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2018-06-01
Padoan, i soldi all’estero
e l’autarchia
di «Repubblica»
ANSA
Occhio: se avete intenzione di fare politica, dovete essere certi di avere una situazione finanziaria immacolata. Niente titoli di stato tedeschi, zero obbligazioni americane, divieto assoluto di azioni francesi. Prima di pensare a qualche incarico ai vertici dello Stato fareste dunque bene a controllare il vostro stato patrimoniale, perché un domani qualcuno potrebbe rimproverarvi di avere in portafogli qualche investimento straniero, segno evidente di intelligenza con il nemico. Se infatti è vero che con l'Europa unita sono cadute le frontiere e c'è la libera circolazione degli uomini e delle merci, al momento non esiste ancora la libertà di mettere i propri soldi dove si vuole. Chi lo fa, chi cioè investe fuori dai confini nazionali, se ricopre un incarico politico rischia di vederselo rinfacciato. Ne sa qualche cosa Claudio Borghi Aquilini, uno dei consiglieri economici di Salvini. Ex trader della Deutsche bank poi divenuto docente della Cattolica, Borghi è un sovranista, cioè uno di quelli che sognano di riportare in Italia le decisioni economiche che oggi sono trasferite a Bruxelles. Non solo. L'ex funzionario della banca tedesca è tra coloro che teorizzano l'uscita dall'euro e la riscoperta della lira. Fin qui nulla di strano: chiunque può coltivare le proprie idee, anche quelle meno realizzabili. La parte «imbarazzante» della faccenda l'ha spiattellata però ieri mattina il quotidiano La Repubblica, che a freddo ha riprodotto la dichiarazione patrimoniale che lo stesso Borghi ha presentato al consiglio regionale della Toscana, dove fino al 4 di marzo ricopriva l'incarico di capogruppo della Lega. Nella pagina pubblicata dal giornale diretto da Mario Calabresi risultano in bella evidenza due investimenti all'estero. Sì, avete letto bene: 350.000 euro di obbligazioni non italiane e 50.000 euro di titoli ugualmente stranieri. Apriti o cielo: ma come, il sovranista che vuole uscire dall'euro, i suoi soldi li porta all'estero? Bella coerenza. Invece di comprare azioni italiane e buoni del tesoro della nostra Repubblica, aiuta lo straniero. Il povero Borghi ha provato a spiegare che l'investimento è stato fatto in Italia, con una italianissima banca, e che il portafogli è custodito in Italia anche se le obbligazioni sono di un altro Paese, ma è stato tutto inutile, perché i censori hanno tirato diritto.
Tuttavia in questa faccenda ci sono una serie di cose buffe. La prima è che a tirare fuori la storia è stato Davide Serra, un finanziere italiano molto caro a Renzi, ma soprattutto un tipo che ha il suo quartier generale a Londra, da dove muove pacchi di milioni spostandoli in tutto il mondo là dove ci sia da far affari. Che Serra rimproveri a Borghi di avere poche centinaia di migliaia di euro in titoli stranieri è un po' come il bue che dà del cornuto all'asino, perché gran parte dei soldi che Serra muove sono investimenti italiani che grazie a lui sono finiti oltre frontiera. Tuttavia questo è niente. Il meglio è stato scoprire che se Borghi ha 400.000 euro in valuta, il nostro ministro dell'Economia ne ha molti di più. Pier Carlo Padoan, l'uomo che secondo il ragionamento di Serra e dei vari censori dovrebbe difendere l'italianità degli investimenti, i risparmi li tiene anche, come spiega Maurizio Tortorella qui sotto, in conti e immobili all'estero.
Però la parte più comica di questa vicenda non è rappresentata né da Serra né da Padoan, ma da Repubblica che mentre da un lato denuncia gli investimenti di Borghi, dall'altro li caldeggia. A pagina 11 dello stesso quotidiano che vorrebbe imporre l'autarchia degli investimenti, sotto il titolo «Spread in corsa e instabilità, come tenere la rotta del risparmio» si possono infatti leggere i consigli degli esperti per difendere i propri soldi. E che si trova in quelle righe? Il suggerimento di investire all'estero i risparmi. «Ipotizzare l'uscita dall'euro per l'Italia rappresenta uno scenario inedito nelle conseguenze e molto poco rassicurante», scrive il giornale debenedettiano. «La nuova lira infatti subirebbe una svalutazione del 15-25% e visto l'alto debito pubblico, il 132 % del Pil, l'ondata di vendite proveniente dall'estero sarebbe davvero massiccia, con effetti pesanti. Per chi ritiene però che si possa davvero giungere a una scelta del genere, il consiglio degli operatori è piuttosto netto: l'unica protezione è mettere quanta più distanza possibile dall'Italia. Ad esempio investendo in dollari, oro, beni rifugio in generale, titoli di stato americani - i Tresury bond rendono il 2,7 % - ma anche Bund tedeschi». Proprio quello che ha fatto Borghi. Dunque da un lato La Repubblica attacca il deputato leghista per aver comprato titoli esteri, dall'altro suggerisce ai lettori di seguirne l'esempio. È vero che, come dimostra Di Maio, questi sono tempi di grandi giravolte, ma che le opinioni cambino appena girata pagina ancora non lo sapevamo. Sarà anche la Repubblica delle idee, ma devono essere idee un po' confuse.
Padoan ha una casa e soldi in Francia. Il Pd pensa ai bond esteri di Borghi
Cinguettii come granate, post come trincee: la guerra è scoppiata ieri, a cavallo fra Twitter e Facebook, perché proprio ieri Repubblica ha scoperto che Claudio Borghi Aquilini, deputato leghista ma soprattutto responsabile economico del Carroccio nonché autore del manuale Basta euro! (che Matteo Salvini ha usato come formidabile strumento propagandistico nelle ultime campagne elettorali), ha investito i suoi risparmi - poco più di 400.000 euro - in obbligazioni estere, ovviamente denominate in euro e forse anche in sterline britanniche.
La notizia, sui social network, ha innescato una polemica al calor bianco: da una parte i detrattori di Borghi Aquilini e dei partiti cosiddetti sovranisti, indignati per la presunta «doppiezza» di chi attacca l'euro gridando alla difesa degli interessi nazionali e poi investe in fondi esteri; dall'altra i sostenitori dell'economista leghista. In realtà, a scoprire il «castelletto» di Borghi Aquilini, e a sottolinearne maliziosamente il carattere esterofilo e filo euro, era stato mercoledì il finanziere renziano Davide Serra: era stato proprio Serra a pubblicare la «dichiarazione ufficiale della situazione patrimoniale» che Borghi Aquilini aveva dovuto depositare nell'ottobre 2017 in qualità di consigliere regionale in Toscana.
«Scusi, onorevole», aveva cinguettato velenosamente Serra, «sono certo non sia vero che lei ha tutti i suoi risparmi all'estero e che lei finanzia Stati esteri, come da sua dichiarazione allegata. Visto che lei vuole uscire dall'euro, può confermare che ha tutti i suoi risparmi in debito italiano e in conti in Italia?». Borghi Aquilini gli aveva subito risposto: «Scusi, caro Serra, ma con quale logica uno, che ha sempre denunciato l'assoluta pericolosità di un'Eurozona che con le regole attuali non dà garanzie ai risparmiatori, dovrebbe metterci i propri risparmi?».
Apriti cielo. A quel punto, avuta la conferma della propensione del leghista «verso obbligazioni e titoli di Stato esteri», il popolo di Twitter e Facebook è partito all'attacco. Per 24 ore, Borghi Aquilini ha letteralmente ballato la rumba, incalzato da decine e decine di commenti. Alcuni gentilmente ironici: «Onorevole, come mai investe i suoi risparmi all'estero?». Altri duri: «Questi ci fanno scemi. Si riempiono la bocca della parola sovranità e poi fanno acquisti massicci di titoli e obbligazioni straniere». Altri ancora irriferibili, come nelle peggiori tradizioni della rete.
Inutilmente Borghi Aquilini ha cercato di spiegare che non aveva affatto espatriato illegalmente il suo patrimonio e che quei soldi sono stati in gran parte investiti «per l'acquisto di una casa». A poco è servito anche il comunicato che, esasperato, il deputato leghista ha diffuso nel primo pomeriggio di ieri: «In merito ad articoli ingannevoli e diffamatori, preciso che: 1. non ho mai portato all'estero alcuno dei miei risparmi, che da sempre sono in depositi titoli di banche in Italia. 2. Tutti i mei risparmi e proprietà sono sempre stati correttamente resi pubblici e accessibili a tutti da quando sono stato eletto consigliere regionale in Toscana nel 2015. 3. Mettere in relazione le mie scelte d'investimento con l'attuale situazione politica è ridicolo, in quanto la mia più recente dichiarazione pubblica risale al 2017, quando la nostra futura vittoria elettorale era solo un sogno e al governo c'era saldamente il Pd che, con provvedimenti scriteriati quali l'adozione del bail in, aveva reso rischiosi i titoli degli emittenti italiani come ben possono testimoniare decine di migliaia di risparmiatori azzerati da tali provvedimenti».
Tutto inutile, la polemica sul Borghi Aquilini incoerente e presunto esportatore di valuta non è minimamente calata. È stato allora che il leghista ha scelto il coup de théâtre e, sempre sui social, ha impugnato l'arma finale. Cioè la dichiarazione dei redditi 2017 del ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan, preceduta da poche parole maiuscole, e al fulmicotone: «Fermi tutti. Trovati i risparmi del ministro Padoan, del Pd. Regolarmente piazzati proprio fiscalmente all'estero».
In effetti, nel riquadro Rw, e cioè là dove vanno indicati gli investimenti all'estero, il modello unico del titolare dell'Economia riporta cifre significative: 50.000 euro in un caso, addirittura 750.000 in un altro. Sono gli investimenti di Padoan in Francia: e cioè un conto corrente bancario il cui valore nominale viene indicato in 40.000 euro iniziali poi accresciuti a 50.000 al termine del periodo, e di un immobile il cui valore catastale è di altri 759.680 euro. Di entrambi, Padoan è titolare o proprietario al 50% (e probabilmente la moglie possiede l'altro 50%).
«Se fa scandalo la detenzione di attività detenute all'estero», ha chiuso Borghi Aquilini, «segnalo che, al contrario di me, il ministro Padoan dichiara di non detenere alcuna attività finanziaria in Italia ma di possedere beni fisicamente posizionati all'estero». Padoan non ha risposto. Ma la guerra non finisce qui.
Maurizio Tortorella
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Il quotidiano prima se la prende con Claudio Borghi Aquilini, responsabile economico del Carroccio, poi consiglia ai lettori di investire su oro e prodotti finanziari americani o tedeschi.Polemiche sul leghista perché detiene obbligazioni straniere legalmente e nei depositi titoli di banche italiane. Silenzio invece sul ministro uscente Pier Carlo Padoan che ha 50.000 euro e una proprietà immobiliare oltreconfine.Lo speciale contiene due articoli.Occhio: se avete intenzione di fare politica, dovete essere certi di avere una situazione finanziaria immacolata. Niente titoli di stato tedeschi, zero obbligazioni americane, divieto assoluto di azioni francesi. Prima di pensare a qualche incarico ai vertici dello Stato fareste dunque bene a controllare il vostro stato patrimoniale, perché un domani qualcuno potrebbe rimproverarvi di avere in portafogli qualche investimento straniero, segno evidente di intelligenza con il nemico. Se infatti è vero che con l'Europa unita sono cadute le frontiere e c'è la libera circolazione degli uomini e delle merci, al momento non esiste ancora la libertà di mettere i propri soldi dove si vuole. Chi lo fa, chi cioè investe fuori dai confini nazionali, se ricopre un incarico politico rischia di vederselo rinfacciato. Ne sa qualche cosa Claudio Borghi Aquilini, uno dei consiglieri economici di Salvini. Ex trader della Deutsche bank poi divenuto docente della Cattolica, Borghi è un sovranista, cioè uno di quelli che sognano di riportare in Italia le decisioni economiche che oggi sono trasferite a Bruxelles. Non solo. L'ex funzionario della banca tedesca è tra coloro che teorizzano l'uscita dall'euro e la riscoperta della lira. Fin qui nulla di strano: chiunque può coltivare le proprie idee, anche quelle meno realizzabili. La parte «imbarazzante» della faccenda l'ha spiattellata però ieri mattina il quotidiano La Repubblica, che a freddo ha riprodotto la dichiarazione patrimoniale che lo stesso Borghi ha presentato al consiglio regionale della Toscana, dove fino al 4 di marzo ricopriva l'incarico di capogruppo della Lega. Nella pagina pubblicata dal giornale diretto da Mario Calabresi risultano in bella evidenza due investimenti all'estero. Sì, avete letto bene: 350.000 euro di obbligazioni non italiane e 50.000 euro di titoli ugualmente stranieri. Apriti o cielo: ma come, il sovranista che vuole uscire dall'euro, i suoi soldi li porta all'estero? Bella coerenza. Invece di comprare azioni italiane e buoni del tesoro della nostra Repubblica, aiuta lo straniero. Il povero Borghi ha provato a spiegare che l'investimento è stato fatto in Italia, con una italianissima banca, e che il portafogli è custodito in Italia anche se le obbligazioni sono di un altro Paese, ma è stato tutto inutile, perché i censori hanno tirato diritto.Tuttavia in questa faccenda ci sono una serie di cose buffe. La prima è che a tirare fuori la storia è stato Davide Serra, un finanziere italiano molto caro a Renzi, ma soprattutto un tipo che ha il suo quartier generale a Londra, da dove muove pacchi di milioni spostandoli in tutto il mondo là dove ci sia da far affari. Che Serra rimproveri a Borghi di avere poche centinaia di migliaia di euro in titoli stranieri è un po' come il bue che dà del cornuto all'asino, perché gran parte dei soldi che Serra muove sono investimenti italiani che grazie a lui sono finiti oltre frontiera. Tuttavia questo è niente. Il meglio è stato scoprire che se Borghi ha 400.000 euro in valuta, il nostro ministro dell'Economia ne ha molti di più. Pier Carlo Padoan, l'uomo che secondo il ragionamento di Serra e dei vari censori dovrebbe difendere l'italianità degli investimenti, i risparmi li tiene anche, come spiega Maurizio Tortorella qui sotto, in conti e immobili all'estero.Però la parte più comica di questa vicenda non è rappresentata né da Serra né da Padoan, ma da Repubblica che mentre da un lato denuncia gli investimenti di Borghi, dall'altro li caldeggia. A pagina 11 dello stesso quotidiano che vorrebbe imporre l'autarchia degli investimenti, sotto il titolo «Spread in corsa e instabilità, come tenere la rotta del risparmio» si possono infatti leggere i consigli degli esperti per difendere i propri soldi. E che si trova in quelle righe? Il suggerimento di investire all'estero i risparmi. «Ipotizzare l'uscita dall'euro per l'Italia rappresenta uno scenario inedito nelle conseguenze e molto poco rassicurante», scrive il giornale debenedettiano. «La nuova lira infatti subirebbe una svalutazione del 15-25% e visto l'alto debito pubblico, il 132 % del Pil, l'ondata di vendite proveniente dall'estero sarebbe davvero massiccia, con effetti pesanti. Per chi ritiene però che si possa davvero giungere a una scelta del genere, il consiglio degli operatori è piuttosto netto: l'unica protezione è mettere quanta più distanza possibile dall'Italia. Ad esempio investendo in dollari, oro, beni rifugio in generale, titoli di stato americani - i Tresury bond rendono il 2,7 % - ma anche Bund tedeschi». Proprio quello che ha fatto Borghi. Dunque da un lato La Repubblica attacca il deputato leghista per aver comprato titoli esteri, dall'altro suggerisce ai lettori di seguirne l'esempio. È vero che, come dimostra Di Maio, questi sono tempi di grandi giravolte, ma che le opinioni cambino appena girata pagina ancora non lo sapevamo. Sarà anche la Repubblica delle idee, ma devono essere idee un po' confuse.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/repubblica-inciampa-sullautarchia-2574006412.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="padoan-ha-una-casa-e-soldi-in-francia-il-pd-pensa-ai-bond-esteri-di-borghi" data-post-id="2574006412" data-published-at="1781776344" data-use-pagination="False"> Padoan ha una casa e soldi in Francia. Il Pd pensa ai bond esteri di Borghi Cinguettii come granate, post come trincee: la guerra è scoppiata ieri, a cavallo fra Twitter e Facebook, perché proprio ieri Repubblica ha scoperto che Claudio Borghi Aquilini, deputato leghista ma soprattutto responsabile economico del Carroccio nonché autore del manuale Basta euro! (che Matteo Salvini ha usato come formidabile strumento propagandistico nelle ultime campagne elettorali), ha investito i suoi risparmi - poco più di 400.000 euro - in obbligazioni estere, ovviamente denominate in euro e forse anche in sterline britanniche. La notizia, sui social network, ha innescato una polemica al calor bianco: da una parte i detrattori di Borghi Aquilini e dei partiti cosiddetti sovranisti, indignati per la presunta «doppiezza» di chi attacca l'euro gridando alla difesa degli interessi nazionali e poi investe in fondi esteri; dall'altra i sostenitori dell'economista leghista. In realtà, a scoprire il «castelletto» di Borghi Aquilini, e a sottolinearne maliziosamente il carattere esterofilo e filo euro, era stato mercoledì il finanziere renziano Davide Serra: era stato proprio Serra a pubblicare la «dichiarazione ufficiale della situazione patrimoniale» che Borghi Aquilini aveva dovuto depositare nell'ottobre 2017 in qualità di consigliere regionale in Toscana. «Scusi, onorevole», aveva cinguettato velenosamente Serra, «sono certo non sia vero che lei ha tutti i suoi risparmi all'estero e che lei finanzia Stati esteri, come da sua dichiarazione allegata. Visto che lei vuole uscire dall'euro, può confermare che ha tutti i suoi risparmi in debito italiano e in conti in Italia?». Borghi Aquilini gli aveva subito risposto: «Scusi, caro Serra, ma con quale logica uno, che ha sempre denunciato l'assoluta pericolosità di un'Eurozona che con le regole attuali non dà garanzie ai risparmiatori, dovrebbe metterci i propri risparmi?». Apriti cielo. A quel punto, avuta la conferma della propensione del leghista «verso obbligazioni e titoli di Stato esteri», il popolo di Twitter e Facebook è partito all'attacco. Per 24 ore, Borghi Aquilini ha letteralmente ballato la rumba, incalzato da decine e decine di commenti. Alcuni gentilmente ironici: «Onorevole, come mai investe i suoi risparmi all'estero?». Altri duri: «Questi ci fanno scemi. Si riempiono la bocca della parola sovranità e poi fanno acquisti massicci di titoli e obbligazioni straniere». Altri ancora irriferibili, come nelle peggiori tradizioni della rete. Inutilmente Borghi Aquilini ha cercato di spiegare che non aveva affatto espatriato illegalmente il suo patrimonio e che quei soldi sono stati in gran parte investiti «per l'acquisto di una casa». A poco è servito anche il comunicato che, esasperato, il deputato leghista ha diffuso nel primo pomeriggio di ieri: «In merito ad articoli ingannevoli e diffamatori, preciso che: 1. non ho mai portato all'estero alcuno dei miei risparmi, che da sempre sono in depositi titoli di banche in Italia. 2. Tutti i mei risparmi e proprietà sono sempre stati correttamente resi pubblici e accessibili a tutti da quando sono stato eletto consigliere regionale in Toscana nel 2015. 3. Mettere in relazione le mie scelte d'investimento con l'attuale situazione politica è ridicolo, in quanto la mia più recente dichiarazione pubblica risale al 2017, quando la nostra futura vittoria elettorale era solo un sogno e al governo c'era saldamente il Pd che, con provvedimenti scriteriati quali l'adozione del bail in, aveva reso rischiosi i titoli degli emittenti italiani come ben possono testimoniare decine di migliaia di risparmiatori azzerati da tali provvedimenti». Tutto inutile, la polemica sul Borghi Aquilini incoerente e presunto esportatore di valuta non è minimamente calata. È stato allora che il leghista ha scelto il coup de théâtre e, sempre sui social, ha impugnato l'arma finale. Cioè la dichiarazione dei redditi 2017 del ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan, preceduta da poche parole maiuscole, e al fulmicotone: «Fermi tutti. Trovati i risparmi del ministro Padoan, del Pd. Regolarmente piazzati proprio fiscalmente all'estero». In effetti, nel riquadro Rw, e cioè là dove vanno indicati gli investimenti all'estero, il modello unico del titolare dell'Economia riporta cifre significative: 50.000 euro in un caso, addirittura 750.000 in un altro. Sono gli investimenti di Padoan in Francia: e cioè un conto corrente bancario il cui valore nominale viene indicato in 40.000 euro iniziali poi accresciuti a 50.000 al termine del periodo, e di un immobile il cui valore catastale è di altri 759.680 euro. Di entrambi, Padoan è titolare o proprietario al 50% (e probabilmente la moglie possiede l'altro 50%). «Se fa scandalo la detenzione di attività detenute all'estero», ha chiuso Borghi Aquilini, «segnalo che, al contrario di me, il ministro Padoan dichiara di non detenere alcuna attività finanziaria in Italia ma di possedere beni fisicamente posizionati all'estero». Padoan non ha risposto. Ma la guerra non finisce qui. Maurizio Tortorella
Dopo l’approvazione del Parlamento, il testo dovrà essere formalmente adottato dal Consiglio e pubblicato nella Gazzetta ufficiale. «Oggi l’Italia ha ottenuto un grande successo in Europa», ha commentato il presidente del Consiglio Giorgia Meloni che lo definisce «un provvedimento storico, frutto soprattutto del lavoro del governo italiano, che ci consente di rimpatriare velocemente chi non ha titolo a stare nell’Ue». Entusiasta anche il relatore Alessandro Ciriani, europarlamentare dei conservatori europei. «Due anni e mezzo fa non si poteva neanche nominare la parola rimpatrio», ma oggi il vento è cambiato perché come spiega Ciriani «anche molte famiglie di partiti di sinistra, penso ai danesi ai maltesi, alla sinistra romena, si sono accorto che le politiche dei confini aperti non hanno portato ai risultati sperati. Al contrario, è successo quello che voi della Verità scrivete continuamente: è aumentata la povertà, si sono abbassati i salari, condanniamo migliaia di persone alla povertà economica e culturale, offrendo manovalanza alla criminalità e ai caporali. Era necessario un cambio di passo. È una vittoria frutto della determinazione di Giorgia Meloni, senza il suo lavoro non saremmo riusciti a portare a casa questo risultato. Noi alla fine abbiamo finalizzato l’azione e segnato il gol».
Sulla possibilità che certa magistratura, le Ong e altre associazioni possano provare a mettere i bastoni tra le ruote nonostante sia ormai dimostrato che si tratti di una norma voluta ampiamente e quindi democraticamente approvata risponde: «Io immagino che non si arrenderanno, faranno tutti i loro ricorsi per disarticolare un provvedimento voluto da tutti». Un provvedimento che, come sottolinea Ciriani, è ricco di garanzie di tutela dei diritti, frutto di un grande lavoro di cui beneficeranno gli stessi migranti, non solo i cittadini europei. In un momento in cui si parla molto di remigrazione Ciriani spiega che si tratta di un concetto collegato a quello di rimpatrio: «Noi abbiamo fatto remigrazione concretamente con i provvedimenti. Per fare remigrazione servono strumenti giuridici efficaci, non slogan. Io penso che chi chiede remigrazione faccia una richiesta condivisibile, ma dietro non ci sono proposte di strumenti efficaci. Oggi (ieri, ndr) questi strumenti li abbiamo dati noi».
Il nuovo regolamento introduce una base giuridica europea per i «return hubs»: strutture situate in Paesi terzi, dove possono essere trasferiti i migranti destinatari di una decisione di rimpatrio durante la fase di esecuzione dello stesso. Gli hub possono svolgere una funzione di transito, ospitando temporaneamente la persona in attesa del completamento delle procedure di rimpatrio verso il Paese di origine, oppure costituire essi stessi il Paese di destinazione del rimpatrio sulla base di un accordo o di un’intesa. L’unica eccezione riguarda i minori non accompagnati, che non possono essere trasferiti nei «return hubs». Questo l’unico vulnus secondo Anna Maria Cisint, europarlamentare della Lega che alla Verità ha spiegato che si tratta di un risultato storico per le politiche migratorie ma che sarebbe migliorabile proprio su questo punto. Oggi presenterà infatti una risoluzione con cui si intende imporre una stretta sui controlli dell’età dei migranti in entrata. «Ci consentirà di trasferire, se non ci piace il termine remigrazione che invece a me piace molto, non solo gli irregolari verso i Paesi terzi sicuri, oppure negli hub che per la prima volta, cambiando paradigma, si trovano al di fuori dell’Unione europea. E riprendendo l’apertura del vostro giornale “Remigrare si può” sottolineo che anche noi in Italia abbiamo proposto una stretta sui permessi di soggiorno» perché oggi «le leggi sono troppo lasche. I permessi di soggiorno sono la base per rimanere qui in Italia prima ancora di avere la cittadinanza. Attualmente bisogna raggiungere 30 punti in due anni per mantenere il permesso di soggiorno ma se appena arrivi te ne regaliamo 15 ci deve essere qualcosa che non va», evidenzia l’europarlamentare della Lega. «La nostra proposta è proseguire sul tracciato indicato nel regolamento approvato, ma bisogna proseguire anche sulla possibilità di mandare via non solo chi commette reati, ma anche chi, con permesso di soggiorno, non rispetta i cannoni che la nostra cultura e i nostri valori considerano imprescindibili. Il regolamento di oggi ci dà forza perché si inseriscono sanzioni, sia nei confronti dell’extracomunitario, sia nei confronti dei Paesi terzi, per chi non collabora». Cisint insiste sul fatto che vada «controllata l’età effettiva degli irregolari. In Italia su 20.000, 11.000 dichiarano di avere diciassette anni. Peccato che, come a volte si riesce a dimostrare, molti di questi abbiano persino 30 anni».
Il nuovo regolamento approvato oggi dovrebbe essere risolutivo perché dispone anche nuovi strumenti investigativi più efficaci per individuare gli irregolari, comprese perquisizioni e sequestri di documenti, dispositivi elettronici (anche senza il consenso dell’interessato). Il sequestro del cellulare quindi che potrà meglio far risalire all’identità e all’età effettiva del migrante irregolare.
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Matteo Salvini (Ansa)
In questa area si muovono anche le candidature di Antonio Civita e Massimiliano Lisa, anche se i due non sembrano convincere i partiti che rappresentano l’attuale maggioranza di governo. Mentre il centrosinistra discute da mesi di primarie - tra Mario Calabresi e Pierfrancesco Majorino come possibili candidati a sindaco -, nel centrodestra milanese si è aperto negli ultimi giorni il primo vero confronto su chi potrebbe essere il nome da schierare alle comunali del 2027. In questa area si muovono anche le candidature di Antonio Civita e Massimiliano Lisa, anche se i due non sembrano convincere i partiti che rappresentano l’attuale maggioranza di governo.
Così a prendere in mano la situazione e a muoversi per prima è stata la Lega, che nel prossimo fine settimana (20 e 21 giugno) allestirà 35 gazebo in tutta Milano per raccogliere indicazioni sul futuro candidato sindaco e sulle priorità per la città. Una consultazione che, nelle intenzioni del Carroccio, dovrebbe rappresentare un momento di partecipazione popolare. Ma che ha anche il sapore di una prova di forza politica all’interno della coalizione.
Non è un mistero, infatti, che molti esponenti leghisti abbiano già scelto il nome da portare al tavolo del centrodestra. Il sottosegretario Alessandro Morelli, che aveva anticipato la sua decisione in una intervista alla Verità uscita ieri, ha ribadito che ai gazebo voterà per Matteo Salvini sindaco di Milano. Stessa linea per il deputato Igor Iezzi e per il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, che ha spiegato come, qualora il nome del leader leghista comparisse sulla scheda, la sua scelta ricadrebbe «sicuramente su Salvini». L’operazione politica è evidente. La Lega punta a rimettere il proprio leader al centro della partita milanese, affidandosi alla sua notorietà e al suo radicamento cittadino. Salvini è milanese, conosce il territorio e resta uno dei pochi dirigenti del centrodestra con un livello di riconoscibilità immediato anche tra gli elettori meno politicizzati. Non tutti gli alleati, però, sembrano guardare con lo stesso entusiasmo a questa prospettiva.
La prima frenata è arrivata da Forza Italia. Alessandro Sorte, deputato azzurro e segretario regionale del partito in Lombardia, ha chiarito che una candidatura di Salvini sarebbe pienamente legittima per la Lega, ma non necessariamente condivisa dall’intera coalizione. «Forza Italia ha altre idee rispetto a Salvini candidato sindaco», ha spiegato, ribadendo la preferenza per un profilo civico e ricordando che anche gli azzurri dispongono di «nomi importanti» da mettere sul tavolo quando sarà il momento.
A stretto giro è arrivata la replica di Morelli. «Dire di no a prescindere è sempre sbagliato», ha affermato il sottosegretario, invitando ironicamente Sorte a votare in uno dei gazebo leghisti. Nella stessa occasione ha aggiunto che «FdI propone legittimamente Maurizio Lupi», mentre la Lega porterà al tavolo dei leader il nome scelto dalla propria consultazione.
Sul fronte di Fratelli d’Italia, per ora, prevale la prudenza. Eppure, tra gli osservatori della politica milanese, è diffusa la convinzione che la vera cabina di regia del partito resti nelle mani del presidente del Senato Ignazio La Russa. Un peso politico difficilmente aggirabile in una città dove Fdi, pur forte dei risultati nazionali, non ha ancora consolidato una classe dirigente locale capace di esprimere un candidato unitario o di imporsi come naturale punto di riferimento della coalizione.
Non è un dettaglio secondario. Milano è da sempre il banco di prova più difficile per il centrodestra. E la sensazione, in alcuni ambienti politici, è che la partita venga considerata complicata se non addirittura proibitiva, soprattutto dopo quasi dieci anni di amministrazione guidata da Giuseppe Sala. La Lega, però, legge il quadro in modo diverso. Il consigliere comunale Samuele Piscina sostiene che i sondaggi descrivono una città contendibile e un sostanziale equilibrio tra le coalizioni. È anche per questo che il Carroccio rivendica la necessità di partire subito, raccogliendo non soltanto preferenze sui candidati, ma anche indicazioni sui temi più sentiti dai cittadini: sicurezza, mobilità, degrado urbano e casa. Il lascito di Beppe Sala ai milanesi.
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Roberto Vannacci (Ansa)
Ci sono molti modi con i quali un leader può schiantarsi. Il primo, il più glorioso, è combattere con forze inferiori una battaglia giusta. Il secondo è sbagliare la tattica e la valutazione delle forze in campo. Poi c’è la sconfitta che nasce dai consigli errati dei propri collaboratori. Ma la vera disfatta è quella che matura per aver dato ascolto ai consigli degli avversari. E l’ultimo scenario è esattamente quello che rischierebbe di verificarsi se Giorgia Meloni, in un momento di follia, ascoltasse l’astuta dritta che le stanno dando i «giornaloni» sul generale Roberto Vannacci, ovvero prenderlo di petto e scatenare un duello rusticano, per poi spostarsi al centro. E poi chissà, non lo dicono, ma il sogno è sempre che il capo di Fratelli d’Italia aderisca al Ppe.
Ieri, l’editoriale principale del Corriere della Sera era affidato a Ernesto Galli della Loggia, che è partito costruendo da zero un avvincente giallo, chiedendosi se non ci sia una «sorta di storia segreta del governo». L’idea gli è venuta riflettendo «sull’irruzione sulla scena del generale Vannacci con i tempi e i modi della sua ascesa folgorante, con i sondaggi sempre più lusinghieri che l’accompagnano. E dunque con il carattere oggettivamente destabilizzante nei confronti del governo». Il politologo si chiede se Vannacci sia pronto, di qui alle elezioni, ad altre mosse per creare scompiglio nel quadro politico e intanto butta lì che è molto vicino alla Russia di Vladimir Putin e che la Meloni non è più così vicina all’Ucraina. Non lo sfiora l’ipotesi che siano passati quattro anni e che la guerra sia da tempo a un punto morto. In ogni caso, Galli della Loggia consiglia alla Meloni «una battaglia a viso aperto contro Vannacci che però non lo mistifichi bensì lo consideri per quello che è. Dunque una battaglia contro una destra reazionaria e fascistoide, legata all’autocrazia putiniana - definita per quello che è - da parte, invece, di una destra europea, europeista, conservatrice nei valori ma liberale per quanto riguarda i diritti». E il dividendo politico di questa mossa? Sarebbe «l’apertura verso il centro».
Sempre ieri, sulla Stampa di Torino, Veronica De Romanis sostiene che «per provare a ridimensionare l’avanzata del generale Vannaci, un’arma ci sarebbe e la possiede Giorgia Meloni». Governare bene e ignorarlo? Ma no, troppo intuitivo. Per l’economista il premier è stato bravo in economia perché «non ha mantenuto le promesse elettorali» e ha scelto il rigore. E quindi, davanti ai progetti del generale, dovrebbe «rivolgersi ai suoi potenziali elettori, smascherandolo con il racconto della verità». Anche qui, scontro frontale con Vannacci e medaglietta guadagnata con i mercati e l’establishment.
Meno strutturata, la strategia consigliata alla Meloni da Massimo Gramellini. Il notista del Corriere, già due settimane fa, intervenendo su La7 a DiMartedì, aveva sostenuto che il premier potrebbe spostarsi a destra, inseguendo i voti di Vannacci, oppure «sfruttare la sua stessa esistenza» per ritagliarsi un profilo più moderato, «alla Angela Merkel». Mentre venerdì scorso, nella sua rubrica quotidiana sul Corriere, dopo aver visto l’esibizione di Vannacci da Lilli Gruber, ammetteva che il capo di Futuro nazionale «non è un troglodita». Insomma, il consiglio è sempre quello di affrontarlo e di trattare.
Tutti questi consigli arrivano oggettivamente da mezzi d’informazione per nulla contenti della maggioranza di centrodestra. E la pubblicazione della foto di ieri, con i quattro leader del Campo largo sorridenti in quella specie di enoteca, li ha probabilmente fatti sognare su un possibile cambio di regime. Ci sta tutto, ma ricordare lo schieramento politico dei giornali dai quali arrivano le istruzioni alla destra per maneggiare Vannacci è doveroso.
Nel merito, come ha scritto il direttore della Verità Maurizio Belpietro, il centrodestra non può non tener conto del fatto che alcuni temi sollevati dal generale, a cominciare dalla difesa della famiglia e dei confini nazionali, sono in tutto e per tutto del centrodestra. Ben prima che il generale si candidasse. Quindi non si capisce perché la Meloni dovrebbe andare a cacciarsi in un duello rusticano con Vannacci, per poi spingersi al centro e stare lì, buona buona, a farsi dettare l’agenda da Mario Draghi e Ursula von der Leyen. L’ex parà cavalca dei temi, dalla sicurezza all’immigrazione clandestina, dalla famiglia all’Ue, che sono quelli sui quali il centrosinistra ha già perso nel 2022. Se c’è una logica, le campagne di Vannacci sono un problema per i Quattro della cantinetta.
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Giorgia Meloni (Ansa)
Chiaramente sappiamo che in una regione del genere la pace è sempre una cosa fragile e va costruita, difesa, accompagnata ogni giorno ed è quello che faremo in queste settimane. Ci aspettiamo che ora Israele operi come attore positivo nel percorso di pace e che l’inevitabile dibattito interno dettato anche dalla campagna elettorale non metta a repentaglio il percorso faticoso che gli Stati Uniti hanno avviato».
A proposito di Stati Uniti, molto interesse ha suscitato il riavvicinamento con Donald Trump: «Ho trovato il rapporto con lui immutato», sottolinea la Meloni, «nel senso che non c’è stato tra noi neanche bisogno di parlare, non è che ci sono state tra noi recriminazioni o che abbiamo parlato di quello che è successo nelle ultime settimane. Io e Donald Trump siamo due persone che hanno un loro carattere abbastanza forte, siamo due persone che difendono con determinazione il loro interesse nazionale, non c’è bisogno che ci chiariamo quando non siamo d’accordo su qualcosa, perché ognuno capisce ovviamente quale può essere il punto di vista dell’altro e quindi siamo ripartiti direttamente parlando di ciò che va fatto con la stessa naturalezza con cui lo facevamo fino all’ultima volta che ci siamo incontrati prima di questa occasione».
Non poteva mancare una domanda sulla politica interna, e in particolare sul rapporto e l’eventuale alleanza tra il centrodestra e Futuro nazionale, il partito di Roberto Vannacci: «È un tema che non mi sono posta», risponde Giorgia Meloni, «mi pare che il movimento dell’onorevole Vannacci abbia già dichiarato la sua indisponibilità ad allearsi con il centrodestra, il che mi sembra abbastanza in continuità con il lavoro che si sta facendo finora, perché quando si vota cinque volte contro la fiducia al primo governo della storia guidato da una persona di destra non si vuole dare una mano. Dopo di che vedo una certa funzionalità per la sinistra. Lo considero abbastanza normale. Considero molto meno normale», aggiunge, «che si voglia essere funzionali a questo quando ci si dichiara di destra. Non sarà la mia alleanza con questo o con quest'altro a farmi vincere o perdere le elezioni, sarà il giudizio che complessivamente gli italiani danno del lavoro che ho fatto. Ho imparato che la politica non è mai aritmetica».
La Meloni attacca Vannacci sulla questione del femminicidio: «Quello che penso l’ho dimostrato con una legge che questo governo ha fatto per introdurre il reato di femminicidio. Perché il tema del femminicidio non è che gli uomini o le donne abbiano un valore diverso quando vengono uccisi: il tema, esattamente come accade per qualsiasi aggravante, è la motivazione che ti muove. In quel caso la motivazione è non accettare la libertà di una donna. E non si può chiedere a una donna come me di non considerarlo gravissimo». Non mancano domande sulle questioni delle banche: «Non ho parlato con Merz di Commerzbank», sostiene la Meloni, «e non ho commenti da fare sul recente risiko bancario, perché il governo non è parte in causa. Noi avevamo un ruolo in queste vicende fin quando avevamo il controllo di Mps, oggi la partecipazione nel governo italiano in Mps è inferiore al 5%, quindi noi non abbiamo alcun ruolo e sono dinamiche di mercato, guardiamo con interesse le dinamiche di mercato, ma di più, chiaramente non credo che si debba fare e dire. Posso dire che sono molto contenta del fatto che Monte dei Paschi di Siena che era un problema per l’Italia sia diventata, grazie al lavoro di questi anni, un gioiello al quale molti ambiscono».
Il G7 vede, nella giornata conclusiva, i grandi del mondo incontrare i padroni del mondo, ovvero i boss dei colossi operativi nel settore dell’Intelligenza artificiale: Sam Altman di OpenAI, Dario Amodei di Anthropic, Arthur Mensch di Mistral Ai, Alexandr Wang di Meta, Demis Hassabis di Google, Uljan Sharka di Domyn, Aidan Gomez di Cohere, Ren Ito di Sakana, Robin Rombach di Black Forest Labs, Victor Riparbelli di Synthesia, Vivek Raghavan di Sarvam Ai, Marc Benioff di Salesforce. Viene da chiedersi chi sia in grado di dare ordini a chi, tra i leader dei Paesi del G7 e questi plutocrati che in una società tecnologica come la nostra possono influenzare elezioni, mercati, guerre: una risposta ce l’avremmo, considerato che ormai un algoritmo può decidere le sorti di un partito politico.
Ieri sul tema è arrivato il monito del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: «L’Intelligenza artificiale rappresenta, in ampia misura, un acceleratore per chi sia dotato di capitali e di risorse energetiche, di infrastrutture tecnologiche, dati e competenze avanzate. Il divario tra chi ne dispone e chi ne rimane escluso potrà ampliarsi. La concentrazione del controllo delle nuove tecnologie nelle mani di pochissimi soggetti privati, che stanno invadendo domini sino a ieri riservati a responsabilità degli Stati», aggiunge Mattarella, «ne ha fatto realtà talmente potenti da pretendere di disattendere se non di travolgere ogni regola».
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