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2024-05-17
Putin e Xi vogliono dettare la linea: «Il nostro asse stabilizza il mondo»
Xi Jinping e Vladimir Putin (Ansa)
Si rafforza la sponda tra Mosca e Pechino. Vladimir Putin si è recato ieri in Cina, dove ha avuto modo di irrobustire i suoi già saldi rapporti con Xi Jinping. Non a caso, i due leader hanno detto che le relazioni sino-russe starebbero vivendo «il periodo migliore della loro storia». «La nostra cooperazione negli affari mondiali oggi agisce come uno dei principali fattori stabilizzanti sulla scena internazionale», ha aggiunto lo zar, che ha anche definito russi e cinesi come «fratelli per sempre». «Nel mondo di oggi, la mentalità della Guerra fredda è ancora dilagante», ha invece dichiarato il leader cinese, in un’implicita stoccata agli Usa.
A tenere banco è stato innanzitutto il dossier ucraino. «Siamo aperti al dialogo sull’Ucraina, ma tali negoziati devono tenere conto degli interessi di tutti i Paesi coinvolti nel conflitto, compreso il nostro», aveva detto Putin in un’intervista all’agenzia Xinhua prima di arrivare a Pechino. Nella stessa intervista, lo zar aveva anche detto di essere favorevole al piano di pace in 12 punti, proposto da Pechino l’anno scorso. Un documento che, più che un piano di pace vero e proprio, era un insieme di intenti, tra cui: salvaguardia dell’integrità di tutti i Paesi e «ripresa dei colloqui di pace». «La parte cinese spera che la pace e la stabilità ritornino presto nel continente europeo ed è pronta a svolgere il suo ruolo costruttivo», ha affermato ieri Xi, invocando inoltre - assieme allo zar - una «soluzione politica» alla crisi ucraina, onde evitare «un’ulteriore escalation». Dal canto suo, il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha definito l’iniziativa diplomatica cinese come «la più realistica», derubricando il resto a «speculazione». Sempre nelle scorse ore, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha detto che la partecipazione di Pechino alla conferenza di pace svizzera, in programma a metà giugno e a cui Mosca non ha intenzione di prender parte, non renderà il summit «più efficace».
Al di là della crisi ucraina, Xi e Putin hanno di fatto ribadito la «partnership senza limiti», che avevano annunciato nel febbraio 2022. In primis, sono stati consolidati ulteriormente i legami nel settore della Difesa. «Mosca e Pechino approfondiranno ulteriormente la fiducia e la cooperazione in campo militare, amplieranno la portata delle esercitazioni congiunte e dell’addestramento, condurranno regolarmente pattugliamenti marittimi e aerei congiunti, aumenteranno il coordinamento e la cooperazione su base bilaterale», si legge nel documento.
In secondo luogo, i due leader hanno concordato nel voler «facilitare l’integrazione dei nuovi Stati membri nella struttura esistente di interazione dei Brics». Un blocco, quest’ultimo, con cui Pechino punta a rafforzare la propria influenza in America Latina e Medio Oriente. Non solo. Russia e Cina hanno anche annunciato di voler continuare a collaborare strettamente in seno all’Asia-Pacific economic cooperation. In terzo luogo, secondo Interfax, i due presidenti si sono detti d’accordo nel «continuare a rafforzare il partenariato strategico russo-cinese nel settore energetico e di svilupparlo ad alto livello nell’interesse di garantire la sicurezza economica ed energetica dei due Paesi».
Se a settembre 2022 Xi aveva espresso a Putin delle «preoccupazioni» sulla situazione in Ucraina, stavolta non sembrerebbe aver fatto altrettanto. In questa fase del conflitto, le forze russe stanno guadagnando terreno: un elemento che di certo non sfugge al leader cinese. È probabilmente anche in quest’ottica che Xi ha rafforzato così tanto la sponda con Putin: vuole, in altre parole, offrirgli maggiore copertura politica in vista di eventuali negoziati (era il 24 aprile quando Politico riportò che alcuni esponenti dell’amministrazione Biden erano «scettici» sul fatto che Kiev potesse vincere la guerra grazie al nuovo pacchetto di aiuti da 60 miliardi approvato dal Congresso). È chiaro che, se si aprissero delle trattative, lo zar punterebbe ad avviarle non solo da una posizione di maggior forza sul campo di battaglia ma anche potendo contare sull’avere le spalle coperte da Pechino. E questo spiega il perché, ieri, i due leader abbiano consolidato ulteriormente i rapporti nei delicati settori della Difesa e dell’energia.
È evidente come il ruolo diplomatico che punta a ritagliarsi la Cina sia finalizzato all’obiettivo di marginalizzare geopoliticamente e diplomaticamente Washington, approfittando di un presidente americano, Joe Biden, che ha compromesso la capacità di deterrenza statunitense e che, al contempo, non ha saputo mettere il proprio sostegno a Kiev in termini di armamenti al servizio di obiettivi politico-militari chiari e misurabili. In altre parole, Pechino vuole ritagliarsi un ruolo diplomatico non in nome di un’equidistanza (di fatto inesistente) tra le parti, ma perché punta ad acquisire influenza e prestigio agli occhi di quel Global South che, soprattutto dopo la crisi afgana del 2021, guarda con crescente sfiducia all’amministrazione Biden. Pechino mira, cioè, a fare in Ucraina quello che ha fatto l’anno scorso in Medio Oriente: mediando la distensione diplomatica tra Arabia Saudita e Iran, ha inferto un duro colpo all’influenza regionale dell’attuale Casa Bianca. Se sceglierà di spingere Putin ad avviare dei negoziati, il Dragone lo farà con il preciso obiettivo di mettere in crisi l’ordine internazionale emerso dalla fine della Guerra fredda, approfittando dell’irresolutezza di Biden. L’Occidente avrebbe bisogno di ripristinare innanzitutto la deterrenza e di riprendere conseguentemente l’iniziativa politica. Il problema è che l’attuale inquilino della Casa Bianca non sembra in grado di farlo. E mancano più di cinque mesi alle presidenziali americane.
Intanto Roma tende la mano a Taiwan
L’Italia rafforza i rapporti con Taiwan. Nei prossimi giorni, si recherà sull’isola una delegazione di parlamentari, guidata dal vicepresidente del Senato, il leghista Gian Marco Centinaio. Insieme a lui, saranno presenti anche due esponenti di Forza Italia: l’altro vicepresidente del Senato, Licia Ronzulli, e la senatrice Daniela Ternullo. I tre parlamentari, che andranno in rappresentanza non del Senato ma del gruppo interparlamentare di amicizia Italia-Taiwan, parteciperanno lunedì all’insediamento del nuovo presidente taiwanese, Lai Ching-te, che ha vinto le elezioni dello scorso gennaio. Non solo. Nella giornata di domenica, Centinaio avrà anche un incontro con la presidentessa uscente, Tsai Ing-wen. «L’insediamento di un nuovo presidente è il momento migliore in cui riaffermare l’amicizia che lega Italia e Taiwan. Da qui nasce la nostra missione. Attraverso il presidente, Lai Ching-te, così come ho già fatto più volte con la presidente uscente, Tsai Ing-wen, e come avrei fatto con chiunque avesse vinto le ultime elezioni, vogliamo ribadire la vicinanza a un popolo che condivide con noi il desiderio di libertà, pace e sviluppo», ha dichiarato ieri alla Verità Centinaio. D’altronde, quest’ultimo aveva visitato l’isola già a giugno dell’anno scorso assieme alla senatrice leghista Elena Murelli: anche in quell’occasione, il vicepresidente del Senato aveva avuto modo di incontrare Tsai Ing-wen. «Con la presidente e i ministri», twittò all’epoca il vicepresidente del Senato, «abbiamo parlato degli importanti rapporti economici, turistici e culturali tra Italia e Taiwan e del comune impegno per pace e democrazia». «L’Italia», aggiunse, «continuerà a impegnarsi per favorire la sicurezza dell’isola e dello stretto di Taiwan». Era inoltre ottobre del 2023, quando è stato aperto un ufficio di rappresentanza di Taipei a Milano. Salta comunque all’occhio che, sia l’anno scorso sia quest’anno, delle delegazioni in visita a Taiwan non abbiano fatto parte esponenti dei partiti di opposizione. Va d’altronde tenuto presente che l’attuale maggioranza parlamentare italiana sta sostenendo un governo che ha notevolmente raffreddato i rapporti di Roma con Pechino, soprattutto rispetto agli anni del governo Conte II: un esecutivo, quest’ultimo, che - piuttosto morbido nei confronti della Repubblica popolare cinese - era principalmente sostenuto da Pd e Movimento 5 stelle. Da agosto del 2022, Pechino ha intensificato notevolmente la pressione militare su Taiwan. L’isola sta del resto diventando sempre più centrale nel confronto tra Cina e Stati Uniti in Estremo Oriente, anche in virtù del fatto che si tratta di uno dei principali produttori di microchip al mondo. Le tensioni sono ulteriormente aumentate a seguito delle ultime elezioni presidenziali taiwanesi, mentre il Congresso americano ha recentemente approvato un nuovo pacchetto di aiuti militari all’isola. Il rafforzamento del legame tra Roma e Taipei implica dunque un consolidamento dei rapporti tra l’Italia e gli Stati Uniti.
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Lo zar a Pechino sfoggia la sua amicizia con il Dragone mentre domina sul campo: «Relazioni ai massimi storici». Nuovi accordi su energia e Difesa. Snobbata la conferenza di pace in Svizzera: «Non sarà efficace». Una delegazione di parlamentari parteciperà all’insediamento del neo presidente, Lai Ching-te. Ma l’opposizione diserta. Centinaio: «Riaffermiamo la vicinanza». Lo speciale contiene due articoli.Si rafforza la sponda tra Mosca e Pechino. Vladimir Putin si è recato ieri in Cina, dove ha avuto modo di irrobustire i suoi già saldi rapporti con Xi Jinping. Non a caso, i due leader hanno detto che le relazioni sino-russe starebbero vivendo «il periodo migliore della loro storia». «La nostra cooperazione negli affari mondiali oggi agisce come uno dei principali fattori stabilizzanti sulla scena internazionale», ha aggiunto lo zar, che ha anche definito russi e cinesi come «fratelli per sempre». «Nel mondo di oggi, la mentalità della Guerra fredda è ancora dilagante», ha invece dichiarato il leader cinese, in un’implicita stoccata agli Usa. A tenere banco è stato innanzitutto il dossier ucraino. «Siamo aperti al dialogo sull’Ucraina, ma tali negoziati devono tenere conto degli interessi di tutti i Paesi coinvolti nel conflitto, compreso il nostro», aveva detto Putin in un’intervista all’agenzia Xinhua prima di arrivare a Pechino. Nella stessa intervista, lo zar aveva anche detto di essere favorevole al piano di pace in 12 punti, proposto da Pechino l’anno scorso. Un documento che, più che un piano di pace vero e proprio, era un insieme di intenti, tra cui: salvaguardia dell’integrità di tutti i Paesi e «ripresa dei colloqui di pace». «La parte cinese spera che la pace e la stabilità ritornino presto nel continente europeo ed è pronta a svolgere il suo ruolo costruttivo», ha affermato ieri Xi, invocando inoltre - assieme allo zar - una «soluzione politica» alla crisi ucraina, onde evitare «un’ulteriore escalation». Dal canto suo, il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha definito l’iniziativa diplomatica cinese come «la più realistica», derubricando il resto a «speculazione». Sempre nelle scorse ore, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha detto che la partecipazione di Pechino alla conferenza di pace svizzera, in programma a metà giugno e a cui Mosca non ha intenzione di prender parte, non renderà il summit «più efficace». Al di là della crisi ucraina, Xi e Putin hanno di fatto ribadito la «partnership senza limiti», che avevano annunciato nel febbraio 2022. In primis, sono stati consolidati ulteriormente i legami nel settore della Difesa. «Mosca e Pechino approfondiranno ulteriormente la fiducia e la cooperazione in campo militare, amplieranno la portata delle esercitazioni congiunte e dell’addestramento, condurranno regolarmente pattugliamenti marittimi e aerei congiunti, aumenteranno il coordinamento e la cooperazione su base bilaterale», si legge nel documento. In secondo luogo, i due leader hanno concordato nel voler «facilitare l’integrazione dei nuovi Stati membri nella struttura esistente di interazione dei Brics». Un blocco, quest’ultimo, con cui Pechino punta a rafforzare la propria influenza in America Latina e Medio Oriente. Non solo. Russia e Cina hanno anche annunciato di voler continuare a collaborare strettamente in seno all’Asia-Pacific economic cooperation. In terzo luogo, secondo Interfax, i due presidenti si sono detti d’accordo nel «continuare a rafforzare il partenariato strategico russo-cinese nel settore energetico e di svilupparlo ad alto livello nell’interesse di garantire la sicurezza economica ed energetica dei due Paesi». Se a settembre 2022 Xi aveva espresso a Putin delle «preoccupazioni» sulla situazione in Ucraina, stavolta non sembrerebbe aver fatto altrettanto. In questa fase del conflitto, le forze russe stanno guadagnando terreno: un elemento che di certo non sfugge al leader cinese. È probabilmente anche in quest’ottica che Xi ha rafforzato così tanto la sponda con Putin: vuole, in altre parole, offrirgli maggiore copertura politica in vista di eventuali negoziati (era il 24 aprile quando Politico riportò che alcuni esponenti dell’amministrazione Biden erano «scettici» sul fatto che Kiev potesse vincere la guerra grazie al nuovo pacchetto di aiuti da 60 miliardi approvato dal Congresso). È chiaro che, se si aprissero delle trattative, lo zar punterebbe ad avviarle non solo da una posizione di maggior forza sul campo di battaglia ma anche potendo contare sull’avere le spalle coperte da Pechino. E questo spiega il perché, ieri, i due leader abbiano consolidato ulteriormente i rapporti nei delicati settori della Difesa e dell’energia. È evidente come il ruolo diplomatico che punta a ritagliarsi la Cina sia finalizzato all’obiettivo di marginalizzare geopoliticamente e diplomaticamente Washington, approfittando di un presidente americano, Joe Biden, che ha compromesso la capacità di deterrenza statunitense e che, al contempo, non ha saputo mettere il proprio sostegno a Kiev in termini di armamenti al servizio di obiettivi politico-militari chiari e misurabili. In altre parole, Pechino vuole ritagliarsi un ruolo diplomatico non in nome di un’equidistanza (di fatto inesistente) tra le parti, ma perché punta ad acquisire influenza e prestigio agli occhi di quel Global South che, soprattutto dopo la crisi afgana del 2021, guarda con crescente sfiducia all’amministrazione Biden. Pechino mira, cioè, a fare in Ucraina quello che ha fatto l’anno scorso in Medio Oriente: mediando la distensione diplomatica tra Arabia Saudita e Iran, ha inferto un duro colpo all’influenza regionale dell’attuale Casa Bianca. Se sceglierà di spingere Putin ad avviare dei negoziati, il Dragone lo farà con il preciso obiettivo di mettere in crisi l’ordine internazionale emerso dalla fine della Guerra fredda, approfittando dell’irresolutezza di Biden. L’Occidente avrebbe bisogno di ripristinare innanzitutto la deterrenza e di riprendere conseguentemente l’iniziativa politica. Il problema è che l’attuale inquilino della Casa Bianca non sembra in grado di farlo. E mancano più di cinque mesi alle presidenziali americane. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/putin-xi-vogliono-dettare-linea-2668290431.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="intanto-roma-tende-la-mano-a-taiwan" data-post-id="2668290431" data-published-at="1715932667" data-use-pagination="False"> Intanto Roma tende la mano a Taiwan L’Italia rafforza i rapporti con Taiwan. Nei prossimi giorni, si recherà sull’isola una delegazione di parlamentari, guidata dal vicepresidente del Senato, il leghista Gian Marco Centinaio. Insieme a lui, saranno presenti anche due esponenti di Forza Italia: l’altro vicepresidente del Senato, Licia Ronzulli, e la senatrice Daniela Ternullo. I tre parlamentari, che andranno in rappresentanza non del Senato ma del gruppo interparlamentare di amicizia Italia-Taiwan, parteciperanno lunedì all’insediamento del nuovo presidente taiwanese, Lai Ching-te, che ha vinto le elezioni dello scorso gennaio. Non solo. Nella giornata di domenica, Centinaio avrà anche un incontro con la presidentessa uscente, Tsai Ing-wen. «L’insediamento di un nuovo presidente è il momento migliore in cui riaffermare l’amicizia che lega Italia e Taiwan. Da qui nasce la nostra missione. Attraverso il presidente, Lai Ching-te, così come ho già fatto più volte con la presidente uscente, Tsai Ing-wen, e come avrei fatto con chiunque avesse vinto le ultime elezioni, vogliamo ribadire la vicinanza a un popolo che condivide con noi il desiderio di libertà, pace e sviluppo», ha dichiarato ieri alla Verità Centinaio. D’altronde, quest’ultimo aveva visitato l’isola già a giugno dell’anno scorso assieme alla senatrice leghista Elena Murelli: anche in quell’occasione, il vicepresidente del Senato aveva avuto modo di incontrare Tsai Ing-wen. «Con la presidente e i ministri», twittò all’epoca il vicepresidente del Senato, «abbiamo parlato degli importanti rapporti economici, turistici e culturali tra Italia e Taiwan e del comune impegno per pace e democrazia». «L’Italia», aggiunse, «continuerà a impegnarsi per favorire la sicurezza dell’isola e dello stretto di Taiwan». Era inoltre ottobre del 2023, quando è stato aperto un ufficio di rappresentanza di Taipei a Milano. Salta comunque all’occhio che, sia l’anno scorso sia quest’anno, delle delegazioni in visita a Taiwan non abbiano fatto parte esponenti dei partiti di opposizione. Va d’altronde tenuto presente che l’attuale maggioranza parlamentare italiana sta sostenendo un governo che ha notevolmente raffreddato i rapporti di Roma con Pechino, soprattutto rispetto agli anni del governo Conte II: un esecutivo, quest’ultimo, che - piuttosto morbido nei confronti della Repubblica popolare cinese - era principalmente sostenuto da Pd e Movimento 5 stelle. Da agosto del 2022, Pechino ha intensificato notevolmente la pressione militare su Taiwan. L’isola sta del resto diventando sempre più centrale nel confronto tra Cina e Stati Uniti in Estremo Oriente, anche in virtù del fatto che si tratta di uno dei principali produttori di microchip al mondo. Le tensioni sono ulteriormente aumentate a seguito delle ultime elezioni presidenziali taiwanesi, mentre il Congresso americano ha recentemente approvato un nuovo pacchetto di aiuti militari all’isola. Il rafforzamento del legame tra Roma e Taipei implica dunque un consolidamento dei rapporti tra l’Italia e gli Stati Uniti.
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Lo ha dichiarato la vicepresidente del Lazio Roberta Angelilli a margine dell’incontro con il commissario per la Politica regionale e di coesione Raffaele Fitto, che si è tenuto presso la Rappresentanza dello Stato Libero di Baviera.
Giorgio Parisi (Ansa)
Tuttavia nel valutare l’attendibilità scientifica di una posizione nulla conta il prestigio, l’autorevolezza e, men che meno, l’autorità: è, questa, una condizione insita nel metodo scientifico. Gli autori criticano l’operato del governo che, sulle politiche climatiche, ha deciso di favorire l’adattamento piuttosto che una fumosa mitigazione. Secondo i sottoscrittori della missiva, invece, bisogna insistere sulla mitigazione del clima. Questo - dicono - sta cambiando per colpa delle emissioni antropiche di CO2, e bisogna mitigare il cambiamento riducendo le emissioni. Dal che si evince che né hanno capito il clima né hanno contezza delle politiche climatiche nel contesto mondiale.
Non si rendono conto che scrivere che «il 2024 è stato l’anno più caldo dal 1880» è una frase inutile in tutti i sensi. Innanzitutto è falsa: la temperatura globale del 2024 è un numero ottenuto attraverso una discutibile elaborazione di valori di temperatura, raccolti in modo discutibile da termometri calibrati in modo discutibile, e sparsi in luoghi discutibili; quel numero non ha più rilevanza della media aritmetica dei numeri di un elenco telefonico. Poi, quel numero non è certamente confrontabile con l’analogo numero relativo al 1880 e a diversi decenni a seguire, visto che i protocolli odierni per la raccolta dei dati sono ben diversi da quelli anche solo di 50 anni fa: nessuno farebbe confronti, tanto più che si sta parlando di valori espressi, dai signori che scrivono la lettera, al centesimo di grado; una precisione che non potreste definire neanche per il tinello di casa vostra, figurarsi per il pianeta. Poi scrivono: «Dal 1880», come se la Terra fosse nata allora. Lasciamo perdere gli oltre 4 miliardi d’anni della Terra, ma dalla fine dell’ultima glaciazione sono passati oltre 10.000 anni, che gli «studiosi» bellamente ignorano.
Non è finita: scrivono che «un clima che cambia aumenta la frequenza e intensità degli eventi meteorologici estremi». E chi gliel’ha detto? Domanda legittima, visto che non c’è alcuna evidenza che dal 1880 a oggi gli eventi estremi siano aumentati. Si lamentano del «clima che cambia» come se fosse possibile avere un clima che non cambi. Undicimila anni fa il Pianeta usciva da una glaciazione con temperature globali che sono aumentate di 7 gradi in 50 anni, altro che di 1 grado in cent’anni! Né è chiaro perché mai un Pianeta globalmente più caldo dovrebbe essere peggiore di un Pianeta globalmente più freddo. E neanche ci dicono, questi «studiosi», quale sarebbe la temperatura ideale del Pianeta.
Aggiungono che sarebbe quanto mai necessaria «una forte riduzione delle emissioni, promossa a tutti i livelli, regionale, nazionale, europeo e globale». Ma, anche fosse questa la cosa necessaria da fare (e non lo è), non si capisce perché mai scrivono a Giorgia Meloni: scrivano, piuttosto, a Xi Jinping, Donald Trump, Narendra Modi, Vladimir Putin e Sanae Takaichi, ché loro sono non solo responsabili di oltre il 60% delle emissioni globali ma anche determinati ad addirittura aumentarle. Anche se Meloni fosse così sciocca di star dietro a questi «studiosi» e azzerasse le emissioni italiane, avrebbe contribuito alla riduzione di appena lo 0.9% delle globali.
«È un errore che il governo italiano non sostenga il sistema Ets (Emission trading system) quale strumento per perseguire la decarbonizzazione». Ma, infatti, con la decarbonizzazione non c’entra nulla il sistema Ets: esso è un sistema truffaldino che non fa altro che trasferire denaro, dalle tasche di chi emette, nelle tasche di chi dice di impegnarsi a non emettere, senza che neanche una molecola di CO2 sia tolta all’atmosfera.
I nostri «studiosi» citano il ciclone Harry e la frana di Niscemi (dimostrando con ciò di aver trascurato la geologia nei loro studi), che col cambiamento climatico indotto dalla CO2 non ci azzeccano proprio. Ma trovo curioso che non sorga alcun dubbio sui loro programmi di mitigazione, visto che sebbene negli ultimi 20 anni il mondo abbia speso 800 trilioni di euro in impianti fotovoltaici ed eolici, la frana di Niscemi e il ciclone Harry non ci hanno risparmiato. Direi, allora, complimenti al governo Meloni che, contrariamente a quelli che l’hanno preceduta, ha un approccio pragmatico all’annoso problema del nostro territorio dissestato.
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Ecco #DimmiLaVerità del 5 marzo 2026. La nostra Mirella Molinaro ci rivela gli ultimi sviluppi dell'inchiesta sulla morte del piccolo Domenico.