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2019-06-27
«Repubblica» si smaschera da sola. Il virgolettato su Siri era taroccato
Ansa
Finalmente è arrivata la retromarcia del quotidiano Repubblica, che ieri in prima pagina ha annunciato il disvelamento dell'intercettazione che ha portato alle dimissioni del sottosegretario Armando Siri. Peccato che l'avesse già pubblicata, ma in tutt'altra forma, due mesi fa. L'articolo di ieri era intitolato: «I 30.000 euro a Siri, le parole di Arata: "Ci lavora un secondo per guadagnarli"». Questa volta il testo riportato sulle pagine del quotidiano romano è letterale, diversamente da quanto accaduto ad aprile, quando Repubblica riportò due intercettazioni farlocche, parole che il lobbista Francesco Paolo Arata avrebbe pronunciato riferendosi all'allora sottosegretario della Lega, Siri: «Mi ci sono voluti 30.000 euro» e «questo affare mi è costato 30.000 euro». Ecco la nuova vulgata riportata da Salvo Palazzolo: «“Guarda che l'emendamento passa". E qualche frase dopo un riferimento al sottosegretario leghista oggi indagato per corruzione. “Siri ci lavora un secondo per guadagnare 30.000 euro". Così parlava Francesco Paolo Arata, era il 10 settembre dell'anno scorso». Quindi il cronista ha aggiunto: «Per quanto risulta a Repubblica dietro a quegli omissis ci sarebbe una frase ancora più esplicita pronunciata ad Arata a proposito della mazzetta a Siri: “Io gli do 30.000 euro"».
Bene, stavolta Repubblica non ha scritto una bufala e bisogna riconoscerglielo. Ma quello che sorprende è l'attacco al nostro giornale, laddove Palazzolo si allarga: «Un'intercettazione che la macchina del rumore aveva provato a bollare come fake news dopo gli avvisi di garanzia: “L'intercettazione dei 30.000 euro contro Siri non esiste", aveva strillato La Verità». La realtà è che Palazzolo, con questa frase, dimostra di non aver capito la lezione e anziché scusarsi con i lettori per la manipolazione precedente, prova a menare prima, per paura di venire sbertucciato il giorno dopo.
Infatti noi, il 25 aprile scorso, ci eravamo limitati a riportare lo sconcerto del procuratore aggiunto di Roma, Paolo Ielo, il quale dopo aver letto le libere interpretazioni che il Corriere della Sera e Repubblica avevano dato di quella conversazione era sbottato: «Le intercettazioni sui giornali? Sono false. Quelle frasi non ci sono nel fascicolo». E noi avevamo chiosato che «sarebbe stata pubblicata tra virgolette una battuta mai captata dagli investigatori». Come di fatto è avvenuto. Quindi avevamo aggiunto: «Quello che dà più fastidio agli inquirenti non è il senso delle frasi contenute tra i caporali, significato che, come nel caso di Siri, si può dedurre dai provvedimenti di perquisizione, ma è la decisione di trasformarlo nelle vive parole degli indagati: perché un conto è riportare le tesi dell'accusa, un altro è pubblicare frasi che non sono mai state pronunciate. A seccare ulteriormente i pm è anche il fatto che il virgolettato trasmette l'idea che chi dovrebbe custodire il segreto, l'abbia divulgato. Un sospetto grave». Il problema è che oggi scopriamo che qualcuno ha suggerito ai giornalisti una frase non troppo dissimile dal punto di vista lessicale da quella autentica, ma che sui i giornali è finito, tra caporali, un verbo coniugato al passato che ha dato un senso compiuto della vicenda. C'è da domandarsi se quella fuga di notizie «storta» sia stata casuale.
Ricapitoliamo: ieri Palazzolo ci ha raccontato che la pistola fumante della tangente a Siri è una conversazione datata 10 settembre. In essa Arata senior avrebbe detto al figlio Francesco e a Manlio Nicasti, erede dell'imprenditore Vito, «il re dell'eolico vicino ai clan»: «Io gli do 30.000 euro», riferendosi a Siri. E avrebbe aggiunto: «Siri ci lavora un secondo per guadagnare 30.000 euro».
Ieri Repubblica ha pubblicato la trascrizione completa della seconda parte, ma non della prima. Forse perché, a quanto risulta alla Verità, la frase di Paolo Arata è la seguente: «Gli do 30.000 euro… però… è un amico come lo fossi tu… però gli amici mi fai una cosa io ti pago… e quindi è più incenti (incentivato, ndr)…». Per le difese in questa versione il riferimento a un pagamento di 30.000 euro andrebbe interpretato come una libera iniziativa di Arata e ci troveremmo di fronte a pensieri che non hanno avuto concretizzazione, mentre dalle parole pubblicate due mesi fa sui giornali risultava chiaro che la mazzetta fosse già stata consegnata. È indubbio che, a leggere l'ultimo testo, non si può dar per certo che ci siano stati una dazione o un accordo, né si può escludere che l'idea di incentivare con 30.000 euro l'attività di Siri per un emendamento a favore del mini eolico (settore in cui opera Arata) fosse un semplice proponimento dell'imprenditore.
Ma davvero Palazzolo pensa che quello che Repubblica ha scritto ad aprile sia la stessa cosa di quanto pubblicato ieri? Infatti il 19 aprile la sua collega Maria Elena Vincenzi aveva scritto un articolo intitolato: «“Mi è costato 30.000 euro". Le due intercettazioni del lobbista». Nel corpo del servizio venivano riportate le frasi «questo affare mi è costato 30.000 euro» e «mi ci sono voluti 30.000 euro». Con questa chiosa: «Sono due le intercettazioni che inchiodano il sottosegretario ai Trasporti, Armando Siri, e che gli sono valse l'accusa di corruzione». Per la Vincenzi una sarebbe stata dell'estate e una di qualche settima dopo, di settembre. Nessuna delle due sembra essere mai esistita e a essere inchiodata pare Repubblica, visto che il passato prossimo utilizzato nelle due frasi offriva l'impressione del patto già concluso e di soldi già consegnati. Adesso la sterzata: «Io gli do 30.000 euro». Che, ovviamente, dà l'idea di un pagamento non ancora effettuato e, forse, non (ancora) pattuito.
Qui nessuno sta dicendo che Siri sia innocente, saranno le indagini e i processi a determinarlo, ma non possono essere frasi coperte da segreto e spiattellate sui giornali, dopo essere state artatamente modificate, a decidere il destino di questo o quell'indagato, che si tratti di Mario Rossi o di un politico di primo piano.
Giacomo Amadori
Salone del libro, «Fassino a processo»
C'è anche l'ex sindaco di Torino, nonché deputato Pd, Piero Fassino, tra le 26 persone rinviate a giudizio dalla Procura di Torino dopo la maxi inchiesta coordinata dai pm Gianfranco Colace ed Enrica Gabetta sulla gestione del Salone del libro negli anni 2010-2015. Insieme a Fassino c'è anche l'ex assessore alla Cultura della Regione Piemonte (giunta Chiamparino) Antonella Parigi e gli ex presidenti della Fondazione, Rolando Picchioni e Giovanna Milella. Andranno a processo anche i revisori dei conti e i vertici della multinazionale Gl events.
I reati contestati a vario titolo sono: peculato, falso in atto pubblico e turbativa d'asta per l'affidamento senza gara a Gl events, e per la predisposizione di un bando ad hoc per l'edizione 2017 del Salone. Fassino (assistito dall'avvocato Carlo Federico Grosso), a cui viene contestata la turbativa d'asta, già alla chiusura dell'indagine disse: «Chiunque mi conosca sa bene che ho sempre esercitato ogni incarico istituzionale affidatomi con rigoroso rispetto delle leggi e scrupolosa tutela dell'interesse pubblico. E senza alcun interesse personale. Così ho fatto, come risulta da ampia e dettagliata documentazione, anche da sindaco nei confronti del Salone internazionale del libro, dove l'amministrazione comunale ha operato insieme alle altre istituzioni con l'unico obiettivo di salvaguardare la più prestigiosa iniziativa italiana del libro e di perseguire il bene di Torino. Per questo sono sereno e fiducioso che emergerà la mia estraneità alle ipotesi di turbativa d'asta che mi sono contestate». L'ex segretario dei Ds sottolineò allora che «stante le difficili condizioni finanziare della Fondazione del libro, lo svolgimento dell'evento era tutt'altro che scontato e non sarebbe stato conseguito senza le azioni straordinarie messe in essere dalla Fondazione». Per tre persone, a suo tempo coinvolte nelle indagini, le posizioni sono state stralciate. Archiviazione dunque per Michele Coppola, ex assessore regionale del Piemonte nella giunta di centrodestra del governatore Roberto Cota, oggi direttore del settore Arte e cultura di Intesa Sanpaolo.
Cadono le accuse di turbativa d'asta legate a una nomina al vertice di Dmo Piemonte marketing scarl, l'agenzia turistica della Regione, quindi stralciata la posizione di Alberto Ansaldi, amministratore di Dmo. Il terzo che esce dall'inchiesta è l'avvocato Claudio Piacentini. Lo scorso gennaio le 29 persone avevano ricevuto l'avviso di chiusura indagini. Anni di lavoro e numerosi blitz nei tre filoni di un'inchiesta trasversale legata a vari livelli dell'evento culturale gestito in modo molto diverso dall'attuale che aveva portato a problemi di natura occupazionale e finanziaria, con i mancati pagamenti degli stipendi ai dipendenti per diverso tempo. L'attenzione degli inquirenti si era focalizzata dai conti, alle location di svolgimento, dall'organizzazione, ai privati, ai finanziamenti dagli enti pubblici fino al mondo politico che ha sempre fatto da regia alla manifestazione decidendone indirizzi e budget.
L'indagine iniziò ufficialmente la mattina del 22 maggio 2015. Tra le contestazioni principali rispetto la gestione c'è quella relativa al valore «gonfiato» del marchio del Salone, nel 2009, per una cifra di 1,8 milioni di euro: ovvero circa otto volte di più di quanto si è rivelato tre anni dopo. Il brand, infatti, andato all'asta a dicembre, è stato valutato circa 350.000 euro. Il fine, secondo l'accusa, era di coprire i debiti della Fondazione, un rosso di 796.000 euro, «inducendo in errore i componenti del cda e l'assemblea dei soci». Si riapre, dunque, una vecchia storia di cui si era parlato negli anni e nei mesi scorsi.
Sarina Biraghi
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La frase «mi è costato 30.000 euro» non esiste, come avevamo scritto. Il brogliaccio pubblicato ieri dal quotidiano lo conferma.Richiesta di rinvio a giudizio per l'ex sindaco dem di Torino e 25 persone nell'inchiesta sulla kermesse. Tra i reati contestati: peculato, falso in atto pubblico e turbativa d'asta.Lo speciale contiene due articoliFinalmente è arrivata la retromarcia del quotidiano Repubblica, che ieri in prima pagina ha annunciato il disvelamento dell'intercettazione che ha portato alle dimissioni del sottosegretario Armando Siri. Peccato che l'avesse già pubblicata, ma in tutt'altra forma, due mesi fa. L'articolo di ieri era intitolato: «I 30.000 euro a Siri, le parole di Arata: "Ci lavora un secondo per guadagnarli"». Questa volta il testo riportato sulle pagine del quotidiano romano è letterale, diversamente da quanto accaduto ad aprile, quando Repubblica riportò due intercettazioni farlocche, parole che il lobbista Francesco Paolo Arata avrebbe pronunciato riferendosi all'allora sottosegretario della Lega, Siri: «Mi ci sono voluti 30.000 euro» e «questo affare mi è costato 30.000 euro». Ecco la nuova vulgata riportata da Salvo Palazzolo: «“Guarda che l'emendamento passa". E qualche frase dopo un riferimento al sottosegretario leghista oggi indagato per corruzione. “Siri ci lavora un secondo per guadagnare 30.000 euro". Così parlava Francesco Paolo Arata, era il 10 settembre dell'anno scorso». Quindi il cronista ha aggiunto: «Per quanto risulta a Repubblica dietro a quegli omissis ci sarebbe una frase ancora più esplicita pronunciata ad Arata a proposito della mazzetta a Siri: “Io gli do 30.000 euro"». Bene, stavolta Repubblica non ha scritto una bufala e bisogna riconoscerglielo. Ma quello che sorprende è l'attacco al nostro giornale, laddove Palazzolo si allarga: «Un'intercettazione che la macchina del rumore aveva provato a bollare come fake news dopo gli avvisi di garanzia: “L'intercettazione dei 30.000 euro contro Siri non esiste", aveva strillato La Verità». La realtà è che Palazzolo, con questa frase, dimostra di non aver capito la lezione e anziché scusarsi con i lettori per la manipolazione precedente, prova a menare prima, per paura di venire sbertucciato il giorno dopo.Infatti noi, il 25 aprile scorso, ci eravamo limitati a riportare lo sconcerto del procuratore aggiunto di Roma, Paolo Ielo, il quale dopo aver letto le libere interpretazioni che il Corriere della Sera e Repubblica avevano dato di quella conversazione era sbottato: «Le intercettazioni sui giornali? Sono false. Quelle frasi non ci sono nel fascicolo». E noi avevamo chiosato che «sarebbe stata pubblicata tra virgolette una battuta mai captata dagli investigatori». Come di fatto è avvenuto. Quindi avevamo aggiunto: «Quello che dà più fastidio agli inquirenti non è il senso delle frasi contenute tra i caporali, significato che, come nel caso di Siri, si può dedurre dai provvedimenti di perquisizione, ma è la decisione di trasformarlo nelle vive parole degli indagati: perché un conto è riportare le tesi dell'accusa, un altro è pubblicare frasi che non sono mai state pronunciate. A seccare ulteriormente i pm è anche il fatto che il virgolettato trasmette l'idea che chi dovrebbe custodire il segreto, l'abbia divulgato. Un sospetto grave». Il problema è che oggi scopriamo che qualcuno ha suggerito ai giornalisti una frase non troppo dissimile dal punto di vista lessicale da quella autentica, ma che sui i giornali è finito, tra caporali, un verbo coniugato al passato che ha dato un senso compiuto della vicenda. C'è da domandarsi se quella fuga di notizie «storta» sia stata casuale.Ricapitoliamo: ieri Palazzolo ci ha raccontato che la pistola fumante della tangente a Siri è una conversazione datata 10 settembre. In essa Arata senior avrebbe detto al figlio Francesco e a Manlio Nicasti, erede dell'imprenditore Vito, «il re dell'eolico vicino ai clan»: «Io gli do 30.000 euro», riferendosi a Siri. E avrebbe aggiunto: «Siri ci lavora un secondo per guadagnare 30.000 euro».Ieri Repubblica ha pubblicato la trascrizione completa della seconda parte, ma non della prima. Forse perché, a quanto risulta alla Verità, la frase di Paolo Arata è la seguente: «Gli do 30.000 euro… però… è un amico come lo fossi tu… però gli amici mi fai una cosa io ti pago… e quindi è più incenti (incentivato, ndr)…». Per le difese in questa versione il riferimento a un pagamento di 30.000 euro andrebbe interpretato come una libera iniziativa di Arata e ci troveremmo di fronte a pensieri che non hanno avuto concretizzazione, mentre dalle parole pubblicate due mesi fa sui giornali risultava chiaro che la mazzetta fosse già stata consegnata. È indubbio che, a leggere l'ultimo testo, non si può dar per certo che ci siano stati una dazione o un accordo, né si può escludere che l'idea di incentivare con 30.000 euro l'attività di Siri per un emendamento a favore del mini eolico (settore in cui opera Arata) fosse un semplice proponimento dell'imprenditore.Ma davvero Palazzolo pensa che quello che Repubblica ha scritto ad aprile sia la stessa cosa di quanto pubblicato ieri? Infatti il 19 aprile la sua collega Maria Elena Vincenzi aveva scritto un articolo intitolato: «“Mi è costato 30.000 euro". Le due intercettazioni del lobbista». Nel corpo del servizio venivano riportate le frasi «questo affare mi è costato 30.000 euro» e «mi ci sono voluti 30.000 euro». Con questa chiosa: «Sono due le intercettazioni che inchiodano il sottosegretario ai Trasporti, Armando Siri, e che gli sono valse l'accusa di corruzione». Per la Vincenzi una sarebbe stata dell'estate e una di qualche settima dopo, di settembre. Nessuna delle due sembra essere mai esistita e a essere inchiodata pare Repubblica, visto che il passato prossimo utilizzato nelle due frasi offriva l'impressione del patto già concluso e di soldi già consegnati. Adesso la sterzata: «Io gli do 30.000 euro». Che, ovviamente, dà l'idea di un pagamento non ancora effettuato e, forse, non (ancora) pattuito.Qui nessuno sta dicendo che Siri sia innocente, saranno le indagini e i processi a determinarlo, ma non possono essere frasi coperte da segreto e spiattellate sui giornali, dopo essere state artatamente modificate, a decidere il destino di questo o quell'indagato, che si tratti di Mario Rossi o di un politico di primo piano.Giacomo Amadori<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/repubblica-si-smaschera-da-sola-il-virgolettato-su-siri-era-taroccato-2638997224.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="salone-del-libro-fassino-a-processo" data-post-id="2638997224" data-published-at="1779615384" data-use-pagination="False"> Salone del libro, «Fassino a processo» C'è anche l'ex sindaco di Torino, nonché deputato Pd, Piero Fassino, tra le 26 persone rinviate a giudizio dalla Procura di Torino dopo la maxi inchiesta coordinata dai pm Gianfranco Colace ed Enrica Gabetta sulla gestione del Salone del libro negli anni 2010-2015. Insieme a Fassino c'è anche l'ex assessore alla Cultura della Regione Piemonte (giunta Chiamparino) Antonella Parigi e gli ex presidenti della Fondazione, Rolando Picchioni e Giovanna Milella. Andranno a processo anche i revisori dei conti e i vertici della multinazionale Gl events. I reati contestati a vario titolo sono: peculato, falso in atto pubblico e turbativa d'asta per l'affidamento senza gara a Gl events, e per la predisposizione di un bando ad hoc per l'edizione 2017 del Salone. Fassino (assistito dall'avvocato Carlo Federico Grosso), a cui viene contestata la turbativa d'asta, già alla chiusura dell'indagine disse: «Chiunque mi conosca sa bene che ho sempre esercitato ogni incarico istituzionale affidatomi con rigoroso rispetto delle leggi e scrupolosa tutela dell'interesse pubblico. E senza alcun interesse personale. Così ho fatto, come risulta da ampia e dettagliata documentazione, anche da sindaco nei confronti del Salone internazionale del libro, dove l'amministrazione comunale ha operato insieme alle altre istituzioni con l'unico obiettivo di salvaguardare la più prestigiosa iniziativa italiana del libro e di perseguire il bene di Torino. Per questo sono sereno e fiducioso che emergerà la mia estraneità alle ipotesi di turbativa d'asta che mi sono contestate». L'ex segretario dei Ds sottolineò allora che «stante le difficili condizioni finanziare della Fondazione del libro, lo svolgimento dell'evento era tutt'altro che scontato e non sarebbe stato conseguito senza le azioni straordinarie messe in essere dalla Fondazione». Per tre persone, a suo tempo coinvolte nelle indagini, le posizioni sono state stralciate. Archiviazione dunque per Michele Coppola, ex assessore regionale del Piemonte nella giunta di centrodestra del governatore Roberto Cota, oggi direttore del settore Arte e cultura di Intesa Sanpaolo. Cadono le accuse di turbativa d'asta legate a una nomina al vertice di Dmo Piemonte marketing scarl, l'agenzia turistica della Regione, quindi stralciata la posizione di Alberto Ansaldi, amministratore di Dmo. Il terzo che esce dall'inchiesta è l'avvocato Claudio Piacentini. Lo scorso gennaio le 29 persone avevano ricevuto l'avviso di chiusura indagini. Anni di lavoro e numerosi blitz nei tre filoni di un'inchiesta trasversale legata a vari livelli dell'evento culturale gestito in modo molto diverso dall'attuale che aveva portato a problemi di natura occupazionale e finanziaria, con i mancati pagamenti degli stipendi ai dipendenti per diverso tempo. L'attenzione degli inquirenti si era focalizzata dai conti, alle location di svolgimento, dall'organizzazione, ai privati, ai finanziamenti dagli enti pubblici fino al mondo politico che ha sempre fatto da regia alla manifestazione decidendone indirizzi e budget. L'indagine iniziò ufficialmente la mattina del 22 maggio 2015. Tra le contestazioni principali rispetto la gestione c'è quella relativa al valore «gonfiato» del marchio del Salone, nel 2009, per una cifra di 1,8 milioni di euro: ovvero circa otto volte di più di quanto si è rivelato tre anni dopo. Il brand, infatti, andato all'asta a dicembre, è stato valutato circa 350.000 euro. Il fine, secondo l'accusa, era di coprire i debiti della Fondazione, un rosso di 796.000 euro, «inducendo in errore i componenti del cda e l'assemblea dei soci». Si riapre, dunque, una vecchia storia di cui si era parlato negli anni e nei mesi scorsi. Sarina Biraghi
Il Kennedy Space Center della Nasa a Titusville in Florida (Ansa)
Aziende private lanciano satelliti, gestiscono costellazioni e offrono servizi che un tempo erano appannaggio esclusivo dei governi. In particolare, aziende private - come Space X e Blue Origin - stanno abbattendo i costi di accesso allo Spazio, passando da sistemi di proprietà governativa a un mercato commerciale e competitivo.
In tutto questo, dove si colloca l’Europa? Riuscirà a mantenere un ruolo sostanziale senza dipendere da tecnologie prodotte altrove? Mentre procediamo verso quella che la Nasa ha definito la «seconda era spaziale», l’autonomia strategica diventa improvvisamente centrale per l’Ue. Ed è sempre più essenziale che l’Europa possa raggiungere, controllare e proteggere i propri sistemi spaziali, senza vincoli. Lo Spazio un tempo era principalmente legato alla scienza o al business, ma ora è una risorsa di fondamentale importanza per l’Ue. Quasi tutto - finanza, comunicazioni, trasporti, sicurezza - dipende dalla tecnologia spaziale. Ma c’è un problema: molti componenti e servizi cruciali provengono ancora da fuori Europa. Questo tipo di dipendenza non è sostenibile se si vuole esercitare una reale influenza globale, in un contesto dove chi controlla le infrastrutture detta legge. La governance spaziale europea è invece frammentata tra le istituzioni dell’Ue, l’Agenzia spaziale europea, i Paesi membri e le aziende. Anche i finanziamenti mostrano criticità: i bilanci europei sono (notevolmente) inferiori a quelli di Usa e Cina, soprattutto in materia di difesa e sicurezza. Inoltre, la cultura imprenditoriale europea è restia a farsi coinvolgere, dato che l’industria e le startup non godono della stessa propensione al rischio che troverebbero Oltreoceano. L’Europa deve ridurre al più presto la sua dipendenza, concentrandosi sullo sviluppo delle proprie catene di approvvigionamento per tecnologie come chip speciali, sistemi di propulsione avanzati, crittografia e infrastrutture di terra sicure. L’Europa dovrebbe inoltre incrementare gli sforzi della ricerca privata, soprattutto in settori come i sistemi di lancio riutilizzabili, i servizi in orbita e la sicurezza informatica dei satelliti. Tutto questo richiede investimenti: bisogna quindi creare strumenti finanziari che combinino fondi dell’Unione europea, nazionali e privati per aiutare le nuove aziende spaziali europee a crescere.
Un’opportunità emergente è quella dello Spazio cislunare. Parliamo della regione dello Spazio tra la Terra e la Luna, generalmente considerato poco più di un corridoio. Ma ora gli Usa ne hanno fatto un pivot di competizione strategica. Al momento, non esiste un piano per amministrare o difendere quella che sta diventando una delle aree spaziali più importanti. Gli attuali sistemi di controllo sono inadatti a monitorare le attività in questo sistema che si sta trasformando in un ambiente affollato da molteplici attori statali, commerciali e ibridi, con una vasta gamma di idee e obiettivi. Queste attività spaziano dalla ricerca, allo sviluppo e all’esplorazione, fino alla raccolta di informazioni di intelligence, alla trasmissione sicura di dati e a operazioni di prossimità ambigue che confondono il confine tra uso pacifico e militare.
La prospettiva di un conflitto nello Spazio cislunare non è più quindi puramente teorica, ma sempre più plausibile. I conflitti «terrestri» perdono di rilevanza, rispetto a questo nuovo scenario. E questo è uno dei messaggi in filigrana emersi dal recente incontro tra Donald Trump e Xi Jinping. La scelta non è tra militarizzare lo Spazio o preservare un bene comune pacifico. L’unica scelta è tra amministrare deliberatamente lo Spazio cislunare o permettere ad altri di definire un proprio ordine. Per questo il nuovo amministratore Nasa, nel presentare ai primi di marzo Ignition - la nuova strategia Usa per lo Spazio - ha parlato della competizione in atto con il «vero rivale geopolitico» - la Cina - rimarcando che «la differenza tra successo e fallimento si misurerà in mesi, non in anni. Potremmo arrivare presto, ma la storia recente suggerisce che potremmo arrivare tardi». Uno degli elementi principali dei piani presentati a Ignition è stato il blocco del progetto del Lunar gateway (parte centrale del programma Artemis), delegandone l’eventuale costruzione e gestione ai privati, e orientandosi verso la costruzione di una base lunare, con tanto di centrale nucleare e strutture di deposito per i dati della Intelligenza artificiale. I partner internazionali sono stati colti alla sprovvista: lo smantellamento del Gateway significa incertezza sugli investimenti realizzati per Artemis, e molti elementi già progettati potrebbero non essere riutilizzabili per una base lunare.
A prescindere dal danno economico e dallo scompiglio generato, tutto questo deve portarci a interrogarci sul senso della collaborazione con gli Usa. Siamo partner o comprimari irrilevanti? Su tutto questo la politica tace o è assente. Qualcuno dovrebbe risvegliarla. La seconda era spaziale non aspetterà l’Europa. L’Europa deve decidere. Vuole essere leader o limitarsi a osservare da bordo campo? È ancora possibile permettersi di non avere una politica industriale spaziale ben definita e attentamente monitorata? Occorre apportare cambiamenti significativi e velocemente. L’Ue deve agire ora: deve investire in modo ambizioso, innovare con urgenza, governare in modo coeso e sviluppare capacità spaziali indipendenti e resilienti. L’opportunità per l’Europa di assumere un ruolo guida è aperta. Ma si sta chiudendo rapidamente.
di Mariano Bizzarri, Coordinatore scientifico del comitato interministeriale per lo Spazio
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Ansa
Ieri il presidente ucraino Volodymir Zelensky ha annunciato che droni dei servizi di sicurezza hanno raggiunto e colpito un importante impianto chimico russo, implicato in produzioni a scopo militare, situato a 1.700 km dal confine. È la Metafrax Chemicals di Gubakha, nella regione di Perm, presso la catena dei monti Urali. Ha detto il leader di Kiev: «Sono grato al Servizio di sicurezza dell’Ucraina per aver colpito una delle più importanti imprese militar-industriali della Russia. I prodotti della Metafrax Chemicals supportano dozzine di altre industrie militari russe inclusi quelli di equipaggiamento d’aviazione e droni, motori di missili ed esplosivi». L’attacco è avvenuto nella notte fra venerdì e sabato e ha causato la sospensione della produzione. L’impianto produce precursori di esplosivi e di carburanti di razzi, come ammoniaca, urea e melammina, e ha una capacità quotidiana di 900 tonnellate di ammoniaca e 1.600 tonnellate di urea.
La Metafrax era stata attaccata già lo scorso 17 febbraio e in quell’occasione erano stati impiegati droni An-196 Liutyi prodotti dalla celebre azienda aeronautica Antonov. Probabilmente è lo stesso drone usato anche per l’azione di ieri. È tra i mezzi più efficaci del servizio di sicurezza Sbu, il servizio segreto di Kiev che ha il monopolio degli attacchi in profondità. Lungo 4,4 metri e con apertura alare di 6,7 metri, il Liutyi è spinto da un motore a elica importato dalla Germania, un Hirth F-23 da 50 cavalli, e pesa al decollo 300 kg di cui fra 50 e 75 kg, a seconda della missione, spettanti alla testata esplosiva. Il suo raggio d’azione arriva fino a 2.000 km. Il sistema di guida s’avvale dell’intelligenza artificiale, un settore in cui l’Ucraina ha investito molto nell’ambito del suo piano di produzione di droni, ma anche della guida satellitare tipo Gps o Glonass. È solo uno degli ordigni che gli ucraini hanno sviluppato dal 2022 per portare la guerra nel cuore della Russia.
L’Sbu ha colpito una volta di più Mosca, domenica, utilizzando altri due tipi di droni, il Fire Point FP-1 e l’RS-1 Bars, più un terzo tipo di cui si sa ancora poco, il Bars-SM Gladiator. Giovedì è stata centrata la sede del servizio segreto russo Fsb nella regione annessa di Kherson, dove si sono avuti 100 morti. Poi nella notte fra giovedì e venerdì è stato bombardato il dormitorio studentesco di Starobilsk, nella regione ucraina russofona di Lugansk, annessa alla Russia. Raid il cui bilancio è arrivato ieri a 18 morti e 42 feriti. Dalle macerie sono stati estratti corpi di quattro bambini. Gli ucraini sostengono che l’edificio celasse un centro di guida di droni russi dell’unità Rubicon. Putin, invece, ha annunciato una rappresaglia, con Zelensky che ha avvisato i cittadini ucraini di un possibile attacco con missili Oreshnik. Sabato altri droni di Kiev hanno incendiato il terminal petrolifero di Sheskharis e il deposito di greggio di Grushovaya, nella regione di Novorossiysk, nonché la nave cisterna Chrysalis, reputata da Kiev parte della «flotta ombra».
Per gli attacchi a lungo raggio gli ucraini hanno messo a punto vari sistemi di guida dei velivoli oltre la linea dell’orizzonte, ovviando alla curvatura terrestre che limita i segnali diretti da stazioni terrestri. Sono stati usati droni ripetitori che, volando ad alta quota, fanno da ponte radio per rimandare i segnali guida da terra. L’uso dell’IA permette inoltre ad alcuni di questi tipi di orientarsi sulla base di una mappa memorizzata. Molto importante s’è dimostrato anche lo sfruttamento della rete telefonica cellulare russa per inviare segnali di guida a una scheda Sim installata sul drone stesso. In certe occasioni, magari per la guida terminale vicino dall’obbiettivo, possono essere stati utilizzati segnali, radio o forse laser, mandati da terra da agenti dell’Sbu infiltrati in Russia. Il che spiega anche perché proprio un’agenzia di spionaggio, più che l’Aeronautica di Kiev, sia responsabile di tali raid.
L’invio dei droni kamikaze su obbiettivi non solo militari ma anche civili in larga parte della Russia non ha solo lo scopo di rispondere alle massicce incursioni che gli stessi russi compiono. È anche una forma di pressione politica, come lo stesso Zelensky ha rimarcato, definendo i raid su strutture produttive ed energetiche «le nostre sanzioni a lungo raggio» e affermando che «occorre far capire a Mosca che continuare la guerra costa caro».
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Hanno suonato all’improvviso degli amici per un tè di pomeriggio. In casa non c’era quasi niente e allora aguzziamo l’ingegno ed ecco una trovata che si fa in fretta super gustosa e dal costo irrisorio. L’ispirazione è venuta da una confezione di pasta fillo che sonnecchiava in frigorifero in attesa di farsi involtini Primavera e che invece si è trasformata in una delizi di stagione. E allora diamo luogo alla dolcezza.
Ingredienti – Una confezione di pasta fillo, una decina di fragole di dimensioni generose, tre o quattro cucchiai di pinoli (vanno bene anche le mandorle o le nocciole in quel caso fatele a granella grossa), 100 gr di burro di primo affioramento, 2 cucchiai rasi di farina 00, due cucchiai colmi di zucchero semolato, 500 ml di latte, 2 uova, un cucchiaio di zucchero a velo, un limone non trattato.
Preparazione - Per prima cosa fate la crema. Battete a bianco le uova con lo zucchero, poi in un pentolino scaldate senza farlo bollire il latte, aggiungete le uova e la farina, la buccia del limone (attenti a non intaccare l’albedo) e procedete come per fare una besciamella girando sempre con una frusta per evitare che si formino grumi. Ora lavate le fragole e fatele in tre fettine per il verso della lunghezza. Fate sciogliere il burro che deve diventare liquido. Ora in una tortiera stendete un primo strato di fogli di pasta fillo, nappateli di burro con un pennello. Poi stendete un secondo strato in modo da incrociarlo col primo (per capirci prima in verticale poi in orizzontale) lasciando sborsare i fogli dalla teglia. Ora che la crema si è intiepidita, togliete le bucce di limone, versatela sopra i fogli di pasta fillo e aggiungete un po’ di pinoli qua e là e chiudete la pasta fillo a scrigno. Prendete i fogli di pasta rimanenti accartocciateli e sistemateli sopra la torta. Negli spazi che si creano tra un foglio arricciato e l’altro sistemate le fettine di fragola e poi fate cadere qua e là altri pinoli. Completate nappando appena con il burro rimasto, Infornate a 180 gradi per circa una ventina di minuti. Vedrete che si forma una bella crosta dorata e croccante. Servite dopo aver spolverizzato di zucchero a velo.
Come far divertire i bambini – Date a loro il compito di arricciare i fogli di pasta fillo e di sistemare le fragole.
Abbinamento – Ottimo il Recioto della Valpolicella, in alternativa un Sagrantino passito o una Vernaccia nera di Serrapetrona passita.
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