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2019-07-05
Ricatto dalla Libia per la gioia delle Ong: «Pronti a rifilarvi oltre 8.000 migranti»
Ansa
Il bombardamento che ha causato oltre 100 vittime in un centro di accoglienza e detenzione di migranti a Tripoli era sospetto fin dall'inizio. Le forze del Colonnello Khalifa Haftar hanno da subito ammesso la paternità, sostenendo di aver sbagliato: erano convinti si trattasse di mercenari. Ciò che da subito si è però reso palese è l'uso politico altrettanto spregiudicato che ne ha fatto il capo del governo della Cirenaica. Il vero obiettivo è colpire la leadership italiana, anzi le scelte di gestione dei flussi migratori targate Matteo Salvini. Ora il colonnello Haftar è uscito allo scoperto, anche se per bocca di un suo sottoposto: «Lanciamo un appello al mondo intero e all'Unione europea a porre fine alla politiche razziste del ministro dell'Interno italiano» che «in collaborazione con l'incostituzionale consiglio presidenziale» di Fayez Al Serraj sono «la ragione principale dell'accumulo di migranti nella regione occidentale della Libia», ha affermato il generale Mohamed Al Manfour, comandante delle forze aeree dell'Esercito nazionale libico. Secondo Al Manfour, le politiche di Salvini hanno causato il «rimpatrio forzato di migranti in Libia», facendoli tornare «ancora una volta nelle mani degli stessi trafficanti di esseri umani da cui sono fuggiti» e ricollocandoli «tra carri armati e depositi di munizioni in quello che altro non è che una palese violazione delle regole basilari dei diritti umani e dei valori umani». Al netto del paradosso sottostante, (forze armate che bombardano civili e accusano il governo italiano di essere razzista), il tentativo in atto mira a indebolire l'attività leghista per cercare di aprire un varco diplomatico e spingere Roma ad abbandonare il governo di Tripoli, sostenuto fin dai tempi di Marco Minnniti al Viminale. Gli uomini della Cirenaica conoscono bene l'Italia le dinamiche che la riguardano. Sanno che accusare Salvini di razzismo basta a coagulare tutte le forze anti Lega. E così le accuse degli uomini di Haftar sfondano il muro immaginario del Mediterraneo, arrivano fino all'aula del Parlamento e sulle pagine dei giornali. A cominciare da Avvenire, che ieri ha dedicato l'apertura al tema e, in pratica ha ribaltato la frittata. Se si bombardano i centri per migranti, la Libia è un porto insicuro. Solo Salvini sostiene il contrario. Di conseguenza i porti vanno riaperti. la condanna di Avvenire è tutta diretta al leader leghista. Quasi nulla nei confronti di Haftar, nonostante chiunque possa valutare l'uso spregiudicato che fa delle bombe. La cieca opposizione politica a Salvini tiene però bordone ad Haftar, senza che Avvenire partecipi alla distribuzione delle cedole. Il colonnello della Cirenaica desidera prendere il potere e conquistare la cassa, in mano al fondo sovrano di Tripoli. Lo fa con la forza, ma in Libia non esistono mezze misure. La sinistra italiana che beneficio avrà da tutto ciò?
La domanda è retorica perché la risposta è una sola: farsi usare dai leader libici e schiantarsi contro il muro del buon senso (e quello delle prossime elezioni). Chi invece ha le idee chiare sono i rappresentanti delle Ong, forti di un argomento in più per sostenere che la Libia non potrà mai essere un porto sicuro. Ma ancor più delle Ong, chi ha capito di dover cogliere al volo l'opportunità scaturita dal bombardamento è il governo di Tripoli. Il ministro dell'Interno della Libia, Fathi Bashagha, ha dichiarato che di avere il compito di proteggere i civili, ma che colpire i centri di detenzione in cui sono rinchiusi i migranti va oltre ogni capacità di offrire protezione: «Il governo di accordo nazionale è obbligato a proteggere tutti i civili, ma gli attacchi verso i centri di detenzione dei migranti da parte dei caccia F16 sono al di là della capacità governativa di proteggerli», ha dichiarato Bashagha ai media locali. Gli stessi quotidiani hanno riferito l'intenzione del governo di accordo nazionale di chiudere i centri di detenzione e liberare tutti i migranti che vi sono detenuti. Almeno 8.000 persone, secondo le stime dell'Unhcr, che si troverebbero improvvisamente libere di imbarcarsi verso l'Italia. Il governo di Al Serraj teme che la Lega - e il nostro governo in generale - possa aprire un dialogo diretto con Haftar. Salvini sa che senza porti sicuri il decreto Sicurezza bis salterebbe per aria. Con la minaccia di liberare migliaia di immigrati, Al Serraj manda il suo personale pizzino: non trattate con la Cirenaica, Tripoli deve rimanere l'unico interlocutore.
La sinistra non comprende che c'è una partita a scacchi in atto, osserva il dito e ignora addirittura che esista la luna. Fare da sponda ai due governi libici in un momento come questo significa usare i migranti e - moralmente - essere complici. Soprattutto significa rendere ancora più complicato per l'Italia prendere una posizione precisa nel perimetro internazionale. Ieri la Turchia ha condannato apertamente le mosse di Haftar.
Quest'ultimo ha chiesto agli Emirati Arabi di tornare a sostenerlo e - a quanto risulta - avrebbe ricevuto una porta in faccia. Significa che l'alleanza filo Cirenaica si sta spezzando. Bisognerebbe discutere su come agire d'imperio sulla Libia e chiedere anche alla Francia e agli Stati Uniti di svelare le carte. Se invece ci lasciamo trascinare dalle strategie altrui, saremo sempre vittima del Mediterraneo e mai promotori di un rilancio.
Carola nell’Arcigay ad honorem in attesa di finire davanti ai giudici
Carola Rackete è diventata un comandante fantasma: si trova, come hanno spiegato i responsabili di Sea Watch, in una località segreta, manco fosse un collaboratore di giustizia minacciato dalla mafia, in attesa dell'interrogatorio al quale verrà sottoposta, il prossimo 9 luglio, dai pm di Agrigento, che l'hanno iscritta nel registro degli indagati per l'ipotesi di reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.
La Rackete resta indagata anche per rifiuto di obbedienza a nave da guerra, resistenza o violenza contro nave da guerra e navigazione in zone vietate, anche se il gip agrigentino Alessandra Vella ne ha disposto la scarcerazione.
Non è dato sapere se la notizia la entusiasmerà, ma la Rackete ieri ha ricevuto la qualifica di «socia benemerita» dalla sezione padovana dell'Arcigay.
Ieri, in un'intervista al Corriere della Sera, il premier Giuseppe Conte ha sostanzialmente confermato la sua posizione riguardo l'affare Sea Watch, perfettamente in linea con quella del ministro dell'Interno Matteo Salvini: «Come uomo di diritto», ha argomentato Conte, «rispetto il ruolo del magistrato, anche se ritengo che i provvedimenti di un magistrato possano essere criticati e, se ritenuti ingiusti, impugnati. Rimane un dato che mi ha lasciato fortemente perplesso: il comportamento di chi fa un uso politico strumentale di vicende che coinvolgono vite umane, e ritiene che tra tanti porti del Mediterraneo, l'unico sicuro debba essere un porto italiano. Fino al punto di stazionare per oltre due settimane», ha aggiunto Conte, «e arrivare a forzare l'ingresso in un nostro porto».
A proposito di Salvini, ieri il ministro dell'Interno ha pubblicato sui social network vari post che fanno riferimento al caso Sea Watch. Commentando alcune indiscrezioni sull'amarezza della Guardia di Finanza per la scarcerazione della Rackete, il leader della Lega si è rivolto ai finanzieri: «Il popolo sta con voi». E poi: «Sentenza di condanna a 16 mesi di carcere», ha scritto Salvini in un altro post, «a un uomo che speronò una motovedetta della Guardia di Finanza, considerata nave da guerra. Ma quella persona non si chiamava Carola».
Tra i tanti attestati di stima e incoraggiamenti, ieri Salvini ha ricevuto quello del musicista Marco Castoldi, in arte Morgan: «Lasciamo lavorare Salvini. Un governo», ha detto il cantante alla Adnkronos, «eredita una situazione, magari ha tante buone idee ma non è facile metterle in pratica. Per cui non rompiamo i coglioni a Salvini, lasciamolo lavorare. È stato eletto dal popolo, ha un mandato e segue la sua logica governativa. Salvini in questo momento ha un compito molto gravoso. Le cose non nascono dal nulla: ci sono organizzazioni umanitarie, sociali e politiche che organizzano delle navi che vanno a raccogliere in mezzo al mare persone su delle barchette. Perché tutti i governi europei», ha aggiunto Morgan, «non parlano con queste organizzazioni umanitarie? Perché non capiscono che bisogna evitare disastri organizzando le cose prima che accada il peggio? Bisogna lavorare sulle cause non sui sintomi».
Tra le tante considerazioni sulla vicenda, particolarmente interessante la provocazione di Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera di Fratelli d'Italia: «Se secondo la Procura di Agrigento», ha detto Rampelli, «la capitana Carola non ha commesso reati ed era pienamente legittimata ad approdare a Lampedusa, allora ci aspettiamo che la magistratura apra subito un'inchiesta a carico della Guardia di Finanza e dei ministri che hanno illegittimamente tentato di impedirne lo sbarco». Al ministro dell'Interno tedesco, Horst Seehofer, in un'intervista sull'Augsburger Allgemeine, è stato chiesto di commentare l'arresto della Rackete: «Siamo sempre pronti», ha risposto Seehofer, «a dire agli altri Paesi cosa stanno facendo di sbagliato. La decisione su ciò che accade al capitano deve essere presa dalla magistratura italiana. Il grande scandalo in questo caso sta nel fatto che l'Unione europea abbia fallito catastroficamente sulla politica dei rifugiati».
Sperona la Finanza ma non ha i rasta: 16 mesi
La legge è uguale per tutti, ma qualcuno è più uguale degli altri. Ieri, su Twitter, Matteo Salvini ha ricordato un episodio accaduto 13 anni fa: un uomo che speronò una motovedetta della Guardia di finanza, proprio come la capitana Carola Rackete e che però fu condannato a 16 mesi di carcere perché... l'imbarcazione dei finanzieri fu considerata nave da guerra.
Un criterio di giudizio ben diverso, insomma, da quello applicato dal gip di Agrigento, Alessandra Vella, nei confronti della comandante della Sea Watch 3, scarcerata anche perché la motovedetta della Gdf quasi speronata dalla nave Ong era in acque territoriali italiane. E dunque, a suo parere, non poteva essere considerata in assetto bellico. Decaduto, dunque, il reato di resistenza a nave da guerra.
Ma cosa successe oltre un decennio fa? Era il marzo del 2002. I finanzieri di stanza a Chioggia stavano effettuando un controllo sui pescatori di molluschi di frodo. Trovarono, si legge nella sentenza di Cassazione, emessa appunto nel 2006, «un gruppo di imbarcazioni» e tentarono di abbordarne una. La nave, però, «dopo l'intimazione di alt si era data alla fuga a luci spente ed era riuscita a speronare l'unità militare, provocandone la rottura dell'elica». Ma prima che il pescatore di frodo sparisse nella notte, gli agenti erano riusciti ad annotare «il numero di matricola, il tipo e il colore». Per farla breve: proprietario identificato e trascinato in tribunale. E indovinate un po' cosa disse la Cassazione nel 2006? Che era corretto idetificare la motovedetta delle Fiamme gialle come «nave da guerra». Non a caso, all'imprudente conducente del peschereccio era stato contestato il reato di «resistenza e violenza contro una nave da guerra». In acque italianissime, al largo di Chioggia.
Peccato solo che il signor P.F. (nel dispositivo della sentenza sono indicate soltanto le iniziali) fosse appunto il signor P.F. e non la signorina C.R., ovvero Carola Rackete. La quale ha i rasta, non ha fatto la pescatrice di molluschi, ma di uomini. Li ha tenuti in mare aperto per due settimane, anziché andare alla ricerca di un altro porto sicuro. E a un certo punto, in piena scienza e coscienza, ha deciso di forzare il blocco navale legittimato dal decreto Sicurezza bis e avallato anche dalla Corte europea dei diritti dell'uomo.
Certo, il gip Vella ha sostenuto che i reati eventualmente commessi dalla Rackete sono giustificati dallo stato di necessità. Emergenza evidentemente assente nel caso del pescatore di frodo che stava cercando di imbarcare, ovvero, di rubare, un po' di gamberetti. Ma è pur vero che lo «stato d'emergenza» umanitaria si crea, se, appunto, si rimane al largo di Lampedusa per 15 giorni perché si vuole a tutti i costi entrare in Italia.
Ma se la magistratura gioca brutti scherzi a Matteo Salvini (e al 34% di italiani che lo sostiene, peraltro legittimamente, visto che il dl Sicurezza è costituzionale), anche il Movimento 5 stelle non è da meno.
In Aula, infatti, i grillini hanno proposto un emendamento pro Ong al decreto Sicurezza bis. Ira del sottosegreatio leghista al Viminale, Nicola Molteni: «I pentastellati ci dicano da che parte stanno: con la legge e la legalità oppure con i trafficanti di esseri umani che umiliano l'Italia e le nostre forze dell'ordine.
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Il governo di Fayez Al Serraj ricatta Roma sfruttando i missili di Khalifa Haftar. Avvenire incolpa Matteo Salvini, come se fosse stato lui a sparare.Carola Rackete andrà in tribunale martedì. Marco Castoldi, in arte Morgan col Viminale: «Fateli lavorare, non rompete i c...».Pescatore condannato: come la Sea Watch, urtò una motovedetta. La Cassazione: «Era nave da guerra».Lo speciale contiene tre articoli.Il bombardamento che ha causato oltre 100 vittime in un centro di accoglienza e detenzione di migranti a Tripoli era sospetto fin dall'inizio. Le forze del Colonnello Khalifa Haftar hanno da subito ammesso la paternità, sostenendo di aver sbagliato: erano convinti si trattasse di mercenari. Ciò che da subito si è però reso palese è l'uso politico altrettanto spregiudicato che ne ha fatto il capo del governo della Cirenaica. Il vero obiettivo è colpire la leadership italiana, anzi le scelte di gestione dei flussi migratori targate Matteo Salvini. Ora il colonnello Haftar è uscito allo scoperto, anche se per bocca di un suo sottoposto: «Lanciamo un appello al mondo intero e all'Unione europea a porre fine alla politiche razziste del ministro dell'Interno italiano» che «in collaborazione con l'incostituzionale consiglio presidenziale» di Fayez Al Serraj sono «la ragione principale dell'accumulo di migranti nella regione occidentale della Libia», ha affermato il generale Mohamed Al Manfour, comandante delle forze aeree dell'Esercito nazionale libico. Secondo Al Manfour, le politiche di Salvini hanno causato il «rimpatrio forzato di migranti in Libia», facendoli tornare «ancora una volta nelle mani degli stessi trafficanti di esseri umani da cui sono fuggiti» e ricollocandoli «tra carri armati e depositi di munizioni in quello che altro non è che una palese violazione delle regole basilari dei diritti umani e dei valori umani». Al netto del paradosso sottostante, (forze armate che bombardano civili e accusano il governo italiano di essere razzista), il tentativo in atto mira a indebolire l'attività leghista per cercare di aprire un varco diplomatico e spingere Roma ad abbandonare il governo di Tripoli, sostenuto fin dai tempi di Marco Minnniti al Viminale. Gli uomini della Cirenaica conoscono bene l'Italia le dinamiche che la riguardano. Sanno che accusare Salvini di razzismo basta a coagulare tutte le forze anti Lega. E così le accuse degli uomini di Haftar sfondano il muro immaginario del Mediterraneo, arrivano fino all'aula del Parlamento e sulle pagine dei giornali. A cominciare da Avvenire, che ieri ha dedicato l'apertura al tema e, in pratica ha ribaltato la frittata. Se si bombardano i centri per migranti, la Libia è un porto insicuro. Solo Salvini sostiene il contrario. Di conseguenza i porti vanno riaperti. la condanna di Avvenire è tutta diretta al leader leghista. Quasi nulla nei confronti di Haftar, nonostante chiunque possa valutare l'uso spregiudicato che fa delle bombe. La cieca opposizione politica a Salvini tiene però bordone ad Haftar, senza che Avvenire partecipi alla distribuzione delle cedole. Il colonnello della Cirenaica desidera prendere il potere e conquistare la cassa, in mano al fondo sovrano di Tripoli. Lo fa con la forza, ma in Libia non esistono mezze misure. La sinistra italiana che beneficio avrà da tutto ciò? La domanda è retorica perché la risposta è una sola: farsi usare dai leader libici e schiantarsi contro il muro del buon senso (e quello delle prossime elezioni). Chi invece ha le idee chiare sono i rappresentanti delle Ong, forti di un argomento in più per sostenere che la Libia non potrà mai essere un porto sicuro. Ma ancor più delle Ong, chi ha capito di dover cogliere al volo l'opportunità scaturita dal bombardamento è il governo di Tripoli. Il ministro dell'Interno della Libia, Fathi Bashagha, ha dichiarato che di avere il compito di proteggere i civili, ma che colpire i centri di detenzione in cui sono rinchiusi i migranti va oltre ogni capacità di offrire protezione: «Il governo di accordo nazionale è obbligato a proteggere tutti i civili, ma gli attacchi verso i centri di detenzione dei migranti da parte dei caccia F16 sono al di là della capacità governativa di proteggerli», ha dichiarato Bashagha ai media locali. Gli stessi quotidiani hanno riferito l'intenzione del governo di accordo nazionale di chiudere i centri di detenzione e liberare tutti i migranti che vi sono detenuti. Almeno 8.000 persone, secondo le stime dell'Unhcr, che si troverebbero improvvisamente libere di imbarcarsi verso l'Italia. Il governo di Al Serraj teme che la Lega - e il nostro governo in generale - possa aprire un dialogo diretto con Haftar. Salvini sa che senza porti sicuri il decreto Sicurezza bis salterebbe per aria. Con la minaccia di liberare migliaia di immigrati, Al Serraj manda il suo personale pizzino: non trattate con la Cirenaica, Tripoli deve rimanere l'unico interlocutore. La sinistra non comprende che c'è una partita a scacchi in atto, osserva il dito e ignora addirittura che esista la luna. Fare da sponda ai due governi libici in un momento come questo significa usare i migranti e - moralmente - essere complici. Soprattutto significa rendere ancora più complicato per l'Italia prendere una posizione precisa nel perimetro internazionale. Ieri la Turchia ha condannato apertamente le mosse di Haftar. Quest'ultimo ha chiesto agli Emirati Arabi di tornare a sostenerlo e - a quanto risulta - avrebbe ricevuto una porta in faccia. Significa che l'alleanza filo Cirenaica si sta spezzando. Bisognerebbe discutere su come agire d'imperio sulla Libia e chiedere anche alla Francia e agli Stati Uniti di svelare le carte. 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La Rackete resta indagata anche per rifiuto di obbedienza a nave da guerra, resistenza o violenza contro nave da guerra e navigazione in zone vietate, anche se il gip agrigentino Alessandra Vella ne ha disposto la scarcerazione. Non è dato sapere se la notizia la entusiasmerà, ma la Rackete ieri ha ricevuto la qualifica di «socia benemerita» dalla sezione padovana dell'Arcigay. Ieri, in un'intervista al Corriere della Sera, il premier Giuseppe Conte ha sostanzialmente confermato la sua posizione riguardo l'affare Sea Watch, perfettamente in linea con quella del ministro dell'Interno Matteo Salvini: «Come uomo di diritto», ha argomentato Conte, «rispetto il ruolo del magistrato, anche se ritengo che i provvedimenti di un magistrato possano essere criticati e, se ritenuti ingiusti, impugnati. Rimane un dato che mi ha lasciato fortemente perplesso: il comportamento di chi fa un uso politico strumentale di vicende che coinvolgono vite umane, e ritiene che tra tanti porti del Mediterraneo, l'unico sicuro debba essere un porto italiano. Fino al punto di stazionare per oltre due settimane», ha aggiunto Conte, «e arrivare a forzare l'ingresso in un nostro porto». A proposito di Salvini, ieri il ministro dell'Interno ha pubblicato sui social network vari post che fanno riferimento al caso Sea Watch. Commentando alcune indiscrezioni sull'amarezza della Guardia di Finanza per la scarcerazione della Rackete, il leader della Lega si è rivolto ai finanzieri: «Il popolo sta con voi». E poi: «Sentenza di condanna a 16 mesi di carcere», ha scritto Salvini in un altro post, «a un uomo che speronò una motovedetta della Guardia di Finanza, considerata nave da guerra. Ma quella persona non si chiamava Carola». Tra i tanti attestati di stima e incoraggiamenti, ieri Salvini ha ricevuto quello del musicista Marco Castoldi, in arte Morgan: «Lasciamo lavorare Salvini. Un governo», ha detto il cantante alla Adnkronos, «eredita una situazione, magari ha tante buone idee ma non è facile metterle in pratica. Per cui non rompiamo i coglioni a Salvini, lasciamolo lavorare. È stato eletto dal popolo, ha un mandato e segue la sua logica governativa. Salvini in questo momento ha un compito molto gravoso. Le cose non nascono dal nulla: ci sono organizzazioni umanitarie, sociali e politiche che organizzano delle navi che vanno a raccogliere in mezzo al mare persone su delle barchette. Perché tutti i governi europei», ha aggiunto Morgan, «non parlano con queste organizzazioni umanitarie? Perché non capiscono che bisogna evitare disastri organizzando le cose prima che accada il peggio? Bisogna lavorare sulle cause non sui sintomi». Tra le tante considerazioni sulla vicenda, particolarmente interessante la provocazione di Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera di Fratelli d'Italia: «Se secondo la Procura di Agrigento», ha detto Rampelli, «la capitana Carola non ha commesso reati ed era pienamente legittimata ad approdare a Lampedusa, allora ci aspettiamo che la magistratura apra subito un'inchiesta a carico della Guardia di Finanza e dei ministri che hanno illegittimamente tentato di impedirne lo sbarco». Al ministro dell'Interno tedesco, Horst Seehofer, in un'intervista sull'Augsburger Allgemeine, è stato chiesto di commentare l'arresto della Rackete: «Siamo sempre pronti», ha risposto Seehofer, «a dire agli altri Paesi cosa stanno facendo di sbagliato. La decisione su ciò che accade al capitano deve essere presa dalla magistratura italiana. 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Un criterio di giudizio ben diverso, insomma, da quello applicato dal gip di Agrigento, Alessandra Vella, nei confronti della comandante della Sea Watch 3, scarcerata anche perché la motovedetta della Gdf quasi speronata dalla nave Ong era in acque territoriali italiane. E dunque, a suo parere, non poteva essere considerata in assetto bellico. Decaduto, dunque, il reato di resistenza a nave da guerra. Ma cosa successe oltre un decennio fa? Era il marzo del 2002. I finanzieri di stanza a Chioggia stavano effettuando un controllo sui pescatori di molluschi di frodo. Trovarono, si legge nella sentenza di Cassazione, emessa appunto nel 2006, «un gruppo di imbarcazioni» e tentarono di abbordarne una. La nave, però, «dopo l'intimazione di alt si era data alla fuga a luci spente ed era riuscita a speronare l'unità militare, provocandone la rottura dell'elica». Ma prima che il pescatore di frodo sparisse nella notte, gli agenti erano riusciti ad annotare «il numero di matricola, il tipo e il colore». Per farla breve: proprietario identificato e trascinato in tribunale. E indovinate un po' cosa disse la Cassazione nel 2006? Che era corretto idetificare la motovedetta delle Fiamme gialle come «nave da guerra». Non a caso, all'imprudente conducente del peschereccio era stato contestato il reato di «resistenza e violenza contro una nave da guerra». In acque italianissime, al largo di Chioggia. Peccato solo che il signor P.F. (nel dispositivo della sentenza sono indicate soltanto le iniziali) fosse appunto il signor P.F. e non la signorina C.R., ovvero Carola Rackete. La quale ha i rasta, non ha fatto la pescatrice di molluschi, ma di uomini. Li ha tenuti in mare aperto per due settimane, anziché andare alla ricerca di un altro porto sicuro. E a un certo punto, in piena scienza e coscienza, ha deciso di forzare il blocco navale legittimato dal decreto Sicurezza bis e avallato anche dalla Corte europea dei diritti dell'uomo. Certo, il gip Vella ha sostenuto che i reati eventualmente commessi dalla Rackete sono giustificati dallo stato di necessità. Emergenza evidentemente assente nel caso del pescatore di frodo che stava cercando di imbarcare, ovvero, di rubare, un po' di gamberetti. Ma è pur vero che lo «stato d'emergenza» umanitaria si crea, se, appunto, si rimane al largo di Lampedusa per 15 giorni perché si vuole a tutti i costi entrare in Italia. Ma se la magistratura gioca brutti scherzi a Matteo Salvini (e al 34% di italiani che lo sostiene, peraltro legittimamente, visto che il dl Sicurezza è costituzionale), anche il Movimento 5 stelle non è da meno. In Aula, infatti, i grillini hanno proposto un emendamento pro Ong al decreto Sicurezza bis. Ira del sottosegreatio leghista al Viminale, Nicola Molteni: «I pentastellati ci dicano da che parte stanno: con la legge e la legalità oppure con i trafficanti di esseri umani che umiliano l'Italia e le nostre forze dell'ordine.
Clamoroso: il tribunale dell'Aquila vieta alla garante dell'infanzia di visitare la famiglia nel bosco accompagnata da esperti imparziali. L'ennesimo smacco ai Trevallion.
L’intelligenza artificiale non è più soltanto una tecnologia destinata ai laboratori di ricerca o alle grandi aziende digitali. Sta rapidamente entrando anche nel cuore delle strategie militari. E secondo un nuovo rapporto dedicato alla sicurezza del continente africano, il processo è già iniziato. Il documento, intitolato «Artificial Intelligence for Africa’s Defense Forces – A Toolkit for Defense Sector AI Strategy and Adoption», descrive come l’AI stia modificando la natura dei conflitti e invita i governi africani a prepararsi a una trasformazione destinata ad accelerare nei prossimi anni.
L’idea di fondo è semplice ma radicale: la guerra del futuro sarà sempre più guidata dai dati. Sensori, satelliti, droni, reti digitali e sistemi di analisi automatica stanno cambiando il modo in cui le informazioni vengono raccolte, interpretate e trasformate in decisioni operative. In questo contesto, l’intelligenza artificiale diventa il moltiplicatore di potenza che permette di elaborare enormi quantità di informazioni in tempi rapidissimi, offrendo ai comandanti una visione più ampia e precisa del campo di battaglia. Secondo gli autori del report, il continente africano si trova in una posizione particolare. Da un lato è uno dei territori dove i conflitti contemporanei — dal terrorismo jihadista alle guerre civili — sono più diffusi. Dall’altro lato è anche uno dei contesti dove l’adozione di nuove tecnologie può produrre cambiamenti più rapidi, proprio perché molte infrastrutture di sicurezza sono ancora in fase di sviluppo. L’intelligenza artificiale potrebbe quindi rappresentare una scorciatoia tecnologica per modernizzare gli apparati militari.
Il rapporto identifica diversi ambiti nei quali l’AI può avere un impatto diretto sulle operazioni militari. Uno dei più importanti riguarda l’intelligence e la sorveglianza. Le forze armate moderne raccolgono ogni giorno una quantità enorme di dati: immagini satellitari, video di droni, intercettazioni elettroniche, informazioni provenienti dai social network e da altre fonti digitali. Senza strumenti automatizzati, analizzare tutto questo materiale sarebbe praticamente impossibile. Gli algoritmi di machine learning possono invece individuare pattern ricorrenti, segnalare movimenti sospetti e identificare segnali di minacce emergenti.
Un altro settore cruciale è quello della cybersicurezza. I conflitti contemporanei non si combattono soltanto con armi tradizionali ma anche con attacchi informatici. Governi, infrastrutture energetiche, reti di comunicazione e sistemi finanziari sono diventati bersagli privilegiati di operazioni digitali. L’intelligenza artificiale viene sempre più utilizzata per individuare intrusioni, riconoscere anomalie nei sistemi informatici e bloccare malware prima che possano diffondersi. Allo stesso tempo, però, gli stessi strumenti possono essere impiegati da attori ostili per sviluppare attacchi sempre più sofisticati. Tra le applicazioni più visibili dell’intelligenza artificiale in ambito militare ci sono i sistemi autonomi, in particolare i droni. Negli ultimi anni questi velivoli senza pilota hanno acquisito capacità sempre più avanzate di navigazione, riconoscimento degli obiettivi e coordinamento operativo. In alcuni casi sono già in grado di identificare e ingaggiare un bersaglio con un livello di autonomia molto elevato. Questo sviluppo solleva interrogativi etici e strategici, perché introduce sul campo di battaglia macchine capaci di prendere decisioni potenzialmente letali.
Ma l’AI non serve solo per combattere. Il rapporto evidenzia come gli algoritmi possano migliorare anche l’organizzazione interna delle forze armate. Sistemi di analisi predittiva possono anticipare guasti nei mezzi militari, riducendo i tempi di manutenzione e i costi operativi. Altri strumenti possono ottimizzare la logistica, pianificando in modo più efficiente la distribuzione di carburante, munizioni e materiali. Persino la gestione del personale può essere supportata da modelli di analisi dei dati, utili per monitorare competenze, carriere e bisogni formativi.
L’intelligenza artificiale può inoltre essere utilizzata nella formazione militare. Simulatori avanzati, alimentati da algoritmi di apprendimento automatico, possono ricreare scenari di combattimento complessi e adattarsi al comportamento dei partecipanti. In questo modo è possibile addestrare ufficiali e soldati in ambienti virtuali sempre più realistici, migliorando la preparazione operativa senza dover ricorrere continuamente a esercitazioni sul campo. Tuttavia, il rapporto sottolinea che l’adozione dell’AI nel settore della difesa comporta anche rischi significativi. Molti Paesi africani dispongono ancora di infrastrutture digitali limitate, con reti internet instabili, capacità di calcolo ridotte e accesso limitato a grandi quantità di dati. Senza queste basi tecnologiche, sviluppare sistemi di intelligenza artificiale avanzati diventa estremamente difficile. Un’altra sfida riguarda la formazione del personale. Le competenze necessarie per progettare, gestire e utilizzare sistemi basati sull’intelligenza artificiale sono ancora relativamente rare, soprattutto nel settore pubblico. Data scientist, ingegneri informatici e specialisti di cybersecurity sono figure molto richieste anche nel settore privato, il che rende difficile per le istituzioni militari attrarre e trattenere talenti.
C’è poi il tema della dipendenza tecnologica. Gran parte delle piattaforme di intelligenza artificiale, delle infrastrutture cloud e dei sistemi di calcolo ad alte prestazioni è sviluppata e controllata da aziende straniere. Questo significa che molti Paesi africani rischiano di diventare dipendenti da tecnologie prodotte all’estero, con implicazioni che riguardano non solo l’economia ma anche la sicurezza nazionale e la sovranità digitale. Per questo motivo il report suggerisce ai governi africani di elaborare strategie specifiche per l’intelligenza artificiale nel settore della difesa. Alcuni Paesi potrebbero integrare l’AI nelle strategie digitali già esistenti, altri inserirla nei documenti di sicurezza nazionale, mentre i più avanzati potrebbero sviluppare vere e proprie strategie militari dedicate. Il punto centrale è evitare che l’adozione dell’intelligenza artificiale avvenga in modo casuale o frammentato. Senza una visione strategica, le nuove tecnologie rischiano di creare più problemi che benefici, amplificando vulnerabilità esistenti o introducendo nuove forme di instabilità.
La conclusione del rapporto è che l’intelligenza artificiale non è ancora il fattore decisivo nei conflitti africani, ma la sua influenza è destinata a crescere rapidamente. Man mano che algoritmi, sensori e sistemi autonomi diventeranno più accessibili, anche attori non statali — gruppi terroristici, milizie e organizzazioni criminali — potrebbero sfruttare queste tecnologie. In questo scenario, la capacità di controllare e sviluppare l’intelligenza artificiale diventa una questione di sicurezza strategica. Chi riuscirà a integrare più rapidamente queste tecnologie nelle proprie strutture militari avrà un vantaggio significativo. Non soltanto sul campo di battaglia, ma anche nella competizione geopolitica globale che sempre più si gioca sul terreno dell’innovazione tecnologica.
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Ecco #DimmiLaVerità dell'11 marzo 2026. Il nostro Gianluigi Paragone spiega perché il governo deve muoversi in fretta contro i rincari dei prezzi di gas e benzina.
Guido Guidesi e Massimo Bitonci
L’accordo è stato siglato ieri da Guido Guidesi, assessore allo Sviluppo economico lombardo, e da Massimo Bitonci, assessore veneto alle Attività Produttive, a Desenzano del Garda, in provincia di Brescia. Una scelta simbolica: la località affacciata sul lago rappresenta infatti un punto di contatto naturale tra Lombardia e Veneto, quasi un ponte tra due sistemi economici profondamente integrati. Il patto nasce dalla consapevolezza che le due Regioni a guida leghista rappresentano due dei sistemi economici più dinamici del panorama nazionale e continentale, caratterizzati da una fitta rete di piccole e medie imprese, da distretti industriali altamente specializzati e da una forte vocazione all’export. Rafforzare la collaborazione tra le due Regioni significa quindi valorizzare complementarità produttive e creare nuove opportunità di sviluppo per imprese e territori.
«Facciamo squadra – ha spiegato Guidesi - per aiutare le nostre imprese ad essere competitive, in un contesto molto complicato; è molto importante che i territori maggiormente produttivi e molto influenti sul Pil nazionale collaborino e siano propositivi al fine di fare sentire la voce e le esigenze del ecosistema lombardo-veneto e di tutto il Nord». Sulla stessa linea Bitonci. «Con questo accordo – dichiara l’ex viceministro - rafforziamo concretamente la collaborazione tra le due grandi regioni del Nord, cuore manifatturiero e uno dei principali motori economici d’Europa. Veneto e Lombardia condividono un modello di sviluppo fondato su distretti industriali, pmi, innovazione diffusa e una forte vocazione all’export. Mettere in rete le nostre politiche industriali significa creare nuove opportunità per le aziende, favorire l’integrazione tra filiere complementari e rendere più efficaci gli strumenti di sostegno agli investimenti. Ma non solo: le imprese lombardo-venete chiedono meno burocrazia, accesso più semplice al credito, strumenti finanziari adeguati per sostenere innovazione, digitalizzazione e transizione energetica. Da oggi Veneto e Lombardia parleranno ad una sola voce, mettendo a sistema competenze, risorse e strumenti operativi per accompagnare le nostre imprese».
Tra le principali direttrici dell’intesa c’è il rafforzamento delle filiere produttive complementari, con programmi congiunti tra distretti industriali e poli tecnologici dei due territori. Parallelamente le amministrazioni lavoreranno alla costruzione di strumenti coordinati di supporto al credito, facilitando l’accesso delle imprese – in particolare delle piccole e medie aziende – a finanziamenti destinati agli investimenti in innovazione, digitalizzazione e transizione energetica. Un ruolo centrale sarà svolto anche dalla collaborazione tra le finanziarie regionali, con l’obiettivo di sviluppare meccanismi condivisi di garanzia, co-investimento e sostegno agli investimenti produttivi.
L’accordo è economico ma evidentemente ha un valore nettamente politico: si inserisce in un percorso più ampio avviato negli ultimi anni dalla Lombardia per costruire una rete tra le principali aree produttive italiane. Infatti nel 2023 Lombardia, Piemonte e Liguria hanno dato vita alla Cabina Economica del Nord Ovest, mentre lo scorso maggio è arrivata anche un’intesa con l’Emilia-Romagna, nonostante sia una Regione guidata da uno schieramento politico opposto a quello che governa il resto del Nord. L’ingresso del Veneto rafforza ora questo disegno e rilancia l’idea di un coordinamento stabile tra i territori più produttivi del Paese, con l’obiettivo di incidere con maggiore forza nelle politiche industriali italiche e specialmente europee, coordinando la rappresentanza degli interessi dei sistemi produttivi lombardo-veneti nei grandi dossier industriali dell’Unione.
L’obiettivo è ambizioso: dialogare con altre grandi regioni industriali del continente, dai Land tedeschi ad alcune delle principali aree manifatturiere spagnole, costruendo una piattaforma di cooperazione tra territori accomunati da una forte vocazione industriale. D’altronde, a indicare questa direzione, è lo stesso mondo imprenditoriale, le cui organizzazioni chiedono un maggiore coordinamento tra le istituzioni dei territori più industrializzati, convinte che la competizione globale richieda politiche più coerenti e una rappresentanza più incisiva. Il tutto in attesa dell’autonomia differenziata.
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