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2019-10-02
La sottomissione in tavola: tortellino islamico
Ansa
Peggio del politicamente corretto c'è solo il gastronomicamente corretto: se i due ingredienti si mescolano, il piatto diventa immangiabile. Come documenta il pezzo qui a fianco, alla Curia di Bologna, sì proprio Bologna, è successo un pasticcio attorno al contorno ideologico del cosiddetto «tortellino dell'accoglienza», cioè privo di maiale, da offrire il 4 ottobre, festa del patrono, San Petronio, a chi per vari motivi - di salute o religiosi - si astiene dalle carni suine.
Il «tortellino dell'accoglienza» va fatto, hanno spiegato dai comitati della Curia con uno zelo da cui il futuro cardinale si è poi dissociato, con sola carne di pollo, anche per non offendere i fratelli musulmani e magari anche per dare un piatto leggero agli anziani, i quali però a Bologna non rinuncerebbero ai veri tortellini neppure in punto di morte. Il tortellino col pollo - a fianco di quello classico - verrà distribuito, pare, venerdì. Un tempo per i cattolici era vietato mangiar carne al venerdì, ma pur d'accogliere tutti c'è chi sembra disposto a bandire il maiale, ma pure il precetto.
Come spiega la nota dell'Arcidiocesi che racconta la totale estraneità di Zuppi, è la stessa Curia di Bologna che nel 1661 con il cardinal Girolamo Farnese emise un bando per garantire e difendere la qualità di mortadella e salami.
Nonché la stessa che, a inizio Novecento, risolse una faccenda di vigilia e tortellini con un diplomatico silenzio. Lo raccontò Giulio Andreotti in un suo divertente libretto: Pranzo di magro per il cardinale. Nel 1904 il cardinale Domenico Svampa, in occasione della visita a Bologna di Vittorio Emanuele III, voleva incontrare il re, senza però dispiacere al Papa che non sopportava il Savoia. Ebbe dispensa per il pranzo ufficiale, che però era di venerdì. Al cardinale, mentre tutti mangiavano veri tortellini, fu servito un tortello di ricotta. O così si fece intendere. Sempre Andreotti racconta che Svampa, ospite di monsignor Nardi, si adombrò per i tortellini proposti al venerdì, ma il divieto della carne fu salvo perché erano ripieni di rane che, grazie a Noè, non sono considerate carne.
Pellegrino Artusi, romagnolo che codificò la ricetta dei tortellini rigorosamente con il maiale, testimonia un'altra «scusa» della Chiesa a tavola: di vigilia in Curia si mangiavano le folaghe, considerate uccelli-pesce.
Il bolognesissimo cardinal Prospero Lorenzo Lambertini che fu papa Benedetto XIV era invece goloso di tortellini e ha una ricetta a suo nome: il tortellone di mortadella e rapa rossa.
Ma ora per certi zelanti cattolici bolognesi rischia anche la cotoletta alla petroniana, detta così in onere del patrono, perché zeppa di prosciutto. Di certo non sarà un piatto dell'accoglienza.
Tornando al presente, tra lo strappo alla tradizione e la nota dell'Arcidiocesi che ha tolto la paternità del vescovo alla cosa, si è infilata una polemica politica imperdibile. Matteo Salvini dall'Umbria ha tuonato: «I tortellini senza maiale sono come il vino rosso senza uva, stanno cercando di cancellare la nostra cultura»; sempre dalla Lega gli hanno fatto eco Lucia Borgonzoni, candidata alle prossime regionali in Emilia, che ha detto: «Snaturano anche i tortellini pur di ammiccare all'islam, una vergogna». E l'onorevole Umberto La Morgia ha sottolineato: «Per non disturbare gli islamici bastava proporre dei tortelloni alla ricotta. Qui invece l'intento è stato volutamente comunicativo e provocatorio. Dietro questo tortellino della discordia si cela una questione culturale di fondo. In nome di un'accoglienza, di una società pretesa inclusiva, ci si piega ad altre culture e si modifica un pezzo della nostra tradizione». Sulla stessa lunghezza d'onda il candidato alla Regione e deputato di Fratelli d'Italia, Galeazzo Bignami. Hanno applaudito invece Romano Prodi (che vede questo tortellino come un esempio di libertà) e il sindaco di Bologna Vincenzo Merola, che suona un refrain caro a certa sinistra: «Le tradizioni si rispettano anche cambiando qualcosa».
Una cosa così avrebbero potuta dirla il sociologo Marino Niola o il professor Massimo Montanari, storico. Loro sostengono che la tradizione si evolve, soprattutto quando fa comodo. Resta il fatto che il cibo non perde mai le sue radici etniche, agricole e culturali. Lo ha ricordato Pupi Avati, meno conciliante con l'incidente, parzialmente chiuso, di Bologna: «Il ripieno del tortellino deve essere rigorosamente di maiale e non si può abolire per una questione religiosa».
E a poco vale che le sfogline (le signore della Bologna bene che si dilettano a tirare la pasta) ideatrici del «tortellino dell'accoglienza» dicano, con la presidente Paola Lazzari, che «il ripieno di pollo è pensato anche per gli anziani». Perché il tortellino di Bologna è un bene culturale. La ricetta fu depositata il 7 dicembre 1974 alla Camera di commercio dalla Confraternita del tortellino, che l'ha messa a punto con l'Accademia italiana della cucina, un'istituzione riconosciuta dal presidente della Repubblica al pari di Lincei, Crusca e Georgofili. Nei tortellini ci vanno lombo di maiale, prosciutto e mortadella.
Ma in un Paese che velò le statue dei musei Capitolini per non dispiacere al presidente iraniano Hassan Rouhani può capitare di tutto. La Chiesa peraltro mise le mutande agli affreschi di Michelangelo nella Cappella Sistina. Era il 1564. Dopo quasi mezzo millennio qualcuno sogna la controriforma in tavola.
Diocesi di Bologna lacerata dai tortellini accoglienti senza maiale per gli islamici
L'ombelico del mondo a Bologna è il tortellino. La sfoglia, il modo caratteristico di chiuderlo, il brodo con la carne di manzo e la gallina ruspante, l'inconfondibile ripieno con lombo di maiale, prosciutto, mortadella e parmigiano reggiano: tutto è depositato in pergamena alla Camera di commercio, perché a Bologna nessuno tocchi il tortellino. Mangiarli, rigorosamente in brodo, è un'esperienza che va oltre la tavola e confonderla per ragioni di «accoglienza» sa di bestemmia.
Invece, in vista della festa del patrono (il 4 ottobre a Bologna si festeggia San Petronio), è in corso la disfida del tortellino, che ha mandato in corto circuito perfino il vescovo e il suo vicario generale. Stando alle dichiarazioni rilasciate al Resto del Carlino dal vicario della diocesi, monsignor Giovanni Silvagni, la meravigliosa pensata di togliere dal sacro ripieno tutto il maiale che c'è, per sostituirlo con il più ecumenico pollo, sarebbe stata in qualche modo benedetta dalla Curia bolognese e dal suo vescovo, Matteo Maria Zuppi, ormai prossimo cardinale. La novità, ha spiegato Silvagni, è stata introdotta per consentire di assaggiare la prelibatezza anche a chi «per motivi religiosi o di salute non può consumare le carni suine».
Addirittura Silvagni si è lanciato in una liaison tra il tortellino e il futuro cardinale, dicendo che «il tortellino ricorda un qualcosa che abbraccia tutti, così come il nostro vescovo sarà uno stretto collaboratore del Papa», e quindi con un compito che si protenderà ad «abbracciare tutto il mondo. Il tortellino è il segno di come partendo da Bologna, Zuppi si occuperà anche della Chiesa in generale». Insomma, sembrava che la Curia si fosse lanciata benedicendo il tortellino senza maiale per accogliere e integrare. Invece, nel tardo pomeriggio, un comunicato della diocesi fa sapere che quella di Zuppi che ordina il tortellino senza maiale è «una fake news», anzi il prossimo porporato si professa quasi un agente anti frodi, ricordando il suo predecessore cardinal Farnese che «emise il bando contro la contraffazione della mortadella». Però, dice ancora il comunicato, non si può interpretare «una normale regola di accoglienza» come «offesa alla tradizione. Infatti la preoccupazione è che tutti possano partecipare alla festa, anche chi ha problemi o altre abitudini alimentari o motivi religiosi». Per questo, ha chiesto che «accanto ai quintali di tortellini conformi alla ricetta depositata siano preparati anche pochi chilogrammi senza maiale».
Insomma, se Silvagni benedice apertamente, Zuppi dice che non sapeva nulla (la nota recita: «Ha appreso la notizia del tortellino con carne di pollo solo questa mattina e dai media. Era all'oscuro dell'iniziativa annunciata ieri in conferenza stampa»).
Preso atto che Zuppi non c'entra, il tortellino senza maiale non si può sentire. Prima di tutto a Bologna non si conosce nessun anziano che, anche sul letto di morte, abbia mai rifiutato i tortellini in brodo per ragioni di salute. Anzi, nelle cene di Natale, dove il primo piatto è rigorosamente a base di tortellini in brodo, quando si versano nella scodella del nonno lui ti guarda e ti dice che un buon piatto di tortellini fa risuscitare anche i morti. Quanto a quelli che per motivi religiosi non li vogliono mangiare, possono tranquillamente continuare a fare quello che hanno sempre fatto.
Se questo è il meticciato, Dio ce ne scampi. Perché se le proprie tradizioni hanno un senso questo vale anche nella tanto decantata accoglienza, che non può essere ridotta a qualche mangiata apparecchiata in cattedrale, né si può applicare manomettendo ciò che si tramanda come modo di vivere di un popolo. Il tortellino a Bologna è espressione dell'essere bolognesi, eredi di tradizioni contadine che sanno mettere in valore quello che c'è in casa.
I tortellini sono quel sapore con cui si cresce da bambini, magari stando a bordo tavola quando la nonna li prepara, e si mangiano crudi per sentire il sapore delle varie essenze di maiale rinchiuse in un fazzoletto di sfoglia. Un sussulto di buon senso arriva però anche dalla Curia, dove il vescovo emerito Ernesto Vecchi (da San Matteo della Decima, bassa bolognese doc) ha dichiarato al Corriere della Sera: «Non giudico l'iniziativa, ma il tortellino se lo trucchi lo uccidi».
Da lassù il cardinale Giacomo Biffi, arcivescovo di Bologna dal 1983 al 2003, probabilmente si sta facendo una risata in compagnia dei cherubini, davanti a un piatto fumante di tortellini. Lui aveva elaborato una sorta di «teologia del tortellino» con una celebre frase pronunciata per la festa di San Petronio del 1997. «Ho pregato il santo di far capire ai bolognesi che mangiare i tortellini con la prospettiva del paradiso, della vita eterna, rende migliori anche i tortellini, più che mangiarli con la prospettiva di andare a finire nel nulla».
«Biffi», dice monsignor Vecchi alla Verità, «sosteneva che si gusta meglio il tortellino se si è in grazia di Dio, tenendo la prospettiva della salvezza eterna delle anime». Fatta «salva la bontà dell'iniziativa» per l'accoglienza, continua Vecchi, «si poteva pensare ai tortelloni che si possono preparare con la ricotta o altre varianti e così possono andare bene per tutti». In effetti, il tortellone è ecumenico di per sé, ma, conclude il vescovo emerito, «il tortellino è il tortellino».
La disfida bolognese oscilla così tra il fatto antropologico e quello di portata escatologica. Sotto i portici tutti si chiedono, infatti, se il piatto di tortellini del paradiso di cui parlava Biffi avrà il suo bel ripieno di maiale, oppure di più insipido pollo. La risposta è difficile da ottenere in modo diretto, però si può supporre che nel caso fossero stati serviti tortellini senza mortadella, lombo e prosciutto, il cardinale Biffi avrebbe sicuramente fatto le sue rimostranze alla cucina.
Il regalo di Biffi a Wojtyla: un prosciutto Doc
Dal 12 al 18 febbraio 1989 il cardinale fu invitato a Roma da Giovanni Paolo II a predicare gli esercizi spirituali per la Quaresima ai cardinali e ai vescovi della Curia romana. Diede al corso di esercizi il titolo «La multiforme sapienza di Dio», che trasse dalla Lettera agli Efesini 3,10. La preparazione di questi esercizi gli costò molta fatica perché doveva preparare almeno 22 meditazioni, circa quattro al giorno.
Finiti gli esercizi, molti editori mi chiesero il testo per poterlo pubblicare. Ma il cardinal Biffi mi disse: «No. Ho fatto tanta fatica a scriverli che ora voglio usarli per il mio ministero pastorale a Bologna».
Nei mesi precedenti il febbraio 1989, alcuni teologi prevalentemente di lingua tedesca avevano scritto una lettera aperta nella quale contestavano punti sostanziali del magistero di Giovanni Paolo II. Anche un gruppo di teologi italiani si accodò a questa protesta. Lascio immaginare quale fosse l'amarezza di Giovanni Paolo II, ma anche di don Giacomo, che proprio allora stava dedicandosi alla stesura delle meditazioni.
Tra una meditazione e l'altra Biffi escogitò anche il modo di sollevare l'umore del Papa. Si informò sulle abitudini del Papa nei confronti del predicatore, e seppe che al termine degli esercizi era solito invitarlo a pranzo o a cena da solo.
Così, prima di partire per Roma, Biffi mi chiese di andare a comprare un prosciutto nostrano con tanto di osso. Durante gli esercizi affidammo a una comunità religiosa la custodia del prosciutto e l'ultimo giorno lo consegnai al cardinale nella sua confezione sottovuoto e trasparente.
Il cardinale, vestito con la talare nera filettata e con la fascia purpurea, e soprattutto con il prosciutto sotto la spalla, attraversò con nonchalance le superbe stanze del Palazzo Apostolico tra gli sguardi stralunati delle guardie svizzere e di alcuni monsignori, tutti puntati sulla spalla di suino.
Arrivato davanti al Papa, Biffi gli consegnò il profumatissimo regalo, e il Papa rise a lungo. Aveva osservato da lontano tutta la scena.
Durante il corso di esercizi don Giacomo aveva fatto diverse battute ironiche. Fin dall'inizio, quasi come premessa iniziale, aveva ricordato un «sacrosanto principio»: «Gli esercizi spirituali servono per 15 giorni. Poi uno torna come prima».
Il 9 aprile dello stesso anno Biffi è di nuovo a Roma per la canonizzazione di Santa Clelia. E il Papa, non appena lo vede, gli dice: «Eminenza, i 15 giorni sono già passati».
«Irrinunciabile il ripieno suino e parmigiano»
«Ma per piacere! Sono stufo di queste continue aggressioni al cibo italiano. Per me questo è come un attentato. È bene che la gente torni a mangiare come parla». Bisogna frenarlo Gianfranco Vissani, due stelle Michelin con il suo ristorante Casa Vissani sul lago di Corbara in Umbria, il primo e il più televisivo tra i grandi cuochi italiani, impegnato ora a compilare un atlante di 10.000 prodotti territoriali di tutto il mondo che diventerà anche un format tv, perché questa faccenda del tortellino al pollo «mi sta sullo stomaco».
Vissani, non le pare che il tortellino dell'accoglienza, come l'ha chiamato il vicario dell'Arcidiocesi all'insaputa del vescovo, sia una scelta di tolleranza?
«A me suscita intolleranza. Sono allergico a queste aggressioni senza senso alla cucina italiana, alla tradizione. Quando si metteranno nella testa che il cibo è cultura ed esprime l'anima di un popolo, sarà sempre troppo tardi. Che c'entra offrire un tortellino che non è un tortellino come simbolo dell'accoglienza? Non ha senso raccontare agli islamici né a chiunque che quel tortellino l'abbiamo fatto senza maiale per rispetto a loro. Non è un tortellino. Punto. Poi se per far piacere ai musulmani devo rinunciare alla mia identità, a mangiare i tortellini come devono essere fatti, dico che non ci sto. Dico che è una sciocchezza».
A lei non piace questo tortellino, ma si può accettare di usare il cibo come mezzo di integrazione?
«Se deve essere integrazione, quelli che vengono in Italia devono imparare a mangiare all'italiana. E se non vogliono farlo, s'accomodino. Noi non dobbiamo minimamente rinunciare alla nostra tradizione, che è poi il nostro gusto e la nostra cultura».
Lei è sempre stato molto critico anche verso i vegani, non è una posizione di retroguardia? Non si sente conservatore lei che un tempo veniva etichettato come il cuoco di Massimo D'Alema?
«Se difendere la cucina italiana, la migliore del mondo, è essere conservatore, lo sono. Ma sono i vegani che fanno violenza a noi, e anche a loro stessi, visto che poi si ammalano. Prendiamo il caso di quei bambini denutriti costretti all'alimentazione vegana. È mai possibile accettare una cosa del genere? Questo tortellino al pollo mi sembra uguale alle assurdità dei vegani».
Dunque giù le mani dai tortellini?
«Ci mancherebbe altro. Io non sono bolognese, ma so cucinare e aggiungo che i tortellini, pur con diverse varianti, sono uno dei pochi veri piatti nazionali italiani. E il maiale è il tratto distintivo dei tortellini: lombo, prosciutto o mortadella, la carne di maiale è l'anima del piatto. Poi secondo me ci vuole anche la buccia di limone per dare freschezza. Si può discutere sulla noce moscata, se aggiungere o no pan grattato, ma due ingredienti sono irrinunciabili: maiale e parmigiano reggiano».
Niente accoglienza con i tortellini insomma?
«Ma certo che sì: dagli un bel piatto di tortellini, quelli veri, in brodo, e vedi come si sentono meglio. E se non gli va bene o non li mangiano, ma ci lasciano la nostra libertà, o se ne tornano a casa loro».
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La ricetta modificata per venire incontro anche ai musulmani scatena Matteo Salvini e Lucia Borgonzoni, candidata alle regionali. Mentre la sinistra rispolvera il refrain: «Le tradizioni si rispettano cambiando qualcosa».Il vicario Matteo Maria Zuppi annuncia che alla festa di San Petronio sarà servita pure la versione al pollo per gli immigrati. Il vescovo si smarca: «Ero all'oscuro di questa iniziativa».Un libro, in uscita il 24 ottobre, racconta la vita privata dell'indimenticabile cardinale Giacomo Biffi del capoluogo emiliano.Lo chef Gianfranco Vissani: «Si può discutere sugli altri ingredienti, non su questi due. Chi vuole integrarsi mangi i nostri piatti».Lo speciale contiene quattro articoliPeggio del politicamente corretto c'è solo il gastronomicamente corretto: se i due ingredienti si mescolano, il piatto diventa immangiabile. Come documenta il pezzo qui a fianco, alla Curia di Bologna, sì proprio Bologna, è successo un pasticcio attorno al contorno ideologico del cosiddetto «tortellino dell'accoglienza», cioè privo di maiale, da offrire il 4 ottobre, festa del patrono, San Petronio, a chi per vari motivi - di salute o religiosi - si astiene dalle carni suine.Il «tortellino dell'accoglienza» va fatto, hanno spiegato dai comitati della Curia con uno zelo da cui il futuro cardinale si è poi dissociato, con sola carne di pollo, anche per non offendere i fratelli musulmani e magari anche per dare un piatto leggero agli anziani, i quali però a Bologna non rinuncerebbero ai veri tortellini neppure in punto di morte. Il tortellino col pollo - a fianco di quello classico - verrà distribuito, pare, venerdì. Un tempo per i cattolici era vietato mangiar carne al venerdì, ma pur d'accogliere tutti c'è chi sembra disposto a bandire il maiale, ma pure il precetto. Come spiega la nota dell'Arcidiocesi che racconta la totale estraneità di Zuppi, è la stessa Curia di Bologna che nel 1661 con il cardinal Girolamo Farnese emise un bando per garantire e difendere la qualità di mortadella e salami. Nonché la stessa che, a inizio Novecento, risolse una faccenda di vigilia e tortellini con un diplomatico silenzio. Lo raccontò Giulio Andreotti in un suo divertente libretto: Pranzo di magro per il cardinale. Nel 1904 il cardinale Domenico Svampa, in occasione della visita a Bologna di Vittorio Emanuele III, voleva incontrare il re, senza però dispiacere al Papa che non sopportava il Savoia. Ebbe dispensa per il pranzo ufficiale, che però era di venerdì. Al cardinale, mentre tutti mangiavano veri tortellini, fu servito un tortello di ricotta. O così si fece intendere. Sempre Andreotti racconta che Svampa, ospite di monsignor Nardi, si adombrò per i tortellini proposti al venerdì, ma il divieto della carne fu salvo perché erano ripieni di rane che, grazie a Noè, non sono considerate carne. Pellegrino Artusi, romagnolo che codificò la ricetta dei tortellini rigorosamente con il maiale, testimonia un'altra «scusa» della Chiesa a tavola: di vigilia in Curia si mangiavano le folaghe, considerate uccelli-pesce. Il bolognesissimo cardinal Prospero Lorenzo Lambertini che fu papa Benedetto XIV era invece goloso di tortellini e ha una ricetta a suo nome: il tortellone di mortadella e rapa rossa. Ma ora per certi zelanti cattolici bolognesi rischia anche la cotoletta alla petroniana, detta così in onere del patrono, perché zeppa di prosciutto. Di certo non sarà un piatto dell'accoglienza.Tornando al presente, tra lo strappo alla tradizione e la nota dell'Arcidiocesi che ha tolto la paternità del vescovo alla cosa, si è infilata una polemica politica imperdibile. Matteo Salvini dall'Umbria ha tuonato: «I tortellini senza maiale sono come il vino rosso senza uva, stanno cercando di cancellare la nostra cultura»; sempre dalla Lega gli hanno fatto eco Lucia Borgonzoni, candidata alle prossime regionali in Emilia, che ha detto: «Snaturano anche i tortellini pur di ammiccare all'islam, una vergogna». E l'onorevole Umberto La Morgia ha sottolineato: «Per non disturbare gli islamici bastava proporre dei tortelloni alla ricotta. Qui invece l'intento è stato volutamente comunicativo e provocatorio. Dietro questo tortellino della discordia si cela una questione culturale di fondo. In nome di un'accoglienza, di una società pretesa inclusiva, ci si piega ad altre culture e si modifica un pezzo della nostra tradizione». Sulla stessa lunghezza d'onda il candidato alla Regione e deputato di Fratelli d'Italia, Galeazzo Bignami. Hanno applaudito invece Romano Prodi (che vede questo tortellino come un esempio di libertà) e il sindaco di Bologna Vincenzo Merola, che suona un refrain caro a certa sinistra: «Le tradizioni si rispettano anche cambiando qualcosa».Una cosa così avrebbero potuta dirla il sociologo Marino Niola o il professor Massimo Montanari, storico. Loro sostengono che la tradizione si evolve, soprattutto quando fa comodo. Resta il fatto che il cibo non perde mai le sue radici etniche, agricole e culturali. Lo ha ricordato Pupi Avati, meno conciliante con l'incidente, parzialmente chiuso, di Bologna: «Il ripieno del tortellino deve essere rigorosamente di maiale e non si può abolire per una questione religiosa».E a poco vale che le sfogline (le signore della Bologna bene che si dilettano a tirare la pasta) ideatrici del «tortellino dell'accoglienza» dicano, con la presidente Paola Lazzari, che «il ripieno di pollo è pensato anche per gli anziani». Perché il tortellino di Bologna è un bene culturale. La ricetta fu depositata il 7 dicembre 1974 alla Camera di commercio dalla Confraternita del tortellino, che l'ha messa a punto con l'Accademia italiana della cucina, un'istituzione riconosciuta dal presidente della Repubblica al pari di Lincei, Crusca e Georgofili. Nei tortellini ci vanno lombo di maiale, prosciutto e mortadella. Ma in un Paese che velò le statue dei musei Capitolini per non dispiacere al presidente iraniano Hassan Rouhani può capitare di tutto. 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La sfoglia, il modo caratteristico di chiuderlo, il brodo con la carne di manzo e la gallina ruspante, l'inconfondibile ripieno con lombo di maiale, prosciutto, mortadella e parmigiano reggiano: tutto è depositato in pergamena alla Camera di commercio, perché a Bologna nessuno tocchi il tortellino. Mangiarli, rigorosamente in brodo, è un'esperienza che va oltre la tavola e confonderla per ragioni di «accoglienza» sa di bestemmia. Invece, in vista della festa del patrono (il 4 ottobre a Bologna si festeggia San Petronio), è in corso la disfida del tortellino, che ha mandato in corto circuito perfino il vescovo e il suo vicario generale. Stando alle dichiarazioni rilasciate al Resto del Carlino dal vicario della diocesi, monsignor Giovanni Silvagni, la meravigliosa pensata di togliere dal sacro ripieno tutto il maiale che c'è, per sostituirlo con il più ecumenico pollo, sarebbe stata in qualche modo benedetta dalla Curia bolognese e dal suo vescovo, Matteo Maria Zuppi, ormai prossimo cardinale. La novità, ha spiegato Silvagni, è stata introdotta per consentire di assaggiare la prelibatezza anche a chi «per motivi religiosi o di salute non può consumare le carni suine». Addirittura Silvagni si è lanciato in una liaison tra il tortellino e il futuro cardinale, dicendo che «il tortellino ricorda un qualcosa che abbraccia tutti, così come il nostro vescovo sarà uno stretto collaboratore del Papa», e quindi con un compito che si protenderà ad «abbracciare tutto il mondo. Il tortellino è il segno di come partendo da Bologna, Zuppi si occuperà anche della Chiesa in generale». Insomma, sembrava che la Curia si fosse lanciata benedicendo il tortellino senza maiale per accogliere e integrare. Invece, nel tardo pomeriggio, un comunicato della diocesi fa sapere che quella di Zuppi che ordina il tortellino senza maiale è «una fake news», anzi il prossimo porporato si professa quasi un agente anti frodi, ricordando il suo predecessore cardinal Farnese che «emise il bando contro la contraffazione della mortadella». Però, dice ancora il comunicato, non si può interpretare «una normale regola di accoglienza» come «offesa alla tradizione. Infatti la preoccupazione è che tutti possano partecipare alla festa, anche chi ha problemi o altre abitudini alimentari o motivi religiosi». Per questo, ha chiesto che «accanto ai quintali di tortellini conformi alla ricetta depositata siano preparati anche pochi chilogrammi senza maiale». Insomma, se Silvagni benedice apertamente, Zuppi dice che non sapeva nulla (la nota recita: «Ha appreso la notizia del tortellino con carne di pollo solo questa mattina e dai media. Era all'oscuro dell'iniziativa annunciata ieri in conferenza stampa»). Preso atto che Zuppi non c'entra, il tortellino senza maiale non si può sentire. Prima di tutto a Bologna non si conosce nessun anziano che, anche sul letto di morte, abbia mai rifiutato i tortellini in brodo per ragioni di salute. Anzi, nelle cene di Natale, dove il primo piatto è rigorosamente a base di tortellini in brodo, quando si versano nella scodella del nonno lui ti guarda e ti dice che un buon piatto di tortellini fa risuscitare anche i morti. Quanto a quelli che per motivi religiosi non li vogliono mangiare, possono tranquillamente continuare a fare quello che hanno sempre fatto. Se questo è il meticciato, Dio ce ne scampi. Perché se le proprie tradizioni hanno un senso questo vale anche nella tanto decantata accoglienza, che non può essere ridotta a qualche mangiata apparecchiata in cattedrale, né si può applicare manomettendo ciò che si tramanda come modo di vivere di un popolo. Il tortellino a Bologna è espressione dell'essere bolognesi, eredi di tradizioni contadine che sanno mettere in valore quello che c'è in casa. I tortellini sono quel sapore con cui si cresce da bambini, magari stando a bordo tavola quando la nonna li prepara, e si mangiano crudi per sentire il sapore delle varie essenze di maiale rinchiuse in un fazzoletto di sfoglia. Un sussulto di buon senso arriva però anche dalla Curia, dove il vescovo emerito Ernesto Vecchi (da San Matteo della Decima, bassa bolognese doc) ha dichiarato al Corriere della Sera: «Non giudico l'iniziativa, ma il tortellino se lo trucchi lo uccidi». Da lassù il cardinale Giacomo Biffi, arcivescovo di Bologna dal 1983 al 2003, probabilmente si sta facendo una risata in compagnia dei cherubini, davanti a un piatto fumante di tortellini. Lui aveva elaborato una sorta di «teologia del tortellino» con una celebre frase pronunciata per la festa di San Petronio del 1997. «Ho pregato il santo di far capire ai bolognesi che mangiare i tortellini con la prospettiva del paradiso, della vita eterna, rende migliori anche i tortellini, più che mangiarli con la prospettiva di andare a finire nel nulla». «Biffi», dice monsignor Vecchi alla Verità, «sosteneva che si gusta meglio il tortellino se si è in grazia di Dio, tenendo la prospettiva della salvezza eterna delle anime». Fatta «salva la bontà dell'iniziativa» per l'accoglienza, continua Vecchi, «si poteva pensare ai tortelloni che si possono preparare con la ricotta o altre varianti e così possono andare bene per tutti». In effetti, il tortellone è ecumenico di per sé, ma, conclude il vescovo emerito, «il tortellino è il tortellino». La disfida bolognese oscilla così tra il fatto antropologico e quello di portata escatologica. Sotto i portici tutti si chiedono, infatti, se il piatto di tortellini del paradiso di cui parlava Biffi avrà il suo bel ripieno di maiale, oppure di più insipido pollo. 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La preparazione di questi esercizi gli costò molta fatica perché doveva preparare almeno 22 meditazioni, circa quattro al giorno. Finiti gli esercizi, molti editori mi chiesero il testo per poterlo pubblicare. Ma il cardinal Biffi mi disse: «No. Ho fatto tanta fatica a scriverli che ora voglio usarli per il mio ministero pastorale a Bologna». Nei mesi precedenti il febbraio 1989, alcuni teologi prevalentemente di lingua tedesca avevano scritto una lettera aperta nella quale contestavano punti sostanziali del magistero di Giovanni Paolo II. Anche un gruppo di teologi italiani si accodò a questa protesta. Lascio immaginare quale fosse l'amarezza di Giovanni Paolo II, ma anche di don Giacomo, che proprio allora stava dedicandosi alla stesura delle meditazioni. Tra una meditazione e l'altra Biffi escogitò anche il modo di sollevare l'umore del Papa. Si informò sulle abitudini del Papa nei confronti del predicatore, e seppe che al termine degli esercizi era solito invitarlo a pranzo o a cena da solo. Così, prima di partire per Roma, Biffi mi chiese di andare a comprare un prosciutto nostrano con tanto di osso. Durante gli esercizi affidammo a una comunità religiosa la custodia del prosciutto e l'ultimo giorno lo consegnai al cardinale nella sua confezione sottovuoto e trasparente. Il cardinale, vestito con la talare nera filettata e con la fascia purpurea, e soprattutto con il prosciutto sotto la spalla, attraversò con nonchalance le superbe stanze del Palazzo Apostolico tra gli sguardi stralunati delle guardie svizzere e di alcuni monsignori, tutti puntati sulla spalla di suino. Arrivato davanti al Papa, Biffi gli consegnò il profumatissimo regalo, e il Papa rise a lungo. Aveva osservato da lontano tutta la scena. Durante il corso di esercizi don Giacomo aveva fatto diverse battute ironiche. Fin dall'inizio, quasi come premessa iniziale, aveva ricordato un «sacrosanto principio»: «Gli esercizi spirituali servono per 15 giorni. Poi uno torna come prima». Il 9 aprile dello stesso anno Biffi è di nuovo a Roma per la canonizzazione di Santa Clelia. E il Papa, non appena lo vede, gli dice: «Eminenza, i 15 giorni sono già passati». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/prodi-e-merola-danno-la-benedizione-al-gastronomicamente-corretto-2640815913.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="irrinunciabile-il-ripieno-suino-e-parmigiano" data-post-id="2640815913" data-published-at="1779866616" data-use-pagination="False"> «Irrinunciabile il ripieno suino e parmigiano» «Ma per piacere! Sono stufo di queste continue aggressioni al cibo italiano. Per me questo è come un attentato. È bene che la gente torni a mangiare come parla». Bisogna frenarlo Gianfranco Vissani, due stelle Michelin con il suo ristorante Casa Vissani sul lago di Corbara in Umbria, il primo e il più televisivo tra i grandi cuochi italiani, impegnato ora a compilare un atlante di 10.000 prodotti territoriali di tutto il mondo che diventerà anche un format tv, perché questa faccenda del tortellino al pollo «mi sta sullo stomaco». Vissani, non le pare che il tortellino dell'accoglienza, come l'ha chiamato il vicario dell'Arcidiocesi all'insaputa del vescovo, sia una scelta di tolleranza? «A me suscita intolleranza. Sono allergico a queste aggressioni senza senso alla cucina italiana, alla tradizione. Quando si metteranno nella testa che il cibo è cultura ed esprime l'anima di un popolo, sarà sempre troppo tardi. Che c'entra offrire un tortellino che non è un tortellino come simbolo dell'accoglienza? Non ha senso raccontare agli islamici né a chiunque che quel tortellino l'abbiamo fatto senza maiale per rispetto a loro. Non è un tortellino. Punto. Poi se per far piacere ai musulmani devo rinunciare alla mia identità, a mangiare i tortellini come devono essere fatti, dico che non ci sto. Dico che è una sciocchezza». A lei non piace questo tortellino, ma si può accettare di usare il cibo come mezzo di integrazione? «Se deve essere integrazione, quelli che vengono in Italia devono imparare a mangiare all'italiana. E se non vogliono farlo, s'accomodino. Noi non dobbiamo minimamente rinunciare alla nostra tradizione, che è poi il nostro gusto e la nostra cultura». Lei è sempre stato molto critico anche verso i vegani, non è una posizione di retroguardia? Non si sente conservatore lei che un tempo veniva etichettato come il cuoco di Massimo D'Alema? «Se difendere la cucina italiana, la migliore del mondo, è essere conservatore, lo sono. Ma sono i vegani che fanno violenza a noi, e anche a loro stessi, visto che poi si ammalano. Prendiamo il caso di quei bambini denutriti costretti all'alimentazione vegana. È mai possibile accettare una cosa del genere? Questo tortellino al pollo mi sembra uguale alle assurdità dei vegani». Dunque giù le mani dai tortellini? «Ci mancherebbe altro. Io non sono bolognese, ma so cucinare e aggiungo che i tortellini, pur con diverse varianti, sono uno dei pochi veri piatti nazionali italiani. E il maiale è il tratto distintivo dei tortellini: lombo, prosciutto o mortadella, la carne di maiale è l'anima del piatto. Poi secondo me ci vuole anche la buccia di limone per dare freschezza. Si può discutere sulla noce moscata, se aggiungere o no pan grattato, ma due ingredienti sono irrinunciabili: maiale e parmigiano reggiano». Niente accoglienza con i tortellini insomma? «Ma certo che sì: dagli un bel piatto di tortellini, quelli veri, in brodo, e vedi come si sentono meglio. E se non gli va bene o non li mangiano, ma ci lasciano la nostra libertà, o se ne tornano a casa loro».
(Ansa)
Fare in fretta e fare bene: dopo il buon risultato del primo turno delle amministrative, il centrodestra punta tutto sulla legge elettorale per mettere all’angolo gli avversari. Innanzitutto, si obbligherà il centrosinistra a indicare il candidato premier prima delle elezioni, con tutte le conseguenze (nefaste, per loro) del caso. I risultati delle comunali, inoltre, al di là del voto dei centri più importanti, restituiscono una distribuzione dell’elettorato molto frammentata, con Pd, M5s, Avs e alleati che, correndo uniti a differenza del 2022, nei collegi soprattutto al Sud (basta leggere i risultati delle comunali in Campania) potrebbero fare il pieno di uninominali. Proprio gli uninominali, quindi, verranno eliminati nella nuova legge elettorale, che il centrodestra deve però approvare il prima possibile, per non consegnare al centrosinistra l’arma propagandistica del «parlate di cose che non interessano alla gente» e «volete cambiare in corsa le regole».
Alcune modifiche, quindi, verranno apportate al testo originario: le indiscrezioni parlano di un premio di maggioranza più contenuto e di una soglia per ottenerlo leggermente più alta del 40%, per non correre il rischio di una bocciatura da parte della Corte costituzionale. Le preferenze? Falso problema: come già sanno i lettori della Verità, basterà «bloccare» il cappello di lista per garantire l’elezione dei candidati scelti dalle segreterie di partito, lasciando gli altri a battersi per la speranza di un posto al sole. «Ci sono tre disegni di legge», spiega il presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Nazario Pagano di Forza Italia, al termine dei lavori di ieri, «sui quali si è aperta la discussione generale e si sta svolgendo in commissione. Al suo esito, anche sulla scorta di ciò che è emerso dalle audizioni, molto variegate, i relatori trarranno le loro conseguenze ed è probabile che faranno le loro proposte. Delle modifiche saranno proposte, questo sì. A me non risulta che il testo sarà stravolto. C’è sempre stata la intenzione di coinvolgere le opposizioni», aggiunge Pagano, «io ero anche favorevole a un comitato ristretto ma se opponi sempre un niet sovietico a qualunque cose capite che è un problema». In Commissione non è mancata un po’ di bagarre, poiché le opposizioni, prendendo spunto dalle indiscrezioni di stampa su imminenti modifiche al testo in fase di valutazione, hanno chiesto di poter discutere su quello definitivo: «Se c’è un nuovo testo base», chiede il deputato del Pd Gianni Cuperlo, «perché iniziamo la discussione generale su un testo base che di fatto voi stessi dite che non c’è più? Su questo punto c’è stata un’oretta di schermaglie. I relatori sono intervenuti dicendo che ragionevolmente ci sarà un testo modificato ma di fatto ancora non c’è. Il presidente Pagano si è impuntato e ha avviato comunque la discussione generale che, ha detto, servirà a definire il nuovo testo che arriverà successivamente. Ma è un gioco dell’oca: se stanno discutendo sul nuovo testo base ci facciano sapere cosa prevede».
Il gioco delle parti: in realtà l’unica speranza per il centrosinistra è che la maggioranza perda tempo e arrivi «lunga», troppo a ridosso delle elezioni per procedere a modificare la legge. «Se c’è la volontà politica», sottolinea il presidente del Senato, Ignazio La Russa, «ci sono i tempi. Non è un problema di tempi il percorso delle leggi, è sempre figlio della volontà politica». Sembrano invece superate le perplessità di Forza Italia, che non può certo sganciarsi da un’alleanza che sta in piedi, da più di 30 anni, non solo a livello nazionale ma anche in regioni e comuni. Il problema-Roberto Vannacci? Tutta fuffa: Forza Italia alla fine accetterà l’alleanza con chiunque, pur di vincere, incassare la sua quota di premio di maggioranza e restare al governo. Un «accordo sul programma» si trova sempre, come del resto lo troveranno nel centrosinistra, dove certo non mancano le distanze tra le visioni dei vari partiti.
A proposito di Vannacci: il generale non molla sulle preferenze, ma la nuova legge elettorale, manco a dirlo, gli sta benissimo: «A noi non interessano le altre dinamiche», commenta Vannacci, «la soglia di sbarramento la mettano dove vogliono. Ci piace il premio di maggioranza perché consegna governabilità al Paese, ma siamo assolutamente contrari al fatto che non si riprendano in considerazione le preferenze e che le preferenze non vengano reintrodotte. La sinistra, peraltro, deve tacere perché questa legge si chiama Rosatellum, deriva da Rosato che è un loro esimio rappresentante, quindi è stata la sinistra in primis a non volere le preferenze e siamo noi di Futuro nazionale invece ad avanzare questa istanza. Faremo tutti gli emendamenti, tutti gli ordini del giorno per farci ascoltare», aggiunge il leader di Fn, «anche se sappiamo che le dinamiche di potere, di palazzo e le mosse del cavallo delle segreterie dei partiti saranno difficili da superare».
Col pareggio Colle in mano ai cespugli. Ecco perché servono regole diverse
Naturalmente fare previsioni su un voto che arriverà fra un anno, senza sapere se la legge elettorale resterà in vigore oppure verrà modificata, è un esercizio rischioso. Eppure i sondaggi - per quel che valgono -accreditano sempre più uno scenario preciso: dalle elezioni politiche del 2027 potrebbe non uscire una maggioranza chiara. Centrodestra e centrosinistra rischiano di equivalersi. È questo il vero spettro che si aggira nelle stanze della politica italiana: il fantasma del pareggio. Se ne discute nei partiti, nelle coalizioni, nei retroscena parlamentari, nei sondaggi, utili a costruire strategie in vista del voto e sulle pagine dei giornali. Se ne parla soprattutto in relazione al difficile percorso che dovrebbe portare a una nuova legge elettorale, con l’obiettivo dichiarato di garantire una maggioranza stabile e un governo in grado di durare per l’intera legislatura. Ma il tema non riguarda soltanto il governo del Paese. Sullo sfondo c’è già il 2029, anno in cui il prossimo Parlamento sarà chiamato ad eleggere il successore di Sergio Mattarella al Quirinale. È anche in funzione di quell’appuntamento decisivo che i partiti stanno ragionando sugli equilibri parlamentari. Il ricordo della non vittoria corre inevitabilmente al 2013, quando il risultato elettorale impedì a Pier Luigi Bersani di conquistare Palazzo Chigi e aprì una lunga stagione di governi eterogenei e larghe intese, alimentando smarrimento e sfiducia nell’elettorato. Per questo motivo, l’idea stessa di un nuovo pareggio viene letta da molti come il segnale di una crisi dei due poli e di una crescente sfiducia verso l’intero sistema politico. Ma chi spinge per desiderare questo ipotetico risultato? Sono senza dubbio tutte le forze centriste e i partiti di dimensioni minori (Azione, Italia viva, la parte riformista del Pd, ) che sperano di essere determinanti nella formazione di una alleanza di governo. In un Parlamento senza maggioranze autosufficienti, infatti, il loro peso politico potrebbe essere decisivo.
Da qui nasce il dibattito aperto nei diversi schieramenti tra «pareggisti» e «bipolaristi». Uno scontro che attraversa in particolare il centrosinistra. Da una parte c’è chi rifiuta qualsiasi dialogo con il governo Meloni sulla riforma elettorale, dall’altra chi ritiene inevitabile aprire un confronto per impedire una nuova stagione di instabilità.Nel Partito democratico l’arbitro di questa discussione sembra essere ancora Dario Franceschini. Secondo alcuni retroscena, l’ex ministro avrebbe invitato i dirigenti dem a riflettere sul fatto che rifiutarsi oggi di discutere con la Meloni sulla riforma elettorale non metterebbe comunque il Pd al riparo da un confronto con Fratelli d’Italia domani, in caso di pareggio. Una riflessione che non fa una grinza ma il dibattito si complica quando lo sguardo si sposta sul Qurinale.
I «pareggisti», infatti, sostengono che in caso di «non vittoria» dei due schieramenti sarebbe più semplice influire sulla scelta del nuovo presidente della Repubblica. Nel centrosinistra cresce il timore che una vittoria piena del centrodestra possa consegnare a Meloni anche il controllo della partita per il Quirinale. Una posizione questa che sembra comprensibile ma che mostra tutta la sua debolezza. Quasi una rinuncia preventiva a combattere per far prevalere il proprio schieramento politico nella contesa elettorale. È il segnale delle difficoltà e dell’assenza di ambizioni del cosiddetto campo largo. Solo pochi mesi fa, affascinati dall’esito del referendum sulla giustizia, erano pronti a campagne battagliere per scalzare il governo di centrodestra, oggi sembrano meno audaci. Probabilmente si è compreso che non esiste alcuna traslazione automatica dal voto referendario e quello politico, come dimostra del resto il test elettorale amministrativo del fine settimana appena trascorso. Non sappiamo se il messaggio ai duri e puri del centrosinistra, inviato da Franceschini, sia stato recepito. Sappiamo invece che una riforma elettorale appare sempre più necessaria per assicurare, indipendentemente da chi vincerà, un governo stabile e duraturo in una fase storica segnata da sfide economiche, sociali e internazionali sempre più complesse.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 27 maggio con Carlo Cambi
Simone Venturini, nuovo sindaco di Venezia (Ansa)
Sindaco Simone Veturini, una grande vittoria al primo turno se la aspettava?
«Mi aspettavo che il centrodestra avrebbe vinto, ma non in queste dimensioni, soprattutto mi ha stupito il risultato della mia lista. Sapevo però che i sondaggi che faceva girare il centrosinistra che ci davano perdenti senza chances di vittoria non erano aderenti alla realtà. Io sentivo altro girando per la città, parlando con le persone. Infatti, poi i risultati hanno dimostrato che quello che sentivo era vero».
Lei quindi in campagna elettorale aveva capito che tutti i dibattiti e le polemiche cresciute intorno alla Biennale e alla Fenice non stavano influenzando il voto in alcun modo?
«Sentivo che i veneziani volevano scegliere un sindaco vicino a loro, simile a loro, figlio di questa città, che la conoscesse, che avesse esperienza di governo qui, ed effettivamente così poi è stato. L’altro candidato invece era un profilo completamente diverso dal mio».
Per quanto riguarda gli stranieri, ha detto che hanno votato per lei alla fine. Perché?
«Non c’è stato un voto monolitico degli stranieri per il Pd solo perché ha candidato dei bengalesi. Loro speravano che con questa operazione avrebbero ottenuto i 3.000 voti dei bengalesi. Un’operazione semplicistica che evidentemente non ha funzionato e anche offensiva per l’intelligenza delle persone. La cosa che mi ha inquietato di più è stata questa sorta di accordo elettorale che non mi è chiaro in cosa consistesse. Prendiamo i vostri voti e poi? Cosa avrebbero dato in cambio? Questi aspetti non sono mai stati chiariti, nonostante io abbia incalzato il mio avversario più volte su questo punto».
Il centrodestra cosa offre invece agli stranieri?
«Integrazione, che secondo me presuppone la volontà delle persone di voler aderire ai principi, al nostro modo di vivere. Altrimenti non si può parlare di integrazione, ma di creazione di un sottoinsieme di persone che vivono separatamente con regole diverse. Oggi la comunità bengalese ha ancora molta strada da fare in tal senso. L’operazione del Pd, per altro, non ha fatto che acuire tensioni e non ha fatto un regalo al processo di integrazione della città, anzi lo ha danneggiato. Molti voti li avranno ottenuti, ma evidentemente ne hanno persi altrettanti perché l’elettorato ha capito l’operazione e si è sentito preso in giro. Tutti, come me, si sono chiesti: cosa ha barattato il Pd in cambio di questi voti? Ha barattato sui diritti delle donne? Ha offerto nuove moschee in cambio? Qual era la contropartita? E su questo secondo me non hanno ricevuto risposte».
Esiste un tema sulla città di Mestre: insicurezza, degrado. Che piani ha?
«Io prevedo una realizzazione di una mappa delle opportunità come le aree di sviluppo e riqualificazione, Progetti che possano partire velocemente grazie a una serie di investimenti da fare».
Pubblici o privati?
«Di privati, io non sono per fare solamente investimenti pubblici, perché non viviamo in un Paese socialista. Certo che questi investimenti vanno attirati».
E qual è la strategia?
«Prevedo la realizzazione di un board internazionale composto da personalità importanti che vivono a Venezia o che ci passano che, opportunamente motivate, potrebbero mettere al servizio della città una rete importante di relazioni capace di attirare grandi investitori».
Ha in mente una squadra per la sua giunta?
«Fra pochi giorni mi insedierò ufficialmente e sarò eletto ufficialmente. Poi mi incontrerò con le forze politiche della coalizione, sicuramente chiederò a tutti competenza e dedizione. Quindi chiederò una rosa di nomi e farò una valutazione che sarà molto incentrata sul merito».
Qual è la prima cosa che conta di fare appena insediato? Il primo atto politico.
«Sarò un sindaco presente sulla strada, conto di esserlo fin da subito anche nei quartieri difficili, sia per dare un segnale di attenzione sia per dimostrare la volontà di voler risolvere i problemi».
Sul piano della cultura quali sono i suoi progetti?
«Vorrei coordinare e mettere a terra una sorta di regia per coordinare tutte le realtà associative e fondazioni culturali che stanno nascendo. Rafforzare la sinergia con la Biennale che sta facendo un grandissimo lavoro e d’altra parte chiedere alla Fondazione musei civici di effettuare un grande investimento per i giovani che scelgono di vivere a Venezia per un periodo per produrre qui la loro creazione artistica».
Prima di lasciarla: qual è stato il più grave errore del centrosinistra in questa campagna elettorale?
«La tracotanza. Sono partiti con l’idea di essere superiori moralmente, convinti di vincere. E poi la scelta del candidato. Un nome calato dall’alto estraneo alla città».
E tutti quei big dei partiti nazionali secondo lei non hanno aiutato?
«Conte, Schlein e Fratoianni alla fine venendo a Venezia hanno aiutato me. Volevano entusiasmare i loro, ma la gente fuori dai partiti li ha guardati un po’ stralunata. Insomma, effetto opposto a quello desiderato».
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Imagoeconomica
Il suo estremismo religioso è diventato centrale nell’ordinanza di custodia cautelare con cui il gip l’ha privato della libertà. L’indagato, dopo aver gridato per anni «al lupo al lupo» in Germania, con falsi allarmi bomba, minacce di attentati nelle stazioni ferroviarie, lettere dal carcere con riferimenti ad Hamas e Isis, fantasie di ostaggi e martirio e minacce deliranti che gli sono costati l’espulsione verso l’Italia, secondo il giudice avrebbe superato il confine della semplice provocazione entrando in contatto con ambienti capaci di accompagnarlo verso un possibile attentato. Un quadro molto cupo rispetto alla sua radicalizzazione viene segnalato il 26 dicembre 2023. Naggay è nel penitenziario di Adelsheim, in Germania. Parlando con un operatore della struttura, è riportato nel suo curriculum giudiziario, «aveva auspicato la morte per le persone omosessuali, ribadendo che presto il territorio tedesco sarebbe stato occupato dallo Stato islamico». In quello stesso episodio affermò «che era pronto a morire come martire». E anche che «la violenza è un mezzo legittimo per manifestare le sue convinzioni religiose».
Ma c’è anche una frase che sembra uscita da un proclama jihadista: «In nome di Allah il misericordioso. Voglio solo mettervi in guardia, poiché così è scritto nel Corano. Che mettiate in guardia o no i miscredenti, essi non crederanno comunque a nulla». Infine, durante il colloquio con uno psicologo avrebbe manifestato «ammirazione per l’attentatore di Wurzburg (un somalo che il 25 giugno 2021 accoltellò passanti nel centro della città bavarese, provocando tre morti e diversi feriti, ndr)» e spiegato di voler uccidere gli infedeli. Per poi commentare: «Così si può essere grandi come Dio e raggiungere Dio». I tedeschi, a quel punto, gli hanno messo in mano un foglio di via. Lui è quindi tornato dai genitori a Montecchio Emilia. E dalla sua cameretta ha ricominciato a fantasticare. È finito in una chat di Telegram. Lì dentro un contatto (al momento non identificato) dal nome «ForDm» ha cominciato a prendergli le misure. Finché Naggay si propone per «un’operazione». Due parole che gli inquirenti traducono con «un attentato». Naggay in quella chat avrebbe cercato legittimazione, dimostrando di essere pronto. E annunciando: «Registrerò un video in cui confesserò di essere un sostenitore del Daesh». E un attimo dopo: «Organizzerò un’operazione con ostaggi per te». Il tono della conversazione cambia rapidamente. Si parla di soldi, di aiuti, di preparazione tecnica. Naggay chiede denaro: «Mi servono dei soldi». L’interlocutore continua a verificare quanto sia disposto ad andare avanti. A un certo punto usa una definizione che accende un campanello d’allarme: «Lupo solitario». La formula con cui il terrorismo jihadista definisce chi colpisce da solo, usando mezzi rudimentali: coltelli, auto o esplosivi artigianali. Solo un attimo prima l’uomo misterioso si era reso disponibile a fornire a Naggay «dei file su produzione di tossine» e a farlo «entrare» in un «gruppo specializzato». Secondo il gip, Naggay non è più il ragazzo che in Germania telefonava annunciando falsi attentati per vedere le stazioni evacuate e per finire sui giornali. Qui, scrive il giudice, emerge «la concreta disponibilità» dell’indagato «al compimento di atti terroristici». Tutta la conversazione si intreccia con i messaggi mandati alla madre solo poche ore prima del fermo: «Sto veramente male, chiama la polizia, vado a fare una cosa in centro con un coltello». A quel punto gli inquirenti l’hanno preso sul serio. E l’hanno fermato.
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