True
2019-06-27
«Repubblica» si smaschera da sola. Il virgolettato su Siri era taroccato
Ansa
Finalmente è arrivata la retromarcia del quotidiano Repubblica, che ieri in prima pagina ha annunciato il disvelamento dell'intercettazione che ha portato alle dimissioni del sottosegretario Armando Siri. Peccato che l'avesse già pubblicata, ma in tutt'altra forma, due mesi fa. L'articolo di ieri era intitolato: «I 30.000 euro a Siri, le parole di Arata: "Ci lavora un secondo per guadagnarli"». Questa volta il testo riportato sulle pagine del quotidiano romano è letterale, diversamente da quanto accaduto ad aprile, quando Repubblica riportò due intercettazioni farlocche, parole che il lobbista Francesco Paolo Arata avrebbe pronunciato riferendosi all'allora sottosegretario della Lega, Siri: «Mi ci sono voluti 30.000 euro» e «questo affare mi è costato 30.000 euro». Ecco la nuova vulgata riportata da Salvo Palazzolo: «“Guarda che l'emendamento passa". E qualche frase dopo un riferimento al sottosegretario leghista oggi indagato per corruzione. “Siri ci lavora un secondo per guadagnare 30.000 euro". Così parlava Francesco Paolo Arata, era il 10 settembre dell'anno scorso». Quindi il cronista ha aggiunto: «Per quanto risulta a Repubblica dietro a quegli omissis ci sarebbe una frase ancora più esplicita pronunciata ad Arata a proposito della mazzetta a Siri: “Io gli do 30.000 euro"».
Bene, stavolta Repubblica non ha scritto una bufala e bisogna riconoscerglielo. Ma quello che sorprende è l'attacco al nostro giornale, laddove Palazzolo si allarga: «Un'intercettazione che la macchina del rumore aveva provato a bollare come fake news dopo gli avvisi di garanzia: “L'intercettazione dei 30.000 euro contro Siri non esiste", aveva strillato La Verità». La realtà è che Palazzolo, con questa frase, dimostra di non aver capito la lezione e anziché scusarsi con i lettori per la manipolazione precedente, prova a menare prima, per paura di venire sbertucciato il giorno dopo.
Infatti noi, il 25 aprile scorso, ci eravamo limitati a riportare lo sconcerto del procuratore aggiunto di Roma, Paolo Ielo, il quale dopo aver letto le libere interpretazioni che il Corriere della Sera e Repubblica avevano dato di quella conversazione era sbottato: «Le intercettazioni sui giornali? Sono false. Quelle frasi non ci sono nel fascicolo». E noi avevamo chiosato che «sarebbe stata pubblicata tra virgolette una battuta mai captata dagli investigatori». Come di fatto è avvenuto. Quindi avevamo aggiunto: «Quello che dà più fastidio agli inquirenti non è il senso delle frasi contenute tra i caporali, significato che, come nel caso di Siri, si può dedurre dai provvedimenti di perquisizione, ma è la decisione di trasformarlo nelle vive parole degli indagati: perché un conto è riportare le tesi dell'accusa, un altro è pubblicare frasi che non sono mai state pronunciate. A seccare ulteriormente i pm è anche il fatto che il virgolettato trasmette l'idea che chi dovrebbe custodire il segreto, l'abbia divulgato. Un sospetto grave». Il problema è che oggi scopriamo che qualcuno ha suggerito ai giornalisti una frase non troppo dissimile dal punto di vista lessicale da quella autentica, ma che sui i giornali è finito, tra caporali, un verbo coniugato al passato che ha dato un senso compiuto della vicenda. C'è da domandarsi se quella fuga di notizie «storta» sia stata casuale.
Ricapitoliamo: ieri Palazzolo ci ha raccontato che la pistola fumante della tangente a Siri è una conversazione datata 10 settembre. In essa Arata senior avrebbe detto al figlio Francesco e a Manlio Nicasti, erede dell'imprenditore Vito, «il re dell'eolico vicino ai clan»: «Io gli do 30.000 euro», riferendosi a Siri. E avrebbe aggiunto: «Siri ci lavora un secondo per guadagnare 30.000 euro».
Ieri Repubblica ha pubblicato la trascrizione completa della seconda parte, ma non della prima. Forse perché, a quanto risulta alla Verità, la frase di Paolo Arata è la seguente: «Gli do 30.000 euro… però… è un amico come lo fossi tu… però gli amici mi fai una cosa io ti pago… e quindi è più incenti (incentivato, ndr)…». Per le difese in questa versione il riferimento a un pagamento di 30.000 euro andrebbe interpretato come una libera iniziativa di Arata e ci troveremmo di fronte a pensieri che non hanno avuto concretizzazione, mentre dalle parole pubblicate due mesi fa sui giornali risultava chiaro che la mazzetta fosse già stata consegnata. È indubbio che, a leggere l'ultimo testo, non si può dar per certo che ci siano stati una dazione o un accordo, né si può escludere che l'idea di incentivare con 30.000 euro l'attività di Siri per un emendamento a favore del mini eolico (settore in cui opera Arata) fosse un semplice proponimento dell'imprenditore.
Ma davvero Palazzolo pensa che quello che Repubblica ha scritto ad aprile sia la stessa cosa di quanto pubblicato ieri? Infatti il 19 aprile la sua collega Maria Elena Vincenzi aveva scritto un articolo intitolato: «“Mi è costato 30.000 euro". Le due intercettazioni del lobbista». Nel corpo del servizio venivano riportate le frasi «questo affare mi è costato 30.000 euro» e «mi ci sono voluti 30.000 euro». Con questa chiosa: «Sono due le intercettazioni che inchiodano il sottosegretario ai Trasporti, Armando Siri, e che gli sono valse l'accusa di corruzione». Per la Vincenzi una sarebbe stata dell'estate e una di qualche settima dopo, di settembre. Nessuna delle due sembra essere mai esistita e a essere inchiodata pare Repubblica, visto che il passato prossimo utilizzato nelle due frasi offriva l'impressione del patto già concluso e di soldi già consegnati. Adesso la sterzata: «Io gli do 30.000 euro». Che, ovviamente, dà l'idea di un pagamento non ancora effettuato e, forse, non (ancora) pattuito.
Qui nessuno sta dicendo che Siri sia innocente, saranno le indagini e i processi a determinarlo, ma non possono essere frasi coperte da segreto e spiattellate sui giornali, dopo essere state artatamente modificate, a decidere il destino di questo o quell'indagato, che si tratti di Mario Rossi o di un politico di primo piano.
Giacomo Amadori
Salone del libro, «Fassino a processo»
C'è anche l'ex sindaco di Torino, nonché deputato Pd, Piero Fassino, tra le 26 persone rinviate a giudizio dalla Procura di Torino dopo la maxi inchiesta coordinata dai pm Gianfranco Colace ed Enrica Gabetta sulla gestione del Salone del libro negli anni 2010-2015. Insieme a Fassino c'è anche l'ex assessore alla Cultura della Regione Piemonte (giunta Chiamparino) Antonella Parigi e gli ex presidenti della Fondazione, Rolando Picchioni e Giovanna Milella. Andranno a processo anche i revisori dei conti e i vertici della multinazionale Gl events.
I reati contestati a vario titolo sono: peculato, falso in atto pubblico e turbativa d'asta per l'affidamento senza gara a Gl events, e per la predisposizione di un bando ad hoc per l'edizione 2017 del Salone. Fassino (assistito dall'avvocato Carlo Federico Grosso), a cui viene contestata la turbativa d'asta, già alla chiusura dell'indagine disse: «Chiunque mi conosca sa bene che ho sempre esercitato ogni incarico istituzionale affidatomi con rigoroso rispetto delle leggi e scrupolosa tutela dell'interesse pubblico. E senza alcun interesse personale. Così ho fatto, come risulta da ampia e dettagliata documentazione, anche da sindaco nei confronti del Salone internazionale del libro, dove l'amministrazione comunale ha operato insieme alle altre istituzioni con l'unico obiettivo di salvaguardare la più prestigiosa iniziativa italiana del libro e di perseguire il bene di Torino. Per questo sono sereno e fiducioso che emergerà la mia estraneità alle ipotesi di turbativa d'asta che mi sono contestate». L'ex segretario dei Ds sottolineò allora che «stante le difficili condizioni finanziare della Fondazione del libro, lo svolgimento dell'evento era tutt'altro che scontato e non sarebbe stato conseguito senza le azioni straordinarie messe in essere dalla Fondazione». Per tre persone, a suo tempo coinvolte nelle indagini, le posizioni sono state stralciate. Archiviazione dunque per Michele Coppola, ex assessore regionale del Piemonte nella giunta di centrodestra del governatore Roberto Cota, oggi direttore del settore Arte e cultura di Intesa Sanpaolo.
Cadono le accuse di turbativa d'asta legate a una nomina al vertice di Dmo Piemonte marketing scarl, l'agenzia turistica della Regione, quindi stralciata la posizione di Alberto Ansaldi, amministratore di Dmo. Il terzo che esce dall'inchiesta è l'avvocato Claudio Piacentini. Lo scorso gennaio le 29 persone avevano ricevuto l'avviso di chiusura indagini. Anni di lavoro e numerosi blitz nei tre filoni di un'inchiesta trasversale legata a vari livelli dell'evento culturale gestito in modo molto diverso dall'attuale che aveva portato a problemi di natura occupazionale e finanziaria, con i mancati pagamenti degli stipendi ai dipendenti per diverso tempo. L'attenzione degli inquirenti si era focalizzata dai conti, alle location di svolgimento, dall'organizzazione, ai privati, ai finanziamenti dagli enti pubblici fino al mondo politico che ha sempre fatto da regia alla manifestazione decidendone indirizzi e budget.
L'indagine iniziò ufficialmente la mattina del 22 maggio 2015. Tra le contestazioni principali rispetto la gestione c'è quella relativa al valore «gonfiato» del marchio del Salone, nel 2009, per una cifra di 1,8 milioni di euro: ovvero circa otto volte di più di quanto si è rivelato tre anni dopo. Il brand, infatti, andato all'asta a dicembre, è stato valutato circa 350.000 euro. Il fine, secondo l'accusa, era di coprire i debiti della Fondazione, un rosso di 796.000 euro, «inducendo in errore i componenti del cda e l'assemblea dei soci». Si riapre, dunque, una vecchia storia di cui si era parlato negli anni e nei mesi scorsi.
Sarina Biraghi
Continua a leggereRiduci
La frase «mi è costato 30.000 euro» non esiste, come avevamo scritto. Il brogliaccio pubblicato ieri dal quotidiano lo conferma.Richiesta di rinvio a giudizio per l'ex sindaco dem di Torino e 25 persone nell'inchiesta sulla kermesse. Tra i reati contestati: peculato, falso in atto pubblico e turbativa d'asta.Lo speciale contiene due articoliFinalmente è arrivata la retromarcia del quotidiano Repubblica, che ieri in prima pagina ha annunciato il disvelamento dell'intercettazione che ha portato alle dimissioni del sottosegretario Armando Siri. Peccato che l'avesse già pubblicata, ma in tutt'altra forma, due mesi fa. L'articolo di ieri era intitolato: «I 30.000 euro a Siri, le parole di Arata: "Ci lavora un secondo per guadagnarli"». Questa volta il testo riportato sulle pagine del quotidiano romano è letterale, diversamente da quanto accaduto ad aprile, quando Repubblica riportò due intercettazioni farlocche, parole che il lobbista Francesco Paolo Arata avrebbe pronunciato riferendosi all'allora sottosegretario della Lega, Siri: «Mi ci sono voluti 30.000 euro» e «questo affare mi è costato 30.000 euro». Ecco la nuova vulgata riportata da Salvo Palazzolo: «“Guarda che l'emendamento passa". E qualche frase dopo un riferimento al sottosegretario leghista oggi indagato per corruzione. “Siri ci lavora un secondo per guadagnare 30.000 euro". Così parlava Francesco Paolo Arata, era il 10 settembre dell'anno scorso». Quindi il cronista ha aggiunto: «Per quanto risulta a Repubblica dietro a quegli omissis ci sarebbe una frase ancora più esplicita pronunciata ad Arata a proposito della mazzetta a Siri: “Io gli do 30.000 euro"». Bene, stavolta Repubblica non ha scritto una bufala e bisogna riconoscerglielo. Ma quello che sorprende è l'attacco al nostro giornale, laddove Palazzolo si allarga: «Un'intercettazione che la macchina del rumore aveva provato a bollare come fake news dopo gli avvisi di garanzia: “L'intercettazione dei 30.000 euro contro Siri non esiste", aveva strillato La Verità». La realtà è che Palazzolo, con questa frase, dimostra di non aver capito la lezione e anziché scusarsi con i lettori per la manipolazione precedente, prova a menare prima, per paura di venire sbertucciato il giorno dopo.Infatti noi, il 25 aprile scorso, ci eravamo limitati a riportare lo sconcerto del procuratore aggiunto di Roma, Paolo Ielo, il quale dopo aver letto le libere interpretazioni che il Corriere della Sera e Repubblica avevano dato di quella conversazione era sbottato: «Le intercettazioni sui giornali? Sono false. Quelle frasi non ci sono nel fascicolo». E noi avevamo chiosato che «sarebbe stata pubblicata tra virgolette una battuta mai captata dagli investigatori». Come di fatto è avvenuto. Quindi avevamo aggiunto: «Quello che dà più fastidio agli inquirenti non è il senso delle frasi contenute tra i caporali, significato che, come nel caso di Siri, si può dedurre dai provvedimenti di perquisizione, ma è la decisione di trasformarlo nelle vive parole degli indagati: perché un conto è riportare le tesi dell'accusa, un altro è pubblicare frasi che non sono mai state pronunciate. A seccare ulteriormente i pm è anche il fatto che il virgolettato trasmette l'idea che chi dovrebbe custodire il segreto, l'abbia divulgato. Un sospetto grave». Il problema è che oggi scopriamo che qualcuno ha suggerito ai giornalisti una frase non troppo dissimile dal punto di vista lessicale da quella autentica, ma che sui i giornali è finito, tra caporali, un verbo coniugato al passato che ha dato un senso compiuto della vicenda. C'è da domandarsi se quella fuga di notizie «storta» sia stata casuale.Ricapitoliamo: ieri Palazzolo ci ha raccontato che la pistola fumante della tangente a Siri è una conversazione datata 10 settembre. In essa Arata senior avrebbe detto al figlio Francesco e a Manlio Nicasti, erede dell'imprenditore Vito, «il re dell'eolico vicino ai clan»: «Io gli do 30.000 euro», riferendosi a Siri. E avrebbe aggiunto: «Siri ci lavora un secondo per guadagnare 30.000 euro».Ieri Repubblica ha pubblicato la trascrizione completa della seconda parte, ma non della prima. Forse perché, a quanto risulta alla Verità, la frase di Paolo Arata è la seguente: «Gli do 30.000 euro… però… è un amico come lo fossi tu… però gli amici mi fai una cosa io ti pago… e quindi è più incenti (incentivato, ndr)…». Per le difese in questa versione il riferimento a un pagamento di 30.000 euro andrebbe interpretato come una libera iniziativa di Arata e ci troveremmo di fronte a pensieri che non hanno avuto concretizzazione, mentre dalle parole pubblicate due mesi fa sui giornali risultava chiaro che la mazzetta fosse già stata consegnata. È indubbio che, a leggere l'ultimo testo, non si può dar per certo che ci siano stati una dazione o un accordo, né si può escludere che l'idea di incentivare con 30.000 euro l'attività di Siri per un emendamento a favore del mini eolico (settore in cui opera Arata) fosse un semplice proponimento dell'imprenditore.Ma davvero Palazzolo pensa che quello che Repubblica ha scritto ad aprile sia la stessa cosa di quanto pubblicato ieri? Infatti il 19 aprile la sua collega Maria Elena Vincenzi aveva scritto un articolo intitolato: «“Mi è costato 30.000 euro". Le due intercettazioni del lobbista». Nel corpo del servizio venivano riportate le frasi «questo affare mi è costato 30.000 euro» e «mi ci sono voluti 30.000 euro». Con questa chiosa: «Sono due le intercettazioni che inchiodano il sottosegretario ai Trasporti, Armando Siri, e che gli sono valse l'accusa di corruzione». Per la Vincenzi una sarebbe stata dell'estate e una di qualche settima dopo, di settembre. Nessuna delle due sembra essere mai esistita e a essere inchiodata pare Repubblica, visto che il passato prossimo utilizzato nelle due frasi offriva l'impressione del patto già concluso e di soldi già consegnati. Adesso la sterzata: «Io gli do 30.000 euro». Che, ovviamente, dà l'idea di un pagamento non ancora effettuato e, forse, non (ancora) pattuito.Qui nessuno sta dicendo che Siri sia innocente, saranno le indagini e i processi a determinarlo, ma non possono essere frasi coperte da segreto e spiattellate sui giornali, dopo essere state artatamente modificate, a decidere il destino di questo o quell'indagato, che si tratti di Mario Rossi o di un politico di primo piano.Giacomo Amadori<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/repubblica-si-smaschera-da-sola-il-virgolettato-su-siri-era-taroccato-2638997224.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="salone-del-libro-fassino-a-processo" data-post-id="2638997224" data-published-at="1776592692" data-use-pagination="False"> Salone del libro, «Fassino a processo» C'è anche l'ex sindaco di Torino, nonché deputato Pd, Piero Fassino, tra le 26 persone rinviate a giudizio dalla Procura di Torino dopo la maxi inchiesta coordinata dai pm Gianfranco Colace ed Enrica Gabetta sulla gestione del Salone del libro negli anni 2010-2015. Insieme a Fassino c'è anche l'ex assessore alla Cultura della Regione Piemonte (giunta Chiamparino) Antonella Parigi e gli ex presidenti della Fondazione, Rolando Picchioni e Giovanna Milella. Andranno a processo anche i revisori dei conti e i vertici della multinazionale Gl events. I reati contestati a vario titolo sono: peculato, falso in atto pubblico e turbativa d'asta per l'affidamento senza gara a Gl events, e per la predisposizione di un bando ad hoc per l'edizione 2017 del Salone. Fassino (assistito dall'avvocato Carlo Federico Grosso), a cui viene contestata la turbativa d'asta, già alla chiusura dell'indagine disse: «Chiunque mi conosca sa bene che ho sempre esercitato ogni incarico istituzionale affidatomi con rigoroso rispetto delle leggi e scrupolosa tutela dell'interesse pubblico. E senza alcun interesse personale. Così ho fatto, come risulta da ampia e dettagliata documentazione, anche da sindaco nei confronti del Salone internazionale del libro, dove l'amministrazione comunale ha operato insieme alle altre istituzioni con l'unico obiettivo di salvaguardare la più prestigiosa iniziativa italiana del libro e di perseguire il bene di Torino. Per questo sono sereno e fiducioso che emergerà la mia estraneità alle ipotesi di turbativa d'asta che mi sono contestate». L'ex segretario dei Ds sottolineò allora che «stante le difficili condizioni finanziare della Fondazione del libro, lo svolgimento dell'evento era tutt'altro che scontato e non sarebbe stato conseguito senza le azioni straordinarie messe in essere dalla Fondazione». Per tre persone, a suo tempo coinvolte nelle indagini, le posizioni sono state stralciate. Archiviazione dunque per Michele Coppola, ex assessore regionale del Piemonte nella giunta di centrodestra del governatore Roberto Cota, oggi direttore del settore Arte e cultura di Intesa Sanpaolo. Cadono le accuse di turbativa d'asta legate a una nomina al vertice di Dmo Piemonte marketing scarl, l'agenzia turistica della Regione, quindi stralciata la posizione di Alberto Ansaldi, amministratore di Dmo. Il terzo che esce dall'inchiesta è l'avvocato Claudio Piacentini. Lo scorso gennaio le 29 persone avevano ricevuto l'avviso di chiusura indagini. Anni di lavoro e numerosi blitz nei tre filoni di un'inchiesta trasversale legata a vari livelli dell'evento culturale gestito in modo molto diverso dall'attuale che aveva portato a problemi di natura occupazionale e finanziaria, con i mancati pagamenti degli stipendi ai dipendenti per diverso tempo. L'attenzione degli inquirenti si era focalizzata dai conti, alle location di svolgimento, dall'organizzazione, ai privati, ai finanziamenti dagli enti pubblici fino al mondo politico che ha sempre fatto da regia alla manifestazione decidendone indirizzi e budget. L'indagine iniziò ufficialmente la mattina del 22 maggio 2015. Tra le contestazioni principali rispetto la gestione c'è quella relativa al valore «gonfiato» del marchio del Salone, nel 2009, per una cifra di 1,8 milioni di euro: ovvero circa otto volte di più di quanto si è rivelato tre anni dopo. Il brand, infatti, andato all'asta a dicembre, è stato valutato circa 350.000 euro. Il fine, secondo l'accusa, era di coprire i debiti della Fondazione, un rosso di 796.000 euro, «inducendo in errore i componenti del cda e l'assemblea dei soci». Si riapre, dunque, una vecchia storia di cui si era parlato negli anni e nei mesi scorsi. Sarina Biraghi
Matteo Salvini con gli ospiti della manifestazione dei Patrioti di Milano (Ansa)
Tutti in piazza del Duomo (quasi piena) fra un gelato e un selfie, in una giornata rubata alla gita ai laghi, e già questo è un segno di appartenenza. Chi si attendeva una delegazione dell’Ice e gente travestita da Joseph Goebbels; chi prefigurava scenari da deportati con gli schiavettoni; chi per due settimane ha lanciato allarmi democratici sulla «remigrazione» galoppante, dev’essere rimasto parecchio deluso. La solita fake news a mezzo stampa ribadita anche in sede di commento; della serie «non facciamoci condizionare dalla realtà».
Matteo Salvini, che ha organizzato la giornata «Senza paura, padroni a casa nostra», è stato il primo a svestirla dei panni più estremi per puntare su temi drammatici e concreti come pace, lavoro, sicurezza, che sanno di sovranismo solo perché vorrebbero essere declinati in chiave italiana senza dover fare i conti con le trappole di Bruxelles. «Tutte le polemiche su Remigration summit, razzismo e islamofobia sono isterie della sinistra», ha sottolineato il segretario della Lega. E nel suo discorso sul palco milanese ha snocciolato priorità che non hanno niente a che vedere con la propaganda, ma impattano sulla vita dei cittadini.
«I nostri figli non hanno bisogno dell’esercito europeo, invocato da una persona abbastanza permalosa come Emmanuel Macron e dai suoi simili». «Contro la crisi energetica bisogna sospendere il patto di stabilità e permettere di usare i soldi degli italiani per aiutare gli italiani in difficoltà». «Gli Stati Uniti hanno sospeso fino al 16 maggio le sanzioni che bloccavano l’acquisto di petrolio russo, deve farlo anche l’Ue». Argomentazioni legittime in un Paese pluralista; si possono discutere, si possono contrastare, ma arrivare (come ha fatto la sinistra milanese in consiglio comunale) a chiedere il divieto di pronunciarle dovrebbe suscitare qualche dubbio sul Dna democratico del progressismo radical in salsa postmarxista.
Quanto ai rimpatri dei migranti clandestini che delinquono, è difficile sostenere che il concetto sia una bestemmia. Salvini propone «il permesso di soggiorno a punti, se fai errori torni a casa». A colpi di accoglienza diffusa Milano è al collasso e lo stesso sindaco Giuseppe Sala (non certo un fiancheggiatore dell’Ice) ha affermato: «La parola remigrazione non mi piace ma non sono tra quelli che dicono no ai rimpatri. Se qualcuno commette crimini tali da giustificare un rimpatrio, ben venga». Sarebbe pure una misura tollerante perché delinquenti e stupratori condannati dovrebbero avere come destinazione naturale il carcere, non il semplice ritorno a casa da eroi indesiderati.
«Padroni a casa nostra». Quando lo gridava Umberto Bossi, era il tuono di un popolo vessato da burocrazia e tasse che annunciava il temporale. Oggi è quasi una supplica, la richiesta di poter continuare a vivere con la propria identità, le proprie speranze. E «senza paura». Temi concreti, punti esclamativi, il ritorno a quei «valori occidentali» richiamati dal ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, per il quale «il nostro non è aggressivo nazionalismo ma sano patriottismo». Applausi e tutti a casa, proprio mentre si snodavano per Milano altri due cortei, organizzati dalla sinistra con la gastrite permanente e il fegato ingrossato per contestare la manifestazione della Lega.
Il primo allestito da Avs e Anpi, con testimonial Ilaria Salis (senza martello) e con l’intenzione di fare la prova generale per il tradizionale 25 aprile divisivo e antagonista. Il secondo messo in piedi in tutta fretta dai centri sociali storicamente protetti e sostenuti da Pierfrancesco Majorino, che avendo come unica pulsione quella di menare le mani, hanno trovato il modo di sfondare il cordone delle forze dell’ordine, di cercare lo scontro e di strumentalizzarne l’ovvia reazione con gli idranti. Fra minacce ai poliziotti («celerini lapidati») e complimenti agli avversari politici («Salvini appeso»).
Uno scenario surreale. Mentre i presunti «cattivi» hanno portato all’attenzione di tutti argomenti di interesse comune, i «buoni» per decreto sono andati in piazza con due obiettivi: impedire agli altri di parlare (reazione da assemblea studentesca in un liceo occupato) e, per proprietà transitiva, esprimere consenso alle politiche economiche dell’Europa contestate in piazza del Duomo, ma anche dai loro leader Giuseppe Conte ed Elly Schlein. Il solito corto circuito a sinistra, dove abbondano gli strateghi e scarseggiano gli elettricisti.
Continua a leggereRiduci
Elly Schlein a Barcellona con Pedro Sánchez (Ansa)
Mentre Giuseppe Conte, a ogni presentazione del suo libro, ripete come un disco rotto che vuole le primarie di coalizione per la scelta del candidato premier dei progressisti del campo largo, sicuro di avere già la vittoria in tasca, Schlein cerca l’abbraccio affettuoso dei leader progressisti appartenenti a una decina di Paesi: si parte dal premier spagnolo, Pedro Sánchez, organizzatore della «festa», per andare poi verso il presidente del Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva, la presidente messicana, Claudia Sheinbaum, il presidente della Colombia, Gustavo Petro, e poi Mohammed Chahim del partito laburista olandese e vicepresidente del gruppo dei Socialisti democratici al Parlamento europeo, la vicepresidente esecutiva della Commissione Ue e braccio destro di Sánchez, Teresa Ribera. C’è pure Hillary Clinton.
Schlein non si presenta davanti a loro solo come semplice segretario del Pd italiano, ci va da candidata premier in pectore, come leader del più grande partito della famiglia socialista e democratica europea e, quindi, come la naturale anti Meloni. «Ho detto a tutti che ci candidiamo alla vittoria», convinta che questo sia il suo momentum per provare a tirare la volata. Conte, per esempio, non è stato invitato nonostante la sua scelta di campo «progressista». La Elly «testardamente unitaria» fa spazio a una Schlein più istituzionale. Cerca di darsi un tono, insomma.
Forte anche del fatto che, in tutta Europa, vale il principio che l’incarico a guidare un governo, in caso di vittoria, spetta al leader del partito che prende più voti. E non è un caso che la segretaria pd ignori il piagnisteo di Giuseppi, buttandosi sulle relazioni con i partner internazionali. Schlein sta lavorando su una nuova immagine: figuriamoci che si è fatta anche vedere per la prima volta alla Festa della polizia e poi al Vinitaly, eventi non proprio della sinistra barricadera.
È già convinta della sua candidatura a Palazzo Chigi, con o senza primarie. Tanto più che gli ultimi sondaggi la vedono, per la prima volta, in testa in una possibile competizione con Conte e con il sindaco di Genova, Silvia Salis.
Ma come al solito Schlein inciampa nelle sue contraddizioni. Grida a gran voce «siamo con Sánchez!» ci si fa fotografare insieme, sostenendo, però, nello stesso momento che «non ci sono le condizioni per riprendere le importazioni di gas dalla Russia, poiché in questo momento Vladimir Putin ne trarrebbe profitto per alimentare la sua criminale invasione dell’Ucraina».
Schlein ignora che il buon Pedro è uno dei maggiori finanziatori di Putin, in quanto il suo governo sta aumentando in modo significativo gli acquisti di gas russo. La leader dem attacca Meloni, colpevole di fare «la guerra alle rinnovabili» invece di seguire l’esempio della Spagna. «È bene che nel Pd qualcuno informi la segretaria che la Spagna è oggi il primo Paese d’Europa per importazioni di energia fossile dalla Russia, con un incremento del 124% rispetto al mese precedente», suggerisce l’europarlamentare di Fratelli d’Italia, Nicola Procaccini.
Elly si sbilancia anche nel commentare la disponibilità espressa venerdì da Meloni alla riunione dei volenterosi, a inviare navi italiane per aiutare lo sminamento dello Stretto di Hormuz e favorire così la ripresa delle forniture di gas e petrolio, «previo via libera del Parlamento». Al «summit rosso» di Barcellona, la segretaria pd arriva con un giorno di ritardo, ripetendo più o meno le stesse cose del premier. Schlein dice di non essere d’accordo sull’invio di militari, a meno che non ci sia «un accordo di pace e un chiaro mandato multilaterale». Senza spiegare quale.
Schlein ha avuto numerosi incontri bilaterali: con il presidente del Pse, Stefan Löfven, con la capogruppo di S&D all’Europarlamento, Iratxe García Pérez, con il leader dell’opposizione turca a Erdogan, con il capo dell’opposizione giapponese, con il segretario del partito rossoverde olandese e col l’ex primo ministro palestinese e la delegazione di Fatah. Ieri sera, cena di gala con Sánchez e Lula. C’è anche la cilena Isabel Allende che la prende a braccetto e le fa i complimenti. L’impressione è che venga apprezzata più fuori che in Italia.
Continua a leggereRiduci