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2019-05-07
Psicodramma a sinistra: si va al Salone o no?
Ansa
«Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? Vengo. Vengo e mi metto così, vicino a una finestra di profilo in controluce, voi mi fate: “Michele, vieni di là con noi, dai..." e io: “Andate, andate, vi raggiungo dopo...". Vengo! Ci vediamo là. No, non mi va, non vengo, no». Molti l'avranno riconosciuta: è la scena cult di Ecce Bombo, in cui Nanni Moretti (nei panni del suo alter ego cinematografico Michele Apicella) parla al telefono con l'amico Nicola. E ne esce il ritratto di un'antropologia di sinistra attorcigliata intorno a dilemmi inconsistenti eppure insolubili, a un narcisismo inguaribile, a enigmi esistenziali molto spesso senza senso, che via via diventano più comici che tragici.
La sindrome del «vado o non vado» può oggi essere applicata al Salone del libro di Torino, ormai diventato una via di mezzo tra uno psicodramma e una passerella-social, con vipponi e vippini (sono rappresentate tutte le gradazioni e le sfumature del rosso) che si sentono in dovere di far sapere al mondo se andranno o non andranno. Segue dibattito, disperazione degli amici, tentativi di persuasione e dissuasione, con cuoricini e like che vanno e vengono sui social.
Però stavolta c'è poco da ridere, e l'elemento furbesco e ipocrita prevale sulla comicità involontaria, almeno per tre ragioni. Primo: perché tutto nasce - è bene non dimenticarlo - da un preciso e voluto atto di intolleranza, da un deliberato tentativo di censura. E cioè dal fatto che numerosi «compagni» non vogliano la presenza di un editore «nero», Altaforte. Nell'Italia del 2019, per quanto la cosa possa apparire incredibile, si è aperto il dibattito sul fatto che una casa editrice possa o non possa promuovere i suoi lavori. Peggio: sul fatto che la libertà d'espressione sia subordinata al pollice in su o in giù, della sinistra intellettuale.
Secondo: il consulente del Salone, Christian Raimo, non si è dimesso perché è un eroe buono, come ora ci si vorrebbe far credere. Ma perché la sua posizione è divenuta insostenibile dopo le affermazioni offensive e calunniose che ha scagliato contro alcuni bersagli. Giova riproporre la frase di Raimo, per tenerla bene a mente: «Alessandro Giuli, Francesco Borgonovo, Adriano Scianca, Francesco Giubilei, tutti i giorni in tv, sui giornali, con i loro libri sostengono un razzismo esplicito». Avete letto bene: «Razzismo esplicito».
Terzo: perché da quel momento - a meno di nostri errori e omissioni - nessun grande giornale ha avuto la curiosità di sentire i bersagli, di dare la parola agli aggrediti, di sentire la loro versione, di capire cosa facciano di così mostruoso. No: tutto il dibattito verte sull'argomento su cui la sinistra è più preparata, e cioè se stessa.
Ciò detto, veniamo alla puntata di ieri della telenovela. È tornato a parlare Raimo (che andrà, pur dimissionario), con un accorato appello al suo pubblico: Ogni spazio pubblico è oggi un luogo di battaglia, culturale, politica, civile, antifascista», fa sapere dalla sua trincea su Facebook. «Io andrò al Salone del libro, non più da consulente: la ragione per cui mi sono dimesso è che non voglio la presenza di editori dichiaratamente fascisti o vicini al fascismo. Penso che il Mibac, ossia lo Stato, debba tutelare questo diritto per tutti, e proteggere il Salone da ogni ingerenza fascista; penso che l'Aie e l'Adei, ossia le associazioni degli editori, debbano affrontare radicalmente questa questione». Resta da capire cosa Raimo intenda per «radicalmente». Segue la sentenza: «I luoghi della cultura devono essere presìdi contro il fascismo». Andranno invece (per i feticisti e gli appassionati, l'hashtag su Twitter è: #iovadoaTorino) una serie di altri autori, da Michela Murgia a Chiara Valerio: «Se Casapound mette un picchetto nel mio quartiere, che faccio, me ne vado?».
Veniamo invece a chi non andrà. In ordine di apparizione (anzi: di sparizione), si segnalano l'Anpi, Carlo Ginzburg e Zerocalcare. L'associazione dei partigiani fa sapere che la sua presidente, Carla Nespolo, ha annullato una presentazione: «Il motivo è legato all'intollerabile presenza al Salone della casa editrice Altaforte che pubblica volumi elogiativi del fascismo oltreché la rivista Primato nazionale, vicina a Casapound e denigratrice della Resistenza e dell'Anpi stessa». Per le stesse ragioni, dice no Carlo Ginzburg: «Annullo la mia partecipazione. La mia, tengo a sottolinearlo, è una scelta politica, che non ha nulla a che fare con la sfera della legalità».
Più tormentato Zerocalcare. Su Twitter proclama: «Mi è impossibile pensare di rimanere tre giorni seduto a pochi metri dai sodali di chi ha accoltellato i miei fratelli, incrociarli ogni volta che vado a pisciare». Dopo questa nota poetica, segue un post scriptum metà italiano metà romanesco: «Non è che io so' diventato più cacacazzi negli ultimi tempi, anzi so' pure molto più rammollito, è che oggettivamente 'sta roba prima non sarebbe mai successa. Qua ogni settimana spostiamo un po' l'asticella del baratro».
Intanto, non si dà pace Gianni Riotta: la manifestazione torinese «si deve difendere come può assediata da fascisti, nazionalisti, populisti, l'Italia peggiore del 2019». Dall'ufficio patenti - per oggi - è tutto.
Ecco chi sono gli autori che i maestrini vorrebbero far tacere
Dannati sovranisti: li si prende in giro una vita perché non leggono e quando poi si scopre che oltre a leggere e a scrivere hanno persino delle case editrici, non va bene lo stesso. Nella querelle sul Salone del libro di Torino, che ormai potremmo tranquillamente chiamare Salone Altaforte, vista la pubblicità gratuita che la campagna inaugurata da Chiristian Raimo sta facendo alla casa editrice della discordia, regna una certa confusione.
Per l'ormai ex consulente dell'evento torinese, la casa editrice vicina a Casapound non sarebbe altro che l'avanguardia militare di una gigantesca offensiva culturale sovranista che sta occupando postazioni a spese dell'intellighenzia democratica.
Un'offensiva che ha una sorta di quadrumvirato alla sua testa: Raimo ha fatto espressamente i nomi di Francesco Borgonovo e Adriano Scianca, ben noti ai lettori di questo giornale, oltre che di Francesco Giubilei, editore e scrittore di area identitaria e liberale, e del giornalista Alessandro Giuli. Rispetto alle accuse, anche pesanti, di Raimo, Giuli stesso commenta: «Di quello me ne occuperò nelle prossime ore insieme al mio avvocato. Capisco che Raimo abbia le sue ragioni per essere nervoso, ma il modo in cui esprime questo nervosismo è inaccettabile. In generale credo che i libri siano sempre innocenti e chi li ostracizza oggi, domani sarà pronto a bruciarli, come accadeva negli anni Trenta e nel Medioevo».
Quanto alla famigerata rete culturale sovranista che starebbe metodicamente prendendo in ostaggio la vita pubblica italiana, Giuli afferma, provocatoriamente: «Magari esistesse. Almeno potremmo prendere le misure a qualcosa di reale. La verità è che qui c'è tutta prassi e niente dottrina, non c'è niente di strategico e a malapena c'è qualcosa di tattico. Dalla sinistra c'è un enorme sopravvalutazione del fenomeno in atto. Capisco che possa essere consolante, per sentirsi più vivi e battaglieri, immaginare questa offensiva culturale sovranista, ma la verità è che non sta accadendo nulla di simile».
E poi c'è Altaforte. Tutti ne parlano, pochi parlano con loro, per sapere chi sono, cosa fanno e cosa vogliono. C'è da giurare che i più non sappiano neanche che il nome del marchio deriva da una sestina di Ezra Pound. Francesco Polacchi, titolare dell'azienda, finito nella bufera per alcune dichiarazioni rilasciate alla Zanzara, ce la descrive così: «Siamo nati nove mesi fa e abbiamo pubblicato finora nove libri, uno al mese. Io sono militante di Casapound e non l'ho mai nascosto. Questa casa editrice, però, non ha alcun legame con il movimento, anche se abbiamo una nostra linea editoriale sovranista. Una casa editrice va giudicata da ciò che pubblica e non dalle opinioni del suo editore. La maggior parte dei nostri autori non fa parte di Casapound e certo non abbiamo chiesto loro di tesserarsi. E nei nostri testi non si parla di fascismo. Vorrei far notare, peraltro, che mentre noi pubblichiamo il libro intervista a Matteo Salvini, Casapound si candida alle europee in competizione con la Lega e rivolgendo al governo una serie di critiche politiche profonde. Questo dovrebbe testimoniare il percorso autonomo della casa editrice rispetto a Cpi».
E i libri sul fascismo che stanno facendo piangere i progressisti? Anche qui le cose non stanno come è stato detto. «I libri che tutti stanno citando», spiega ancora Polacchi, «non sono pubblicati da Altaforte, ma da altre case editrici che noi, tramite le nostre librerie e il nostro sito, distribuiamo. Alcuni dei testi citati sono ordinabili anche sul sito di Mondadori e Feltrinelli, se è per questo. Questo non significa che domani Altaforte non possa decidere di pubblicare un saggio o un romanzo sul fascismo, non mi pare che la cosa sia vietata». Quanto alle accuse lanciate da Raimo e altri, il titolare di Altaforte taglia corto: «Non stiamo esponendo i libri a casa di Raimo, ma in un evento che ha importanti partnership pubbliche. Non sta quindi a lui o a Zerocalcare decidere chi può partecipare e chi no».
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La sfida al ridicolo degli intellettuali progressisti. Prima invocano la censura rossa sulla kermesse letteraria, poi lanciano un surreale dibattito sull'opportunità di boicottarla. Tutto pur di restare sotto i riflettori e cancellare la libertà di espressione.L'editore di Altaforte: « Sul nostro conto troppe bugie. Siamo indipendenti da Casapound e non stampiamo libri sul fascismo».Lo speciale contiene due articoli.«Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? Vengo. Vengo e mi metto così, vicino a una finestra di profilo in controluce, voi mi fate: “Michele, vieni di là con noi, dai..." e io: “Andate, andate, vi raggiungo dopo...". Vengo! Ci vediamo là. No, non mi va, non vengo, no». Molti l'avranno riconosciuta: è la scena cult di Ecce Bombo, in cui Nanni Moretti (nei panni del suo alter ego cinematografico Michele Apicella) parla al telefono con l'amico Nicola. E ne esce il ritratto di un'antropologia di sinistra attorcigliata intorno a dilemmi inconsistenti eppure insolubili, a un narcisismo inguaribile, a enigmi esistenziali molto spesso senza senso, che via via diventano più comici che tragici. La sindrome del «vado o non vado» può oggi essere applicata al Salone del libro di Torino, ormai diventato una via di mezzo tra uno psicodramma e una passerella-social, con vipponi e vippini (sono rappresentate tutte le gradazioni e le sfumature del rosso) che si sentono in dovere di far sapere al mondo se andranno o non andranno. Segue dibattito, disperazione degli amici, tentativi di persuasione e dissuasione, con cuoricini e like che vanno e vengono sui social. Però stavolta c'è poco da ridere, e l'elemento furbesco e ipocrita prevale sulla comicità involontaria, almeno per tre ragioni. Primo: perché tutto nasce - è bene non dimenticarlo - da un preciso e voluto atto di intolleranza, da un deliberato tentativo di censura. E cioè dal fatto che numerosi «compagni» non vogliano la presenza di un editore «nero», Altaforte. Nell'Italia del 2019, per quanto la cosa possa apparire incredibile, si è aperto il dibattito sul fatto che una casa editrice possa o non possa promuovere i suoi lavori. Peggio: sul fatto che la libertà d'espressione sia subordinata al pollice in su o in giù, della sinistra intellettuale. Secondo: il consulente del Salone, Christian Raimo, non si è dimesso perché è un eroe buono, come ora ci si vorrebbe far credere. Ma perché la sua posizione è divenuta insostenibile dopo le affermazioni offensive e calunniose che ha scagliato contro alcuni bersagli. Giova riproporre la frase di Raimo, per tenerla bene a mente: «Alessandro Giuli, Francesco Borgonovo, Adriano Scianca, Francesco Giubilei, tutti i giorni in tv, sui giornali, con i loro libri sostengono un razzismo esplicito». Avete letto bene: «Razzismo esplicito». Terzo: perché da quel momento - a meno di nostri errori e omissioni - nessun grande giornale ha avuto la curiosità di sentire i bersagli, di dare la parola agli aggrediti, di sentire la loro versione, di capire cosa facciano di così mostruoso. No: tutto il dibattito verte sull'argomento su cui la sinistra è più preparata, e cioè se stessa. Ciò detto, veniamo alla puntata di ieri della telenovela. È tornato a parlare Raimo (che andrà, pur dimissionario), con un accorato appello al suo pubblico: Ogni spazio pubblico è oggi un luogo di battaglia, culturale, politica, civile, antifascista», fa sapere dalla sua trincea su Facebook. «Io andrò al Salone del libro, non più da consulente: la ragione per cui mi sono dimesso è che non voglio la presenza di editori dichiaratamente fascisti o vicini al fascismo. Penso che il Mibac, ossia lo Stato, debba tutelare questo diritto per tutti, e proteggere il Salone da ogni ingerenza fascista; penso che l'Aie e l'Adei, ossia le associazioni degli editori, debbano affrontare radicalmente questa questione». Resta da capire cosa Raimo intenda per «radicalmente». Segue la sentenza: «I luoghi della cultura devono essere presìdi contro il fascismo». Andranno invece (per i feticisti e gli appassionati, l'hashtag su Twitter è: #iovadoaTorino) una serie di altri autori, da Michela Murgia a Chiara Valerio: «Se Casapound mette un picchetto nel mio quartiere, che faccio, me ne vado?». Veniamo invece a chi non andrà. In ordine di apparizione (anzi: di sparizione), si segnalano l'Anpi, Carlo Ginzburg e Zerocalcare. L'associazione dei partigiani fa sapere che la sua presidente, Carla Nespolo, ha annullato una presentazione: «Il motivo è legato all'intollerabile presenza al Salone della casa editrice Altaforte che pubblica volumi elogiativi del fascismo oltreché la rivista Primato nazionale, vicina a Casapound e denigratrice della Resistenza e dell'Anpi stessa». Per le stesse ragioni, dice no Carlo Ginzburg: «Annullo la mia partecipazione. La mia, tengo a sottolinearlo, è una scelta politica, che non ha nulla a che fare con la sfera della legalità». Più tormentato Zerocalcare. Su Twitter proclama: «Mi è impossibile pensare di rimanere tre giorni seduto a pochi metri dai sodali di chi ha accoltellato i miei fratelli, incrociarli ogni volta che vado a pisciare». Dopo questa nota poetica, segue un post scriptum metà italiano metà romanesco: «Non è che io so' diventato più cacacazzi negli ultimi tempi, anzi so' pure molto più rammollito, è che oggettivamente 'sta roba prima non sarebbe mai successa. Qua ogni settimana spostiamo un po' l'asticella del baratro». Intanto, non si dà pace Gianni Riotta: la manifestazione torinese «si deve difendere come può assediata da fascisti, nazionalisti, populisti, l'Italia peggiore del 2019». Dall'ufficio patenti - per oggi - è tutto. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/psicodramma-a-sinistra-si-va-al-salone-o-no-2636434910.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ecco-chi-sono-gli-autori-che-i-maestrini-vorrebbero-far-tacere" data-post-id="2636434910" data-published-at="1777610038" data-use-pagination="False"> Ecco chi sono gli autori che i maestrini vorrebbero far tacere Dannati sovranisti: li si prende in giro una vita perché non leggono e quando poi si scopre che oltre a leggere e a scrivere hanno persino delle case editrici, non va bene lo stesso. Nella querelle sul Salone del libro di Torino, che ormai potremmo tranquillamente chiamare Salone Altaforte, vista la pubblicità gratuita che la campagna inaugurata da Chiristian Raimo sta facendo alla casa editrice della discordia, regna una certa confusione. Per l'ormai ex consulente dell'evento torinese, la casa editrice vicina a Casapound non sarebbe altro che l'avanguardia militare di una gigantesca offensiva culturale sovranista che sta occupando postazioni a spese dell'intellighenzia democratica. Un'offensiva che ha una sorta di quadrumvirato alla sua testa: Raimo ha fatto espressamente i nomi di Francesco Borgonovo e Adriano Scianca, ben noti ai lettori di questo giornale, oltre che di Francesco Giubilei, editore e scrittore di area identitaria e liberale, e del giornalista Alessandro Giuli. Rispetto alle accuse, anche pesanti, di Raimo, Giuli stesso commenta: «Di quello me ne occuperò nelle prossime ore insieme al mio avvocato. Capisco che Raimo abbia le sue ragioni per essere nervoso, ma il modo in cui esprime questo nervosismo è inaccettabile. In generale credo che i libri siano sempre innocenti e chi li ostracizza oggi, domani sarà pronto a bruciarli, come accadeva negli anni Trenta e nel Medioevo». Quanto alla famigerata rete culturale sovranista che starebbe metodicamente prendendo in ostaggio la vita pubblica italiana, Giuli afferma, provocatoriamente: «Magari esistesse. Almeno potremmo prendere le misure a qualcosa di reale. La verità è che qui c'è tutta prassi e niente dottrina, non c'è niente di strategico e a malapena c'è qualcosa di tattico. Dalla sinistra c'è un enorme sopravvalutazione del fenomeno in atto. Capisco che possa essere consolante, per sentirsi più vivi e battaglieri, immaginare questa offensiva culturale sovranista, ma la verità è che non sta accadendo nulla di simile». E poi c'è Altaforte. Tutti ne parlano, pochi parlano con loro, per sapere chi sono, cosa fanno e cosa vogliono. C'è da giurare che i più non sappiano neanche che il nome del marchio deriva da una sestina di Ezra Pound. Francesco Polacchi, titolare dell'azienda, finito nella bufera per alcune dichiarazioni rilasciate alla Zanzara, ce la descrive così: «Siamo nati nove mesi fa e abbiamo pubblicato finora nove libri, uno al mese. Io sono militante di Casapound e non l'ho mai nascosto. Questa casa editrice, però, non ha alcun legame con il movimento, anche se abbiamo una nostra linea editoriale sovranista. Una casa editrice va giudicata da ciò che pubblica e non dalle opinioni del suo editore. La maggior parte dei nostri autori non fa parte di Casapound e certo non abbiamo chiesto loro di tesserarsi. E nei nostri testi non si parla di fascismo. Vorrei far notare, peraltro, che mentre noi pubblichiamo il libro intervista a Matteo Salvini, Casapound si candida alle europee in competizione con la Lega e rivolgendo al governo una serie di critiche politiche profonde. Questo dovrebbe testimoniare il percorso autonomo della casa editrice rispetto a Cpi». E i libri sul fascismo che stanno facendo piangere i progressisti? Anche qui le cose non stanno come è stato detto. «I libri che tutti stanno citando», spiega ancora Polacchi, «non sono pubblicati da Altaforte, ma da altre case editrici che noi, tramite le nostre librerie e il nostro sito, distribuiamo. Alcuni dei testi citati sono ordinabili anche sul sito di Mondadori e Feltrinelli, se è per questo. Questo non significa che domani Altaforte non possa decidere di pubblicare un saggio o un romanzo sul fascismo, non mi pare che la cosa sia vietata». Quanto alle accuse lanciate da Raimo e altri, il titolare di Altaforte taglia corto: «Non stiamo esponendo i libri a casa di Raimo, ma in un evento che ha importanti partnership pubbliche. Non sta quindi a lui o a Zerocalcare decidere chi può partecipare e chi no».
Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
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Il cambio di passo politico è evidente. Con il governo Merz, Berlino ha avviato una revisione profonda del proprio paradigma, approvando un piano straordinario su difesa e infrastrutture che rompe con decenni di rigore fiscale. Tuttavia, la traiettoria macro resta fragile: crescita del Pil ridimensionata allo 0,5% e margini fiscali a rischio dispersione, come segnalato dalla Bundesbank. Anche sul fronte corporate, le aspettative si sono raffreddate: la crescita degli utili attesa per il 2026 è scesa dal 20% al 12%. Il mercato azionario riflette una frattura interna: l’indice Dax, trainato da multinazionali globali, ha sovraperformato nettamente l’Mdax, espressione dell’economia domestica. Secondo Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «il divario tra Dax e Mdax è la prova della crisi profonda. Mentre alcuni giganti si salvano grazie all’export extra-Ue, molte medie imprese sono schiacciate da burocrazia, tassi di interesse elevati e un euro troppo forte per un’economia in stagnazione».
Il nodo più critico resta l’automotive. Colossi come Volkswagen e Bmw stanno perdendo terreno rispetto ai competitor cinesi nell’elettrico, dove il vantaggio tecnologico e di scala è ormai evidente. In parallelo, settori legati alla nuova politica industriale mostrano dinamiche opposte: Rheinmetall e Hochtief hanno registrato performance straordinarie, così come Siemens Energy, spinta dal ciclo globale dell’elettrificazione. Sul piano strutturale, la riforma più sottovalutata riguarda il risparmio previdenziale. Il superamento del modello Riester introduce una svolta: maggiore esposizione ad asset rischiosi e apertura a Etf e azioni. La «Frühstart-Rente» segna un tentativo di finanziarizzazione diffusa del risparmio. «Perché gli analisti guardano con interesse a questa mossa? Perché si passa da un risparmio “morto”», spiega Gaziano, «a un afflusso di capitali potenzialmente fresco e ricorrente verso il mercato azionario. È un cambiamento anche culturale: lo Stato tedesco spinge i cittadini a diventare azionisti e, come accade in Francia o Gran Bretagna, consente di usare gli Etf per farsi la pensione. Roba che in Italia sembra fantascienza, visti gli interessi in campo di banche e reti e governi di tutti i colori che si preoccupano più di compiacere le lobby del settore piuttosto che favorire gli interessi dei risparmiatori».
Le implicazioni per l’asset management sono rilevanti. Player come Dws Group e Amundi, insieme a gruppi assicurativi come Allianz, sono posizionati per intercettare nuovi flussi. E così è anche Deutsche Borse, con un modello di business anti-fragile.
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Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
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