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2024-07-07
Piano pandemico non aggiornato, il gip prende tempo sull’archiviazione
Silvio Brusaferro (Ansa)
Entro 90 giorni sapremo se l’ultimo filone del procedimento sul mancato aggiornamento del piano pandemico, e la sua mancata attuazione verrà archiviato, o se gli indagati verranno rinviati a giudizio. Venerdì il gip del tribunale di Roma, Anna Maria Gavoni, ha sentito gli avvocati difensori che non erano riusciti a parlare nell’udienza del 20 giugno e ora dovrà prendere una decisione nei confronti dei funzionari Ranieri Guerra, Giuseppe Ruocco, Maria Grazia Pompa, Francesco Maraglino, accusati di rifiuto di atti d’ufficio; di Claudio D’Amario, Mauro Dionisio, Loredana Vellucci e sempre Guerra e Maraglino per il reato di falso in atto pubblico; dell’ex presidente dell’Istituto superiore di sanità Silvio Brusaferro, di D’Amario e di Angelo Borrelli, ex capo della Protezione civile, per la mancata attuazione del piano pandemico nazionale.
Già era stato un buon segnale che il magistrato avesse accolto la memoria presentata da alcune decine di familiari delle vittime del Covid a Bergamo (fascicolo trasferito a Roma per competenza), che si erano opposti alla richiesta di archiviazione del sostituto procuratore di Roma, Claudia Terracina, dello scorso novembre. Il procedimento è così rimasto in pedi e nelle due ultime udienze, oltre alle persone offese e ai loro legali erano presenti gli avvocati degli indagati, che si sono riportati alle memorie e ai documenti depositati eccependo, per taluni, anche la prescrizione del reato contestato.
«La linea è sempre stata quella di sostenere che non c’era una legge che imponesse di aggiornare il piano pandemico del 2006 e qualcuno ha continuato ad affermare che era impossibile attuarlo perché nemmeno sapevano che esistesse un piano pandemico», fa sapere l’avvocato Consuelo Locati a nome del team legale dell’associazione dei familiari delle vittime. Quanto al reato di falso in atto pubblico, per i questionari con le autovalutazioni trasmessi all’agenzia Onu, nonché alla Commissione Ue fino al 4 febbraio 2020 e che dovevano informare del grado di preparazione a una eventuale emergenza sanitaria da pandemia, i funzionari della direzione Prevenzione sanitaria del ministero della Salute hanno ribadito di aver detto il vero rispondendo che l’Italia era perfettamente pronta e che avevamo anche un piano pandemico adeguato. È stato addirittura dichiarato che i questionari non sono obbligatori ma discrezionali, come se questo autorizzasse a dire una cosa per un’altra. «Però ci siamo accorti che è cambiata la strategia difensiva», evidenzia l’avvocato Locati. «Gli indagati non fanno più “gruppo”, che sostiene di non avere responsabilità, ma ognuno “corre” per sé cercando di difendersi e di non andare a processo». Anche tirando in ballo la prescrizione. «Come ha provato a fare l’ex direttore generale della Prevenzione del ministero della Salute, Giuseppe Ruocco, sostenendo che secondo lui non c’era alcun obbligo di legge di aggiornare il piano pandemico, ma se anche ci fosse stato, invoca la prescrizione perché nel 2014 non occupava più quel ruolo». Non è così pacifico, dunque, che non ci sia alcuna possibilità di condanna per questi funzionari perché, quando gli elementi acquisiti nel corso delle indagini preliminari «non consentono di formulare una ragionevole previsione di condanna bisogna chiedere l’archiviazione e non esercitare l’azione penale», come sosteneva la Procura nella richiesta del novembre scorso rifacendosi alla legge Cartabia. Afferma Locati: «Nell’udienza del 20 giugno e soprattutto in quella del 5 luglio è emerso, invece, che solo un dibattimento può accertare quali sono e se ci sono state delle responsabilità degli indagati nella gestione della pandemia».
Intanto i giornali preferiscono continuare a battere sul Covid con un ingiustificato allarme aumento contagi. Hanno ripreso il vizio di pubblicare nel fine settimana il bollettino dei nuovi casi, 2.504 tra il 20 e il 26 giugno che rappresentano un +20,1% rispetto alla settimana precedente. Dal sito del ministero della Salute attingono i dati sui test risultati positivi al Covid, 437 il 26 giugno ovvero +17,5% rispetto allo stesso giorno della settimana precedente. L’infezione «si sta facendo largo tra spiagge e turisti complicando la vita a chi cerca un po’ di sole e relax», scrive Repubblica, che distribuisce consigli a chi è sotto l’ombrellone e non vuole più sentir parlare di virus. Non sottovalutare il malessere, farsi un tampone che «non va fatto subito, semmai dopo qualche giorno» dichiara Pier Luigi Lopalco, docente di epidemiologia all’Università del Salento. Un po’ di vigile attesa è sempre indicata. Il professore invita a curarsi a casa «ma non senza aver prima consultato il medico di famiglia». Nell’elenco delle raccomandazioni ci sono tante ovvietà, come il non utilizzo degli antibiotici, di ivermectina e idrossiclorochina, antivirali solo se servono e buon Covid estivo a tutti.
Liste d’attesa, tra gli emendamenti lo stop ai vaccini coatti per i minori
Allineare l’Italia alle normative europee e internazionali riducendo il numero di vaccini obbligatori nei minori, promuovendo un approccio basato sull’informazione e il consenso informato: è l’obiettivo dell’emendamento presentato dalla Lega al decreto Liste d’attesa, al vaglio del Senato. Nel dettaglio, la proposta è di cancellare l’obbligo e rendere solo «raccomandati», per i minori fino a 16 anni e i minori stranieri non accompagnati, la vaccinazione contro morbillo, rosolia, parotite e varicella e di consentire, ai bambini che non sono stati vaccinati per quelle malattie, di essere iscritti alle scuole per l’infanzia, comprese quelle private non paritarie. La modifica della legge Lorenzin del 2017 è stata avanzata «in considerazione del fatto che l’assetto degli obblighi vaccinali presente nel nostro Paese si pone come fortemente esteso rispetto al panorama europeo e internazionale - recita l’emendamento - e tale situazione si pone in conflitto con quanto statuito dalla nostra Carta costituzionale, ai sensi delle prescrizioni di cui all’articolo 32 in ordine ai termini dell’obbligatorietà dei trattamenti sanitari». Secondo il Carroccio, l’attuale estensione degli obblighi vaccinali potrebbe essere vista come un eccesso rispetto ai principi costituzionali di libertà individuale e autodeterminazione. «Siamo l’unico paese in Europa, forse con la Francia, ad avere 12 vaccinazioni obbligatorie per i bambini», ha dichiarato il senatore Claudio Borghi. «La legge Lorenzin era una sperimentazione e non mi sembra che i risultati ci siano: la pertosse, ad esempio, ricomincia. Non sono io ma è la letteratura scientifica che dice che l’obbligo è un sistema per creare rifiuto non per aumentare la copertura». Sottolineando il primato dell’informazione all’obbligo, e ricordando quanto accaduto con la vaccinazione anti-Covid, il senatore osserva che «sarebbe il caso di prendere atto che le cose non funzionano e dire che non si scherza con il costringere la gente, soprattutto i bambini, a fare trattamenti sanitari per legge, condizionando l’accesso a scuola. Non convinci chi è contrario, con l’obbligo: crei solo rabbia, rifiuto, violenza e discriminazione». A stretto giro è arrivata la replica della senatrice del Pd, ministro della Salute nel 2017, Beatrice Lorenzin: «Purtroppo proposte del genere non hanno nulla di scientifico. Lisciano solo il pelo ai no vax e minano la fiducia tra il cittadino e il medico. L’obbligo vaccinale ha funzionato e sta funzionando». Critico anche il presidente di Noi Moderati, Maurizio Lupi, che attacca l’emendamento definendolo «una sciocchezza». Intanto, la Lega ha presentato un emendamento anche su un’altra questione di particolare attualità, il Fascicolo sanitario elettronico. «Ci sono stati rilievi del Garante della privacy», ricorda il senatore ed «effettivamente in molti casi si tende ad usare una certa leggerezza nell’uso dei dati sanitari. È evidente che il Fse può avere implicazioni molto positive ma c’è anche l’aspetto che molti cittadini si sentono schedati e pensano che non sia il caso di condividere i loro dati nelle forme che al momento sono sicure ma che tante volte abbiamo visto poi non esserlo». Tra gli altri emendamenti presentati dalla maggioranza al Ddl che inizia il suo iter parlamentare, spiccano, alla luce della nuova legge sull’autonomia differenziata, la possibilità, per le Regioni, di decidere autonomamente il fabbisogno di specializzandi e di trattenere in servizio, su base volontaria, personale sanitario fino a 70 anni. Per ridurre gli accessi al ponto soccorso, c’è inoltre la proposta di istituire un Fondo per incentivare l’acquisto, da parte dei medici di famiglia e dei pediatri, di servizi o soluzioni digitali per la gestione dei pazienti con telemedicina e televisita, così come l’istituzione di una Rete di medicina territoriale «Salute globale» (One Health).
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Entro tre mesi il giudice deciderà se mandare a processo. Guerra e gli altri indagati. Ma i giornali pensano ai contagi in spiaggia.Lega: «Le profilassi siano solo consigliate». La Lorenzin: «Lisciano il pelo ai no vax».Lo speciale contiene due articoli.Entro 90 giorni sapremo se l’ultimo filone del procedimento sul mancato aggiornamento del piano pandemico, e la sua mancata attuazione verrà archiviato, o se gli indagati verranno rinviati a giudizio. Venerdì il gip del tribunale di Roma, Anna Maria Gavoni, ha sentito gli avvocati difensori che non erano riusciti a parlare nell’udienza del 20 giugno e ora dovrà prendere una decisione nei confronti dei funzionari Ranieri Guerra, Giuseppe Ruocco, Maria Grazia Pompa, Francesco Maraglino, accusati di rifiuto di atti d’ufficio; di Claudio D’Amario, Mauro Dionisio, Loredana Vellucci e sempre Guerra e Maraglino per il reato di falso in atto pubblico; dell’ex presidente dell’Istituto superiore di sanità Silvio Brusaferro, di D’Amario e di Angelo Borrelli, ex capo della Protezione civile, per la mancata attuazione del piano pandemico nazionale. Già era stato un buon segnale che il magistrato avesse accolto la memoria presentata da alcune decine di familiari delle vittime del Covid a Bergamo (fascicolo trasferito a Roma per competenza), che si erano opposti alla richiesta di archiviazione del sostituto procuratore di Roma, Claudia Terracina, dello scorso novembre. Il procedimento è così rimasto in pedi e nelle due ultime udienze, oltre alle persone offese e ai loro legali erano presenti gli avvocati degli indagati, che si sono riportati alle memorie e ai documenti depositati eccependo, per taluni, anche la prescrizione del reato contestato. «La linea è sempre stata quella di sostenere che non c’era una legge che imponesse di aggiornare il piano pandemico del 2006 e qualcuno ha continuato ad affermare che era impossibile attuarlo perché nemmeno sapevano che esistesse un piano pandemico», fa sapere l’avvocato Consuelo Locati a nome del team legale dell’associazione dei familiari delle vittime. Quanto al reato di falso in atto pubblico, per i questionari con le autovalutazioni trasmessi all’agenzia Onu, nonché alla Commissione Ue fino al 4 febbraio 2020 e che dovevano informare del grado di preparazione a una eventuale emergenza sanitaria da pandemia, i funzionari della direzione Prevenzione sanitaria del ministero della Salute hanno ribadito di aver detto il vero rispondendo che l’Italia era perfettamente pronta e che avevamo anche un piano pandemico adeguato. È stato addirittura dichiarato che i questionari non sono obbligatori ma discrezionali, come se questo autorizzasse a dire una cosa per un’altra. «Però ci siamo accorti che è cambiata la strategia difensiva», evidenzia l’avvocato Locati. «Gli indagati non fanno più “gruppo”, che sostiene di non avere responsabilità, ma ognuno “corre” per sé cercando di difendersi e di non andare a processo». Anche tirando in ballo la prescrizione. «Come ha provato a fare l’ex direttore generale della Prevenzione del ministero della Salute, Giuseppe Ruocco, sostenendo che secondo lui non c’era alcun obbligo di legge di aggiornare il piano pandemico, ma se anche ci fosse stato, invoca la prescrizione perché nel 2014 non occupava più quel ruolo». Non è così pacifico, dunque, che non ci sia alcuna possibilità di condanna per questi funzionari perché, quando gli elementi acquisiti nel corso delle indagini preliminari «non consentono di formulare una ragionevole previsione di condanna bisogna chiedere l’archiviazione e non esercitare l’azione penale», come sosteneva la Procura nella richiesta del novembre scorso rifacendosi alla legge Cartabia. Afferma Locati: «Nell’udienza del 20 giugno e soprattutto in quella del 5 luglio è emerso, invece, che solo un dibattimento può accertare quali sono e se ci sono state delle responsabilità degli indagati nella gestione della pandemia».Intanto i giornali preferiscono continuare a battere sul Covid con un ingiustificato allarme aumento contagi. Hanno ripreso il vizio di pubblicare nel fine settimana il bollettino dei nuovi casi, 2.504 tra il 20 e il 26 giugno che rappresentano un +20,1% rispetto alla settimana precedente. Dal sito del ministero della Salute attingono i dati sui test risultati positivi al Covid, 437 il 26 giugno ovvero +17,5% rispetto allo stesso giorno della settimana precedente. L’infezione «si sta facendo largo tra spiagge e turisti complicando la vita a chi cerca un po’ di sole e relax», scrive Repubblica, che distribuisce consigli a chi è sotto l’ombrellone e non vuole più sentir parlare di virus. Non sottovalutare il malessere, farsi un tampone che «non va fatto subito, semmai dopo qualche giorno» dichiara Pier Luigi Lopalco, docente di epidemiologia all’Università del Salento. Un po’ di vigile attesa è sempre indicata. Il professore invita a curarsi a casa «ma non senza aver prima consultato il medico di famiglia». Nell’elenco delle raccomandazioni ci sono tante ovvietà, come il non utilizzo degli antibiotici, di ivermectina e idrossiclorochina, antivirali solo se servono e buon Covid estivo a tutti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/piano-pandemico-non-aggiornato-sullarchiviazione-2668697200.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="liste-dattesa-tra-gli-emendamenti-lo-stop-ai-vaccini-coatti-per-i-minori" data-post-id="2668697200" data-published-at="1720361622" data-use-pagination="False"> Liste d’attesa, tra gli emendamenti lo stop ai vaccini coatti per i minori Allineare l’Italia alle normative europee e internazionali riducendo il numero di vaccini obbligatori nei minori, promuovendo un approccio basato sull’informazione e il consenso informato: è l’obiettivo dell’emendamento presentato dalla Lega al decreto Liste d’attesa, al vaglio del Senato. Nel dettaglio, la proposta è di cancellare l’obbligo e rendere solo «raccomandati», per i minori fino a 16 anni e i minori stranieri non accompagnati, la vaccinazione contro morbillo, rosolia, parotite e varicella e di consentire, ai bambini che non sono stati vaccinati per quelle malattie, di essere iscritti alle scuole per l’infanzia, comprese quelle private non paritarie. La modifica della legge Lorenzin del 2017 è stata avanzata «in considerazione del fatto che l’assetto degli obblighi vaccinali presente nel nostro Paese si pone come fortemente esteso rispetto al panorama europeo e internazionale - recita l’emendamento - e tale situazione si pone in conflitto con quanto statuito dalla nostra Carta costituzionale, ai sensi delle prescrizioni di cui all’articolo 32 in ordine ai termini dell’obbligatorietà dei trattamenti sanitari». Secondo il Carroccio, l’attuale estensione degli obblighi vaccinali potrebbe essere vista come un eccesso rispetto ai principi costituzionali di libertà individuale e autodeterminazione. «Siamo l’unico paese in Europa, forse con la Francia, ad avere 12 vaccinazioni obbligatorie per i bambini», ha dichiarato il senatore Claudio Borghi. «La legge Lorenzin era una sperimentazione e non mi sembra che i risultati ci siano: la pertosse, ad esempio, ricomincia. Non sono io ma è la letteratura scientifica che dice che l’obbligo è un sistema per creare rifiuto non per aumentare la copertura». Sottolineando il primato dell’informazione all’obbligo, e ricordando quanto accaduto con la vaccinazione anti-Covid, il senatore osserva che «sarebbe il caso di prendere atto che le cose non funzionano e dire che non si scherza con il costringere la gente, soprattutto i bambini, a fare trattamenti sanitari per legge, condizionando l’accesso a scuola. Non convinci chi è contrario, con l’obbligo: crei solo rabbia, rifiuto, violenza e discriminazione». A stretto giro è arrivata la replica della senatrice del Pd, ministro della Salute nel 2017, Beatrice Lorenzin: «Purtroppo proposte del genere non hanno nulla di scientifico. Lisciano solo il pelo ai no vax e minano la fiducia tra il cittadino e il medico. L’obbligo vaccinale ha funzionato e sta funzionando». Critico anche il presidente di Noi Moderati, Maurizio Lupi, che attacca l’emendamento definendolo «una sciocchezza». Intanto, la Lega ha presentato un emendamento anche su un’altra questione di particolare attualità, il Fascicolo sanitario elettronico. «Ci sono stati rilievi del Garante della privacy», ricorda il senatore ed «effettivamente in molti casi si tende ad usare una certa leggerezza nell’uso dei dati sanitari. È evidente che il Fse può avere implicazioni molto positive ma c’è anche l’aspetto che molti cittadini si sentono schedati e pensano che non sia il caso di condividere i loro dati nelle forme che al momento sono sicure ma che tante volte abbiamo visto poi non esserlo». Tra gli altri emendamenti presentati dalla maggioranza al Ddl che inizia il suo iter parlamentare, spiccano, alla luce della nuova legge sull’autonomia differenziata, la possibilità, per le Regioni, di decidere autonomamente il fabbisogno di specializzandi e di trattenere in servizio, su base volontaria, personale sanitario fino a 70 anni. Per ridurre gli accessi al ponto soccorso, c’è inoltre la proposta di istituire un Fondo per incentivare l’acquisto, da parte dei medici di famiglia e dei pediatri, di servizi o soluzioni digitali per la gestione dei pazienti con telemedicina e televisita, così come l’istituzione di una Rete di medicina territoriale «Salute globale» (One Health).
Danni causati dal maltempo a San Giovanni Li Cuti, Catania (Ansa)
I danni hanno aperto anche il problema del turismo che rischia di essere compromesso. Le aree colpite sono tradizionalmente di grande interesse e meta estiva per le vacanze. Il governo ha destinato 5 milioni alla promozione internazionale di Sicilia, Calabria e Sardegna, perché, come ha spiegato il ministro del Turismo, Daniela Santanchè, «dobbiamo partire subito con una contro-narrazione. I turisti possono andare in queste regioni e verranno ospitati nel migliore dei modi. La campagna la presenteremo a Berlino visto che la Germania è il primo mercato di riferimento per tutte e tre le regioni. Bisogna evitare che ai danni già ingenti, si aggiunga un danno di immagine che comprometta il turismo. Il nostro obiettivo è di sostenere il turismo in queste aree, lavorando a stretto contatto con le istituzioni locali e le associazioni di categoria creando una sinergia vincente».
Nel 2025 le tre regioni hanno segnato un aumento record dei flussi turistici: le presenze in Sardegna sono aumentate del 15,6% sul 2024, in Sicilia del 2,8% e in Calabria del 10,5%.
Il capo dipartimento della Protezione civile, Fabio Ciciliano, ha firmato una nuova ordinanza che integra analogo provvedimento adottato lo scorso 30 gennaio e include altri 55 Comuni calabresi ai 119 già in precedenza deliberati a seguito della dichiarazione dello stato d’emergenza da parte del governo.
Soddisfatto per i provvedimenti del consiglio dei ministri, il presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani. «È un segnale concreto di attenzione e vicinanza alle nostre comunità, che stanno affrontando con grande dignità e senso di responsabilità una fase complessa e dolorosa», ha detto il governatore che ha evidenziato «la sinergia istituzionale che si è creata tra il governo nazionale e quello regionale». Schifani poi ha ricordato i 680 milioni di euro di risorse proprie già destinate per far fronte all’emergenza e per sostenere la ricostruzione. «Inoltre, abbiamo istituito a Palazzo d’Orleans un’apposita cabina di regia, composta dagli assessori e dai dirigenti generali dei dipartimenti interessati, che si riunisce una volta a settimana per garantire coordinamento, rapidità decisionale e monitoraggio costante degli interventi». Intanto una circolare congiunta dei dipartimenti dell’Ambiente, dei Beni culturali e Tecnico della Regione Sicilia, stabilisce procedure più snelle per la ricostruzione delle strutture balneari danneggiate. Il provvedimento rende più semplice l’iter burocratico per effettuare gli interventi di ripristino dei manufatti ricadenti in concessioni demaniali marittime che hanno subito danni o siano stati distrutti in conseguenza del maltempo del 19-21 gennaio scorso. Sono state istituite due procedure semplificate: una per la ricostruzione fedele e l’altra per la ricostruzione con variazioni sostanziali.
«Lo stanziamento complessivo di oltre un miliardo di euro, rappresenta una risposta concreta e tempestiva a sostegno delle comunità colpite dal ciclone», ha commentato la sottosegretaria all’Interno Wanda Ferro. «Ancora una volta sono stati mantenuti gli impegni assunti. Il governo ha agito con rapidità».
Dall’opposizione, il segretario del Pd, Elly Schlein, propone «di sospendere i tributi alle famiglie e alle imprese delle zone colpite».
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Ricostruzione del primo camion Daimler del 1896 (Daimler Media)
Aveva una potenza di soli 4 cavalli, più o meno come uno scooter odierno di bassa cilindrata. E le ruote piene in ferro. Ma il Daimler è stato il primo camion del mondo e oggi compie 130 anni. Una pietra miliare nel mondo dei trasporti a motore, fu presentato nel 1896 dai suoi progettisti (e fondatori della casa tedesca) Gottlieb Daimler e Wihelm Maybach. Il motore posteriore a due cilindri «Phoenix», applicato anche alle prime vetture della casa di Stoccarda, erogava 4 Cv con una cilindrata di 1,06 litri e azionava l’asse posteriore tramite trasmissione a cinghia. Le molle elicoidali proteggevano il motore contro le vibrazioni e l’asse anteriore era sterzante per mezzo di catena. Il telaio era interamente in legno rinforzato. Il conducente sedeva su una panca rialzata come su una carrozza a cavalli, mentre il motore era posizionato inizialmente al posteriore. Daimler aveva già applicato al primo esemplare di mezzo commerciale un principio ancora oggi utilizzato negli autocarri pesanti: l’asse a gruppi epicicloidali esterni. Il Daimler poteva trasportare circa 1.500 chilogrammi di carico nel cassone dalle sponde di legno e raggiungeva una velocità massima di circa 12 km/h. Nel 1898 Daimler apportò la prima sostanziale modifica, spostando il motore dall’originaria posizione all’asse posteriore all’anteriore. Nel 1900 il primo camion fu presentato all’Esposizione Internazionale di Parigi, dove riscosse un grande successo soprattutto tra gli operatori del nascente settore automobilistico. Già due anni prima Daimler aveva fondato in Inghilterra la prima filiale estera con licenza di produzione a Coventry e nello stesso anno il marchio tedesco solcò l’Atlantico per approdare a Long Island, New York, dove Daimler iniziò una joint venture con il prestigioso produttore di pianoforti Steinway, con il quale condivideva gli spazi produttivi di Astoria.
La produzione rimase inizialmente di tipo artigianale, con pochi esemplari prodotti. Ma l’evoluzione tecnica dei camion Daimler fu rapidissima e nel 1905 già fu presentato un autocarro da 20 Cv di potenza, con telaio metallico e capacità di carico di ben 5 tonnellate. La produzione diventò presto standardizzata e i veicoli commerciali di Stoccarda furono impiegati da birrifici (Löwenbräu) e dal servizio postale. Il primo Daimler militare da 20 Cv fu presentato alla vigilia della Grande Guerra ed entrò subito in servizio meno di 10 anni dopo la prima piccola produzione di serie.
Un esemplare fedelmente ricostruito del primo prototipo di camion al mondo è visibile dal 19 al 22 febbraio alla Fiera di Stoccarda, la città dove 130 anni fa vide la luce il Daimler, in occasione della fiera «Retro Classics 2026». In questa edizione, la casa tedesca celebra i 30 anni di una pietra miliare della produzione di veicoli pesanti, il Mercedes «Actros» e gli 80 anni dei mezzi speciali prodotti con il marchio Unimog, oltre ai 75 degli autobus Setra.
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MIchele De Pascale (Imagoeconomica)
Se poi si dice sì anche alle espulsioni e ai Cpr, pur con tutte le sfumature del caso, allora si rischia l’intervento della Santa Inquisizione dem: «Io penso che sul tema dell’espulsione dei soggetti socialmente pericolosi», ha detto Michele De Pascale dopo aver sentito al telefono il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, «le istituzioni si debbano parlare e l’Emilia-Romagna si deve sedere al tavolo con il governo portando tutti gli elementi e le proposte di miglioria e critica. Perché oggi i Cpr hanno un problema di umanità e di efficacia: si può rendere umano ed efficace? Ma non dico un no secco, abbiamo tanti dubbi e perplessità ma siamo disponibili a discutere, perché vogliamo entrare nel merito».
Parole di semplice buon senso che hanno scatenato nell’ordine: una protesta contro De Pascale al grido di «Emilia-Romagna ribelle, mai più Cpr», che ha portato alla sospensione della seduta del consiglio regionale; l’indignazione del sindaco pd di Bologna, Matteo Lepore (che ovviamente non lo vuole nella sua città); la scomunica del responsabile organizzazione della segreteria nazionale del Pd, Igor Taruffi, che ha tuonato: «Non riteniamo necessaria la costruzione di nuovi Cpr»; la vibrante presa di posizione dei vertici dem bolognesi, che hanno ribadito «la propria contrarietà ai Cpr come strumento delle politiche su sicurezza e migrazioni», oltre ovviamente agli anatemi di Avs e compagnia strepitante.
A Lepore, De Pascale ha risposto malizioso: «La campagna elettorale del Comune di Bologna (si vota l’anno prossimo, ndr) interessa ai cittadini di Bologna. Questa Regione è un po’ più grande». Le accuse di «favorire la destra» e tutto il florilegio di critiche arrivate dalla «sua» parte politica, però, non intimidiscono il presidente dell’Emilia-Romagna: «Il problema più odioso per i cittadini», dice De Pascale a Calibro 9, programma condotto da Francesco Borgonovo su Radio Cusano Campus, «riguarda le persone irregolari che commettono reati e che non vengono espulse: oggi spesso lo Stato si limita a consegnare un foglio di carta con l’ordine di lasciare l’Italia. Con numeri così alti di persone senza permesso di soggiorno e poche espulsioni disponibili, bisogna essere selettivi e concentrare le risorse sui soggetti socialmente pericolosi». E i Cpr? «Oggi i centri tengono insieme persone che hanno commesso reati e persone che non li hanno commessi. Non sono strutture nate per la sicurezza e infatti registrano evasioni, tensioni e critiche anche sul piano dei diritti umani. È necessario discutere e riformare questo sistema. La detenzione amministrativa», aggiunge De Pascale, «dovrebbe riguardare solo chi rappresenta un pericolo per la comunità. Su sicurezza e immigrazione bisogna sedersi a discutere senza ideologie: lo Stato ha la competenza, ma il confronto istituzionale è un dovere. Servono soluzioni efficaci e rispettose dei diritti umani».
De Pascale ha pure proposto al Pd di organizzare gli Stati generali sulla sicurezza, «anche per ascoltare i sindacati delle forze di polizia, utili per capire come migliorare la nostra proposta. Ci sono tante voci da ascoltare e sono certo che il Pd lo farà».
Macchè: Taruffi ha liquidato la proposta come «semplificazione e spot propagandistico». È un riflesso condizionato: chiunque nel Pd parli di sicurezza viene scomunicato dai vertici nazionali. È quanto accade all’ex presidente della Campania, Vincenzo De Luca, che sull’argomento randella il suo partito a più non posso, con frasi lapidarie, e che Elly e i suoi stanno cercando di ostacolare nella corsa a sindaco di Salerno (sarebbe la quinta volta): «Le forze politiche che si autodefiniscono di sinistra», ha detto tra l’altro De Luca, «non hanno ancora capito che la sicurezza è oggi un bisogno umano fondamentale».
Tornando all’Emilia-Romagna, La Verità ha chiesto un commento alla capogruppo di Fdi in Consiglio regionale, Marta Evangelisti: «Il 76% degli italiani e la stragrande maggioranza degli elettori di centrosinistra chiedono l’espulsione di chi delinque. Non parliamo di lavoratori integrati, ma di soggetti con precedenti penali gravi. Ignorare questa realtà significa tradire il mandato dei cittadini. La posizione della giunta oscilla», sottolinea la Evangelisti, «si apre, si arretra, si mescolano gli argomenti. Questa non è cattiva comunicazione, è la dimostrazione di una coalizione di sinistra dilaniata che non sa offrire soluzioni concrete. I cittadini emiliano-romagnoli chiedono sicurezza, responsabilità e trasparenza. Da una parte c’è chi sta con la legalità, dall’altra chi accetta l’impunità. De Pascale», conclude la Evangelisti, «non può più ignorare questa richiesta di concretezza».
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