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2021-11-12
Prossima mossa: niente card con il tampone
«Il tampone è l'anello debole del green pass, prima o poi dovremo ragionare sulla sua abolizione»: Donato Greco, epidemiologo, componente del Comitato tecnico scientifico, rilancia una notizia estremamente importante. Intervistato da Rai Radio 1, Greco ammette candidamente quello che molti prevedevano: «Prima o poi» non sarà più possibile ottenere il green pass anche con un tampone negativo, ma il certificato verde sarà rilasciato solo ai vaccinati e ai guariti dal Covid. Più prima che poi: a quanto apprende La Verità da fonti bene informate, ai comitati regionali del nuoto sarebbe stato comunicato dai vertici nazionali che già dal prossimo gennaio occorre prepararsi alle nuove regole, ovvero al green pass tarato sul modello 2G e non più al 3G.
Il significato di 3G, ricordiamolo, deriva dal tedesco geimpft, genesen, getestet (vaccinato, guarito, testato), ed è il green pass così come lo utilizziamo oggi in Italia, ovvero attraverso la vaccinazione, un certificato di guarigione dal Covid o un tampone negativo. Il certificato 2G, soprannominato anche super green pass, invece, può essere ottenuto solo dai vaccinati e dai guariti: il tampone negativo non vale più. È questa la strada che sta prendendo l'Italia: naturalmente, come è ben comprensibile, abolire il tampone negativo, come ipotizzato da Greco e come riferito dalle nostre fonti, significa introdurre di fatto un obbligo vaccinale, ma ancora una volta senza avere il coraggio politico di farlo esplicitamente.
L'altro ieri, l'idea di introdurre anche in Italia la regola del 2G è stata esplicitamente suggerita al governo dal governatore del Trentino Alto Adige, Arno Kompatscher: «Abbiamo chiesto a Roma», ha detto Kompatscher, «di consentire vantaggi per i vaccinati, come già avviene in alcuni paesi europei con la regola 2G». Anche Walter Ricciardi, consigliere del ministero della Salute, ha proposto di introdurre in Italia il green pass 2G: «Finora i green pass hanno funzionato», ha detto Ricciardi al Messaggero, «ma sono convinto che, per la stagione invernale che ci costringe più al chiuso e a contatto con gli altri, bisognerebbe rivederne la concessione limitando la libertà solo ai vaccinati e ai guariti dal Covid. Chi non è vaccinato può accedere ad alcuni luoghi o usare alcuni servizi come i trasporti a lunga percorrenza anche mostrando il tampone effettuato 48 ore prima. Sono dell'idea, invece, che il tampone sia il punto debole del sistema. Non assicura la protezione e la non trasmissione del virus, se non al 30%. Ecco perché», ha aggiunto Ricciardi, «gli accessi ai luoghi pubblici o a quelli di lavoro andrebbero limitati solo ai vaccinati con green pass, escludendo la possibilità a chi ha un tampone valido».
Sguaina il super green pass anche Matteo Bassetti, direttore della clinica di malattie infettive del Policlinico San Martino di Genova. «Per andare al cinema, teatro, stadio, palestra», dice Bassetti a La 7, «bisogna essere vaccinato o guarito. Le altre attività si possono fare con un green pass normale: prendere un aereo, un treno, andare a lavorare. Sono convinto che questo spingerebbe moltissimo la vaccinazione, per recuperare quel 4-5% che ci manca per arrivare ad un'immunità di sicurezza. Mentre austriaci e tedeschi hanno introdotto il 2G», aggiunge Bassetti, «noi aspettiamo. Cosa aspettiamo, di vedere gli ospedali pieni?».
Ieri a Berlino il probabile futuro cancelliere tedesco, Olaf Scholz, in procinto di guidare la coalizione composta da Spd, Verdi e Liberali, in un discorso al Bundestag si è detto favorevole alla regola del 2G per l'accesso ai locali pubblici, ai musei e alle palestre, consentendo l'ingresso solo a vaccinati e guariti. La capogruppo dei Verdi, Katrin Goering-Eckardt, ha argomentato che «abbiamo bisogno delle regole del 2G».
La Sassonia, è stato il primo Länder tedesco a introdurre, domenica scorsa, l'obbligo del green pass rafforzato, il 2G, per accedere a ristoranti, bar, eventi culturali. In Austria, da lunedì scorso, è in vigore l'obbligo del green pass 2G, quindi rilasciato solo a vaccinati e guariti, per accedere a ristoranti, bar, pasticcerie, strutture ricettive come hotel ostelli e bed and breakfast, per recarsi dal parrucchiere, dall'estetista, e per partecipare a eventi, culturali o sportivi, con 25 o più persone. Lasciapassare sanitario 2G anche per accedere a ospedali e case di cura. Per un mese, a partire da lunedì scorso, in Austria è in vigore un periodo di transizione per consentire ai cittadini di adeguarsi alle nuove regole. Per quattro settimane, un vaccinato con la prima dose e un tampone molecolare negativo potrà infatti accedere alle zone e ai locali riservati ai vaccinati, per avere il tempo di farsi inoculare la seconda dose e ricevere così il 2G. Il 3G, ovvero il certificato rilasciato anche a chi ha il tampone negativo, continua a essere valido per recarsi al lavoro.
Il punto è proprio questo: se verranno confermate le indiscrezioni e le ipotesi sull'introduzione anche in Italia del super green pass, il 2G, rilasciato solo a vaccinati e guariti, e quindi abolendo il tampone, con quali modalità procederà il governo? È prevedibile che la eventuale introduzione del 2G obbligatorio partirà dai locali pubblici, dalle palestre e così via, come è stato per il primo certificato. Il nodo da sciogliere riguarderà i luoghi di lavoro: abolire il tampone per i dipendenti pubblici e privati sarebbe un cambiamento epocale, destinato a scatenare una vera e propria ondata, è il caso di dirlo, di proteste.
Nel dl green pass spunta la norma che sopprime la privacy sul lavoro
Controlli più veloci in cambio di zero privacy. Tra le novità introdotte dal decreto green pass, votato al Senato mercoledì sera (con la fiducia posta dal governo: 199 voti a favore, 38 contrari), c'è la semplificazione delle verifiche che scatterebbe per i lavoratori del settore privato, che possono chiedere di consegnare al proprio datore di lavoro una copia della certificazione verde. Così facendo, «sono esonerati dai controlli da parte dei datori di lavoro», per tutta la durata della validità della certificazione vaccinale. La novità è contenuta in un emendamento al decreto legge 127 del 21 settembre 2021, quello sull'obbligo del green pass per andare a lavorare. L'emendamento del Pd, con prima firmataria la senatrice Valeria Fedeli, è stato condiviso da gran parte dei gruppi di maggioranza, è stato riformulato dal governo e approvato dalla commissione Affari costituzionali del Senato.
In teoria, si tratta di una semplificazione importante, considerando che se il datore di lavoro manca il controllo, rischia una sanzione tra i 400 e i 1.000 euro. Tuttavia, questa è una mossa che contrasta con quanto stabilito finora dal Garante della privacy sul trattamento delle informazioni contenute nel green pass del lavoratore. Infatti, potrà consegnare la certificazione verde chi è vaccinato quindi in possesso di un green pass valido da 9 a 12 mesi. Chi invece non è vaccinato ed effettua tamponi un paio di volte a settimana, non può consegnare la card, perché d ogni tampone il Qr code cambia: il ministero invia un sms al lavoratore che scarica un nuovo green pass. A questo punto il datore di lavoro sa perfettamente chi è vaccinato e chi no, informazione finora «protetta». Quindi, giuridicamente si consente di violare la privacy di un cittadino su dati sensibili come quelli sanitari.
La semplificazione, inoltre, pare preludere allo sbandierato super green pass per vaccinati e guariti, sul modello del 2G in vigore in Austria, che prevede la frequentazione di bar, hotel e ristoranti solo per i vaccinati e un lockdown mascherato per i no vax. A lanciare per primo l'idea di istituirlo anche in Italia è stato il governatore altoatesino Arno Kompatscher e ieri lo ha ribadito convintamente il professor Matteo Bassetti, direttore della clinica di malattie infettive del Policlinico San Martino di Genova: «Cosa aspettiamo, di vedere gli ospedali pieni?».
Tra le novità anche la rassicurazione ai dipendenti ai quali scade la tessera durante il turno lavorativo: viene stabilito che il dipendente può continuare a svolgere le sue mansioni fino al termine dell'orario senza incappare nella sanzione (si va dai 600 ai 1.500 euro) prevista per chi lavora con green pass scaduto. Inoltre c'è un cambiamento anche per i lavoratori in aziende con meno di 15 dipendenti: finora, dopo il quinto giorno di assenza ingiustificata, questi dipendenti venivano sospesi e il datore di lavoro poteva rimpiazzarli con un contratto di sostituzione di durata massima di 10 giorni e rinnovabile una sola volta. Ora viene precisato che i 10 giorni sono tutti lavorativi, e che il contratto può essere rinnovato più volte purché entro il 31 dicembre 2021.
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Donato Greco (Cts) all'attacco dei test anti Covid: «Sono l'anello debole, aboliamoli». C'è già la velina per i comitati regionali di nuoto: da gennaio, foglio verde solo per vaccinati e guariti. Il governo deciderà se applicare da subito la stretta anche a fabbriche e ufficiSi potrà lasciare una copia della tessera al datore, che così saprà chi ha avuto gli «shot»Lo speciale contiene due articoli«Il tampone è l'anello debole del green pass, prima o poi dovremo ragionare sulla sua abolizione»: Donato Greco, epidemiologo, componente del Comitato tecnico scientifico, rilancia una notizia estremamente importante. Intervistato da Rai Radio 1, Greco ammette candidamente quello che molti prevedevano: «Prima o poi» non sarà più possibile ottenere il green pass anche con un tampone negativo, ma il certificato verde sarà rilasciato solo ai vaccinati e ai guariti dal Covid. Più prima che poi: a quanto apprende La Verità da fonti bene informate, ai comitati regionali del nuoto sarebbe stato comunicato dai vertici nazionali che già dal prossimo gennaio occorre prepararsi alle nuove regole, ovvero al green pass tarato sul modello 2G e non più al 3G. Il significato di 3G, ricordiamolo, deriva dal tedesco geimpft, genesen, getestet (vaccinato, guarito, testato), ed è il green pass così come lo utilizziamo oggi in Italia, ovvero attraverso la vaccinazione, un certificato di guarigione dal Covid o un tampone negativo. Il certificato 2G, soprannominato anche super green pass, invece, può essere ottenuto solo dai vaccinati e dai guariti: il tampone negativo non vale più. È questa la strada che sta prendendo l'Italia: naturalmente, come è ben comprensibile, abolire il tampone negativo, come ipotizzato da Greco e come riferito dalle nostre fonti, significa introdurre di fatto un obbligo vaccinale, ma ancora una volta senza avere il coraggio politico di farlo esplicitamente. L'altro ieri, l'idea di introdurre anche in Italia la regola del 2G è stata esplicitamente suggerita al governo dal governatore del Trentino Alto Adige, Arno Kompatscher: «Abbiamo chiesto a Roma», ha detto Kompatscher, «di consentire vantaggi per i vaccinati, come già avviene in alcuni paesi europei con la regola 2G». Anche Walter Ricciardi, consigliere del ministero della Salute, ha proposto di introdurre in Italia il green pass 2G: «Finora i green pass hanno funzionato», ha detto Ricciardi al Messaggero, «ma sono convinto che, per la stagione invernale che ci costringe più al chiuso e a contatto con gli altri, bisognerebbe rivederne la concessione limitando la libertà solo ai vaccinati e ai guariti dal Covid. Chi non è vaccinato può accedere ad alcuni luoghi o usare alcuni servizi come i trasporti a lunga percorrenza anche mostrando il tampone effettuato 48 ore prima. Sono dell'idea, invece, che il tampone sia il punto debole del sistema. Non assicura la protezione e la non trasmissione del virus, se non al 30%. Ecco perché», ha aggiunto Ricciardi, «gli accessi ai luoghi pubblici o a quelli di lavoro andrebbero limitati solo ai vaccinati con green pass, escludendo la possibilità a chi ha un tampone valido». Sguaina il super green pass anche Matteo Bassetti, direttore della clinica di malattie infettive del Policlinico San Martino di Genova. «Per andare al cinema, teatro, stadio, palestra», dice Bassetti a La 7, «bisogna essere vaccinato o guarito. Le altre attività si possono fare con un green pass normale: prendere un aereo, un treno, andare a lavorare. Sono convinto che questo spingerebbe moltissimo la vaccinazione, per recuperare quel 4-5% che ci manca per arrivare ad un'immunità di sicurezza. Mentre austriaci e tedeschi hanno introdotto il 2G», aggiunge Bassetti, «noi aspettiamo. Cosa aspettiamo, di vedere gli ospedali pieni?». Ieri a Berlino il probabile futuro cancelliere tedesco, Olaf Scholz, in procinto di guidare la coalizione composta da Spd, Verdi e Liberali, in un discorso al Bundestag si è detto favorevole alla regola del 2G per l'accesso ai locali pubblici, ai musei e alle palestre, consentendo l'ingresso solo a vaccinati e guariti. La capogruppo dei Verdi, Katrin Goering-Eckardt, ha argomentato che «abbiamo bisogno delle regole del 2G». La Sassonia, è stato il primo Länder tedesco a introdurre, domenica scorsa, l'obbligo del green pass rafforzato, il 2G, per accedere a ristoranti, bar, eventi culturali. In Austria, da lunedì scorso, è in vigore l'obbligo del green pass 2G, quindi rilasciato solo a vaccinati e guariti, per accedere a ristoranti, bar, pasticcerie, strutture ricettive come hotel ostelli e bed and breakfast, per recarsi dal parrucchiere, dall'estetista, e per partecipare a eventi, culturali o sportivi, con 25 o più persone. Lasciapassare sanitario 2G anche per accedere a ospedali e case di cura. Per un mese, a partire da lunedì scorso, in Austria è in vigore un periodo di transizione per consentire ai cittadini di adeguarsi alle nuove regole. Per quattro settimane, un vaccinato con la prima dose e un tampone molecolare negativo potrà infatti accedere alle zone e ai locali riservati ai vaccinati, per avere il tempo di farsi inoculare la seconda dose e ricevere così il 2G. Il 3G, ovvero il certificato rilasciato anche a chi ha il tampone negativo, continua a essere valido per recarsi al lavoro. Il punto è proprio questo: se verranno confermate le indiscrezioni e le ipotesi sull'introduzione anche in Italia del super green pass, il 2G, rilasciato solo a vaccinati e guariti, e quindi abolendo il tampone, con quali modalità procederà il governo? È prevedibile che la eventuale introduzione del 2G obbligatorio partirà dai locali pubblici, dalle palestre e così via, come è stato per il primo certificato. Il nodo da sciogliere riguarderà i luoghi di lavoro: abolire il tampone per i dipendenti pubblici e privati sarebbe un cambiamento epocale, destinato a scatenare una vera e propria ondata, è il caso di dirlo, di proteste. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/prossima-mossa-niente-card-con-il-tampone-2655538596.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nel-dl-green-pass-spunta-la-norma-che-sopprime-la-privacy-sul-lavoro" data-post-id="2655538596" data-published-at="1636668573" data-use-pagination="False"> Nel dl green pass spunta la norma che sopprime la privacy sul lavoro Controlli più veloci in cambio di zero privacy. Tra le novità introdotte dal decreto green pass, votato al Senato mercoledì sera (con la fiducia posta dal governo: 199 voti a favore, 38 contrari), c'è la semplificazione delle verifiche che scatterebbe per i lavoratori del settore privato, che possono chiedere di consegnare al proprio datore di lavoro una copia della certificazione verde. Così facendo, «sono esonerati dai controlli da parte dei datori di lavoro», per tutta la durata della validità della certificazione vaccinale. La novità è contenuta in un emendamento al decreto legge 127 del 21 settembre 2021, quello sull'obbligo del green pass per andare a lavorare. L'emendamento del Pd, con prima firmataria la senatrice Valeria Fedeli, è stato condiviso da gran parte dei gruppi di maggioranza, è stato riformulato dal governo e approvato dalla commissione Affari costituzionali del Senato. In teoria, si tratta di una semplificazione importante, considerando che se il datore di lavoro manca il controllo, rischia una sanzione tra i 400 e i 1.000 euro. Tuttavia, questa è una mossa che contrasta con quanto stabilito finora dal Garante della privacy sul trattamento delle informazioni contenute nel green pass del lavoratore. Infatti, potrà consegnare la certificazione verde chi è vaccinato quindi in possesso di un green pass valido da 9 a 12 mesi. Chi invece non è vaccinato ed effettua tamponi un paio di volte a settimana, non può consegnare la card, perché d ogni tampone il Qr code cambia: il ministero invia un sms al lavoratore che scarica un nuovo green pass. A questo punto il datore di lavoro sa perfettamente chi è vaccinato e chi no, informazione finora «protetta». Quindi, giuridicamente si consente di violare la privacy di un cittadino su dati sensibili come quelli sanitari. La semplificazione, inoltre, pare preludere allo sbandierato super green pass per vaccinati e guariti, sul modello del 2G in vigore in Austria, che prevede la frequentazione di bar, hotel e ristoranti solo per i vaccinati e un lockdown mascherato per i no vax. A lanciare per primo l'idea di istituirlo anche in Italia è stato il governatore altoatesino Arno Kompatscher e ieri lo ha ribadito convintamente il professor Matteo Bassetti, direttore della clinica di malattie infettive del Policlinico San Martino di Genova: «Cosa aspettiamo, di vedere gli ospedali pieni?». Tra le novità anche la rassicurazione ai dipendenti ai quali scade la tessera durante il turno lavorativo: viene stabilito che il dipendente può continuare a svolgere le sue mansioni fino al termine dell'orario senza incappare nella sanzione (si va dai 600 ai 1.500 euro) prevista per chi lavora con green pass scaduto. Inoltre c'è un cambiamento anche per i lavoratori in aziende con meno di 15 dipendenti: finora, dopo il quinto giorno di assenza ingiustificata, questi dipendenti venivano sospesi e il datore di lavoro poteva rimpiazzarli con un contratto di sostituzione di durata massima di 10 giorni e rinnovabile una sola volta. Ora viene precisato che i 10 giorni sono tutti lavorativi, e che il contratto può essere rinnovato più volte purché entro il 31 dicembre 2021.
Sal Da Vinci (Ansa)
Al 76º Festival di Sanremo la vittoria di Sal Da Vinci assume il valore di una svolta simbolica: il pubblico premia un racconto tradizionale di amore e famiglia, dove fedeltà e melodico battono fluidità e mainstream, smentendo critica e pronostici.
Delitto perfetto nazionalpopolare. A sorpresa, il successo di Sal Da Vinci al 76º Festival di Sanremo è una piccola grande rivoluzione copernicana. Il trionfo della famiglia tradizionale. La consacrazione dell’amore e della fedeltà coniugale. Nel posto che di solito celebra la fluidità, le famiglie arcobaleno, i nuovi diritti. Un verdetto inatteso, ma non per tutti. In un’intervista di oltre un mese fa, Antonio Ricci aveva detto che qualcuno gli aveva parlato di lui come vincitore «forse per bruciarlo». Sulla Verità, non più tardi di sabato, si era ipotizzato: «Pensa che cosa succede se, per caso, vince Sal Da Vinci». Uno smacco per la critica. Una smentita clamorosa, come quelle di certi sondaggi politici sulle elezioni che poi danno risultati inattesi. Anche stavolta il popolo smentisce le élite e i suoi analisti blasonati che, fin dal primo giorno, hanno contestato lo spartito di Carlo Conti, colpevole di aver chiamato Laura Pausini che non canta Bella ciao, e di aver invitato Andrea Pucci, comico di destra. Figurarsi: un conduttore che definisce il suo «un Festival cristiano e democratico»; un direttore artistico che ha accolto solo dieci donne tra i trenta cantanti in gara. Soprattutto, colpevole di rivolgersi agli italiani, alle famiglie più che ai single, senza ambizioni intellettuali e bandiere mainstream.
I pasdaran della Sala stampa cercavano polemiche a tutti i costi. Tipo l’invito alla supermodella russa Irina Shayk, citata nei file di Epstein, per mandare un messaggio conciliante a Putin. Secondo gli editorialisti dei giornaloni invece era un Festival mediocre, senza guizzi, uno show della medietà. Il tutto trovava conferma nel calo degli ascolti. Che, in realtà, è da ridimensionare considerando la concorrenza delle partite di Champions League e la controprogrammazione di Mediaset e La7. E, tutt’altro che irrilevante, la messa in onda rispetto al 2025 due settimane più tardi, quando la platea è ridotta di circa due milioni. E la finale ha pur sempre totalizzato il 68,6% di share e 10,7 milioni di telespettatori.
Quanto alle canzoni anche quelle erano brutte, i cantanti sconosciuti, i fenomeni latitavano. Stavolta, chissà perché, nessuno chiedeva innovazione. E pazienza per la varietà dei generi, dal country al jazz al melodico, sottolineata dal direttore artistico. La critica si baloccava tra Ditonellapiaga, Serena Brancale ed Ermal Meta. Masini e Fedez no, perché il primo è ritenuto di destra e il secondo antipatico, tanto più che in L’acqua è più profonda di come sembra da sopra (Mondadori) ha saldato un po’ di conti con l’ambiente. Così le firme musicali gliel’hanno fatta pagare. Per il resto, smacco anche nella serata delle cover, quando, con Ditonellapiaga, Tony Pitony, nemico pubblico numero uno, metteva in scena un piccolo gioiello swing, tra Broadway e il Quartetto Cetra.
Intanto, Sal Da Vinci era sempre lì. A ogni esibizione l’Ariston s’infiammava. Lui cantava d’impeto, una pioggia di sentimenti tradizionali. Il giorno del matrimonio, il giuramento di fedeltà… E il pubblico in piedi, donne soprattutto, a tributargli lunghi applausi. Saranno napoletani, si pensava. Per sempre sì restava ai primi posti delle classifiche, ma nessuno ci credeva. Invece. «È la vittoria di un popolo e la vittoria di tutti quelli che hanno perseverato nel seguire un sogno», ha raccontato Sal Da Vinci dopo aver realizzato che è tutto vero. «Faccio questo mestiere da quando avevo sette anni e l’ho continuato con perseveranza tra cadute e salite ripide. Non è stato facile, ma è una vittoria di tutti quelli che vengono dal basso come me». Battuto di poco al Televoto da Sayf, il vincitore ha fatto il pieno nelle giurie di stampa, radio, tv e Web, dov’è folta la rappresentanza napoletana. E dove, come detto, non si è voluto premiare Male necessario di Fedez e Masini. Da Vinci andrà anche all’Eurovision, ha confermato agli scettici che sui social già contestano che ci si presenti con «questa roba qui»: «Portare la musica italiana fuori dal nostro Paese è un grande motivo di orgoglio», sottolinea indomito. In tanti masticano amaro.
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La morte di un bambino innocente di due anni è il segno inequivocabile che nel mondo c’è il male, il mistero del male: mysterium iniquitatis. Ma come da sempre insegna la tradizione cattolica, ci sono due tipi di male: il male fisico, che non dipende dall’uomo (come nel caso di un tumore inguaribile o nel caso di un terremoto che distrugge case e fa morire le persone) e il male morale, cioè quello che, diversamente dal primo, dipende dall’azione dell’uomo e si chiama appunto morale perché dietro a quel male c’è una colpa. Questo è il caso della morte del piccolo Domenico.
Domenico era un angelo venuto dal cielo che a due anni, sulla terra, ha incontrato quelli che la teologia chiama gli angeli decaduti: dei diavoli, delle persone che compiono il male e che hanno colpa di quel male e lo compiono perché non fanno il loro dovere. Ora quell’angelo in cielo prega per la mamma, per il papà e per i due fratelli che soffrono le pene dell’inferno per il male compiuto dagli uomini che dovevano salvare la vita di Domenico.
Ha detto bene la mamma: «Ho affidato la vita di mio figlio ai medici, e loro mi hanno tradito». È vero. Perché oltre a tradire la deontologia professionale hanno tradito la fiducia di una mamma che affidava loro il frutto del suo amore. Una mamma che durante tutte le fasi che hanno portato alla morte di Domenico aveva avuto l’intuizione, che solo una mamma può avere, che il suo angelo, in quei momenti, era nelle mani di coloro che non stavano facendo quello che avrebbero dovuto fare e che si rifiutavano anche di parlare, perché non sapevano cosa dire se non delle menzogne. In quei giorni terribili che hanno preceduto la morte del bambino, mamma Patrizia mi ha fatto venire in mente la Madonna ai piedi della Croce: una donna straziata dal dolore che vede la morte del Figlio che non ha compiuto alcun male, ma che è frutto del male compiuto dagli uomini.
C’è una frase molto celebre di Sant’Agostino che dice così: «La speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per le cose così come sono, il coraggio per cambiarle». Mamma Patrizia ha ampiamente dimostrato di avere tutte e due queste caratteristiche: lo sdegno che, però, dimostra con dignità - al contrario dei responsabili della morte di suo figlio, che non hanno neanche sentito il bisogno di scrivere una lettera alla famiglia o di incontrarla anche semplicemente per un gesto di umanità; e il coraggio di voler cambiare le cose, tanto da voler dar vita a una fondazione intitolata a Domenico e che si occupi di tutto ciò che non ha funzionato in questa vicenda: delle malefatte, dell’incompetenza inaccettabile, della disumanità dei comportamenti di fronte dei genitori distrutti.
Questo giornale, nel suo piccolo, vuole collaborare perché si è fatta giustizia e, almeno, come ha detto il figlio di Patrizia, il fratellino di Domenico, «gli sia fatta pagare» a chi ha sbagliato. Occorre che giustizia sia fatta in fretta perché si deve evitare che coloro che hanno fatto il male provino a nascondere ciò che deve essere conosciuto, provino a occultare quello che va visto, provino a concordare tra di loro una versione falsa e menzognera di quello che è successo.
Dopo la morte di Domenico sono accaduti fatti gravi: sta scoppiando una guerra, e di questi fatti ne accadranno di nuovi e di grande rilievo. Questo è un motivo in più per non attenuare l’attenzione, non spegnere i fari su questa vicenda favorendo, così, coloro che vorrebbero oscurarli perché ne va della loro vita e della loro professione: un processo giusto dovrà far luce sulle loro colpe.
La morte colpevole di un bimbo innocente non ha valenza inferiore a nessun altro fatto che possa accadere nel mondo. Non ha dignità minore tale da distogliere la tensione e concentrarla solo su altro. Questa mamma e questa famiglia debbono continuare a essere seguite, a essere aiutate, a essere incoraggiate perché la vicenda, le indagini e il processo non rappresentino un ulteriore via Crucis. Noi della Verità chiediamo giustizia per il piccolo Domenico. E non smetteremo di farlo. Per quanto mi riguarda non smetterò di farlo all’interno delle mie trasmissioni perché l’ho promesso alla mamma e gliel’ho promesso semplicemente perché lo ritengo un dovere.
Mi permetto di scrivere ancora una cosa, perché mamma Patrizia è una donna di fede. Il piccolo Domenico è dall’eternità che è scritto nel Libro della vita: la sua giornata è stata breve, troppo breve, inspiegabilmente breve, ma ora in quel Libro della vita vivrà eternamente, custodito dal Dio della vita che ascolterà le preghiere per il suo babbo, per la sua mamma, per i suoi fratellini. Questo non toglie nulla alla sofferenza e alla tragedia di questa famiglia, ma ci fa pensare al piccolo Domenico circondato da angeli buoni in una dimensione di eterna beatitudine. Lo pensiamo che gioca con gli altri bambini morti immaturamente e anche loro presenti nel Grande Libro della memoria di Dio.
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