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2021-09-25
Il report sull’aborto trucca i dati sui rischi
Roberto Speranza (Ansa)
«Inutile e fuorviante» la relazione annuale del ministero della Salute al Parlamento sull'applicazione della legge 194/1978. È questo il parere di chi si è preso la briga di leggere il testo e le tabelle del documento che preme l'acceleratore sull'aborto farmacologico sostenuto dal ministro Roberto Speranza perché in grado di sbrigare, tra le mura domestiche, la pratica di eliminare una vita umana. Attenendosi ai dati del documento ministeriale, senza addentrarsi in temi etici, si scopre paradossalmente che il metodo farmacologico non è così sicuro come si vorrebbe far credere perché ha 10 volte le complicanze di una interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) ospedaliera. Questa però non è l'unica cosa che non torna.
Certo, nel 2019 il numero degli aborti, in Italia, sarà anche diminuito (-4% rispetto al 2018), la procedura farmacologia interesserà un caso su quattro (24,9%) e la contraccezione di emergenza si sarà anche stabilizzata su circa 550.000 confezioni l'anno, ma nelle 99 pagine del report ci sono dati nel testo che non si ritrovano nelle tabelle o sono incoerenti, pezzi copiati e incollati da report precedenti che portano a conclusioni sballate, senza contare che sono quasi triplicati i dati non rilevati. «Ho notato il numero di 5.180 ricoveri di due giorni - il ricovero segnala una complicanza nella procedura - ma nella tabella riassuntiva (n. 27 a pag 92) ho trovato solo 411 complicanze complessive a fronte di 4.148 dati non rilevati», spiega Angelo Francesco Filardo, ginecologo, vice presidente nazionale dell'Associazione dei ginecologi e ostetrici cattolici (Aigoc). «Come è possibile», si domanda il medico, «che in una cartella clinica non vengano riportati questi dati?».
Il dubbio sul fatto che i valori non rilevati possano essere stati eliminati si ricava anche solo osservando che, proprio per indicatori come il numero delle complicanze, il tipo di intervento e la durata delle degenze, siano triplicati i dati non rilevati rispetto al 2018. «Un po' di attenzione e di rispetto per i destinatari e i lettori», osserva Filardo, «avrebbe indotto i curatori dell'estensione della relazione per lo meno a sommare le 979 complicazioni totali delle Ivg farmacologiche sparse tra pag 53 e 55, alle 411 complicazioni totali riportate nella tabella 27».
Meno complicanze ci sono e più si può procedere sicuri, avranno probabilmente pensato al ministero, ma non hanno riletto il testo, a quanto pare. Proprio sul tanto osannato metodo farmacologico, leggendo con attenzione, si scopre che le complicanze sono in aumento (+2%) e dieci volte di più rispetto all'Ivg chirurgica. «Confrontando la precedente relazione ministeriale - sempre firmata dal ministro Speranza - oltre al fatto evidente che una buona parte della relazione è fatta con un copia e incolla dal report del 2018», racconta l'esperto di Aigoc, «è chiaro che nelle Ivg farmacologiche - RU486+prostaglandine e un altro 2,9% di farmacologiche di cui non si hanno informazioni - nel 2019 le complicazioni immediate sono aumentate del 2%». Il testo registra delle percentuali sugli effetti avversi che, a una lettura frettolosa, fanno pensare a un calo (94,6% nel 2019 e 96,5% nel 2018). In realtà il dato è riferito ai casi di cui «non sono state riportate complicanze immediate». Tradotto, quindi, per differenza, nel 2019 sono stati segnalati il 5,5% dei casi contro il 3,5% del 2018: + 2%. Tutto questo, con buona pace del testo che segue, a pag. 53, copiato e incollato dal report del 2018, che non registrava l'incremento dei problemi, dopo la pillola abortiva. «Ma la cosa più sorprendente - aggiunge Filardo - è che nella tabella 27, il numero totale delle complicazioni riportate, 411, sono pari a 5,61/1.000 Ivg, che è nettamente inferiore alle 979 registrate nelle 17.799 Ivg farmacologiche, pari a 55,0/1.000 Ivg farmacologiche. Le complicazioni immediate registrate in 17.799 Ivg con pillola abortiva sarebbero dieci volte superiori a quelle registrate in tutte le 73.207 Ivg fatte nel 2019». Quanto fin qui descritto, «dimostra che le basi scientifiche su cui il ministro Speranza ha posto fiducia per emanare le linee di indirizzo sulla interruzione volontaria di gravidanza con la pillola abortiva Ru486 (mifepristone) e prostaglandine non sono scientificamente fondate», commenta il medico di Aigoc. Lascia stupefatti l'arrogante sciatteria e superficialità con cui si scrivono e avvallano documenti su cui il Parlamento si basa per legiferare su questioni delicate come l'aborto. L'intento a rendere sempre più rapida e indolore l'eliminazione di una vita è anche nel «notevole, costante ed inspiegabile aumento, delle procedure d'urgenza previste per l'Ivg dopo il limite di 12 settimane», spiega Filardo. «Adesso si fanno anche alla settima settimana per poter prendere la pillola entro le 9 previste per l'aborto farmacologico». Nel 2019 il 23,5% delle Ivg sono state fatte d'urgenza. In alcune regioni italiane la percentuale è ancora più alta della media nazionale. Oltre il 40% in Lazio, Piemonte e la Puglia che ha il 45.1% in urgenza, ma nel 44% i dati non sono rilevati.
I padri di San Marino si uniscano contro il voto che minaccia la vita
«Il più grande problema che vedo in questo Paese non è vincere la guerra contro il terrorismo. Il vero problema riguarda gli uomini, che non hanno più la responsabilità per i bambini che hanno generato». Così esordì nel 2002, in un suo intervento pubblico, il senatore Usa Oliver North (Democratici) e gli fecero eco, nello stesso anno, scrittrici che svolsero un ruolo importante nel movimento femminista e nello sviluppo del pensiero ad esso correlato, come Doris Lessing e Susan Faludi, le quali non esitarono a denunciare la «distruttività dell'eliminazione del padre, del maschio».
È in atto, peraltro, un graduale cambiamento nella coscienza collettiva provocato da padri che rivendicano la responsabilità sui propri figli. Così in Scozia, nella zona dell'East Enders, uno studio sui «ragazzi che diventano padri» condotto a seguito di numerose nascite dopo relazioni tra giovanissimi documentò l'aspettativa e conseguente responsabilità dei maschi sul bimbo in arrivo, a fronte della pretesa delle famiglie che i ragazzi-padri «sparissero» prima dell'aborto o dopo la nascita. Da qui le leggi sull'affido condiviso presenti in vari Paesi europei, tra cui l'Italia (in seguito alla riforma introdotta con il D.lgs. 154/2013).
Ai padri sanmarinesi, a partire da coloro le cui donne vivono una gravidanza difficile o inattesa, al punto da metterne in dubbio l'accoglienza, mi permetto di rivolgere un appello.
A partire dal grande significato affettivo e simbolico della posizione del padre verso il figlio procreato. Proprio perché coautore del processo riproduttivo - uno dei connotati più salienti della funzione maschile - il padre non può essere lasciato ai margini della genitorialità o autoescludersi dalla stessa, pena ricadute negative (e purtroppo, tendenzialmente permanenti) sulla madre e sul figlio!
«Al centro della virilità - annota Claudio Risè nel suo Il padre, l'assente inaccettabile, 2003 - non c'è mai stato altro, in fondo, che questa consapevolezza profonda: il diritto proteggere il debole. All'uomo tocca l'assunzione del dovere».
È vero che oggi la prassi e certa legislazione privano spesso il padre di ogni responsabilità nel processo riproduttivo. Ma ciò alimenta una condizione ingiusta sotto il profilo affettivo, assai dannosa sul versante simbolico e decisamente infondata dal punto di vista biologico e antropologico. Proprio per questo è necessario lavorare e collaborare insieme per la formazione di una cultura che equipari davvero donna e uomo nella procreazione. E ciò per il bene della vita, della famiglia, della società. Certamente la volontà e l'interesse della donna vanno garantiti, nel quadro della cura sociale per l'accoglienza della vita e per la promozione della famiglia.
Ma non si può ignorare o peggio cancellare il ruolo pregnante che il padre può (e deve, senza sottrarsi, come sin troppo sovente accade, alla proprie responsabilità) avere nella gravidanza della sua donna e nell'attesa del loro figlio. Specie quando la donna vive una gestazione imprevista e quindi non ha avuto il tempo di maturare l'idea del figlio in un previo desiderio di maternità, diviene acuto il suo bisogno di qualcuno che le resti accanto nell'affrontare un'esperienza che a lei sembra intollerabile e che la faccia sentire accolta. Il ruolo dell'uomo diventa pertanto preziosissimo nell'accoglienza della vita nascente, facendosi «custode» della stessa e della relazione con la sua donna e con suo figlio. È un altro modo per donare vita.
La proposta referendaria di domenica prossima, se approvata, infliggerebbe un colpo esiziale anche al fondamentale ruolo del padre nell'esperienza procreatica e genitoriale. Facciamo tutto il possibile perché ciò non accada. Per il bene comune. Ciascuno è figlio, ciascuno è stato embrione. Il volontariato per la vita è a disposizione di chiunque sia in difficoltà per una gravidanza inattesa o indesiderata.
Pino Morandini
Vicepresidente vicario di Mpv
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La relazione del ministero della Salute, relativa al 2019, non dichiara alcun incremento tra gli effetti avversi della pillola Ru486. Ma spulciando i numeri si scopre che le complicanze sono cresciute del 2% e risultano dieci volte quelle dell'interruzione chirurgica.A San Marino l'esito referendario potrebbe essere l'ultimo colpo al ruolo maschile nella genitorialità.Lo speciale contiene due articoli.«Inutile e fuorviante» la relazione annuale del ministero della Salute al Parlamento sull'applicazione della legge 194/1978. È questo il parere di chi si è preso la briga di leggere il testo e le tabelle del documento che preme l'acceleratore sull'aborto farmacologico sostenuto dal ministro Roberto Speranza perché in grado di sbrigare, tra le mura domestiche, la pratica di eliminare una vita umana. Attenendosi ai dati del documento ministeriale, senza addentrarsi in temi etici, si scopre paradossalmente che il metodo farmacologico non è così sicuro come si vorrebbe far credere perché ha 10 volte le complicanze di una interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) ospedaliera. Questa però non è l'unica cosa che non torna. Certo, nel 2019 il numero degli aborti, in Italia, sarà anche diminuito (-4% rispetto al 2018), la procedura farmacologia interesserà un caso su quattro (24,9%) e la contraccezione di emergenza si sarà anche stabilizzata su circa 550.000 confezioni l'anno, ma nelle 99 pagine del report ci sono dati nel testo che non si ritrovano nelle tabelle o sono incoerenti, pezzi copiati e incollati da report precedenti che portano a conclusioni sballate, senza contare che sono quasi triplicati i dati non rilevati. «Ho notato il numero di 5.180 ricoveri di due giorni - il ricovero segnala una complicanza nella procedura - ma nella tabella riassuntiva (n. 27 a pag 92) ho trovato solo 411 complicanze complessive a fronte di 4.148 dati non rilevati», spiega Angelo Francesco Filardo, ginecologo, vice presidente nazionale dell'Associazione dei ginecologi e ostetrici cattolici (Aigoc). «Come è possibile», si domanda il medico, «che in una cartella clinica non vengano riportati questi dati?». Il dubbio sul fatto che i valori non rilevati possano essere stati eliminati si ricava anche solo osservando che, proprio per indicatori come il numero delle complicanze, il tipo di intervento e la durata delle degenze, siano triplicati i dati non rilevati rispetto al 2018. «Un po' di attenzione e di rispetto per i destinatari e i lettori», osserva Filardo, «avrebbe indotto i curatori dell'estensione della relazione per lo meno a sommare le 979 complicazioni totali delle Ivg farmacologiche sparse tra pag 53 e 55, alle 411 complicazioni totali riportate nella tabella 27». Meno complicanze ci sono e più si può procedere sicuri, avranno probabilmente pensato al ministero, ma non hanno riletto il testo, a quanto pare. Proprio sul tanto osannato metodo farmacologico, leggendo con attenzione, si scopre che le complicanze sono in aumento (+2%) e dieci volte di più rispetto all'Ivg chirurgica. «Confrontando la precedente relazione ministeriale - sempre firmata dal ministro Speranza - oltre al fatto evidente che una buona parte della relazione è fatta con un copia e incolla dal report del 2018», racconta l'esperto di Aigoc, «è chiaro che nelle Ivg farmacologiche - RU486+prostaglandine e un altro 2,9% di farmacologiche di cui non si hanno informazioni - nel 2019 le complicazioni immediate sono aumentate del 2%». Il testo registra delle percentuali sugli effetti avversi che, a una lettura frettolosa, fanno pensare a un calo (94,6% nel 2019 e 96,5% nel 2018). In realtà il dato è riferito ai casi di cui «non sono state riportate complicanze immediate». Tradotto, quindi, per differenza, nel 2019 sono stati segnalati il 5,5% dei casi contro il 3,5% del 2018: + 2%. Tutto questo, con buona pace del testo che segue, a pag. 53, copiato e incollato dal report del 2018, che non registrava l'incremento dei problemi, dopo la pillola abortiva. «Ma la cosa più sorprendente - aggiunge Filardo - è che nella tabella 27, il numero totale delle complicazioni riportate, 411, sono pari a 5,61/1.000 Ivg, che è nettamente inferiore alle 979 registrate nelle 17.799 Ivg farmacologiche, pari a 55,0/1.000 Ivg farmacologiche. Le complicazioni immediate registrate in 17.799 Ivg con pillola abortiva sarebbero dieci volte superiori a quelle registrate in tutte le 73.207 Ivg fatte nel 2019». Quanto fin qui descritto, «dimostra che le basi scientifiche su cui il ministro Speranza ha posto fiducia per emanare le linee di indirizzo sulla interruzione volontaria di gravidanza con la pillola abortiva Ru486 (mifepristone) e prostaglandine non sono scientificamente fondate», commenta il medico di Aigoc. Lascia stupefatti l'arrogante sciatteria e superficialità con cui si scrivono e avvallano documenti su cui il Parlamento si basa per legiferare su questioni delicate come l'aborto. L'intento a rendere sempre più rapida e indolore l'eliminazione di una vita è anche nel «notevole, costante ed inspiegabile aumento, delle procedure d'urgenza previste per l'Ivg dopo il limite di 12 settimane», spiega Filardo. «Adesso si fanno anche alla settima settimana per poter prendere la pillola entro le 9 previste per l'aborto farmacologico». Nel 2019 il 23,5% delle Ivg sono state fatte d'urgenza. In alcune regioni italiane la percentuale è ancora più alta della media nazionale. Oltre il 40% in Lazio, Piemonte e la Puglia che ha il 45.1% in urgenza, ma nel 44% i dati non sono rilevati.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/report-aborto-trucca-dati-rischi-2655170202.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-padri-di-san-marino-si-uniscano-contro-il-voto-che-minaccia-la-vita" data-post-id="2655170202" data-published-at="1632506278" data-use-pagination="False"> I padri di San Marino si uniscano contro il voto che minaccia la vita «Il più grande problema che vedo in questo Paese non è vincere la guerra contro il terrorismo. Il vero problema riguarda gli uomini, che non hanno più la responsabilità per i bambini che hanno generato». Così esordì nel 2002, in un suo intervento pubblico, il senatore Usa Oliver North (Democratici) e gli fecero eco, nello stesso anno, scrittrici che svolsero un ruolo importante nel movimento femminista e nello sviluppo del pensiero ad esso correlato, come Doris Lessing e Susan Faludi, le quali non esitarono a denunciare la «distruttività dell'eliminazione del padre, del maschio». È in atto, peraltro, un graduale cambiamento nella coscienza collettiva provocato da padri che rivendicano la responsabilità sui propri figli. Così in Scozia, nella zona dell'East Enders, uno studio sui «ragazzi che diventano padri» condotto a seguito di numerose nascite dopo relazioni tra giovanissimi documentò l'aspettativa e conseguente responsabilità dei maschi sul bimbo in arrivo, a fronte della pretesa delle famiglie che i ragazzi-padri «sparissero» prima dell'aborto o dopo la nascita. Da qui le leggi sull'affido condiviso presenti in vari Paesi europei, tra cui l'Italia (in seguito alla riforma introdotta con il D.lgs. 154/2013). Ai padri sanmarinesi, a partire da coloro le cui donne vivono una gravidanza difficile o inattesa, al punto da metterne in dubbio l'accoglienza, mi permetto di rivolgere un appello. A partire dal grande significato affettivo e simbolico della posizione del padre verso il figlio procreato. Proprio perché coautore del processo riproduttivo - uno dei connotati più salienti della funzione maschile - il padre non può essere lasciato ai margini della genitorialità o autoescludersi dalla stessa, pena ricadute negative (e purtroppo, tendenzialmente permanenti) sulla madre e sul figlio! «Al centro della virilità - annota Claudio Risè nel suo Il padre, l'assente inaccettabile, 2003 - non c'è mai stato altro, in fondo, che questa consapevolezza profonda: il diritto proteggere il debole. All'uomo tocca l'assunzione del dovere». È vero che oggi la prassi e certa legislazione privano spesso il padre di ogni responsabilità nel processo riproduttivo. Ma ciò alimenta una condizione ingiusta sotto il profilo affettivo, assai dannosa sul versante simbolico e decisamente infondata dal punto di vista biologico e antropologico. Proprio per questo è necessario lavorare e collaborare insieme per la formazione di una cultura che equipari davvero donna e uomo nella procreazione. E ciò per il bene della vita, della famiglia, della società. Certamente la volontà e l'interesse della donna vanno garantiti, nel quadro della cura sociale per l'accoglienza della vita e per la promozione della famiglia. Ma non si può ignorare o peggio cancellare il ruolo pregnante che il padre può (e deve, senza sottrarsi, come sin troppo sovente accade, alla proprie responsabilità) avere nella gravidanza della sua donna e nell'attesa del loro figlio. Specie quando la donna vive una gestazione imprevista e quindi non ha avuto il tempo di maturare l'idea del figlio in un previo desiderio di maternità, diviene acuto il suo bisogno di qualcuno che le resti accanto nell'affrontare un'esperienza che a lei sembra intollerabile e che la faccia sentire accolta. Il ruolo dell'uomo diventa pertanto preziosissimo nell'accoglienza della vita nascente, facendosi «custode» della stessa e della relazione con la sua donna e con suo figlio. È un altro modo per donare vita. La proposta referendaria di domenica prossima, se approvata, infliggerebbe un colpo esiziale anche al fondamentale ruolo del padre nell'esperienza procreatica e genitoriale. Facciamo tutto il possibile perché ciò non accada. Per il bene comune. Ciascuno è figlio, ciascuno è stato embrione. Il volontariato per la vita è a disposizione di chiunque sia in difficoltà per una gravidanza inattesa o indesiderata. Pino MorandiniVicepresidente vicario di Mpv
Ansa
La loro religione vieta qualsiasi tipo di integrazione, perché «l’Islam domina e non può essere dominato». Sono stati sparati i fuochi d’artificio ad altezza d’uomo. Auto sono state danneggiate o direttamente bruciate. Le sedie dei tavolini dei bar sono diventate corpi contundenti. I cassonetti della spazzatura sono stati devastati o dati alle fiamme. Queste persone stanno eseguendo gli ordini della loro religione, sono truppe d’assalto, sono fiori all’occhiello della loro comunità.
Pieni di fierezza, mettono i video della loro violenza stolida sui social. Le piazze e le strade sono in mano a loro perché si sono svuotate degli indigeni, noi. La bestiale violenza cui sono state sottoposte sistematicamente le donne occidentali, dopo il primo episodio passato alla storia come lo stupro di Colonia, hanno svuotato le strade e le piazze. Lo stupro di Colonia risale alla notte di San Silvestro nel 2015 e al successivo primo gennaio. In numerose città europee donne cristiane furono assaltate sessualmente da uomini islamici, inclusi alcuni veri e propri stupri. Nella città di Colonia gli episodi furono particolarmente numerosi, per cui la città ha dato il nome al fenomeno che fu in realtà esteso a molte città tedesche e europee. Si chiama Taharrush Gamea o jihad sessuale, ed ha il doppio scopo di umiliare le donne cristiane e i loro uomini incapaci di difenderle, e di svuotare le strade che diventano preda di bande islamiche.
Le autorità tentarono valorosamente di insabbiare il tutto, un lodevole sforzo di evitare l’islamofobia, che è una brutta cosa, ma grazie ai social lo schifo di quello che era successo affiorò alla coscienza pubblica. Da allora questo tipo di aggressione è diventato sistematico e le autorità hanno risolto il problema evitando i concerti di capodanno. Abbiamo lasciato le nostre città vuote e i nuovi barbari le hanno devastate. In Italia. In Germania. In Francia. Soprattutto in Belgio. Non in Corsica. In Corsica non è bruciato nemmeno un copertone e le strade sono pulite e appartengono a tutti. Il popolo corso e i suoi gruppi indipendentisti armati fino ai denti hanno già chiarito in un unico episodio precedente, anche questo del 2015, che in Corsica nessun atto di violenza sarà tollerato. Contrariamente a noi che siamo carini e beneducati e quando ci ammazzano rispondiamo con candeline e gessetti colorati, i corsi sono gloriosamente maleducati e hanno verbalizzato, scritto in una lettera aperta a firma dei gruppi indipendentisti, che non sono abbastanza raffinati da interessarsi a chi è innocente e chi è colpevole: al primo atto di violenza tutte le persone di origine musulmana saranno costrette ad andarsene. Quando nella notte di Natale del 2015 ci fu una modesta violenza di giovani immigrati, cassonetti della spazzatura dati alle fiamme e pompieri presi a sassate, un gruppo di maleducati corsi rase al suolo la moschea, episodio odioso e stigmatizzato, certo, è terribile tutta questa barbarie corsa. Noi siamo più educati e sono impressionanti i video che arrivano da Firenze, da una delle piazze più belle del mondo, da una piazza che è (era?) l’apogeo della civiltà: la violenza bruta, l’odio per noi e per la nostra cultura sono palpabili. Questi video e queste foto sono impressionanti per due motivi: la presenza di immigrati che non costituiscono né mai hanno costituito per noi un vantaggio economico, che sono sempre e sempre saranno un problema drammatico, che hanno è sempre avranno per noi e per la nostra civiltà un odio mortale. Non ho bisogno che tutti gli immigrati mi odino e siano violenti per essere distrutta. Mi basta il 10% di violenti e il 90% di moderati che si guarda bene dal disapprovare e isolare il 10 % di violenti. Qui siamo ben oltre il 10%. Il secondo elemento che ferisce gli occhi in queste foto e in questi video, è la mancanza di occidentali.
Se qualcuno andasse a spaccare le sedie e le vetrine nella piazza più bella di Tel Aviv, o anche semplicemente di Ajaccio in Corsica, verrebbe massacrato dei cittadini stessi, senza neanche aspettare la gendarmeria. Noi siamo stati addestrati all’assenza del sistema limbico da una magistratura che considera evidentemente gli immigrati la nuova razza padrona. Non proviamo collera, non difendiamo il territorio, non difendiamo le donne. Siamo stati addestrati da decenni di femminismo ridicolo e misandrico, a pretendere maschi svirilizzati e rieducati. L’uomo ideale della nuova donna 3.0 è quello che qualche decennio fa sarebbe stato riassuntivamente indicato col nome di mezzasega. Ha poco testosterone, sia per l’esposizione agli estroprogestinici che sono nelle carni che mangiamo e nell’acqua che beviamo, sia per l’esposizione continua alla pornografia, sia per l’esposizione continua alla criminalizzazione delle caratteristiche maschili. La prima caratteristica maschile è la difesa anche violenta del territorio. Un popolo che resta chiuso in casa a smaltarsi le unghie mentre qualcuno sta invadendo le sue strade, distruggendo i suoi monumenti, bruciando le auto, è un popolo di aspiranti eunuchi. Ora abbiamo barbari contro eunuchi, la vedo male per gli eunuchi. È il caso di fare un nuovo tipo di corsi di rieducazione: come diventare sporchi, brutti e cattivi in otto lezioni. Anche sette.
Nel frattempo, c’è una legge da fare immediatamente, divieto assoluto di produzione, vendita e uso di fuochi artificiali. L’Europa che con eroico sprezzo del ridicolo starnazza sull’anidride carbonica prodotta da vacche e caminetti, vieti immediatamente qualsiasi fuoco artificiale. Sono esplosivi. Producono molta più anidride carbonica di una vacca, soprattutto se danno fuoco a qualcosa. Senza fuochi artificiali il locale di Crans-Montana non sarebbe bruciato. Senza fuochi artificiali ci risparmieremmo innumerevoli morti e feriti e soprattutto i fuochi artificiali sono esplosivi. Non possiamo più permetterceli.
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Capita spesso di vedere, soprattutto nelle città d'arte ma non solo, visitatori stranieri che accompagnano le pietanze con la bevanda calda. Una scelta legittima ma discutibile, anche dal punto di vista della salute.
Ansa
Perché aver fatto il proprio dovere, colpendo un ladro che per di più aveva reagito aggredendo gli uomini delle forze dell’ordine, ferendone uno, è un comportamento da punire con il carcere? Forse un solo colpo in pancia al collega non bastava e ne servivano almeno due o tre per giustificare lo sparo? Oppure colpire, affondando un cacciavite nel petto di un uomo delle forze dell’ordine che cerca di impedire un furto, non è reato sufficientemente grave da richiedere la reazione degli agenti? Forse il militare avrebbe dovuto tenere nella fondina l’arma, aspettando che il criminale facesse quello che fecero due tossici a Roma qualche anno fa, pugnalando a morte, con 11 coltellate, il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega?
La faccenda ha dell’incredibile. Soprattutto perché arriva dopo altre inchieste della magistratura che hanno messo nel mirino gli agenti e non i delinquenti. Avete presente il caso di Ramy Elgaml, il giovane extracomunitario in sella a uno scooter che, dopo la fuga a un posto di blocco, si è schiantato contro un palo? Per la sua morte sono finiti indagati sette carabinieri, ovvero la pattuglia che lo inseguì e anche i militari dell’Arma poi intervenuti sul luogo dell’incidente. A quanto pare, invece di mettersi all’inseguimento del motociclo avrebbero dovuto girarsi dall’altra parte e fare finta di nulla. Sorte più o meno analoga a quella di un agente che a Verona, per fermare un extracomunitario armato, ha fatto ricorso, udite udite, alla pistola. Per mesi è rimasto sotto inchiesta e ancora oggi c’è chi chiede di indagare sul suo conto, quasi fosse colpa del poliziotto essersi difeso. Inchiesta anche a carico di un carabiniere che a Rimini, dopo aver cercato di far gettare l’arma con cui un egiziano aveva minacciato alcuni passanti, è stato costretto a sparare. Prima dell’archiviazione, la Procura aveva iscritto il maresciallo nel registro degli indagati per eccesso di legittima difesa. Anche in questo caso, aver fatto il proprio dovere era ritenuto un di più e i magistrati hanno voluto appurare che il militare dell’Arma non avesse avuto altra scelta. Visto che non c’era alternativa, che il sottufficiale non poteva scappare né sparare ai moscerini, alla fine i pm si sono convinti che non ci fossero elementi per procedere contro il carabiniere e hanno chiesto il proscioglimento. Tutto bene? Ovviamente no, perché già il fatto che per mesi si sia portata avanti un’inchiesta che si poteva non aprire guardando le immagini delle telecamere la dice lunga sul funzionamento della giustizia.
I casi di cui abbiamo parlato nei giorni scorsi, a proposito dell’assassinio di una ragazza di 19 anni a Milano, del capotreno a Bologna e di tanti altri reati di cui diamo quotidianamente conto, hanno però spinto Beppe Sala, sindaco del capoluogo lombardo che fino a ieri assicurava che la criminalità era un problema di percezione, e Mattia Palazzi, sindaco pd di Mantova dove l’altra sera un giovane marocchino ha minacciato i passanti con una pistola, ad accusare il governo. Colpa di Giorgia Meloni se i clandestini la fanno sempre più da padroni, rubando, molestando e aggredendo le persone. Non colpa di una sinistra che ha aperto le porte all’invasione di extracomunitari. Non colpa di una magistratura che è sempre pronta a bloccare le espulsioni andando in soccorso degli stranieri e condannando le forze dell’ordine. Come ha spiegato ieri su Repubblica Annalisa Cuzzocrea, Meloni coltiva un’illusione securitaria. Già, secondo la sinistra, il governo dovrebbe arrendersi ai criminali. Invece di reprimerli dovrebbe capirli: dare una casa ai clandestini e aiutare gli immigrati a rischio povertà ed esclusione sociale. Al programma manca solo la condanna degli agenti che osano reagire. Ma siamo sulla buona strada.
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Alessandro Ambrosio, il capotreno ucciso alla stazione di Bologna. Nel riquadro Marin Jelenic, il croato accusato dell'omicidio (Ansa)
Dopo l’omicidio, Jelenic, pur avendo in tasca un biglietto per l’Austria (da Tarvisio a Villach, con partenza prevista alle 10.30 del mattino successivo al delitto), non scappa subito all’estero. Resta in Italia. Si sposta come fa di solito: con i treni. La notte successiva al delitto la trascorre in una sala d’aspetto dell’ospedale Niguarda di Milano. È lì che arriva poco dopo la mezzanotte, seguendo una traiettoria che gli investigatori delle Squadre mobili di Milano e Bologna, insieme alla Polfer, riescono a ricostruire grazie alle immagini di videosorveglianza. Dopo l’omicidio viene controllato una prima volta dalla Polfer alla stazione di Bologna. È un passaggio decisivo: quell’identificazione permette di dare un nome alla sagoma ripresa dalle telecamere. Poi prende un treno verso Piacenza, viene fatto scendere a Fiorenzuola perché molesto e senza biglietto, identificato di nuovo e rilasciato dai carabinieri, che in quel momento non hanno ancora l’alert di ricerca per l’omicidio. Riparte. Arriva a Milano Rogoredo. Poco dopo le telecamere lo riprendono in piazza Duca d’Aosta, all’uscita della stazione Centrale milanese. Sempre in transito. Sempre armato. A mezzanotte e un quarto prende il tram della linea 4, quello che lo porta al Niguarda. Si riposa. Prende fiato. Poi parte per Desenzano. Quando viene fermato ha con sé due coltelli. Due strumenti compatibili con una vita passata a collezionare armi bianche e a uscire indenne da ogni controllo. Ora quelle lame verranno analizzate per accertare se abbia tenuto con sé l’arma del delitto. Se una delle due è la stessa che ha colpito alle spalle il capotreno. Al momento, spiegano gli investigatori, il movente non è stato individuato. La Procura di Bologna, però, gli contesta l’omicidio volontario con due aggravanti: aver agito per motivi abietti e aver commesso il fatto all’interno o nelle immediate adiacenze di una stazione ferroviaria (quest’ultima è stata introdotta lo scorso anno, proprio per rafforzare la tutela negli scali ferroviari). Una norma pensata per fermare chi trasforma le stazioni in territori di caccia. L’udienza di convalida del fermo sarà fissata a Brescia. Poi il pm di Bologna Michele Martorelli affiderà l’autopsia al medico legale Elena Giovannini. A raccontare il momento del fermo è il questore di Brescia Paolo Sartori: «Il suo atteggiamento aveva insospettito la pattuglia della polizia di Stato che lo ha individuato e fermato nelle vicinanze della stazione di Desenzano». Jelenic non aveva uno smartphone. Durante la fuga, però, avrebbe chiesto in prestito cellulari a diverse persone e contattato utenze croate, ora al vaglio degli investigatori. Ma non è tanto la nonchalance con la quale dopo il delitto è riuscito a spostarsi per mezza Italia a sorprendere. È la facilità con cui, per anni, ha continuato a girare armato senza che nessuno riuscisse a fermarlo. Il suo passato è zeppo di avvenimenti che avrebbero dovuto permettere di renderlo inoffensivo. Pendeva un ordine di allontanamento emesso dal prefetto di Milano, dopo che il 22 dicembre era stato sorpreso con un coltello in via Scheiwiller, in zona Corvetto. Avrebbe dovuto lasciare il territorio nazionale entro dieci giorni. E i controlli di questo tipo sono una costante nel recente passato di Jelenic. Dal 2023 è stato fermato e denunciato almeno cinque volte per porto illegale di coltelli. Alcuni procedimenti sono finiti archiviati per la speciale tenuità del fatto. A giugno 2025, a Bologna, viene controllato di nuovo: i carabinieri gli sequestrano un cutter e un astuccio con 20 lame. Un kit da killer tascabile. Sempre a Bologna ma il 3 dicembre scorso viene fermato di nuovo con un coltello in tasca. A Milano semina terrore in un condominio con un coltello da cucina. E alla fine a suo carico risulta una sola condanna (ma con pena sospesa) per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni a Vercelli. Sempre a piede libero. Negli ultimi giorni di dicembre si trova a Pavia. Il 30 dicembre le forze dell’ordine lo fermano con un coltello di 24 centimetri. Sequestro, denuncia, poi di nuovo libero. Alcuni automobilisti riferiscono di averlo visto anche nei giorni precedenti, nella zona di piazza Minerva. La stazione di Pavia è una delle tappe abituali dei suoi continui spostamenti in treno. C’è poi un episodio a Udine, il 18 ottobre. Un supermercato messo sottosopra dopo che Jelenic viene scoperto a nascondere birre nello zaino. Lattine lanciate contro una bilancia, calci contro gli espositori. Quando arrivano i carabinieri viene ammanettato. Prima di uscire sputa contro un dipendente. Il titolare decide di non denunciare: «Mi avevano detto», ammette, «che non avrebbero potuto fare nulla». Ore dopo torna di nuovo nelle vicinanze del supermercato. Ancora libero. Per anni ha attraversato indenne (ma armato) stazioni e città. Fino a quando uno di quei coltelli non ha smesso di essere un «fatto di lieve entità» e ha prodotto un morto. Solo a quel punto l’uomo che nessuno era riuscito a fermare non ha continuato a essere un inarrestabile.
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