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2018-06-01
Padoan, i soldi all’estero
e l’autarchia
di «Repubblica»
ANSA
Occhio: se avete intenzione di fare politica, dovete essere certi di avere una situazione finanziaria immacolata. Niente titoli di stato tedeschi, zero obbligazioni americane, divieto assoluto di azioni francesi. Prima di pensare a qualche incarico ai vertici dello Stato fareste dunque bene a controllare il vostro stato patrimoniale, perché un domani qualcuno potrebbe rimproverarvi di avere in portafogli qualche investimento straniero, segno evidente di intelligenza con il nemico. Se infatti è vero che con l'Europa unita sono cadute le frontiere e c'è la libera circolazione degli uomini e delle merci, al momento non esiste ancora la libertà di mettere i propri soldi dove si vuole. Chi lo fa, chi cioè investe fuori dai confini nazionali, se ricopre un incarico politico rischia di vederselo rinfacciato. Ne sa qualche cosa Claudio Borghi Aquilini, uno dei consiglieri economici di Salvini. Ex trader della Deutsche bank poi divenuto docente della Cattolica, Borghi è un sovranista, cioè uno di quelli che sognano di riportare in Italia le decisioni economiche che oggi sono trasferite a Bruxelles. Non solo. L'ex funzionario della banca tedesca è tra coloro che teorizzano l'uscita dall'euro e la riscoperta della lira. Fin qui nulla di strano: chiunque può coltivare le proprie idee, anche quelle meno realizzabili. La parte «imbarazzante» della faccenda l'ha spiattellata però ieri mattina il quotidiano La Repubblica, che a freddo ha riprodotto la dichiarazione patrimoniale che lo stesso Borghi ha presentato al consiglio regionale della Toscana, dove fino al 4 di marzo ricopriva l'incarico di capogruppo della Lega. Nella pagina pubblicata dal giornale diretto da Mario Calabresi risultano in bella evidenza due investimenti all'estero. Sì, avete letto bene: 350.000 euro di obbligazioni non italiane e 50.000 euro di titoli ugualmente stranieri. Apriti o cielo: ma come, il sovranista che vuole uscire dall'euro, i suoi soldi li porta all'estero? Bella coerenza. Invece di comprare azioni italiane e buoni del tesoro della nostra Repubblica, aiuta lo straniero. Il povero Borghi ha provato a spiegare che l'investimento è stato fatto in Italia, con una italianissima banca, e che il portafogli è custodito in Italia anche se le obbligazioni sono di un altro Paese, ma è stato tutto inutile, perché i censori hanno tirato diritto.
Tuttavia in questa faccenda ci sono una serie di cose buffe. La prima è che a tirare fuori la storia è stato Davide Serra, un finanziere italiano molto caro a Renzi, ma soprattutto un tipo che ha il suo quartier generale a Londra, da dove muove pacchi di milioni spostandoli in tutto il mondo là dove ci sia da far affari. Che Serra rimproveri a Borghi di avere poche centinaia di migliaia di euro in titoli stranieri è un po' come il bue che dà del cornuto all'asino, perché gran parte dei soldi che Serra muove sono investimenti italiani che grazie a lui sono finiti oltre frontiera. Tuttavia questo è niente. Il meglio è stato scoprire che se Borghi ha 400.000 euro in valuta, il nostro ministro dell'Economia ne ha molti di più. Pier Carlo Padoan, l'uomo che secondo il ragionamento di Serra e dei vari censori dovrebbe difendere l'italianità degli investimenti, i risparmi li tiene anche, come spiega Maurizio Tortorella qui sotto, in conti e immobili all'estero.
Però la parte più comica di questa vicenda non è rappresentata né da Serra né da Padoan, ma da Repubblica che mentre da un lato denuncia gli investimenti di Borghi, dall'altro li caldeggia. A pagina 11 dello stesso quotidiano che vorrebbe imporre l'autarchia degli investimenti, sotto il titolo «Spread in corsa e instabilità, come tenere la rotta del risparmio» si possono infatti leggere i consigli degli esperti per difendere i propri soldi. E che si trova in quelle righe? Il suggerimento di investire all'estero i risparmi. «Ipotizzare l'uscita dall'euro per l'Italia rappresenta uno scenario inedito nelle conseguenze e molto poco rassicurante», scrive il giornale debenedettiano. «La nuova lira infatti subirebbe una svalutazione del 15-25% e visto l'alto debito pubblico, il 132 % del Pil, l'ondata di vendite proveniente dall'estero sarebbe davvero massiccia, con effetti pesanti. Per chi ritiene però che si possa davvero giungere a una scelta del genere, il consiglio degli operatori è piuttosto netto: l'unica protezione è mettere quanta più distanza possibile dall'Italia. Ad esempio investendo in dollari, oro, beni rifugio in generale, titoli di stato americani - i Tresury bond rendono il 2,7 % - ma anche Bund tedeschi». Proprio quello che ha fatto Borghi. Dunque da un lato La Repubblica attacca il deputato leghista per aver comprato titoli esteri, dall'altro suggerisce ai lettori di seguirne l'esempio. È vero che, come dimostra Di Maio, questi sono tempi di grandi giravolte, ma che le opinioni cambino appena girata pagina ancora non lo sapevamo. Sarà anche la Repubblica delle idee, ma devono essere idee un po' confuse.
Padoan ha una casa e soldi in Francia. Il Pd pensa ai bond esteri di Borghi
Cinguettii come granate, post come trincee: la guerra è scoppiata ieri, a cavallo fra Twitter e Facebook, perché proprio ieri Repubblica ha scoperto che Claudio Borghi Aquilini, deputato leghista ma soprattutto responsabile economico del Carroccio nonché autore del manuale Basta euro! (che Matteo Salvini ha usato come formidabile strumento propagandistico nelle ultime campagne elettorali), ha investito i suoi risparmi - poco più di 400.000 euro - in obbligazioni estere, ovviamente denominate in euro e forse anche in sterline britanniche.
La notizia, sui social network, ha innescato una polemica al calor bianco: da una parte i detrattori di Borghi Aquilini e dei partiti cosiddetti sovranisti, indignati per la presunta «doppiezza» di chi attacca l'euro gridando alla difesa degli interessi nazionali e poi investe in fondi esteri; dall'altra i sostenitori dell'economista leghista. In realtà, a scoprire il «castelletto» di Borghi Aquilini, e a sottolinearne maliziosamente il carattere esterofilo e filo euro, era stato mercoledì il finanziere renziano Davide Serra: era stato proprio Serra a pubblicare la «dichiarazione ufficiale della situazione patrimoniale» che Borghi Aquilini aveva dovuto depositare nell'ottobre 2017 in qualità di consigliere regionale in Toscana.
«Scusi, onorevole», aveva cinguettato velenosamente Serra, «sono certo non sia vero che lei ha tutti i suoi risparmi all'estero e che lei finanzia Stati esteri, come da sua dichiarazione allegata. Visto che lei vuole uscire dall'euro, può confermare che ha tutti i suoi risparmi in debito italiano e in conti in Italia?». Borghi Aquilini gli aveva subito risposto: «Scusi, caro Serra, ma con quale logica uno, che ha sempre denunciato l'assoluta pericolosità di un'Eurozona che con le regole attuali non dà garanzie ai risparmiatori, dovrebbe metterci i propri risparmi?».
Apriti cielo. A quel punto, avuta la conferma della propensione del leghista «verso obbligazioni e titoli di Stato esteri», il popolo di Twitter e Facebook è partito all'attacco. Per 24 ore, Borghi Aquilini ha letteralmente ballato la rumba, incalzato da decine e decine di commenti. Alcuni gentilmente ironici: «Onorevole, come mai investe i suoi risparmi all'estero?». Altri duri: «Questi ci fanno scemi. Si riempiono la bocca della parola sovranità e poi fanno acquisti massicci di titoli e obbligazioni straniere». Altri ancora irriferibili, come nelle peggiori tradizioni della rete.
Inutilmente Borghi Aquilini ha cercato di spiegare che non aveva affatto espatriato illegalmente il suo patrimonio e che quei soldi sono stati in gran parte investiti «per l'acquisto di una casa». A poco è servito anche il comunicato che, esasperato, il deputato leghista ha diffuso nel primo pomeriggio di ieri: «In merito ad articoli ingannevoli e diffamatori, preciso che: 1. non ho mai portato all'estero alcuno dei miei risparmi, che da sempre sono in depositi titoli di banche in Italia. 2. Tutti i mei risparmi e proprietà sono sempre stati correttamente resi pubblici e accessibili a tutti da quando sono stato eletto consigliere regionale in Toscana nel 2015. 3. Mettere in relazione le mie scelte d'investimento con l'attuale situazione politica è ridicolo, in quanto la mia più recente dichiarazione pubblica risale al 2017, quando la nostra futura vittoria elettorale era solo un sogno e al governo c'era saldamente il Pd che, con provvedimenti scriteriati quali l'adozione del bail in, aveva reso rischiosi i titoli degli emittenti italiani come ben possono testimoniare decine di migliaia di risparmiatori azzerati da tali provvedimenti».
Tutto inutile, la polemica sul Borghi Aquilini incoerente e presunto esportatore di valuta non è minimamente calata. È stato allora che il leghista ha scelto il coup de théâtre e, sempre sui social, ha impugnato l'arma finale. Cioè la dichiarazione dei redditi 2017 del ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan, preceduta da poche parole maiuscole, e al fulmicotone: «Fermi tutti. Trovati i risparmi del ministro Padoan, del Pd. Regolarmente piazzati proprio fiscalmente all'estero».
In effetti, nel riquadro Rw, e cioè là dove vanno indicati gli investimenti all'estero, il modello unico del titolare dell'Economia riporta cifre significative: 50.000 euro in un caso, addirittura 750.000 in un altro. Sono gli investimenti di Padoan in Francia: e cioè un conto corrente bancario il cui valore nominale viene indicato in 40.000 euro iniziali poi accresciuti a 50.000 al termine del periodo, e di un immobile il cui valore catastale è di altri 759.680 euro. Di entrambi, Padoan è titolare o proprietario al 50% (e probabilmente la moglie possiede l'altro 50%).
«Se fa scandalo la detenzione di attività detenute all'estero», ha chiuso Borghi Aquilini, «segnalo che, al contrario di me, il ministro Padoan dichiara di non detenere alcuna attività finanziaria in Italia ma di possedere beni fisicamente posizionati all'estero». Padoan non ha risposto. Ma la guerra non finisce qui.
Maurizio Tortorella
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Il quotidiano prima se la prende con Claudio Borghi Aquilini, responsabile economico del Carroccio, poi consiglia ai lettori di investire su oro e prodotti finanziari americani o tedeschi.Polemiche sul leghista perché detiene obbligazioni straniere legalmente e nei depositi titoli di banche italiane. Silenzio invece sul ministro uscente Pier Carlo Padoan che ha 50.000 euro e una proprietà immobiliare oltreconfine.Lo speciale contiene due articoli.Occhio: se avete intenzione di fare politica, dovete essere certi di avere una situazione finanziaria immacolata. Niente titoli di stato tedeschi, zero obbligazioni americane, divieto assoluto di azioni francesi. Prima di pensare a qualche incarico ai vertici dello Stato fareste dunque bene a controllare il vostro stato patrimoniale, perché un domani qualcuno potrebbe rimproverarvi di avere in portafogli qualche investimento straniero, segno evidente di intelligenza con il nemico. Se infatti è vero che con l'Europa unita sono cadute le frontiere e c'è la libera circolazione degli uomini e delle merci, al momento non esiste ancora la libertà di mettere i propri soldi dove si vuole. Chi lo fa, chi cioè investe fuori dai confini nazionali, se ricopre un incarico politico rischia di vederselo rinfacciato. Ne sa qualche cosa Claudio Borghi Aquilini, uno dei consiglieri economici di Salvini. Ex trader della Deutsche bank poi divenuto docente della Cattolica, Borghi è un sovranista, cioè uno di quelli che sognano di riportare in Italia le decisioni economiche che oggi sono trasferite a Bruxelles. Non solo. L'ex funzionario della banca tedesca è tra coloro che teorizzano l'uscita dall'euro e la riscoperta della lira. Fin qui nulla di strano: chiunque può coltivare le proprie idee, anche quelle meno realizzabili. La parte «imbarazzante» della faccenda l'ha spiattellata però ieri mattina il quotidiano La Repubblica, che a freddo ha riprodotto la dichiarazione patrimoniale che lo stesso Borghi ha presentato al consiglio regionale della Toscana, dove fino al 4 di marzo ricopriva l'incarico di capogruppo della Lega. Nella pagina pubblicata dal giornale diretto da Mario Calabresi risultano in bella evidenza due investimenti all'estero. Sì, avete letto bene: 350.000 euro di obbligazioni non italiane e 50.000 euro di titoli ugualmente stranieri. Apriti o cielo: ma come, il sovranista che vuole uscire dall'euro, i suoi soldi li porta all'estero? Bella coerenza. Invece di comprare azioni italiane e buoni del tesoro della nostra Repubblica, aiuta lo straniero. Il povero Borghi ha provato a spiegare che l'investimento è stato fatto in Italia, con una italianissima banca, e che il portafogli è custodito in Italia anche se le obbligazioni sono di un altro Paese, ma è stato tutto inutile, perché i censori hanno tirato diritto.Tuttavia in questa faccenda ci sono una serie di cose buffe. La prima è che a tirare fuori la storia è stato Davide Serra, un finanziere italiano molto caro a Renzi, ma soprattutto un tipo che ha il suo quartier generale a Londra, da dove muove pacchi di milioni spostandoli in tutto il mondo là dove ci sia da far affari. Che Serra rimproveri a Borghi di avere poche centinaia di migliaia di euro in titoli stranieri è un po' come il bue che dà del cornuto all'asino, perché gran parte dei soldi che Serra muove sono investimenti italiani che grazie a lui sono finiti oltre frontiera. Tuttavia questo è niente. Il meglio è stato scoprire che se Borghi ha 400.000 euro in valuta, il nostro ministro dell'Economia ne ha molti di più. Pier Carlo Padoan, l'uomo che secondo il ragionamento di Serra e dei vari censori dovrebbe difendere l'italianità degli investimenti, i risparmi li tiene anche, come spiega Maurizio Tortorella qui sotto, in conti e immobili all'estero.Però la parte più comica di questa vicenda non è rappresentata né da Serra né da Padoan, ma da Repubblica che mentre da un lato denuncia gli investimenti di Borghi, dall'altro li caldeggia. A pagina 11 dello stesso quotidiano che vorrebbe imporre l'autarchia degli investimenti, sotto il titolo «Spread in corsa e instabilità, come tenere la rotta del risparmio» si possono infatti leggere i consigli degli esperti per difendere i propri soldi. E che si trova in quelle righe? Il suggerimento di investire all'estero i risparmi. «Ipotizzare l'uscita dall'euro per l'Italia rappresenta uno scenario inedito nelle conseguenze e molto poco rassicurante», scrive il giornale debenedettiano. «La nuova lira infatti subirebbe una svalutazione del 15-25% e visto l'alto debito pubblico, il 132 % del Pil, l'ondata di vendite proveniente dall'estero sarebbe davvero massiccia, con effetti pesanti. Per chi ritiene però che si possa davvero giungere a una scelta del genere, il consiglio degli operatori è piuttosto netto: l'unica protezione è mettere quanta più distanza possibile dall'Italia. Ad esempio investendo in dollari, oro, beni rifugio in generale, titoli di stato americani - i Tresury bond rendono il 2,7 % - ma anche Bund tedeschi». Proprio quello che ha fatto Borghi. Dunque da un lato La Repubblica attacca il deputato leghista per aver comprato titoli esteri, dall'altro suggerisce ai lettori di seguirne l'esempio. È vero che, come dimostra Di Maio, questi sono tempi di grandi giravolte, ma che le opinioni cambino appena girata pagina ancora non lo sapevamo. Sarà anche la Repubblica delle idee, ma devono essere idee un po' confuse.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/repubblica-inciampa-sullautarchia-2574006412.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="padoan-ha-una-casa-e-soldi-in-francia-il-pd-pensa-ai-bond-esteri-di-borghi" data-post-id="2574006412" data-published-at="1774142572" data-use-pagination="False"> Padoan ha una casa e soldi in Francia. Il Pd pensa ai bond esteri di Borghi Cinguettii come granate, post come trincee: la guerra è scoppiata ieri, a cavallo fra Twitter e Facebook, perché proprio ieri Repubblica ha scoperto che Claudio Borghi Aquilini, deputato leghista ma soprattutto responsabile economico del Carroccio nonché autore del manuale Basta euro! (che Matteo Salvini ha usato come formidabile strumento propagandistico nelle ultime campagne elettorali), ha investito i suoi risparmi - poco più di 400.000 euro - in obbligazioni estere, ovviamente denominate in euro e forse anche in sterline britanniche. La notizia, sui social network, ha innescato una polemica al calor bianco: da una parte i detrattori di Borghi Aquilini e dei partiti cosiddetti sovranisti, indignati per la presunta «doppiezza» di chi attacca l'euro gridando alla difesa degli interessi nazionali e poi investe in fondi esteri; dall'altra i sostenitori dell'economista leghista. In realtà, a scoprire il «castelletto» di Borghi Aquilini, e a sottolinearne maliziosamente il carattere esterofilo e filo euro, era stato mercoledì il finanziere renziano Davide Serra: era stato proprio Serra a pubblicare la «dichiarazione ufficiale della situazione patrimoniale» che Borghi Aquilini aveva dovuto depositare nell'ottobre 2017 in qualità di consigliere regionale in Toscana. «Scusi, onorevole», aveva cinguettato velenosamente Serra, «sono certo non sia vero che lei ha tutti i suoi risparmi all'estero e che lei finanzia Stati esteri, come da sua dichiarazione allegata. Visto che lei vuole uscire dall'euro, può confermare che ha tutti i suoi risparmi in debito italiano e in conti in Italia?». Borghi Aquilini gli aveva subito risposto: «Scusi, caro Serra, ma con quale logica uno, che ha sempre denunciato l'assoluta pericolosità di un'Eurozona che con le regole attuali non dà garanzie ai risparmiatori, dovrebbe metterci i propri risparmi?». Apriti cielo. A quel punto, avuta la conferma della propensione del leghista «verso obbligazioni e titoli di Stato esteri», il popolo di Twitter e Facebook è partito all'attacco. Per 24 ore, Borghi Aquilini ha letteralmente ballato la rumba, incalzato da decine e decine di commenti. Alcuni gentilmente ironici: «Onorevole, come mai investe i suoi risparmi all'estero?». Altri duri: «Questi ci fanno scemi. Si riempiono la bocca della parola sovranità e poi fanno acquisti massicci di titoli e obbligazioni straniere». Altri ancora irriferibili, come nelle peggiori tradizioni della rete. Inutilmente Borghi Aquilini ha cercato di spiegare che non aveva affatto espatriato illegalmente il suo patrimonio e che quei soldi sono stati in gran parte investiti «per l'acquisto di una casa». A poco è servito anche il comunicato che, esasperato, il deputato leghista ha diffuso nel primo pomeriggio di ieri: «In merito ad articoli ingannevoli e diffamatori, preciso che: 1. non ho mai portato all'estero alcuno dei miei risparmi, che da sempre sono in depositi titoli di banche in Italia. 2. Tutti i mei risparmi e proprietà sono sempre stati correttamente resi pubblici e accessibili a tutti da quando sono stato eletto consigliere regionale in Toscana nel 2015. 3. Mettere in relazione le mie scelte d'investimento con l'attuale situazione politica è ridicolo, in quanto la mia più recente dichiarazione pubblica risale al 2017, quando la nostra futura vittoria elettorale era solo un sogno e al governo c'era saldamente il Pd che, con provvedimenti scriteriati quali l'adozione del bail in, aveva reso rischiosi i titoli degli emittenti italiani come ben possono testimoniare decine di migliaia di risparmiatori azzerati da tali provvedimenti». Tutto inutile, la polemica sul Borghi Aquilini incoerente e presunto esportatore di valuta non è minimamente calata. È stato allora che il leghista ha scelto il coup de théâtre e, sempre sui social, ha impugnato l'arma finale. Cioè la dichiarazione dei redditi 2017 del ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan, preceduta da poche parole maiuscole, e al fulmicotone: «Fermi tutti. Trovati i risparmi del ministro Padoan, del Pd. Regolarmente piazzati proprio fiscalmente all'estero». In effetti, nel riquadro Rw, e cioè là dove vanno indicati gli investimenti all'estero, il modello unico del titolare dell'Economia riporta cifre significative: 50.000 euro in un caso, addirittura 750.000 in un altro. Sono gli investimenti di Padoan in Francia: e cioè un conto corrente bancario il cui valore nominale viene indicato in 40.000 euro iniziali poi accresciuti a 50.000 al termine del periodo, e di un immobile il cui valore catastale è di altri 759.680 euro. Di entrambi, Padoan è titolare o proprietario al 50% (e probabilmente la moglie possiede l'altro 50%). «Se fa scandalo la detenzione di attività detenute all'estero», ha chiuso Borghi Aquilini, «segnalo che, al contrario di me, il ministro Padoan dichiara di non detenere alcuna attività finanziaria in Italia ma di possedere beni fisicamente posizionati all'estero». Padoan non ha risposto. Ma la guerra non finisce qui. Maurizio Tortorella
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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