True
2025-11-11
Tutti rottamano l’allarme clima ma continuiamo a strapagarlo
Bill Gates (Ansa)
Ormai, salvo appunto i fanatici di cui sopra, è difficile trovare qualcuno che sia disponibile a difendere la lotta alle emissioni di CO2 così come è stata portata avanti finora. Persino i grandi media, fino all’altro giorno impegnati nella caccia al «negazionista climatico», ora mostrano una evoluzione positiva. La Bbc, che già vive un momento piuttosto complicato su altri e ben noti fronti, ha annunciato una inchiesta interna che sarà utile a verificare l’imparzialità dell’informazione fornita sui temi green, scelta che fa presagire un riassestamento della linea editoriale.
Pure il Corriere della Sera, solitamente restio a distaccarsi dalle narrazioni dominanti, ieri ha pubblicato un sorprendente editoriale di Danilo Taino al sapor di retromarcia. «Forse l’umanità non si sta estinguendo», ha attaccato la grande firma di via Solferino. «Vedremo cosa ne pensano le oltre 50.000 persone e i rappresentanti dei governi che da oggi al 21 novembre si riuniscono in Brasile per la Cop30 sui cambiamenti del clima. L’impressione è che, rispetto alle precedenti 29 conferenze, molto stia cambiando nella conversazione sul tema: la previsione che la vita sulla Terra rischi di finire a causa delle emissioni di gas a effetto serra è sempre meno condivisa e le misure prese negli anni scorsi per contenere l’aumento della temperatura del pianeta, costose e dai risultati modesti, trovano sempre più opposizioni. L’allarmismo che ha caratterizzato a lungo la stagione della lotta al climate change è in esaurimento».
Già, l’allarmismo è in esaurimento, come se si trattasse di un fenomeno naturale e non indotto e supportato per anni dalla grande stampa, Corriere compreso. Nell’abbracciare la nuova «tendenza Gates», Taino sembra piuttosto preoccupato dalle ricadute politiche dei deliri green: «Certe misure - elettrificazione del settore auto per i francesi, obbligo delle pompe di calore per i tedeschi, decarbonizzazione estrema per gli inglesi, divieti di trivellazione per gli americani - hanno aumentato parecchio i consensi dei populisti», scrive. «Sono state viste come politiche gradite soprattutto dalle élite e penalizzanti per i più poveri. In Europa, si sono fatte scelte che oggi anche molti di coloro che le avevano sostenute giudicano sbagliate o troppo anticipate. Il Green Deal, per esempio, ha suscitato reazioni in passato e oggi è in via di non facile revisione da parte della Commissione Ue sulla spinta di più di un governo, proprio a causa dei suoi costi in particolare per le imprese. L’abbandono del nucleare a favore di un piano massiccio per le energie rinnovabili nella Germania di Angela Merkel ha accentuato la dipendenza dell’economia tedesca dal gas di Putin. Le scelte della Ue che hanno stabilito l’obbligo di finire nel 2035 la produzione di motori a combustione interna per passare al tutto elettrico nel settore auto sono oggi criticate, e probabilmente verranno modificate, dopo che l’un tempo glorioso settore auto europeo è entrato in una fase di confusione, a favore dei produttori cinesi».
Benché in via Solferino fatichino ancora a riconoscerlo, tutti i problemi sopra elencati esistono, sono reali e non frutto di una visione populista che va guadagnando terreno. Che il green deal sia stato un disastro per le imprese europee lo sostengono le imprese stesse, e molti fra i più autorevoli osservatori del settore. I partiti cosiddetti populisti, semmai, sono stati tra i primi ad affrontare la questione di petto, guadagnandone in consenso.
Comunque sia, meglio tardi che mai: il cambiamento di rotta dei media è senz’altro un elemento estremamente positivo. Il vero problema, adesso, è rappresentato soprattutto dai governanti europei. Nonostante infatti sia chiaro a tutti che le politiche verdi ci hanno enormemente danneggiato, sembra che nell’Unione si voglia continuare a ogni costo a battere il sentiero suicida. Non molti giorni fa, lo abbiamo raccontato, il Financial Times ha svelato che la Commissione Ue sta pensando a una nuova tassa sulle emissioni dei carburanti per caldaie domestiche, impianti industriali e automobili che dovrebbe entrare in vigore entro il 2027. Insomma, da un lato le evidenze sui disastri causati dall’ossessione climatica sono difficilmente negabili e vanno aumentando. Dall’altro però esse si scontrano con l’ottusa resistenza dell’ideologia green che ancora infetta troppi decisori. Un contrasto manifestatosi con cristallina chiarezza ieri nelle parole del ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin. Tutto soddisfatto, durante la conferenza stampa sulla Cop30, ha spiegato che «l’Italia ha superato l’obiettivo fissato dal G20: il contributo italiano alla finanza per il clima è passato da 838 milioni di euro nel 2023 a 3,44 miliardi nel 2024». Capito? Il ministro si vantava di come l’Italia abbia dovuto sottostare ai diktat verdi. Peccato che Giorgia Meloni, più o meno nello stesso momento, in un messaggio inviato all’incontro di Federacciai a Bergamo, abbia spiegato l’importanza di smontare la retorica climatica. «Abbiamo compiuto passi importanti per superare quel dogmatismo ideologico che ha messo in ginocchio le nostre imprese e i nostri lavoratori», ha detto il premier. «Ovviamente non ci accontentiamo e continueremo a lavorare in questa direzione, così come non smetteremo di fare la nostra parte per difendere la produzione europea di acciaio». Meloni ha detto che «grazie al gioco di squadra con altri nove governi europei di differenti colori politici, non abbiamo solo apportato modifiche significative alla proposta di revisione della Legge Clima ma abbiamo posto le basi per correggere altre storture».
Tutto ciò è decisamente surreale: mentre il capo del governo si danna per porre un argine ai disastri dovuti alle ecofollie europee, il ministro dell’Ambiente resta prono al discorso dominante. E resta tale perché questo è l’atteggiamento obbligato negli incontri internazionali e in Europa: il green è un fallimento totale, ma smontarne l’impalcatura è impresa titanica. Cambia idea Bill Gates, cambiano idea pure le pietre, ma l’Ue tiene la barra dritta verso lo stesso obiettivo: distruggere i popoli in nome dell’ambiente.
Continua a leggereRiduci
Solo pochi fanatici si ostinano a sostenere le strategie che ci hanno impoverito senza risultati sull’ambiente. Però le politiche green restano. E gli 838 milioni versati dall’Italia nel 2023 sono diventati 3,5 miliardi nel 2024.A segnare il cambiamento di rotta, qualche giorno fa, è stato Bill Gates, niente meno. In vista della Cop30, il grande meeting internazionale sul clima, ha presentato un memorandum che suggerisce - se non un ridimensionamento di tutto il discorso green - almeno un cambio di strategia. «Il cambiamento climatico è un problema serio, ma non segnerà la fine della civiltà», ha detto Gates. «L’innovazione scientifica lo arginerà, ed è giunto il momento di una svolta strategica nella lotta globale al cambiamento climatico: dal limitare l’aumento delle temperature alla lotta alla povertà e alla prevenzione delle malattie». L’uscita ha prodotto una serie di reazioni irritate soprattutto fra i sostenitori dell’Apocalisse verde, però ha anche in qualche modo liberato tutti coloro che mal sopportavano i fanatismi sul riscaldamento globale ma non avevano il fegato di ammetterlo. Uscito allo scoperto Gates, ora tutti possono finalmente ammettere che il modo in cui si è discusso e soprattutto si è agito riguardo alla «crisi climatica» è sbagliato e dannoso.Ormai, salvo appunto i fanatici di cui sopra, è difficile trovare qualcuno che sia disponibile a difendere la lotta alle emissioni di CO2 così come è stata portata avanti finora. Persino i grandi media, fino all’altro giorno impegnati nella caccia al «negazionista climatico», ora mostrano una evoluzione positiva. La Bbc, che già vive un momento piuttosto complicato su altri e ben noti fronti, ha annunciato una inchiesta interna che sarà utile a verificare l’imparzialità dell’informazione fornita sui temi green, scelta che fa presagire un riassestamento della linea editoriale.Pure il Corriere della Sera, solitamente restio a distaccarsi dalle narrazioni dominanti, ieri ha pubblicato un sorprendente editoriale di Danilo Taino al sapor di retromarcia. «Forse l’umanità non si sta estinguendo», ha attaccato la grande firma di via Solferino. «Vedremo cosa ne pensano le oltre 50.000 persone e i rappresentanti dei governi che da oggi al 21 novembre si riuniscono in Brasile per la Cop30 sui cambiamenti del clima. L’impressione è che, rispetto alle precedenti 29 conferenze, molto stia cambiando nella conversazione sul tema: la previsione che la vita sulla Terra rischi di finire a causa delle emissioni di gas a effetto serra è sempre meno condivisa e le misure prese negli anni scorsi per contenere l’aumento della temperatura del pianeta, costose e dai risultati modesti, trovano sempre più opposizioni. L’allarmismo che ha caratterizzato a lungo la stagione della lotta al climate change è in esaurimento». Già, l’allarmismo è in esaurimento, come se si trattasse di un fenomeno naturale e non indotto e supportato per anni dalla grande stampa, Corriere compreso. Nell’abbracciare la nuova «tendenza Gates», Taino sembra piuttosto preoccupato dalle ricadute politiche dei deliri green: «Certe misure - elettrificazione del settore auto per i francesi, obbligo delle pompe di calore per i tedeschi, decarbonizzazione estrema per gli inglesi, divieti di trivellazione per gli americani - hanno aumentato parecchio i consensi dei populisti», scrive. «Sono state viste come politiche gradite soprattutto dalle élite e penalizzanti per i più poveri. In Europa, si sono fatte scelte che oggi anche molti di coloro che le avevano sostenute giudicano sbagliate o troppo anticipate. Il Green Deal, per esempio, ha suscitato reazioni in passato e oggi è in via di non facile revisione da parte della Commissione Ue sulla spinta di più di un governo, proprio a causa dei suoi costi in particolare per le imprese. L’abbandono del nucleare a favore di un piano massiccio per le energie rinnovabili nella Germania di Angela Merkel ha accentuato la dipendenza dell’economia tedesca dal gas di Putin. Le scelte della Ue che hanno stabilito l’obbligo di finire nel 2035 la produzione di motori a combustione interna per passare al tutto elettrico nel settore auto sono oggi criticate, e probabilmente verranno modificate, dopo che l’un tempo glorioso settore auto europeo è entrato in una fase di confusione, a favore dei produttori cinesi». Benché in via Solferino fatichino ancora a riconoscerlo, tutti i problemi sopra elencati esistono, sono reali e non frutto di una visione populista che va guadagnando terreno. Che il green deal sia stato un disastro per le imprese europee lo sostengono le imprese stesse, e molti fra i più autorevoli osservatori del settore. I partiti cosiddetti populisti, semmai, sono stati tra i primi ad affrontare la questione di petto, guadagnandone in consenso. Comunque sia, meglio tardi che mai: il cambiamento di rotta dei media è senz’altro un elemento estremamente positivo. Il vero problema, adesso, è rappresentato soprattutto dai governanti europei. Nonostante infatti sia chiaro a tutti che le politiche verdi ci hanno enormemente danneggiato, sembra che nell’Unione si voglia continuare a ogni costo a battere il sentiero suicida. Non molti giorni fa, lo abbiamo raccontato, il Financial Times ha svelato che la Commissione Ue sta pensando a una nuova tassa sulle emissioni dei carburanti per caldaie domestiche, impianti industriali e automobili che dovrebbe entrare in vigore entro il 2027. Insomma, da un lato le evidenze sui disastri causati dall’ossessione climatica sono difficilmente negabili e vanno aumentando. Dall’altro però esse si scontrano con l’ottusa resistenza dell’ideologia green che ancora infetta troppi decisori. Un contrasto manifestatosi con cristallina chiarezza ieri nelle parole del ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin. Tutto soddisfatto, durante la conferenza stampa sulla Cop30, ha spiegato che «l’Italia ha superato l’obiettivo fissato dal G20: il contributo italiano alla finanza per il clima è passato da 838 milioni di euro nel 2023 a 3,44 miliardi nel 2024». Capito? Il ministro si vantava di come l’Italia abbia dovuto sottostare ai diktat verdi. Peccato che Giorgia Meloni, più o meno nello stesso momento, in un messaggio inviato all’incontro di Federacciai a Bergamo, abbia spiegato l’importanza di smontare la retorica climatica. «Abbiamo compiuto passi importanti per superare quel dogmatismo ideologico che ha messo in ginocchio le nostre imprese e i nostri lavoratori», ha detto il premier. «Ovviamente non ci accontentiamo e continueremo a lavorare in questa direzione, così come non smetteremo di fare la nostra parte per difendere la produzione europea di acciaio». Meloni ha detto che «grazie al gioco di squadra con altri nove governi europei di differenti colori politici, non abbiamo solo apportato modifiche significative alla proposta di revisione della Legge Clima ma abbiamo posto le basi per correggere altre storture». Tutto ciò è decisamente surreale: mentre il capo del governo si danna per porre un argine ai disastri dovuti alle ecofollie europee, il ministro dell’Ambiente resta prono al discorso dominante. E resta tale perché questo è l’atteggiamento obbligato negli incontri internazionali e in Europa: il green è un fallimento totale, ma smontarne l’impalcatura è impresa titanica. Cambia idea Bill Gates, cambiano idea pure le pietre, ma l’Ue tiene la barra dritta verso lo stesso obiettivo: distruggere i popoli in nome dell’ambiente.
Un passaggio del servizio andato in onda ieri a Fuori dal coro su Rete 4
Il servizio andato in onda ieri sera nella trasmissione di Mario Giordano, Fuori dal Coro, ci ha mostrato un caso che non è l’unico ma forse è una prassi messa in atto in molte zone del nostro Paese. A raccontare uno spaccato inquietante sul tema immigrazione, a telecamere nascoste, è stato Davide Ghebrial, responsabile di un Caf a Sesto San Giovanni, in provincia di Milano, che pubblicizza anche sui social la sua florida attività perché vero intenditore dei documenti e dell’iter per un permesso di soggiorno.
L’uomo, di origini egiziane, è infatti un esperto di «pratiche» per portare in Italia immigrati clandestini con l’aiuto di pseudo imprenditori compiacenti che dietro laute mazzette garantiscono una «falsa assunzione». In sostanza l’elegante Ghebrial, con tanto di ufficio su due piani e segretaria all’ingresso, è un boss dei permessi per far venire in Italia chiunque alla modica, si fa per dire, cifra di 12.500 euro totali ovvero, 10.000 al falso imprenditore e 2.500 li intasca lui. Il losco giro d’affari sarebbe adottato non soltanto nel Centro di assistenza fiscale del servizio andato in onda su Rete 4, ma anche in altri della zona milanese e non solo.
Sui social Ghebrial si autopromuove parlando del «successone nel 2025 perché ci sono stati più di 130 nulla osta per immigrati richiesti dal nostro ufficio». Al giornalista Francesco Leone di Fuori dal Coro, a telecamera nascosta, con tono amichevole e sincero, Ghebrial parla della pesante tangente per far arrivare illegalmente un immigrato in Italia spiegando: «Ci sono datori di lavoro che lo fanno ma per meno di 10.000 euro non lo fa nessuno». Bastano 2.000 euro di acconto e parte la pratica, poi quando arriva il permesso di soggiorno al Caf si paga il saldo. Oltre a rimanere ignoti, gli imprenditori di cui Ghebrial si fida ciecamente, non sono neanche tanto imprenditori visto che nel caso televisivo si tratta di una famiglia con un bambino di 6 anni e allora «si fa la richiesta per baby sitter o lavoro domestico». Un iter che serve solo per il permesso, poi, ovviamente, l’immigrato non avrà affatto un lavoro ma dovrà cercarselo.
Tutto chiaro dunque come funziona il sistema di permessi illegali messi in piedi dai Caf e da Davide Ghebrial che a telecamere palesi è letteralmente scappato per raggiungere la sua auto e sparire. Dopo la scampata strage di sabato nel centro storico di Modena a causa del gesto criminale di Salim El Koudri, trentunenne marocchino di seconda generazione, che ha lanciato la sua auto a folle velocità contro la folla, subito si è detto che l’uomo avrebbe problemi psichici anche se veniva descritto come «un ragazzo normale». Quindi nessuna radicalizzazione, niente terrorismo, soltanto rabbia e disagio per una integrazione promessa mancata nella rossa Emilia-Romagna. E allora forse il fallimento dell’accoglienza indiscriminata, caldamente sostenuta dalla sinistra, che ha sempre preferito chiudere gli occhi davanti l’illegalità a vari livelli, compresa quella degli immigrati verso gli immigrati con la mazzetta sui permessi di soggiorno ben denunciata ieri sera in tv da Giordano.
Il sindaco di Modena, Massimo Mezzetti, ci ha tenuto a sottolineare che a fermare El Koudri, che sceso dall’auto ha tentato la fuga, «c’erano anche egiziani e quindi non bisogna generalizzare, bisogna riconoscere il pericolo attentatori ma ci sono molti avvoltoi che invece di unire la comunità alimentano odio e rancore. No alla deriva di sciacallaggio».
Continua a leggereRiduci
Milano, la parata per lo scudetto dell'Inter (Ansa)
Tragedia in bianco e nero per la Signora. Lo racconta la penultima giornata di campionato, mutuando i colori sociali della più blasonata squadra sabauda, protagonista di una prestazione incolore in casa contro la Fiorentina: ha perso 2-0. Sesti in classifica, i ragazzi di Spalletti vedono l’obiettivo Champions lontanissimo. Sorride il Napoli di Conte: il 3-0 sul Pisa lo consegna aritmeticamente alla massima competizione europea. Il derby capitolino elegge Mancini eroe di giornata e celebra i giallorossi vittoriosi per 2-0. Con 70 punti, la Roma è appaiata al quarto posto assieme al Milan, terzo. Gli uomini di Allegri espugnano lo stadio Marassi, 2-1 sul Genoa, e come i romanisti accarezzano il traguardo Champions. Ma il miracolo è del Como, vincente in casa con il Parma e positivo contraltare della Juventus: come gli juventini, i lariani sono già in Europa League, ma per loro è un traguardo storico, e all’ultima giornata possono ancora puntare alla gloria continentale più alta. Ma si diceva della Juve. Il disastro comincia al minuto 34, quando Di Gregorio si fa infilare dal viola Ndour, bravo a capitalizzare l’imbeccata di Solomon. Al settantesimo Dusan Vlahovic segna, ma è in fuorigioco. Fino a quando Mandragora non compie un capolavoro balistico, piazza la sfera all’incrocio e raddoppia. Le speranze al lumicino di Spalletti di andare in Champions sono appese al derby col Torino e ai risultati delle concorrenti. Intanto su Napoli il cielo si rasserena. Il Pisa era già retrocesso, la pratica non era difficile. Già nel primo tempo, un destro preciso di McTominay e un gol di Rahnani decretano un doppio vantaggio. C’è tempo per il terzo gol allo scadere: lo realizza Hojlund. I partenopei centrano la Champions per la quarta volta nelle ultime cinque stagioni. Nel derby romano, i lupacchiotti di Gasperini celebrano un Gianluca Mancini in stato di grazia, realizzatore nei minuti 40 e 66. Nel primo tempo, la Lazio si mangia le mani. Un gol di Dia è annullato per fuorigioco e Gila con una sortita mette paura a Svilar. È la cinquantesima partita del portiere romanista senza subire reti. La Roma vince e, se si impone in settimana col Verona, torna a disputare l’ex Coppa Campioni. Stesso traguardo alla portata del Milan in versione «Ghostbuster», cacciatore dei fantasmi che infestano Milanello da troppo tempo e vincitore in casa del Genoa di Daniele De Rossi, romanista purosangue impegnato indirettamente a dare una mano al club in cui è cresciuto, ma senza successo. Il Diavolo segna al cinquantunesimo grazie a un retropassaggio tragicomico di Baldanzi. Nkunku è appostato, Bijlow lo abbatte e dal dischetto realizza lo stesso francese. Al minuto 81 raddoppia Athekame, e però c’è ancora tempo per il gol della bandiera di Vasquez. Quel ramo del lago di Como opposto alla sponda lecchese può sognare in grande. La compagine di Fabregas, dopo i pali colpiti da Baturina e Douvikas, sblocca la sfida col Parma al minuto 58, sfruttando un sinistro di Alberto Moreno. Gli emiliani pareggiano con Pellegrino, ma la posizione è irregolare. Già qualificati in Europa League, la trasferta contro la Cremonese stabilirà quale livello europeo competerà ai comaschi. Nel pomeriggio di ieri, il pareggio per 1-1 tra Inter e Hellas Verona ha scandito la festa del ventunesimo scudetto dei nerazzurri. Apre le marcature l’autorete di Edmundsson, chiude i conti lo scozzese Bowie, un cognome glamour che non stona nella musicalità dei festeggiamenti di San Siro. In classifica, l’Inter è prima con 86 punti, segue il Napoli con 73, Milan e Roma appaiate a 70, Como e Juventus a 68, Atalanta a 58. La Dea è qualificata per la Conference League. Nell’ultima disfida della stagione, toccherà a Milan, Roma, Como e Juve lo sprint finale per capire come collocarsi in Italia e in Europa.
Continua a leggereRiduci
iStock
La capitale catalana si appresta infatti a indossare l’abito delle grandi occasioni per un doppio appuntamento che la vedrà protagonista assoluta sulla scena mondiale: il centenario della morte di Antoni Gaudí e la storica partenza del Tour de France. Il 2026 non sarà solo una ricorrenza sul calendario, ma il momento in cui la profezia di pietra (la Sagrada Familia) di Gaudí troverà il suo compimento più alto. Designata dall’UNESCO come Capitale Mondiale dell’Architettura, Barcellona celebrerà l'architetto che ne ha forgiato l'identità con l'ultimazione della Torre di Gesù Cristo. Con i suoi 172,5 metri, questa guglia renderà finalmente la Sagrada Família l’edificio religioso più alto d’Europa, chiudendo un cerchio aperto oltre un secolo fa. Per l’occasione sarà Papa Leone XIV a celebrare, il 10 giugno, la messa e l’evento. La città diventerà così un museo a cielo aperto dove il Modernismo catalano non verrà solo commemorato, ma vissuto attraverso itinerari inediti e mostre che metteranno in dialogo le forme organiche del genio catalano con le più moderne sfide della sostenibilità urbana.
Tra le celebri opere del Maestro, lungo il Passeig de Gràcia, l’architettura si fa fiaba con Casa Batlló, la cui facciata evoca il leggendario drago di San Giorgio, e Casa Milà (La Pedrera), famosa per le sue curve sinuose che ricordano il movimento del mare. Oltre ai capolavori di Gaudí, il panorama culturale invita a scoprire istituzioni che raccontano l'anima poliedrica della città. Da un lato il Palau de la Música Catalana, capolavoro di Lluís Domènech i Montaner, dove la musica si fonde con il vetro e il ferro battuto in un trionfo di luce; dall'altro il MOCO Museum, che proietta Barcellona nel futuro dell'arte contemporanea ospitando le icone della pop art e della street art, da Warhol a Banksy, da Basquiat a Kusama.
Mentre gli occhi del mondo saranno rivolti verso le guglie della basilica e le sale dei musei, le strade vibreranno per un altro evento senza precedenti: il «Grand Départ» del Tour de France. Per la prima volta nella storia, la carovana gialla inizierà la sua corsa proprio tra i viali della metropoli catalana il 4 luglio. La «Grande Boucl» porterà con sé un’adrenalina che trasformerà il tessuto urbano in un palcoscenico globale, portando l'immagine di una città dinamica nelle case di milioni di telespettatori.
In questo fermento, l’esperienza del visitatore trova nei rooftop degli hotel della città il punto di osservazione privilegiato. Strutture iconich, come il raffinato Claris Hotel & Spa, celebre anche per la collezione d'arte al suo interno e la splendida terrazza con piscina e ristorante nel cuore dell'Eixample e il lussuoso Grand Hotel Central, nel cuore del Barrio Gótico (entrambi fanno parte della Small Luxury Hotels of The World), offrono terrazze spettacolari che sono ormai diventate vere oasi di lifestyle. Da questi tetti sarà possibile sorseggiare un cocktail ammirando gli ultimi ritocchi alla foresta di pietra della Sagrada Família o il serpentone colorato dei ciclisti che taglia le arterie cittadine. La cucina catalana è il filo rosso che lega queste esperienze. Dalla semplicità del pan con tomate (pane al pomodoro) alla complessità di una fideuà cucinata sulla spiaggia della Barceloneta, il cibo è un rito sociale imprescindibile. Molti degli hotel citati integrano questa tradizione con l’innovazione, portando i sapori della terra e del mare sui loro tetti. Gustare un bicchiere di cava (spumante) locale o un cocktail d’autore creato da mixology esperti mentre la brezza marina rinfresca la serata è l’essenza stessa del lifestyle barcellonese.
La Barcellona del 2026 si delinea quindi come il manifesto di un nuovo modo di intendere il turismo: un mix di altissimo profilo dove la memoria architettonica e l'impatto dei grandi eventi sportivi convivono armoniosamente sotto il cielo del Mediterraneo.
Per raggiungere la città catalana la compagnia aerea Vueling (www.vueling.com) offre decine di collegamenti al giorno da molti aeroporti italiani.
Info: www.spain.info; www.calunyexperience.it; per gli hotel www.slh.com.
Continua a leggereRiduci
Universal Pictures
Il dibattito inerente il film travalica il significato puramente cinematografico e si pone come vera e propria questione culturale. L’Odissea di Nolan appare come la grande epopea che avrebbe dovuto celebrare l’instaurazione del potere woke se avesse vinto Kamala Harris. Un’epopea il cui significato non consiste semplicemente nella «resa Netflix» di un racconto per come siamo stati abituati negli ultimi anni, con i promemoria gender e la cancel culture che sbucano in ogni vicenda storica, ma un’impresa ben più ideologicamente ambiziosa, un’impresa che consiste nel prendere uno dei testi fondanti la cultura occidentale e riscriverlo secondo i criteri dettati dal sistema dei «nuovi diritti».
L’Odissea di Nolan prevede che la parte di Elena di Troia, uno dei pochissimi personaggi descritti fisicamente da Omero e definita dall’appellativo «leukolenos» (dalle bianche braccia), più volte tratteggiata come «bionda», sia impersonata da Lupita Nyong’o, sconosciuta attrice keniana che oltre al ruolo di Elena fa anche quello di sua sorella Clitemnestra - altra forzatura di Nolan in quanto non vi è nessuna sovrapponibilità tra le due figure ma non scendiamo troppo in dettagli omerici. Il ruolo di Achille, l’eroe virile e guerriero, simbolo della forza e dell’eccellenza fisica, il semidio vulnerabile solo nel tallone, è stato affidato ad Ellen Page, l’attrice già utilizzata da Nolan in Inception che nel frattempo ha intrapreso un percorso di transizione sessuale chimica e chirurgica ed ora si presenta al pubblico come Elliot Page. Si tratta di una figura esilissima e dall’aspetto particolarmente fragile la cui scelta nel ruolo di Achille non può non essere apertamente provocatoria. Nella parte del bardo Demodoco, il cantore omerico che recita poesie epiche alla corte dei Feaci, è stato scelto il rapper afroamericano Travis Scott, unica scelta sulla quale lo stesso Nolan si è già pronunciato affermando che «il rap è l’equivalente moderno della poesia orale antica» con buona pace di tutte le considerazioni sull’«appropriazione culturale» che ci siamo sorbiti negli ultimi anni. La traduzione sulla quale Nolan si è basato per la resa cinematografica è quella di Emily Wilson, una sorta di Michela Murgia inglese che nel fornire una versione già ampiamente stroncata dai grecisti per palesi errori di traduzione, ha rivendicato l’uso militante dell’epica antica in chiave di «riscrittura dei ruoli sessuali e lotta al patriarcato».
Stabilito dunque che non andremo a vedere questo film, veniamo ora alla questione veramente interessante: perché un regista del peso di Christopher Nolan si assume un rischio economico e di carriera così alto dopo i fallimenti di The Marvels, Biancaneve, Lightyear, Strange World, Ghostbusters 2, Eternals, Charlie’s Angels e delle serie televisive The Acolyte (Star Wars), She-Hulk, Rings of Power, Velma, Willow, Batwoman, Cowboy Bebop, Santa Inc. e molti altri, per perdite stimate complessive delle «versioni woke», considerando tutto l’indotto, che si aggirano attorno ai dieci miliardi di dollari. La risposta immediata si trova nelle regole «inclusive» imposte dall’amministrazione Biden per chiunque voglia partecipare alla competizione per gli Oscar: a partire dal 2020, infatti, l’Academy ha lanciato gli «Standard di Rappresentanza e Inclusione» i quali richiedono che i film soddisfino almeno due di quattro criteri di diversità riguardanti razza, etnia, genere, orientamento sessuale e disabilità nei ruoli sullo schermo e nella squadra creativa. Un kolossal come l’Odissea non può certo pensare di essere escluso dalla corsa agli Oscar, seppure ormai l’effetto sia molto ridimensionato, e qualsiasi produzione pone come condizione la partecipazione alla gara per erogare i fondi. Ma questa ragione, sicuramente fondata, non è sufficiente per spiegare le quasi sicure perdite che potranno oscillare dall’ingente al catastrofico. Ancora una volta siamo di fronte all’enigma di Dylan Mulvaney, il trans che fu scelto come testimonial dalla birra Bud per portarla praticamente sull’orlo del fallimento.
Per comprendere queste dinamiche apparentemente assurde occorre ricordare il concetto leninista di «potenzialità rivoluzionaria dei conflitti» attorno al quale si fonda tutto il sistema di narrazione woke. Come stiamo assistendo in questi giorni il dibattito generato dall’Odissea di Nolan non è finalizzato a semplice «ragebait» o a strategie di marketing, in quanto le profondissime polarizzazioni di pubblico prodotte sono nemiche delle vendite; le evidenti e marcate provocazioni producono, invece, quell’insieme di scandalo, vittime e «discriminazioni» che giustificano l’esistenza di un apparato burocratico-ideologico il cui fine è estrarre dal corpo sociale la materia prima del risentimento e della spaccatura per alimentarsi e fornire servizi.
In pratica non esistono differenze sostanziali tra lo strame fatto dell’Odissea di Omero e le Ong di sinistra che finanziano o sostengono di nascosto gruppi come il Ku Klux Klan: entrambi creano o amplificano artificialmente il nemico necessario per giustificare la propria funzione, i propri finanziamenti e il proprio potere. Non si persegue la risoluzione ma la perpetuazione del conflitto senza il quale il Parastato gramsciano perderebbe la propria giustificazione esistenziale. Appare dunque chiaro che ogni forza produttiva, in questo caso l’industria cinematografica, può essere subordinata ai supremi interessi del Parastato. Dopodiché le perdite verranno accollate agli azionisti preservando così quell’assetto politico complessivo che ha scelto e collocato le figure apicali di quelle stesse aziende.
Continua a leggereRiduci