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2019-10-02
La sottomissione in tavola: tortellino islamico
Ansa
Peggio del politicamente corretto c'è solo il gastronomicamente corretto: se i due ingredienti si mescolano, il piatto diventa immangiabile. Come documenta il pezzo qui a fianco, alla Curia di Bologna, sì proprio Bologna, è successo un pasticcio attorno al contorno ideologico del cosiddetto «tortellino dell'accoglienza», cioè privo di maiale, da offrire il 4 ottobre, festa del patrono, San Petronio, a chi per vari motivi - di salute o religiosi - si astiene dalle carni suine.
Il «tortellino dell'accoglienza» va fatto, hanno spiegato dai comitati della Curia con uno zelo da cui il futuro cardinale si è poi dissociato, con sola carne di pollo, anche per non offendere i fratelli musulmani e magari anche per dare un piatto leggero agli anziani, i quali però a Bologna non rinuncerebbero ai veri tortellini neppure in punto di morte. Il tortellino col pollo - a fianco di quello classico - verrà distribuito, pare, venerdì. Un tempo per i cattolici era vietato mangiar carne al venerdì, ma pur d'accogliere tutti c'è chi sembra disposto a bandire il maiale, ma pure il precetto.
Come spiega la nota dell'Arcidiocesi che racconta la totale estraneità di Zuppi, è la stessa Curia di Bologna che nel 1661 con il cardinal Girolamo Farnese emise un bando per garantire e difendere la qualità di mortadella e salami.
Nonché la stessa che, a inizio Novecento, risolse una faccenda di vigilia e tortellini con un diplomatico silenzio. Lo raccontò Giulio Andreotti in un suo divertente libretto: Pranzo di magro per il cardinale. Nel 1904 il cardinale Domenico Svampa, in occasione della visita a Bologna di Vittorio Emanuele III, voleva incontrare il re, senza però dispiacere al Papa che non sopportava il Savoia. Ebbe dispensa per il pranzo ufficiale, che però era di venerdì. Al cardinale, mentre tutti mangiavano veri tortellini, fu servito un tortello di ricotta. O così si fece intendere. Sempre Andreotti racconta che Svampa, ospite di monsignor Nardi, si adombrò per i tortellini proposti al venerdì, ma il divieto della carne fu salvo perché erano ripieni di rane che, grazie a Noè, non sono considerate carne.
Pellegrino Artusi, romagnolo che codificò la ricetta dei tortellini rigorosamente con il maiale, testimonia un'altra «scusa» della Chiesa a tavola: di vigilia in Curia si mangiavano le folaghe, considerate uccelli-pesce.
Il bolognesissimo cardinal Prospero Lorenzo Lambertini che fu papa Benedetto XIV era invece goloso di tortellini e ha una ricetta a suo nome: il tortellone di mortadella e rapa rossa.
Ma ora per certi zelanti cattolici bolognesi rischia anche la cotoletta alla petroniana, detta così in onere del patrono, perché zeppa di prosciutto. Di certo non sarà un piatto dell'accoglienza.
Tornando al presente, tra lo strappo alla tradizione e la nota dell'Arcidiocesi che ha tolto la paternità del vescovo alla cosa, si è infilata una polemica politica imperdibile. Matteo Salvini dall'Umbria ha tuonato: «I tortellini senza maiale sono come il vino rosso senza uva, stanno cercando di cancellare la nostra cultura»; sempre dalla Lega gli hanno fatto eco Lucia Borgonzoni, candidata alle prossime regionali in Emilia, che ha detto: «Snaturano anche i tortellini pur di ammiccare all'islam, una vergogna». E l'onorevole Umberto La Morgia ha sottolineato: «Per non disturbare gli islamici bastava proporre dei tortelloni alla ricotta. Qui invece l'intento è stato volutamente comunicativo e provocatorio. Dietro questo tortellino della discordia si cela una questione culturale di fondo. In nome di un'accoglienza, di una società pretesa inclusiva, ci si piega ad altre culture e si modifica un pezzo della nostra tradizione». Sulla stessa lunghezza d'onda il candidato alla Regione e deputato di Fratelli d'Italia, Galeazzo Bignami. Hanno applaudito invece Romano Prodi (che vede questo tortellino come un esempio di libertà) e il sindaco di Bologna Vincenzo Merola, che suona un refrain caro a certa sinistra: «Le tradizioni si rispettano anche cambiando qualcosa».
Una cosa così avrebbero potuta dirla il sociologo Marino Niola o il professor Massimo Montanari, storico. Loro sostengono che la tradizione si evolve, soprattutto quando fa comodo. Resta il fatto che il cibo non perde mai le sue radici etniche, agricole e culturali. Lo ha ricordato Pupi Avati, meno conciliante con l'incidente, parzialmente chiuso, di Bologna: «Il ripieno del tortellino deve essere rigorosamente di maiale e non si può abolire per una questione religiosa».
E a poco vale che le sfogline (le signore della Bologna bene che si dilettano a tirare la pasta) ideatrici del «tortellino dell'accoglienza» dicano, con la presidente Paola Lazzari, che «il ripieno di pollo è pensato anche per gli anziani». Perché il tortellino di Bologna è un bene culturale. La ricetta fu depositata il 7 dicembre 1974 alla Camera di commercio dalla Confraternita del tortellino, che l'ha messa a punto con l'Accademia italiana della cucina, un'istituzione riconosciuta dal presidente della Repubblica al pari di Lincei, Crusca e Georgofili. Nei tortellini ci vanno lombo di maiale, prosciutto e mortadella.
Ma in un Paese che velò le statue dei musei Capitolini per non dispiacere al presidente iraniano Hassan Rouhani può capitare di tutto. La Chiesa peraltro mise le mutande agli affreschi di Michelangelo nella Cappella Sistina. Era il 1564. Dopo quasi mezzo millennio qualcuno sogna la controriforma in tavola.
Diocesi di Bologna lacerata dai tortellini accoglienti senza maiale per gli islamici
L'ombelico del mondo a Bologna è il tortellino. La sfoglia, il modo caratteristico di chiuderlo, il brodo con la carne di manzo e la gallina ruspante, l'inconfondibile ripieno con lombo di maiale, prosciutto, mortadella e parmigiano reggiano: tutto è depositato in pergamena alla Camera di commercio, perché a Bologna nessuno tocchi il tortellino. Mangiarli, rigorosamente in brodo, è un'esperienza che va oltre la tavola e confonderla per ragioni di «accoglienza» sa di bestemmia.
Invece, in vista della festa del patrono (il 4 ottobre a Bologna si festeggia San Petronio), è in corso la disfida del tortellino, che ha mandato in corto circuito perfino il vescovo e il suo vicario generale. Stando alle dichiarazioni rilasciate al Resto del Carlino dal vicario della diocesi, monsignor Giovanni Silvagni, la meravigliosa pensata di togliere dal sacro ripieno tutto il maiale che c'è, per sostituirlo con il più ecumenico pollo, sarebbe stata in qualche modo benedetta dalla Curia bolognese e dal suo vescovo, Matteo Maria Zuppi, ormai prossimo cardinale. La novità, ha spiegato Silvagni, è stata introdotta per consentire di assaggiare la prelibatezza anche a chi «per motivi religiosi o di salute non può consumare le carni suine».
Addirittura Silvagni si è lanciato in una liaison tra il tortellino e il futuro cardinale, dicendo che «il tortellino ricorda un qualcosa che abbraccia tutti, così come il nostro vescovo sarà uno stretto collaboratore del Papa», e quindi con un compito che si protenderà ad «abbracciare tutto il mondo. Il tortellino è il segno di come partendo da Bologna, Zuppi si occuperà anche della Chiesa in generale». Insomma, sembrava che la Curia si fosse lanciata benedicendo il tortellino senza maiale per accogliere e integrare. Invece, nel tardo pomeriggio, un comunicato della diocesi fa sapere che quella di Zuppi che ordina il tortellino senza maiale è «una fake news», anzi il prossimo porporato si professa quasi un agente anti frodi, ricordando il suo predecessore cardinal Farnese che «emise il bando contro la contraffazione della mortadella». Però, dice ancora il comunicato, non si può interpretare «una normale regola di accoglienza» come «offesa alla tradizione. Infatti la preoccupazione è che tutti possano partecipare alla festa, anche chi ha problemi o altre abitudini alimentari o motivi religiosi». Per questo, ha chiesto che «accanto ai quintali di tortellini conformi alla ricetta depositata siano preparati anche pochi chilogrammi senza maiale».
Insomma, se Silvagni benedice apertamente, Zuppi dice che non sapeva nulla (la nota recita: «Ha appreso la notizia del tortellino con carne di pollo solo questa mattina e dai media. Era all'oscuro dell'iniziativa annunciata ieri in conferenza stampa»).
Preso atto che Zuppi non c'entra, il tortellino senza maiale non si può sentire. Prima di tutto a Bologna non si conosce nessun anziano che, anche sul letto di morte, abbia mai rifiutato i tortellini in brodo per ragioni di salute. Anzi, nelle cene di Natale, dove il primo piatto è rigorosamente a base di tortellini in brodo, quando si versano nella scodella del nonno lui ti guarda e ti dice che un buon piatto di tortellini fa risuscitare anche i morti. Quanto a quelli che per motivi religiosi non li vogliono mangiare, possono tranquillamente continuare a fare quello che hanno sempre fatto.
Se questo è il meticciato, Dio ce ne scampi. Perché se le proprie tradizioni hanno un senso questo vale anche nella tanto decantata accoglienza, che non può essere ridotta a qualche mangiata apparecchiata in cattedrale, né si può applicare manomettendo ciò che si tramanda come modo di vivere di un popolo. Il tortellino a Bologna è espressione dell'essere bolognesi, eredi di tradizioni contadine che sanno mettere in valore quello che c'è in casa.
I tortellini sono quel sapore con cui si cresce da bambini, magari stando a bordo tavola quando la nonna li prepara, e si mangiano crudi per sentire il sapore delle varie essenze di maiale rinchiuse in un fazzoletto di sfoglia. Un sussulto di buon senso arriva però anche dalla Curia, dove il vescovo emerito Ernesto Vecchi (da San Matteo della Decima, bassa bolognese doc) ha dichiarato al Corriere della Sera: «Non giudico l'iniziativa, ma il tortellino se lo trucchi lo uccidi».
Da lassù il cardinale Giacomo Biffi, arcivescovo di Bologna dal 1983 al 2003, probabilmente si sta facendo una risata in compagnia dei cherubini, davanti a un piatto fumante di tortellini. Lui aveva elaborato una sorta di «teologia del tortellino» con una celebre frase pronunciata per la festa di San Petronio del 1997. «Ho pregato il santo di far capire ai bolognesi che mangiare i tortellini con la prospettiva del paradiso, della vita eterna, rende migliori anche i tortellini, più che mangiarli con la prospettiva di andare a finire nel nulla».
«Biffi», dice monsignor Vecchi alla Verità, «sosteneva che si gusta meglio il tortellino se si è in grazia di Dio, tenendo la prospettiva della salvezza eterna delle anime». Fatta «salva la bontà dell'iniziativa» per l'accoglienza, continua Vecchi, «si poteva pensare ai tortelloni che si possono preparare con la ricotta o altre varianti e così possono andare bene per tutti». In effetti, il tortellone è ecumenico di per sé, ma, conclude il vescovo emerito, «il tortellino è il tortellino».
La disfida bolognese oscilla così tra il fatto antropologico e quello di portata escatologica. Sotto i portici tutti si chiedono, infatti, se il piatto di tortellini del paradiso di cui parlava Biffi avrà il suo bel ripieno di maiale, oppure di più insipido pollo. La risposta è difficile da ottenere in modo diretto, però si può supporre che nel caso fossero stati serviti tortellini senza mortadella, lombo e prosciutto, il cardinale Biffi avrebbe sicuramente fatto le sue rimostranze alla cucina.
Il regalo di Biffi a Wojtyla: un prosciutto Doc
Dal 12 al 18 febbraio 1989 il cardinale fu invitato a Roma da Giovanni Paolo II a predicare gli esercizi spirituali per la Quaresima ai cardinali e ai vescovi della Curia romana. Diede al corso di esercizi il titolo «La multiforme sapienza di Dio», che trasse dalla Lettera agli Efesini 3,10. La preparazione di questi esercizi gli costò molta fatica perché doveva preparare almeno 22 meditazioni, circa quattro al giorno.
Finiti gli esercizi, molti editori mi chiesero il testo per poterlo pubblicare. Ma il cardinal Biffi mi disse: «No. Ho fatto tanta fatica a scriverli che ora voglio usarli per il mio ministero pastorale a Bologna».
Nei mesi precedenti il febbraio 1989, alcuni teologi prevalentemente di lingua tedesca avevano scritto una lettera aperta nella quale contestavano punti sostanziali del magistero di Giovanni Paolo II. Anche un gruppo di teologi italiani si accodò a questa protesta. Lascio immaginare quale fosse l'amarezza di Giovanni Paolo II, ma anche di don Giacomo, che proprio allora stava dedicandosi alla stesura delle meditazioni.
Tra una meditazione e l'altra Biffi escogitò anche il modo di sollevare l'umore del Papa. Si informò sulle abitudini del Papa nei confronti del predicatore, e seppe che al termine degli esercizi era solito invitarlo a pranzo o a cena da solo.
Così, prima di partire per Roma, Biffi mi chiese di andare a comprare un prosciutto nostrano con tanto di osso. Durante gli esercizi affidammo a una comunità religiosa la custodia del prosciutto e l'ultimo giorno lo consegnai al cardinale nella sua confezione sottovuoto e trasparente.
Il cardinale, vestito con la talare nera filettata e con la fascia purpurea, e soprattutto con il prosciutto sotto la spalla, attraversò con nonchalance le superbe stanze del Palazzo Apostolico tra gli sguardi stralunati delle guardie svizzere e di alcuni monsignori, tutti puntati sulla spalla di suino.
Arrivato davanti al Papa, Biffi gli consegnò il profumatissimo regalo, e il Papa rise a lungo. Aveva osservato da lontano tutta la scena.
Durante il corso di esercizi don Giacomo aveva fatto diverse battute ironiche. Fin dall'inizio, quasi come premessa iniziale, aveva ricordato un «sacrosanto principio»: «Gli esercizi spirituali servono per 15 giorni. Poi uno torna come prima».
Il 9 aprile dello stesso anno Biffi è di nuovo a Roma per la canonizzazione di Santa Clelia. E il Papa, non appena lo vede, gli dice: «Eminenza, i 15 giorni sono già passati».
«Irrinunciabile il ripieno suino e parmigiano»
«Ma per piacere! Sono stufo di queste continue aggressioni al cibo italiano. Per me questo è come un attentato. È bene che la gente torni a mangiare come parla». Bisogna frenarlo Gianfranco Vissani, due stelle Michelin con il suo ristorante Casa Vissani sul lago di Corbara in Umbria, il primo e il più televisivo tra i grandi cuochi italiani, impegnato ora a compilare un atlante di 10.000 prodotti territoriali di tutto il mondo che diventerà anche un format tv, perché questa faccenda del tortellino al pollo «mi sta sullo stomaco».
Vissani, non le pare che il tortellino dell'accoglienza, come l'ha chiamato il vicario dell'Arcidiocesi all'insaputa del vescovo, sia una scelta di tolleranza?
«A me suscita intolleranza. Sono allergico a queste aggressioni senza senso alla cucina italiana, alla tradizione. Quando si metteranno nella testa che il cibo è cultura ed esprime l'anima di un popolo, sarà sempre troppo tardi. Che c'entra offrire un tortellino che non è un tortellino come simbolo dell'accoglienza? Non ha senso raccontare agli islamici né a chiunque che quel tortellino l'abbiamo fatto senza maiale per rispetto a loro. Non è un tortellino. Punto. Poi se per far piacere ai musulmani devo rinunciare alla mia identità, a mangiare i tortellini come devono essere fatti, dico che non ci sto. Dico che è una sciocchezza».
A lei non piace questo tortellino, ma si può accettare di usare il cibo come mezzo di integrazione?
«Se deve essere integrazione, quelli che vengono in Italia devono imparare a mangiare all'italiana. E se non vogliono farlo, s'accomodino. Noi non dobbiamo minimamente rinunciare alla nostra tradizione, che è poi il nostro gusto e la nostra cultura».
Lei è sempre stato molto critico anche verso i vegani, non è una posizione di retroguardia? Non si sente conservatore lei che un tempo veniva etichettato come il cuoco di Massimo D'Alema?
«Se difendere la cucina italiana, la migliore del mondo, è essere conservatore, lo sono. Ma sono i vegani che fanno violenza a noi, e anche a loro stessi, visto che poi si ammalano. Prendiamo il caso di quei bambini denutriti costretti all'alimentazione vegana. È mai possibile accettare una cosa del genere? Questo tortellino al pollo mi sembra uguale alle assurdità dei vegani».
Dunque giù le mani dai tortellini?
«Ci mancherebbe altro. Io non sono bolognese, ma so cucinare e aggiungo che i tortellini, pur con diverse varianti, sono uno dei pochi veri piatti nazionali italiani. E il maiale è il tratto distintivo dei tortellini: lombo, prosciutto o mortadella, la carne di maiale è l'anima del piatto. Poi secondo me ci vuole anche la buccia di limone per dare freschezza. Si può discutere sulla noce moscata, se aggiungere o no pan grattato, ma due ingredienti sono irrinunciabili: maiale e parmigiano reggiano».
Niente accoglienza con i tortellini insomma?
«Ma certo che sì: dagli un bel piatto di tortellini, quelli veri, in brodo, e vedi come si sentono meglio. E se non gli va bene o non li mangiano, ma ci lasciano la nostra libertà, o se ne tornano a casa loro».
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La ricetta modificata per venire incontro anche ai musulmani scatena Matteo Salvini e Lucia Borgonzoni, candidata alle regionali. Mentre la sinistra rispolvera il refrain: «Le tradizioni si rispettano cambiando qualcosa».Il vicario Matteo Maria Zuppi annuncia che alla festa di San Petronio sarà servita pure la versione al pollo per gli immigrati. Il vescovo si smarca: «Ero all'oscuro di questa iniziativa».Un libro, in uscita il 24 ottobre, racconta la vita privata dell'indimenticabile cardinale Giacomo Biffi del capoluogo emiliano.Lo chef Gianfranco Vissani: «Si può discutere sugli altri ingredienti, non su questi due. Chi vuole integrarsi mangi i nostri piatti».Lo speciale contiene quattro articoliPeggio del politicamente corretto c'è solo il gastronomicamente corretto: se i due ingredienti si mescolano, il piatto diventa immangiabile. Come documenta il pezzo qui a fianco, alla Curia di Bologna, sì proprio Bologna, è successo un pasticcio attorno al contorno ideologico del cosiddetto «tortellino dell'accoglienza», cioè privo di maiale, da offrire il 4 ottobre, festa del patrono, San Petronio, a chi per vari motivi - di salute o religiosi - si astiene dalle carni suine.Il «tortellino dell'accoglienza» va fatto, hanno spiegato dai comitati della Curia con uno zelo da cui il futuro cardinale si è poi dissociato, con sola carne di pollo, anche per non offendere i fratelli musulmani e magari anche per dare un piatto leggero agli anziani, i quali però a Bologna non rinuncerebbero ai veri tortellini neppure in punto di morte. Il tortellino col pollo - a fianco di quello classico - verrà distribuito, pare, venerdì. Un tempo per i cattolici era vietato mangiar carne al venerdì, ma pur d'accogliere tutti c'è chi sembra disposto a bandire il maiale, ma pure il precetto. Come spiega la nota dell'Arcidiocesi che racconta la totale estraneità di Zuppi, è la stessa Curia di Bologna che nel 1661 con il cardinal Girolamo Farnese emise un bando per garantire e difendere la qualità di mortadella e salami. Nonché la stessa che, a inizio Novecento, risolse una faccenda di vigilia e tortellini con un diplomatico silenzio. Lo raccontò Giulio Andreotti in un suo divertente libretto: Pranzo di magro per il cardinale. Nel 1904 il cardinale Domenico Svampa, in occasione della visita a Bologna di Vittorio Emanuele III, voleva incontrare il re, senza però dispiacere al Papa che non sopportava il Savoia. Ebbe dispensa per il pranzo ufficiale, che però era di venerdì. Al cardinale, mentre tutti mangiavano veri tortellini, fu servito un tortello di ricotta. O così si fece intendere. Sempre Andreotti racconta che Svampa, ospite di monsignor Nardi, si adombrò per i tortellini proposti al venerdì, ma il divieto della carne fu salvo perché erano ripieni di rane che, grazie a Noè, non sono considerate carne. Pellegrino Artusi, romagnolo che codificò la ricetta dei tortellini rigorosamente con il maiale, testimonia un'altra «scusa» della Chiesa a tavola: di vigilia in Curia si mangiavano le folaghe, considerate uccelli-pesce. Il bolognesissimo cardinal Prospero Lorenzo Lambertini che fu papa Benedetto XIV era invece goloso di tortellini e ha una ricetta a suo nome: il tortellone di mortadella e rapa rossa. Ma ora per certi zelanti cattolici bolognesi rischia anche la cotoletta alla petroniana, detta così in onere del patrono, perché zeppa di prosciutto. Di certo non sarà un piatto dell'accoglienza.Tornando al presente, tra lo strappo alla tradizione e la nota dell'Arcidiocesi che ha tolto la paternità del vescovo alla cosa, si è infilata una polemica politica imperdibile. Matteo Salvini dall'Umbria ha tuonato: «I tortellini senza maiale sono come il vino rosso senza uva, stanno cercando di cancellare la nostra cultura»; sempre dalla Lega gli hanno fatto eco Lucia Borgonzoni, candidata alle prossime regionali in Emilia, che ha detto: «Snaturano anche i tortellini pur di ammiccare all'islam, una vergogna». E l'onorevole Umberto La Morgia ha sottolineato: «Per non disturbare gli islamici bastava proporre dei tortelloni alla ricotta. Qui invece l'intento è stato volutamente comunicativo e provocatorio. Dietro questo tortellino della discordia si cela una questione culturale di fondo. In nome di un'accoglienza, di una società pretesa inclusiva, ci si piega ad altre culture e si modifica un pezzo della nostra tradizione». Sulla stessa lunghezza d'onda il candidato alla Regione e deputato di Fratelli d'Italia, Galeazzo Bignami. Hanno applaudito invece Romano Prodi (che vede questo tortellino come un esempio di libertà) e il sindaco di Bologna Vincenzo Merola, che suona un refrain caro a certa sinistra: «Le tradizioni si rispettano anche cambiando qualcosa».Una cosa così avrebbero potuta dirla il sociologo Marino Niola o il professor Massimo Montanari, storico. Loro sostengono che la tradizione si evolve, soprattutto quando fa comodo. Resta il fatto che il cibo non perde mai le sue radici etniche, agricole e culturali. Lo ha ricordato Pupi Avati, meno conciliante con l'incidente, parzialmente chiuso, di Bologna: «Il ripieno del tortellino deve essere rigorosamente di maiale e non si può abolire per una questione religiosa».E a poco vale che le sfogline (le signore della Bologna bene che si dilettano a tirare la pasta) ideatrici del «tortellino dell'accoglienza» dicano, con la presidente Paola Lazzari, che «il ripieno di pollo è pensato anche per gli anziani». Perché il tortellino di Bologna è un bene culturale. La ricetta fu depositata il 7 dicembre 1974 alla Camera di commercio dalla Confraternita del tortellino, che l'ha messa a punto con l'Accademia italiana della cucina, un'istituzione riconosciuta dal presidente della Repubblica al pari di Lincei, Crusca e Georgofili. Nei tortellini ci vanno lombo di maiale, prosciutto e mortadella. Ma in un Paese che velò le statue dei musei Capitolini per non dispiacere al presidente iraniano Hassan Rouhani può capitare di tutto. La Chiesa peraltro mise le mutande agli affreschi di Michelangelo nella Cappella Sistina. Era il 1564. Dopo quasi mezzo millennio qualcuno sogna la controriforma in tavola. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/prodi-e-merola-danno-la-benedizione-al-gastronomicamente-corretto-2640815913.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="diocesi-di-bologna-lacerata-dai-tortellini-accoglienti-senza-maiale-per-gli-islamici" data-post-id="2640815913" data-published-at="1769949217" data-use-pagination="False"> Diocesi di Bologna lacerata dai tortellini accoglienti senza maiale per gli islamici L'ombelico del mondo a Bologna è il tortellino. La sfoglia, il modo caratteristico di chiuderlo, il brodo con la carne di manzo e la gallina ruspante, l'inconfondibile ripieno con lombo di maiale, prosciutto, mortadella e parmigiano reggiano: tutto è depositato in pergamena alla Camera di commercio, perché a Bologna nessuno tocchi il tortellino. Mangiarli, rigorosamente in brodo, è un'esperienza che va oltre la tavola e confonderla per ragioni di «accoglienza» sa di bestemmia. Invece, in vista della festa del patrono (il 4 ottobre a Bologna si festeggia San Petronio), è in corso la disfida del tortellino, che ha mandato in corto circuito perfino il vescovo e il suo vicario generale. Stando alle dichiarazioni rilasciate al Resto del Carlino dal vicario della diocesi, monsignor Giovanni Silvagni, la meravigliosa pensata di togliere dal sacro ripieno tutto il maiale che c'è, per sostituirlo con il più ecumenico pollo, sarebbe stata in qualche modo benedetta dalla Curia bolognese e dal suo vescovo, Matteo Maria Zuppi, ormai prossimo cardinale. La novità, ha spiegato Silvagni, è stata introdotta per consentire di assaggiare la prelibatezza anche a chi «per motivi religiosi o di salute non può consumare le carni suine». Addirittura Silvagni si è lanciato in una liaison tra il tortellino e il futuro cardinale, dicendo che «il tortellino ricorda un qualcosa che abbraccia tutti, così come il nostro vescovo sarà uno stretto collaboratore del Papa», e quindi con un compito che si protenderà ad «abbracciare tutto il mondo. Il tortellino è il segno di come partendo da Bologna, Zuppi si occuperà anche della Chiesa in generale». Insomma, sembrava che la Curia si fosse lanciata benedicendo il tortellino senza maiale per accogliere e integrare. Invece, nel tardo pomeriggio, un comunicato della diocesi fa sapere che quella di Zuppi che ordina il tortellino senza maiale è «una fake news», anzi il prossimo porporato si professa quasi un agente anti frodi, ricordando il suo predecessore cardinal Farnese che «emise il bando contro la contraffazione della mortadella». Però, dice ancora il comunicato, non si può interpretare «una normale regola di accoglienza» come «offesa alla tradizione. Infatti la preoccupazione è che tutti possano partecipare alla festa, anche chi ha problemi o altre abitudini alimentari o motivi religiosi». Per questo, ha chiesto che «accanto ai quintali di tortellini conformi alla ricetta depositata siano preparati anche pochi chilogrammi senza maiale». Insomma, se Silvagni benedice apertamente, Zuppi dice che non sapeva nulla (la nota recita: «Ha appreso la notizia del tortellino con carne di pollo solo questa mattina e dai media. Era all'oscuro dell'iniziativa annunciata ieri in conferenza stampa»). Preso atto che Zuppi non c'entra, il tortellino senza maiale non si può sentire. Prima di tutto a Bologna non si conosce nessun anziano che, anche sul letto di morte, abbia mai rifiutato i tortellini in brodo per ragioni di salute. Anzi, nelle cene di Natale, dove il primo piatto è rigorosamente a base di tortellini in brodo, quando si versano nella scodella del nonno lui ti guarda e ti dice che un buon piatto di tortellini fa risuscitare anche i morti. Quanto a quelli che per motivi religiosi non li vogliono mangiare, possono tranquillamente continuare a fare quello che hanno sempre fatto. Se questo è il meticciato, Dio ce ne scampi. Perché se le proprie tradizioni hanno un senso questo vale anche nella tanto decantata accoglienza, che non può essere ridotta a qualche mangiata apparecchiata in cattedrale, né si può applicare manomettendo ciò che si tramanda come modo di vivere di un popolo. Il tortellino a Bologna è espressione dell'essere bolognesi, eredi di tradizioni contadine che sanno mettere in valore quello che c'è in casa. I tortellini sono quel sapore con cui si cresce da bambini, magari stando a bordo tavola quando la nonna li prepara, e si mangiano crudi per sentire il sapore delle varie essenze di maiale rinchiuse in un fazzoletto di sfoglia. Un sussulto di buon senso arriva però anche dalla Curia, dove il vescovo emerito Ernesto Vecchi (da San Matteo della Decima, bassa bolognese doc) ha dichiarato al Corriere della Sera: «Non giudico l'iniziativa, ma il tortellino se lo trucchi lo uccidi». Da lassù il cardinale Giacomo Biffi, arcivescovo di Bologna dal 1983 al 2003, probabilmente si sta facendo una risata in compagnia dei cherubini, davanti a un piatto fumante di tortellini. Lui aveva elaborato una sorta di «teologia del tortellino» con una celebre frase pronunciata per la festa di San Petronio del 1997. «Ho pregato il santo di far capire ai bolognesi che mangiare i tortellini con la prospettiva del paradiso, della vita eterna, rende migliori anche i tortellini, più che mangiarli con la prospettiva di andare a finire nel nulla». «Biffi», dice monsignor Vecchi alla Verità, «sosteneva che si gusta meglio il tortellino se si è in grazia di Dio, tenendo la prospettiva della salvezza eterna delle anime». Fatta «salva la bontà dell'iniziativa» per l'accoglienza, continua Vecchi, «si poteva pensare ai tortelloni che si possono preparare con la ricotta o altre varianti e così possono andare bene per tutti». In effetti, il tortellone è ecumenico di per sé, ma, conclude il vescovo emerito, «il tortellino è il tortellino». La disfida bolognese oscilla così tra il fatto antropologico e quello di portata escatologica. Sotto i portici tutti si chiedono, infatti, se il piatto di tortellini del paradiso di cui parlava Biffi avrà il suo bel ripieno di maiale, oppure di più insipido pollo. 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La preparazione di questi esercizi gli costò molta fatica perché doveva preparare almeno 22 meditazioni, circa quattro al giorno. Finiti gli esercizi, molti editori mi chiesero il testo per poterlo pubblicare. Ma il cardinal Biffi mi disse: «No. Ho fatto tanta fatica a scriverli che ora voglio usarli per il mio ministero pastorale a Bologna». Nei mesi precedenti il febbraio 1989, alcuni teologi prevalentemente di lingua tedesca avevano scritto una lettera aperta nella quale contestavano punti sostanziali del magistero di Giovanni Paolo II. Anche un gruppo di teologi italiani si accodò a questa protesta. Lascio immaginare quale fosse l'amarezza di Giovanni Paolo II, ma anche di don Giacomo, che proprio allora stava dedicandosi alla stesura delle meditazioni. Tra una meditazione e l'altra Biffi escogitò anche il modo di sollevare l'umore del Papa. Si informò sulle abitudini del Papa nei confronti del predicatore, e seppe che al termine degli esercizi era solito invitarlo a pranzo o a cena da solo. Così, prima di partire per Roma, Biffi mi chiese di andare a comprare un prosciutto nostrano con tanto di osso. Durante gli esercizi affidammo a una comunità religiosa la custodia del prosciutto e l'ultimo giorno lo consegnai al cardinale nella sua confezione sottovuoto e trasparente. Il cardinale, vestito con la talare nera filettata e con la fascia purpurea, e soprattutto con il prosciutto sotto la spalla, attraversò con nonchalance le superbe stanze del Palazzo Apostolico tra gli sguardi stralunati delle guardie svizzere e di alcuni monsignori, tutti puntati sulla spalla di suino. Arrivato davanti al Papa, Biffi gli consegnò il profumatissimo regalo, e il Papa rise a lungo. Aveva osservato da lontano tutta la scena. Durante il corso di esercizi don Giacomo aveva fatto diverse battute ironiche. Fin dall'inizio, quasi come premessa iniziale, aveva ricordato un «sacrosanto principio»: «Gli esercizi spirituali servono per 15 giorni. Poi uno torna come prima». Il 9 aprile dello stesso anno Biffi è di nuovo a Roma per la canonizzazione di Santa Clelia. E il Papa, non appena lo vede, gli dice: «Eminenza, i 15 giorni sono già passati». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/prodi-e-merola-danno-la-benedizione-al-gastronomicamente-corretto-2640815913.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="irrinunciabile-il-ripieno-suino-e-parmigiano" data-post-id="2640815913" data-published-at="1769949217" data-use-pagination="False"> «Irrinunciabile il ripieno suino e parmigiano» «Ma per piacere! Sono stufo di queste continue aggressioni al cibo italiano. Per me questo è come un attentato. È bene che la gente torni a mangiare come parla». Bisogna frenarlo Gianfranco Vissani, due stelle Michelin con il suo ristorante Casa Vissani sul lago di Corbara in Umbria, il primo e il più televisivo tra i grandi cuochi italiani, impegnato ora a compilare un atlante di 10.000 prodotti territoriali di tutto il mondo che diventerà anche un format tv, perché questa faccenda del tortellino al pollo «mi sta sullo stomaco». Vissani, non le pare che il tortellino dell'accoglienza, come l'ha chiamato il vicario dell'Arcidiocesi all'insaputa del vescovo, sia una scelta di tolleranza? «A me suscita intolleranza. Sono allergico a queste aggressioni senza senso alla cucina italiana, alla tradizione. Quando si metteranno nella testa che il cibo è cultura ed esprime l'anima di un popolo, sarà sempre troppo tardi. Che c'entra offrire un tortellino che non è un tortellino come simbolo dell'accoglienza? Non ha senso raccontare agli islamici né a chiunque che quel tortellino l'abbiamo fatto senza maiale per rispetto a loro. Non è un tortellino. Punto. Poi se per far piacere ai musulmani devo rinunciare alla mia identità, a mangiare i tortellini come devono essere fatti, dico che non ci sto. Dico che è una sciocchezza». A lei non piace questo tortellino, ma si può accettare di usare il cibo come mezzo di integrazione? «Se deve essere integrazione, quelli che vengono in Italia devono imparare a mangiare all'italiana. E se non vogliono farlo, s'accomodino. Noi non dobbiamo minimamente rinunciare alla nostra tradizione, che è poi il nostro gusto e la nostra cultura». Lei è sempre stato molto critico anche verso i vegani, non è una posizione di retroguardia? Non si sente conservatore lei che un tempo veniva etichettato come il cuoco di Massimo D'Alema? «Se difendere la cucina italiana, la migliore del mondo, è essere conservatore, lo sono. Ma sono i vegani che fanno violenza a noi, e anche a loro stessi, visto che poi si ammalano. Prendiamo il caso di quei bambini denutriti costretti all'alimentazione vegana. È mai possibile accettare una cosa del genere? Questo tortellino al pollo mi sembra uguale alle assurdità dei vegani». Dunque giù le mani dai tortellini? «Ci mancherebbe altro. Io non sono bolognese, ma so cucinare e aggiungo che i tortellini, pur con diverse varianti, sono uno dei pochi veri piatti nazionali italiani. E il maiale è il tratto distintivo dei tortellini: lombo, prosciutto o mortadella, la carne di maiale è l'anima del piatto. Poi secondo me ci vuole anche la buccia di limone per dare freschezza. Si può discutere sulla noce moscata, se aggiungere o no pan grattato, ma due ingredienti sono irrinunciabili: maiale e parmigiano reggiano». Niente accoglienza con i tortellini insomma? «Ma certo che sì: dagli un bel piatto di tortellini, quelli veri, in brodo, e vedi come si sentono meglio. E se non gli va bene o non li mangiano, ma ci lasciano la nostra libertà, o se ne tornano a casa loro».
In più, negli ultimi anni, la sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura ha registrato un notevole aumento dei rinvii e, di conseguenza, del costo dei procedimenti (appesantito, per esempio, dalla convocazione di testimoni e spostamento delle udienze).
Nel 2025, su 80 azioni disciplinari definite sono arrivate solo 35 condanne. Un numero che fa a pugni con la montagna di denaro che il governo deve pagare ogni anno ai cittadini per riparare i casi di ingiusta detenzione: 26,9 milioni di euro nel 2024, 27,8 nel 2023 e 27,4 nel 2022 (fonte Ministero dell’Economia e delle Finanze). Gli ultimi dati sulle azioni disciplinari sono contenuti nell’intervento sull’amministrazione della Giustizia preparato dal procuratore generale della Cassazione, Pietro Gaeta, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario.
Dalle tabelle apprendiamo che le rare sanzioni subite dai magistrati partono da procedimenti che prima di prendere corpo devono superare filtri severi. Infatti, se sono moltissimi gli esposti che giungono alla Procura generale della Cassazione (per esempio nel 2025 sono stati 1.587), la maggior parte di queste denunce (laddove siano considerate «notizie non circostanziate» o che non riguardano magistrati ordinari) vengono definite con uno stringato provvedimento che finisce tra gli atti di segreteria (1.067 l’anno scorso). Gli estremi, in tal caso, sono inviati, con una sintetica descrizione, al ministro della Giustizia. Questo tipo di archiviazione disciplinare non passa per un giudice che potrebbe anche rigettare la richiesta come nel giudizio penale. Quando viene avviata l’azione disciplinare può arrivare, comunque, l’archiviazione, ma deve passare per il Csm che, come il gip, può non condividere e ordinare l’imputazione coatta. L’anno scorso hanno superato questa prima ghigliottina appena 520 denunce su 1.587 e, alla fine dell’anno, l’azione disciplinare è stata richiesta solo 76 volte (43 volte dal pg Gaeta e 33 dal ministro Carlo Nordio), un dato che rappresenta il 14, 6 per cento delle 520 iscrizioni di procedimenti predisciplinari. Nel 2025 risultano ancora pendenti in Procura generale 461 notizie di illecito (un numero in linea con gli anni precedenti). Da un’altra tabella apprendiamo che l’azione è stata promossa contro 38 magistrati (12 pm, 26 giudici), un numero molto più basso di quelli coinvolti negli anni precedenti (58 nel 2024, 66 nel 2023) e in particolare nel biennio del cosiddetto caso Palamara (84 e 79) o nel 2017 (98). Numeri comunque risibili se confrontati con le denunce. Sono davvero tutte così campate per aria o tra colleghi si tende a non essere troppo severi? Si tratta comunque di cifre che non possono non suscitare qualche riflessione e dare argomenti a chi, per esempio i sostenitori della riforma Nordio, ritengono che serva un’Alta corte disciplinare al di fuori della giurisdizione.
Infatti i magistrati in Italia sono 9.192 (di cui 6.898 giudicanti e 2.294 requirenti) e quindi, a voler fare un conto grossolano, nel 2025, per ogni sei magistrati è stata presentata una denuncia. Eppure solo lo 0,7 per cento di loro risulta sottoposto a procedimento disciplinare nel 2025. Certo qualcuno obietterà che per il disciplinare dei magistrati occorre considerare che spesso i cittadini, come i tifosi di calcio con l’arbitro, si considerano vittime di illecito quando perdono una causa che ritenevamo di aver ottime ragioni per vincere. Quindi moltissime notizie di reato sono infondate per questo motivo, quando non provengono da squilibrati e querelomani. Semmai il dato interessante è che la tanto temuta iniziativa disciplinare del ministro continua a essere, quantitativamente, poco significativa, e questo, in teoria, è un dato che può essere letto come rassicurante anche rispetto alla riforma perché è evidente che non solo la Procura generale, ma anche il ministro opera una grande selezione a monte ed esercita l’azione disciplinare solo in pochi casi ritenuti gravi.
Nel 2025, come detto, su 76 azioni disciplinari solo il 43,4 per cento è stata avviata su iniziativa di Nordio, mentre il 56,6 è partita da Gaeta. Nel biennio precedente, sempre con questo governo, il Guardasigilli ha promosso il 33,8 e il 26,7 per cento delle azioni. Complessivamente ministro e pg ne hanno fatte partire 80 nel 2024 e 90 nel 2023. Non esattamente numeri da purga. L’anno scorso il Csm, in pratica il tribunale di questo tipo di procedimenti, ha emesso 154 provvedimenti. Di questi 118 sono state decisioni: 35 condanne, 31 assoluzioni, 52 ordinanze di non luogo a procedere. In quest’ultimo caso in 24 occasioni il magistrato ha lasciato l’ordine giudiziario, quasi sempre per dimissioni volontarie, in 13 è scattata l’esimente della scarsa rilevanza del fatto. Ventisei magistrati hanno ottenuto, invece, l’applicazione dell’istituto della riabilitazione. Il perdono è toccato a un numero di toghe di poco inferiore a quello dei condannati. A questi ultimi è quasi sempre toccato un buffetto: nel 2025, una ha ricevuto un ammonimento, 19 la censura, sette la perdita di anzianità, quattro sono state sospese dalle funzioni e altrettante sono state rimosse. Tale decisione è quasi sempre la conseguenza di una condanna penale di una certa rilevanza (anche se Palamara, per esempio, è stato espulso dalla magistratura prima del suo patteggiamento davanti al tribunale di Perugia).
Nella relazione ci sono anche altri numeri interessanti. Si scopre che i magistrati sotto procedimento disciplinare sono soprattutto quelli delle grandi città (l’11,8 per cento fa parte del distretto di Roma, il 10,3 di Milano, l’8,8 di Torino e Bari, il 5,9 di Napoli). Ovviamente la percentuale si abbassa se il numero è parametrato ai magistrati in servizio nell’area (l’incidenza di Milano scende a 0,9 e quella di Torino a 1,1). Più birichine le toghe di Ancona che hanno una media di 2,2 toghe incolpate ogni 100 in servizio e il 5,9 del totale (come Napoli, ma anche Lecce e Salerno). Nei procedimenti le contestazioni più frequenti sono i «reiterati, gravi e ingiustificati ritardi» e la «grave violazione di legge determinata da ignoranza e negligenza inescusabile». Ma c’è anche chi è accusato di avere leso l’immagine della magistratura commettendo reati penali o, al di fuori delle funzioni, di avere utilizzato il proprio ruolo «per conseguire vantaggi ingiusti per sé o per altri» o di avere svolto «incarichi extragiudiziari non autorizzati». Solo a un magistrato, l’anno scorso, è stato contestato di avere divulgato atti coperti da segreto. Per quanto riguarda il genere, le donne, pur essendo la maggioranza delle toghe (il 57 per cento del totale), subiscono meno procedimenti disciplinari, anche se, nel 2025, il numero di azioni nei loro confronti è aumentato (le incolpate sono passate dal 33,3 per cento al 38,2). Pare di capire che pure in questo settore poco commendevole le signore abbiano intrapreso il cammino della parità.
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Due immagini del cherubino raffigurato in un affresco della chiesa di San Lorenzo in Lucina (Ansa)
Ce n’è a sufficienza per convocare la segreteria del Pd, gridare in una nota all’«affronto per la grave violazione del codice dei Beni culturali», sollecitare l’intervento della Soprintendenza per far scomparire il cherubino fascista. Oppure, in nome della par condicio, auspicare che sulla Venere del Botticelli venga pittato il profilo svizzero di Elly Schlein.
Purtroppo è tutto vero. E dopo avere chiesto spiegazioni al ministro Alessandro Giuli, la capogruppo dem in commissione Cultura alla Camera, Irene Manzi, aggiunge: «L’ipotesi che un intervento di restauro possa aver prodotto un’immagine riconducibile a un volto contemporaneo rappresenta una grave violazione. Il patrimonio culturale non può essere piegato a letture improprie, non si può comprometterne l’identità e il valore storico». È consolante notare che il partito della cancel culture - fiancheggiatore di Ultima generazione che deturpava dipinti e sculture - è passato dalla distruzione sistematica delle «icone suprematiste» al culto dell’arte classica.
Al tempo stesso è evidente l’ossessione dell’opposizione per il premier, sottolineata dalla replica di Susanna Campione (Fdi), in commissione Cultura del Senato: «Siamo al delirio mistico. Pur di attaccare il governo, la sinistra chiede al ministro di controllare come mai il volto di un affresco sia somigliante a quello di Giorgia Meloni. Il livello di ossessione è totale, in assenza di idee a loro non resta che disquisire sul sesso degli angeli, anzi sul volto. Voglio sperare che l’opposizione non chieda di inserire nell’affresco anche i volti di Schlein, Bonelli, Fratoianni e Conte».
Poiché i cherubini nel dipinto murale sono due, qualcuno constata che l’altro abbia proprio il ciuffo di Giuseppe Conte, in alternativa a Bobby Solo o Elvis Presley. Si chiama pareidolia, la tendenza istintiva del cervello a riconoscere nei profili casuali, comprese le nuvole, forme familiari. Così parte l’embolo artistico: ma davvero il viso è quello del premier? Lei interviene divertita su X: «No, decisamente non somiglio a un angelo» risponde con la faccina che se la ride. Ma la somiglianza c’è e la storia è presto raccontata.
Infiltrazioni dalle fondamenta e dal tetto avevano danneggiato la cappella con l’affresco della Vittoria alata attorno al busto di re Umberto II. Monsignor Daniele Micheletti (rettore del Pantheon e della basilica) aveva affidato il restauro all’artigiano decoratore Bruno Valentinetti, che lo ha pianificato nel 2002 e l’ha finito lo scorso Natale. «Informai la Soprintendenza e partirono i lavori. In effetti le somiglia molto», constata il sacerdote. «Se anche fosse che male c’è? Non per questo siamo meloniani. Quelle sono anime del Purgatorio. Le chiese di Roma sono piene di ritratti di famiglie nobili non sempre irreprensibili. Noi abbiamo il busto di Umberto II ma non per questo siamo monarchici. Anche Caravaggio dipinse il volto di una prostituta. Ma non vorrei far passare la parrocchia come meloniana, se la cosa scandalizza la faremo modificare».
Mentre il Vicariato promette un’indagine e la soprintendente di Roma Capitale, Daniela Porro, pianifica una visita già domani, l’autore del restauro Valentinetti (82 anni) cade dalle nuvole: «Chi lo dice che è Meloni? Tutte invenzioni. L’ho riprodotto uguale a 25 anni fa, ricalcando il profilo dopo aver ripreso i disegni e i colori». Valentinetti ha lavorato al restauro della Cappella Sistina, alla reggia del sultano di Giordania e nella villa Belvedere della famiglia Berlusconi a Macherio. Sull’eventuale simpatia per il premier ereditata da una lontana vicinanza al Msi, aggiunge: «Da anni non voto, tanto la pensione non aumenta. Mi piaceva la Dc di Giulio Andreotti». Poi per prendere in giro i giornalisti: «E anche Pol Pot».
Mentre si solleva il polverone pittorico, torna alla mente un precedente a suo modo religioso. Una decina d’anni fa si scoprì che il crocifisso della cappella dell’Ospedale papa Giovanni di Bergamo aveva qualcosa di estemporaneo: il volto di Gesù somigliava maledettamente a quello del Bocia, storico capo ultrà dell’Atalanta, recordman di Daspo. Dopo polemiche e smentite («È giusto confondere carità e prepotenza?»), l’artista Andrea Mastrovito ammise la licenza artistica in nome del tifo. E il manufatto con lampi curvaioli è ancora lì. Episodio che dev’essere sfuggito al cardinale vicario del Papa, Baldo Reina, che ieri invece ha espresso «amarezza»: «Le immagini d’arte sacra non possono essere oggetto di utilizzi impropri o strumentalizzazioni».
Anche se «la bellezza è negli occhi di chi guarda» (William Shakespeare), la sinistra iconoclasta cerca i colpevoli con la lente. Monsignor Micheletti non ci sta: «Fra Meloni e Schlein non scelgo nessuna delle due. Se ci sarà una crescita nei fedeli di destra nessun problema, li aspetto a messa». Lui ha capito tutto. L’affresco della discordia è già una calamita, si prevedono solo posti in piedi sul sagrato. Rimane in piedi l’altro dilemma di queste ore drammatiche: «Chi è titolato a stabilire ufficialmente che il volto è quello della Meloni?». Risposta facile: un giudice con la sindrome da Achille Bonito Oliva e la smania di finire sui giornali si trova ovunque.
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(Ansa)
La sottoscrizione serve per avviare il processo della proposta per contenere le migrazioni massive che secondo i promotori (tra cui Casapound) «sono un fenomeno disastroso e deleterio per le nazioni e i popoli» perché generano problemi sociali, culturali ed economici e compromettono la sovranità e l’identità nazionale. L’Italia e l’Europa fronteggiano ormai da decenni un fenomeno migratorio di dimensioni enormi che si inserisce in un quadro più ampio di processi geopolitici ed economici, molto spesso, se non sempre, incentivati da centri di interesse che perseguono interessi e obiettivi contrari a quelli di nazioni e popoli.
Epperò in Europa il clima sta cambiando visto che la stessa Commissione europea ha delineato un nuovo approccio alla gestione delle migrazioni che mette al centro la sicurezza degli ingressi, la cooperazione con i Paesi terzi e un maggiore controllo dei flussi, cercando un equilibrio tra canali legali e contrasto all’irregolarità.
Legalità e sicurezza nazionali restano le priorità per ogni Stato con l’obiettivo di ridurre i disagi per i cittadini. Come spiegato dal direttore Maurizio Belpietro un’idea finalizzata sempre al contenimento della presenza dei migranti arriva dalla socialdemocratica Danimarca dove la premier Mette Frederiksen ha annunciato un irrigidimento delle norme che prevede l’espulsione dei cittadini stranieri condannati ad almeno un anno di carcere per reati gravi, accelerando i meccanismi di allontanamento di soggetti ritenuti pericolosi per la sicurezza interna. Nei reati gravi ha spiegato il ministero dell’immigrazione rientrano «aggressione aggravata e stupro».
«Le parole di Frederiksen certificano il fallimento di un sistema giunto inesorabilmente al capolinea», dice l’europarlamentare leghista Paolo Borchia. «Se anche le socialdemocrazie scandinave, storicamente generosissime in termini di welfare, si rendono conto di essere diventate un bancomat per migliaia di immigrati che non hanno saputo, o voluto, imbracciare la via dell’integrazione, significa che tutta Europa deve imparare a selezionare chi merita l’accoglienza e chi no», prosegue l’europarlamentare.
In termini generali, al di là delle procedure, aggiunge Borchia, «è evidente che ci sia la necessità di non consentire a chi commette reati di rimanere sui nostri territori. La sicurezza è diventato uno dei diritti principali da tutelare per il futuro. Un approccio più muscolare è necessario, anche a scopi di deterrenza».
Nel frattempo oltre a Danimarca, che ha un 8% di immigrati, Germania, primo paese Ue per immigrazione, Austria, Paesi bassi e Grecia stanno valutando la creazione di centri di rimpatrio al di fuori dell’Unione europea, i cosiddetti «return hub», per trasferire i richiedenti asilo irregolari verso Paesi terzi. Lo riferisce il portale tedesco Tagesschau, citando il ministero dell’Interno di Berlino. Secondo quanto riportato, dai centri verrebbero poi organizzati i rientri nei Paesi d’origine o negli Stati confinanti dei migranti cui è stata respinta la domanda di asilo nell’Ue. I cinque Paesi hanno istituito un gruppo di lavoro dedicato alla questione e, sempre secondo Tagesschau, accordi concreti dovrebbero essere raggiunti nel corso del 2026, confermando quindi che i centri immigrati in Albania voluti dal premier Giorgia Meloni sono un modello che ha anticipato le linee del Patto immigrazione e asilo dell’Unione europea.
Peraltro le politiche di contenimento secondo l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera (Frontex), hanno provocato nel 2025 una diminuzione degli ingressi irregolari nell’Unione del 26%, il livello più basso registrato dal 2021, con cali significativi lungo le rotte dei Balcani e dell’Africa occidentale, al contrario del Mediterraneo centrale che resta la rotta più attiva verso l’Ue.
Tornando alla proposta di una legge su Remigrazione e riconquista che rafforza la normativa vigente in materia di governo dei flussi migratori, tutela della sicurezza pubblica e politiche demografiche e prevede il rientro volontario e assistito di cittadini stranieri regolarmente presenti, mediante incentivi economici, il presidente del Comitato Luca Marsella, ha rivendicato il risultato come risposta ai tentativi di bloccare politicamente l’iniziativa e ha invitato a proseguire la sottoscrizione per presentarsi in Parlamento con una platea di sostenitori ancora più ampia. La partita ora non è più simbolica ma procedurale: la proposta entra nel perimetro istituzionale e costringe il sistema politico a confrontarsi nel merito.
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