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2024-07-07
Piano pandemico non aggiornato, il gip prende tempo sull’archiviazione
Silvio Brusaferro (Ansa)
Entro 90 giorni sapremo se l’ultimo filone del procedimento sul mancato aggiornamento del piano pandemico, e la sua mancata attuazione verrà archiviato, o se gli indagati verranno rinviati a giudizio. Venerdì il gip del tribunale di Roma, Anna Maria Gavoni, ha sentito gli avvocati difensori che non erano riusciti a parlare nell’udienza del 20 giugno e ora dovrà prendere una decisione nei confronti dei funzionari Ranieri Guerra, Giuseppe Ruocco, Maria Grazia Pompa, Francesco Maraglino, accusati di rifiuto di atti d’ufficio; di Claudio D’Amario, Mauro Dionisio, Loredana Vellucci e sempre Guerra e Maraglino per il reato di falso in atto pubblico; dell’ex presidente dell’Istituto superiore di sanità Silvio Brusaferro, di D’Amario e di Angelo Borrelli, ex capo della Protezione civile, per la mancata attuazione del piano pandemico nazionale.
Già era stato un buon segnale che il magistrato avesse accolto la memoria presentata da alcune decine di familiari delle vittime del Covid a Bergamo (fascicolo trasferito a Roma per competenza), che si erano opposti alla richiesta di archiviazione del sostituto procuratore di Roma, Claudia Terracina, dello scorso novembre. Il procedimento è così rimasto in pedi e nelle due ultime udienze, oltre alle persone offese e ai loro legali erano presenti gli avvocati degli indagati, che si sono riportati alle memorie e ai documenti depositati eccependo, per taluni, anche la prescrizione del reato contestato.
«La linea è sempre stata quella di sostenere che non c’era una legge che imponesse di aggiornare il piano pandemico del 2006 e qualcuno ha continuato ad affermare che era impossibile attuarlo perché nemmeno sapevano che esistesse un piano pandemico», fa sapere l’avvocato Consuelo Locati a nome del team legale dell’associazione dei familiari delle vittime. Quanto al reato di falso in atto pubblico, per i questionari con le autovalutazioni trasmessi all’agenzia Onu, nonché alla Commissione Ue fino al 4 febbraio 2020 e che dovevano informare del grado di preparazione a una eventuale emergenza sanitaria da pandemia, i funzionari della direzione Prevenzione sanitaria del ministero della Salute hanno ribadito di aver detto il vero rispondendo che l’Italia era perfettamente pronta e che avevamo anche un piano pandemico adeguato. È stato addirittura dichiarato che i questionari non sono obbligatori ma discrezionali, come se questo autorizzasse a dire una cosa per un’altra. «Però ci siamo accorti che è cambiata la strategia difensiva», evidenzia l’avvocato Locati. «Gli indagati non fanno più “gruppo”, che sostiene di non avere responsabilità, ma ognuno “corre” per sé cercando di difendersi e di non andare a processo». Anche tirando in ballo la prescrizione. «Come ha provato a fare l’ex direttore generale della Prevenzione del ministero della Salute, Giuseppe Ruocco, sostenendo che secondo lui non c’era alcun obbligo di legge di aggiornare il piano pandemico, ma se anche ci fosse stato, invoca la prescrizione perché nel 2014 non occupava più quel ruolo». Non è così pacifico, dunque, che non ci sia alcuna possibilità di condanna per questi funzionari perché, quando gli elementi acquisiti nel corso delle indagini preliminari «non consentono di formulare una ragionevole previsione di condanna bisogna chiedere l’archiviazione e non esercitare l’azione penale», come sosteneva la Procura nella richiesta del novembre scorso rifacendosi alla legge Cartabia. Afferma Locati: «Nell’udienza del 20 giugno e soprattutto in quella del 5 luglio è emerso, invece, che solo un dibattimento può accertare quali sono e se ci sono state delle responsabilità degli indagati nella gestione della pandemia».
Intanto i giornali preferiscono continuare a battere sul Covid con un ingiustificato allarme aumento contagi. Hanno ripreso il vizio di pubblicare nel fine settimana il bollettino dei nuovi casi, 2.504 tra il 20 e il 26 giugno che rappresentano un +20,1% rispetto alla settimana precedente. Dal sito del ministero della Salute attingono i dati sui test risultati positivi al Covid, 437 il 26 giugno ovvero +17,5% rispetto allo stesso giorno della settimana precedente. L’infezione «si sta facendo largo tra spiagge e turisti complicando la vita a chi cerca un po’ di sole e relax», scrive Repubblica, che distribuisce consigli a chi è sotto l’ombrellone e non vuole più sentir parlare di virus. Non sottovalutare il malessere, farsi un tampone che «non va fatto subito, semmai dopo qualche giorno» dichiara Pier Luigi Lopalco, docente di epidemiologia all’Università del Salento. Un po’ di vigile attesa è sempre indicata. Il professore invita a curarsi a casa «ma non senza aver prima consultato il medico di famiglia». Nell’elenco delle raccomandazioni ci sono tante ovvietà, come il non utilizzo degli antibiotici, di ivermectina e idrossiclorochina, antivirali solo se servono e buon Covid estivo a tutti.
Liste d’attesa, tra gli emendamenti lo stop ai vaccini coatti per i minori
Allineare l’Italia alle normative europee e internazionali riducendo il numero di vaccini obbligatori nei minori, promuovendo un approccio basato sull’informazione e il consenso informato: è l’obiettivo dell’emendamento presentato dalla Lega al decreto Liste d’attesa, al vaglio del Senato. Nel dettaglio, la proposta è di cancellare l’obbligo e rendere solo «raccomandati», per i minori fino a 16 anni e i minori stranieri non accompagnati, la vaccinazione contro morbillo, rosolia, parotite e varicella e di consentire, ai bambini che non sono stati vaccinati per quelle malattie, di essere iscritti alle scuole per l’infanzia, comprese quelle private non paritarie. La modifica della legge Lorenzin del 2017 è stata avanzata «in considerazione del fatto che l’assetto degli obblighi vaccinali presente nel nostro Paese si pone come fortemente esteso rispetto al panorama europeo e internazionale - recita l’emendamento - e tale situazione si pone in conflitto con quanto statuito dalla nostra Carta costituzionale, ai sensi delle prescrizioni di cui all’articolo 32 in ordine ai termini dell’obbligatorietà dei trattamenti sanitari». Secondo il Carroccio, l’attuale estensione degli obblighi vaccinali potrebbe essere vista come un eccesso rispetto ai principi costituzionali di libertà individuale e autodeterminazione. «Siamo l’unico paese in Europa, forse con la Francia, ad avere 12 vaccinazioni obbligatorie per i bambini», ha dichiarato il senatore Claudio Borghi. «La legge Lorenzin era una sperimentazione e non mi sembra che i risultati ci siano: la pertosse, ad esempio, ricomincia. Non sono io ma è la letteratura scientifica che dice che l’obbligo è un sistema per creare rifiuto non per aumentare la copertura». Sottolineando il primato dell’informazione all’obbligo, e ricordando quanto accaduto con la vaccinazione anti-Covid, il senatore osserva che «sarebbe il caso di prendere atto che le cose non funzionano e dire che non si scherza con il costringere la gente, soprattutto i bambini, a fare trattamenti sanitari per legge, condizionando l’accesso a scuola. Non convinci chi è contrario, con l’obbligo: crei solo rabbia, rifiuto, violenza e discriminazione». A stretto giro è arrivata la replica della senatrice del Pd, ministro della Salute nel 2017, Beatrice Lorenzin: «Purtroppo proposte del genere non hanno nulla di scientifico. Lisciano solo il pelo ai no vax e minano la fiducia tra il cittadino e il medico. L’obbligo vaccinale ha funzionato e sta funzionando». Critico anche il presidente di Noi Moderati, Maurizio Lupi, che attacca l’emendamento definendolo «una sciocchezza». Intanto, la Lega ha presentato un emendamento anche su un’altra questione di particolare attualità, il Fascicolo sanitario elettronico. «Ci sono stati rilievi del Garante della privacy», ricorda il senatore ed «effettivamente in molti casi si tende ad usare una certa leggerezza nell’uso dei dati sanitari. È evidente che il Fse può avere implicazioni molto positive ma c’è anche l’aspetto che molti cittadini si sentono schedati e pensano che non sia il caso di condividere i loro dati nelle forme che al momento sono sicure ma che tante volte abbiamo visto poi non esserlo». Tra gli altri emendamenti presentati dalla maggioranza al Ddl che inizia il suo iter parlamentare, spiccano, alla luce della nuova legge sull’autonomia differenziata, la possibilità, per le Regioni, di decidere autonomamente il fabbisogno di specializzandi e di trattenere in servizio, su base volontaria, personale sanitario fino a 70 anni. Per ridurre gli accessi al ponto soccorso, c’è inoltre la proposta di istituire un Fondo per incentivare l’acquisto, da parte dei medici di famiglia e dei pediatri, di servizi o soluzioni digitali per la gestione dei pazienti con telemedicina e televisita, così come l’istituzione di una Rete di medicina territoriale «Salute globale» (One Health).
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Entro tre mesi il giudice deciderà se mandare a processo. Guerra e gli altri indagati. Ma i giornali pensano ai contagi in spiaggia.Lega: «Le profilassi siano solo consigliate». La Lorenzin: «Lisciano il pelo ai no vax».Lo speciale contiene due articoli.Entro 90 giorni sapremo se l’ultimo filone del procedimento sul mancato aggiornamento del piano pandemico, e la sua mancata attuazione verrà archiviato, o se gli indagati verranno rinviati a giudizio. Venerdì il gip del tribunale di Roma, Anna Maria Gavoni, ha sentito gli avvocati difensori che non erano riusciti a parlare nell’udienza del 20 giugno e ora dovrà prendere una decisione nei confronti dei funzionari Ranieri Guerra, Giuseppe Ruocco, Maria Grazia Pompa, Francesco Maraglino, accusati di rifiuto di atti d’ufficio; di Claudio D’Amario, Mauro Dionisio, Loredana Vellucci e sempre Guerra e Maraglino per il reato di falso in atto pubblico; dell’ex presidente dell’Istituto superiore di sanità Silvio Brusaferro, di D’Amario e di Angelo Borrelli, ex capo della Protezione civile, per la mancata attuazione del piano pandemico nazionale. Già era stato un buon segnale che il magistrato avesse accolto la memoria presentata da alcune decine di familiari delle vittime del Covid a Bergamo (fascicolo trasferito a Roma per competenza), che si erano opposti alla richiesta di archiviazione del sostituto procuratore di Roma, Claudia Terracina, dello scorso novembre. Il procedimento è così rimasto in pedi e nelle due ultime udienze, oltre alle persone offese e ai loro legali erano presenti gli avvocati degli indagati, che si sono riportati alle memorie e ai documenti depositati eccependo, per taluni, anche la prescrizione del reato contestato. «La linea è sempre stata quella di sostenere che non c’era una legge che imponesse di aggiornare il piano pandemico del 2006 e qualcuno ha continuato ad affermare che era impossibile attuarlo perché nemmeno sapevano che esistesse un piano pandemico», fa sapere l’avvocato Consuelo Locati a nome del team legale dell’associazione dei familiari delle vittime. Quanto al reato di falso in atto pubblico, per i questionari con le autovalutazioni trasmessi all’agenzia Onu, nonché alla Commissione Ue fino al 4 febbraio 2020 e che dovevano informare del grado di preparazione a una eventuale emergenza sanitaria da pandemia, i funzionari della direzione Prevenzione sanitaria del ministero della Salute hanno ribadito di aver detto il vero rispondendo che l’Italia era perfettamente pronta e che avevamo anche un piano pandemico adeguato. È stato addirittura dichiarato che i questionari non sono obbligatori ma discrezionali, come se questo autorizzasse a dire una cosa per un’altra. «Però ci siamo accorti che è cambiata la strategia difensiva», evidenzia l’avvocato Locati. «Gli indagati non fanno più “gruppo”, che sostiene di non avere responsabilità, ma ognuno “corre” per sé cercando di difendersi e di non andare a processo». Anche tirando in ballo la prescrizione. «Come ha provato a fare l’ex direttore generale della Prevenzione del ministero della Salute, Giuseppe Ruocco, sostenendo che secondo lui non c’era alcun obbligo di legge di aggiornare il piano pandemico, ma se anche ci fosse stato, invoca la prescrizione perché nel 2014 non occupava più quel ruolo». Non è così pacifico, dunque, che non ci sia alcuna possibilità di condanna per questi funzionari perché, quando gli elementi acquisiti nel corso delle indagini preliminari «non consentono di formulare una ragionevole previsione di condanna bisogna chiedere l’archiviazione e non esercitare l’azione penale», come sosteneva la Procura nella richiesta del novembre scorso rifacendosi alla legge Cartabia. Afferma Locati: «Nell’udienza del 20 giugno e soprattutto in quella del 5 luglio è emerso, invece, che solo un dibattimento può accertare quali sono e se ci sono state delle responsabilità degli indagati nella gestione della pandemia».Intanto i giornali preferiscono continuare a battere sul Covid con un ingiustificato allarme aumento contagi. Hanno ripreso il vizio di pubblicare nel fine settimana il bollettino dei nuovi casi, 2.504 tra il 20 e il 26 giugno che rappresentano un +20,1% rispetto alla settimana precedente. Dal sito del ministero della Salute attingono i dati sui test risultati positivi al Covid, 437 il 26 giugno ovvero +17,5% rispetto allo stesso giorno della settimana precedente. L’infezione «si sta facendo largo tra spiagge e turisti complicando la vita a chi cerca un po’ di sole e relax», scrive Repubblica, che distribuisce consigli a chi è sotto l’ombrellone e non vuole più sentir parlare di virus. Non sottovalutare il malessere, farsi un tampone che «non va fatto subito, semmai dopo qualche giorno» dichiara Pier Luigi Lopalco, docente di epidemiologia all’Università del Salento. Un po’ di vigile attesa è sempre indicata. Il professore invita a curarsi a casa «ma non senza aver prima consultato il medico di famiglia». Nell’elenco delle raccomandazioni ci sono tante ovvietà, come il non utilizzo degli antibiotici, di ivermectina e idrossiclorochina, antivirali solo se servono e buon Covid estivo a tutti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/piano-pandemico-non-aggiornato-sullarchiviazione-2668697200.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="liste-dattesa-tra-gli-emendamenti-lo-stop-ai-vaccini-coatti-per-i-minori" data-post-id="2668697200" data-published-at="1720361622" data-use-pagination="False"> Liste d’attesa, tra gli emendamenti lo stop ai vaccini coatti per i minori Allineare l’Italia alle normative europee e internazionali riducendo il numero di vaccini obbligatori nei minori, promuovendo un approccio basato sull’informazione e il consenso informato: è l’obiettivo dell’emendamento presentato dalla Lega al decreto Liste d’attesa, al vaglio del Senato. Nel dettaglio, la proposta è di cancellare l’obbligo e rendere solo «raccomandati», per i minori fino a 16 anni e i minori stranieri non accompagnati, la vaccinazione contro morbillo, rosolia, parotite e varicella e di consentire, ai bambini che non sono stati vaccinati per quelle malattie, di essere iscritti alle scuole per l’infanzia, comprese quelle private non paritarie. La modifica della legge Lorenzin del 2017 è stata avanzata «in considerazione del fatto che l’assetto degli obblighi vaccinali presente nel nostro Paese si pone come fortemente esteso rispetto al panorama europeo e internazionale - recita l’emendamento - e tale situazione si pone in conflitto con quanto statuito dalla nostra Carta costituzionale, ai sensi delle prescrizioni di cui all’articolo 32 in ordine ai termini dell’obbligatorietà dei trattamenti sanitari». Secondo il Carroccio, l’attuale estensione degli obblighi vaccinali potrebbe essere vista come un eccesso rispetto ai principi costituzionali di libertà individuale e autodeterminazione. «Siamo l’unico paese in Europa, forse con la Francia, ad avere 12 vaccinazioni obbligatorie per i bambini», ha dichiarato il senatore Claudio Borghi. «La legge Lorenzin era una sperimentazione e non mi sembra che i risultati ci siano: la pertosse, ad esempio, ricomincia. Non sono io ma è la letteratura scientifica che dice che l’obbligo è un sistema per creare rifiuto non per aumentare la copertura». Sottolineando il primato dell’informazione all’obbligo, e ricordando quanto accaduto con la vaccinazione anti-Covid, il senatore osserva che «sarebbe il caso di prendere atto che le cose non funzionano e dire che non si scherza con il costringere la gente, soprattutto i bambini, a fare trattamenti sanitari per legge, condizionando l’accesso a scuola. Non convinci chi è contrario, con l’obbligo: crei solo rabbia, rifiuto, violenza e discriminazione». A stretto giro è arrivata la replica della senatrice del Pd, ministro della Salute nel 2017, Beatrice Lorenzin: «Purtroppo proposte del genere non hanno nulla di scientifico. Lisciano solo il pelo ai no vax e minano la fiducia tra il cittadino e il medico. L’obbligo vaccinale ha funzionato e sta funzionando». Critico anche il presidente di Noi Moderati, Maurizio Lupi, che attacca l’emendamento definendolo «una sciocchezza». Intanto, la Lega ha presentato un emendamento anche su un’altra questione di particolare attualità, il Fascicolo sanitario elettronico. «Ci sono stati rilievi del Garante della privacy», ricorda il senatore ed «effettivamente in molti casi si tende ad usare una certa leggerezza nell’uso dei dati sanitari. È evidente che il Fse può avere implicazioni molto positive ma c’è anche l’aspetto che molti cittadini si sentono schedati e pensano che non sia il caso di condividere i loro dati nelle forme che al momento sono sicure ma che tante volte abbiamo visto poi non esserlo». Tra gli altri emendamenti presentati dalla maggioranza al Ddl che inizia il suo iter parlamentare, spiccano, alla luce della nuova legge sull’autonomia differenziata, la possibilità, per le Regioni, di decidere autonomamente il fabbisogno di specializzandi e di trattenere in servizio, su base volontaria, personale sanitario fino a 70 anni. Per ridurre gli accessi al ponto soccorso, c’è inoltre la proposta di istituire un Fondo per incentivare l’acquisto, da parte dei medici di famiglia e dei pediatri, di servizi o soluzioni digitali per la gestione dei pazienti con telemedicina e televisita, così come l’istituzione di una Rete di medicina territoriale «Salute globale» (One Health).
Nessuno sia lasciato indietro. Il diritto di Taiwan a cooperare per una salute universale
Dal 18 al 23 maggio 2026, mentre si svolge a Ginevra la 79ª Assemblea Mondiale della Sanità (AMS), una questione di giustizia e sicurezza globale rimane aperta e inaccettabilmente irrisolta. Nonostante il passare degli anni, la partecipazione di Taiwan ai lavori dell'Assemblea continua a essere ostacolata, lasciando un vuoto ingiustificabile nella rete sanitaria internazionale. L’AMS affronta temi cruciali sulla salute, dall'impatto del cambiamento climatico alla preparazione verso nuove pandemie e alla lotta contro la resistenza antimicrobica, eppure si continua a permettere che ragioni politiche prevalgano sul diritto universale alla salute, emarginando un Paese libero e democratico da un dialogo che appartiene a tutti.
L’esclusione di Taiwan dal sistema delle Nazioni Unite e dalle sue agenzie specializzate affonda le radici in una grave e persistente distorsione della Risoluzione 2758. È necessario ribadire con fermezza che tale documento, insieme alla Risoluzione 25.1 dell’AMS, affronta esclusivamente la rappresentanza della Cina all’ONU, ma non menziona Taiwan, non stabilisce che sia parte della Repubblica Popolare Cinese, né le conferisce il diritto di rappresentarla. Solo il governo democraticamente eletto di Taiwan può dare voce ai suoi 23 milioni di abitanti. Subire questa imposizione esterna è un’ingiustizia verso un intero popolo e mina l'integrità della sicurezza sanitaria globale.
Negli ultimi anni, il sostegno internazionale a favore di Taiwan è aumentato. In Italia, la Camera dei deputati ha approvato diverse risoluzioni, in particolare nel marzo 2025 ha approvato il documento finale dell’indagine conoscitiva sull’Indo-Pacifico, riaffermando l’importanza di Taiwan per la stabilità della regione. Nel mese di novembre 2025, l'Aula consiliare della Regione Lombardia ha compiuto un passo storico, approvando all'unanimità la mozione n. 370. L'atto promuove l’inclusione del Paese nelle organizzazioni internazionali, agendo concretamente contro il suo isolamento diplomatico. Un simile orientamento è condiviso anche dal Parlamento Europeo, dai suoi Stati membri e da numerosi altri governi, tra cui quelli di Giappone, Stati Uniti, Canada e Regno Unito, che hanno adottato risoluzioni affini, condannando le provocazioni militari della Cina e l’uso strumentale derivante dalla distorta interpretazione della Risoluzione 2758. Tali iniziative testimoniano la crescente consapevolezza delle democrazie mondiali e la ferma volontà di porre fine a un’emarginazione forzata e non più sostenibile per garantire a Taiwan il pieno riconoscimento nel contesto internazionale.
Taiwan ha dato prova di una competenza straordinaria nella gestione delle crisi e nell’innovazione medica. Nel 2025, ha raggiunto con cinque anni di anticipo i target dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per l'eliminazione dell'epatite C, portando i tassi di diagnosi e trattamento sopra il 90%. La sua esperienza nella prevenzione delle malattie infettive, supportata da un sistema di sorveglianza digitale all'avanguardia, è un bene pubblico che il mondo non può permettersi di sprecare. Oltre alla gestione delle emergenze, sta guidando la transizione verso la "Sanità Intelligente". Attraverso l’implementazione del Programma 888 per il monitoraggio delle patologie croniche e l'integrazione dell'intelligenza artificiale nei protocolli clinici, ha sviluppato modelli di cura predittiva con il potenziale di rivoluzionare l'efficienza dei sistemi sanitari.
In netto contrasto con questi contributi, dal 2017 a oggi la partecipazione di Taiwan ai meccanismi tecnici e informativi dell'OMS è stata drasticamente ridotta a causa dell'ostruzionismo di Pechino. Tale esclusione compromette la capacità di risposta globale, come abbiamo tragicamente appreso durante la pandemia di COVID-19, quando i nostri tempestivi segnali d'allerta rimasero inascoltati. Nell’attuale scenario del 2026, rinnoviamo con urgenza l’appello affinché l'Italia e la comunità internazionale si pongano come contrappeso a queste pressioni arbitrarie e discriminatorie. Sostenere l’ammissione di Taiwan in qualità di osservatore alle Nazioni Unite e alle sue agenzie specializzate non è un gesto politico contro qualcuno, ma un gesto di responsabilità verso tutti.
Taiwan è sempre pronta a mettere a disposizione strategie, tecnologie avanzate e l'eccellenza dei propri professionisti nella convinzione che il diritto alla salute e la sicurezza non debbano conoscere confini. “Insieme è meglio”, solo se nessuno viene lasciato indietro.
Riccardo Tsan Nan Lin
Direttore Generale
Ufficio di Rappresentanza di Taipei in Italia
Ufficio di Milano
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La società IT presenta a Milano una nuova piattaforma gestionale dedicata alle piccole e medie imprese italiane. Automazione, integrazione con l’ecosistema Microsoft e modello «pay per use» al centro del progetto, con focus su produttività e digitalizzazione dei processi aziendali.
Le piccole e medie imprese italiane restano il cuore dell’economia del Paese, ma spesso affrontano la trasformazione digitale con strumenti limitati, costi elevati e processi ancora troppo manuali. È su questo terreno che Cegeka prova a inserirsi con SPACEplus, nuova piattaforma ERP presentata a Milano nella sede di Comin & Partners.
L’obiettivo dichiarato dall’azienda è rendere accessibili anche alle Pmi strumenti normalmente riservati a realtà più strutturate: gestione automatizzata dei processi aziendali, integrazione dell’intelligenza artificiale e un modello di utilizzo «pay per use», che consente alle imprese di attivare solo i moduli realmente necessari.
SPACEplus nasce dall’evoluzione delle precedenti piattaforme sviluppate da Cegeka negli ultimi decenni. Il progetto mantiene alcuni elementi storici della famiglia SPACE - modularità, personalizzazione e semplicità di utilizzo - ma introduce una nuova architettura tecnologica pensata per aumentare prestazioni e scalabilità. La piattaforma è stata sviluppata con un’attenzione particolare alle esigenze delle Pmi italiane, soprattutto nei settori manifatturiero, metallurgico, cosmetico, dell’occhialeria, dell’Oil & Gas, della plastica e dei servizi. Il sistema punta ad accompagnare le aziende nella gestione quotidiana di attività amministrative, produzione, gestione ordini e monitoraggio operativo.
Uno degli aspetti centrali del progetto riguarda l’integrazione dell’intelligenza artificiale all’interno dei processi aziendali. SPACEplus utilizza sistemi di automazione per attività come analisi documentale, inserimento dati, precompilazione e gestione ordini, fino alle analisi avanzate a supporto delle decisioni aziendali. La piattaforma dialoga inoltre con l’ecosistema Microsoft e Office 365, integrando strumenti come Teams, Excel, Outlook e Power BI per trasformare dati e documenti in dashboard e flussi automatizzati.
Secondo Cegeka, i benefici osservati riguardano soprattutto la riduzione dei tempi operativi, una maggiore accuratezza nella gestione dei dati e una diminuzione delle attività manuali ripetitive. «Il mercato degli ERP per le Pmi italiane aveva bisogno di essere ripensato», ha spiegato Lorenzo Greco, amministratore delegato di Cegeka Italia. «SPACEplus mette la sovranità digitale e la velocità decisionale al centro, trasformando uno strumento gestionale in un vero vantaggio competitivo». L’azienda ha inoltre delineato una roadmap di sviluppo che guarda al 2030, con l’obiettivo di evolvere progressivamente la piattaforma verso un’architettura cross-platform basata su .NET10 e di aggiornare in modo continuo le funzionalità legate all’intelligenza artificiale.
Fondata nel 1992 in Belgio da André Knaepen, Cegeka opera oggi in 17 Paesi con oltre 9.000 dipendenti e un fatturato consolidato che nel 2025 ha superato 1,28 miliardi di euro. In Italia il gruppo conta circa 500 professionisti e concentra la propria attività su cloud, cybersecurity, data management, AI e business applications.
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Edifici residenziali fatiscenti e danneggiati costeggiano le strade dell'Avana, a testimonianza di anni di degrado e mancanza di manutenzione, in un contesto di persistente difficoltà economica (Getty Images)
Washington colpisce Gaesa, il colosso statale che controlla oltre il 40% dell’economia cubana, imponendo lo stop ai rapporti con L’Avana entro il 5 giugno. Diaz-Canel denuncia un attacco «genocida», mentre l’isola sprofonda fra blackout e crisi del turismo.
Nello scontro fra Cuba e Donald Trump si è aperto un nuovo capitolo e l’amministrazione statunitense ha imposto l’ennesimo pacchetto di sanzioni all’isola caraibica. Washington questa volta ha colpito le imprese straniere che lavorano con L'Avana e che entro il 5 giugno dovranno chiudere ogni tipo di transazione con il consorzio Gaesa, Grupo de admnistración empresarial sociedad anónima, l’ente statale cubano che gestisce oltre il 40% dell’economia dell’isola e ha un patrimonio stimato superiore ai 18 miliardi di dollari.
Gaesa è nato a metà degli anni Novanta, dopo il crollo del blocco sovietico, ed è stato fondamentale per mantenere in piedi la sempre traballante economia cubana. Le nuove sanzioni colpiscono anche gli istituti finanziari e bancari e rischiano di essere il colpo di grazia per il regime del presidente e segretario del partito comunista Miguel Diaz-Canel. Se la scadenza del 5 giugno non verrà rispettata tutti i soggetti saranno sottoposti a quelle che tecnicamente si chiamano sanzioni secondarie, che bloccherebbero i loro rapporti con gli Stati Uniti. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha voluto inserire Gaesa in questa nuova black list, insieme a Mona Nickel, un’azienda con un’importante partecipazione canadese nell’esportazione del nichel e cobalto, attraverso la Sherrit, che ha subito sospeso tutte le attività a L’Avana.
Il Canada è una delle nazioni con più interessi a Cuba, insieme a Messico e Spagna. Madrid per il momento si è rifiutata di chiudere il canale cubano, ma le pressioni statunitensi stanno crescendo, perché sostengono che queste imprese facciano profitti con asset che il regime comunista ha espropriato a persone ed imprese statunitensi. Il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez Parrilla su X ha attaccato Washington accusando Donald Trump di voler punire la popolazione lasciandola senza cibo né medicinali. Il responsabile degli Esteri è arrivato a definire queste nuove sanzioni nate con un intento genocida contro la nazione cubana e che questo rende più difficili le relazioni fra i due stati. «Questo atto statunitense è contro i principi dell’umanità», ha continuato Parrilla Rodriguez, e le dichiarazioni di Marco Rubio sono ciniche, ipocrite e deliranti. «Queste azioni della Casa Bianca vogliono causare il massimo danno possibile alla popolazione e alle famiglie cubane, senza alcuna giustificazione, se non quella di occupare la nostra nazione». Al ministro degli Esteri ha fatto eco Jose Ernesto Diaz-Perez, rappresentante di Cuba presso l’Organizzazione mondiale del commercio, che ha detto che si tratta di una violazione del diritto internazionale e delle norme che reggono il sistema multilaterale del commercio.
Cuba sta attraversando uno dei momenti più bui della sua storia e la sua economia non sembra dare nessun segno di ripresa. Nei primi mesi del 2026 il turismo, settore trainante di Cuba, è crollato del 46%, rispetto al primo semestre del 2025 ed i resort sono sempre più spesso vuoti. Manca energia elettrica quasi ovunque con blackout che arrivano anche a 24 ore consecutive colpendo anche gli edifici pubblici e soprattutto i trasporti. A l’Havana scarseggia da mesi il carburante ed il comparto industriale ha una produzione ridotta a metà delle sue potenzialità. Il governo di Diaz-Canel sta provando a recuperare energia con impianti solari, ma si tratta di piccoli apparecchi che faticano a fornire un minimo di sicurezza energetica. Il primo ministro Manuel Marreno Cruz ha lanciato un appello internazionale dichiarando che «ogni volta che un turista viene a Cuba, aiuta il popolo cubano a sopravvivere a queste ingiuste sanzioni».
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