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2022-08-23
Il prezzo del gas è esploso ma il tetto nazionale voluto da Pd e Azione è da somari
Ansa
I prezzi di gas ed energia elettrica ieri hanno toccato nuovi record, dando chiaramente l’idea di una situazione ormai fuori controllo. Il gas con consegna a settembre al Ttf ha toccato i 295,00 €/Mwh, per chiudere poi a 280,235 €/Mwh, con un guadagno di 22 €/Mwh rispetto all’ultima chiusura.
Il prezzo dell’energia elettrica con consegna settembre in Italia ha fatto registrare un massimo di 670 €/Mwh per poi chiudere a 650 €/Mwh. Per le consegne dell’intero anno 2023 il prezzo è stato di 569 €/Mwh. In Germania, l’energia elettrica con consegna nel primo trimestre 2023 ha toccato un massimo di 870 €/Mwh. Una volatilità da record, che pone in serio pericolo l’intera economia continentale.
I prezzi hanno continuato la salita iniziata venerdì, quando si è saputo della chiusura per tre giorni del gasdotto Nord Stream 1 per manutenzione, che fa temere un azzeramento dei flussi dalla Russia. Se ciò accadesse, la Germania non avrebbe gas sufficiente per i propri utilizzi e dovrebbe ricorrere a pesantissimi razionamenti. In sintesi, la riduzione dei consumi di gas, che pure c’è stata in Italia e in Germania, non è ancora sufficiente a far abbassare il prezzo. C’è ancora troppa domanda rispetto all’offerta, soprattutto considerando il fatto che tutta Europa sta correndo per colmare gli stoccaggi, ancora lontani dal riempimento obiettivo.
La cosa peggiore registrata ieri è senza dubbio il silenzio tombale della Commissione europea a Bruxelles e del governo italiano. Non una parola da parte dei responsabili dei due esecutivi, mentre altre devastanti picconate al sistema industriale europeo venivano assestate.
Si sono sentite le voci, invece, di qualche candidato alle elezioni in Italia. Enrico Letta, intervistato a Radio 24, ha rispolverato alcune idee sul tema energetico. La proposta di Letta - alla quale si è accodato anche il leader di Azione, Carlo Calenda - è quella di un tetto al prezzo dell’energia elettrica a livello nazionale, imitando ciò che ha fatto la Spagna. Il meccanismo spagnolo funziona discretamente, è vero, ma non è replicabile fuori dalla penisola iberica. Il cap iberico prevede che ci sia un prezzo massimo del gas, fissato dal governo, applicato a chi con il gas produce energia elettrica. Quando il produttore offre la propria energia in borsa lo farà quindi sulla base di quel prezzo del gas, non del suo costo reale. Questo fa sì che il prezzo marginale dell’energia elettrica prodotta con gli impianti a gas risulti effettivamente più basso. Questo prezzo viene poi mediato con il prezzo marginale ottenuto dalle fonti rinnovabili (normalmente più basso) e applicato ai consumatori finali. Su questi ultimi però pesa un costo, pari alla differenza tra il prezzo del gas imposto dal governo e quello reale sostenuto dal produttore di energia. Nel complesso, il consumatore finale paga meno di quanto avrebbe pagato in assenza del cap. Il requisito essenziale di questo meccanismo è però il sostanziale isolamento elettrico della penisola iberica, che evita influenze sui prezzi degli altri Paesi. Se questo sistema fosse applicato all’Italia, che ha interconnessioni con Grecia, Slovenia, Austria, Svizzera e Francia, considerato l’algoritmo che calcola i prezzi, nelle zone di confine risulterebbero incentivi ad esportare energia dall’Italia, vanificando il cap stesso. L’ipotesi del tetto alla spagnola era stata già archiviata dal ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani due mesi fa: «Abbiamo studiato a fondo la questione, però il caso iberico non è replicabile come formula nel nostro Paese per una serie di motivi. O lo fa tutta l’Europa, oppure rischieremmo di rimanere isolati, visto che noi, purtroppo, siamo interconnessi».
Il segretario dem, come anche Calenda in mattinata, ha poi fatto cenno anche al tetto al prezzo del gas a livello europeo, di cui si parla a vuoto da mesi e ormai diventato una creatura mitologica. Come sempre, quando si parla di tetto al prezzo del gas si evita di spiegare a cosa ci si riferisce, per il semplice motivo che chi ne parla non sa come funziona. Se lo sapesse, saprebbe anche che non è praticabile. O meglio, è possibile, ma è necessario che qualcuno paghi la differenza tra il tetto e il prezzo reale. Sarebbe opportuno, quindi, che quando un candidato parla di «tetto ai prezzi» spiegasse anche dove reperire le risorse necessarie.
Mentre il cancelliere tedesco Olaf Scholz è in Canada per cercare di portare a casa un po’ di Lng, sindacati e operatori ferroviari tedeschi hanno pubblicamente espresso forti perplessità in merito al piano per dare una priorità al traffico ferroviario di carbone. La priorità al trasporto di carbone (secondo, dopo i trasporti militari) comporta che ci sarà una lotta per occupare gli spazi residui, determinando inefficienze e disservizi sull’utilizzo della rete ferroviaria. Una rete che, ha riconosciuto lo stesso ministro tedesco ai trasporti Volker Wissing, è carente e bisognosa quegli investimenti che per trent’anni non sono stati fatti.
Intanto la Bulgaria ha annunciato di voler seguire le orme dell’Ungheria, avviando un negoziato con la Russia per avere gas da Gazprom in vista dell’autunno. Il ministro bulgaro Rossen Hristov ha affermato che il suo Paese non ha gas sufficiente per ottobre e mesi seguenti, dopo che un contratto per ricevere Lng dall’americana Cheniere non è andato a buon fine per questioni di prezzo. Un’altra spaccatura nel fronte europeo, sempre meno compatto e sempre più in crisi.
L’autogol Usa sul nucleare iraniano rende inutili le sanzioni a Mosca
L’ennesimo cortocircuito di Joe Biden potrebbe realizzarsi molto presto. Il controverso accordo sul nucleare con l’Iran sarebbe infatti a un passo dall’essere ufficialmente rilanciato. In particolare, secondo Cnn, la situazione si sarebbe sbloccata dopo che Teheran ha rinunciato a pretendere dagli americani che le Guardie della rivoluzione fossero eliminate dalla lista delle organizzazioni terroristiche. In questo contesto, un alto funzionario statunitense ha definito «più vicino» il rilancio dell’intesa. Non sarà del resto un caso che, domenica, Biden abbia avuto una conversazione con Emmanuel Macron, Olaf Scholz e Boris Johnson per parlare (tra le altre cose) di Iran. A mostrarsi aperturista sul tema è stata ieri anche Bruxelles. È pur vero che, sempre ieri, la Repubblica islamica ha fatto sapere che ci sono ancora degli scogli nelle trattative. Ma le indiscrezioni che vedono l’intesa in dirittura d’arrivo continuano a circolare.
Più specificamente, citando fonti a conoscenza del testo dell’accordo, Al Jazeera ha riferito che «la proposta prevede che il giorno successivo alla firma dell’accordo verranno revocate le sanzioni a 17 banche iraniane e a 150 istituzioni economiche». «Entro 120 giorni dalla firma dell’accordo», si legge ancora, «l’Iran potrà esportare 50 milioni di barili di petrolio al giorno. L’accordo include anche il rilascio di 7 miliardi di dollari di fondi iraniani, che sono attualmente detenuti in Corea del Sud». «Gli Usa», conclude Al Jazeera, «dovranno pagare una multa nel caso in cui si ritirino nuovamente dall’accordo sul nucleare, come han fatto sotto l’amministrazione dell’ex presidente Donald Trump nel 2018».
Se tutto questo fosse confermato, si configurerebbe un disastro su vari fronti. In primis, Israele è preoccupatissimo. Il Times of Israel ha riferito sabato che la Casa Bianca sta cercando di rassicurare Gerusalemme senza tuttavia riuscirci. Divergenze sulla questione del nucleare iraniano erano d’altronde emerse già a luglio, durante la visita di Biden in Israele: anche all’epoca, il Times of Israel parlò di «frustrazione» da parte del governo di Gerusalemme nei confronti della politica iraniana dell’attuale Casa Bianca. Al di là della minaccia nucleare, ricordiamo per inciso che la Repubblica islamica spalleggia Hezbollah e Hamas.
In secondo luogo, se firmasse presto un accordo a simili condizioni, Biden scatenerebbe un cortocircuito. Da una parte, il presidente americano ha imposto sanzioni energetiche alla Russia, con il blocco europeo che ha fatto altrettanto. Dall’altra, si appresta a revocare la pressione su quell’Iran che della Russia è uno dei principali alleati. A marzo il ministro del petrolio iraniano, Javad Owji, disse che avrebbe sostenuto Mosca contro le sanzioni occidentali, mentre a luglio Gazprom ha siglato con Teheran un accordo da 40 miliardi di dollari nel settore del petrolio e del gas. Rilanciando l’accordo sul nucleare, Biden offrirebbe quindi di fatto a Vladimir Putin delle scappatoie indirette alle sanzioni comminate dall’Occidente. Col risultato che, a pagarne le conseguenze, sarebbero i Paesi più economicamente in difficoltà del blocco euroatlantico (a partire dall’Italia).
Era d’altronde lo scorso marzo, quando il Jerusalem Post citò uno studio dell’Institute of science and international security, secondo cui «la Russia potrebbe utilizzare l’emergente accordo nucleare con l’Iran per conservare miliardi di dollari nel commercio nucleare come scappatoia alle sanzioni occidentali per la sua invasione dell’Ucraina». In particolare, l’accordo potrebbe garantire a Rosatom un contratto da 10 miliardi di dollari per estendere la centrale nucleare iraniana di Bushehr. Tutto questo, senza trascurare che il rilancio di tale intesa - da sempre fortemente auspicata dal Cremlino - comprometterebbe ulteriormente la deterrenza dell’attuale Casa Bianca nei confronti di Mosca. E poi c’è ancora chi ha il coraggio di dire che il presidente «filorusso» era Trump!
Un paradosso, questo, che riguarda anche i dem di casa nostra: molti dei quali si dicono (oggi) ferreamente antirussi, mostrando al contempo posizioni filoiraniane. Tra gli artefici dell’accordo sul nucleare del 2015 figurò l’allora Alto rappresentante Ue per gli affari esteri, Federica Mogherini. Nel gennaio 2020, il capodelegazione dem al Parlamento europeo, Brando Benifei, definì l’intesa come «il maggior risultato della politica estera europea degli ultimi anni». Era invece giugno scorso, quando la deputata dem, Lia Quartapelle, è tornata a criticare Trump per aver abbandonato l’accordo. Evidentemente tutti costoro ignorano che Putin è il primo a volere un ripristino dell’intesa. Un’intesa temuta anche dal premier israeliano, Yair Lapid (che, ricordiamolo, è un rappresentante del centrosinistra e che ha ribadito ieri a Macron la sua contrarietà all’accordo). Esattamente come Biden, vari esponenti del Pd sostengono il rilancio di un accordo che renderebbe di fatto inefficaci le sanzioni imposte a Mosca. Quello stesso Pd che, al contempo, ostenta (presunte) credenziali antirusse. E intanto la logica latita. Per non parlare della coerenza.
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Nuovo record a 295 euro/Mwh per le minacce di Gazprom. La sinistra invoca il modello spagnolo, peccato che non sia replicabile in Italia. Anzi, ci farebbe perdere altra energia.Rimesso in gioco da Joe Biden, il regime iraniano garantirà miliardi di commesse extra alla Russia.Lo speciale contiene due articoli.I prezzi di gas ed energia elettrica ieri hanno toccato nuovi record, dando chiaramente l’idea di una situazione ormai fuori controllo. Il gas con consegna a settembre al Ttf ha toccato i 295,00 €/Mwh, per chiudere poi a 280,235 €/Mwh, con un guadagno di 22 €/Mwh rispetto all’ultima chiusura.Il prezzo dell’energia elettrica con consegna settembre in Italia ha fatto registrare un massimo di 670 €/Mwh per poi chiudere a 650 €/Mwh. Per le consegne dell’intero anno 2023 il prezzo è stato di 569 €/Mwh. In Germania, l’energia elettrica con consegna nel primo trimestre 2023 ha toccato un massimo di 870 €/Mwh. Una volatilità da record, che pone in serio pericolo l’intera economia continentale.I prezzi hanno continuato la salita iniziata venerdì, quando si è saputo della chiusura per tre giorni del gasdotto Nord Stream 1 per manutenzione, che fa temere un azzeramento dei flussi dalla Russia. Se ciò accadesse, la Germania non avrebbe gas sufficiente per i propri utilizzi e dovrebbe ricorrere a pesantissimi razionamenti. In sintesi, la riduzione dei consumi di gas, che pure c’è stata in Italia e in Germania, non è ancora sufficiente a far abbassare il prezzo. C’è ancora troppa domanda rispetto all’offerta, soprattutto considerando il fatto che tutta Europa sta correndo per colmare gli stoccaggi, ancora lontani dal riempimento obiettivo.La cosa peggiore registrata ieri è senza dubbio il silenzio tombale della Commissione europea a Bruxelles e del governo italiano. Non una parola da parte dei responsabili dei due esecutivi, mentre altre devastanti picconate al sistema industriale europeo venivano assestate.Si sono sentite le voci, invece, di qualche candidato alle elezioni in Italia. Enrico Letta, intervistato a Radio 24, ha rispolverato alcune idee sul tema energetico. La proposta di Letta - alla quale si è accodato anche il leader di Azione, Carlo Calenda - è quella di un tetto al prezzo dell’energia elettrica a livello nazionale, imitando ciò che ha fatto la Spagna. Il meccanismo spagnolo funziona discretamente, è vero, ma non è replicabile fuori dalla penisola iberica. Il cap iberico prevede che ci sia un prezzo massimo del gas, fissato dal governo, applicato a chi con il gas produce energia elettrica. Quando il produttore offre la propria energia in borsa lo farà quindi sulla base di quel prezzo del gas, non del suo costo reale. Questo fa sì che il prezzo marginale dell’energia elettrica prodotta con gli impianti a gas risulti effettivamente più basso. Questo prezzo viene poi mediato con il prezzo marginale ottenuto dalle fonti rinnovabili (normalmente più basso) e applicato ai consumatori finali. Su questi ultimi però pesa un costo, pari alla differenza tra il prezzo del gas imposto dal governo e quello reale sostenuto dal produttore di energia. Nel complesso, il consumatore finale paga meno di quanto avrebbe pagato in assenza del cap. Il requisito essenziale di questo meccanismo è però il sostanziale isolamento elettrico della penisola iberica, che evita influenze sui prezzi degli altri Paesi. Se questo sistema fosse applicato all’Italia, che ha interconnessioni con Grecia, Slovenia, Austria, Svizzera e Francia, considerato l’algoritmo che calcola i prezzi, nelle zone di confine risulterebbero incentivi ad esportare energia dall’Italia, vanificando il cap stesso. L’ipotesi del tetto alla spagnola era stata già archiviata dal ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani due mesi fa: «Abbiamo studiato a fondo la questione, però il caso iberico non è replicabile come formula nel nostro Paese per una serie di motivi. O lo fa tutta l’Europa, oppure rischieremmo di rimanere isolati, visto che noi, purtroppo, siamo interconnessi». Il segretario dem, come anche Calenda in mattinata, ha poi fatto cenno anche al tetto al prezzo del gas a livello europeo, di cui si parla a vuoto da mesi e ormai diventato una creatura mitologica. Come sempre, quando si parla di tetto al prezzo del gas si evita di spiegare a cosa ci si riferisce, per il semplice motivo che chi ne parla non sa come funziona. Se lo sapesse, saprebbe anche che non è praticabile. O meglio, è possibile, ma è necessario che qualcuno paghi la differenza tra il tetto e il prezzo reale. Sarebbe opportuno, quindi, che quando un candidato parla di «tetto ai prezzi» spiegasse anche dove reperire le risorse necessarie.Mentre il cancelliere tedesco Olaf Scholz è in Canada per cercare di portare a casa un po’ di Lng, sindacati e operatori ferroviari tedeschi hanno pubblicamente espresso forti perplessità in merito al piano per dare una priorità al traffico ferroviario di carbone. La priorità al trasporto di carbone (secondo, dopo i trasporti militari) comporta che ci sarà una lotta per occupare gli spazi residui, determinando inefficienze e disservizi sull’utilizzo della rete ferroviaria. Una rete che, ha riconosciuto lo stesso ministro tedesco ai trasporti Volker Wissing, è carente e bisognosa quegli investimenti che per trent’anni non sono stati fatti.Intanto la Bulgaria ha annunciato di voler seguire le orme dell’Ungheria, avviando un negoziato con la Russia per avere gas da Gazprom in vista dell’autunno. Il ministro bulgaro Rossen Hristov ha affermato che il suo Paese non ha gas sufficiente per ottobre e mesi seguenti, dopo che un contratto per ricevere Lng dall’americana Cheniere non è andato a buon fine per questioni di prezzo. Un’altra spaccatura nel fronte europeo, sempre meno compatto e sempre più in crisi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/prezzo-gas-esploso-2657900370.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lautogol-usa-sul-nucleare-iraniano-rende-inutili-le-sanzioni-a-mosca" data-post-id="2657900370" data-published-at="1661238372" data-use-pagination="False"> L’autogol Usa sul nucleare iraniano rende inutili le sanzioni a Mosca L’ennesimo cortocircuito di Joe Biden potrebbe realizzarsi molto presto. Il controverso accordo sul nucleare con l’Iran sarebbe infatti a un passo dall’essere ufficialmente rilanciato. In particolare, secondo Cnn, la situazione si sarebbe sbloccata dopo che Teheran ha rinunciato a pretendere dagli americani che le Guardie della rivoluzione fossero eliminate dalla lista delle organizzazioni terroristiche. In questo contesto, un alto funzionario statunitense ha definito «più vicino» il rilancio dell’intesa. Non sarà del resto un caso che, domenica, Biden abbia avuto una conversazione con Emmanuel Macron, Olaf Scholz e Boris Johnson per parlare (tra le altre cose) di Iran. A mostrarsi aperturista sul tema è stata ieri anche Bruxelles. È pur vero che, sempre ieri, la Repubblica islamica ha fatto sapere che ci sono ancora degli scogli nelle trattative. Ma le indiscrezioni che vedono l’intesa in dirittura d’arrivo continuano a circolare. Più specificamente, citando fonti a conoscenza del testo dell’accordo, Al Jazeera ha riferito che «la proposta prevede che il giorno successivo alla firma dell’accordo verranno revocate le sanzioni a 17 banche iraniane e a 150 istituzioni economiche». «Entro 120 giorni dalla firma dell’accordo», si legge ancora, «l’Iran potrà esportare 50 milioni di barili di petrolio al giorno. L’accordo include anche il rilascio di 7 miliardi di dollari di fondi iraniani, che sono attualmente detenuti in Corea del Sud». «Gli Usa», conclude Al Jazeera, «dovranno pagare una multa nel caso in cui si ritirino nuovamente dall’accordo sul nucleare, come han fatto sotto l’amministrazione dell’ex presidente Donald Trump nel 2018». Se tutto questo fosse confermato, si configurerebbe un disastro su vari fronti. In primis, Israele è preoccupatissimo. Il Times of Israel ha riferito sabato che la Casa Bianca sta cercando di rassicurare Gerusalemme senza tuttavia riuscirci. Divergenze sulla questione del nucleare iraniano erano d’altronde emerse già a luglio, durante la visita di Biden in Israele: anche all’epoca, il Times of Israel parlò di «frustrazione» da parte del governo di Gerusalemme nei confronti della politica iraniana dell’attuale Casa Bianca. Al di là della minaccia nucleare, ricordiamo per inciso che la Repubblica islamica spalleggia Hezbollah e Hamas. In secondo luogo, se firmasse presto un accordo a simili condizioni, Biden scatenerebbe un cortocircuito. Da una parte, il presidente americano ha imposto sanzioni energetiche alla Russia, con il blocco europeo che ha fatto altrettanto. Dall’altra, si appresta a revocare la pressione su quell’Iran che della Russia è uno dei principali alleati. A marzo il ministro del petrolio iraniano, Javad Owji, disse che avrebbe sostenuto Mosca contro le sanzioni occidentali, mentre a luglio Gazprom ha siglato con Teheran un accordo da 40 miliardi di dollari nel settore del petrolio e del gas. Rilanciando l’accordo sul nucleare, Biden offrirebbe quindi di fatto a Vladimir Putin delle scappatoie indirette alle sanzioni comminate dall’Occidente. Col risultato che, a pagarne le conseguenze, sarebbero i Paesi più economicamente in difficoltà del blocco euroatlantico (a partire dall’Italia). Era d’altronde lo scorso marzo, quando il Jerusalem Post citò uno studio dell’Institute of science and international security, secondo cui «la Russia potrebbe utilizzare l’emergente accordo nucleare con l’Iran per conservare miliardi di dollari nel commercio nucleare come scappatoia alle sanzioni occidentali per la sua invasione dell’Ucraina». In particolare, l’accordo potrebbe garantire a Rosatom un contratto da 10 miliardi di dollari per estendere la centrale nucleare iraniana di Bushehr. Tutto questo, senza trascurare che il rilancio di tale intesa - da sempre fortemente auspicata dal Cremlino - comprometterebbe ulteriormente la deterrenza dell’attuale Casa Bianca nei confronti di Mosca. E poi c’è ancora chi ha il coraggio di dire che il presidente «filorusso» era Trump! Un paradosso, questo, che riguarda anche i dem di casa nostra: molti dei quali si dicono (oggi) ferreamente antirussi, mostrando al contempo posizioni filoiraniane. Tra gli artefici dell’accordo sul nucleare del 2015 figurò l’allora Alto rappresentante Ue per gli affari esteri, Federica Mogherini. Nel gennaio 2020, il capodelegazione dem al Parlamento europeo, Brando Benifei, definì l’intesa come «il maggior risultato della politica estera europea degli ultimi anni». Era invece giugno scorso, quando la deputata dem, Lia Quartapelle, è tornata a criticare Trump per aver abbandonato l’accordo. Evidentemente tutti costoro ignorano che Putin è il primo a volere un ripristino dell’intesa. Un’intesa temuta anche dal premier israeliano, Yair Lapid (che, ricordiamolo, è un rappresentante del centrosinistra e che ha ribadito ieri a Macron la sua contrarietà all’accordo). Esattamente come Biden, vari esponenti del Pd sostengono il rilancio di un accordo che renderebbe di fatto inefficaci le sanzioni imposte a Mosca. Quello stesso Pd che, al contempo, ostenta (presunte) credenziali antirusse. E intanto la logica latita. Per non parlare della coerenza.
Ecco Edicola Verità, la rassegna stampa podcast del 22 gennaio con Flaminia Camilletti
Dopo la chiusura con il proscioglimento della vicenda giudiziaria che ha riguardato la nota influencer, di buono resta solo lo storico dolce.
Piercamillo Davigo (Ansa)
La vicenda prende forma nel rapporto tra Paolo Storari, sostituto procuratore a Milano, e Piercamillo Davigo, allora consigliere del Csm. È con Storari che si consuma il primo snodo decisivo. Le motivazioni affermano che Davigo non si limita a ricevere informazioni, ma «rafforza e legittima» la scelta di Storari di consegnargli i verbali dell’avvocato Piero Amara, coperti da segreto investigativo. Lo fa prospettando una tesi giuridica che la Corte definisce esplicitamente «tutt’altro che fondata»: l’idea che il segreto non sia opponibile al Csm e, per estensione, al singolo consigliere. Una prospettazione che, secondo i giudici, ha avuto un ruolo causale diretto nella rivelazione, integrando il concorso «dell’extraneus nel reato proprio».
Qui la sentenza insiste su un punto che rende la condotta di Davigo particolarmente grave: la piena consapevolezza delle regole. I giudici ricordano che anche laddove il Csm abbia poteri di acquisizione, questi sono rigorosamente incanalati in procedure formali: soggetti legittimati, passaggi istituzionali, protocollazione, possibilità per l’autorità giudiziaria di opporre esigenze investigative. Nulla di tutto questo avviene. I verbali passano di mano in modo informale, in un incontro riservato, su una chiavetta Usb. Per la Corte non è un dettaglio, ma la prova che Davigo sceglie consapevolmente di porsi fuori dalle regole. Ottenuti gli atti, il comportamento contestato non si ferma. Le motivazioni ricordano che Davigo, «violando i doveri inerenti alle proprie funzioni ed abusando della sua qualità», riferisce l’esistenza di atti coperti da segreto a più soggetti, tra cui il primo presidente della Corte di Cassazione Pietro Curzio e il consigliere Sebastiano Ardita. La Corte è esplicita: Davigo non aveva alcuna legittimazione a divulgare quelle informazioni «al di fuori di una formale procedura». Ed è proprio questo passaggio che porta i giudici a sottolineare come l’ex magistrato abbia agito «ergendosi a paladino della legalità», ma senza titolo. Un aspetto centrale delle motivazioni riguarda gli effetti istituzionali di questa scelta. I giudici parlano di una diffusione selettiva della conoscenza, che genera tensioni, diffidenze e prese di distanza all’interno del Csm. La procedura, osserva la Corte, serve proprio a evitare che notizie delicate circolino in modo incontrollato. Davigo, scegliendo la via informale, accetta - o sottovaluta - questo rischio, contribuendo a un corto circuito istituzionale che nulla ha a che vedere con la tutela della legalità.
La sentenza respinge anche uno degli argomenti difensivi più ricorrenti nel dibattito pubblico: l’assoluzione di Storari non travolge la responsabilità di Davigo. La condanna a un anno e tre mesi di reclusione segna così una cesura netta nella parabola del dottor Sottile, il cui comportamento è descritto dai giudici come abusivo, consapevole e privo di legittimazione. Ottima pubblicità per il Sì al referendum.
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Donald Trump (Ansa)
È stata una giornata di tensione, quella di ieri, tra le due sponde dell’Atlantico. Mentre l’Europarlamento sospendeva indefinitamente la ratifica dell’accordo commerciale tra Stati Uniti e Ue, Donald Trump è intervenuto al Forum di Davos, tenendo un intervento battagliero in cui ha criticato i Paesi europei su svariati fronti. «Certi luoghi in Europa, francamente, non sono più riconoscibili», ha dichiarato. «Vorrei che l’Europa andasse bene, ma non sta andando nella giusta direzione», ha aggiunto, citando «l’aumento della spesa pubblica, l’immigrazione di massa incontrollata e le importazioni straniere senza fine». «Qui in Europa abbiamo visto il destino che la sinistra radicale ha cercato di imporre all’America», ha anche affermato. Trump ha poi criticato il Vecchio continente sulla questione energetica. «Grazie alla mia vittoria elettorale a valanga, gli Stati Uniti hanno evitato il catastrofico collasso energetico che ha avuto luogo in ogni nazione europea, che ha perseguito il “Green new scam”: forse il più grande imbroglio della Storia», ha dichiarato, storpiando il nome del Green new deal («scam», in inglese, significa infatti «truffa»). Sotto questo aspetto, l’inquilino della Casa Bianca ha messo nel mirino l’energia eolica e ha sottolineato come il ricorso alla tecnologia green aumenti la dipendenza da Pechino. «Più turbine a vento ha un Paese, più ci perde. Gli stupidi le comprano, ma la Cina vince», ha detto. Trump è poi andato all’attacco della Danimarca sulla questione della Groenlandia («un pezzo di ghiaccio in cambio della pace»). «La Danimarca è caduta in mano alla Germania dopo appena sei ore di combattimenti ed è stata totalmente incapace di difendere sia sé stessa sia la Groenlandia. Quindi gli Stati Uniti sono stati costretti a farlo e lo abbiamo fatto», ha tuonato, riferendosi all’invasione della Danimarca da parte del Terzo Reich durante la seconda guerra mondiale. Il presidente americano ha inoltre bollato Copenaghen come «ingrata», ribadendo di aver bisogno della Groenlandia per una necessità di «sicurezza nazionale strategica». Al tempo stesso, Trump ha però escluso l’uso della forza per acquisire l’isola più grande del mondo. «Non devo usare la forza, non voglio usare la forza, non userò la forza. Tutto ciò che gli Stati Uniti chiedono è un posto chiamato Groenlandia», ha dichiarato, senza tuttavia rinunciare a mettere sotto pressione gli europei. «Potete dire di sì e vi saremo molto grati, oppure potete dire di no e ce ne ricorderemo», ha infatti affermato, riferendosi all’acquisizione dell’isola. In questo quadro, il presidente americano ne ha anche approfittato per dare una bacchettata alla Nato. «Gli Stati Uniti sono trattati in modo molto ingiusto dalla Nato. Diamo così tanto e riceviamo così poco in cambio». Insomma, Trump non ha risparmiato dure critiche agli alleati europei. Ma il presidente americano, ieri, si è occupato anche di vari dossier internazionali, a partire della crisi ucraina. «Credo che ora siano arrivati al punto in cui possono unirsi e raggiungere un accordo», ha affermato, parlando di Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky. «Se non ci riescono», ha continuato, «sono stupidi. Questo vale per entrambi. E so che non sono stupidi. Ma se non ci riescono, sono stupidi». Ieri pomeriggio, la Cnn ha, in particolare, riferito che Trump dovrebbe incontrare oggi il presidente ucraino a Davos. Ma non è tutto. Oltre a sottolineare di avere un «ottimo rapporto» con il leader cinese, Xi Jinping, l’inquilino della Casa Bianca si è infatti espresso anche sul Medio Oriente, auspicando che Hamas proceda con il disarmo. «Se non lo faranno, saranno spazzati via. Molto rapidamente», ha affermato, per poi rivendicare gli attacchi statunitensi di giugno ai siti nucleari iraniani. «Erano molto vicini ad avere un’arma nucleare e li abbiamo colpiti duramente, e la distruzione è stata totale», ha detto. Tra l’altro, proprio ieri, il cardinal segretario di Stato, Pietro Parolin, ha reso noto che Trump ha invitato papa Leone XIV a entrare nel Board of peace per Gaza. Inoltre, sempre ieri, l’inquilino della Casa Bianca, a margine del Forum di Davos, ha avuto degli incontri con il presidente polacco, Karol Nawrocki, con quello egiziano, Abdel Fattah Al Sisi, e con quello elvetico, Guy Parmelin, oltre che con il segretario generale dell’Alleanza atlantica, Mark Rutte. Con quest’ultimo, Trump ha annunciato di aver raggiunto un accordo sulla Groenlandia che, se dovesse concretizzarsi, offrirebbe un’«ottima soluzione» per i Paesi della Nato e scongiurerebbe i nuovi dazi americani ai Paesi europei.Nel suo intervento in Svizzera, Trump ha parlato anche di questioni interne: ha definito Jerome Powell uno «stupido», rendendo noto che annuncerà presto la scelta del suo successore. La centralità è comunque spettata alla politica internazionale, con speciale riferimento, alle crescenti tensioni con gli alleati europei. In particolare, chi, nel Vecchio continente, sta tornando a premere per la linea dura nei confronti della Casa Bianca è Emmanuel Macron che, proprio ieri, Trump ha deriso per gli occhiali da sole con cui si era presentato martedì. Il presidente francese sta del resto cercando di spingere Bruxelles a ricorrere allo strumento anti coercizione: uno scenario che acuirebbe le fibrillazioni transatlantiche. Non dimentichiamo che il vicepremier cinese, He Lifeng, ha criticato i dazi statunitensi. E che l’inquilino dell’Eliseo ha rafforzato i legami con Pechino. In Svizzera sta, insomma, andando in scena uno scontro geopolitico particolarmente serrato. Tuttavia, spingendo sul pedale della linea dura con Washington - soprattutto su input francese - gli europei rischiano di finire tra le braccia della Cina. Il che non sarebbe uno scenario esattamente allettante.
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