E dunque, a suo parere, non poteva essere considerata in assetto bellico. Decaduto, dunque, il reato di resistenza a nave da guerra. Ma cosa successe oltre un decennio fa? Era il marzo del 2002. I finanzieri di stanza a Chioggia stavano effettuando un controllo sui pescatori di molluschi di frodo. Trovarono, si legge nella sentenza di Cassazione, emessa appunto nel 2006, «un gruppo di imbarcazioni» e tentarono di abbordarne una. La nave, però, «dopo l'intimazione di alt si era data alla fuga a luci spente ed era riuscita a speronare l'unità militare, provocandone la rottura dell'elica». Ma prima che il pescatore di frodo sparisse nella notte, gli agenti erano riusciti ad annotare «il numero di matricola, il tipo e il colore». Per farla breve: proprietario identificato e trascinato in tribunale. E indovinate un po' cosa disse la Cassazione nel 2006? Che era corretto idetificare la motovedetta delle Fiamme gialle come «nave da guerra». Non a caso, all'imprudente conducente del peschereccio era stato contestato il reato di «resistenza e violenza contro una nave da guerra». In acque italianissime, al largo di Chioggia. Peccato solo che il signor P.F. (nel dispositivo della sentenza sono indicate soltanto le iniziali) fosse appunto il signor P.F. e non la signorina C.R., ovvero Carola Rackete. La quale ha i rasta, non ha fatto la pescatrice di molluschi, ma di uomini. Li ha tenuti in mare aperto per due settimane, anziché andare alla ricerca di un altro porto sicuro. E a un certo punto, in piena scienza e coscienza, ha deciso di forzare il blocco navale legittimato dal decreto Sicurezza bis e avallato anche dalla Corte europea dei diritti dell'uomo. Certo, il gip Vella ha sostenuto che i reati eventualmente commessi dalla Rackete sono giustificati dallo stato di necessità. Emergenza evidentemente assente nel caso del pescatore di frodo che stava cercando di imbarcare, ovvero, di rubare, un po' di gamberetti. Ma è pur vero che lo «stato d'emergenza» umanitaria si crea, se, appunto, si rimane al largo di Lampedusa per 15 giorni perché si vuole a tutti i costi entrare in Italia. Ma se la magistratura gioca brutti scherzi a Matteo Salvini (e al 34% di italiani che lo sostiene, peraltro legittimamente, visto che il dl Sicurezza è costituzionale), anche il Movimento 5 stelle non è da meno. In Aula, infatti, i grillini hanno proposto un emendamento pro Ong al decreto Sicurezza bis. Ira del sottosegreatio leghista al Viminale, Nicola Molteni: «I pentastellati ci dicano da che parte stanno: con la legge e la legalità oppure con i trafficanti di esseri umani che umiliano l'Italia e le nostre forze dell'ordine.
Carlo Messina (Imagoeconomica)
Il piano arriva dopo un 2025 che l’amministratore delegato definisce senza esitazioni «il migliore di sempre». Utile netto a 9,3 miliardi (+7,6%), dividendi complessivi per 6,5 miliardi – tra acconto e saldo – e un buyback da 2,3 miliardi già autorizzato dalla Bce. L’ad rivendica di aver superato, negli ultimi due piani industriali, tutti gli obiettivi.
La strategia al 2029 poggia su tre pilastri: riduzione dei costi grazie alla tecnologia, crescita dei ricavi trainata dalle commissioni e un costo del rischio ai minimi storici, frutto di una banca senza più crediti incagliati. Ma il vero salto è geografico. Messina guarda oltre i confini italiani e rivendica di essere «parte di una storia completamente diversa rispetto alla saga del risiko bancario del 2025». Tradotto: nessuna corsa alle aggregazioni domestiche, nessun inseguimento a fusioni difensive che comunque troverebbero l’ostacolo dell’Antitrust. Il baricentro si sposta sull’espansione internazionale, in particolare nell’industria del risparmio.
È qui che prende forma Isywealth Europe, il progetto-bandiera del nuovo piano. Un’iniziativa che porta all’estero il modello Intesa nella consulenza finanziaria, facendo leva sul digitale e sulle sinergie di gruppo. Francia, Germania e Spagna sono i primi traguardi individuati. Mercati dove la banca è già presente con proprie filiali e dove punta a servire corporate, retail e private banking attraverso piattaforme tecnologiche integrate. Duecento milioni di investimenti iniziali. Il piano di espansione nelle grandi città europee, con prodotti distribuiti anche tramite Isybank e Fideuram Direct. La crescita avverrà solo con operazioni di cui il gruppo avrà la maggioranza azionaria. Al momento, chiarisce, sul tavolo non c’è nulla. Nessuna fretta, nessuna ansia da shopping. La stessa logica guida la strategia sulle banche estere, chiamate a realizzare sinergie più strette con le altre divisioni del gruppo. Il risultato netto della divisione international banks dovrebbe salire a 1,8 miliardi nel 2029 dagli 1,2 miliardi del 2025. «Nell’eurozona non serve fare acquisizioni», sottolinea, «meglio sfruttare le presenze che già abbiamo».
Intesa promette una nuova accelerazione sul fronte della riduzione dei costi. Per raggiungere l’obiettivo sono previsti altri 5,1 miliardi di investimenti tecnologici, che si aggiungono ai 6,6 miliardi del piano precedente. In parallelo, un ricambio generazionale senza scosse: 9.750 uscite volontarie in Italia entro il 2030, compensate da circa 6.300 nuove assunzioni di giovani. A regime, i risparmi attesi valgono 570 milioni di euro.
Il capitolo del risiko bancario è liquidato con poche frasi ma con un tono che non lascia spazio a interpretazioni. Le operazioni che animano il dibattito, «non ci preoccupano». Neanche l’asse Unicredit-Generali di cui tanto si parla «Sarebbe come mettere insieme due Bpm. Rimarremmo comunque con tre volte più grandi». Fine della discussione. Per Intesa, insiste l’amministratore delegato, non è un terreno di competizione. Anche perché, osserva, «mettere insieme un asset manager assicurativo con una rete di distribuzione bancaria non ha molto senso».
In controluce, il piano racconta anche un altro punto di vista: quello che osserva con attenzione lo scenario globale. Alla domanda su Kevin Warsh, indicato da Donald Trump come prossimo presidente della Fed, il giudizio è misurato ma positivo: «Una persona di altissima competenza e capacità». Un segnale di equilibrio, mentre le banche centrali restano un fattore chiave di stabilità – o instabilità – dei mercati.
Alla fine, il nuovo piano di Intesa Sanpaolo appare come un manifesto di continuità. Cinquanta miliardi di dividendi come garanzia, una strategia internazionale come orizzonte, il rifiuto del risiko come scelta identitaria.
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Under Salt Marsh (Sky)
La natura, la sua violenza improvvisa, è protagonista al fianco di una comunità tradizionale, scossa da un omicidio quasi perfetto. O, quanto meno, di un omicidio che sarebbe stato perfetto, se non fosse intervenuta la natura.Il mare, in un giorno di tempesta, ha portato sulle rive del Galles un corpo, lo spettro di una morte innaturale. E, pure, la certezza che l'indagine non sarebbe stata semplice. Jackie Eliss l'ha capito fin dal primo momento.
Lo ha sentito sulla propria pelle, lei che aveva cercato di dimenticare il passato, gli sbagli, gli errori. La Eliss era detective a Morfa Halen, cittadina immaginaria, arroccata sui paesaggi del Galles, quando un'altra morte ha messo a soqquadro la sua vita. Allora, c'era la stessa violenza, ma poche certezze. Jackie Eliss non è riuscita a capire chi fosse il responsabile di una tale brutalità, perché, soprattutto. Qualche ipotesi l'ha azzardata, qualcosa lo ha pensato. Ma, a conti fatti, non ha saputo portare dalla sua prove certe e inconfutabili. Così, il paese le ha voltato le spalle e la sua famiglia con lui. La Eliss ha perso il marito, la stima della figlia e il lavoro. Tre anni più tardi, è la stessa donna, ma il mestiere è un altro, le insicurezze aumentate.Jackie Eliss, quando il secondo cadavere piomba a Morfa Halen, non è più una detective, ma un'insegnante, cui l'ostracismo dei suoi concittadini ha provocato una tristezza latente. Sola, senza lo scopo di un mestiere che era vocazione, vorrebbe tenersi alla larga da quell'altro mistero. Ma qualcosa, una sensazione sottile sottopelle, le dice che le morti, pur passati anni, sono connesse. Ed è in nome di questa connessione, della voglia di capire cosa sia successo e redimere con ciò se stessa e i propri errori, che la Eliss decide di tornare a investigare. Senza l'ufficialità del ruolo, senza gli strumenti consoni. Senza aiuti, ma con una determinazione tipica del genere cui Under salt marsh appartiene.
Lo show, in quattro episodi, rincorre la velocità del giallo, del thriller, rincorrendo parimenti quella del cataclisma. Perché c'è altro a rendere il mistero più inquietante: la minaccia incombente di una tempesta senza precedenti, decisa a distruggere ogni prova che possa condurre alla verità.
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