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2022-08-23
Il prezzo del gas è esploso ma il tetto nazionale voluto da Pd e Azione è da somari
Ansa
I prezzi di gas ed energia elettrica ieri hanno toccato nuovi record, dando chiaramente l’idea di una situazione ormai fuori controllo. Il gas con consegna a settembre al Ttf ha toccato i 295,00 €/Mwh, per chiudere poi a 280,235 €/Mwh, con un guadagno di 22 €/Mwh rispetto all’ultima chiusura.
Il prezzo dell’energia elettrica con consegna settembre in Italia ha fatto registrare un massimo di 670 €/Mwh per poi chiudere a 650 €/Mwh. Per le consegne dell’intero anno 2023 il prezzo è stato di 569 €/Mwh. In Germania, l’energia elettrica con consegna nel primo trimestre 2023 ha toccato un massimo di 870 €/Mwh. Una volatilità da record, che pone in serio pericolo l’intera economia continentale.
I prezzi hanno continuato la salita iniziata venerdì, quando si è saputo della chiusura per tre giorni del gasdotto Nord Stream 1 per manutenzione, che fa temere un azzeramento dei flussi dalla Russia. Se ciò accadesse, la Germania non avrebbe gas sufficiente per i propri utilizzi e dovrebbe ricorrere a pesantissimi razionamenti. In sintesi, la riduzione dei consumi di gas, che pure c’è stata in Italia e in Germania, non è ancora sufficiente a far abbassare il prezzo. C’è ancora troppa domanda rispetto all’offerta, soprattutto considerando il fatto che tutta Europa sta correndo per colmare gli stoccaggi, ancora lontani dal riempimento obiettivo.
La cosa peggiore registrata ieri è senza dubbio il silenzio tombale della Commissione europea a Bruxelles e del governo italiano. Non una parola da parte dei responsabili dei due esecutivi, mentre altre devastanti picconate al sistema industriale europeo venivano assestate.
Si sono sentite le voci, invece, di qualche candidato alle elezioni in Italia. Enrico Letta, intervistato a Radio 24, ha rispolverato alcune idee sul tema energetico. La proposta di Letta - alla quale si è accodato anche il leader di Azione, Carlo Calenda - è quella di un tetto al prezzo dell’energia elettrica a livello nazionale, imitando ciò che ha fatto la Spagna. Il meccanismo spagnolo funziona discretamente, è vero, ma non è replicabile fuori dalla penisola iberica. Il cap iberico prevede che ci sia un prezzo massimo del gas, fissato dal governo, applicato a chi con il gas produce energia elettrica. Quando il produttore offre la propria energia in borsa lo farà quindi sulla base di quel prezzo del gas, non del suo costo reale. Questo fa sì che il prezzo marginale dell’energia elettrica prodotta con gli impianti a gas risulti effettivamente più basso. Questo prezzo viene poi mediato con il prezzo marginale ottenuto dalle fonti rinnovabili (normalmente più basso) e applicato ai consumatori finali. Su questi ultimi però pesa un costo, pari alla differenza tra il prezzo del gas imposto dal governo e quello reale sostenuto dal produttore di energia. Nel complesso, il consumatore finale paga meno di quanto avrebbe pagato in assenza del cap. Il requisito essenziale di questo meccanismo è però il sostanziale isolamento elettrico della penisola iberica, che evita influenze sui prezzi degli altri Paesi. Se questo sistema fosse applicato all’Italia, che ha interconnessioni con Grecia, Slovenia, Austria, Svizzera e Francia, considerato l’algoritmo che calcola i prezzi, nelle zone di confine risulterebbero incentivi ad esportare energia dall’Italia, vanificando il cap stesso. L’ipotesi del tetto alla spagnola era stata già archiviata dal ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani due mesi fa: «Abbiamo studiato a fondo la questione, però il caso iberico non è replicabile come formula nel nostro Paese per una serie di motivi. O lo fa tutta l’Europa, oppure rischieremmo di rimanere isolati, visto che noi, purtroppo, siamo interconnessi».
Il segretario dem, come anche Calenda in mattinata, ha poi fatto cenno anche al tetto al prezzo del gas a livello europeo, di cui si parla a vuoto da mesi e ormai diventato una creatura mitologica. Come sempre, quando si parla di tetto al prezzo del gas si evita di spiegare a cosa ci si riferisce, per il semplice motivo che chi ne parla non sa come funziona. Se lo sapesse, saprebbe anche che non è praticabile. O meglio, è possibile, ma è necessario che qualcuno paghi la differenza tra il tetto e il prezzo reale. Sarebbe opportuno, quindi, che quando un candidato parla di «tetto ai prezzi» spiegasse anche dove reperire le risorse necessarie.
Mentre il cancelliere tedesco Olaf Scholz è in Canada per cercare di portare a casa un po’ di Lng, sindacati e operatori ferroviari tedeschi hanno pubblicamente espresso forti perplessità in merito al piano per dare una priorità al traffico ferroviario di carbone. La priorità al trasporto di carbone (secondo, dopo i trasporti militari) comporta che ci sarà una lotta per occupare gli spazi residui, determinando inefficienze e disservizi sull’utilizzo della rete ferroviaria. Una rete che, ha riconosciuto lo stesso ministro tedesco ai trasporti Volker Wissing, è carente e bisognosa quegli investimenti che per trent’anni non sono stati fatti.
Intanto la Bulgaria ha annunciato di voler seguire le orme dell’Ungheria, avviando un negoziato con la Russia per avere gas da Gazprom in vista dell’autunno. Il ministro bulgaro Rossen Hristov ha affermato che il suo Paese non ha gas sufficiente per ottobre e mesi seguenti, dopo che un contratto per ricevere Lng dall’americana Cheniere non è andato a buon fine per questioni di prezzo. Un’altra spaccatura nel fronte europeo, sempre meno compatto e sempre più in crisi.
L’autogol Usa sul nucleare iraniano rende inutili le sanzioni a Mosca
L’ennesimo cortocircuito di Joe Biden potrebbe realizzarsi molto presto. Il controverso accordo sul nucleare con l’Iran sarebbe infatti a un passo dall’essere ufficialmente rilanciato. In particolare, secondo Cnn, la situazione si sarebbe sbloccata dopo che Teheran ha rinunciato a pretendere dagli americani che le Guardie della rivoluzione fossero eliminate dalla lista delle organizzazioni terroristiche. In questo contesto, un alto funzionario statunitense ha definito «più vicino» il rilancio dell’intesa. Non sarà del resto un caso che, domenica, Biden abbia avuto una conversazione con Emmanuel Macron, Olaf Scholz e Boris Johnson per parlare (tra le altre cose) di Iran. A mostrarsi aperturista sul tema è stata ieri anche Bruxelles. È pur vero che, sempre ieri, la Repubblica islamica ha fatto sapere che ci sono ancora degli scogli nelle trattative. Ma le indiscrezioni che vedono l’intesa in dirittura d’arrivo continuano a circolare.
Più specificamente, citando fonti a conoscenza del testo dell’accordo, Al Jazeera ha riferito che «la proposta prevede che il giorno successivo alla firma dell’accordo verranno revocate le sanzioni a 17 banche iraniane e a 150 istituzioni economiche». «Entro 120 giorni dalla firma dell’accordo», si legge ancora, «l’Iran potrà esportare 50 milioni di barili di petrolio al giorno. L’accordo include anche il rilascio di 7 miliardi di dollari di fondi iraniani, che sono attualmente detenuti in Corea del Sud». «Gli Usa», conclude Al Jazeera, «dovranno pagare una multa nel caso in cui si ritirino nuovamente dall’accordo sul nucleare, come han fatto sotto l’amministrazione dell’ex presidente Donald Trump nel 2018».
Se tutto questo fosse confermato, si configurerebbe un disastro su vari fronti. In primis, Israele è preoccupatissimo. Il Times of Israel ha riferito sabato che la Casa Bianca sta cercando di rassicurare Gerusalemme senza tuttavia riuscirci. Divergenze sulla questione del nucleare iraniano erano d’altronde emerse già a luglio, durante la visita di Biden in Israele: anche all’epoca, il Times of Israel parlò di «frustrazione» da parte del governo di Gerusalemme nei confronti della politica iraniana dell’attuale Casa Bianca. Al di là della minaccia nucleare, ricordiamo per inciso che la Repubblica islamica spalleggia Hezbollah e Hamas.
In secondo luogo, se firmasse presto un accordo a simili condizioni, Biden scatenerebbe un cortocircuito. Da una parte, il presidente americano ha imposto sanzioni energetiche alla Russia, con il blocco europeo che ha fatto altrettanto. Dall’altra, si appresta a revocare la pressione su quell’Iran che della Russia è uno dei principali alleati. A marzo il ministro del petrolio iraniano, Javad Owji, disse che avrebbe sostenuto Mosca contro le sanzioni occidentali, mentre a luglio Gazprom ha siglato con Teheran un accordo da 40 miliardi di dollari nel settore del petrolio e del gas. Rilanciando l’accordo sul nucleare, Biden offrirebbe quindi di fatto a Vladimir Putin delle scappatoie indirette alle sanzioni comminate dall’Occidente. Col risultato che, a pagarne le conseguenze, sarebbero i Paesi più economicamente in difficoltà del blocco euroatlantico (a partire dall’Italia).
Era d’altronde lo scorso marzo, quando il Jerusalem Post citò uno studio dell’Institute of science and international security, secondo cui «la Russia potrebbe utilizzare l’emergente accordo nucleare con l’Iran per conservare miliardi di dollari nel commercio nucleare come scappatoia alle sanzioni occidentali per la sua invasione dell’Ucraina». In particolare, l’accordo potrebbe garantire a Rosatom un contratto da 10 miliardi di dollari per estendere la centrale nucleare iraniana di Bushehr. Tutto questo, senza trascurare che il rilancio di tale intesa - da sempre fortemente auspicata dal Cremlino - comprometterebbe ulteriormente la deterrenza dell’attuale Casa Bianca nei confronti di Mosca. E poi c’è ancora chi ha il coraggio di dire che il presidente «filorusso» era Trump!
Un paradosso, questo, che riguarda anche i dem di casa nostra: molti dei quali si dicono (oggi) ferreamente antirussi, mostrando al contempo posizioni filoiraniane. Tra gli artefici dell’accordo sul nucleare del 2015 figurò l’allora Alto rappresentante Ue per gli affari esteri, Federica Mogherini. Nel gennaio 2020, il capodelegazione dem al Parlamento europeo, Brando Benifei, definì l’intesa come «il maggior risultato della politica estera europea degli ultimi anni». Era invece giugno scorso, quando la deputata dem, Lia Quartapelle, è tornata a criticare Trump per aver abbandonato l’accordo. Evidentemente tutti costoro ignorano che Putin è il primo a volere un ripristino dell’intesa. Un’intesa temuta anche dal premier israeliano, Yair Lapid (che, ricordiamolo, è un rappresentante del centrosinistra e che ha ribadito ieri a Macron la sua contrarietà all’accordo). Esattamente come Biden, vari esponenti del Pd sostengono il rilancio di un accordo che renderebbe di fatto inefficaci le sanzioni imposte a Mosca. Quello stesso Pd che, al contempo, ostenta (presunte) credenziali antirusse. E intanto la logica latita. Per non parlare della coerenza.
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Nuovo record a 295 euro/Mwh per le minacce di Gazprom. La sinistra invoca il modello spagnolo, peccato che non sia replicabile in Italia. Anzi, ci farebbe perdere altra energia.Rimesso in gioco da Joe Biden, il regime iraniano garantirà miliardi di commesse extra alla Russia.Lo speciale contiene due articoli.I prezzi di gas ed energia elettrica ieri hanno toccato nuovi record, dando chiaramente l’idea di una situazione ormai fuori controllo. Il gas con consegna a settembre al Ttf ha toccato i 295,00 €/Mwh, per chiudere poi a 280,235 €/Mwh, con un guadagno di 22 €/Mwh rispetto all’ultima chiusura.Il prezzo dell’energia elettrica con consegna settembre in Italia ha fatto registrare un massimo di 670 €/Mwh per poi chiudere a 650 €/Mwh. Per le consegne dell’intero anno 2023 il prezzo è stato di 569 €/Mwh. In Germania, l’energia elettrica con consegna nel primo trimestre 2023 ha toccato un massimo di 870 €/Mwh. Una volatilità da record, che pone in serio pericolo l’intera economia continentale.I prezzi hanno continuato la salita iniziata venerdì, quando si è saputo della chiusura per tre giorni del gasdotto Nord Stream 1 per manutenzione, che fa temere un azzeramento dei flussi dalla Russia. Se ciò accadesse, la Germania non avrebbe gas sufficiente per i propri utilizzi e dovrebbe ricorrere a pesantissimi razionamenti. In sintesi, la riduzione dei consumi di gas, che pure c’è stata in Italia e in Germania, non è ancora sufficiente a far abbassare il prezzo. C’è ancora troppa domanda rispetto all’offerta, soprattutto considerando il fatto che tutta Europa sta correndo per colmare gli stoccaggi, ancora lontani dal riempimento obiettivo.La cosa peggiore registrata ieri è senza dubbio il silenzio tombale della Commissione europea a Bruxelles e del governo italiano. Non una parola da parte dei responsabili dei due esecutivi, mentre altre devastanti picconate al sistema industriale europeo venivano assestate.Si sono sentite le voci, invece, di qualche candidato alle elezioni in Italia. Enrico Letta, intervistato a Radio 24, ha rispolverato alcune idee sul tema energetico. La proposta di Letta - alla quale si è accodato anche il leader di Azione, Carlo Calenda - è quella di un tetto al prezzo dell’energia elettrica a livello nazionale, imitando ciò che ha fatto la Spagna. Il meccanismo spagnolo funziona discretamente, è vero, ma non è replicabile fuori dalla penisola iberica. Il cap iberico prevede che ci sia un prezzo massimo del gas, fissato dal governo, applicato a chi con il gas produce energia elettrica. Quando il produttore offre la propria energia in borsa lo farà quindi sulla base di quel prezzo del gas, non del suo costo reale. Questo fa sì che il prezzo marginale dell’energia elettrica prodotta con gli impianti a gas risulti effettivamente più basso. Questo prezzo viene poi mediato con il prezzo marginale ottenuto dalle fonti rinnovabili (normalmente più basso) e applicato ai consumatori finali. Su questi ultimi però pesa un costo, pari alla differenza tra il prezzo del gas imposto dal governo e quello reale sostenuto dal produttore di energia. Nel complesso, il consumatore finale paga meno di quanto avrebbe pagato in assenza del cap. Il requisito essenziale di questo meccanismo è però il sostanziale isolamento elettrico della penisola iberica, che evita influenze sui prezzi degli altri Paesi. Se questo sistema fosse applicato all’Italia, che ha interconnessioni con Grecia, Slovenia, Austria, Svizzera e Francia, considerato l’algoritmo che calcola i prezzi, nelle zone di confine risulterebbero incentivi ad esportare energia dall’Italia, vanificando il cap stesso. L’ipotesi del tetto alla spagnola era stata già archiviata dal ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani due mesi fa: «Abbiamo studiato a fondo la questione, però il caso iberico non è replicabile come formula nel nostro Paese per una serie di motivi. O lo fa tutta l’Europa, oppure rischieremmo di rimanere isolati, visto che noi, purtroppo, siamo interconnessi». Il segretario dem, come anche Calenda in mattinata, ha poi fatto cenno anche al tetto al prezzo del gas a livello europeo, di cui si parla a vuoto da mesi e ormai diventato una creatura mitologica. Come sempre, quando si parla di tetto al prezzo del gas si evita di spiegare a cosa ci si riferisce, per il semplice motivo che chi ne parla non sa come funziona. Se lo sapesse, saprebbe anche che non è praticabile. O meglio, è possibile, ma è necessario che qualcuno paghi la differenza tra il tetto e il prezzo reale. Sarebbe opportuno, quindi, che quando un candidato parla di «tetto ai prezzi» spiegasse anche dove reperire le risorse necessarie.Mentre il cancelliere tedesco Olaf Scholz è in Canada per cercare di portare a casa un po’ di Lng, sindacati e operatori ferroviari tedeschi hanno pubblicamente espresso forti perplessità in merito al piano per dare una priorità al traffico ferroviario di carbone. La priorità al trasporto di carbone (secondo, dopo i trasporti militari) comporta che ci sarà una lotta per occupare gli spazi residui, determinando inefficienze e disservizi sull’utilizzo della rete ferroviaria. Una rete che, ha riconosciuto lo stesso ministro tedesco ai trasporti Volker Wissing, è carente e bisognosa quegli investimenti che per trent’anni non sono stati fatti.Intanto la Bulgaria ha annunciato di voler seguire le orme dell’Ungheria, avviando un negoziato con la Russia per avere gas da Gazprom in vista dell’autunno. Il ministro bulgaro Rossen Hristov ha affermato che il suo Paese non ha gas sufficiente per ottobre e mesi seguenti, dopo che un contratto per ricevere Lng dall’americana Cheniere non è andato a buon fine per questioni di prezzo. Un’altra spaccatura nel fronte europeo, sempre meno compatto e sempre più in crisi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/prezzo-gas-esploso-2657900370.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lautogol-usa-sul-nucleare-iraniano-rende-inutili-le-sanzioni-a-mosca" data-post-id="2657900370" data-published-at="1661238372" data-use-pagination="False"> L’autogol Usa sul nucleare iraniano rende inutili le sanzioni a Mosca L’ennesimo cortocircuito di Joe Biden potrebbe realizzarsi molto presto. Il controverso accordo sul nucleare con l’Iran sarebbe infatti a un passo dall’essere ufficialmente rilanciato. In particolare, secondo Cnn, la situazione si sarebbe sbloccata dopo che Teheran ha rinunciato a pretendere dagli americani che le Guardie della rivoluzione fossero eliminate dalla lista delle organizzazioni terroristiche. In questo contesto, un alto funzionario statunitense ha definito «più vicino» il rilancio dell’intesa. Non sarà del resto un caso che, domenica, Biden abbia avuto una conversazione con Emmanuel Macron, Olaf Scholz e Boris Johnson per parlare (tra le altre cose) di Iran. A mostrarsi aperturista sul tema è stata ieri anche Bruxelles. È pur vero che, sempre ieri, la Repubblica islamica ha fatto sapere che ci sono ancora degli scogli nelle trattative. Ma le indiscrezioni che vedono l’intesa in dirittura d’arrivo continuano a circolare. Più specificamente, citando fonti a conoscenza del testo dell’accordo, Al Jazeera ha riferito che «la proposta prevede che il giorno successivo alla firma dell’accordo verranno revocate le sanzioni a 17 banche iraniane e a 150 istituzioni economiche». «Entro 120 giorni dalla firma dell’accordo», si legge ancora, «l’Iran potrà esportare 50 milioni di barili di petrolio al giorno. L’accordo include anche il rilascio di 7 miliardi di dollari di fondi iraniani, che sono attualmente detenuti in Corea del Sud». «Gli Usa», conclude Al Jazeera, «dovranno pagare una multa nel caso in cui si ritirino nuovamente dall’accordo sul nucleare, come han fatto sotto l’amministrazione dell’ex presidente Donald Trump nel 2018». Se tutto questo fosse confermato, si configurerebbe un disastro su vari fronti. In primis, Israele è preoccupatissimo. Il Times of Israel ha riferito sabato che la Casa Bianca sta cercando di rassicurare Gerusalemme senza tuttavia riuscirci. Divergenze sulla questione del nucleare iraniano erano d’altronde emerse già a luglio, durante la visita di Biden in Israele: anche all’epoca, il Times of Israel parlò di «frustrazione» da parte del governo di Gerusalemme nei confronti della politica iraniana dell’attuale Casa Bianca. Al di là della minaccia nucleare, ricordiamo per inciso che la Repubblica islamica spalleggia Hezbollah e Hamas. In secondo luogo, se firmasse presto un accordo a simili condizioni, Biden scatenerebbe un cortocircuito. Da una parte, il presidente americano ha imposto sanzioni energetiche alla Russia, con il blocco europeo che ha fatto altrettanto. Dall’altra, si appresta a revocare la pressione su quell’Iran che della Russia è uno dei principali alleati. A marzo il ministro del petrolio iraniano, Javad Owji, disse che avrebbe sostenuto Mosca contro le sanzioni occidentali, mentre a luglio Gazprom ha siglato con Teheran un accordo da 40 miliardi di dollari nel settore del petrolio e del gas. Rilanciando l’accordo sul nucleare, Biden offrirebbe quindi di fatto a Vladimir Putin delle scappatoie indirette alle sanzioni comminate dall’Occidente. Col risultato che, a pagarne le conseguenze, sarebbero i Paesi più economicamente in difficoltà del blocco euroatlantico (a partire dall’Italia). Era d’altronde lo scorso marzo, quando il Jerusalem Post citò uno studio dell’Institute of science and international security, secondo cui «la Russia potrebbe utilizzare l’emergente accordo nucleare con l’Iran per conservare miliardi di dollari nel commercio nucleare come scappatoia alle sanzioni occidentali per la sua invasione dell’Ucraina». In particolare, l’accordo potrebbe garantire a Rosatom un contratto da 10 miliardi di dollari per estendere la centrale nucleare iraniana di Bushehr. Tutto questo, senza trascurare che il rilancio di tale intesa - da sempre fortemente auspicata dal Cremlino - comprometterebbe ulteriormente la deterrenza dell’attuale Casa Bianca nei confronti di Mosca. E poi c’è ancora chi ha il coraggio di dire che il presidente «filorusso» era Trump! Un paradosso, questo, che riguarda anche i dem di casa nostra: molti dei quali si dicono (oggi) ferreamente antirussi, mostrando al contempo posizioni filoiraniane. Tra gli artefici dell’accordo sul nucleare del 2015 figurò l’allora Alto rappresentante Ue per gli affari esteri, Federica Mogherini. Nel gennaio 2020, il capodelegazione dem al Parlamento europeo, Brando Benifei, definì l’intesa come «il maggior risultato della politica estera europea degli ultimi anni». Era invece giugno scorso, quando la deputata dem, Lia Quartapelle, è tornata a criticare Trump per aver abbandonato l’accordo. Evidentemente tutti costoro ignorano che Putin è il primo a volere un ripristino dell’intesa. Un’intesa temuta anche dal premier israeliano, Yair Lapid (che, ricordiamolo, è un rappresentante del centrosinistra e che ha ribadito ieri a Macron la sua contrarietà all’accordo). Esattamente come Biden, vari esponenti del Pd sostengono il rilancio di un accordo che renderebbe di fatto inefficaci le sanzioni imposte a Mosca. Quello stesso Pd che, al contempo, ostenta (presunte) credenziali antirusse. E intanto la logica latita. Per non parlare della coerenza.
Emmanuel Macron (Ansa)
I contorni delle iniziative promosse dai diplomatici anglofrancesi, tuttavia, rimangono piuttosto vaghi.
La Francia, in particolare, sta lavorando a un piano per l’invio di circa 6.000 soldati in Ucraina una volta raggiunto un cessate il fuoco. Questo contingente avrebbe il compito di fungere da forza di «rassicurazione» e stabilizzazione, dispiegata lontano dalla linea del fronte e concentrata nelle retrovie, con funzioni di deterrenza simbolica, supporto logistico e assistenza alle forze ucraine. Parigi insiste sul fatto che non si tratterebbe di una missione di combattimento, ma di una presenza militare volta a dare credibilità alle garanzie di sicurezza occidentali nel dopoguerra.
Pochi giorni fa, peraltro, il Times aveva rivelato che anche il Regno Unito starebbe valutando il dispiegamento di circa 7.500 militari nell’ambito di una forza multinazionale a guida franco-britannica. E ieri, non a caso, Londra ha deciso di stanziare 200 milioni di sterline per preparare le proprie forze a un’eventuale missione. Tuttavia, al di là dei numeri sbandierati e dei fondi messi a bilancio, l’impressione diffusa è che questi «sforzi» anglofrancesi siano il classico specchietto per le allodole utile sul piano interno e propagandistico, ma difficilmente in grado di incidere davvero sugli equilibri strategici senza un coinvolgimento diretto e sostanziale degli Stati Uniti.
Proprio questa narrazione europea, peraltro, è bastata a far scattare la dura reazione di Mosca. Con toni volutamente caustici, Dmitrij Medvedev ha liquidato il progetto come l’ennesima prova che «i governanti idioti europei continuano a cercare la guerra in Europa». In un messaggio pubblicato su X, il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo ha ribadito che il Cremlino non accetterà «né truppe europee né della Nato in Ucraina», attaccando direttamente Emmanuel Macron per aver rilanciato l’idea di una forza multinazionale nonostante i ripetuti avvertimenti di Mosca. Il post si è chiuso con una minaccia esplicita - «bene, lasciateli venire: ecco cosa li aspetta» - accompagnata da un video del bombardamento su Kiev costato quattro morti e una ventina di feriti, nel quale è stato impiegato anche un missile ipersonico Oreshnik. Un messaggio che chiarisce come, dal punto di vista russo, qualsiasi presenza militare occidentale su suolo ucraino - foss’anche etichettata come missione di stabilizzazione - verrebbe trattata non come garanzia di pace, ma come atto ostile.
Lo stesso Volodymyr Zelensky, del resto, pare abbia capito che, in questa fase, ha poco senso avventurarsi in ipotesi poco futuribili, che non fanno altro che ostacolare le trattative di pace. Ieri, infatti, il presidente ucraino ha fatto sapere che «continuiamo a comunicare con la parte americana ogni giorno», in particolare tramite il segretario del Consiglio per la sicurezza e la difesa nazionale dell’Ucraina, Rustem Umerov. «Questo è il nostro compito strategico: il dialogo con l’America», ha affermato Zelensky, «deve essere al 100% costruttivo. L’Ucraina non è mai stata e non sarà un ostacolo alla diplomazia, e la nostra efficienza nel lavoro con i partner è sempre al più alto livello. E continuerà a esserlo».
Nel frattempo, Kiev sta tentando di consolidare il legame con Washington anche in vista della ricostruzione. In un’intervista a Bloomberg, Zelensky ha rilanciato l’ipotesi di un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti, presentandolo come uno strumento capace non solo di accompagnare la ripresa postbellica, ma anche di offrire all’Ucraina una forma di sicurezza economica che possa rendere meno volatile il sostegno occidentale. L’obiettivo dichiarato è creare un regime a dazi zero che renda competitive le aree industriali devastate dal conflitto e che favorisca l’ingresso strutturale di capitali e imprese americane, riducendo la dipendenza di Kiev dagli aiuti straordinari.
Accanto a questa idea, in ogni caso, è allo studio un progetto di dimensioni ancora più vaste, anticipato dal Telegraph: un maxi accordo da circa 800 miliardi di dollari per la ricostruzione dell’Ucraina, distribuito su più anni e destinato a infrastrutture, energia e apparato industriale, con un coinvolgimento massiccio del settore privato americano. La firma dell’intesa potrebbe arrivare a Davos, a margine del Forum economico mondiale, in un incontro diretto tra Zelensky e Donald Trump. Nelle speranze dei diplomatici ucraini, questa mossa trasformerà sul lungo periodo la ricostruzione economica in una vera leva geopolitica, ancorando definitivamente Kiev agli Stati Uniti e all’intero Occidente.
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La protesta dei trattori a Milano contro il Mercosur (Ansa)
Un recente studio pubblicato sul sito del Parlamento europeo dal titolo «Un aggiornamento sugli effetti economici, di sostenibilità e regolamentari della parte commerciale dell’Accordo di partenariato Ue-Mercosur», fa sapere che «gli impatti economici per l’Ue-27 sono modesti. La simulazione prevede un aumento dello 0,1% del Pil e del benessere, insieme a una crescita marginale delle importazioni complessive (0,2%) e delle esportazioni (0,1%). I salari reali dei lavoratori qualificati e non qualificati aumentano leggermente (0,1%), con un effetto trascurabile sul rendimento del capitale. Tra gli Stati membri, i risultati variano. Belgio e Paesi Bassi registrano incrementi relativamente più elevati in termini di benessere e rendimenti del capitale rispetto ad altri paesi, probabilmente grazie alle loro economie fortemente orientate al commercio». Invece, si legge nell’analisi ufficiale dell’europarlamento, «Germania e Italia beneficiano di aumenti moderati dei flussi commerciali (le importazioni e le esportazioni crescono rispettivamente dello 0,3% e dello 0,2%), in linea con il loro ruolo di principali esportatori dell’Ue. Per economie più piccole come Portogallo e Slovenia, i guadagni sono trainati dalla specializzazione settoriale, in particolare nelle esportazioni, che aumentano rispettivamente dello 0,4% e dello 0,2%».
E qual è l’impatto sul Pil per i Paesi sudamericani? «Il Mercosur, considerato come blocco, sperimenta benefici economici relativamente maggiori rispetto all’Ue. La simulazione indica un aumento dello 0,3% del Pil e una crescita dello 0,2% del benessere (in percentuale del Pil). Tali guadagni sono principalmente trainati dall’espansione degli scambi, con importazioni ed esportazioni in aumento rispettivamente del 3,1% e del 3,6%. I lavoratori qualificati e non qualificati registrano aumenti dei salari reali pari rispettivamente allo 0,3% e allo 0,4%. Tra i singoli paesi, l’Argentina guida con un incremento del Prodotto interno lordo dello 0,4%. Il Brasile registra guadagni moderati in termini di Pil (0,3%) e commercio, mentre l’Uruguay beneficia di una crescita più elevata dei salari reali sia per i lavoratori qualificati (0,5%) sia per quelli non qualificati (0,6%). Il Paraguay, invece, sperimenta lievi diminuzioni del Pil (-0,1%) e del benessere (-0,2%».
Insomma, su un Pil della Ue che ammonta a 17.900 miliardi di euro (dati del 2024), il valore positivo dell’accordo col Mercosur vale 17,9 miliardi l’anno, appunto un più 0,1%. Ciò nonostante, Ursula von der Leyen ha promesso di rinforzare la dote di sussidi agli agricoltori, attraverso la Pac, a 293,7 miliardi per il bilancio 2028-2034. In sostanza sono circa 42 miliardi l’anno per il settennato del nuovo budget in favore delle aziende del primario europee. Anche un bambino della materna capirebbe che forse il gioco - ovvero l’accordo tra Unione Europea e Sudamerica - non vale la candela: per crescere di 17 miliardi di Pil l’anno si spendono 42 miliardi di soldi pubblici a conforto di chi sarà danneggiato dallo stesso accordo. È o non è un controsenso? Anche perché quei fondi Pac alla fine non servono per aiutare veramente gli agricoltori ma solo a compensare decisioni politiche sbagliate. Come accade con le politiche green: si impongono da Bruxelles divieti, aumenti di costi, nuove regole burocratiche e dopo si studiano ristori per chi viene colpito dal cambio di rotta.
Sul Mercosur il ministro Francesco Lollobrigida ha portato a casa più fondi Pac, una tutela maggiore per i prodotti agricoli Dop e Igp, ha ottenuto che la clausola di salvaguardia scatti dopo una variazione dei prezzi del 5% e non del 10%, nel senso che la Commissione Ue avvierà una indagine per tutelare produttori puniti da una concorrenza low cost se il prezzo importato è inferiore di oltre il 5% a parità di prodotto.
Il ministro dell’Agricoltura italiano ha pure incassato maggiori controlli doganali per evitare che – ad esempio – il riso uruguagio coltivato senza rispettare le norme green possa essere parificato a quello italiano, che invece è sottoposto a una marea di pratiche in nome dell’ambiente. Insomma, Lollobrigida, ha fatto il massimo con un dossier ereditato che è lì sul tavolo da oltre 20 anni. Il problema però, considerati appunto i numeri, è un altro: la Ue traccia linee irrealistiche, sigla alleanze, non calcola gli effetti negativi, tanto poi risolve tutto con sussidi o deroghe. Col risultato di sprecare soldi pubblici, aumentare i documenti da compilare per evitare multe e appesantire così le possibilità di crescita europea. Nel terzo trimestre 2025 la produttività dei lavoratori Ue è leggermente calata, mentre negli Usa è salita del 4,9%. I numeri, anche in questo caso, parlano chiaro su che fine stiamo facendo.
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Delcy Rodriguez (Ansa)
Tra l’altro, stando a quanto rivelato da Reuters, sono rientrate nelle acque territoriali almeno quattro petroliere fantasma, di cui due battenti bandiera panamense e una battente bandiera delle Isole Cook. Le navi erano salpate, cariche, dalle coste del Venezuela all’inizio del mese con i transponder disattivati.
E se Caracas non si trova nella posizione di rifiutare la collaborazione con gli Stati Uniti, dall’altra parte, i colossi petroliferi americani temporeggiano sul fronte degli investimenti. Durante la riunione alla Casa Bianca indetta da Trump per far sì che le aziende americane assumano un ruolo chiave nel petrolio venezuelano, diverse major hanno mostrato cautela sulla possibilità di investire miliardi di dollari nel Paese Sudamericano. Il più critico è stato il Ceo di ExxonMobil, Darren Woods, che ha sottolineato: «È impossibile investire lì» anche perché «i nostri beni sono stati sequestrati due volte». Per sbloccare la situazione, secondo Woods, dovrebbero essere «stabiliti» diversi «quadri giuridici e commerciali». Eni ha invece accolto l’invito di Trump: l’ad della società, Claudio Descalzi, presente all’incontro, ha annunciato che «Eni è pronta a investire in Venezuela» e a «lavorare con le compagnie americane». Ha poi ricordato: «Abbiamo oggi nel Paese circa 500 persone» e «possediamo circa 4 miliardi di barili di riserve». Dall’altra parte, il presidente americano ha cercato di fornire alcune rassicurazioni, spiegando che le compagnie tratterebbero «direttamente» con gli Stati Uniti. Ha poi rivelato che, siccome Washington è «aperta agli affari», «la Cina e la Russia» possono «comprare tutto il petrolio che vogliono». Trump ha anche firmato un ordine esecutivo per far sì che le entrate petrolifere venezuelane depositate nei conti del Tesoro americano siano salvaguardate da «sequestri o procedimenti giudiziari». Lo scopo sarebbe quello di «garantire la stabilità economica e politica in Venezuela».
Sul fronte delle relazioni bilaterali tra la Casa Bianca e il governo ad interim, il tycoon ha rivelato che «molto presto» vedrà «i rappresentanti» dell’esecutivo venezuelano, visto che ha «un rapporto molto buono con chi governa». Anche il presidente ad interim, Delcy Rodriguez, ha confermato di aver scelto la via diplomatica «per proteggere» il Paese. Ma ha anche detto che si tratta di «una strada» per «assicurare il ritorno del presidente Nicolás Maduro». Non stupisce quindi che Rodriguez si sia sentita telefonicamente con i presidenti della Colombia e del Brasile e con il primo ministro spagnolo per condividere i dettagli sulla «grave aggressione» condotta dagli Stati Uniti. Quel che è certo è che il leader dell’opposizione venezuelana, Maria Corina Machado, sarà ricevuta alla Casa Bianca «martedì o mercoledì».
E proprio un alleato di Machado è stato scarcerato: si tratta di Virgilio Laverde, coordinatore giovanile, nello Stato di Bolivar, di Vente Venezuela, ovvero la piattaforma guidata dal leader dell’opposizione. La stessa sorte non è ancora toccata a tanti altri prigionieri politici. E proprio per questo continuano le veglie e le preghiere delle famiglie dei detenuti di fronte alle prigioni, tra cui i centri dell’Helicoide e di El Rodeo a Caracas.
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