True
2019-06-27
«Repubblica» si smaschera da sola. Il virgolettato su Siri era taroccato
Ansa
Finalmente è arrivata la retromarcia del quotidiano Repubblica, che ieri in prima pagina ha annunciato il disvelamento dell'intercettazione che ha portato alle dimissioni del sottosegretario Armando Siri. Peccato che l'avesse già pubblicata, ma in tutt'altra forma, due mesi fa. L'articolo di ieri era intitolato: «I 30.000 euro a Siri, le parole di Arata: "Ci lavora un secondo per guadagnarli"». Questa volta il testo riportato sulle pagine del quotidiano romano è letterale, diversamente da quanto accaduto ad aprile, quando Repubblica riportò due intercettazioni farlocche, parole che il lobbista Francesco Paolo Arata avrebbe pronunciato riferendosi all'allora sottosegretario della Lega, Siri: «Mi ci sono voluti 30.000 euro» e «questo affare mi è costato 30.000 euro». Ecco la nuova vulgata riportata da Salvo Palazzolo: «“Guarda che l'emendamento passa". E qualche frase dopo un riferimento al sottosegretario leghista oggi indagato per corruzione. “Siri ci lavora un secondo per guadagnare 30.000 euro". Così parlava Francesco Paolo Arata, era il 10 settembre dell'anno scorso». Quindi il cronista ha aggiunto: «Per quanto risulta a Repubblica dietro a quegli omissis ci sarebbe una frase ancora più esplicita pronunciata ad Arata a proposito della mazzetta a Siri: “Io gli do 30.000 euro"».
Bene, stavolta Repubblica non ha scritto una bufala e bisogna riconoscerglielo. Ma quello che sorprende è l'attacco al nostro giornale, laddove Palazzolo si allarga: «Un'intercettazione che la macchina del rumore aveva provato a bollare come fake news dopo gli avvisi di garanzia: “L'intercettazione dei 30.000 euro contro Siri non esiste", aveva strillato La Verità». La realtà è che Palazzolo, con questa frase, dimostra di non aver capito la lezione e anziché scusarsi con i lettori per la manipolazione precedente, prova a menare prima, per paura di venire sbertucciato il giorno dopo.
Infatti noi, il 25 aprile scorso, ci eravamo limitati a riportare lo sconcerto del procuratore aggiunto di Roma, Paolo Ielo, il quale dopo aver letto le libere interpretazioni che il Corriere della Sera e Repubblica avevano dato di quella conversazione era sbottato: «Le intercettazioni sui giornali? Sono false. Quelle frasi non ci sono nel fascicolo». E noi avevamo chiosato che «sarebbe stata pubblicata tra virgolette una battuta mai captata dagli investigatori». Come di fatto è avvenuto. Quindi avevamo aggiunto: «Quello che dà più fastidio agli inquirenti non è il senso delle frasi contenute tra i caporali, significato che, come nel caso di Siri, si può dedurre dai provvedimenti di perquisizione, ma è la decisione di trasformarlo nelle vive parole degli indagati: perché un conto è riportare le tesi dell'accusa, un altro è pubblicare frasi che non sono mai state pronunciate. A seccare ulteriormente i pm è anche il fatto che il virgolettato trasmette l'idea che chi dovrebbe custodire il segreto, l'abbia divulgato. Un sospetto grave». Il problema è che oggi scopriamo che qualcuno ha suggerito ai giornalisti una frase non troppo dissimile dal punto di vista lessicale da quella autentica, ma che sui i giornali è finito, tra caporali, un verbo coniugato al passato che ha dato un senso compiuto della vicenda. C'è da domandarsi se quella fuga di notizie «storta» sia stata casuale.
Ricapitoliamo: ieri Palazzolo ci ha raccontato che la pistola fumante della tangente a Siri è una conversazione datata 10 settembre. In essa Arata senior avrebbe detto al figlio Francesco e a Manlio Nicasti, erede dell'imprenditore Vito, «il re dell'eolico vicino ai clan»: «Io gli do 30.000 euro», riferendosi a Siri. E avrebbe aggiunto: «Siri ci lavora un secondo per guadagnare 30.000 euro».
Ieri Repubblica ha pubblicato la trascrizione completa della seconda parte, ma non della prima. Forse perché, a quanto risulta alla Verità, la frase di Paolo Arata è la seguente: «Gli do 30.000 euro… però… è un amico come lo fossi tu… però gli amici mi fai una cosa io ti pago… e quindi è più incenti (incentivato, ndr)…». Per le difese in questa versione il riferimento a un pagamento di 30.000 euro andrebbe interpretato come una libera iniziativa di Arata e ci troveremmo di fronte a pensieri che non hanno avuto concretizzazione, mentre dalle parole pubblicate due mesi fa sui giornali risultava chiaro che la mazzetta fosse già stata consegnata. È indubbio che, a leggere l'ultimo testo, non si può dar per certo che ci siano stati una dazione o un accordo, né si può escludere che l'idea di incentivare con 30.000 euro l'attività di Siri per un emendamento a favore del mini eolico (settore in cui opera Arata) fosse un semplice proponimento dell'imprenditore.
Ma davvero Palazzolo pensa che quello che Repubblica ha scritto ad aprile sia la stessa cosa di quanto pubblicato ieri? Infatti il 19 aprile la sua collega Maria Elena Vincenzi aveva scritto un articolo intitolato: «“Mi è costato 30.000 euro". Le due intercettazioni del lobbista». Nel corpo del servizio venivano riportate le frasi «questo affare mi è costato 30.000 euro» e «mi ci sono voluti 30.000 euro». Con questa chiosa: «Sono due le intercettazioni che inchiodano il sottosegretario ai Trasporti, Armando Siri, e che gli sono valse l'accusa di corruzione». Per la Vincenzi una sarebbe stata dell'estate e una di qualche settima dopo, di settembre. Nessuna delle due sembra essere mai esistita e a essere inchiodata pare Repubblica, visto che il passato prossimo utilizzato nelle due frasi offriva l'impressione del patto già concluso e di soldi già consegnati. Adesso la sterzata: «Io gli do 30.000 euro». Che, ovviamente, dà l'idea di un pagamento non ancora effettuato e, forse, non (ancora) pattuito.
Qui nessuno sta dicendo che Siri sia innocente, saranno le indagini e i processi a determinarlo, ma non possono essere frasi coperte da segreto e spiattellate sui giornali, dopo essere state artatamente modificate, a decidere il destino di questo o quell'indagato, che si tratti di Mario Rossi o di un politico di primo piano.
Giacomo Amadori
Salone del libro, «Fassino a processo»
C'è anche l'ex sindaco di Torino, nonché deputato Pd, Piero Fassino, tra le 26 persone rinviate a giudizio dalla Procura di Torino dopo la maxi inchiesta coordinata dai pm Gianfranco Colace ed Enrica Gabetta sulla gestione del Salone del libro negli anni 2010-2015. Insieme a Fassino c'è anche l'ex assessore alla Cultura della Regione Piemonte (giunta Chiamparino) Antonella Parigi e gli ex presidenti della Fondazione, Rolando Picchioni e Giovanna Milella. Andranno a processo anche i revisori dei conti e i vertici della multinazionale Gl events.
I reati contestati a vario titolo sono: peculato, falso in atto pubblico e turbativa d'asta per l'affidamento senza gara a Gl events, e per la predisposizione di un bando ad hoc per l'edizione 2017 del Salone. Fassino (assistito dall'avvocato Carlo Federico Grosso), a cui viene contestata la turbativa d'asta, già alla chiusura dell'indagine disse: «Chiunque mi conosca sa bene che ho sempre esercitato ogni incarico istituzionale affidatomi con rigoroso rispetto delle leggi e scrupolosa tutela dell'interesse pubblico. E senza alcun interesse personale. Così ho fatto, come risulta da ampia e dettagliata documentazione, anche da sindaco nei confronti del Salone internazionale del libro, dove l'amministrazione comunale ha operato insieme alle altre istituzioni con l'unico obiettivo di salvaguardare la più prestigiosa iniziativa italiana del libro e di perseguire il bene di Torino. Per questo sono sereno e fiducioso che emergerà la mia estraneità alle ipotesi di turbativa d'asta che mi sono contestate». L'ex segretario dei Ds sottolineò allora che «stante le difficili condizioni finanziare della Fondazione del libro, lo svolgimento dell'evento era tutt'altro che scontato e non sarebbe stato conseguito senza le azioni straordinarie messe in essere dalla Fondazione». Per tre persone, a suo tempo coinvolte nelle indagini, le posizioni sono state stralciate. Archiviazione dunque per Michele Coppola, ex assessore regionale del Piemonte nella giunta di centrodestra del governatore Roberto Cota, oggi direttore del settore Arte e cultura di Intesa Sanpaolo.
Cadono le accuse di turbativa d'asta legate a una nomina al vertice di Dmo Piemonte marketing scarl, l'agenzia turistica della Regione, quindi stralciata la posizione di Alberto Ansaldi, amministratore di Dmo. Il terzo che esce dall'inchiesta è l'avvocato Claudio Piacentini. Lo scorso gennaio le 29 persone avevano ricevuto l'avviso di chiusura indagini. Anni di lavoro e numerosi blitz nei tre filoni di un'inchiesta trasversale legata a vari livelli dell'evento culturale gestito in modo molto diverso dall'attuale che aveva portato a problemi di natura occupazionale e finanziaria, con i mancati pagamenti degli stipendi ai dipendenti per diverso tempo. L'attenzione degli inquirenti si era focalizzata dai conti, alle location di svolgimento, dall'organizzazione, ai privati, ai finanziamenti dagli enti pubblici fino al mondo politico che ha sempre fatto da regia alla manifestazione decidendone indirizzi e budget.
L'indagine iniziò ufficialmente la mattina del 22 maggio 2015. Tra le contestazioni principali rispetto la gestione c'è quella relativa al valore «gonfiato» del marchio del Salone, nel 2009, per una cifra di 1,8 milioni di euro: ovvero circa otto volte di più di quanto si è rivelato tre anni dopo. Il brand, infatti, andato all'asta a dicembre, è stato valutato circa 350.000 euro. Il fine, secondo l'accusa, era di coprire i debiti della Fondazione, un rosso di 796.000 euro, «inducendo in errore i componenti del cda e l'assemblea dei soci». Si riapre, dunque, una vecchia storia di cui si era parlato negli anni e nei mesi scorsi.
Sarina Biraghi
Continua a leggereRiduci
La frase «mi è costato 30.000 euro» non esiste, come avevamo scritto. Il brogliaccio pubblicato ieri dal quotidiano lo conferma.Richiesta di rinvio a giudizio per l'ex sindaco dem di Torino e 25 persone nell'inchiesta sulla kermesse. Tra i reati contestati: peculato, falso in atto pubblico e turbativa d'asta.Lo speciale contiene due articoliFinalmente è arrivata la retromarcia del quotidiano Repubblica, che ieri in prima pagina ha annunciato il disvelamento dell'intercettazione che ha portato alle dimissioni del sottosegretario Armando Siri. Peccato che l'avesse già pubblicata, ma in tutt'altra forma, due mesi fa. L'articolo di ieri era intitolato: «I 30.000 euro a Siri, le parole di Arata: "Ci lavora un secondo per guadagnarli"». Questa volta il testo riportato sulle pagine del quotidiano romano è letterale, diversamente da quanto accaduto ad aprile, quando Repubblica riportò due intercettazioni farlocche, parole che il lobbista Francesco Paolo Arata avrebbe pronunciato riferendosi all'allora sottosegretario della Lega, Siri: «Mi ci sono voluti 30.000 euro» e «questo affare mi è costato 30.000 euro». Ecco la nuova vulgata riportata da Salvo Palazzolo: «“Guarda che l'emendamento passa". E qualche frase dopo un riferimento al sottosegretario leghista oggi indagato per corruzione. “Siri ci lavora un secondo per guadagnare 30.000 euro". Così parlava Francesco Paolo Arata, era il 10 settembre dell'anno scorso». Quindi il cronista ha aggiunto: «Per quanto risulta a Repubblica dietro a quegli omissis ci sarebbe una frase ancora più esplicita pronunciata ad Arata a proposito della mazzetta a Siri: “Io gli do 30.000 euro"». Bene, stavolta Repubblica non ha scritto una bufala e bisogna riconoscerglielo. Ma quello che sorprende è l'attacco al nostro giornale, laddove Palazzolo si allarga: «Un'intercettazione che la macchina del rumore aveva provato a bollare come fake news dopo gli avvisi di garanzia: “L'intercettazione dei 30.000 euro contro Siri non esiste", aveva strillato La Verità». La realtà è che Palazzolo, con questa frase, dimostra di non aver capito la lezione e anziché scusarsi con i lettori per la manipolazione precedente, prova a menare prima, per paura di venire sbertucciato il giorno dopo.Infatti noi, il 25 aprile scorso, ci eravamo limitati a riportare lo sconcerto del procuratore aggiunto di Roma, Paolo Ielo, il quale dopo aver letto le libere interpretazioni che il Corriere della Sera e Repubblica avevano dato di quella conversazione era sbottato: «Le intercettazioni sui giornali? Sono false. Quelle frasi non ci sono nel fascicolo». E noi avevamo chiosato che «sarebbe stata pubblicata tra virgolette una battuta mai captata dagli investigatori». Come di fatto è avvenuto. Quindi avevamo aggiunto: «Quello che dà più fastidio agli inquirenti non è il senso delle frasi contenute tra i caporali, significato che, come nel caso di Siri, si può dedurre dai provvedimenti di perquisizione, ma è la decisione di trasformarlo nelle vive parole degli indagati: perché un conto è riportare le tesi dell'accusa, un altro è pubblicare frasi che non sono mai state pronunciate. A seccare ulteriormente i pm è anche il fatto che il virgolettato trasmette l'idea che chi dovrebbe custodire il segreto, l'abbia divulgato. Un sospetto grave». Il problema è che oggi scopriamo che qualcuno ha suggerito ai giornalisti una frase non troppo dissimile dal punto di vista lessicale da quella autentica, ma che sui i giornali è finito, tra caporali, un verbo coniugato al passato che ha dato un senso compiuto della vicenda. C'è da domandarsi se quella fuga di notizie «storta» sia stata casuale.Ricapitoliamo: ieri Palazzolo ci ha raccontato che la pistola fumante della tangente a Siri è una conversazione datata 10 settembre. In essa Arata senior avrebbe detto al figlio Francesco e a Manlio Nicasti, erede dell'imprenditore Vito, «il re dell'eolico vicino ai clan»: «Io gli do 30.000 euro», riferendosi a Siri. E avrebbe aggiunto: «Siri ci lavora un secondo per guadagnare 30.000 euro».Ieri Repubblica ha pubblicato la trascrizione completa della seconda parte, ma non della prima. Forse perché, a quanto risulta alla Verità, la frase di Paolo Arata è la seguente: «Gli do 30.000 euro… però… è un amico come lo fossi tu… però gli amici mi fai una cosa io ti pago… e quindi è più incenti (incentivato, ndr)…». Per le difese in questa versione il riferimento a un pagamento di 30.000 euro andrebbe interpretato come una libera iniziativa di Arata e ci troveremmo di fronte a pensieri che non hanno avuto concretizzazione, mentre dalle parole pubblicate due mesi fa sui giornali risultava chiaro che la mazzetta fosse già stata consegnata. È indubbio che, a leggere l'ultimo testo, non si può dar per certo che ci siano stati una dazione o un accordo, né si può escludere che l'idea di incentivare con 30.000 euro l'attività di Siri per un emendamento a favore del mini eolico (settore in cui opera Arata) fosse un semplice proponimento dell'imprenditore.Ma davvero Palazzolo pensa che quello che Repubblica ha scritto ad aprile sia la stessa cosa di quanto pubblicato ieri? Infatti il 19 aprile la sua collega Maria Elena Vincenzi aveva scritto un articolo intitolato: «“Mi è costato 30.000 euro". Le due intercettazioni del lobbista». Nel corpo del servizio venivano riportate le frasi «questo affare mi è costato 30.000 euro» e «mi ci sono voluti 30.000 euro». Con questa chiosa: «Sono due le intercettazioni che inchiodano il sottosegretario ai Trasporti, Armando Siri, e che gli sono valse l'accusa di corruzione». Per la Vincenzi una sarebbe stata dell'estate e una di qualche settima dopo, di settembre. Nessuna delle due sembra essere mai esistita e a essere inchiodata pare Repubblica, visto che il passato prossimo utilizzato nelle due frasi offriva l'impressione del patto già concluso e di soldi già consegnati. Adesso la sterzata: «Io gli do 30.000 euro». Che, ovviamente, dà l'idea di un pagamento non ancora effettuato e, forse, non (ancora) pattuito.Qui nessuno sta dicendo che Siri sia innocente, saranno le indagini e i processi a determinarlo, ma non possono essere frasi coperte da segreto e spiattellate sui giornali, dopo essere state artatamente modificate, a decidere il destino di questo o quell'indagato, che si tratti di Mario Rossi o di un politico di primo piano.Giacomo Amadori<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/repubblica-si-smaschera-da-sola-il-virgolettato-su-siri-era-taroccato-2638997224.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="salone-del-libro-fassino-a-processo" data-post-id="2638997224" data-published-at="1779881782" data-use-pagination="False"> Salone del libro, «Fassino a processo» C'è anche l'ex sindaco di Torino, nonché deputato Pd, Piero Fassino, tra le 26 persone rinviate a giudizio dalla Procura di Torino dopo la maxi inchiesta coordinata dai pm Gianfranco Colace ed Enrica Gabetta sulla gestione del Salone del libro negli anni 2010-2015. Insieme a Fassino c'è anche l'ex assessore alla Cultura della Regione Piemonte (giunta Chiamparino) Antonella Parigi e gli ex presidenti della Fondazione, Rolando Picchioni e Giovanna Milella. Andranno a processo anche i revisori dei conti e i vertici della multinazionale Gl events. I reati contestati a vario titolo sono: peculato, falso in atto pubblico e turbativa d'asta per l'affidamento senza gara a Gl events, e per la predisposizione di un bando ad hoc per l'edizione 2017 del Salone. Fassino (assistito dall'avvocato Carlo Federico Grosso), a cui viene contestata la turbativa d'asta, già alla chiusura dell'indagine disse: «Chiunque mi conosca sa bene che ho sempre esercitato ogni incarico istituzionale affidatomi con rigoroso rispetto delle leggi e scrupolosa tutela dell'interesse pubblico. E senza alcun interesse personale. Così ho fatto, come risulta da ampia e dettagliata documentazione, anche da sindaco nei confronti del Salone internazionale del libro, dove l'amministrazione comunale ha operato insieme alle altre istituzioni con l'unico obiettivo di salvaguardare la più prestigiosa iniziativa italiana del libro e di perseguire il bene di Torino. Per questo sono sereno e fiducioso che emergerà la mia estraneità alle ipotesi di turbativa d'asta che mi sono contestate». L'ex segretario dei Ds sottolineò allora che «stante le difficili condizioni finanziare della Fondazione del libro, lo svolgimento dell'evento era tutt'altro che scontato e non sarebbe stato conseguito senza le azioni straordinarie messe in essere dalla Fondazione». Per tre persone, a suo tempo coinvolte nelle indagini, le posizioni sono state stralciate. Archiviazione dunque per Michele Coppola, ex assessore regionale del Piemonte nella giunta di centrodestra del governatore Roberto Cota, oggi direttore del settore Arte e cultura di Intesa Sanpaolo. Cadono le accuse di turbativa d'asta legate a una nomina al vertice di Dmo Piemonte marketing scarl, l'agenzia turistica della Regione, quindi stralciata la posizione di Alberto Ansaldi, amministratore di Dmo. Il terzo che esce dall'inchiesta è l'avvocato Claudio Piacentini. Lo scorso gennaio le 29 persone avevano ricevuto l'avviso di chiusura indagini. Anni di lavoro e numerosi blitz nei tre filoni di un'inchiesta trasversale legata a vari livelli dell'evento culturale gestito in modo molto diverso dall'attuale che aveva portato a problemi di natura occupazionale e finanziaria, con i mancati pagamenti degli stipendi ai dipendenti per diverso tempo. L'attenzione degli inquirenti si era focalizzata dai conti, alle location di svolgimento, dall'organizzazione, ai privati, ai finanziamenti dagli enti pubblici fino al mondo politico che ha sempre fatto da regia alla manifestazione decidendone indirizzi e budget. L'indagine iniziò ufficialmente la mattina del 22 maggio 2015. Tra le contestazioni principali rispetto la gestione c'è quella relativa al valore «gonfiato» del marchio del Salone, nel 2009, per una cifra di 1,8 milioni di euro: ovvero circa otto volte di più di quanto si è rivelato tre anni dopo. Il brand, infatti, andato all'asta a dicembre, è stato valutato circa 350.000 euro. Il fine, secondo l'accusa, era di coprire i debiti della Fondazione, un rosso di 796.000 euro, «inducendo in errore i componenti del cda e l'assemblea dei soci». Si riapre, dunque, una vecchia storia di cui si era parlato negli anni e nei mesi scorsi. Sarina Biraghi
Rocco Buttiglione (secondo da sinistra), durante la Messa dell'Epifania nella Basilica di San Pietro, celebrata da Papa Benedetto XVI il 6 gennaio 2013 (Getty Images)
Secondo Joseph Ratzinger, quello del filosofo Dietrich von Hildebrand (1889-1977) sarebbe diventato «il nome più eminente per la storia intellettuale della Chiesa cattolica del XX secolo». In occasione della Giornata di studio della Cattedra Hildebrand per il Personalismo Cristiano Amore e comunione nel pensiero di Dietrich von Hildebrand, tenutasi presso il Pontificio Ateneo Regina Apostolorum di Roma, La Verità ha intervistato il professor Rocco Buttiglione, tra i principali interpreti contemporanei del personalismo cristiano e del pensiero di Karol Wojtyła.
Professor Buttiglione, il documento vaticano del 2005 Una caro ha riportato al centro del dibattito ecclesiale e culturale il tema dell’amore coniugale come comunione personale. Perché il pensiero di Dietrich von Hildebrand è attuale?
«Molte volte i cattolici hanno sviluppato una pedagogia del dovere. La parola di Dio, oppure la Legge naturale, oppure la Tradizione mi dicono cosa devo fare e io lo faccio. Disimpegno un ruolo sociale e assumo gli obblighi corrispondenti. L’energia della vita viene assorbita dall’adempimento del dovere. Fra il dovere ed il desiderio del cuore nasce un’ostilità, una contrapposizione. Il tipo di uomo che risulta da questa educazione è una persona “per bene”, che svolge responsabilmente il suo ruolo sociale ma è spento dentro, è noioso ed è annoiato. Gran parte delle energie della persona sono assorbite dal compito di controllare e tenere sottomesse le passioni dell’anima. Ogni tanto, o anche spesso, questa pressione viene sospesa e le passioni vengono soddisfatte, nella forma più rozza, più immediata e meno umana. Molti vivono da robot i giorni della settimana, e il sabato e la domenica si ubriacano fino a perdere la coscienza di sé o fino ad andare a letto con chi capita (in America questo si chiama binge drinking) oppure assumono droghe, o entrano nel giro del gioco virtuale. La pedagogia del dovere parte dalla convinzione che la passione sia cattiva. Von Hildebrand parte invece dalla convinzione che la passione sia buona, che ogni percezione di un oggetto sia accompagnata dalla intuizione di un valore proprio dell’oggetto percepito e che queste intuizioni di valore si dispongano naturalmente in una gerarchia di valori. Le passioni non hanno bisogno di essere represse per essere sottomesse al dominio della ragione. Hanno bisogno, se mai, di essere educate per fare in modo che la loro energia confluisca per intero nell’adempimento del compito della vita. Ognuno conosce la differenza fra un professore che svolge meccanicamente il compito di esporre una disciplina e uno che ama quello che fa, lo investe con tutta la passione della sua vita e in tal modo appassiona lo studente alla materia che insegna. Questo è il grande apporto di von Hildebrand alla filosofia contemporanea: la conciliazione, anzi il matrimonio fra dovere e passione».
Nel suo intervento lei parlera del “pensare a partire dal cuore” in dialogo con Hildebrand, Wojtyła e Giussani. In che senso il cuore può essere considerato un luogo autentico della conoscenza morale e non semplicemente della soggettività emotiva?
«La filosofia classica distingue nell’uomo due facoltà diverse, l’intelletto e la volontà. L’intelletto processa tutta la informazione disponibile e poi comunica il suo giudizio alla volontà che secondo tale giudizio è tenuta ad operare. La volontà deve obbedire all’intelletto e deve resistere alle passioni che tendono a trascinarla ad agire per la soddisfazione del momento e non secondo gli interessi di lungo periodo della persona. In modi diversi e convergenti von Hildebrand, Wojtyła e Giussani ci dicono che intelletto e volontà sono astrazioni, certo valide nel livello loro proprio ma lontane un passo dalla realtà. La realtà dell’uomo è il cuore che è il centro dinamico della persona. Dobbiamo imparare a pensare a partire dal cuore, cioè a partire dall’insieme di esigenze ed evidenze elementari che sono costitutive di ciascuno di noi. Pensare a partire dal cuore ci rivela anche la positività delle passioni che non devono essere represse, ma guidate verso il loro fine proprio. Questo è il compito della cultura».
Hildebrand insiste molto sul fatto che l’uomo non “costruisce” il valore, ma lo riconosce e vi risponde. Quanto questa impostazione può rappresentare oggi un’alternativa al relativismo contemporaneo?
«Io non mi sono fatto da solo. Io sono dato a me stesso. La prima lealtà del pensiero è il riconoscimento del dono. Ricevo da Dio il dono del mio essere. Ad un livello più prossimo ricevo il mio corpo dai miei genitori e modello il mio spirito nel dialogo con loro. Attraverso i genitori incontro il mondo della cultura al quale appartengo e che devo fare mio. Fare mio questo mondo non è però una operazione passiva. Qui la originaria passività si capovolge in attività. Devo creare il mio mondo interiore attraverso il dialogo con la Tradizione che mi precede. La originaria passività è la condizione della mia attività creativa. Per poter essere creativo devo prima di tutto accettare il dono di me che viene da un altro. Per essere padre devo accettare di essere figlio».
Nel dibattito pubblico contemporaneo sembra prevalere una concezione delle relazioni molto legata all’autorealizzazione individuale o alla soddisfazione reciproca. Che cosa può dire oggi il personalismo cristiano sul significato dell’amore come dono di sé? Lei ha dedicato, inoltre, gran parte della sua riflessione al rapporto tra verità e libertà. Ritiene che oggi esista ancora spazio, culturalmente, per parlare di verità sull’uomo senza essere immediatamente accusati di dogmatismo?
«È in gioco il senso della libertà. Posso giocare con la libertà immaginando di creare il mondo a partire da me stesso ed ignorando che ciò che sono l'ho ricevuto. Posso pensare la libertà come un “fare quello che pare e piace”. Questo è però un gioco demente ed il suo punto d’arrivo necessario è l’autoinganno, la disperazione e la follia. I nostri autori propongono un’altra visione della libertà. Per cominciare la libertà decide all’interno di un orizzonte di possibilità che mi è dato. Posso decidere solo all’interno di questo orizzonte che mi è dato dalla modalità concreta in cui ricevo il dono dell’essere. Facciamo un esempio: la esperienza più grande di libertà nella mia vita coincide con il momento in cui la ragazza di cui ero innamorato mi ha detto di sì. Per vivere questa esperienza la mia libertà non può fingersi sovrana, deve accettare di essere mendicante. Io chiedo il sì di un’altra libertà, che potrebbe anche dirmi di no. La libertà comporta, inevitabilmente, un rischio. L’incontro della mia libertà con la libertà dell’altro mi cambia. Non penso più il mondo a partire da me. Lo penso a partire da noi. Non posso definire il mio bene senza includere nel mio bene il bene dell’altro. È davvero un altro mondo».
Che cosa accomuna, a suo avviso, figure molto diverse come Hildebrand, Wojtyła e don Luigi Giussani? Le chiedo inoltre: nel contesto delle grandi trasformazioni antropologiche contemporanee - dalla crisi della famiglia alla solitudine sociale - quali aspetti del personalismo cristiano ritiene oggi più urgenti?
«La cosa più urgente è riscoprire l’amore. L’amore è quella “divina follia” che fa in modo che “due” divengano “uno”. Ogni qual volta un ragazzo ed una ragazza si innamorano e imparano a dire “noi”, la società liquida di cui parla Zygmunt Bauman si condensa e si risolidifica. Per fortuna i giovani continuano ad innamorarsi. Tutto il mondo, però, è contro di loro. Tutti dicono loro che non vale la pena, che il sesso è reale e l’amore invece no, che chi ama di più soffre di più, che nella vita bisogna accontentarsi, che non si può andare oltre il circolo ferreo dell’interesse individuale e che alla fine l’amore è destinato a perire. Così alle prime difficoltà si arrendono e rompono, in attesa di un altro amore che inizieranno già stanchi e sfiduciati, già convinti nel fondo che l’amore vero non esista. Convinti di avere esplorato la profondità dell’amore e di esserne delusi, non hanno in realtà neppure incominciato a capire che cosa sia. Von Hildebrand era soprannominato dai suoi amici “Doctor Amoris”. Di questo c’è bisogno. In un recente documento il Dicastero della dottrina della fede della Chiesa Cattolica ci offre un grande elogio dell’amore che attinge in gran parte al pensiero di von Hildebrand e di Wojtyła. È un segno di speranza. Di recente si è conclusa a Milano, con una celebrazione in Sant'Ambrogio, la fase diocesana del processo di beatificazione di don Giussani. Anche questo è un segno di speranza».
intervista realizzata da Elisa Grimi, Direttore della Cattedra per il Personalismo Cristiano, Pontificio Ateneo Regina Apostolorum, Roma (Italia)
Continua a leggereRiduci