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2019-06-27
«Repubblica» si smaschera da sola. Il virgolettato su Siri era taroccato
Ansa
Finalmente è arrivata la retromarcia del quotidiano Repubblica, che ieri in prima pagina ha annunciato il disvelamento dell'intercettazione che ha portato alle dimissioni del sottosegretario Armando Siri. Peccato che l'avesse già pubblicata, ma in tutt'altra forma, due mesi fa. L'articolo di ieri era intitolato: «I 30.000 euro a Siri, le parole di Arata: "Ci lavora un secondo per guadagnarli"». Questa volta il testo riportato sulle pagine del quotidiano romano è letterale, diversamente da quanto accaduto ad aprile, quando Repubblica riportò due intercettazioni farlocche, parole che il lobbista Francesco Paolo Arata avrebbe pronunciato riferendosi all'allora sottosegretario della Lega, Siri: «Mi ci sono voluti 30.000 euro» e «questo affare mi è costato 30.000 euro». Ecco la nuova vulgata riportata da Salvo Palazzolo: «“Guarda che l'emendamento passa". E qualche frase dopo un riferimento al sottosegretario leghista oggi indagato per corruzione. “Siri ci lavora un secondo per guadagnare 30.000 euro". Così parlava Francesco Paolo Arata, era il 10 settembre dell'anno scorso». Quindi il cronista ha aggiunto: «Per quanto risulta a Repubblica dietro a quegli omissis ci sarebbe una frase ancora più esplicita pronunciata ad Arata a proposito della mazzetta a Siri: “Io gli do 30.000 euro"».
Bene, stavolta Repubblica non ha scritto una bufala e bisogna riconoscerglielo. Ma quello che sorprende è l'attacco al nostro giornale, laddove Palazzolo si allarga: «Un'intercettazione che la macchina del rumore aveva provato a bollare come fake news dopo gli avvisi di garanzia: “L'intercettazione dei 30.000 euro contro Siri non esiste", aveva strillato La Verità». La realtà è che Palazzolo, con questa frase, dimostra di non aver capito la lezione e anziché scusarsi con i lettori per la manipolazione precedente, prova a menare prima, per paura di venire sbertucciato il giorno dopo.
Infatti noi, il 25 aprile scorso, ci eravamo limitati a riportare lo sconcerto del procuratore aggiunto di Roma, Paolo Ielo, il quale dopo aver letto le libere interpretazioni che il Corriere della Sera e Repubblica avevano dato di quella conversazione era sbottato: «Le intercettazioni sui giornali? Sono false. Quelle frasi non ci sono nel fascicolo». E noi avevamo chiosato che «sarebbe stata pubblicata tra virgolette una battuta mai captata dagli investigatori». Come di fatto è avvenuto. Quindi avevamo aggiunto: «Quello che dà più fastidio agli inquirenti non è il senso delle frasi contenute tra i caporali, significato che, come nel caso di Siri, si può dedurre dai provvedimenti di perquisizione, ma è la decisione di trasformarlo nelle vive parole degli indagati: perché un conto è riportare le tesi dell'accusa, un altro è pubblicare frasi che non sono mai state pronunciate. A seccare ulteriormente i pm è anche il fatto che il virgolettato trasmette l'idea che chi dovrebbe custodire il segreto, l'abbia divulgato. Un sospetto grave». Il problema è che oggi scopriamo che qualcuno ha suggerito ai giornalisti una frase non troppo dissimile dal punto di vista lessicale da quella autentica, ma che sui i giornali è finito, tra caporali, un verbo coniugato al passato che ha dato un senso compiuto della vicenda. C'è da domandarsi se quella fuga di notizie «storta» sia stata casuale.
Ricapitoliamo: ieri Palazzolo ci ha raccontato che la pistola fumante della tangente a Siri è una conversazione datata 10 settembre. In essa Arata senior avrebbe detto al figlio Francesco e a Manlio Nicasti, erede dell'imprenditore Vito, «il re dell'eolico vicino ai clan»: «Io gli do 30.000 euro», riferendosi a Siri. E avrebbe aggiunto: «Siri ci lavora un secondo per guadagnare 30.000 euro».
Ieri Repubblica ha pubblicato la trascrizione completa della seconda parte, ma non della prima. Forse perché, a quanto risulta alla Verità, la frase di Paolo Arata è la seguente: «Gli do 30.000 euro… però… è un amico come lo fossi tu… però gli amici mi fai una cosa io ti pago… e quindi è più incenti (incentivato, ndr)…». Per le difese in questa versione il riferimento a un pagamento di 30.000 euro andrebbe interpretato come una libera iniziativa di Arata e ci troveremmo di fronte a pensieri che non hanno avuto concretizzazione, mentre dalle parole pubblicate due mesi fa sui giornali risultava chiaro che la mazzetta fosse già stata consegnata. È indubbio che, a leggere l'ultimo testo, non si può dar per certo che ci siano stati una dazione o un accordo, né si può escludere che l'idea di incentivare con 30.000 euro l'attività di Siri per un emendamento a favore del mini eolico (settore in cui opera Arata) fosse un semplice proponimento dell'imprenditore.
Ma davvero Palazzolo pensa che quello che Repubblica ha scritto ad aprile sia la stessa cosa di quanto pubblicato ieri? Infatti il 19 aprile la sua collega Maria Elena Vincenzi aveva scritto un articolo intitolato: «“Mi è costato 30.000 euro". Le due intercettazioni del lobbista». Nel corpo del servizio venivano riportate le frasi «questo affare mi è costato 30.000 euro» e «mi ci sono voluti 30.000 euro». Con questa chiosa: «Sono due le intercettazioni che inchiodano il sottosegretario ai Trasporti, Armando Siri, e che gli sono valse l'accusa di corruzione». Per la Vincenzi una sarebbe stata dell'estate e una di qualche settima dopo, di settembre. Nessuna delle due sembra essere mai esistita e a essere inchiodata pare Repubblica, visto che il passato prossimo utilizzato nelle due frasi offriva l'impressione del patto già concluso e di soldi già consegnati. Adesso la sterzata: «Io gli do 30.000 euro». Che, ovviamente, dà l'idea di un pagamento non ancora effettuato e, forse, non (ancora) pattuito.
Qui nessuno sta dicendo che Siri sia innocente, saranno le indagini e i processi a determinarlo, ma non possono essere frasi coperte da segreto e spiattellate sui giornali, dopo essere state artatamente modificate, a decidere il destino di questo o quell'indagato, che si tratti di Mario Rossi o di un politico di primo piano.
Giacomo Amadori
Salone del libro, «Fassino a processo»
C'è anche l'ex sindaco di Torino, nonché deputato Pd, Piero Fassino, tra le 26 persone rinviate a giudizio dalla Procura di Torino dopo la maxi inchiesta coordinata dai pm Gianfranco Colace ed Enrica Gabetta sulla gestione del Salone del libro negli anni 2010-2015. Insieme a Fassino c'è anche l'ex assessore alla Cultura della Regione Piemonte (giunta Chiamparino) Antonella Parigi e gli ex presidenti della Fondazione, Rolando Picchioni e Giovanna Milella. Andranno a processo anche i revisori dei conti e i vertici della multinazionale Gl events.
I reati contestati a vario titolo sono: peculato, falso in atto pubblico e turbativa d'asta per l'affidamento senza gara a Gl events, e per la predisposizione di un bando ad hoc per l'edizione 2017 del Salone. Fassino (assistito dall'avvocato Carlo Federico Grosso), a cui viene contestata la turbativa d'asta, già alla chiusura dell'indagine disse: «Chiunque mi conosca sa bene che ho sempre esercitato ogni incarico istituzionale affidatomi con rigoroso rispetto delle leggi e scrupolosa tutela dell'interesse pubblico. E senza alcun interesse personale. Così ho fatto, come risulta da ampia e dettagliata documentazione, anche da sindaco nei confronti del Salone internazionale del libro, dove l'amministrazione comunale ha operato insieme alle altre istituzioni con l'unico obiettivo di salvaguardare la più prestigiosa iniziativa italiana del libro e di perseguire il bene di Torino. Per questo sono sereno e fiducioso che emergerà la mia estraneità alle ipotesi di turbativa d'asta che mi sono contestate». L'ex segretario dei Ds sottolineò allora che «stante le difficili condizioni finanziare della Fondazione del libro, lo svolgimento dell'evento era tutt'altro che scontato e non sarebbe stato conseguito senza le azioni straordinarie messe in essere dalla Fondazione». Per tre persone, a suo tempo coinvolte nelle indagini, le posizioni sono state stralciate. Archiviazione dunque per Michele Coppola, ex assessore regionale del Piemonte nella giunta di centrodestra del governatore Roberto Cota, oggi direttore del settore Arte e cultura di Intesa Sanpaolo.
Cadono le accuse di turbativa d'asta legate a una nomina al vertice di Dmo Piemonte marketing scarl, l'agenzia turistica della Regione, quindi stralciata la posizione di Alberto Ansaldi, amministratore di Dmo. Il terzo che esce dall'inchiesta è l'avvocato Claudio Piacentini. Lo scorso gennaio le 29 persone avevano ricevuto l'avviso di chiusura indagini. Anni di lavoro e numerosi blitz nei tre filoni di un'inchiesta trasversale legata a vari livelli dell'evento culturale gestito in modo molto diverso dall'attuale che aveva portato a problemi di natura occupazionale e finanziaria, con i mancati pagamenti degli stipendi ai dipendenti per diverso tempo. L'attenzione degli inquirenti si era focalizzata dai conti, alle location di svolgimento, dall'organizzazione, ai privati, ai finanziamenti dagli enti pubblici fino al mondo politico che ha sempre fatto da regia alla manifestazione decidendone indirizzi e budget.
L'indagine iniziò ufficialmente la mattina del 22 maggio 2015. Tra le contestazioni principali rispetto la gestione c'è quella relativa al valore «gonfiato» del marchio del Salone, nel 2009, per una cifra di 1,8 milioni di euro: ovvero circa otto volte di più di quanto si è rivelato tre anni dopo. Il brand, infatti, andato all'asta a dicembre, è stato valutato circa 350.000 euro. Il fine, secondo l'accusa, era di coprire i debiti della Fondazione, un rosso di 796.000 euro, «inducendo in errore i componenti del cda e l'assemblea dei soci». Si riapre, dunque, una vecchia storia di cui si era parlato negli anni e nei mesi scorsi.
Sarina Biraghi
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La frase «mi è costato 30.000 euro» non esiste, come avevamo scritto. Il brogliaccio pubblicato ieri dal quotidiano lo conferma.Richiesta di rinvio a giudizio per l'ex sindaco dem di Torino e 25 persone nell'inchiesta sulla kermesse. Tra i reati contestati: peculato, falso in atto pubblico e turbativa d'asta.Lo speciale contiene due articoliFinalmente è arrivata la retromarcia del quotidiano Repubblica, che ieri in prima pagina ha annunciato il disvelamento dell'intercettazione che ha portato alle dimissioni del sottosegretario Armando Siri. Peccato che l'avesse già pubblicata, ma in tutt'altra forma, due mesi fa. L'articolo di ieri era intitolato: «I 30.000 euro a Siri, le parole di Arata: "Ci lavora un secondo per guadagnarli"». Questa volta il testo riportato sulle pagine del quotidiano romano è letterale, diversamente da quanto accaduto ad aprile, quando Repubblica riportò due intercettazioni farlocche, parole che il lobbista Francesco Paolo Arata avrebbe pronunciato riferendosi all'allora sottosegretario della Lega, Siri: «Mi ci sono voluti 30.000 euro» e «questo affare mi è costato 30.000 euro». Ecco la nuova vulgata riportata da Salvo Palazzolo: «“Guarda che l'emendamento passa". E qualche frase dopo un riferimento al sottosegretario leghista oggi indagato per corruzione. “Siri ci lavora un secondo per guadagnare 30.000 euro". Così parlava Francesco Paolo Arata, era il 10 settembre dell'anno scorso». Quindi il cronista ha aggiunto: «Per quanto risulta a Repubblica dietro a quegli omissis ci sarebbe una frase ancora più esplicita pronunciata ad Arata a proposito della mazzetta a Siri: “Io gli do 30.000 euro"». Bene, stavolta Repubblica non ha scritto una bufala e bisogna riconoscerglielo. Ma quello che sorprende è l'attacco al nostro giornale, laddove Palazzolo si allarga: «Un'intercettazione che la macchina del rumore aveva provato a bollare come fake news dopo gli avvisi di garanzia: “L'intercettazione dei 30.000 euro contro Siri non esiste", aveva strillato La Verità». La realtà è che Palazzolo, con questa frase, dimostra di non aver capito la lezione e anziché scusarsi con i lettori per la manipolazione precedente, prova a menare prima, per paura di venire sbertucciato il giorno dopo.Infatti noi, il 25 aprile scorso, ci eravamo limitati a riportare lo sconcerto del procuratore aggiunto di Roma, Paolo Ielo, il quale dopo aver letto le libere interpretazioni che il Corriere della Sera e Repubblica avevano dato di quella conversazione era sbottato: «Le intercettazioni sui giornali? Sono false. Quelle frasi non ci sono nel fascicolo». E noi avevamo chiosato che «sarebbe stata pubblicata tra virgolette una battuta mai captata dagli investigatori». Come di fatto è avvenuto. Quindi avevamo aggiunto: «Quello che dà più fastidio agli inquirenti non è il senso delle frasi contenute tra i caporali, significato che, come nel caso di Siri, si può dedurre dai provvedimenti di perquisizione, ma è la decisione di trasformarlo nelle vive parole degli indagati: perché un conto è riportare le tesi dell'accusa, un altro è pubblicare frasi che non sono mai state pronunciate. A seccare ulteriormente i pm è anche il fatto che il virgolettato trasmette l'idea che chi dovrebbe custodire il segreto, l'abbia divulgato. Un sospetto grave». Il problema è che oggi scopriamo che qualcuno ha suggerito ai giornalisti una frase non troppo dissimile dal punto di vista lessicale da quella autentica, ma che sui i giornali è finito, tra caporali, un verbo coniugato al passato che ha dato un senso compiuto della vicenda. C'è da domandarsi se quella fuga di notizie «storta» sia stata casuale.Ricapitoliamo: ieri Palazzolo ci ha raccontato che la pistola fumante della tangente a Siri è una conversazione datata 10 settembre. In essa Arata senior avrebbe detto al figlio Francesco e a Manlio Nicasti, erede dell'imprenditore Vito, «il re dell'eolico vicino ai clan»: «Io gli do 30.000 euro», riferendosi a Siri. E avrebbe aggiunto: «Siri ci lavora un secondo per guadagnare 30.000 euro».Ieri Repubblica ha pubblicato la trascrizione completa della seconda parte, ma non della prima. Forse perché, a quanto risulta alla Verità, la frase di Paolo Arata è la seguente: «Gli do 30.000 euro… però… è un amico come lo fossi tu… però gli amici mi fai una cosa io ti pago… e quindi è più incenti (incentivato, ndr)…». Per le difese in questa versione il riferimento a un pagamento di 30.000 euro andrebbe interpretato come una libera iniziativa di Arata e ci troveremmo di fronte a pensieri che non hanno avuto concretizzazione, mentre dalle parole pubblicate due mesi fa sui giornali risultava chiaro che la mazzetta fosse già stata consegnata. È indubbio che, a leggere l'ultimo testo, non si può dar per certo che ci siano stati una dazione o un accordo, né si può escludere che l'idea di incentivare con 30.000 euro l'attività di Siri per un emendamento a favore del mini eolico (settore in cui opera Arata) fosse un semplice proponimento dell'imprenditore.Ma davvero Palazzolo pensa che quello che Repubblica ha scritto ad aprile sia la stessa cosa di quanto pubblicato ieri? Infatti il 19 aprile la sua collega Maria Elena Vincenzi aveva scritto un articolo intitolato: «“Mi è costato 30.000 euro". Le due intercettazioni del lobbista». Nel corpo del servizio venivano riportate le frasi «questo affare mi è costato 30.000 euro» e «mi ci sono voluti 30.000 euro». Con questa chiosa: «Sono due le intercettazioni che inchiodano il sottosegretario ai Trasporti, Armando Siri, e che gli sono valse l'accusa di corruzione». Per la Vincenzi una sarebbe stata dell'estate e una di qualche settima dopo, di settembre. Nessuna delle due sembra essere mai esistita e a essere inchiodata pare Repubblica, visto che il passato prossimo utilizzato nelle due frasi offriva l'impressione del patto già concluso e di soldi già consegnati. Adesso la sterzata: «Io gli do 30.000 euro». Che, ovviamente, dà l'idea di un pagamento non ancora effettuato e, forse, non (ancora) pattuito.Qui nessuno sta dicendo che Siri sia innocente, saranno le indagini e i processi a determinarlo, ma non possono essere frasi coperte da segreto e spiattellate sui giornali, dopo essere state artatamente modificate, a decidere il destino di questo o quell'indagato, che si tratti di Mario Rossi o di un politico di primo piano.Giacomo Amadori<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/repubblica-si-smaschera-da-sola-il-virgolettato-su-siri-era-taroccato-2638997224.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="salone-del-libro-fassino-a-processo" data-post-id="2638997224" data-published-at="1769449594" data-use-pagination="False"> Salone del libro, «Fassino a processo» C'è anche l'ex sindaco di Torino, nonché deputato Pd, Piero Fassino, tra le 26 persone rinviate a giudizio dalla Procura di Torino dopo la maxi inchiesta coordinata dai pm Gianfranco Colace ed Enrica Gabetta sulla gestione del Salone del libro negli anni 2010-2015. Insieme a Fassino c'è anche l'ex assessore alla Cultura della Regione Piemonte (giunta Chiamparino) Antonella Parigi e gli ex presidenti della Fondazione, Rolando Picchioni e Giovanna Milella. Andranno a processo anche i revisori dei conti e i vertici della multinazionale Gl events. I reati contestati a vario titolo sono: peculato, falso in atto pubblico e turbativa d'asta per l'affidamento senza gara a Gl events, e per la predisposizione di un bando ad hoc per l'edizione 2017 del Salone. Fassino (assistito dall'avvocato Carlo Federico Grosso), a cui viene contestata la turbativa d'asta, già alla chiusura dell'indagine disse: «Chiunque mi conosca sa bene che ho sempre esercitato ogni incarico istituzionale affidatomi con rigoroso rispetto delle leggi e scrupolosa tutela dell'interesse pubblico. E senza alcun interesse personale. Così ho fatto, come risulta da ampia e dettagliata documentazione, anche da sindaco nei confronti del Salone internazionale del libro, dove l'amministrazione comunale ha operato insieme alle altre istituzioni con l'unico obiettivo di salvaguardare la più prestigiosa iniziativa italiana del libro e di perseguire il bene di Torino. Per questo sono sereno e fiducioso che emergerà la mia estraneità alle ipotesi di turbativa d'asta che mi sono contestate». L'ex segretario dei Ds sottolineò allora che «stante le difficili condizioni finanziare della Fondazione del libro, lo svolgimento dell'evento era tutt'altro che scontato e non sarebbe stato conseguito senza le azioni straordinarie messe in essere dalla Fondazione». Per tre persone, a suo tempo coinvolte nelle indagini, le posizioni sono state stralciate. Archiviazione dunque per Michele Coppola, ex assessore regionale del Piemonte nella giunta di centrodestra del governatore Roberto Cota, oggi direttore del settore Arte e cultura di Intesa Sanpaolo. Cadono le accuse di turbativa d'asta legate a una nomina al vertice di Dmo Piemonte marketing scarl, l'agenzia turistica della Regione, quindi stralciata la posizione di Alberto Ansaldi, amministratore di Dmo. Il terzo che esce dall'inchiesta è l'avvocato Claudio Piacentini. Lo scorso gennaio le 29 persone avevano ricevuto l'avviso di chiusura indagini. Anni di lavoro e numerosi blitz nei tre filoni di un'inchiesta trasversale legata a vari livelli dell'evento culturale gestito in modo molto diverso dall'attuale che aveva portato a problemi di natura occupazionale e finanziaria, con i mancati pagamenti degli stipendi ai dipendenti per diverso tempo. L'attenzione degli inquirenti si era focalizzata dai conti, alle location di svolgimento, dall'organizzazione, ai privati, ai finanziamenti dagli enti pubblici fino al mondo politico che ha sempre fatto da regia alla manifestazione decidendone indirizzi e budget. L'indagine iniziò ufficialmente la mattina del 22 maggio 2015. Tra le contestazioni principali rispetto la gestione c'è quella relativa al valore «gonfiato» del marchio del Salone, nel 2009, per una cifra di 1,8 milioni di euro: ovvero circa otto volte di più di quanto si è rivelato tre anni dopo. Il brand, infatti, andato all'asta a dicembre, è stato valutato circa 350.000 euro. Il fine, secondo l'accusa, era di coprire i debiti della Fondazione, un rosso di 796.000 euro, «inducendo in errore i componenti del cda e l'assemblea dei soci». Si riapre, dunque, una vecchia storia di cui si era parlato negli anni e nei mesi scorsi. Sarina Biraghi
Ecco #DimmiLaVerità del 26 gennaio 2026. Il nostro Fabio Amendolara commenta gli ultimi sviluppi del caso di Anguillara.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani (secondo da sinistra) presente alla cerimonia di firma del contratto di concessione della zona franca di Misurata (Ansa)
Con il nuovo terminal container della Free Zone inaugurato a Misurata, frutto di un investimento privato da oltre 2,7 miliardi di dollari di Msc e un fondo qatarino, Roma consolida il proprio ruolo non solo in Libia ma nel Mediterraneo, tra Piano Mattei, economia, energia e stabilità regionale.
L’Italia ribadisce il suo ruolo da protagonista nel Mediterraneo, rafforzando la sua presenza in Libia e coinvolgendo anche il Qatar. A Misurata, grande città amministrata dal Governo di unità nazionale (Gnu), riconosciuto dalle Nazioni unite e guidato da Abdul-Hamid Dbeibah, è stato inaugurato il terminal container della Misurata Free Zone a opera del gruppo italiano Mediterranean shipping company, meglio noto come Msc e il fondo Al Maha Capital Partners del Qatar.
Alla posa della prima pietra erano presenti oltre a Dbeibah, il ministro degli Esteri del Qatar Mohammed bin Abdulrahman Al Thani ed il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani. L’investimento supera i 2,7 miliardi di dollari spalmati in tre anni e punta all’ammodernamento di un enorme hub commerciale. Misurata, nonostante faccia parte del governo della Libia occidentale, gode di una fortissima autonomia dovuta alla presenza di potenti milizie garanti della permanenza al potere dell’attuale Primo ministro Dbeibah. La città vanta una lunga tradizione di autonomia e ribellione e nel 2011 era stata fra le prime a ribellarsi a Muammar Gheddafi. Ancora oggi le milizie di Misurata sono determinanti per la tenuta del governo di Tripoli e sono loro che hanno difeso i quartieri governativi quando nei mesi scorsi la capitale si era trasformata in un campo di battaglia.
Le milizie misuratine sono acerrime nemiche del generale Khalifa Haftar, autentico padrone della Libia orientale, ed hanno dichiarato più volte che avrebbero impedito la sua avanzata verso Tripoli. Haftar nell’estate scorsa aveva stretto la Tripolitania in una morsa chiudendola a Est e a Sud, spingendosi fino a Sirte, ma non aveva trovato un accordo con le milizie locali e soprattutto le forze misuratine aveva iniziato ad attaccare tutti i suoi alleati. L’accordo creerà circa 70.000 posti di lavoro nella città portuale ed il ministro degli Esteri italiano Tajani ha voluto sottolineare l’importanza di questa joint venture che aumenta la presenza di Roma nel Mediterraneo. «Una firma che rafforza il Piano Mattei per l’Africa e che amplia una strategia che unisce economia, sicurezza energetica e dona nuova linfa alla dinamica diplomazia italiana in una regione chiave. La partnership con il Qatar dimostra come la nostra politica estera stia funzionando e come tante nazioni vogliano stringere rapporti commerciali con noi e che possiamo cambiare gli equilibri sul campo». Il ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale del governo di Tripoli, Taher Al-Baour ha ribadito l’importanza delle relazioni fra Libia ed Italia che stanno affrontato insieme anche il processo di riconciliazione nazionale per la stabilità e l’unità del Paese. «Il governo di Roma riconosce il nostro governo come il legittimo rappresentante del popolo libico e vuole continuare a lavorare insieme per crescere. Gli investimenti come quello di Misurata dimostrano come il territorio sia saldamente nelle nostre mani, respingendo le false notizie di un crollo imminente del nostro esecutivo. Questo hub può diventare strategico e connettere Europa, Nord Africa e Medio Oriente».
L’Italia esporta verso la Libia derivati dalla raffinazione del petrolio, navi e imbarcazioni, mentre le importazioni italiane sono concentrate su petrolio e gas naturale. Nel 2024 l’interscambio fra le due nazioni ha raggiunto 9,5 miliardi di euro con le esportazioni italiane aumentate di oltre il 36%, mentre nel 2025, l’Italia è stato primo cliente della Libia, con una quota di mercato del 22,4%, e terzo fornitore, con una quota del 10,1%. Una crescita continua che dimostra come la presa della Turchia sul Gnu si stia indebolendo a favore dell’Italia ed anche in Cirenaica, dove sono i russi a essere protagonisti, il governo italiano sta lavorando per aumentare gli scambi commerciali e soprattutto riunificare i due governi. «Roma garantisce al Gnu un sostegno chiaro e diretto anche sul fronte migratorio - continua il responsabile della politica estera di Tripoli - noi abbiamo bisogno di collaborazione per i rimpatri e per la sicurezza delle nostre frontiere. Dobbiamo lavorare con le nazioni africane, anche a sud del Sahel, con l’obiettivo di rafforzare i governi che spesso si trovano in difficoltà contro banditi ed estremisti islamici. Italia e Libia hanno firmato un nuovo accordo per la perforazione e lo sfruttamento di un grande giacimento petrolifero nel golfo della Sirte. La Libia sta tornando protagonista e l’Europa ha ben compreso il ruolo della nostra nazione per la stabilità e la prosperità dell’intero Mediterraneo».
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