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2022-08-23
Il prezzo del gas è esploso ma il tetto nazionale voluto da Pd e Azione è da somari
Ansa
I prezzi di gas ed energia elettrica ieri hanno toccato nuovi record, dando chiaramente l’idea di una situazione ormai fuori controllo. Il gas con consegna a settembre al Ttf ha toccato i 295,00 €/Mwh, per chiudere poi a 280,235 €/Mwh, con un guadagno di 22 €/Mwh rispetto all’ultima chiusura.
Il prezzo dell’energia elettrica con consegna settembre in Italia ha fatto registrare un massimo di 670 €/Mwh per poi chiudere a 650 €/Mwh. Per le consegne dell’intero anno 2023 il prezzo è stato di 569 €/Mwh. In Germania, l’energia elettrica con consegna nel primo trimestre 2023 ha toccato un massimo di 870 €/Mwh. Una volatilità da record, che pone in serio pericolo l’intera economia continentale.
I prezzi hanno continuato la salita iniziata venerdì, quando si è saputo della chiusura per tre giorni del gasdotto Nord Stream 1 per manutenzione, che fa temere un azzeramento dei flussi dalla Russia. Se ciò accadesse, la Germania non avrebbe gas sufficiente per i propri utilizzi e dovrebbe ricorrere a pesantissimi razionamenti. In sintesi, la riduzione dei consumi di gas, che pure c’è stata in Italia e in Germania, non è ancora sufficiente a far abbassare il prezzo. C’è ancora troppa domanda rispetto all’offerta, soprattutto considerando il fatto che tutta Europa sta correndo per colmare gli stoccaggi, ancora lontani dal riempimento obiettivo.
La cosa peggiore registrata ieri è senza dubbio il silenzio tombale della Commissione europea a Bruxelles e del governo italiano. Non una parola da parte dei responsabili dei due esecutivi, mentre altre devastanti picconate al sistema industriale europeo venivano assestate.
Si sono sentite le voci, invece, di qualche candidato alle elezioni in Italia. Enrico Letta, intervistato a Radio 24, ha rispolverato alcune idee sul tema energetico. La proposta di Letta - alla quale si è accodato anche il leader di Azione, Carlo Calenda - è quella di un tetto al prezzo dell’energia elettrica a livello nazionale, imitando ciò che ha fatto la Spagna. Il meccanismo spagnolo funziona discretamente, è vero, ma non è replicabile fuori dalla penisola iberica. Il cap iberico prevede che ci sia un prezzo massimo del gas, fissato dal governo, applicato a chi con il gas produce energia elettrica. Quando il produttore offre la propria energia in borsa lo farà quindi sulla base di quel prezzo del gas, non del suo costo reale. Questo fa sì che il prezzo marginale dell’energia elettrica prodotta con gli impianti a gas risulti effettivamente più basso. Questo prezzo viene poi mediato con il prezzo marginale ottenuto dalle fonti rinnovabili (normalmente più basso) e applicato ai consumatori finali. Su questi ultimi però pesa un costo, pari alla differenza tra il prezzo del gas imposto dal governo e quello reale sostenuto dal produttore di energia. Nel complesso, il consumatore finale paga meno di quanto avrebbe pagato in assenza del cap. Il requisito essenziale di questo meccanismo è però il sostanziale isolamento elettrico della penisola iberica, che evita influenze sui prezzi degli altri Paesi. Se questo sistema fosse applicato all’Italia, che ha interconnessioni con Grecia, Slovenia, Austria, Svizzera e Francia, considerato l’algoritmo che calcola i prezzi, nelle zone di confine risulterebbero incentivi ad esportare energia dall’Italia, vanificando il cap stesso. L’ipotesi del tetto alla spagnola era stata già archiviata dal ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani due mesi fa: «Abbiamo studiato a fondo la questione, però il caso iberico non è replicabile come formula nel nostro Paese per una serie di motivi. O lo fa tutta l’Europa, oppure rischieremmo di rimanere isolati, visto che noi, purtroppo, siamo interconnessi».
Il segretario dem, come anche Calenda in mattinata, ha poi fatto cenno anche al tetto al prezzo del gas a livello europeo, di cui si parla a vuoto da mesi e ormai diventato una creatura mitologica. Come sempre, quando si parla di tetto al prezzo del gas si evita di spiegare a cosa ci si riferisce, per il semplice motivo che chi ne parla non sa come funziona. Se lo sapesse, saprebbe anche che non è praticabile. O meglio, è possibile, ma è necessario che qualcuno paghi la differenza tra il tetto e il prezzo reale. Sarebbe opportuno, quindi, che quando un candidato parla di «tetto ai prezzi» spiegasse anche dove reperire le risorse necessarie.
Mentre il cancelliere tedesco Olaf Scholz è in Canada per cercare di portare a casa un po’ di Lng, sindacati e operatori ferroviari tedeschi hanno pubblicamente espresso forti perplessità in merito al piano per dare una priorità al traffico ferroviario di carbone. La priorità al trasporto di carbone (secondo, dopo i trasporti militari) comporta che ci sarà una lotta per occupare gli spazi residui, determinando inefficienze e disservizi sull’utilizzo della rete ferroviaria. Una rete che, ha riconosciuto lo stesso ministro tedesco ai trasporti Volker Wissing, è carente e bisognosa quegli investimenti che per trent’anni non sono stati fatti.
Intanto la Bulgaria ha annunciato di voler seguire le orme dell’Ungheria, avviando un negoziato con la Russia per avere gas da Gazprom in vista dell’autunno. Il ministro bulgaro Rossen Hristov ha affermato che il suo Paese non ha gas sufficiente per ottobre e mesi seguenti, dopo che un contratto per ricevere Lng dall’americana Cheniere non è andato a buon fine per questioni di prezzo. Un’altra spaccatura nel fronte europeo, sempre meno compatto e sempre più in crisi.
L’autogol Usa sul nucleare iraniano rende inutili le sanzioni a Mosca
L’ennesimo cortocircuito di Joe Biden potrebbe realizzarsi molto presto. Il controverso accordo sul nucleare con l’Iran sarebbe infatti a un passo dall’essere ufficialmente rilanciato. In particolare, secondo Cnn, la situazione si sarebbe sbloccata dopo che Teheran ha rinunciato a pretendere dagli americani che le Guardie della rivoluzione fossero eliminate dalla lista delle organizzazioni terroristiche. In questo contesto, un alto funzionario statunitense ha definito «più vicino» il rilancio dell’intesa. Non sarà del resto un caso che, domenica, Biden abbia avuto una conversazione con Emmanuel Macron, Olaf Scholz e Boris Johnson per parlare (tra le altre cose) di Iran. A mostrarsi aperturista sul tema è stata ieri anche Bruxelles. È pur vero che, sempre ieri, la Repubblica islamica ha fatto sapere che ci sono ancora degli scogli nelle trattative. Ma le indiscrezioni che vedono l’intesa in dirittura d’arrivo continuano a circolare.
Più specificamente, citando fonti a conoscenza del testo dell’accordo, Al Jazeera ha riferito che «la proposta prevede che il giorno successivo alla firma dell’accordo verranno revocate le sanzioni a 17 banche iraniane e a 150 istituzioni economiche». «Entro 120 giorni dalla firma dell’accordo», si legge ancora, «l’Iran potrà esportare 50 milioni di barili di petrolio al giorno. L’accordo include anche il rilascio di 7 miliardi di dollari di fondi iraniani, che sono attualmente detenuti in Corea del Sud». «Gli Usa», conclude Al Jazeera, «dovranno pagare una multa nel caso in cui si ritirino nuovamente dall’accordo sul nucleare, come han fatto sotto l’amministrazione dell’ex presidente Donald Trump nel 2018».
Se tutto questo fosse confermato, si configurerebbe un disastro su vari fronti. In primis, Israele è preoccupatissimo. Il Times of Israel ha riferito sabato che la Casa Bianca sta cercando di rassicurare Gerusalemme senza tuttavia riuscirci. Divergenze sulla questione del nucleare iraniano erano d’altronde emerse già a luglio, durante la visita di Biden in Israele: anche all’epoca, il Times of Israel parlò di «frustrazione» da parte del governo di Gerusalemme nei confronti della politica iraniana dell’attuale Casa Bianca. Al di là della minaccia nucleare, ricordiamo per inciso che la Repubblica islamica spalleggia Hezbollah e Hamas.
In secondo luogo, se firmasse presto un accordo a simili condizioni, Biden scatenerebbe un cortocircuito. Da una parte, il presidente americano ha imposto sanzioni energetiche alla Russia, con il blocco europeo che ha fatto altrettanto. Dall’altra, si appresta a revocare la pressione su quell’Iran che della Russia è uno dei principali alleati. A marzo il ministro del petrolio iraniano, Javad Owji, disse che avrebbe sostenuto Mosca contro le sanzioni occidentali, mentre a luglio Gazprom ha siglato con Teheran un accordo da 40 miliardi di dollari nel settore del petrolio e del gas. Rilanciando l’accordo sul nucleare, Biden offrirebbe quindi di fatto a Vladimir Putin delle scappatoie indirette alle sanzioni comminate dall’Occidente. Col risultato che, a pagarne le conseguenze, sarebbero i Paesi più economicamente in difficoltà del blocco euroatlantico (a partire dall’Italia).
Era d’altronde lo scorso marzo, quando il Jerusalem Post citò uno studio dell’Institute of science and international security, secondo cui «la Russia potrebbe utilizzare l’emergente accordo nucleare con l’Iran per conservare miliardi di dollari nel commercio nucleare come scappatoia alle sanzioni occidentali per la sua invasione dell’Ucraina». In particolare, l’accordo potrebbe garantire a Rosatom un contratto da 10 miliardi di dollari per estendere la centrale nucleare iraniana di Bushehr. Tutto questo, senza trascurare che il rilancio di tale intesa - da sempre fortemente auspicata dal Cremlino - comprometterebbe ulteriormente la deterrenza dell’attuale Casa Bianca nei confronti di Mosca. E poi c’è ancora chi ha il coraggio di dire che il presidente «filorusso» era Trump!
Un paradosso, questo, che riguarda anche i dem di casa nostra: molti dei quali si dicono (oggi) ferreamente antirussi, mostrando al contempo posizioni filoiraniane. Tra gli artefici dell’accordo sul nucleare del 2015 figurò l’allora Alto rappresentante Ue per gli affari esteri, Federica Mogherini. Nel gennaio 2020, il capodelegazione dem al Parlamento europeo, Brando Benifei, definì l’intesa come «il maggior risultato della politica estera europea degli ultimi anni». Era invece giugno scorso, quando la deputata dem, Lia Quartapelle, è tornata a criticare Trump per aver abbandonato l’accordo. Evidentemente tutti costoro ignorano che Putin è il primo a volere un ripristino dell’intesa. Un’intesa temuta anche dal premier israeliano, Yair Lapid (che, ricordiamolo, è un rappresentante del centrosinistra e che ha ribadito ieri a Macron la sua contrarietà all’accordo). Esattamente come Biden, vari esponenti del Pd sostengono il rilancio di un accordo che renderebbe di fatto inefficaci le sanzioni imposte a Mosca. Quello stesso Pd che, al contempo, ostenta (presunte) credenziali antirusse. E intanto la logica latita. Per non parlare della coerenza.
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Nuovo record a 295 euro/Mwh per le minacce di Gazprom. La sinistra invoca il modello spagnolo, peccato che non sia replicabile in Italia. Anzi, ci farebbe perdere altra energia.Rimesso in gioco da Joe Biden, il regime iraniano garantirà miliardi di commesse extra alla Russia.Lo speciale contiene due articoli.I prezzi di gas ed energia elettrica ieri hanno toccato nuovi record, dando chiaramente l’idea di una situazione ormai fuori controllo. Il gas con consegna a settembre al Ttf ha toccato i 295,00 €/Mwh, per chiudere poi a 280,235 €/Mwh, con un guadagno di 22 €/Mwh rispetto all’ultima chiusura.Il prezzo dell’energia elettrica con consegna settembre in Italia ha fatto registrare un massimo di 670 €/Mwh per poi chiudere a 650 €/Mwh. Per le consegne dell’intero anno 2023 il prezzo è stato di 569 €/Mwh. In Germania, l’energia elettrica con consegna nel primo trimestre 2023 ha toccato un massimo di 870 €/Mwh. Una volatilità da record, che pone in serio pericolo l’intera economia continentale.I prezzi hanno continuato la salita iniziata venerdì, quando si è saputo della chiusura per tre giorni del gasdotto Nord Stream 1 per manutenzione, che fa temere un azzeramento dei flussi dalla Russia. Se ciò accadesse, la Germania non avrebbe gas sufficiente per i propri utilizzi e dovrebbe ricorrere a pesantissimi razionamenti. In sintesi, la riduzione dei consumi di gas, che pure c’è stata in Italia e in Germania, non è ancora sufficiente a far abbassare il prezzo. C’è ancora troppa domanda rispetto all’offerta, soprattutto considerando il fatto che tutta Europa sta correndo per colmare gli stoccaggi, ancora lontani dal riempimento obiettivo.La cosa peggiore registrata ieri è senza dubbio il silenzio tombale della Commissione europea a Bruxelles e del governo italiano. Non una parola da parte dei responsabili dei due esecutivi, mentre altre devastanti picconate al sistema industriale europeo venivano assestate.Si sono sentite le voci, invece, di qualche candidato alle elezioni in Italia. Enrico Letta, intervistato a Radio 24, ha rispolverato alcune idee sul tema energetico. La proposta di Letta - alla quale si è accodato anche il leader di Azione, Carlo Calenda - è quella di un tetto al prezzo dell’energia elettrica a livello nazionale, imitando ciò che ha fatto la Spagna. Il meccanismo spagnolo funziona discretamente, è vero, ma non è replicabile fuori dalla penisola iberica. Il cap iberico prevede che ci sia un prezzo massimo del gas, fissato dal governo, applicato a chi con il gas produce energia elettrica. Quando il produttore offre la propria energia in borsa lo farà quindi sulla base di quel prezzo del gas, non del suo costo reale. Questo fa sì che il prezzo marginale dell’energia elettrica prodotta con gli impianti a gas risulti effettivamente più basso. Questo prezzo viene poi mediato con il prezzo marginale ottenuto dalle fonti rinnovabili (normalmente più basso) e applicato ai consumatori finali. Su questi ultimi però pesa un costo, pari alla differenza tra il prezzo del gas imposto dal governo e quello reale sostenuto dal produttore di energia. Nel complesso, il consumatore finale paga meno di quanto avrebbe pagato in assenza del cap. Il requisito essenziale di questo meccanismo è però il sostanziale isolamento elettrico della penisola iberica, che evita influenze sui prezzi degli altri Paesi. Se questo sistema fosse applicato all’Italia, che ha interconnessioni con Grecia, Slovenia, Austria, Svizzera e Francia, considerato l’algoritmo che calcola i prezzi, nelle zone di confine risulterebbero incentivi ad esportare energia dall’Italia, vanificando il cap stesso. L’ipotesi del tetto alla spagnola era stata già archiviata dal ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani due mesi fa: «Abbiamo studiato a fondo la questione, però il caso iberico non è replicabile come formula nel nostro Paese per una serie di motivi. O lo fa tutta l’Europa, oppure rischieremmo di rimanere isolati, visto che noi, purtroppo, siamo interconnessi». Il segretario dem, come anche Calenda in mattinata, ha poi fatto cenno anche al tetto al prezzo del gas a livello europeo, di cui si parla a vuoto da mesi e ormai diventato una creatura mitologica. Come sempre, quando si parla di tetto al prezzo del gas si evita di spiegare a cosa ci si riferisce, per il semplice motivo che chi ne parla non sa come funziona. Se lo sapesse, saprebbe anche che non è praticabile. O meglio, è possibile, ma è necessario che qualcuno paghi la differenza tra il tetto e il prezzo reale. Sarebbe opportuno, quindi, che quando un candidato parla di «tetto ai prezzi» spiegasse anche dove reperire le risorse necessarie.Mentre il cancelliere tedesco Olaf Scholz è in Canada per cercare di portare a casa un po’ di Lng, sindacati e operatori ferroviari tedeschi hanno pubblicamente espresso forti perplessità in merito al piano per dare una priorità al traffico ferroviario di carbone. La priorità al trasporto di carbone (secondo, dopo i trasporti militari) comporta che ci sarà una lotta per occupare gli spazi residui, determinando inefficienze e disservizi sull’utilizzo della rete ferroviaria. Una rete che, ha riconosciuto lo stesso ministro tedesco ai trasporti Volker Wissing, è carente e bisognosa quegli investimenti che per trent’anni non sono stati fatti.Intanto la Bulgaria ha annunciato di voler seguire le orme dell’Ungheria, avviando un negoziato con la Russia per avere gas da Gazprom in vista dell’autunno. Il ministro bulgaro Rossen Hristov ha affermato che il suo Paese non ha gas sufficiente per ottobre e mesi seguenti, dopo che un contratto per ricevere Lng dall’americana Cheniere non è andato a buon fine per questioni di prezzo. Un’altra spaccatura nel fronte europeo, sempre meno compatto e sempre più in crisi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/prezzo-gas-esploso-2657900370.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lautogol-usa-sul-nucleare-iraniano-rende-inutili-le-sanzioni-a-mosca" data-post-id="2657900370" data-published-at="1661238372" data-use-pagination="False"> L’autogol Usa sul nucleare iraniano rende inutili le sanzioni a Mosca L’ennesimo cortocircuito di Joe Biden potrebbe realizzarsi molto presto. Il controverso accordo sul nucleare con l’Iran sarebbe infatti a un passo dall’essere ufficialmente rilanciato. In particolare, secondo Cnn, la situazione si sarebbe sbloccata dopo che Teheran ha rinunciato a pretendere dagli americani che le Guardie della rivoluzione fossero eliminate dalla lista delle organizzazioni terroristiche. In questo contesto, un alto funzionario statunitense ha definito «più vicino» il rilancio dell’intesa. Non sarà del resto un caso che, domenica, Biden abbia avuto una conversazione con Emmanuel Macron, Olaf Scholz e Boris Johnson per parlare (tra le altre cose) di Iran. A mostrarsi aperturista sul tema è stata ieri anche Bruxelles. È pur vero che, sempre ieri, la Repubblica islamica ha fatto sapere che ci sono ancora degli scogli nelle trattative. Ma le indiscrezioni che vedono l’intesa in dirittura d’arrivo continuano a circolare. Più specificamente, citando fonti a conoscenza del testo dell’accordo, Al Jazeera ha riferito che «la proposta prevede che il giorno successivo alla firma dell’accordo verranno revocate le sanzioni a 17 banche iraniane e a 150 istituzioni economiche». «Entro 120 giorni dalla firma dell’accordo», si legge ancora, «l’Iran potrà esportare 50 milioni di barili di petrolio al giorno. L’accordo include anche il rilascio di 7 miliardi di dollari di fondi iraniani, che sono attualmente detenuti in Corea del Sud». «Gli Usa», conclude Al Jazeera, «dovranno pagare una multa nel caso in cui si ritirino nuovamente dall’accordo sul nucleare, come han fatto sotto l’amministrazione dell’ex presidente Donald Trump nel 2018». Se tutto questo fosse confermato, si configurerebbe un disastro su vari fronti. In primis, Israele è preoccupatissimo. Il Times of Israel ha riferito sabato che la Casa Bianca sta cercando di rassicurare Gerusalemme senza tuttavia riuscirci. Divergenze sulla questione del nucleare iraniano erano d’altronde emerse già a luglio, durante la visita di Biden in Israele: anche all’epoca, il Times of Israel parlò di «frustrazione» da parte del governo di Gerusalemme nei confronti della politica iraniana dell’attuale Casa Bianca. Al di là della minaccia nucleare, ricordiamo per inciso che la Repubblica islamica spalleggia Hezbollah e Hamas. In secondo luogo, se firmasse presto un accordo a simili condizioni, Biden scatenerebbe un cortocircuito. Da una parte, il presidente americano ha imposto sanzioni energetiche alla Russia, con il blocco europeo che ha fatto altrettanto. Dall’altra, si appresta a revocare la pressione su quell’Iran che della Russia è uno dei principali alleati. A marzo il ministro del petrolio iraniano, Javad Owji, disse che avrebbe sostenuto Mosca contro le sanzioni occidentali, mentre a luglio Gazprom ha siglato con Teheran un accordo da 40 miliardi di dollari nel settore del petrolio e del gas. Rilanciando l’accordo sul nucleare, Biden offrirebbe quindi di fatto a Vladimir Putin delle scappatoie indirette alle sanzioni comminate dall’Occidente. Col risultato che, a pagarne le conseguenze, sarebbero i Paesi più economicamente in difficoltà del blocco euroatlantico (a partire dall’Italia). Era d’altronde lo scorso marzo, quando il Jerusalem Post citò uno studio dell’Institute of science and international security, secondo cui «la Russia potrebbe utilizzare l’emergente accordo nucleare con l’Iran per conservare miliardi di dollari nel commercio nucleare come scappatoia alle sanzioni occidentali per la sua invasione dell’Ucraina». In particolare, l’accordo potrebbe garantire a Rosatom un contratto da 10 miliardi di dollari per estendere la centrale nucleare iraniana di Bushehr. Tutto questo, senza trascurare che il rilancio di tale intesa - da sempre fortemente auspicata dal Cremlino - comprometterebbe ulteriormente la deterrenza dell’attuale Casa Bianca nei confronti di Mosca. E poi c’è ancora chi ha il coraggio di dire che il presidente «filorusso» era Trump! Un paradosso, questo, che riguarda anche i dem di casa nostra: molti dei quali si dicono (oggi) ferreamente antirussi, mostrando al contempo posizioni filoiraniane. Tra gli artefici dell’accordo sul nucleare del 2015 figurò l’allora Alto rappresentante Ue per gli affari esteri, Federica Mogherini. Nel gennaio 2020, il capodelegazione dem al Parlamento europeo, Brando Benifei, definì l’intesa come «il maggior risultato della politica estera europea degli ultimi anni». Era invece giugno scorso, quando la deputata dem, Lia Quartapelle, è tornata a criticare Trump per aver abbandonato l’accordo. Evidentemente tutti costoro ignorano che Putin è il primo a volere un ripristino dell’intesa. Un’intesa temuta anche dal premier israeliano, Yair Lapid (che, ricordiamolo, è un rappresentante del centrosinistra e che ha ribadito ieri a Macron la sua contrarietà all’accordo). Esattamente come Biden, vari esponenti del Pd sostengono il rilancio di un accordo che renderebbe di fatto inefficaci le sanzioni imposte a Mosca. Quello stesso Pd che, al contempo, ostenta (presunte) credenziali antirusse. E intanto la logica latita. Per non parlare della coerenza.
La Ferrari elettrica Luce (Ansa)
Dalle parti di Maranello, il vernisage per la nuova Ferrari Luce, la prima vettura 100% elettrica di serie mai prodotta dalla casa del Cavallino rampante, era vista come un evento destinato a monopolizzare l’opinione pubblica. Monopolizzare e dividere, queste reazioni erano tenute in conto. Certamente non si aspettavano l’ondata di critiche piombate sul nuovo bolide multicolore del Cavallino e, per osmosi, sul John Elkann, che di questo progetto è il papà, quantomeno spirituale.
Dalle parti del capo di Exor, a parlare sono spesso (se non soprattutto) i quattrini: e la reazione della Borsa alla presentazione di Luce non deve essere piaciuta molto a Jaki. Tra i «puristi» della Rossa che sostengono che il nuovo modello si allontani troppo dall’identità storica di Ferrari, fatta di motori termici, con sound e design che ne hanno fatto un mito, ci sono evidentemente anche gli investitori: il titolo ha chiuso la seduta di stamane perdendo l’8,37% e attestandosi a 284,05 euro per azione. Una evidente bocciatura del mercato a tutta l’operazione. Elkann, Benedetto Vigna (ad di Ferrari) e Piero Ferrari (figlio del Drake) oggi l’hanno portata «in trionfo» per le vie di Roma, presentandola sia a papa Leone XIV sia al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Ma la doppia benedizione, papale e quirinalizia, alla vettura non è servita. Appassionati del marchio, addetti del settore, semplici tifosi della Rossa hanno emesso il proprio verdetto: la macchina «è brutta», è il commento che va per la maggiore.
C’è chi l’ha paragonata alla Fiat Multipla degli anni Novanta, chi alla recente Nissan Leaf; chi a un modello orientale; altri hanno esibito elaborazioni alla buona fatte con l’Intelligenza artificiale, mostrando risultati sicuramente più godibili a livello estetico. «Elettrica, costossima e, dal punto di vista estetico, si commenta da sola... Sembra tutto fuorché un’auto del Cavallino. E questa sarebbe “innovazione”? Chissà Enzo Ferrari cosa direbbe...», ha scritto sui social il leader della Lega e il vicepremier, Matteo Salvini. Intercettando l’umore della stra-grande maggioranza degli italiani (ma non solo).
In effetti, per portare a casa una Luce, bisogna mettere mano ad almeno 550.000 euro. Mezzo milione per avere «oltre 530 km di autonomia nel ciclo europeo Wltp, grazie a una batteria da 122 kWh e architettura a 800 volt», dice la presentazione ufficiale. Numeri importanti, ma da declinare in salsa rossa: se la si guida come una Ferrari, l’autonomia rischia di essere minore perché i 1.000 cavalli elettrici invitano inevitabilmente a una guida aggressiva. E accelerazioni violente e velocità elevate sono i peggiori nemici delle batterie. E non si compra una Ferrari per andare in giro con il piede leggero...
Al di là delle batterie, due sono le critiche più feroci mosse a Luce: perdita del suono del motore termico e design. Per chi ama sentire il rombo di un V8 o di un V12, la «componente emozionale» che simula «vibrazioni e sonorità per restituire sensazioni più vicine possibili alle tradizionali sportive» (in pratica, il suono del motore esce da delle casse «amplificato come accade con una chitarra elettrica») è un’eresia.
Il vero pomo della discordia, comunque, è il design. Le prestazioni assicurate, almeno fintanto che la batteria è carica, possono anche essere da vera Ferrari (a livello tecnico, l’innovazione rappresenta un vero sforzo ingegneristico visto che sono stati brevettati 60 progetti collegati a Luce). Ma la linea è quella di una Apple car. Il riferimento alla società di Cupertino non è casuale, visto che a disegnarla è stato il collettivo creativo fondato dall’ex Apple, Jony Ive e da Marc Newson. Ma perché, se tutto il mondo riconosce nella Ferrari uno dei simboli ancora viventi dello «stile italiano», si è sentito il bisogno di far disegnare la vettura più di rottura della propria storia da chi, della Ferrari, non sa nulla? Che non ha mai disegnato un’auto ma solo uno smartphone? Mistero, e neanche tanto buffo. «Questo nuovo modello tramanda nel futuro i valori che rendono la Ferrari immediatamente riconoscibile in tutto il mondo», ha detto il presidente della Ferrari, John Elkann. Luca Cordero di Montezemolo, che ha legato a Maranello la fase più vincente della sua carriera professionale, a margine dell’assemblea annuale di Confindustria ha lanciato bordate: «Se dovessi dire quello che penso dovrei dire cose molto spiacevoli. Preferisco non commentare. Spero che qualcuno tolga il Cavallino da quella macchina. La Cina? Sicuramente i cinesi non ci copieranno questa macchina». Un concetto, quest’ultimo ripreso anche da Flavio Briatore in un video di sfottò sui social. Se non sono sentenze tombali, poco ci manca. Tra i detrattori del progetto c’è Carlo Calenda: «La Ferrari Luce è un insulto estetico e tecnologico per chi ama la Ferrari o, come nel mio caso, ci ha lavorato. Complimenti a Elkann che dopo aver semidistrutto o alienato Marelli, Comau, Iveco, Fiat, Alfa, Maserati, Lancia, Scuderia Ferrari , Juventus, Repubblica, ora ci prova con Ferrari. E non era facile», ha scritto il leader di Azione su X. «La prima auto elettrica Ferrari scontenta tutti», commenta il presidente di Federcarrozzieri, Davide Galli, «Una strategia che, almeno al momento, appare sbagliata e che potrebbe rivelarsi un boomerang per la casa automobilistica».
Ultimo appunto: la Luce è stata presentata a Roma, nella Vela di Calatrava, e non a Maranello. Forse anche per non incappare nelle ire dello spirito del Drake.
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Dario Amodei (Getty Images)
Olah non ha seguito un percorso universitario tradizionale e non ha conseguito una laurea. Frequentò l’università per circa un anno, poi la lasciò per stare vicino a un conoscente accusato di terrorismo, poi prosciolto da tutte le accuse. Nel 2012 Olah ha ricevuto il Thiel Fellowship, una borsa da 100.000 dollari destinata agli under 22 che rinunciano agli studi universitari per sviluppare i propri progetti, finanziata da Peter Thiel, lo stesso che ha fondato Palantir, la nota azienda di sorveglianza di massa. Com’è piccola la California.
Da quel momento Olah si è dedicato agli algoritmi. Un tirocinio in Google Brain, il gruppo di ricerca poi confluito in DeepMind, dove ha contribuito al progetto DeepDream, rete neurale capace di generare immagini allucinatorie. Nel 2018 è entrato in OpenAI come capo tecnico del gruppo di interpretabilità, poi nel 2021 è diventato uno dei cofondatori di Anthropic, dove guida tuttora la ricerca sulla stessa materia. La sua specialità, l’interpretabilità dei modelli linguistici, consiste nello studio dei meccanismi interni con cui un modello di Intelligenza artificiale arriva alle sue risposte. Nel 2024 il Time lo ha inserito nella lista dei cento protagonisti più influenti dell’IA.
Il nome più noto di Anthropic è però Amodei, ovvero la coppia dei fratelli Amodei. Dario e Daniela, 43 e 39 anni, sono nati a San Francisco da genitori italiani. Il geniaccio è Dario, che ha studiato fisica nelle prestigiose università Caltech, Stanford e Princeton. Daniela si è data da fare in letteratura inglese e musica all’Università della California di Santa Cruz. Poi entrambi hanno lavorato in OpenAI, il rivale guidato da Sam Altman, prima di lasciare e fondare Anthropic nel 2021, insieme a Olah e ad altri ex colleghi. Dario è ceo e si occupa dei modelli, Daniela è presidente e gestisce l’organizzazione, le finanze, le relazioni con i clienti. L’azienda, con sede a San Francisco, è oggi valutata intorno ai 500 miliardi di dollari ma viaggia verso valutazioni stellari da 900 miliardi.
All’inizio del 2026 Anthropic è diventata celebre per aver rifiutato di allentare i propri vincoli etici sull’uso militare di Claude, rinunciando a un contratto da circa 200 milioni di dollari con il Dipartimento della Difesa americano. L’azienda si è opposta alla richiesta di consentire l’uso indiscriminato dei propri modelli per la sorveglianza di massa e per le armi autonome. Il Pentagono ha poi siglato accordi con otto altri colossi, OpenAI e Google incluse, escludendo esplicitamente Anthropic.
Il gesto ha avuto un costo reale ma ha fruttato un capitale reputazionale enorme, dando ad Anthropic la targa di unica «Big tech etica». Ora, con la casacca dei buoni indosso, gli Amodei e Olah costruiscono la propria identità pubblica attorno alla narrativa di un’azienda che conosce i rischi dell’IA meglio di chiunque altra, che li racconta ad alta voce, che accetta di perdere contratti pur di non tradire i propri principi.
Dario Amodei interviene spesso sull’impatto potenzialmente catastrofico dell’Intelligenza artificiale. Olah invoca controlli esterni all’industria. Daniela cita Joan Didion e Umberto Eco, parlando di quanto sia importante non ripetere gli errori dei social media. Dietro le quinte, in un gioco di vedo-non vedo che stuzzica gli appetiti, si parla di Mythos, un altro prodotto della premiata ditta, così devastante che i creatori avrebbero deciso di non divulgarlo. Una specie di impalpabile segreto alchemico mantenuto tale dagli scrupoli etici dei creatori. La stessa azienda che evoca il rischio si presenta anche come il soggetto più adatto a costruire il rimedio.
L’invito in Vaticano per presentare l’Enciclica papale non nasce quindi dal nulla. Da aprile, Anthropic ha avviato una serie di incontri sull’etica dell’IA con leader religiosi, cominciando dai rappresentanti del mondo cristiano e annunciando di voler estendere la conversazione ad altre tradizioni.
Qualcosa stride, però. Anthropic fa mostra di nutrire dubbi sulla natura di ciò che essa stessa sta costruendo, con posizioni pubbliche che sfiorano l’ipotesi che l’Intelligenza artificiale abbia una forma embrionale di esperienza soggettiva, qualcosa di simile a un io. La tragicomica intervista di Walter Veltroni a Claude fa parte di questa rappresentazione. Sono posizioni esposte con cautela, come ipotesi di lavoro, ma contribuiscono a costruire un’aura attorno a Anthropic che è funzionale tanto alla ricerca quanto al marketing.
L’ostentata prudenza, cioè, finisce per costruire una narrazione molto favorevole all’azienda e ai suoi prodotti. Claude non appare come un semplice chatbot, ma come qualcosa di così avanzato da meritare persino domande sulla coscienza. Suggerendo cautela, relazione e perfino una possibile interiorità della macchina, si aumenta il fascino dell’oggetto da cui si invita a stare in guardia. In altri termini, oggi Anthropic produce cornici culturali, in cui si stabiliscono le paure accettabili e la lingua attraverso cui il potere tecnologico chiede la patente di coscienza critica di sé stesso.
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Il quadro resta favorevole anche per il comparto artigiano, che mostra continuità e resilienza: produzione in crescita dello 0,3%, fatturato al +0,2% e ordini esteri in aumento dello 0,7%. Numeri che confermano la capacità delle imprese lombarde, grandi e piccole, di generare valore anche in una fase segnata da tensioni geopolitiche, volatilità dei mercati e rincari delle materie prime.
Su base annua, la Lombardia continua a distinguersi per performance superiori alla media europea. La produzione industriale cresce del 2,4%, mentre l’artigianato segna un +2,0%. Ancora più significativa la dinamica del fatturato: +2,8% per l’industria e +1,9% per l’artigianato. L’export resta uno dei principali punti di forza, con il 38,9% del fatturato industriale realizzato sui mercati internazionali, mentre la domanda interna si rafforza con ordini industriali in aumento del 3,2% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Positivi anche i dati occupazionali: nell’industria il saldo tra ingressi e uscite torna favorevole (+0,4%), mentre nell’artigianato raggiunge il +0,8%. Resta contenuto il ricorso alla Cassa integrazione, a conferma della buona tenuta complessiva del sistema produttivo lombardo.
La crescita appare diffusa in diversi settori manifatturieri. Nell’industria spiccano mezzi di trasporto, legno-arredo, siderurgia, meccanica e sistema moda ad alto valore aggiunto. Nell’artigianato risultano in espansione alimentare, tessile, carta-stampa e manifatture innovative.
Restano, però, forti elementi di preoccupazione. «Teniamo duro ma non è facile», ha detto l’assessore allo Sviluppo Economico di Regione Lombardia, Guido Guidesi, «ora o c’è un cambiamento radicale rispetto ai vincoli europei e al protagonismo dei territori o rischiamo veramente di uscire dalla competitività».
Sulla stessa linea Gian Domenico Auricchio: «I numeri di questo primo trimestre confermano la tenuta e la forza del nostro sistema produttivo. In uno scenario internazionale complesso, la Lombardia continua a dimostrare competitività, capacità di esportazione e grande qualità manifatturiera».
Più cauto Giuseppe Pasini, presidente di Confindustria Lombardia, secondo cui «il 2026 per le imprese si prefigura duro e ricco di incognite». Pasini richiama l’attenzione su guerre, crisi permanenti, prezzi delle materie prime e costi energetici, sottolineando che «chi controlla l’energia e le materie prime controlla la crescita».
Dubbi condivisi anche dal mondo artigiano. «Le principali preoccupazioni degli artigiani, in questo momento, sono sicuramente l’impennata dei costi energetici e dei prezzi delle materie prime in questo contesto di crisi internazionali», ha dichiarato Stefano Fugazza, presidente Unione artigiani Lombardia.
Il quadro complessivo conferma, dunque, una Lombardia ancora forte, competitiva e proiettata sui mercati esteri, ma chiamata ad affrontare nodi strutturali decisivi: energia, materie prime, credito, competenze e ricambio generazionale.
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