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2019-06-27
«Repubblica» si smaschera da sola. Il virgolettato su Siri era taroccato
Ansa
Finalmente è arrivata la retromarcia del quotidiano Repubblica, che ieri in prima pagina ha annunciato il disvelamento dell'intercettazione che ha portato alle dimissioni del sottosegretario Armando Siri. Peccato che l'avesse già pubblicata, ma in tutt'altra forma, due mesi fa. L'articolo di ieri era intitolato: «I 30.000 euro a Siri, le parole di Arata: "Ci lavora un secondo per guadagnarli"». Questa volta il testo riportato sulle pagine del quotidiano romano è letterale, diversamente da quanto accaduto ad aprile, quando Repubblica riportò due intercettazioni farlocche, parole che il lobbista Francesco Paolo Arata avrebbe pronunciato riferendosi all'allora sottosegretario della Lega, Siri: «Mi ci sono voluti 30.000 euro» e «questo affare mi è costato 30.000 euro». Ecco la nuova vulgata riportata da Salvo Palazzolo: «“Guarda che l'emendamento passa". E qualche frase dopo un riferimento al sottosegretario leghista oggi indagato per corruzione. “Siri ci lavora un secondo per guadagnare 30.000 euro". Così parlava Francesco Paolo Arata, era il 10 settembre dell'anno scorso». Quindi il cronista ha aggiunto: «Per quanto risulta a Repubblica dietro a quegli omissis ci sarebbe una frase ancora più esplicita pronunciata ad Arata a proposito della mazzetta a Siri: “Io gli do 30.000 euro"».
Bene, stavolta Repubblica non ha scritto una bufala e bisogna riconoscerglielo. Ma quello che sorprende è l'attacco al nostro giornale, laddove Palazzolo si allarga: «Un'intercettazione che la macchina del rumore aveva provato a bollare come fake news dopo gli avvisi di garanzia: “L'intercettazione dei 30.000 euro contro Siri non esiste", aveva strillato La Verità». La realtà è che Palazzolo, con questa frase, dimostra di non aver capito la lezione e anziché scusarsi con i lettori per la manipolazione precedente, prova a menare prima, per paura di venire sbertucciato il giorno dopo.
Infatti noi, il 25 aprile scorso, ci eravamo limitati a riportare lo sconcerto del procuratore aggiunto di Roma, Paolo Ielo, il quale dopo aver letto le libere interpretazioni che il Corriere della Sera e Repubblica avevano dato di quella conversazione era sbottato: «Le intercettazioni sui giornali? Sono false. Quelle frasi non ci sono nel fascicolo». E noi avevamo chiosato che «sarebbe stata pubblicata tra virgolette una battuta mai captata dagli investigatori». Come di fatto è avvenuto. Quindi avevamo aggiunto: «Quello che dà più fastidio agli inquirenti non è il senso delle frasi contenute tra i caporali, significato che, come nel caso di Siri, si può dedurre dai provvedimenti di perquisizione, ma è la decisione di trasformarlo nelle vive parole degli indagati: perché un conto è riportare le tesi dell'accusa, un altro è pubblicare frasi che non sono mai state pronunciate. A seccare ulteriormente i pm è anche il fatto che il virgolettato trasmette l'idea che chi dovrebbe custodire il segreto, l'abbia divulgato. Un sospetto grave». Il problema è che oggi scopriamo che qualcuno ha suggerito ai giornalisti una frase non troppo dissimile dal punto di vista lessicale da quella autentica, ma che sui i giornali è finito, tra caporali, un verbo coniugato al passato che ha dato un senso compiuto della vicenda. C'è da domandarsi se quella fuga di notizie «storta» sia stata casuale.
Ricapitoliamo: ieri Palazzolo ci ha raccontato che la pistola fumante della tangente a Siri è una conversazione datata 10 settembre. In essa Arata senior avrebbe detto al figlio Francesco e a Manlio Nicasti, erede dell'imprenditore Vito, «il re dell'eolico vicino ai clan»: «Io gli do 30.000 euro», riferendosi a Siri. E avrebbe aggiunto: «Siri ci lavora un secondo per guadagnare 30.000 euro».
Ieri Repubblica ha pubblicato la trascrizione completa della seconda parte, ma non della prima. Forse perché, a quanto risulta alla Verità, la frase di Paolo Arata è la seguente: «Gli do 30.000 euro… però… è un amico come lo fossi tu… però gli amici mi fai una cosa io ti pago… e quindi è più incenti (incentivato, ndr)…». Per le difese in questa versione il riferimento a un pagamento di 30.000 euro andrebbe interpretato come una libera iniziativa di Arata e ci troveremmo di fronte a pensieri che non hanno avuto concretizzazione, mentre dalle parole pubblicate due mesi fa sui giornali risultava chiaro che la mazzetta fosse già stata consegnata. È indubbio che, a leggere l'ultimo testo, non si può dar per certo che ci siano stati una dazione o un accordo, né si può escludere che l'idea di incentivare con 30.000 euro l'attività di Siri per un emendamento a favore del mini eolico (settore in cui opera Arata) fosse un semplice proponimento dell'imprenditore.
Ma davvero Palazzolo pensa che quello che Repubblica ha scritto ad aprile sia la stessa cosa di quanto pubblicato ieri? Infatti il 19 aprile la sua collega Maria Elena Vincenzi aveva scritto un articolo intitolato: «“Mi è costato 30.000 euro". Le due intercettazioni del lobbista». Nel corpo del servizio venivano riportate le frasi «questo affare mi è costato 30.000 euro» e «mi ci sono voluti 30.000 euro». Con questa chiosa: «Sono due le intercettazioni che inchiodano il sottosegretario ai Trasporti, Armando Siri, e che gli sono valse l'accusa di corruzione». Per la Vincenzi una sarebbe stata dell'estate e una di qualche settima dopo, di settembre. Nessuna delle due sembra essere mai esistita e a essere inchiodata pare Repubblica, visto che il passato prossimo utilizzato nelle due frasi offriva l'impressione del patto già concluso e di soldi già consegnati. Adesso la sterzata: «Io gli do 30.000 euro». Che, ovviamente, dà l'idea di un pagamento non ancora effettuato e, forse, non (ancora) pattuito.
Qui nessuno sta dicendo che Siri sia innocente, saranno le indagini e i processi a determinarlo, ma non possono essere frasi coperte da segreto e spiattellate sui giornali, dopo essere state artatamente modificate, a decidere il destino di questo o quell'indagato, che si tratti di Mario Rossi o di un politico di primo piano.
Giacomo Amadori
Salone del libro, «Fassino a processo»
C'è anche l'ex sindaco di Torino, nonché deputato Pd, Piero Fassino, tra le 26 persone rinviate a giudizio dalla Procura di Torino dopo la maxi inchiesta coordinata dai pm Gianfranco Colace ed Enrica Gabetta sulla gestione del Salone del libro negli anni 2010-2015. Insieme a Fassino c'è anche l'ex assessore alla Cultura della Regione Piemonte (giunta Chiamparino) Antonella Parigi e gli ex presidenti della Fondazione, Rolando Picchioni e Giovanna Milella. Andranno a processo anche i revisori dei conti e i vertici della multinazionale Gl events.
I reati contestati a vario titolo sono: peculato, falso in atto pubblico e turbativa d'asta per l'affidamento senza gara a Gl events, e per la predisposizione di un bando ad hoc per l'edizione 2017 del Salone. Fassino (assistito dall'avvocato Carlo Federico Grosso), a cui viene contestata la turbativa d'asta, già alla chiusura dell'indagine disse: «Chiunque mi conosca sa bene che ho sempre esercitato ogni incarico istituzionale affidatomi con rigoroso rispetto delle leggi e scrupolosa tutela dell'interesse pubblico. E senza alcun interesse personale. Così ho fatto, come risulta da ampia e dettagliata documentazione, anche da sindaco nei confronti del Salone internazionale del libro, dove l'amministrazione comunale ha operato insieme alle altre istituzioni con l'unico obiettivo di salvaguardare la più prestigiosa iniziativa italiana del libro e di perseguire il bene di Torino. Per questo sono sereno e fiducioso che emergerà la mia estraneità alle ipotesi di turbativa d'asta che mi sono contestate». L'ex segretario dei Ds sottolineò allora che «stante le difficili condizioni finanziare della Fondazione del libro, lo svolgimento dell'evento era tutt'altro che scontato e non sarebbe stato conseguito senza le azioni straordinarie messe in essere dalla Fondazione». Per tre persone, a suo tempo coinvolte nelle indagini, le posizioni sono state stralciate. Archiviazione dunque per Michele Coppola, ex assessore regionale del Piemonte nella giunta di centrodestra del governatore Roberto Cota, oggi direttore del settore Arte e cultura di Intesa Sanpaolo.
Cadono le accuse di turbativa d'asta legate a una nomina al vertice di Dmo Piemonte marketing scarl, l'agenzia turistica della Regione, quindi stralciata la posizione di Alberto Ansaldi, amministratore di Dmo. Il terzo che esce dall'inchiesta è l'avvocato Claudio Piacentini. Lo scorso gennaio le 29 persone avevano ricevuto l'avviso di chiusura indagini. Anni di lavoro e numerosi blitz nei tre filoni di un'inchiesta trasversale legata a vari livelli dell'evento culturale gestito in modo molto diverso dall'attuale che aveva portato a problemi di natura occupazionale e finanziaria, con i mancati pagamenti degli stipendi ai dipendenti per diverso tempo. L'attenzione degli inquirenti si era focalizzata dai conti, alle location di svolgimento, dall'organizzazione, ai privati, ai finanziamenti dagli enti pubblici fino al mondo politico che ha sempre fatto da regia alla manifestazione decidendone indirizzi e budget.
L'indagine iniziò ufficialmente la mattina del 22 maggio 2015. Tra le contestazioni principali rispetto la gestione c'è quella relativa al valore «gonfiato» del marchio del Salone, nel 2009, per una cifra di 1,8 milioni di euro: ovvero circa otto volte di più di quanto si è rivelato tre anni dopo. Il brand, infatti, andato all'asta a dicembre, è stato valutato circa 350.000 euro. Il fine, secondo l'accusa, era di coprire i debiti della Fondazione, un rosso di 796.000 euro, «inducendo in errore i componenti del cda e l'assemblea dei soci». Si riapre, dunque, una vecchia storia di cui si era parlato negli anni e nei mesi scorsi.
Sarina Biraghi
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La frase «mi è costato 30.000 euro» non esiste, come avevamo scritto. Il brogliaccio pubblicato ieri dal quotidiano lo conferma.Richiesta di rinvio a giudizio per l'ex sindaco dem di Torino e 25 persone nell'inchiesta sulla kermesse. Tra i reati contestati: peculato, falso in atto pubblico e turbativa d'asta.Lo speciale contiene due articoliFinalmente è arrivata la retromarcia del quotidiano Repubblica, che ieri in prima pagina ha annunciato il disvelamento dell'intercettazione che ha portato alle dimissioni del sottosegretario Armando Siri. Peccato che l'avesse già pubblicata, ma in tutt'altra forma, due mesi fa. L'articolo di ieri era intitolato: «I 30.000 euro a Siri, le parole di Arata: "Ci lavora un secondo per guadagnarli"». Questa volta il testo riportato sulle pagine del quotidiano romano è letterale, diversamente da quanto accaduto ad aprile, quando Repubblica riportò due intercettazioni farlocche, parole che il lobbista Francesco Paolo Arata avrebbe pronunciato riferendosi all'allora sottosegretario della Lega, Siri: «Mi ci sono voluti 30.000 euro» e «questo affare mi è costato 30.000 euro». Ecco la nuova vulgata riportata da Salvo Palazzolo: «“Guarda che l'emendamento passa". E qualche frase dopo un riferimento al sottosegretario leghista oggi indagato per corruzione. “Siri ci lavora un secondo per guadagnare 30.000 euro". Così parlava Francesco Paolo Arata, era il 10 settembre dell'anno scorso». Quindi il cronista ha aggiunto: «Per quanto risulta a Repubblica dietro a quegli omissis ci sarebbe una frase ancora più esplicita pronunciata ad Arata a proposito della mazzetta a Siri: “Io gli do 30.000 euro"». Bene, stavolta Repubblica non ha scritto una bufala e bisogna riconoscerglielo. Ma quello che sorprende è l'attacco al nostro giornale, laddove Palazzolo si allarga: «Un'intercettazione che la macchina del rumore aveva provato a bollare come fake news dopo gli avvisi di garanzia: “L'intercettazione dei 30.000 euro contro Siri non esiste", aveva strillato La Verità». La realtà è che Palazzolo, con questa frase, dimostra di non aver capito la lezione e anziché scusarsi con i lettori per la manipolazione precedente, prova a menare prima, per paura di venire sbertucciato il giorno dopo.Infatti noi, il 25 aprile scorso, ci eravamo limitati a riportare lo sconcerto del procuratore aggiunto di Roma, Paolo Ielo, il quale dopo aver letto le libere interpretazioni che il Corriere della Sera e Repubblica avevano dato di quella conversazione era sbottato: «Le intercettazioni sui giornali? Sono false. Quelle frasi non ci sono nel fascicolo». E noi avevamo chiosato che «sarebbe stata pubblicata tra virgolette una battuta mai captata dagli investigatori». Come di fatto è avvenuto. Quindi avevamo aggiunto: «Quello che dà più fastidio agli inquirenti non è il senso delle frasi contenute tra i caporali, significato che, come nel caso di Siri, si può dedurre dai provvedimenti di perquisizione, ma è la decisione di trasformarlo nelle vive parole degli indagati: perché un conto è riportare le tesi dell'accusa, un altro è pubblicare frasi che non sono mai state pronunciate. A seccare ulteriormente i pm è anche il fatto che il virgolettato trasmette l'idea che chi dovrebbe custodire il segreto, l'abbia divulgato. Un sospetto grave». Il problema è che oggi scopriamo che qualcuno ha suggerito ai giornalisti una frase non troppo dissimile dal punto di vista lessicale da quella autentica, ma che sui i giornali è finito, tra caporali, un verbo coniugato al passato che ha dato un senso compiuto della vicenda. C'è da domandarsi se quella fuga di notizie «storta» sia stata casuale.Ricapitoliamo: ieri Palazzolo ci ha raccontato che la pistola fumante della tangente a Siri è una conversazione datata 10 settembre. In essa Arata senior avrebbe detto al figlio Francesco e a Manlio Nicasti, erede dell'imprenditore Vito, «il re dell'eolico vicino ai clan»: «Io gli do 30.000 euro», riferendosi a Siri. E avrebbe aggiunto: «Siri ci lavora un secondo per guadagnare 30.000 euro».Ieri Repubblica ha pubblicato la trascrizione completa della seconda parte, ma non della prima. Forse perché, a quanto risulta alla Verità, la frase di Paolo Arata è la seguente: «Gli do 30.000 euro… però… è un amico come lo fossi tu… però gli amici mi fai una cosa io ti pago… e quindi è più incenti (incentivato, ndr)…». Per le difese in questa versione il riferimento a un pagamento di 30.000 euro andrebbe interpretato come una libera iniziativa di Arata e ci troveremmo di fronte a pensieri che non hanno avuto concretizzazione, mentre dalle parole pubblicate due mesi fa sui giornali risultava chiaro che la mazzetta fosse già stata consegnata. È indubbio che, a leggere l'ultimo testo, non si può dar per certo che ci siano stati una dazione o un accordo, né si può escludere che l'idea di incentivare con 30.000 euro l'attività di Siri per un emendamento a favore del mini eolico (settore in cui opera Arata) fosse un semplice proponimento dell'imprenditore.Ma davvero Palazzolo pensa che quello che Repubblica ha scritto ad aprile sia la stessa cosa di quanto pubblicato ieri? Infatti il 19 aprile la sua collega Maria Elena Vincenzi aveva scritto un articolo intitolato: «“Mi è costato 30.000 euro". Le due intercettazioni del lobbista». Nel corpo del servizio venivano riportate le frasi «questo affare mi è costato 30.000 euro» e «mi ci sono voluti 30.000 euro». Con questa chiosa: «Sono due le intercettazioni che inchiodano il sottosegretario ai Trasporti, Armando Siri, e che gli sono valse l'accusa di corruzione». Per la Vincenzi una sarebbe stata dell'estate e una di qualche settima dopo, di settembre. Nessuna delle due sembra essere mai esistita e a essere inchiodata pare Repubblica, visto che il passato prossimo utilizzato nelle due frasi offriva l'impressione del patto già concluso e di soldi già consegnati. Adesso la sterzata: «Io gli do 30.000 euro». Che, ovviamente, dà l'idea di un pagamento non ancora effettuato e, forse, non (ancora) pattuito.Qui nessuno sta dicendo che Siri sia innocente, saranno le indagini e i processi a determinarlo, ma non possono essere frasi coperte da segreto e spiattellate sui giornali, dopo essere state artatamente modificate, a decidere il destino di questo o quell'indagato, che si tratti di Mario Rossi o di un politico di primo piano.Giacomo Amadori<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/repubblica-si-smaschera-da-sola-il-virgolettato-su-siri-era-taroccato-2638997224.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="salone-del-libro-fassino-a-processo" data-post-id="2638997224" data-published-at="1773573267" data-use-pagination="False"> Salone del libro, «Fassino a processo» C'è anche l'ex sindaco di Torino, nonché deputato Pd, Piero Fassino, tra le 26 persone rinviate a giudizio dalla Procura di Torino dopo la maxi inchiesta coordinata dai pm Gianfranco Colace ed Enrica Gabetta sulla gestione del Salone del libro negli anni 2010-2015. Insieme a Fassino c'è anche l'ex assessore alla Cultura della Regione Piemonte (giunta Chiamparino) Antonella Parigi e gli ex presidenti della Fondazione, Rolando Picchioni e Giovanna Milella. Andranno a processo anche i revisori dei conti e i vertici della multinazionale Gl events. I reati contestati a vario titolo sono: peculato, falso in atto pubblico e turbativa d'asta per l'affidamento senza gara a Gl events, e per la predisposizione di un bando ad hoc per l'edizione 2017 del Salone. Fassino (assistito dall'avvocato Carlo Federico Grosso), a cui viene contestata la turbativa d'asta, già alla chiusura dell'indagine disse: «Chiunque mi conosca sa bene che ho sempre esercitato ogni incarico istituzionale affidatomi con rigoroso rispetto delle leggi e scrupolosa tutela dell'interesse pubblico. E senza alcun interesse personale. Così ho fatto, come risulta da ampia e dettagliata documentazione, anche da sindaco nei confronti del Salone internazionale del libro, dove l'amministrazione comunale ha operato insieme alle altre istituzioni con l'unico obiettivo di salvaguardare la più prestigiosa iniziativa italiana del libro e di perseguire il bene di Torino. Per questo sono sereno e fiducioso che emergerà la mia estraneità alle ipotesi di turbativa d'asta che mi sono contestate». L'ex segretario dei Ds sottolineò allora che «stante le difficili condizioni finanziare della Fondazione del libro, lo svolgimento dell'evento era tutt'altro che scontato e non sarebbe stato conseguito senza le azioni straordinarie messe in essere dalla Fondazione». Per tre persone, a suo tempo coinvolte nelle indagini, le posizioni sono state stralciate. Archiviazione dunque per Michele Coppola, ex assessore regionale del Piemonte nella giunta di centrodestra del governatore Roberto Cota, oggi direttore del settore Arte e cultura di Intesa Sanpaolo. Cadono le accuse di turbativa d'asta legate a una nomina al vertice di Dmo Piemonte marketing scarl, l'agenzia turistica della Regione, quindi stralciata la posizione di Alberto Ansaldi, amministratore di Dmo. Il terzo che esce dall'inchiesta è l'avvocato Claudio Piacentini. Lo scorso gennaio le 29 persone avevano ricevuto l'avviso di chiusura indagini. Anni di lavoro e numerosi blitz nei tre filoni di un'inchiesta trasversale legata a vari livelli dell'evento culturale gestito in modo molto diverso dall'attuale che aveva portato a problemi di natura occupazionale e finanziaria, con i mancati pagamenti degli stipendi ai dipendenti per diverso tempo. L'attenzione degli inquirenti si era focalizzata dai conti, alle location di svolgimento, dall'organizzazione, ai privati, ai finanziamenti dagli enti pubblici fino al mondo politico che ha sempre fatto da regia alla manifestazione decidendone indirizzi e budget. L'indagine iniziò ufficialmente la mattina del 22 maggio 2015. Tra le contestazioni principali rispetto la gestione c'è quella relativa al valore «gonfiato» del marchio del Salone, nel 2009, per una cifra di 1,8 milioni di euro: ovvero circa otto volte di più di quanto si è rivelato tre anni dopo. Il brand, infatti, andato all'asta a dicembre, è stato valutato circa 350.000 euro. Il fine, secondo l'accusa, era di coprire i debiti della Fondazione, un rosso di 796.000 euro, «inducendo in errore i componenti del cda e l'assemblea dei soci». Si riapre, dunque, una vecchia storia di cui si era parlato negli anni e nei mesi scorsi. Sarina Biraghi
Ansa
I più pacati scandivano «governo Meloni dimissioni» o «cacciamo il governo dei fascisti guerrafondai», esibendo striscioni sui quali avvertono: «Non ci arruoliamo». Poi a comando saltellavano, intonando «chi non salta è un fascista», sulle note di Bella ciao, cercando goffamente di fare il verso alla premier che saltava con il ministro degli esteri, Antonio Tajani, lo scorso novembre in chiusura dell’intervento al comizio dei big del centrodestra a Napoli, mentre la folla intonava «Chi non salta comunista è».
Ma la violenza che percorre manifestazioni come quella del Comitato No sociale, ieri a Roma, dove ai presunti pacifisti si mescola ogni genere di attivisti avvolti in kefiah e sventolando pure la bandiera di Hezbollah, ha portato subito a bruciare con fumogeni due immagini. La prima, che raffigurava il presidente del Consiglio mentre teneva a guinzaglio e con la museruola il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, recava la scritta «No al vostro referendum».
Sulla seconda fotografia, con la stretta di mano tra Meloni e il premier israeliano Benjamin Netanyahu, era scritto: «No al vostro genocidio, 75.000 civili uccisi, 2 milioni di sfollati». I manifestanti saranno denunciati per vilipendio delle istituzioni, anche attraverso l’analisi delle immagini registrate dalla Scientifica.
In piazza a Roma, Milano e Torino c’era un po’ di tutto, da Potere al popolo a collettivi studenteschi come Osa e Cambiare Rotta; da Movimento migranti e rifugiati di Napoli a No Ponte Calabria; da Global movement to Gaza a Unione democratica arabo palestinese; da Moschea Omar a Emilia por Cuba passando per Strasaffica e via con le sigle che fremono per avere visibilità. Tra i cartelli, «Giù le mani dall’Iran», «Nessuna base, nessun soldato. Fuori l’Italia dalla Nato» e anche «No al colonialismo». Dimostranti hanno esibito uno striscione con scritto «Contro le aggressioni imperialiste. Difendere Cuba socialista». L’Associazione nazionale magistrati è intervenuta sulla violenza di quelle fotografie strappate e del messaggio devastante che gesti simili vogliono trasmettere. «Esprimiamo la nostra solidarietà alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e al ministro della Giustizia Carlo Nordio per quanto accaduto al corteo di Roma. Il nostro invito ad abbassare i toni nel corso di questa campagna referendaria è sempre valso e sempre varrà per chiunque e a prescindere dai propri orientamenti personali e collettivi», ha fatto sapere.
Solidarietà è stata espressa dal presidente del Comitato Giusto dire No, Enrico Grosso. «Pensare che bruciare le immagini di Nordio e Meloni sia un atto che contenga un qualche senso è quanto di più distante dal nostro modo di intendere questa campagna referendaria», ha detto. Ed è stato costretto a pronunciare parole di condanna anche Giuseppe Conte, presidente M5s: «Questo governo deve andare a casa con la forza delle idee e della democrazia, non a colpi di odio e violenza. Mancano una manciata di giorni all’appuntamento del referendum, a chi scende in piazza oggi (ieri per chi legge, ndr) e nei prossimi giorni dico: continuiamo a spiegare e ribadire le ragioni del No democraticamente». Ringrazio di cuore chi ha manifestato la sua solidarietà, in particolare il presidente del Comitato per il No, Enrico Grosso, e l’Anm. Auspico anche io che nei prossimi giorni il dibattito si mantenga nei termini indicati da Sergio Mattarella, con pacatezza e lealtà, sui reali contenuti. Naturalmente questi eccessi aggressivi, lungi dall’intimorirmi, mi sollecitano a proseguire con sempre maggior determinazione e vigore», ha dichiarato Nordio.
Il corteo romano, partito da piazza della Repubblica, si era concluso a piazza San Giovanni dove zainetti rosa e fagotti bianchi cosparsi di petali volevano ricordare le 175 bambine della scuola elementare Shajareh Tayyebeh in Iran, uccise da un missile americano nel primo giorno di bombardamenti. Manifestazioni che si dichiarano contro la violenza, eppure la fanno entrare. Come è accaduto ieri a Milano, dove alcuni manifestanti hanno bruciato una bandiera di Israele lungo un corteo partito dall’Arco della Pace con lo slogan «Contro guerra imperialista e sionismo». Promosso da realtà antagoniste nell’ambito della tre giorni di eventi per ricordare Davide Cesare, «Dax», ucciso nel 2003 da militanti di estrema destra, è stato il pretesto per occupare ancora una volta il Palasharp. Anche a Torino, nel corteo regionale per la Palestina, sotto una pioggia battente è stata bruciata la bandiera di Israele.
Ieri Meloni ha rilanciato sui social un video in cui il costituzionalista (ed ex parlamentare del Pd) Stefano Ceccanti spiega le ragioni del Sì al referendum. «Il professor Ceccanti, sicuramente non tacciabile di essere un mio sostenitore o elettore, spiega in pochi secondi perché votare Sì al referendum. Un invito ad andare oltre appartenenze politiche e contrapposizioni ideologiche, guardando semplicemente al merito del quesito».
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Ansa
E perché avvistamenti satellitari, analoghi a quelli riportati adesso da Afp, erano stati registrati già l’11 gennaio e il 25 dicembre scorsi, senza contare che precedenti del genere si susseguono ormai da anni? La risposta è inquietante: gli esperti ritengono che si tratti di azioni coordinate, parte dei preparativi del regime di Pechino in vista di una crisi o di un conflitto regionale.
Le imbarcazioni civili formerebbero una milizia marittima, con diversi potenziali impieghi. Ad esempio, si prestano a costituire una muraglia galleggiante per rallentare o bloccare le rotte commerciali e complicare il passaggio delle navi militari. Non trattandosi di mezzi bellici veri e propri, per un nemico sarebbe problematico attaccarli. I pescatori sarebbero, in sostanza, uno scudo umano. Lo sciame potrebbe anche funzionare alla stregua di una rete di intelligence distribuita. Oppure, potrebbe fungere da base per rifornimenti di altri natanti, per il recupero di equipaggi e velivoli senza pilota, per la distribuzione di sensori e per il trasporto di strumentazioni. Ancora: la flotta potrebbe rafforzare eventuali rivendicazioni territoriali, assicurando una presenza permanente in alcune aree contese. Non mancano i precedenti: le autorità già pagano gli armatori per stazionare almeno 280 giorni alle isole Spratly, reclamate dal Dragone, dal Vietnam, dalle Filippine, da Taiwan, dalla Malesia e dal Brunei.
L’esercitazione, considerate le tempistiche, non è direttamente collegata alla guerra in Iran. Ma i dirigenti cinesi stanno di certo studiando con attenzione quello che accade in Medio Oriente. Sia perché hanno bisogno dei barili di petrolio; sia perché le difficoltà degli americani, finora incapaci di garantire la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz, lasciano supporre che, per la Marina statunitense, sarebbe pressoché impossibile opporsi a un atto di forza di Xi Jinping nel Mar Cinese meridionale e orientale. Questo rimette in discussione l’indipendenza di Taiwan e persino la sicurezza degli alleati dell’Occidente nell’Indo-Pacifico.
Al Politburo non sarà passata inosservata la notizia dello spostamento, dalle acque nipponiche al teatro bellico mediorientale, di una nave d’assalto americana, insieme a 2.000 marines. La redistribuzione degli assetti ha preoccupato le potenze asiatiche vicine agli Stati Uniti, anche alla luce delle indiscrezioni di stampa, secondo cui la Casa Bianca sarebbe intenzionata a trasferire alcuni componenti del sistema di difesa missilistica Thaad, attualmente situati in Corea del Sud, che ha necessità di proteggersi da Pyongyang. Si andrebbe ben oltre il grado di disimpegno che caldeggiano i prudentissimi esponenti della scuola del realismo difensivo: tre mesi fa, era uscito l’ultimo saggio di Charles L. Glaser, Retrench, defend, compete, che suggeriva di mollare Taipei per minimizzare il pericolo di uno scontro con il Dragone, ma al contempo prescriveva di confermare il sostegno Usa agli altri Paesi filoamericani della regione. Xi non morirà dalla voglia di aprire un altro vaso di Pandora. Ma il regime deve aver annotato tutti i segnali di debolezza dell’«Armada» a stelle e strisce, che pretende di aver «annientato il 100% delle capacità militari dell’Iran», come ha detto Donald Trump ieri, eppure non ha impedito a Teheran di interdire Hormuz. Si capisce come mai il presidente abbia invocato esplicitamente l’intervento dei cinesi, al fianco di Parigi, Tokyo, Seul e Londra, in un’ipotetica missione per liberare lo Stretto. Un tentativo di mettere in imbarazzo politico i rivali.
La partita che si gioca attorno al petrolio è molto complessa. Alcune immagini circolate in Rete mostrano code di vetture ai distributori nelle metropoli cinesi: gli automobilisti starebbero facendo incetta di carburante, in prospettiva di ulteriori aumenti dei prezzi. Si era appreso, nei giorni scorsi, che la Cina aveva provato a negoziare con gli ayatollah il passaggio del greggio. Poi è spuntata una nuova ipotesi: l’Iran sarebbe disponibile a lasciar transitare le petroliere, purché gli scambi siano condotti in yuan. Stando a quanto riferito dal South China Morning Post, il Paese asiatico rimane cauto, se non scettico: «Benché il piano possa simbolicamente promuovere l’uso della valuta cinese», ha scritto il quotidiano, «la sua attuazione fronteggerebbe sfide di sicurezza e fattibilità e potrebbe provocare strappi nelle relazioni Cina-Usa». Relazioni alle quali, evidentemente, il Partito tiene ancora. Specie alla vigilia dell’incontro tra il segretario al Tesoro statunitense, Scott Bessent, e il vicepremier di Pechino, He Lifeng. E in attesa del bilaterale Trump-Xi, previsto ad aprile. Un faccia a faccia decisivo per risolvere la disputa sui dazi. Anche se l’America, a questo punto, potrebbe arrivarci con le armi spuntate. In tutti i sensi.
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Per mesi hanno bersagliato di droni e razzi tutto il naviglio che attraversava lo Stretto di Bab el Mandeb in direzione di Suez, mettendo in crisi il commercio marittimo dell’Europa. Dopo giorni di inattività, gli Huthi hanno deciso di scendere in campo con tutto il loro arsenale.
Mohammed al-Bukhaiti, portavoce e alto funzionario dell’ufficio politico dei ribelli yemeniti, ha sancito il passo del suo governo. «Ansar Allah (partigiani di Dio, meglio conosciuti come Huthi, ndr) ha deciso di schierarsi militarmente al fianco dei fratelli iraniani», ha confermato alla Verità. «E molto preso annuncerà l’ora zero del suo ingresso in battaglia. La nostra scelta è necessaria per rispondere all’aggressione in corso da parte di Israele e degli Stati Uniti contro la Repubblica islamica. La falsa propaganda sionista vuole far credere che l’asse della resistenza non esista più, ma invece siamo più forti che mai e lo dimostreremo distruggendo tutte le navi del nemico».
Il mare sembra ormai essere diventato un fondamentale luogo di scontro e, dopo lo Stretto di Hormuz, dove l’Iran permette il passaggio solo delle navi cinesi, gli Huthi possono rendere impossibile l’accesso al canale di Suez, distruggendo l’economia egiziana e danneggiando profondamente i commerci fra Asia ed Europa. «Il nostro ingresso in guerra è inevitabile», continua Mohammed al-Bukhaiti, «il popolo yemenita lo chiede a gran voce. Il 6 marzo decine di migliaia di persone hanno riempito piazza al-Sabeen a Sanaa, intonando canti in onore della Ali Seyyed Khamenei e manifestazioni di questo tipo si sono svolte in ogni governatorato e città. L’obiettivo era assassinare la Guida suprema della rivoluzione islamica, insieme a diversi comandanti militari, per distruggere la società iraniana, ma hanno fallito. Come ha detto il nostro leader, Abdel Malik al Houthi, le dita sono sul grilletto e lo scontro è una battaglia per l’intera nazione islamica, non per una sola parte».
Il momentaneo mancato ingresso in guerra degli yemeniti è sicuramente un calcolo strategico di Teheran, che dopo l’impatto iniziale vuole spingere sulle difficoltà economiche globali bloccando ancora una volta l’accesso a Suez. «Stiamo monitorando la situazione e siamo pronti ad agire contro gli aggressori. Le rappresaglie iraniane contro le basi militari americane nella regione sono legittime. Teheran ha il diritto di colpire le basi di occupazione utilizzate per lanciare attacchi. Questa brutale aggressione dimostra che tutte le accuse mosse in precedenza contro l’Iran erano false, noi siamo i difensori del popolo».
Al-Bukhaiti si è poi rivolto alle nazioni arabe delle regione. «Voglio esortare con urgenza tutti i Paesi della regione ad unirsi, perché devono condannare l’aggressione americana e schierarsi al fianco dell’Iran. Questo scontro va oltre i confini dell’Iran, coinvolgendo tutte le nazioni arabe e islamiche. Si tratta di una battaglia che ci è stata imposta e che dobbiamo portare avanti finché non imporremo le nostre condizioni. Le nazioni del Golfo devono capire che ne va della nostra sopravvivenza e se non sceglieranno la parte giusta, noi li attaccheremo con tutta la nostra forza». Il dirigente yemenita ha concluso lanciando un inquietante appello: «Questo conflitto è una battaglia decisiva la cui vittoria finale sarà il trionfo della verità, gli Stati Uniti ed i sionisti sono un nemico che va combattuto insieme».
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