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2022-08-23
Il prezzo del gas è esploso ma il tetto nazionale voluto da Pd e Azione è da somari
Ansa
I prezzi di gas ed energia elettrica ieri hanno toccato nuovi record, dando chiaramente l’idea di una situazione ormai fuori controllo. Il gas con consegna a settembre al Ttf ha toccato i 295,00 €/Mwh, per chiudere poi a 280,235 €/Mwh, con un guadagno di 22 €/Mwh rispetto all’ultima chiusura.
Il prezzo dell’energia elettrica con consegna settembre in Italia ha fatto registrare un massimo di 670 €/Mwh per poi chiudere a 650 €/Mwh. Per le consegne dell’intero anno 2023 il prezzo è stato di 569 €/Mwh. In Germania, l’energia elettrica con consegna nel primo trimestre 2023 ha toccato un massimo di 870 €/Mwh. Una volatilità da record, che pone in serio pericolo l’intera economia continentale.
I prezzi hanno continuato la salita iniziata venerdì, quando si è saputo della chiusura per tre giorni del gasdotto Nord Stream 1 per manutenzione, che fa temere un azzeramento dei flussi dalla Russia. Se ciò accadesse, la Germania non avrebbe gas sufficiente per i propri utilizzi e dovrebbe ricorrere a pesantissimi razionamenti. In sintesi, la riduzione dei consumi di gas, che pure c’è stata in Italia e in Germania, non è ancora sufficiente a far abbassare il prezzo. C’è ancora troppa domanda rispetto all’offerta, soprattutto considerando il fatto che tutta Europa sta correndo per colmare gli stoccaggi, ancora lontani dal riempimento obiettivo.
La cosa peggiore registrata ieri è senza dubbio il silenzio tombale della Commissione europea a Bruxelles e del governo italiano. Non una parola da parte dei responsabili dei due esecutivi, mentre altre devastanti picconate al sistema industriale europeo venivano assestate.
Si sono sentite le voci, invece, di qualche candidato alle elezioni in Italia. Enrico Letta, intervistato a Radio 24, ha rispolverato alcune idee sul tema energetico. La proposta di Letta - alla quale si è accodato anche il leader di Azione, Carlo Calenda - è quella di un tetto al prezzo dell’energia elettrica a livello nazionale, imitando ciò che ha fatto la Spagna. Il meccanismo spagnolo funziona discretamente, è vero, ma non è replicabile fuori dalla penisola iberica. Il cap iberico prevede che ci sia un prezzo massimo del gas, fissato dal governo, applicato a chi con il gas produce energia elettrica. Quando il produttore offre la propria energia in borsa lo farà quindi sulla base di quel prezzo del gas, non del suo costo reale. Questo fa sì che il prezzo marginale dell’energia elettrica prodotta con gli impianti a gas risulti effettivamente più basso. Questo prezzo viene poi mediato con il prezzo marginale ottenuto dalle fonti rinnovabili (normalmente più basso) e applicato ai consumatori finali. Su questi ultimi però pesa un costo, pari alla differenza tra il prezzo del gas imposto dal governo e quello reale sostenuto dal produttore di energia. Nel complesso, il consumatore finale paga meno di quanto avrebbe pagato in assenza del cap. Il requisito essenziale di questo meccanismo è però il sostanziale isolamento elettrico della penisola iberica, che evita influenze sui prezzi degli altri Paesi. Se questo sistema fosse applicato all’Italia, che ha interconnessioni con Grecia, Slovenia, Austria, Svizzera e Francia, considerato l’algoritmo che calcola i prezzi, nelle zone di confine risulterebbero incentivi ad esportare energia dall’Italia, vanificando il cap stesso. L’ipotesi del tetto alla spagnola era stata già archiviata dal ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani due mesi fa: «Abbiamo studiato a fondo la questione, però il caso iberico non è replicabile come formula nel nostro Paese per una serie di motivi. O lo fa tutta l’Europa, oppure rischieremmo di rimanere isolati, visto che noi, purtroppo, siamo interconnessi».
Il segretario dem, come anche Calenda in mattinata, ha poi fatto cenno anche al tetto al prezzo del gas a livello europeo, di cui si parla a vuoto da mesi e ormai diventato una creatura mitologica. Come sempre, quando si parla di tetto al prezzo del gas si evita di spiegare a cosa ci si riferisce, per il semplice motivo che chi ne parla non sa come funziona. Se lo sapesse, saprebbe anche che non è praticabile. O meglio, è possibile, ma è necessario che qualcuno paghi la differenza tra il tetto e il prezzo reale. Sarebbe opportuno, quindi, che quando un candidato parla di «tetto ai prezzi» spiegasse anche dove reperire le risorse necessarie.
Mentre il cancelliere tedesco Olaf Scholz è in Canada per cercare di portare a casa un po’ di Lng, sindacati e operatori ferroviari tedeschi hanno pubblicamente espresso forti perplessità in merito al piano per dare una priorità al traffico ferroviario di carbone. La priorità al trasporto di carbone (secondo, dopo i trasporti militari) comporta che ci sarà una lotta per occupare gli spazi residui, determinando inefficienze e disservizi sull’utilizzo della rete ferroviaria. Una rete che, ha riconosciuto lo stesso ministro tedesco ai trasporti Volker Wissing, è carente e bisognosa quegli investimenti che per trent’anni non sono stati fatti.
Intanto la Bulgaria ha annunciato di voler seguire le orme dell’Ungheria, avviando un negoziato con la Russia per avere gas da Gazprom in vista dell’autunno. Il ministro bulgaro Rossen Hristov ha affermato che il suo Paese non ha gas sufficiente per ottobre e mesi seguenti, dopo che un contratto per ricevere Lng dall’americana Cheniere non è andato a buon fine per questioni di prezzo. Un’altra spaccatura nel fronte europeo, sempre meno compatto e sempre più in crisi.
L’autogol Usa sul nucleare iraniano rende inutili le sanzioni a Mosca
L’ennesimo cortocircuito di Joe Biden potrebbe realizzarsi molto presto. Il controverso accordo sul nucleare con l’Iran sarebbe infatti a un passo dall’essere ufficialmente rilanciato. In particolare, secondo Cnn, la situazione si sarebbe sbloccata dopo che Teheran ha rinunciato a pretendere dagli americani che le Guardie della rivoluzione fossero eliminate dalla lista delle organizzazioni terroristiche. In questo contesto, un alto funzionario statunitense ha definito «più vicino» il rilancio dell’intesa. Non sarà del resto un caso che, domenica, Biden abbia avuto una conversazione con Emmanuel Macron, Olaf Scholz e Boris Johnson per parlare (tra le altre cose) di Iran. A mostrarsi aperturista sul tema è stata ieri anche Bruxelles. È pur vero che, sempre ieri, la Repubblica islamica ha fatto sapere che ci sono ancora degli scogli nelle trattative. Ma le indiscrezioni che vedono l’intesa in dirittura d’arrivo continuano a circolare.
Più specificamente, citando fonti a conoscenza del testo dell’accordo, Al Jazeera ha riferito che «la proposta prevede che il giorno successivo alla firma dell’accordo verranno revocate le sanzioni a 17 banche iraniane e a 150 istituzioni economiche». «Entro 120 giorni dalla firma dell’accordo», si legge ancora, «l’Iran potrà esportare 50 milioni di barili di petrolio al giorno. L’accordo include anche il rilascio di 7 miliardi di dollari di fondi iraniani, che sono attualmente detenuti in Corea del Sud». «Gli Usa», conclude Al Jazeera, «dovranno pagare una multa nel caso in cui si ritirino nuovamente dall’accordo sul nucleare, come han fatto sotto l’amministrazione dell’ex presidente Donald Trump nel 2018».
Se tutto questo fosse confermato, si configurerebbe un disastro su vari fronti. In primis, Israele è preoccupatissimo. Il Times of Israel ha riferito sabato che la Casa Bianca sta cercando di rassicurare Gerusalemme senza tuttavia riuscirci. Divergenze sulla questione del nucleare iraniano erano d’altronde emerse già a luglio, durante la visita di Biden in Israele: anche all’epoca, il Times of Israel parlò di «frustrazione» da parte del governo di Gerusalemme nei confronti della politica iraniana dell’attuale Casa Bianca. Al di là della minaccia nucleare, ricordiamo per inciso che la Repubblica islamica spalleggia Hezbollah e Hamas.
In secondo luogo, se firmasse presto un accordo a simili condizioni, Biden scatenerebbe un cortocircuito. Da una parte, il presidente americano ha imposto sanzioni energetiche alla Russia, con il blocco europeo che ha fatto altrettanto. Dall’altra, si appresta a revocare la pressione su quell’Iran che della Russia è uno dei principali alleati. A marzo il ministro del petrolio iraniano, Javad Owji, disse che avrebbe sostenuto Mosca contro le sanzioni occidentali, mentre a luglio Gazprom ha siglato con Teheran un accordo da 40 miliardi di dollari nel settore del petrolio e del gas. Rilanciando l’accordo sul nucleare, Biden offrirebbe quindi di fatto a Vladimir Putin delle scappatoie indirette alle sanzioni comminate dall’Occidente. Col risultato che, a pagarne le conseguenze, sarebbero i Paesi più economicamente in difficoltà del blocco euroatlantico (a partire dall’Italia).
Era d’altronde lo scorso marzo, quando il Jerusalem Post citò uno studio dell’Institute of science and international security, secondo cui «la Russia potrebbe utilizzare l’emergente accordo nucleare con l’Iran per conservare miliardi di dollari nel commercio nucleare come scappatoia alle sanzioni occidentali per la sua invasione dell’Ucraina». In particolare, l’accordo potrebbe garantire a Rosatom un contratto da 10 miliardi di dollari per estendere la centrale nucleare iraniana di Bushehr. Tutto questo, senza trascurare che il rilancio di tale intesa - da sempre fortemente auspicata dal Cremlino - comprometterebbe ulteriormente la deterrenza dell’attuale Casa Bianca nei confronti di Mosca. E poi c’è ancora chi ha il coraggio di dire che il presidente «filorusso» era Trump!
Un paradosso, questo, che riguarda anche i dem di casa nostra: molti dei quali si dicono (oggi) ferreamente antirussi, mostrando al contempo posizioni filoiraniane. Tra gli artefici dell’accordo sul nucleare del 2015 figurò l’allora Alto rappresentante Ue per gli affari esteri, Federica Mogherini. Nel gennaio 2020, il capodelegazione dem al Parlamento europeo, Brando Benifei, definì l’intesa come «il maggior risultato della politica estera europea degli ultimi anni». Era invece giugno scorso, quando la deputata dem, Lia Quartapelle, è tornata a criticare Trump per aver abbandonato l’accordo. Evidentemente tutti costoro ignorano che Putin è il primo a volere un ripristino dell’intesa. Un’intesa temuta anche dal premier israeliano, Yair Lapid (che, ricordiamolo, è un rappresentante del centrosinistra e che ha ribadito ieri a Macron la sua contrarietà all’accordo). Esattamente come Biden, vari esponenti del Pd sostengono il rilancio di un accordo che renderebbe di fatto inefficaci le sanzioni imposte a Mosca. Quello stesso Pd che, al contempo, ostenta (presunte) credenziali antirusse. E intanto la logica latita. Per non parlare della coerenza.
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Nuovo record a 295 euro/Mwh per le minacce di Gazprom. La sinistra invoca il modello spagnolo, peccato che non sia replicabile in Italia. Anzi, ci farebbe perdere altra energia.Rimesso in gioco da Joe Biden, il regime iraniano garantirà miliardi di commesse extra alla Russia.Lo speciale contiene due articoli.I prezzi di gas ed energia elettrica ieri hanno toccato nuovi record, dando chiaramente l’idea di una situazione ormai fuori controllo. Il gas con consegna a settembre al Ttf ha toccato i 295,00 €/Mwh, per chiudere poi a 280,235 €/Mwh, con un guadagno di 22 €/Mwh rispetto all’ultima chiusura.Il prezzo dell’energia elettrica con consegna settembre in Italia ha fatto registrare un massimo di 670 €/Mwh per poi chiudere a 650 €/Mwh. Per le consegne dell’intero anno 2023 il prezzo è stato di 569 €/Mwh. In Germania, l’energia elettrica con consegna nel primo trimestre 2023 ha toccato un massimo di 870 €/Mwh. Una volatilità da record, che pone in serio pericolo l’intera economia continentale.I prezzi hanno continuato la salita iniziata venerdì, quando si è saputo della chiusura per tre giorni del gasdotto Nord Stream 1 per manutenzione, che fa temere un azzeramento dei flussi dalla Russia. Se ciò accadesse, la Germania non avrebbe gas sufficiente per i propri utilizzi e dovrebbe ricorrere a pesantissimi razionamenti. In sintesi, la riduzione dei consumi di gas, che pure c’è stata in Italia e in Germania, non è ancora sufficiente a far abbassare il prezzo. C’è ancora troppa domanda rispetto all’offerta, soprattutto considerando il fatto che tutta Europa sta correndo per colmare gli stoccaggi, ancora lontani dal riempimento obiettivo.La cosa peggiore registrata ieri è senza dubbio il silenzio tombale della Commissione europea a Bruxelles e del governo italiano. Non una parola da parte dei responsabili dei due esecutivi, mentre altre devastanti picconate al sistema industriale europeo venivano assestate.Si sono sentite le voci, invece, di qualche candidato alle elezioni in Italia. Enrico Letta, intervistato a Radio 24, ha rispolverato alcune idee sul tema energetico. La proposta di Letta - alla quale si è accodato anche il leader di Azione, Carlo Calenda - è quella di un tetto al prezzo dell’energia elettrica a livello nazionale, imitando ciò che ha fatto la Spagna. Il meccanismo spagnolo funziona discretamente, è vero, ma non è replicabile fuori dalla penisola iberica. Il cap iberico prevede che ci sia un prezzo massimo del gas, fissato dal governo, applicato a chi con il gas produce energia elettrica. Quando il produttore offre la propria energia in borsa lo farà quindi sulla base di quel prezzo del gas, non del suo costo reale. Questo fa sì che il prezzo marginale dell’energia elettrica prodotta con gli impianti a gas risulti effettivamente più basso. Questo prezzo viene poi mediato con il prezzo marginale ottenuto dalle fonti rinnovabili (normalmente più basso) e applicato ai consumatori finali. Su questi ultimi però pesa un costo, pari alla differenza tra il prezzo del gas imposto dal governo e quello reale sostenuto dal produttore di energia. Nel complesso, il consumatore finale paga meno di quanto avrebbe pagato in assenza del cap. Il requisito essenziale di questo meccanismo è però il sostanziale isolamento elettrico della penisola iberica, che evita influenze sui prezzi degli altri Paesi. Se questo sistema fosse applicato all’Italia, che ha interconnessioni con Grecia, Slovenia, Austria, Svizzera e Francia, considerato l’algoritmo che calcola i prezzi, nelle zone di confine risulterebbero incentivi ad esportare energia dall’Italia, vanificando il cap stesso. L’ipotesi del tetto alla spagnola era stata già archiviata dal ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani due mesi fa: «Abbiamo studiato a fondo la questione, però il caso iberico non è replicabile come formula nel nostro Paese per una serie di motivi. O lo fa tutta l’Europa, oppure rischieremmo di rimanere isolati, visto che noi, purtroppo, siamo interconnessi». Il segretario dem, come anche Calenda in mattinata, ha poi fatto cenno anche al tetto al prezzo del gas a livello europeo, di cui si parla a vuoto da mesi e ormai diventato una creatura mitologica. Come sempre, quando si parla di tetto al prezzo del gas si evita di spiegare a cosa ci si riferisce, per il semplice motivo che chi ne parla non sa come funziona. Se lo sapesse, saprebbe anche che non è praticabile. O meglio, è possibile, ma è necessario che qualcuno paghi la differenza tra il tetto e il prezzo reale. Sarebbe opportuno, quindi, che quando un candidato parla di «tetto ai prezzi» spiegasse anche dove reperire le risorse necessarie.Mentre il cancelliere tedesco Olaf Scholz è in Canada per cercare di portare a casa un po’ di Lng, sindacati e operatori ferroviari tedeschi hanno pubblicamente espresso forti perplessità in merito al piano per dare una priorità al traffico ferroviario di carbone. La priorità al trasporto di carbone (secondo, dopo i trasporti militari) comporta che ci sarà una lotta per occupare gli spazi residui, determinando inefficienze e disservizi sull’utilizzo della rete ferroviaria. Una rete che, ha riconosciuto lo stesso ministro tedesco ai trasporti Volker Wissing, è carente e bisognosa quegli investimenti che per trent’anni non sono stati fatti.Intanto la Bulgaria ha annunciato di voler seguire le orme dell’Ungheria, avviando un negoziato con la Russia per avere gas da Gazprom in vista dell’autunno. Il ministro bulgaro Rossen Hristov ha affermato che il suo Paese non ha gas sufficiente per ottobre e mesi seguenti, dopo che un contratto per ricevere Lng dall’americana Cheniere non è andato a buon fine per questioni di prezzo. Un’altra spaccatura nel fronte europeo, sempre meno compatto e sempre più in crisi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/prezzo-gas-esploso-2657900370.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lautogol-usa-sul-nucleare-iraniano-rende-inutili-le-sanzioni-a-mosca" data-post-id="2657900370" data-published-at="1661238372" data-use-pagination="False"> L’autogol Usa sul nucleare iraniano rende inutili le sanzioni a Mosca L’ennesimo cortocircuito di Joe Biden potrebbe realizzarsi molto presto. Il controverso accordo sul nucleare con l’Iran sarebbe infatti a un passo dall’essere ufficialmente rilanciato. In particolare, secondo Cnn, la situazione si sarebbe sbloccata dopo che Teheran ha rinunciato a pretendere dagli americani che le Guardie della rivoluzione fossero eliminate dalla lista delle organizzazioni terroristiche. In questo contesto, un alto funzionario statunitense ha definito «più vicino» il rilancio dell’intesa. Non sarà del resto un caso che, domenica, Biden abbia avuto una conversazione con Emmanuel Macron, Olaf Scholz e Boris Johnson per parlare (tra le altre cose) di Iran. A mostrarsi aperturista sul tema è stata ieri anche Bruxelles. È pur vero che, sempre ieri, la Repubblica islamica ha fatto sapere che ci sono ancora degli scogli nelle trattative. Ma le indiscrezioni che vedono l’intesa in dirittura d’arrivo continuano a circolare. Più specificamente, citando fonti a conoscenza del testo dell’accordo, Al Jazeera ha riferito che «la proposta prevede che il giorno successivo alla firma dell’accordo verranno revocate le sanzioni a 17 banche iraniane e a 150 istituzioni economiche». «Entro 120 giorni dalla firma dell’accordo», si legge ancora, «l’Iran potrà esportare 50 milioni di barili di petrolio al giorno. L’accordo include anche il rilascio di 7 miliardi di dollari di fondi iraniani, che sono attualmente detenuti in Corea del Sud». «Gli Usa», conclude Al Jazeera, «dovranno pagare una multa nel caso in cui si ritirino nuovamente dall’accordo sul nucleare, come han fatto sotto l’amministrazione dell’ex presidente Donald Trump nel 2018». Se tutto questo fosse confermato, si configurerebbe un disastro su vari fronti. In primis, Israele è preoccupatissimo. Il Times of Israel ha riferito sabato che la Casa Bianca sta cercando di rassicurare Gerusalemme senza tuttavia riuscirci. Divergenze sulla questione del nucleare iraniano erano d’altronde emerse già a luglio, durante la visita di Biden in Israele: anche all’epoca, il Times of Israel parlò di «frustrazione» da parte del governo di Gerusalemme nei confronti della politica iraniana dell’attuale Casa Bianca. Al di là della minaccia nucleare, ricordiamo per inciso che la Repubblica islamica spalleggia Hezbollah e Hamas. In secondo luogo, se firmasse presto un accordo a simili condizioni, Biden scatenerebbe un cortocircuito. Da una parte, il presidente americano ha imposto sanzioni energetiche alla Russia, con il blocco europeo che ha fatto altrettanto. Dall’altra, si appresta a revocare la pressione su quell’Iran che della Russia è uno dei principali alleati. A marzo il ministro del petrolio iraniano, Javad Owji, disse che avrebbe sostenuto Mosca contro le sanzioni occidentali, mentre a luglio Gazprom ha siglato con Teheran un accordo da 40 miliardi di dollari nel settore del petrolio e del gas. Rilanciando l’accordo sul nucleare, Biden offrirebbe quindi di fatto a Vladimir Putin delle scappatoie indirette alle sanzioni comminate dall’Occidente. Col risultato che, a pagarne le conseguenze, sarebbero i Paesi più economicamente in difficoltà del blocco euroatlantico (a partire dall’Italia). Era d’altronde lo scorso marzo, quando il Jerusalem Post citò uno studio dell’Institute of science and international security, secondo cui «la Russia potrebbe utilizzare l’emergente accordo nucleare con l’Iran per conservare miliardi di dollari nel commercio nucleare come scappatoia alle sanzioni occidentali per la sua invasione dell’Ucraina». In particolare, l’accordo potrebbe garantire a Rosatom un contratto da 10 miliardi di dollari per estendere la centrale nucleare iraniana di Bushehr. Tutto questo, senza trascurare che il rilancio di tale intesa - da sempre fortemente auspicata dal Cremlino - comprometterebbe ulteriormente la deterrenza dell’attuale Casa Bianca nei confronti di Mosca. E poi c’è ancora chi ha il coraggio di dire che il presidente «filorusso» era Trump! Un paradosso, questo, che riguarda anche i dem di casa nostra: molti dei quali si dicono (oggi) ferreamente antirussi, mostrando al contempo posizioni filoiraniane. Tra gli artefici dell’accordo sul nucleare del 2015 figurò l’allora Alto rappresentante Ue per gli affari esteri, Federica Mogherini. Nel gennaio 2020, il capodelegazione dem al Parlamento europeo, Brando Benifei, definì l’intesa come «il maggior risultato della politica estera europea degli ultimi anni». Era invece giugno scorso, quando la deputata dem, Lia Quartapelle, è tornata a criticare Trump per aver abbandonato l’accordo. Evidentemente tutti costoro ignorano che Putin è il primo a volere un ripristino dell’intesa. Un’intesa temuta anche dal premier israeliano, Yair Lapid (che, ricordiamolo, è un rappresentante del centrosinistra e che ha ribadito ieri a Macron la sua contrarietà all’accordo). Esattamente come Biden, vari esponenti del Pd sostengono il rilancio di un accordo che renderebbe di fatto inefficaci le sanzioni imposte a Mosca. Quello stesso Pd che, al contempo, ostenta (presunte) credenziali antirusse. E intanto la logica latita. Per non parlare della coerenza.
La senatrice Stefania Craxi durante la discussione, in Senato, del Disegno di Legge n.104 - Disposizioni in materia di morte medicalmente assistita (Ansa)
Uno in particolare «riguarda il ruolo del servizio sanitario nazionale, e prevede che l’assistenza alla morte medicalmente assistita possa avvenire attraverso i medici ospedalieri o di medicina generale, su base volontaria e gratuita, nell’ambito dell’attività libero professionale ovvero in intra moenia». Forza Italia vuole consentire ai medici pagati dai contribuenti di agevolare la morte, ma senza che si sappia in giro. L’intento è forse di assecondare Marina Berlusconi che ha dichiarato: «Se parliamo di aborto, fine vita o diritti Lgbtq, mi sento più in sintonia con la sinistra di buon senso». Secondo Stefania Craxi l’iniziativa invece mira a «portare a conclusione l’iter di una legge seria e condivisa, rispettosa di tutte le sensibilità, in primis del mondo cattolico. Una legge che gode di ampio consenso nell’opinione pubblica». Per la verità pare che gli italiani abbiano molto d’altro a cui pensare e di certo la proposta avanzata dagli azzurri fa più felice il Pd che Fratelli d’Italia che con Ignazio Zullo non si pronunciano. Nelle commissioni Giustizia e Affari sociali del Senato dove l’opposizione non ha presentato alcuna proposta - sostiene Ilaria Cucchi (Pd) che «il testo della maggioranza è una farsa» - e solo Ivan Scalfarotto ha cercato di far valere le posizioni dell’associazione Luca Coscioni, Forza Italia ha presentato sei emendamenti. Che superano a sinistra e di molto quanto concordato dalla maggioranza. Si consente di offrire il suicidio assistito non solo a chi dipende dalle macchine perché ha un organo vitale fuori uso, ma anche a chi è sottoposto a generici «trattamenti sanitari di sostegno vitale».
È vero che in quella direzione si è pronunciata la Corte Costituzionale, ma è anche vero che si allargano enormemente le maglie: siamo al confine dell’eutanasia. Con una formulazione assai tartufesca se da una parte si esclude che il suicidio assistito possa rientrare tra le prestazioni del servizio sanitario dall’altra però si consente ai medici del servizio sanitario nazionale di prestare assistenza purché lo facciano «privatamente» ancorché usando le strutture pubbliche. Altra concessione è quella che allinea la legge ai voleri della Consulta quando si afferma che gli «strumenti di eventuale supporto all’autosomministrazione del suicidio devono essere reperiti dal Cnr». Uniche concessioni al testo base di maggioranza – come si sa quello del Pd è stato respinto - l’obiezione di coscienza e l’affermazione che il servizio sanitario nazionale «garantisce le cure palliative del dolore e l’assistenza domiciliare continua alle persone in condizione di grave non autosufficienza». Perché questa vicinanza verso le posizioni dell’opposizione? Stefania Craxi spiega: «La finalità è arrivare all’approvazione della legge entro la fine della legislatura». Anche a costo di dire ai medici dei nostri ospedali: andate e portate la buona morte a tutti! Pierantonio Zanettin il relatore per FI però si lascia scappare: «Ho sempre sostenuto che su questa materia i partiti dovrebbero lasciare libertà di coscienza».
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I disordini nelle periferie europee e le crescenti tensioni sociali mostrano una realtà innegabile: i vecchi modelli di accoglienza indiscriminata sono falliti. Secondo l’onorevole Sara Kelany l’integrazione non può essere subita, deve essere governata. “La sinistra per anni ha alimentato l'irregolarità con un buonismo di facciata che ha solo creato zone franche e caporalato. Con il Governo Meloni la musica è cambiata: in Italia si rispettano le leggi italiane e chi non ci sta, torna a casa”.
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Al centro della vicenda c’è la famiglia Benigni: Enzo, azionista di riferimento di Elt Group, e la figlia Domitilla, oggi al vertice operativo dell’azienda. Una galassia privata che negli anni ha costruito un equilibrio peculiare: abbastanza vicina allo Stato da rivendicare il proprio carattere strategico, abbastanza autonoma da raccoglierne i benefici in forma privata. Nel 2025 Elt ha riportato un valore della produzione di 401,6 milioni di euro, rispetto ai 373,3 milioni dello scorso esercizio, mentre il fatturato ammonta a 304 milioni, inoltre l’acquisizione di nuovi ordini tocca complessivamente il record di 700,6 milioni.
Numeri che riaccendono l’ipotesi di riassetto dell’azionariato. Un elemento spesso trascurato è che Leonardo non è un soggetto esterno alla partita: possiede già il 31,33% del capitale di Elt Group. Accanto a Leonardo siedono la famiglia Benigni con il 35,34% e la francese Thales con il 33,33%. La questione, quindi, non riguarda un eventuale ingresso di Leonardo, ma un possibile rafforzamento della sua presenza o il coinvolgimento di Cassa pepositi e prestiti. Cosa c’entra Cdp? Il caso helmon rende il quadro più concreto. Il 5 marzo 2025 Cdp Venture Capital e Cy4Gate - la società cyber dell’orbita ELT Group quotata in Borsa - hanno annunciato il lancio di helmon, nuovo operatore di cybersicurezza dedicato alle pmi italiane, nato nell’ambito del Fondo Boost Innovation di Cdp. La partnership, avviata nel 2024, prevede risorse iniziali per 3 milioni di euro, estendibili fino a 9,5 milioni. Un’operazione presentata come investimento nell’innovazione ma che consolida ulteriormente i rapporti tra Cdp e il gruppo riconducibile alla famiglia Benigni proprio mentre resta aperto il tema del futuro assetto societario di Elt Group.
C’è però un nodo: Enrico Peruzzi. Marito di Domitilla Benigni e presidente esecutivo di Cy4Gate, Peruzzi ha già lavorato in Leonardo in aree legate alla strategia e alle operazioni straordinarie. Qualunque ipotesi di suo ritorno in ruoli capaci di incidere su acquisizioni o scelte industriali renderebbe inevitabile una riflessione sulla gestione dei potenziali conflitti di interesse. Può una figura così strettamente legata ai vertici di Elt Group influire su decisioni che potrebbero riguardare direttamente il gruppo stesso?
La questione diventa ancora più sensibile guardando alle attività di Cy4Gate. Attraverso Rcs Lab, il gruppo opera nel settore delle tecnologie per le intercettazioni giudiziarie: trojan, captazioni ambientali, raccolta e analisi dei dati utilizzati nelle indagini delle procure. Non si tratta di un semplice fornitore informatico ma di soggetti che agiscono all’interno di uno degli ambiti più delicati dello Stato, quello in cui il potere investigativo incontra le libertà individuali. Il caso Palamara ha già mostrato quanto siano cruciali i temi della gestione dei dati, della catena di custodia e dei controlli tecnici sulle intercettazioni. La questione non riguarda soltanto la validità processuale delle captazioni, ma anche la governance delle infrastrutture tecnologiche che le rendono possibili.
Il dossier Elt Group incrocia così quattro dimensioni. Industriale: qual è il reale posizionamento competitivo dell’azienda? Finanziaria: eventuali interventi pubblici creano valore nazionale o valorizzano soprattutto gli azionisti esistenti? Governance: come vengono gestiti i possibili conflitti di interesse? Istituzionale: esistono adeguati strumenti di controllo sulle tecnologie utilizzate nella filiera delle intercettazioni?
Per Leonardo questo rappresenta uno dei primi test della nuova fase manageriale. Se Elt Group è davvero un asset strategico, ogni operazione dovrà essere accompagnata da trasparenza, valutazioni industriali verificabili e regole rigorose sulla governance. Diversamente, il rischio è che il dibattito sulla sovranità tecnologica finisca per sovrapporsi a interessi molto più tradizionali. E questa volta la posta in gioco non riguarda soltanto la difesa elettronica, ma anche cybersicurezza, spyware e dati giudiziari.
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L'intervento del segretario generale IILA, Giorgio Silli, all’evento «Crimen organizado transnacional»
Missione istituzionale a Panama per Giorgio Silli, segretario generale dell'IILA, l'Organizzazione internazionale italo-latinoamericana: al centro la formazione del personale sanitario e il rafforzamento della cooperazione contro la criminalità organizzata.
L'Italia rafforza la cooperazione con Panama sul fronte della sanità e del contrasto alla criminalità organizzata transnazionale. È questo il fulcro della missione istituzionale che il segretario generale dell'IILA (Organizzazione Internazionale Italo-latinoamericana), Giorgio Silli, ha svolto martedì 9 giugno nel Paese centroamericano.
La giornata si è aperta con la partecipazione di Silli all'evento dedicato all'alta formazione pediatrica per il personale sanitario di Panama e dell'America Centrale, un workshop promosso dall'IILA insieme all'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e ospitato dall'Ospedale Santo Tomás.
Alla cerimonia inaugurale hanno preso parte, tra gli altri, il ministro della Salute panamense Galindo Boyd, il viceministro degli Esteri Carlos Arturo Hoyos, l'ambasciatrice d'Italia a Panama Giuditta Giorgio, rappresentanti dell'Ufficio della First Lady di Panama, dell'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, dell'Hospital del Niño e della Pontificia Commissione per l'America Latina.
Nel suo intervento, Silli ha richiamato il ruolo svolto dall'IILA nella promozione della salute pubblica nei Paesi membri, ricordando come, a partire dalla pandemia di Covid-19, l'organizzazione abbia intensificato il trasferimento di competenze tecnico-scientifiche italiane altamente specializzate a sostegno dei sistemi sanitari latinoamericani. Il segretario generale ha inoltre evidenziato la collaborazione avviata nel 2022 con l'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù attraverso un accordo quadro, annunciando l'intenzione di prorogare la cooperazione per altri quattro anni mediante la firma di un'addenda. Nel pomeriggio, la missione è proseguita con la partecipazione all'incontro organizzato dall'Ambasciata d'Italia a Panama e dall'Unidad de Análisis Financiero sul tema del contrasto alla criminalità organizzata transnazionale e al riciclaggio di denaro.
Nel corso del suo intervento, Silli ha sottolineato la necessità di rafforzare la cooperazione internazionale di fronte a organizzazioni criminali sempre più strutturate e capaci di operare oltre i confini nazionali. L'obiettivo, ha spiegato, è quello di ridurre gli spazi d'azione delle reti criminali, colpirne i meccanismi finanziari e consolidare la tenuta delle istituzioni democratiche. Il segretario generale ha inoltre ribadito l'importanza della collaborazione tra Italia e Panama, indicando nell'IILA uno strumento di dialogo e cooperazione regionale su temi di interesse comune.
A margine degli appuntamenti ufficiali, Silli ha avuto una serie di incontri istituzionali con il ministro della Salute Galindo Boyd, il viceministro per gli Affari multilaterali e la Cooperazione Carlos Guevara Mann, il viceministro degli Esteri Carlos Arturo Hoyos e il direttore generale di AMPYME, Raúl Fernández. I colloqui hanno riguardato le prospettive di collaborazione nei settori considerati prioritari per Panama.
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