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2024-05-17
Putin e Xi vogliono dettare la linea: «Il nostro asse stabilizza il mondo»
Xi Jinping e Vladimir Putin (Ansa)
Si rafforza la sponda tra Mosca e Pechino. Vladimir Putin si è recato ieri in Cina, dove ha avuto modo di irrobustire i suoi già saldi rapporti con Xi Jinping. Non a caso, i due leader hanno detto che le relazioni sino-russe starebbero vivendo «il periodo migliore della loro storia». «La nostra cooperazione negli affari mondiali oggi agisce come uno dei principali fattori stabilizzanti sulla scena internazionale», ha aggiunto lo zar, che ha anche definito russi e cinesi come «fratelli per sempre». «Nel mondo di oggi, la mentalità della Guerra fredda è ancora dilagante», ha invece dichiarato il leader cinese, in un’implicita stoccata agli Usa.
A tenere banco è stato innanzitutto il dossier ucraino. «Siamo aperti al dialogo sull’Ucraina, ma tali negoziati devono tenere conto degli interessi di tutti i Paesi coinvolti nel conflitto, compreso il nostro», aveva detto Putin in un’intervista all’agenzia Xinhua prima di arrivare a Pechino. Nella stessa intervista, lo zar aveva anche detto di essere favorevole al piano di pace in 12 punti, proposto da Pechino l’anno scorso. Un documento che, più che un piano di pace vero e proprio, era un insieme di intenti, tra cui: salvaguardia dell’integrità di tutti i Paesi e «ripresa dei colloqui di pace». «La parte cinese spera che la pace e la stabilità ritornino presto nel continente europeo ed è pronta a svolgere il suo ruolo costruttivo», ha affermato ieri Xi, invocando inoltre - assieme allo zar - una «soluzione politica» alla crisi ucraina, onde evitare «un’ulteriore escalation». Dal canto suo, il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha definito l’iniziativa diplomatica cinese come «la più realistica», derubricando il resto a «speculazione». Sempre nelle scorse ore, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha detto che la partecipazione di Pechino alla conferenza di pace svizzera, in programma a metà giugno e a cui Mosca non ha intenzione di prender parte, non renderà il summit «più efficace».
Al di là della crisi ucraina, Xi e Putin hanno di fatto ribadito la «partnership senza limiti», che avevano annunciato nel febbraio 2022. In primis, sono stati consolidati ulteriormente i legami nel settore della Difesa. «Mosca e Pechino approfondiranno ulteriormente la fiducia e la cooperazione in campo militare, amplieranno la portata delle esercitazioni congiunte e dell’addestramento, condurranno regolarmente pattugliamenti marittimi e aerei congiunti, aumenteranno il coordinamento e la cooperazione su base bilaterale», si legge nel documento.
In secondo luogo, i due leader hanno concordato nel voler «facilitare l’integrazione dei nuovi Stati membri nella struttura esistente di interazione dei Brics». Un blocco, quest’ultimo, con cui Pechino punta a rafforzare la propria influenza in America Latina e Medio Oriente. Non solo. Russia e Cina hanno anche annunciato di voler continuare a collaborare strettamente in seno all’Asia-Pacific economic cooperation. In terzo luogo, secondo Interfax, i due presidenti si sono detti d’accordo nel «continuare a rafforzare il partenariato strategico russo-cinese nel settore energetico e di svilupparlo ad alto livello nell’interesse di garantire la sicurezza economica ed energetica dei due Paesi».
Se a settembre 2022 Xi aveva espresso a Putin delle «preoccupazioni» sulla situazione in Ucraina, stavolta non sembrerebbe aver fatto altrettanto. In questa fase del conflitto, le forze russe stanno guadagnando terreno: un elemento che di certo non sfugge al leader cinese. È probabilmente anche in quest’ottica che Xi ha rafforzato così tanto la sponda con Putin: vuole, in altre parole, offrirgli maggiore copertura politica in vista di eventuali negoziati (era il 24 aprile quando Politico riportò che alcuni esponenti dell’amministrazione Biden erano «scettici» sul fatto che Kiev potesse vincere la guerra grazie al nuovo pacchetto di aiuti da 60 miliardi approvato dal Congresso). È chiaro che, se si aprissero delle trattative, lo zar punterebbe ad avviarle non solo da una posizione di maggior forza sul campo di battaglia ma anche potendo contare sull’avere le spalle coperte da Pechino. E questo spiega il perché, ieri, i due leader abbiano consolidato ulteriormente i rapporti nei delicati settori della Difesa e dell’energia.
È evidente come il ruolo diplomatico che punta a ritagliarsi la Cina sia finalizzato all’obiettivo di marginalizzare geopoliticamente e diplomaticamente Washington, approfittando di un presidente americano, Joe Biden, che ha compromesso la capacità di deterrenza statunitense e che, al contempo, non ha saputo mettere il proprio sostegno a Kiev in termini di armamenti al servizio di obiettivi politico-militari chiari e misurabili. In altre parole, Pechino vuole ritagliarsi un ruolo diplomatico non in nome di un’equidistanza (di fatto inesistente) tra le parti, ma perché punta ad acquisire influenza e prestigio agli occhi di quel Global South che, soprattutto dopo la crisi afgana del 2021, guarda con crescente sfiducia all’amministrazione Biden. Pechino mira, cioè, a fare in Ucraina quello che ha fatto l’anno scorso in Medio Oriente: mediando la distensione diplomatica tra Arabia Saudita e Iran, ha inferto un duro colpo all’influenza regionale dell’attuale Casa Bianca. Se sceglierà di spingere Putin ad avviare dei negoziati, il Dragone lo farà con il preciso obiettivo di mettere in crisi l’ordine internazionale emerso dalla fine della Guerra fredda, approfittando dell’irresolutezza di Biden. L’Occidente avrebbe bisogno di ripristinare innanzitutto la deterrenza e di riprendere conseguentemente l’iniziativa politica. Il problema è che l’attuale inquilino della Casa Bianca non sembra in grado di farlo. E mancano più di cinque mesi alle presidenziali americane.
Intanto Roma tende la mano a Taiwan
L’Italia rafforza i rapporti con Taiwan. Nei prossimi giorni, si recherà sull’isola una delegazione di parlamentari, guidata dal vicepresidente del Senato, il leghista Gian Marco Centinaio. Insieme a lui, saranno presenti anche due esponenti di Forza Italia: l’altro vicepresidente del Senato, Licia Ronzulli, e la senatrice Daniela Ternullo. I tre parlamentari, che andranno in rappresentanza non del Senato ma del gruppo interparlamentare di amicizia Italia-Taiwan, parteciperanno lunedì all’insediamento del nuovo presidente taiwanese, Lai Ching-te, che ha vinto le elezioni dello scorso gennaio. Non solo. Nella giornata di domenica, Centinaio avrà anche un incontro con la presidentessa uscente, Tsai Ing-wen. «L’insediamento di un nuovo presidente è il momento migliore in cui riaffermare l’amicizia che lega Italia e Taiwan. Da qui nasce la nostra missione. Attraverso il presidente, Lai Ching-te, così come ho già fatto più volte con la presidente uscente, Tsai Ing-wen, e come avrei fatto con chiunque avesse vinto le ultime elezioni, vogliamo ribadire la vicinanza a un popolo che condivide con noi il desiderio di libertà, pace e sviluppo», ha dichiarato ieri alla Verità Centinaio. D’altronde, quest’ultimo aveva visitato l’isola già a giugno dell’anno scorso assieme alla senatrice leghista Elena Murelli: anche in quell’occasione, il vicepresidente del Senato aveva avuto modo di incontrare Tsai Ing-wen. «Con la presidente e i ministri», twittò all’epoca il vicepresidente del Senato, «abbiamo parlato degli importanti rapporti economici, turistici e culturali tra Italia e Taiwan e del comune impegno per pace e democrazia». «L’Italia», aggiunse, «continuerà a impegnarsi per favorire la sicurezza dell’isola e dello stretto di Taiwan». Era inoltre ottobre del 2023, quando è stato aperto un ufficio di rappresentanza di Taipei a Milano. Salta comunque all’occhio che, sia l’anno scorso sia quest’anno, delle delegazioni in visita a Taiwan non abbiano fatto parte esponenti dei partiti di opposizione. Va d’altronde tenuto presente che l’attuale maggioranza parlamentare italiana sta sostenendo un governo che ha notevolmente raffreddato i rapporti di Roma con Pechino, soprattutto rispetto agli anni del governo Conte II: un esecutivo, quest’ultimo, che - piuttosto morbido nei confronti della Repubblica popolare cinese - era principalmente sostenuto da Pd e Movimento 5 stelle. Da agosto del 2022, Pechino ha intensificato notevolmente la pressione militare su Taiwan. L’isola sta del resto diventando sempre più centrale nel confronto tra Cina e Stati Uniti in Estremo Oriente, anche in virtù del fatto che si tratta di uno dei principali produttori di microchip al mondo. Le tensioni sono ulteriormente aumentate a seguito delle ultime elezioni presidenziali taiwanesi, mentre il Congresso americano ha recentemente approvato un nuovo pacchetto di aiuti militari all’isola. Il rafforzamento del legame tra Roma e Taipei implica dunque un consolidamento dei rapporti tra l’Italia e gli Stati Uniti.
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Lo zar a Pechino sfoggia la sua amicizia con il Dragone mentre domina sul campo: «Relazioni ai massimi storici». Nuovi accordi su energia e Difesa. Snobbata la conferenza di pace in Svizzera: «Non sarà efficace». Una delegazione di parlamentari parteciperà all’insediamento del neo presidente, Lai Ching-te. Ma l’opposizione diserta. Centinaio: «Riaffermiamo la vicinanza». Lo speciale contiene due articoli.Si rafforza la sponda tra Mosca e Pechino. Vladimir Putin si è recato ieri in Cina, dove ha avuto modo di irrobustire i suoi già saldi rapporti con Xi Jinping. Non a caso, i due leader hanno detto che le relazioni sino-russe starebbero vivendo «il periodo migliore della loro storia». «La nostra cooperazione negli affari mondiali oggi agisce come uno dei principali fattori stabilizzanti sulla scena internazionale», ha aggiunto lo zar, che ha anche definito russi e cinesi come «fratelli per sempre». «Nel mondo di oggi, la mentalità della Guerra fredda è ancora dilagante», ha invece dichiarato il leader cinese, in un’implicita stoccata agli Usa. A tenere banco è stato innanzitutto il dossier ucraino. «Siamo aperti al dialogo sull’Ucraina, ma tali negoziati devono tenere conto degli interessi di tutti i Paesi coinvolti nel conflitto, compreso il nostro», aveva detto Putin in un’intervista all’agenzia Xinhua prima di arrivare a Pechino. Nella stessa intervista, lo zar aveva anche detto di essere favorevole al piano di pace in 12 punti, proposto da Pechino l’anno scorso. Un documento che, più che un piano di pace vero e proprio, era un insieme di intenti, tra cui: salvaguardia dell’integrità di tutti i Paesi e «ripresa dei colloqui di pace». «La parte cinese spera che la pace e la stabilità ritornino presto nel continente europeo ed è pronta a svolgere il suo ruolo costruttivo», ha affermato ieri Xi, invocando inoltre - assieme allo zar - una «soluzione politica» alla crisi ucraina, onde evitare «un’ulteriore escalation». Dal canto suo, il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha definito l’iniziativa diplomatica cinese come «la più realistica», derubricando il resto a «speculazione». Sempre nelle scorse ore, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha detto che la partecipazione di Pechino alla conferenza di pace svizzera, in programma a metà giugno e a cui Mosca non ha intenzione di prender parte, non renderà il summit «più efficace». Al di là della crisi ucraina, Xi e Putin hanno di fatto ribadito la «partnership senza limiti», che avevano annunciato nel febbraio 2022. In primis, sono stati consolidati ulteriormente i legami nel settore della Difesa. «Mosca e Pechino approfondiranno ulteriormente la fiducia e la cooperazione in campo militare, amplieranno la portata delle esercitazioni congiunte e dell’addestramento, condurranno regolarmente pattugliamenti marittimi e aerei congiunti, aumenteranno il coordinamento e la cooperazione su base bilaterale», si legge nel documento. In secondo luogo, i due leader hanno concordato nel voler «facilitare l’integrazione dei nuovi Stati membri nella struttura esistente di interazione dei Brics». Un blocco, quest’ultimo, con cui Pechino punta a rafforzare la propria influenza in America Latina e Medio Oriente. Non solo. Russia e Cina hanno anche annunciato di voler continuare a collaborare strettamente in seno all’Asia-Pacific economic cooperation. In terzo luogo, secondo Interfax, i due presidenti si sono detti d’accordo nel «continuare a rafforzare il partenariato strategico russo-cinese nel settore energetico e di svilupparlo ad alto livello nell’interesse di garantire la sicurezza economica ed energetica dei due Paesi». Se a settembre 2022 Xi aveva espresso a Putin delle «preoccupazioni» sulla situazione in Ucraina, stavolta non sembrerebbe aver fatto altrettanto. In questa fase del conflitto, le forze russe stanno guadagnando terreno: un elemento che di certo non sfugge al leader cinese. È probabilmente anche in quest’ottica che Xi ha rafforzato così tanto la sponda con Putin: vuole, in altre parole, offrirgli maggiore copertura politica in vista di eventuali negoziati (era il 24 aprile quando Politico riportò che alcuni esponenti dell’amministrazione Biden erano «scettici» sul fatto che Kiev potesse vincere la guerra grazie al nuovo pacchetto di aiuti da 60 miliardi approvato dal Congresso). È chiaro che, se si aprissero delle trattative, lo zar punterebbe ad avviarle non solo da una posizione di maggior forza sul campo di battaglia ma anche potendo contare sull’avere le spalle coperte da Pechino. E questo spiega il perché, ieri, i due leader abbiano consolidato ulteriormente i rapporti nei delicati settori della Difesa e dell’energia. È evidente come il ruolo diplomatico che punta a ritagliarsi la Cina sia finalizzato all’obiettivo di marginalizzare geopoliticamente e diplomaticamente Washington, approfittando di un presidente americano, Joe Biden, che ha compromesso la capacità di deterrenza statunitense e che, al contempo, non ha saputo mettere il proprio sostegno a Kiev in termini di armamenti al servizio di obiettivi politico-militari chiari e misurabili. In altre parole, Pechino vuole ritagliarsi un ruolo diplomatico non in nome di un’equidistanza (di fatto inesistente) tra le parti, ma perché punta ad acquisire influenza e prestigio agli occhi di quel Global South che, soprattutto dopo la crisi afgana del 2021, guarda con crescente sfiducia all’amministrazione Biden. Pechino mira, cioè, a fare in Ucraina quello che ha fatto l’anno scorso in Medio Oriente: mediando la distensione diplomatica tra Arabia Saudita e Iran, ha inferto un duro colpo all’influenza regionale dell’attuale Casa Bianca. Se sceglierà di spingere Putin ad avviare dei negoziati, il Dragone lo farà con il preciso obiettivo di mettere in crisi l’ordine internazionale emerso dalla fine della Guerra fredda, approfittando dell’irresolutezza di Biden. L’Occidente avrebbe bisogno di ripristinare innanzitutto la deterrenza e di riprendere conseguentemente l’iniziativa politica. Il problema è che l’attuale inquilino della Casa Bianca non sembra in grado di farlo. E mancano più di cinque mesi alle presidenziali americane. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/putin-xi-vogliono-dettare-linea-2668290431.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="intanto-roma-tende-la-mano-a-taiwan" data-post-id="2668290431" data-published-at="1715932667" data-use-pagination="False"> Intanto Roma tende la mano a Taiwan L’Italia rafforza i rapporti con Taiwan. Nei prossimi giorni, si recherà sull’isola una delegazione di parlamentari, guidata dal vicepresidente del Senato, il leghista Gian Marco Centinaio. Insieme a lui, saranno presenti anche due esponenti di Forza Italia: l’altro vicepresidente del Senato, Licia Ronzulli, e la senatrice Daniela Ternullo. I tre parlamentari, che andranno in rappresentanza non del Senato ma del gruppo interparlamentare di amicizia Italia-Taiwan, parteciperanno lunedì all’insediamento del nuovo presidente taiwanese, Lai Ching-te, che ha vinto le elezioni dello scorso gennaio. Non solo. Nella giornata di domenica, Centinaio avrà anche un incontro con la presidentessa uscente, Tsai Ing-wen. «L’insediamento di un nuovo presidente è il momento migliore in cui riaffermare l’amicizia che lega Italia e Taiwan. Da qui nasce la nostra missione. Attraverso il presidente, Lai Ching-te, così come ho già fatto più volte con la presidente uscente, Tsai Ing-wen, e come avrei fatto con chiunque avesse vinto le ultime elezioni, vogliamo ribadire la vicinanza a un popolo che condivide con noi il desiderio di libertà, pace e sviluppo», ha dichiarato ieri alla Verità Centinaio. D’altronde, quest’ultimo aveva visitato l’isola già a giugno dell’anno scorso assieme alla senatrice leghista Elena Murelli: anche in quell’occasione, il vicepresidente del Senato aveva avuto modo di incontrare Tsai Ing-wen. «Con la presidente e i ministri», twittò all’epoca il vicepresidente del Senato, «abbiamo parlato degli importanti rapporti economici, turistici e culturali tra Italia e Taiwan e del comune impegno per pace e democrazia». «L’Italia», aggiunse, «continuerà a impegnarsi per favorire la sicurezza dell’isola e dello stretto di Taiwan». Era inoltre ottobre del 2023, quando è stato aperto un ufficio di rappresentanza di Taipei a Milano. Salta comunque all’occhio che, sia l’anno scorso sia quest’anno, delle delegazioni in visita a Taiwan non abbiano fatto parte esponenti dei partiti di opposizione. Va d’altronde tenuto presente che l’attuale maggioranza parlamentare italiana sta sostenendo un governo che ha notevolmente raffreddato i rapporti di Roma con Pechino, soprattutto rispetto agli anni del governo Conte II: un esecutivo, quest’ultimo, che - piuttosto morbido nei confronti della Repubblica popolare cinese - era principalmente sostenuto da Pd e Movimento 5 stelle. Da agosto del 2022, Pechino ha intensificato notevolmente la pressione militare su Taiwan. L’isola sta del resto diventando sempre più centrale nel confronto tra Cina e Stati Uniti in Estremo Oriente, anche in virtù del fatto che si tratta di uno dei principali produttori di microchip al mondo. Le tensioni sono ulteriormente aumentate a seguito delle ultime elezioni presidenziali taiwanesi, mentre il Congresso americano ha recentemente approvato un nuovo pacchetto di aiuti militari all’isola. Il rafforzamento del legame tra Roma e Taipei implica dunque un consolidamento dei rapporti tra l’Italia e gli Stati Uniti.
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
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Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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