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2024-10-07
Quando lo stupro è un’arma di guerra
(Photo by Vuk Valcic/SOPA Images/LightRocket via Getty Images)
Lo stupro è una delle più atroci forme di violenza legate ai conflitti armati, un crimine che ha attraversato la storia delle guerre, dai tempi più remoti fino a oggi. Se un tempo le donne venivano considerate «bottino» di guerra, oggi la violenza sessuale è diventata parte di una strategia organizzata, una vera e propria arma impiegata per infliggere sofferenza e distruggere intere comunità. Il disegno di legge S.1135, promosso la scorsa estate dalla senatrice Susanna Donatella Campione (Fratelli d’Italia) e ampiamente sostenuto in Senato, mira a combattere questo orrore. Prevede pene severe e codifica la violenza sessuale durante i conflitti come crimine di guerra nel Codice penale italiano. Attualmente in discussione presso la seconda commissione permanente (Giustizia), il ddl rappresenta un passo cruciale nella lotta contro queste atrocità.
Il fenomeno aberrante dello stupro come arma di guerra, lungi dall’essere un’invenzione moderna, si radica profondamente nella storia, evolvendosi e adattandosi a seconda dei contesti bellici in cui è stato perpetrato, trasformandosi di volta in volta in strumento di sottomissione, vendetta o terrore. Nel corso dei secoli, le donne sono state spogliate della loro umanità, trattate come meri oggetti, trofei nelle mani dei vincitori e strumenti per infliggere umiliazione e devastazione ai nemici. Un esempio non troppo lontano nel tempo ci riporta agli orrori della Seconda Guerra Mondiale. Come documentato dagli storici, gli stupri di massa perpetrati dall’Armata Rossa nei territori occupati, e in particolare a Berlino, sono tra gli episodi più tragici della storia contemporanea. In poche settimane, nella sola capitale tedesca, oltre centomila donne di tutte le età furono brutalmente violentate.
Il genocidio in Ruanda del 1994, considerato una delle tragedie più devastanti del XX secolo, fu caratterizzato dall’uso sistematico della violenza sessuale come arma contro l’etnia tutsi. I principali autori di queste atrocità furono le forze militari e paramilitari hutu, tra cui le Forze armate ruandesi (Far), la milizia Interahamwe, e persino civili hutu. Centinaia di migliaia di donne furono violentate in modi inenarrabili, con l’intento di infliggere umiliazione, causare danni psicologici e fisici duraturi per distruggere completamente l’identità tutsi. Molte di queste aggressioni miravano anche a far nascere figli che fossero il simbolo della sconfitta della popolazione tutsi. Questo orrore si è poi esteso al conflitto nella Repubblica Democratica del Congo, dove la violenza sessuale è stata impiegata su larga scala sia dai ribelli sia dalle forze governative come arma di terrore e strumento di controllo sociale.
In tutti questi casi, lo stupro non è stato solo un «danno collaterale» o il frutto di una violenza incontrollata, ma una tattica precisa per distruggere l’avversario, colpendo psicologicamente e socialmente le famiglie e le comunità. Questo quadro storico alquanto drammatico porta a riflettere su come, nei secoli, il corpo delle donne sia stato ridotto a «campo di battaglia», un simbolo da vandalizzare, da forze che vedono nella violenza sessuale un modo per marcare il territorio e infliggere un dolore che va oltre il fisico.
Se in passato lo stupro di guerra rappresentava un trofeo di conquista, oggi ha assunto una forma ancora più crudele e agghiacciante. La guerra in Ucraina ne è l’emblema: come evidenziato dai recenti rapporti delle Nazioni Unite, la violenza sessuale è diventata una delle armi utilizzate per terrorizzare, frantumare il tessuto sociale e spezzare la volontà di resistenza. Le donne ucraine, già devastate fisicamente e psicologicamente dal conflitto, sono state trasformate in bersagli di stupri premeditati, strumenti per infliggere terrore e punire intere comunità. Questi atti non si limitano a causare sofferenze immediate: il loro obiettivo è umiliare, disumanizzare e marchiare a fuoco l’anima di un popolo, lasciando cicatrici che segneranno intere generazioni.
Lo stesso schema si è tragicamente ripetuto nel brutale attacco sferrato da Hamas il 7 ottobre 2023 contro la comunità di Israele attorno alla Striscia di Gaza. In quell’orrore, la violenza sessuale è stata usata dai terroristi come parte della strategia bellica per distruggere prima i corpi, poi spezzare le menti e infine annientare l’anima stessa della comunità israeliana. Le donne, strappate alla loro umanità, sono state ridotte a strumenti di un odio insensato. Ma la violenza non ha risparmiato nessuno: anche gli uomini e i bambini sono stati travolti da una furia che, oltre a spezzare vite, ha voluto umiliare, distruggere, annientare. Le testimonianze raccolte nel «Rapporto speciale dell’Associazione dei centri antistupro in Israele» disegnano un quadro di stupri di gruppo, di corpi mutilati davanti agli occhi terrorizzati dei propri cari, di un sadismo spinto oltre ogni limite umano. Ciò che resta è un grido di dolore impossibile da cancellare. E le femministe? Non pervenute anzi, molto spesso si sono unite ai manifestanti pro Pal ed è a dir poco sconvolgente.
Il ddl S.1135, promosso dalla senatrice Campione, rappresenta una risposta decisa a queste barbarie. La legge prevede pene da otto a dodici anni di reclusione per chiunque commetta violenze sessuali durante i conflitti, estendendo la punibilità anche a casi di mutilazione degli organi genitali, sterilizzazione forzata e schiavitù sessuale. Un aspetto cruciale è l’introduzione di aggravanti per vittime minori di 14 anni o nei casi in cui la violenza sia parte di un piano di sottomissione di un gruppo etnico, religioso o linguistico. La legge non solo punisce, ma riconosce l’impatto devastante sui diritti umani, mirata a prevenire future atrocità.
Inserito nel contesto giuridico internazionale, segnato dagli sforzi della Corte penale internazionale e delle Nazioni Unite contro i crimini di guerra, il provvedimento italiano rafforza la capacità dello Stato di perseguire tali atrocità. Tuttavia, l’efficacia delle norme internazionali dipende spesso dalla loro applicazione a livello nazionale. Questa iniziativa legislativa consolida l’impegno dell’Italia nella lotta contro la violenza bellica, ponendosi come modello per altre nazioni.
Lo stupro come arma di guerra non è solo un attacco alla persona, ma alla donna, alla dignità umana e alla coesione sociale. Le guerre, purtroppo, continueranno a esistere, ma è necessario stabilire regole severe e inequivocabili per proteggere il corpo delle donne. Se approvato, questo ddl potrebbe diventare un simbolo di giustizia e speranza per le vittime di tutto il mondo.
I silenzi selettivi delle femministe
Vi è ancora un aspetto profondamente inquietante riguardo agli stupri di guerra: il silenzio di alcuni dei movimenti femministi più influenti, specialmente quando questi crimini si verificano in contesti geopolitici complessi. Invece di unirsi in una condanna unanime, alcune di queste voci restano in disparte, oscurando il loro impegno nella difesa dei diritti delle donne.
La brutalità sessuale, spesso usata come arma per distruggere intere comunità, incontra un vuoto di reazione da parte di voci che dovrebbero essere in prima linea nella difesa delle vittime. Il femminismo, nato per combattere ogni forma di violenza contro le donne, sembra vacillare quando la violenza sessuale è legata a contesti geopolitici complessi, lasciando spazio a una preoccupante assenza di intervento. Il 7 ottobre 2023, durante gli attacchi di Hamas in Israele, militanti hanno perpetrato stupri di massa contro donne israeliane. Nonostante la gravità di questi crimini e le prove raccolte, molti movimenti femministi globali, noti per la loro lotta contro la violenza sessuale, hanno evitato di condannare apertamente gli eventi. Movimenti come #MeToo, pur essendo stati protagonisti di cambiamenti importanti nella consapevolezza globale sulla violenza di genere, sono stati criticati per il ritardo nel prendere una posizione netta, sollevando accuse di doppio standard basato su contesti politici.
Non è la prima volta che il femminismo viene accusato di silenzio selettivo. Durante il genocidio in Ruanda del 1994 e la guerra nei Balcani negli anni Novanta, dove lo stupro venne usato come arma di pulizia etnica, le reazioni da parte delle organizzazioni internazionali arrivarono con ritardo, lasciando un segno profondo nelle vittime e sollevando dubbi sulla capacità del movimento femminista di difendere coerentemente le donne in contesti di guerra. Oltre ai contesti storici, anche il conflitto in Ucraina ha portato alla luce accuse di violenze sessuali come strumento di guerra. Anche qui, le reazioni da parte di alcune organizzazioni per i diritti delle donne non sono state uniformi, con la politica che spesso prende il sopravvento sui diritti umani. Questo mette in discussione l’universalità della lotta femminista, che dovrebbe essere focalizzata esclusivamente sulla difesa delle vittime, a prescindere dal contesto geopolitico.
Il femminismo deve essere una forza universale, capace di alzare la voce contro tutte le forme di violenza sessuale, indipendentemente dalle circostanze politiche. Gli stupri di guerra, riconosciuti come crimini contro l’umanità, non possono essere minimizzati o ignorati. Il silenzio selettivo non solo tradisce le vittime, ma mina la credibilità dell’intero movimento femminista. Le lezioni apprese da conflitti come quelli in Bosnia e Ruanda mostrano chiaramente che la giustizia per le vittime non può essere condizionata da fattori politici. Ogni voce che si alza a difesa delle donne colpite rappresenta una sfida contro la cultura di violenza che persiste nei contesti di guerra. Il femminismo non può restare in silenzio, ma deve agire con forza e unità, ovunque si verifichino simili atrocità. Un movimento femminista che non si schiera a favore di tutte le vittime è incompleto, e la lotta contro gli stupri di guerra deve essere globale, coerente e incondizionata, tutte cose che fin qui sono completamente mancate.
Susanna Donatella Campione è senatore, avvocato, giornalista pubblicista, vicepresidente nazionale del Dipartimento Eccellenze italiane di Fdi.
Cosa l’ha spinta a presentare questo disegno di legge?
«Durante un mio viaggio in Israele lo scorso dicembre ho incontrato le donne israeliane. Quando hanno saputo che sono un avvocato che si occupa di violenza contro le donne mi hanno raccontato le violenze compiute da Hamas sulle donne il 7 ottobre: stupri, mutilazioni, violenze sessuali finalizzate a rendere le donne sterili e quindi impossibilitate a far sopravvivere il popolo. In sostanza mi hanno descritto una violenza usata come arma di guerra sul corpo delle donne che nei conflitti recenti è diventato vero e proprio terreno di guerra. Ho poi saputo dalle donne ucraine che le medesime atrocità sono state perpetrate su di loro dall’esercito russo e ho pensato che fosse necessario innanzitutto far conoscere la drammatica evoluzione delle violenze usate sulle donne nei Paesi in guerra. Ho quindi tenuto nel mese di aprile un convegno in Senato per dare voce alle donne israeliane e ucraine che in quella sede hanno testimoniato come le donne da “bottino” siano diventate “arma di guerra”. Promuoverò nei prossimi mesi altri convegni in cui via via presenzieranno donne di tutti i Paesi perché questo è un tema che riguarda tutti, nessuno escluso: in ciò si sostanzia il reato universale. In secondo luogo ho ritenuto importante che queste violenze venissero sanzionate introducendo nel codice penale una fattispecie ad hoc».
Quali sono gli obiettivi del ddl e come cambierà il quadro legislativo?
«Il ddl si propone appunto di introdurre nel nostro codice penale il reato di violenza sessuale contro le donne nel corso di un conflitto armato come arma di guerra, strutturandolo come reato universale. In questo modo si potrà perseguire l’autore di questo reato ogni volta che faccia ingresso nel territorio italiano, indipendentemente da dove egli abbia commesso il crimine e dalla sua nazionalità. L’Italia sarà il primo Paese a dare attuazione alle convenzioni internazionali che invitano gli Stati aderenti a adottare al loro interno norme che sanzionino queste atrocità».
Cosa si può fare a livello internazionale (vedi Osce) per combattere la violenza sessuale nei conflitti?
«A luglio a Bucarest come componente dell’Osce ho presentato una risoluzione sostenuta da 47 parlamentari di 16 Paesi che impegna l’assemblea nel contrasto alla violenza contro le donne nei Paesi in guerra e a intraprendere azioni per rafforzare la cooperazione internazionale in materia. Il documento è stato approvato all’unanimità. Questo è un passaggio importante perché dalla cooperazione degli Stati aderenti alle convenzioni internazionali può arrivare una risposta efficace nella prevenzione e repressione del fenomeno».
Il 7 ottobre 2023 centinaia di donne israeliane sono state stuprate e poi uccise, oppure rapite dopo essere state violentate, e alcune di loro sono rimaste incinte e hanno partorito. Nonostante si tratti di fatti acclarati, anche nel nostro Paese c’è chi nega che sia avvenuto. E il dramma è che tra loro ci siano anche professori universitari. Come si può arrivare a tanto?
«Non sempre e non tutti hanno la volontà di esaminare i fenomeni per ciò che sono realmente, soprattutto se l’analisi rigorosa dei fatti si scontra con l’ideologia di cui alcuni sono permeati. Per capire veramente ciò che accade occorre abbandonare le proprie comode convinzioni, metterle in discussione, avere il coraggio di cambiarle».
Altro tema dominante nella nostra società è il femminicidio; cosa possiamo fare per fermare questa strage?
«Il femminicidio è una piaga che il legislatore sta cercando di arginare con la legge n. 69 del 2019 comunemente chiamata “Codice rosso” la cui efficacia viene da noi costantemente monitorata e integrata con continui correttivi: la legge sulla violenza domestica del 2023, l’avocazione delle indagini al pubblico ministero che non ascolti la vittima nei tre giorni previsti. Ma siamo consapevoli che occorra agire sul piano culturale per estirpare questo male alla radice. L’opera di educazione è molto complessa e richiede tempi lunghi ma non c’è altra strada, nel tempo si è compreso che più che sulla repressione è necessario puntare sulla prevenzione».
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Le donne sono le prime vittime dei conflitti. Ma da qualche tempo la violenza sessuale è diventata parte di una strategia per fiaccare i nemici nel morale. Come accadde proprio un anno fa in Israele.Quando le sopraffazioni avvengono in certi contesti geopolitici, movimenti come il #MeToo non fiatano. Forse non tutte le vittime sono uguali? Così si perde credibilità.Parla la senatrice di Fdi Susanna Campione che ha presentato un ddl sul tema: «Potremo perseguire i criminali quando entreranno da noi, dovunque abbiano commesso le loro atrocità»Lo speciale contiene tre articoli.Lo stupro è una delle più atroci forme di violenza legate ai conflitti armati, un crimine che ha attraversato la storia delle guerre, dai tempi più remoti fino a oggi. Se un tempo le donne venivano considerate «bottino» di guerra, oggi la violenza sessuale è diventata parte di una strategia organizzata, una vera e propria arma impiegata per infliggere sofferenza e distruggere intere comunità. Il disegno di legge S.1135, promosso la scorsa estate dalla senatrice Susanna Donatella Campione (Fratelli d’Italia) e ampiamente sostenuto in Senato, mira a combattere questo orrore. Prevede pene severe e codifica la violenza sessuale durante i conflitti come crimine di guerra nel Codice penale italiano. Attualmente in discussione presso la seconda commissione permanente (Giustizia), il ddl rappresenta un passo cruciale nella lotta contro queste atrocità.Il fenomeno aberrante dello stupro come arma di guerra, lungi dall’essere un’invenzione moderna, si radica profondamente nella storia, evolvendosi e adattandosi a seconda dei contesti bellici in cui è stato perpetrato, trasformandosi di volta in volta in strumento di sottomissione, vendetta o terrore. Nel corso dei secoli, le donne sono state spogliate della loro umanità, trattate come meri oggetti, trofei nelle mani dei vincitori e strumenti per infliggere umiliazione e devastazione ai nemici. Un esempio non troppo lontano nel tempo ci riporta agli orrori della Seconda Guerra Mondiale. Come documentato dagli storici, gli stupri di massa perpetrati dall’Armata Rossa nei territori occupati, e in particolare a Berlino, sono tra gli episodi più tragici della storia contemporanea. In poche settimane, nella sola capitale tedesca, oltre centomila donne di tutte le età furono brutalmente violentate. Il genocidio in Ruanda del 1994, considerato una delle tragedie più devastanti del XX secolo, fu caratterizzato dall’uso sistematico della violenza sessuale come arma contro l’etnia tutsi. I principali autori di queste atrocità furono le forze militari e paramilitari hutu, tra cui le Forze armate ruandesi (Far), la milizia Interahamwe, e persino civili hutu. Centinaia di migliaia di donne furono violentate in modi inenarrabili, con l’intento di infliggere umiliazione, causare danni psicologici e fisici duraturi per distruggere completamente l’identità tutsi. Molte di queste aggressioni miravano anche a far nascere figli che fossero il simbolo della sconfitta della popolazione tutsi. Questo orrore si è poi esteso al conflitto nella Repubblica Democratica del Congo, dove la violenza sessuale è stata impiegata su larga scala sia dai ribelli sia dalle forze governative come arma di terrore e strumento di controllo sociale.In tutti questi casi, lo stupro non è stato solo un «danno collaterale» o il frutto di una violenza incontrollata, ma una tattica precisa per distruggere l’avversario, colpendo psicologicamente e socialmente le famiglie e le comunità. Questo quadro storico alquanto drammatico porta a riflettere su come, nei secoli, il corpo delle donne sia stato ridotto a «campo di battaglia», un simbolo da vandalizzare, da forze che vedono nella violenza sessuale un modo per marcare il territorio e infliggere un dolore che va oltre il fisico.Se in passato lo stupro di guerra rappresentava un trofeo di conquista, oggi ha assunto una forma ancora più crudele e agghiacciante. La guerra in Ucraina ne è l’emblema: come evidenziato dai recenti rapporti delle Nazioni Unite, la violenza sessuale è diventata una delle armi utilizzate per terrorizzare, frantumare il tessuto sociale e spezzare la volontà di resistenza. Le donne ucraine, già devastate fisicamente e psicologicamente dal conflitto, sono state trasformate in bersagli di stupri premeditati, strumenti per infliggere terrore e punire intere comunità. Questi atti non si limitano a causare sofferenze immediate: il loro obiettivo è umiliare, disumanizzare e marchiare a fuoco l’anima di un popolo, lasciando cicatrici che segneranno intere generazioni. Lo stesso schema si è tragicamente ripetuto nel brutale attacco sferrato da Hamas il 7 ottobre 2023 contro la comunità di Israele attorno alla Striscia di Gaza. In quell’orrore, la violenza sessuale è stata usata dai terroristi come parte della strategia bellica per distruggere prima i corpi, poi spezzare le menti e infine annientare l’anima stessa della comunità israeliana. Le donne, strappate alla loro umanità, sono state ridotte a strumenti di un odio insensato. Ma la violenza non ha risparmiato nessuno: anche gli uomini e i bambini sono stati travolti da una furia che, oltre a spezzare vite, ha voluto umiliare, distruggere, annientare. Le testimonianze raccolte nel «Rapporto speciale dell’Associazione dei centri antistupro in Israele» disegnano un quadro di stupri di gruppo, di corpi mutilati davanti agli occhi terrorizzati dei propri cari, di un sadismo spinto oltre ogni limite umano. Ciò che resta è un grido di dolore impossibile da cancellare. E le femministe? Non pervenute anzi, molto spesso si sono unite ai manifestanti pro Pal ed è a dir poco sconvolgente.Il ddl S.1135, promosso dalla senatrice Campione, rappresenta una risposta decisa a queste barbarie. La legge prevede pene da otto a dodici anni di reclusione per chiunque commetta violenze sessuali durante i conflitti, estendendo la punibilità anche a casi di mutilazione degli organi genitali, sterilizzazione forzata e schiavitù sessuale. Un aspetto cruciale è l’introduzione di aggravanti per vittime minori di 14 anni o nei casi in cui la violenza sia parte di un piano di sottomissione di un gruppo etnico, religioso o linguistico. La legge non solo punisce, ma riconosce l’impatto devastante sui diritti umani, mirata a prevenire future atrocità. Inserito nel contesto giuridico internazionale, segnato dagli sforzi della Corte penale internazionale e delle Nazioni Unite contro i crimini di guerra, il provvedimento italiano rafforza la capacità dello Stato di perseguire tali atrocità. Tuttavia, l’efficacia delle norme internazionali dipende spesso dalla loro applicazione a livello nazionale. Questa iniziativa legislativa consolida l’impegno dell’Italia nella lotta contro la violenza bellica, ponendosi come modello per altre nazioni.Lo stupro come arma di guerra non è solo un attacco alla persona, ma alla donna, alla dignità umana e alla coesione sociale. Le guerre, purtroppo, continueranno a esistere, ma è necessario stabilire regole severe e inequivocabili per proteggere il corpo delle donne. 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Invece di unirsi in una condanna unanime, alcune di queste voci restano in disparte, oscurando il loro impegno nella difesa dei diritti delle donne.La brutalità sessuale, spesso usata come arma per distruggere intere comunità, incontra un vuoto di reazione da parte di voci che dovrebbero essere in prima linea nella difesa delle vittime. Il femminismo, nato per combattere ogni forma di violenza contro le donne, sembra vacillare quando la violenza sessuale è legata a contesti geopolitici complessi, lasciando spazio a una preoccupante assenza di intervento. Il 7 ottobre 2023, durante gli attacchi di Hamas in Israele, militanti hanno perpetrato stupri di massa contro donne israeliane. Nonostante la gravità di questi crimini e le prove raccolte, molti movimenti femministi globali, noti per la loro lotta contro la violenza sessuale, hanno evitato di condannare apertamente gli eventi. Movimenti come #MeToo, pur essendo stati protagonisti di cambiamenti importanti nella consapevolezza globale sulla violenza di genere, sono stati criticati per il ritardo nel prendere una posizione netta, sollevando accuse di doppio standard basato su contesti politici.Non è la prima volta che il femminismo viene accusato di silenzio selettivo. Durante il genocidio in Ruanda del 1994 e la guerra nei Balcani negli anni Novanta, dove lo stupro venne usato come arma di pulizia etnica, le reazioni da parte delle organizzazioni internazionali arrivarono con ritardo, lasciando un segno profondo nelle vittime e sollevando dubbi sulla capacità del movimento femminista di difendere coerentemente le donne in contesti di guerra. Oltre ai contesti storici, anche il conflitto in Ucraina ha portato alla luce accuse di violenze sessuali come strumento di guerra. Anche qui, le reazioni da parte di alcune organizzazioni per i diritti delle donne non sono state uniformi, con la politica che spesso prende il sopravvento sui diritti umani. Questo mette in discussione l’universalità della lotta femminista, che dovrebbe essere focalizzata esclusivamente sulla difesa delle vittime, a prescindere dal contesto geopolitico.Il femminismo deve essere una forza universale, capace di alzare la voce contro tutte le forme di violenza sessuale, indipendentemente dalle circostanze politiche. Gli stupri di guerra, riconosciuti come crimini contro l’umanità, non possono essere minimizzati o ignorati. Il silenzio selettivo non solo tradisce le vittime, ma mina la credibilità dell’intero movimento femminista. Le lezioni apprese da conflitti come quelli in Bosnia e Ruanda mostrano chiaramente che la giustizia per le vittime non può essere condizionata da fattori politici. Ogni voce che si alza a difesa delle donne colpite rappresenta una sfida contro la cultura di violenza che persiste nei contesti di guerra. Il femminismo non può restare in silenzio, ma deve agire con forza e unità, ovunque si verifichino simili atrocità. Un movimento femminista che non si schiera a favore di tutte le vittime è incompleto, e la lotta contro gli stupri di guerra deve essere globale, coerente e incondizionata, tutte cose che fin qui sono completamente mancate. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/quando-lo-stupro-e-unarma-di-guerra-2669333193.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="particle-2" data-post-id="2669333193" data-published-at="1728245567" data-use-pagination="False"> Susanna Donatella Campione è senatore, avvocato, giornalista pubblicista, vicepresidente nazionale del Dipartimento Eccellenze italiane di Fdi. Cosa l’ha spinta a presentare questo disegno di legge? «Durante un mio viaggio in Israele lo scorso dicembre ho incontrato le donne israeliane. Quando hanno saputo che sono un avvocato che si occupa di violenza contro le donne mi hanno raccontato le violenze compiute da Hamas sulle donne il 7 ottobre: stupri, mutilazioni, violenze sessuali finalizzate a rendere le donne sterili e quindi impossibilitate a far sopravvivere il popolo. In sostanza mi hanno descritto una violenza usata come arma di guerra sul corpo delle donne che nei conflitti recenti è diventato vero e proprio terreno di guerra. Ho poi saputo dalle donne ucraine che le medesime atrocità sono state perpetrate su di loro dall’esercito russo e ho pensato che fosse necessario innanzitutto far conoscere la drammatica evoluzione delle violenze usate sulle donne nei Paesi in guerra. Ho quindi tenuto nel mese di aprile un convegno in Senato per dare voce alle donne israeliane e ucraine che in quella sede hanno testimoniato come le donne da “bottino” siano diventate “arma di guerra”. Promuoverò nei prossimi mesi altri convegni in cui via via presenzieranno donne di tutti i Paesi perché questo è un tema che riguarda tutti, nessuno escluso: in ciò si sostanzia il reato universale. In secondo luogo ho ritenuto importante che queste violenze venissero sanzionate introducendo nel codice penale una fattispecie ad hoc». Quali sono gli obiettivi del ddl e come cambierà il quadro legislativo? «Il ddl si propone appunto di introdurre nel nostro codice penale il reato di violenza sessuale contro le donne nel corso di un conflitto armato come arma di guerra, strutturandolo come reato universale. In questo modo si potrà perseguire l’autore di questo reato ogni volta che faccia ingresso nel territorio italiano, indipendentemente da dove egli abbia commesso il crimine e dalla sua nazionalità. L’Italia sarà il primo Paese a dare attuazione alle convenzioni internazionali che invitano gli Stati aderenti a adottare al loro interno norme che sanzionino queste atrocità». Cosa si può fare a livello internazionale (vedi Osce) per combattere la violenza sessuale nei conflitti? «A luglio a Bucarest come componente dell’Osce ho presentato una risoluzione sostenuta da 47 parlamentari di 16 Paesi che impegna l’assemblea nel contrasto alla violenza contro le donne nei Paesi in guerra e a intraprendere azioni per rafforzare la cooperazione internazionale in materia. Il documento è stato approvato all’unanimità. Questo è un passaggio importante perché dalla cooperazione degli Stati aderenti alle convenzioni internazionali può arrivare una risposta efficace nella prevenzione e repressione del fenomeno». Il 7 ottobre 2023 centinaia di donne israeliane sono state stuprate e poi uccise, oppure rapite dopo essere state violentate, e alcune di loro sono rimaste incinte e hanno partorito. Nonostante si tratti di fatti acclarati, anche nel nostro Paese c’è chi nega che sia avvenuto. E il dramma è che tra loro ci siano anche professori universitari. Come si può arrivare a tanto? «Non sempre e non tutti hanno la volontà di esaminare i fenomeni per ciò che sono realmente, soprattutto se l’analisi rigorosa dei fatti si scontra con l’ideologia di cui alcuni sono permeati. Per capire veramente ciò che accade occorre abbandonare le proprie comode convinzioni, metterle in discussione, avere il coraggio di cambiarle». Altro tema dominante nella nostra società è il femminicidio; cosa possiamo fare per fermare questa strage? «Il femminicidio è una piaga che il legislatore sta cercando di arginare con la legge n. 69 del 2019 comunemente chiamata “Codice rosso” la cui efficacia viene da noi costantemente monitorata e integrata con continui correttivi: la legge sulla violenza domestica del 2023, l’avocazione delle indagini al pubblico ministero che non ascolti la vittima nei tre giorni previsti. Ma siamo consapevoli che occorra agire sul piano culturale per estirpare questo male alla radice. L’opera di educazione è molto complessa e richiede tempi lunghi ma non c’è altra strada, nel tempo si è compreso che più che sulla repressione è necessario puntare sulla prevenzione».
Tim Walz (Getty Images)
Secondo tre esponenti del partito a conoscenza delle sue valutazioni, Klobuchar starebbe seriamente considerando una candidatura. La senatrice ha incontrato Walz domenica, hanno confermato fonti istituzionali. «Dopo aver riflettuto a lungo con la mia famiglia e con il mio team durante le festività, sono arrivato alla conclusione di non poter garantire l’impegno totale che una campagna elettorale richiede», ha spiegato Walz in una dichiarazione. «Ogni minuto speso a difendere la mia posizione politica sarebbe un minuto sottratto alla difesa dei cittadini del Minnesota dai criminali che sfruttano la nostra generosità e da chi specula cinicamente sulle nostre divisioni. Per questo ho scelto di fare un passo indietro e di concentrarmi esclusivamente sul lavoro di governo».
Come scrive il Wall Street Journal l’inchiesta sulle frodi, ancora in piena evoluzione e di dimensioni crescenti, ha rappresentato una distrazione costante per Walz e per l’intero Partito democratico del Minnesota, in una fase in cui i dem faticano a ritrovare una leadership nazionale e un peso reale a Washington. Lo scandalo è diventato rapidamente anche uno strumento di attacco per i repubblicani, che lo hanno utilizzato per dipingere il Minnesota e il suo governatore come l’emblema nazionale dello spreco di denaro pubblico e della cattiva amministrazione democratica. Dall’amministrazione Trump sono arrivate critiche quasi quotidiane, accompagnate dalla diffusione sistematica di video e contenuti ostili. Per il presidente Trump, Walz è entrato a pieno titolo nel suo personale «tour di rivincite politiche». Durante i 91 giorni trascorsi sulla scena nazionale come candidato alla vicepresidenza, il governatore aveva assunto il ruolo tradizionale di «cane da guardia», attaccando duramente gli avversari repubblicani e continuando a colpire Trump anche dopo la fine della campagna. Intanto, in Minnesota il clima si è fatto sempre più teso. Sdegno e imbarazzo si sono diffusi ben oltre i confini dello Stato. Influencer conservatori hanno raggiunto il territorio per realizzare video sul caso e mercoledì è prevista un’audizione al Congresso dedicata allo scandalo.
Il passo indietro di Walz innesca ora una corsa interna tra i democratici per individuare un nuovo candidato alla guida di uno Stato che tende storicamente a sinistra, ma che presenta una legislatura quasi perfettamente divisa tra i due schieramenti. Tra i possibili contendenti figurano il segretario di Stato Steve Simon e il procuratore generale Keith Ellison. Tuttavia, Klobuchar resta la figura con il profilo più solido: il maggiore consenso personale, una macchina organizzativa collaudata e una rete politica capillare. Sul fronte opposto, nonostante i repubblicani non conquistino una carica statale in Minnesota dal 2006, circa una dozzina di candidati si preparano alle primarie di agosto per contendersi l’accesso alle elezioni generali di novembre. Tra loro figurano il presidente della Camera statale Lisa Demuth, l’amministratore delegato di MyPillow Mike Lindell, l’imprenditore Kendall Qualls, l’avvocato di Minneapolis Chris Madel e l’ex candidato del 2022 Scott Jensen. Il Partito Repubblicano dispone di un ampio arsenale politico grazie agli sviluppi giudiziari: circa 60 persone sono già state condannate e oltre 90 incriminate in quello che viene descritto come il più grande schema di corruzione dell’era Covid negli Stati Uniti.
La maggior parte degli imputati è di origine somala. Le indagini, coordinate dall’ufficio del procuratore federale del Minnesota, rientrano in un più ampio sforzo del Dipartimento di Giustizia per smascherare i furti ai danni dei programmi di assistenza pubblica. Anche se alcune irregolarità risalgano a periodi precedenti al mandato di Walz, le frodi più estese emerse finora riguardano l’organizzazione no-profit Feeding Our Future, accusata di aver sfruttato un programma federale di nutrizione infantile. I primi 47 imputati sono stati incriminati nel 2022, verso la fine del primo mandato di Walz e durante la presidenza di Joe Biden. Secondo i procuratori, parte dei fondi sarebbe stata utilizzata per acquistare auto di lusso, immobili, gioielli e viaggi internazionali. L’ammontare complessivo delle somme sottratte attraverso frodi legate a pasti, alloggi, Medicaid e altri servizi resta oggetto di stime divergenti. Il Minnesota Star Tribune ha documentato, sulla base degli atti giudiziari, oltre 200 milioni di dollari, mentre funzionari federali e lo stesso presidente hanno ipotizzato cifre che potrebbero raggiungere diversi miliardi.
Martedì, l’amministrazione Trump ha annunciato il congelamento dei fondi federali destinati all’assistenza all’infanzia in Minnesota, citando nuove accuse di frode che coinvolgerebbero asili nido e che sono state rilanciate da un video divenuto virale. Le principali testate locali hanno però contestato alcune delle affermazioni contenute nel filmato. Le pressioni su Walz non sono arrivate solo dai repubblicani. In uno Stato che ha sempre rivendicato standard elevati di buon governo, anche voci autorevoli del mondo dell’informazione hanno chiesto un passo indietro. David Nimmer, giornalista di lungo corso e dirigente editoriale in pensione, ha invocato le dimissioni del governatore in una lettera pubblicata dallo Star Tribune. «Governatore, il tempo è scaduto: è il momento di farsi da parte. La burocrazia della sua amministrazione ha fallito in modo grave», ha scritto. «Che si parli di milioni o di miliardi, la frode al welfare resta comunque uno scandalo».
Negli ultimi mesi, Walz ha tentato di reagire nominando un ex giudice con un passato nell’FBI e alla guida della principale agenzia anticrimine statale per rafforzare la prevenzione delle frodi. Ha inoltre chiuso un programma considerato vulnerabile e ordinato una revisione esterna della fatturazione Medicaid. «È un problema che mi riguarda direttamente. Ne sono responsabile», ha dichiarato ai giornalisti. «Ma soprattutto, sarò io a risolverlo». Sessantunenne, Walz ha progressivamente spostato la propria azione di governo su posizioni più progressiste, dopo essere stato eletto nel 2018 come figura moderata. La sua esperienza nella campagna presidenziale del 2024, come candidato vicepresidente accanto a Kamala Harris, ha però messo in luce anche una propensione a imprecisioni ed esagerazioni nel racconto del proprio percorso personale e professionale, elementi che hanno ulteriormente indebolito la sua credibilità politica.
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Brigitte Macron (Ansa)
Dei commenti malevoli nei confronti della first lady transalpina circolavano già poco tempo dopo la prima elezione di Emmanuel Macron all’Eliseo, nel 2017. Poi, nel 2021, su Youtube, è stato pubblicato un video che faceva insinuazioni nei confronti di Brigitte Macron. L’autrice del video, della durata di quattro ore, è Delphine J., conosciuta sui social con lo pseudonimo di Amandine Roy. Il video, successivamente cancellato, insinuava che Brigitte Macron non sarebbe mai esistita. Al suo posto ci sarebbe stato invece il fratello, Jean-Michel Trogneux. Sempre secondo queste illazioni, l’uomo avrebbe cambiato sesso e dato vita all’identità della première dame. Come riportato dalla tv pubblica France info, Delphine J. aveva dichiarato in un’udienza precedente che «in quanto donna anatomica» si era sentita «attaccata» dalla presunta identità transgender della moglie del presidente francese. Ieri, dopo la lettura della sentenza, la youtuber non ha rilasciato dichiarazioni ai giornalisti, ma ha preferito lasciar parlare una delle sue sostenitrici che ha dichiarato: «Siamo in un sistema monarchico».
Bertrand Scholler, presentato come «gallerista» da vari media transalpini, tra i quali Bfm tv e Le Monde, è stato condannato a sei mesi di carcere con la condizionale per un fotomontaggio di Brigitte Macron, realizzato nel 2024. La reazione del condannato non si è fatta attendere. Uscendo dall’aula del tribunale Scholler ha dichiarato che «se ciò che dite non piace» allora «sarete condannati. È un fatto del principe!». E ancora che «in Francia non si ha più il diritto di pensare!»
Delphine J. e Scholler erano i soli imputati presenti ieri in tribunale. Mancava invece Aurélien Poirson-Atlan, noto sui social come Zoé Sagan e ritenuto colpevole per aver pubblicato dei testi su X riguardanti la moglie del presidente francese. Nelle fasi precedenti del processo, ha ricordato ancora il canale pubblico, Poirson-Atlan aveva affermato che esisteva un «segreto di Stato scioccante» che implicava «una pedofilia tollerata dallo Stato».
Come Poirson-Atlan mancavano dall’aula anche tutti gli altri imputati. In primo luogo Jean-Christophe P., condannato a sei mesi di carcere «puri» anche in relazione alla sua assenza all’udienza. Un quasi omonimo, Jean-Christophe D., è stato invece condannato semplicemente a partecipare ad uno stage di sensibilizzazione sui comportamenti da tenere su internet. Quest’ultimo era stato l’unico a presentare delle scuse a Brigitte Macron. Gli altri imputati, che hanno ottenuto la condizionale, erano Christelle L., Philippe D., Jean-Luc M., Jérôme A. e Jérôme C.
Come ricordato da Le Monde, il processo conclusosi con la sentenza di ieri non ha riguardato il giornalista Xavier Poussard, il cui caso è stato separato perché risiede a Milano. Il quotidiano francese ha scritto che Poussard, autore del best seller Becoming Brigitte (che tradotto in italiano significa «diventando Brigitte») è «l’altro grande istigatore della fake news di portata mondiale» contro la première dame. Tra l’altro, alcuni dei condannati di ieri avevano ripreso delle pubblicazioni di Poussard. I media francesi hanno ricordato anche la denuncia presentata da Macron e dalla moglie negli Stati Uniti contro l’influencer americana Candace Owens.
Domenica sera, Brigitte Macron era intervenuta al tg della prima rete privata francese, Tf1, per parlare di un’iniziativa solidale. La conduttrice le ha però posto delle domande sul processo, alle quali la première dame ha risposto: «mi batto costantemente. Voglio aiutare gli adolescenti a battersi contro il bullismo». La moglie del presidente ha anche detto che nessuno «toccherà la mia genealogia» perché «con questo non si scherza».
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Ecco #DimmiLaVerità del 6 gennaio 2026. Il deputato della Lega Giampiero Zinzi commenta la falsa partenza di Fico in Campania tra incompatibilità e conflitti di interesse.