Probabilmente tanti degli attuali parlamentari, non avendola vissuta, non hanno sufficiente consapevolezza di come sia avvenuto e di che cosa abbia comportato la legalizzazione dell’aborto, da un punto di vista sia, ovviamente, giuridico, sia sociale e sociologico. Il tutto, oltre che per l’iter che condusse, subdolamente, alla sua frettolosa approvazione, anche e soprattutto per le sue conseguenze devastanti.
Infatti essa - figlia della cultura del liberalismo solipsista «radicale», basata sull’individualismo utilitarista che conduce al darwinismo sociale e alla cultura dello scarto - finisce, entro un circolo che si autoalimenta, a far da volano a sua volta a tale prospettiva, i cui nefasti effetti si vanno sempre più palesando sia in campo giuridico che sociale-sociologico, etico ed economico.
Senza una tale consapevolezza da parte dei parlamentari in parola, diversamente, non si giustificherebbe tanta fretta nel portare a breve all’esame dell’aula una proposta il cui esito molto probabilmente sarà la legalizzazione del suicidio assistito, in presenza dei requisiti indicati dalla Consulta (sentenza 242/2019).
Non si giustificherebbe perché una legge di tal fatta non è urgente, non è necessaria, genera conseguenze dannose e capovolge il senso del diritto.
Non è urgente, come si evince da «L’attività della Corte nel 2019», in cui Marta Cartabia, presidente della stessa Consulta, afferma: la Corte «individua nella legislazione vigente una risposta costituzionalmente adeguata, anche se non obbligata, applicabile in via transitoria fintanto che il legislatore non reputi opportuno mettere mano alla riforma legislativa che resta pur sempre nella sua discrezionalità attivare nell’an, nel quando, nel quomodo».
Perché allora, in luogo di una corsa del tutto ingiustificata, viste le altre pressanti esigenze del Paese e attesa la particolare delicatezza della materia, non si dà corso a una sperimentale applicazione transitoria, che consentirebbe di correggere eventuali storture emerse nel suo percorso?
Come se non bastasse, la proposta di legge in esame non è nemmeno necessaria, perché la citata sentenza della Corte costituzionale è autoapplicativa, può cioè trovare immediata attuazione, senza alcuna modifica normativa (sul tessuto normativo ha infatti inciso già la stessa Corte).
Entra qui in gioco la fondamentale funzione del giudice del procedimento penale (per il reato ex art. 580 cp), cui spetta un «controllo serio e sostanzialmente “restrittivo” sull’esistenza dei requisiti condizionanti la non punibilità» e sul fatto che la loro sussistenza «sia stata oggetto di verifica da parte di strutture pubbliche del servizio sanitario nazionale e che sia stato acquisito il parere del Comitato etico territorialmente competente su tutte le circostanze e la dinamica del fatto» (Servizio studi della Corte costituzionale, febbraio 2021).
Mi pare evidente il rischio, volendo legiferare sul punto, di generare una sorta di bulimia legislativa, già avviata con la legge 219/2017 (Dat), destinata a burocratizzare il rapporto medico-paziente, a beneficio di una medicina di Stato sempre più disumana, meccanicistica, basata sulla mera proceduralizzazione! Lo comprova «la circostanza che, negli ordinamenti giuridici ove si legalizzano l’eutanasia o si approva il testamento biologico, la manifestazione del consenso informato è soggetta a procedure laboriose e formalistiche, di regola gestite da organi pubblici» (P. Moro, Dignità umana e consenso all’atto medico, p. 142)
Ma, soprattutto, una legislazione in materia sarebbe foriera di conseguenze assai dannose. Ce lo insegnano i Paesi in cui il suicidio assistito è legge (per esempio Canada e Paesi Bassi), nei quali, aperto il pertugio relativo ai casi limite, esso si è trasformato in voragine, al punto che oggi viene spesso richiesto anche da chi soffre di depressione o semplicemente da chi ritiene di sentirsi di peso (altro effetto indotto di legislazioni di tal fatta).
Ce lo insegna la legalizzazione dell’aborto, i cui esiti, nella sola Italia, sia in termini di vite umane sia di aumento della cultura dello scarto, sono evidenti a tutti. In tal modo, un fatto che è socialmente disdicevole diviene socialmente accettato, finanche doveroso. E così si mutano il modo di pensare delle persone e dei popoli e i criteri del giudizio morale e giuridico.
Mi pare evidente che i passaggi attraverso i quali si opera, surrettiziamente, tale stravolgimento etico, possono riassumersi mediante la normalizzazione, in un crescendo evidente: a) il suicidio non va punito; b) deve essere legittimato giuridicamente; c) deve essere assicurato dal servizio sanitario; d) è un diritto; e) è moralmente accettabile. Analogamente per l’eutanasia. Così il male è chiamato bene e il bene male.
In tal modo operando, viene capovolto anche il senso del diritto. Con la sua funzione antropologica, quale strumento di tutela dei deboli, il diritto educa al senso del limite. E il limite per eccellenza è la dignità, che è unica e incommensurabile per ogni essere umano, indipendentemente dal fatto che sia sano o malato. Quando, malato o sfigurato, è più difficile vederne la dignità, deve entrare in gioco il diritto, tutelando il debole, talora anche da sé stesso.
Una legge che legalizzasse il suicidio assistito trasformerebbe il diritto da custode del limite a sostegno dell’autodeterminazione dell’uomo che non accetta limiti. E la dignità non sarebbe più coessenziale alla natura dell’uomo, bensì alla sua capacità di autodeterminarsi.
Si perde così il significato del limite, che non è ostacolo bensì - sulla scorta dell’antico mito delle Parche (le sole autorizzate a recidere il filo della vita) - monito che vi è qualcosa di indisponibile sia per il singolo sia per la collettività, che ci pone la domanda su cosa è lecito fare.
Perché non si legifera invece in positivo, riaffermando il favor vitae che pervade la nostra Costituzione e approntando un sistema organico di accoglienza, cura, assistenza, riabilitazione per i più fragili, a partire da cure palliative spalmate sull’intero territorio nazionale?
Così si fece come Mpv nel 1977, in tema di vita nascente, con una legge di iniziativa popolare (1.200.000 firme in un mese!), che fu bloccata solo a causa della corsia preferenziale assicurata alla legge 194/78. È in gioco il grado di civiltà del nostro Paese.
Si avverte un’aria di stanca nel panorama che fa da sfondo alla campagna elettorale per le elezioni amministrative. Scarsa motivazione in parecchi candidati, molti dei quali recuperati sul filo di lana solamente per completare la lista; sfiducia nell’efficacia dell’incarico di consigliere comunale alla luce di una disciplina eccessivamente accentratrice in capo alla giunta e al sindaco dei reali poteri decisori; concorrenza spietata tra i candidati; fiorire di liste di ogni tipo, ecc…
Non era certo questo il clima che vide sorgere i municipi! Bensì quello di una convinta fiducia nella capacità, tutta umana, e nel bisogno, tutto politico, di autogoverno per il bene comune.
Prima ed originalissima espressione di ente territoriale sgorgato dall’effervescente realtà sociale e relazionale del Medioevo, nati per dare forma di organizzazione pubblica a quel bisogno, divenuto via via impellente a seguito della dirompente crescita delle attività produttive, ma anche delle arti, i Comuni - così denominati perché gestione, appunto, in comune della cosa pubblica - esigevano per ciò stesso la partecipazione dei cittadini.
Animava i cittadini comunali, cioè, un afflato politico che, se prendeva origine anche da interessi corporativi, si faceva anche carico del bene non strettamente materiale della comunità.
Già Cicerone, del resto, includeva nel bene comune non solo le res, le cose materiali, ma pure i valori morali, mentre Aristotele indicava nella giustizia il fine primario della politica. Ancora, il laico anticattolico Kant era solito sostenere che «la politica non può fare neanche un passo senza la morale». Cioè senza valutare cosa è bene e cosa è male per il bene comune.
Allora aveva ragione lo spagnolo Salvador de Madariaga y Rojo, antifranchista, scrittore, docente universitario, quindi ex ministro (dopo la caduta della dittatura), cui si attribuisce l’affermazione per cui «gubernar no es asfaltar». Non certo per sminuire il prezioso lavoro di più stretta amministrazione che pur compete alla politica, quale può essere la necessaria attenzione a strade, acquedotti, fognature, quanto per rimandare a qualcosa «che viene prima» il servizio alla cosa pubblica.
Sono infatti in gioco le radici stesse dell’uomo: la sua identità, il suo bisogno di senso e di riconoscimento, l’inizio e la fine della vita, la maternità, la sofferenza, la malattia, ecc…
Non pare pertanto più possibile oggi, a fronte dell’oggettivazione dell’essere umano, abbandonare la prospettiva umanistica e il suo nesso con la questione biopolitica. Sarebbe come un «propter vitam vivendi perdere causas»! Quindi anche l’impegno in consiglio comunale può (e dovrebbe...) costituirsi intorno all’anzidetto orizzonte antropologico.
Ciò richiede, per il perseguimento del bene comune, che l’istanza del personalismo entri prepotentemente ad illuminare pure il campo della gestione meramente amministrativa dei municipi. Del resto, a ben riflettere, anche il minimo lavoro di manutenzione stradale, per fare solo un esempio, presuppone un’idea di bene, di miglioramento, avente una concezione antropologica quale presupposto.
A maggior ragione, riservare un capitolo di bilancio per sostenere la famiglia naturale nei propri compiti educativi o stanziare fondi per garantire le cure palliative, ovvero sostenere concretamente le gestanti in difficoltà nell’accogliere il figlio, o ancora istituire la Giornata per la vita nascente, configurano non solo un concreto sostegno alla famiglia e alla vita fragile, ma offrono un contributo importante alla cultura dell’umano, alimentando la riflessione e il dibattito su questioni fondamentali e innescando un circolo virtuoso di pensiero e di azione.
Non è un caso, del resto, che la Costituzione disegni un impianto istituzionale fondato primariamente sui corpi intermedi, primi tra tutti la famiglia naturale e i comuni, vuoi per il significato alto e insostituibile delle loro funzioni ed origini, vuoi per il prezioso servizio che rappresentano e hanno rappresentato per il bene comune.
I dati continuano a parlare chiaro: 380.000 nati nel 2023, cioè un -3,8% rispetto all’anno precedente, che aveva già visto i decessi più che raddoppiare sulle nascite. Con un’annotazione curiosa: l’Italia ha visto più nati nel 1943 (in pieno conflitto mondiale) che nel 2023! Pare emergere piuttosto evidente l’immagine di un Paese meno vitale e creativo, meno disposto all’innovazione e, soprattutto, gravante sulle future generazioni in termini pesanti; per l’aumento della spesa sanitaria, sociale e pensionistica (visto il sempre più alto numero di anziani), per la contrazione dei posti di lavoro, per l’abbandono dei piccoli Comuni. Ma, soprattutto, è dietro l’angolo il preoccupante impoverimento del tessuto relazionale, specie nei rapporti tra generazioni diverse, la conseguente povertà educativa, la solitudine degli anziani. E, a questo punto, dei bambini.
Svariate sono le cause: economiche, lavorative, affettive, sociali. Ma la più emergente e, a mio parere, rilevante, risulta essere quella culturale. Sta prevalendo la propensione a zero figli, esito di una cultura individualistico-consumistica, più propensa alla gratificazione immediata che a un progetto a lungo termine, come quello di generare ed educare un figlio.
Eppure la trama nebulosa della deriva demografica può ancora essere perforata da raggi di luce capaci di avviare un’inversione di tendenza. Perché è in primo luogo una questione di sguardo. È la capacità, prevalentemente femminile, di «vedere» il bambino non ancora nato in tutta la sua umanità, nonostante condizionamenti culturali e materiali prevalenti. È privilegio esclusivamente femminile quell’abbraccio, lungo nove mesi, tra gestante e figlio, posto a servizio dell’intera umanità. È la forza della vita nascente, così ricca di umanità e di speranza, che da sempre ha fatto sbocciare nelle gestanti in difficoltà la voglia di accogliere il figlio.
Lo sguardo che rivolgo all’altro dice della mia umanità. È l’impegno per rifondare l’idea dei diritti umani, la molla per un’azione strategica a servizio della vita umana, a partire da quella nascente. Dobbiamo quell’impegno a noi stessi ma, soprattutto, alle future generazioni. Dobbiamo sperare in una classe politica che, superando il piccolo cabotaggio, sia capace di guardare lontano. Solo la politica ha gli strumenti per affrontare le svariate difficoltà che alimentano l’inverno demografico e invertire positivamente la tendenza.
Per questo chiediamo al Parlamento di istituire la Giornata della vita nascente (sono già depositate varie proposte di legge), quale occasione di sereno confronto e di salutare dibattito, al fine di alimentare quella cultura per la vita che, nel rispetto di ogni persona, possa generare un clima di progresso per il bene dell’intero Paese. Ecco la ragione per la quale si svolgerà domani, sabato 23 marzo, a Modena, dalle 16 alle 18, il Festival per l’istituzione della Giornata della vita nascente, proposto annualmente dalla rete delle associazioni costituita all’uopo.
È un dovere morale, politico e sociale promuovere la vita cui non possiamo sottrarci, né con la mente, né con il cuore.





