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2020-03-11
In Italia il virus uccide di più perché mancano i posti letto
Ansa
Paese che vai, mortalità del coronavirus che trovi. Su questo specifico punto l'Organizzazione mondiale della sanità è stata piuttosto chiara fin dall'inizio: la gravità del contagio dipenderà in buona parte anche dal livello di preparazione del sistema sanitario di ciascuno Stato, e dunque dalla sua capacità di assorbire il colpo dell'epidemia. Stando agli ultimi dati, il tasso di mortalità per Covid-19 in Italia è decisamente più alto rispetto agli altri Paesi del mondo. Si parla di differenze non trascurabili, che pongono interrogativi seri e delicati, e sui quali solo una conoscenza approfondita e prolungata nel tempo del virus e del suo comportamento potrà fornire una risposta.
Tuttavia, osservando i numeri nudi e crudi non si può fare a meno di notare uno scostamento notevole. Nel nostro Paese, ormai stabilmente al secondo posto per numero di casi nel mondo, il tasso di mortalità si attesta addirittura al 6,22% (631 decessi su 10.149 casi totali). Occorre tuttavia specificare che i dati di ieri sono viziati dal fatto che la Lombardia ha comunicato il numero dei decessi, ma non quello dei contagi. Fino a lunedì, comunque, il tasso di mortalità viaggiava allo 5,05%, un valore molto più elevato di quello del resto del mondo, che invece si ferma al 3,48%. Parlando della Cina, luogo dal quale il patogeno si è diffuso per poi contagiare il mondo intero, occorre fare una distinzione: la maggior parte dei decessi (circa il 96%) si trova nella provincia di Hubei, epicentro dell'epidemia, dove la percentuale di decessi è paragonabile alla nostra (4,43%), mentre nel resto del Dragone è decisamente più bassa, addirittura inferiore all'1% (0,88%). Positivo l'andamento della mortalità anche in Corea del Sud, che pure si aggiudica il terzo gradino del podio per numero di casi (7.513), e nella quale il tasso si attesta allo 0,72%. Dati inferiori all'Italia anche in Francia (1,16% per 949 casi) e, soprattutto, in Germania, dove si contano appena 2 decessi su 1.139 contagi.
Quali possono essere le cause che hanno portato a queste differenze tanto marcate? Ovviamente non si può non tenere conto delle diverse modalità di conteggio dei decessi e delle tempistiche di avanzamento dell'epidemia, fattore quest'ultimo che fa presagire come negli altri Paesi la diffusione del virus sia ancora ben lungi dall'aver espresso il massimo potenziale. Senza contare le abitudini di vita, compresa una maggiore inclinazione alle relazioni sociali, e la composizione demografica della popolazione. Tutti elementi che, almeno sulla carta, giocano a nostro sfavore. Ma al netto di questi importantissimi caveat, è possibile identificare un comune denominatore in grado di giustificare, almeno parzialmente, un andamento tanto sfavorevole nel nostro Paese?
Senza dubbio la resilienza del sistema sanitario di fronte a uno choc di questa portata diventa determinante. Non si può tenere in considerazione solo la gratuità dei servizi e la (sacrosanta) universalità di accesso alle cure: in situazioni di crisi come quella che stiamo affrontando in queste settimane, uno degli elementi in grado di mitigare gli effetti risulta senza dubbio la capacità di accoglienza delle strutture sanitarie. E da questo punto di vista, gli altri Stati ci fanno le scarpe. Prendiamo il dato dei posti letto, un marker infallibile per valutare la qualità del sistema salute di un Paese. Negli ultimi tre decenni, dati Ocse alla mano, in Italia si è assistito a una lenta ma costante diminuzione della disponibilità per abitante: si è passati infatti dai 6,8/1.000 abitanti del 1991 ai 3,18 del 2017. Tradotto in parole semplici, meno della metà. Nello stesso periodo la Germania è passata da 10,1 a 8 posti ogni 1.000 abitanti. Dunque, nonostante la lieve flessione, Berlino ci surclassa in termini assoluti. Quello che impressiona è la cavalcata trionfale della Corea del Sud, risalita dai 2,48 di trent'anni fa ai 12,27 posti odierni, vale a dire quasi il quadruplo di quelli italiani. Una progressione che ha permesso a Seul di guadagnarsi il secondo gradino del podio a livello mondiale dopo il Giappone. Paradossalmente, queste cifre hanno suscitato più di una polemica nella penisola coreana, dal momento che un così grande numero di strutture necessita di essere adeguatamente approvvigionato di personale medico, al fine di garantire elevati standard qualitativi.
Parlano da soli anche i numeri della terapia intensiva, la cui robustezza gioca oggi un ruolo fondamentale nella sfida contro il coronavirus. Qua la fa da padrona la Germania, la quale può contare su 28.000 posti letto (34 ogni 100.000 abitanti) a disposizione degli ammalati più gravi. Poco più indietro la Corea, con 10.000 posti letto che si traducono in 20 ogni 100.000 abitanti. Distante anni luce l'Italia, che dispone di appena 5.100 posti, cioè 8 ogni 100.000 abitanti. Un gap imbarazzante dovuto in gran parte dai tagli alla sanità dell'ultimo decennio, e in assenza del quale il nostro Paese sarebbe stato in grado di affrontare l'epidemia con armi ben più efficaci.
Miracolo tedesco? Occhio, Berlino non conta i decessi come facciamo noi
Il virus ha reso l'Italia come una zona di guerra. In Francia, minaccia la classe dirigente. In Germania, invece, nonostante il contagio inizi a galoppare, l'allarme è rimasto contenuto. Soprattutto, il Paese registra un numero di vittime esiguo: due (la terza era un pompiere tedesco di 60 anni morto in Egitto) su 1.457 infetti. Ma fu vera gloria, direbbe Alessandro Manzoni? Forse no. Forse anche i teutonici hanno un problema, ma l'hanno gestito all'anglosassone: sobrietà e scarsa enfasi, finché possibile.
È vero che in Germania, dopo una partenza timida, la frequenza dei tamponi è cresciuta. Non v'è però certezza sul totale: i negativi non vengono comunicati. Le casse mediche Kbv parlano di 35.000 test. Eppure, nessun accertamento è stato compiuto sui 202 pazienti morti per influenza. Non è da escludere, dunque, che qualcuno di loro avesse contratto il coronavirus. Peraltro, stando al racconto di una donna tedesca rientrata dall'Italia, riportato da Berlino magazine, farsi esaminare, nel Paese, non è affatto facile. La signora dichiara di avere accusato sintomi da Covid-19, ma di non essere riuscita a mettersi in contatto con un medico né tramite i numeri verdi per l'emergenza, né raggiungendo di persona il tendone allestito da un ospedale berlinese: si somministrano 60 tamponi al giorno nonostante le file di centinaia di persone (e privatamente, il test costa 300 euro, «ma nessuno sa come si faccia»).
Inoltre, segnalava giorni fa Sky Tg24, chi è stato colpito dal coronavirus, ma al momento del decesso soffriva di patologie più gravi, è stato incluso nel conteggio dei morti a causa di quelle altre malattie. Pertanto, le cosiddette «comorbidità» contribuirebbero a diminuire la portata del fenomeno. Più o meno, è lo stesso (mezzo) tentativo fatto in Italia: dopo aver scatenato il panico, il governo aveva avallato l'idea che si muore «con» il coronavirus e non «per» il coronavirus. Da noi, alla fine, ha prevalso l'approccio alla cinese o alla coreana: cercare, attraverso i tamponi, tutti i positivi e quindi associare al Covid-19 i 631 morti registrati fino a ieri.
Non significa per forza che siamo più trasparenti: dipende da che via è stata scelta - e perché: meno caos significa meno danni economici. Per di più, in Germania i Länder godono di ampia autonomia in ambito sanitario: è possibile che alcuni utilizzino metodi di calcolo che sottostimano la diffusione del virus.
Ufficialmente, i tedeschi attribuiscono i pochi decessi (un'ottantanovenne di Hessen e un settantottenne di Heisenberg) all'età media dei contagiati. Secondo Lothar Wieler, presidente del Robert Koch Institute, l'organizzazione responsabile per il controllo e la prevenzione delle malattie infettive, i positivi, in Germania, «nel 70% dei casi» hanno tra i 20 e i 50 anni. L'età media lì è di 40 anni, in Italia è di 60. Lo studioso, tuttavia, ha precisato che «nelle prossime settimane e mesi» i dati dei due Paesi tenderanno ad allinearsi. È in questo solco che, «per tranquillizzare complottisti scemi e idioti d'ogni genere», s'è mosso il corrispondente eurolirico Udo Gümpel: «Dopo il morto vigile di fuoco amburghese deceduto in Egitto», ha twittato in italiano teutonicizzato, «anche due malati di coronavirus in Germania sono deceduti [...]. Due focolai. Dunque: niente immunità crucca». I tedeschi «sono mortali».
Lo stesso Gümpel, in un altro ameno cinguettio, aveva spiegato che gli anziani tedeschi si ammalano di meno perché «hanno molto meno socialità, per esempio bar e ritrovi: socialmente più isolati ma protetti». Più laicamente, il vicepresidente di International Sos, la principale azienda di servizi di sicurezza medica del mondo, interpellato da Fox news, aveva osservato che «il distanziamento sociale potrebbe essere più complicato in culture avvezze al contatto intimo». Se c'è un'epidemia e una nazione algida ne incontra una di baci e abbracci, quella di baci e abbracci è morta...
Non si possono non prendere sul serio, però, i riscontri sulle dotazioni del servizio sanitario tedesco. L'ha ricordato il ministro della Salute, Jens Spahn: la Germania dispone di 28.000 posti in terapia intensiva, il dato più alto d'Europa, anche se i letti totali risultano già occupati per l'80%. L'Italia è entrata nel pieno dell'emergenza con 5.100 unità di rianimazione. Probabilmente è questo il superpotere teutonico, che consente una relativa tranquillità, nonostante l'esecutivo di Berlino abbia ammesso l'esistenza di focolai locali (ci sono casi in tutti i 16 Länder), abbia attivato il Piano nazionale antipandemia, abbia richiesto la sospensione degli eventi con più di 1.000 partecipanti, abbia deciso che il match di Champions League, Bayern-Chelsea, si giocherà a porte chiuse e sia orientato a limitare l'accesso agli stadi pure in Bundesliga, con buona pace della Federcalcio tedesca. Nel frattempo, musei, teatri e discoteche restano aperti. E il ministro dell'Economia, Peter Altmaier, ha forse lasciato intendere qual è lo scenario che la Germania, tenendo i toni bassi, vuole fugare: «Quanto più lentamente si diffonde il virus, tanto più è probabile che possiamo prevenire una recessione economica». Essere «appestati» costa.
A Roma un altro centro anti epidemie. Il problema è che è chiuso da 15 anni
Negli ospedali della Lombardia ormai prossimi al collasso si creano reparti di terapia intensiva perfino nei corridoi per cercare di fermare il coronavirus? A Roma, facendo tutti gli scongiuri possibili, si sta cercando, in poche ore, di allestire un circuito parallelo per i malati con Covid-19 per non allargare il contagio e garantire l'assistenza anche ai pazienti delle «normali» patologie? Allo Spallanzani, il centro romano specializzato per le malattie infettive, esiste un ospedale «ad alto isolamento», nuovo di zecca, costruito apposta per affrontare le nuove pesti del terzo millennio. Ma da quindici anni, impeccabile nella sua struttura modernissima, è inutilizzato. Ultimato ma assolutamente, irrimediabilmente, lasciato a fare solo da monumento a se stesso.
Le vetrate impeccabili che lo avvolgono riflettono le nuvole e il verde dei giardini. Soprattutto sono lo specchio della strana sindrome da cupio dissolvi, o semplicemente taffaziana, più pericolosa di ogni infezione che da tempo ammorba l'Italia. Un esempio di come pastoie burocratiche insieme a furori giustizialisti riescano ad ingoiare tutto nella pubblica amministrazione ed in particolare nella sanità, malefatte o presunte tali ed eccellenze.
La storia è molto semplice. La struttura viene concepita e realizzata nel 2003-2004 ai tempi della Sars sotto l'egida di Guido Bertolaso, sottosegretario al governo Berlusconi con delega alla Protezione civile, che oltre ad essere un grande organizzatore ed essere circondato da un team di prim'ordine, è, combinazione, anche un medico. La Sars, l'altra infezione da coronavirus dilagata dalla Cina dal 2002 al 2004, fortunatamente non ha lo sviluppo da pandemia che si temeva. Ma la struttura ormai c'è. Anche l'ospedale «anti-epidemie» viene inghiottito nell'indagine contro Bertolaso e quella che noi della grancassa mediatica abbiamo chiamato la «cricca».
Ma, piaccia o no, si tratta di una grande intuizione scientifico-operativa. Come stiamo scoprendo a costi altissimi in questi giorni le nuove pesti richiedono di avere strutture dedicate, riservate solo a questi malati per evitare il collasso dell'intero sistema sanitario. Così ad esempio nel Lazio, che, Dio non voglia, potrebbe essere investito in pieno dallo «sciame infettivo» del Covid-19, in tutta fretta si sta cercando di allestire un circuito parallelo che fa capo ai tre poli ospedalieri universitari (Umberto I, Tor Vergata, Gemelli) e che non metta a contatto i contagiati con altri, malati per altre patologie o sani che siano.
In tutta la sua splendida solitudine di vetrocemento questo fantasma delle buone intuizioni sta lì, 200-300 metri al massimo dallo Spallanzani dove medici, infermieri, pazienti da settimane sono in prima linea sul fronte di questa guerra contro il nemico invisibile. Costato a quanto pare intorno ad una trentina di milioni, chi l'ha visitato dice che ha 10 posti letto di terapia intensiva «ad altissimo isolamento» e 20 posti «ad alto isolamento». Mancano solo le macchine e le attrezzature. «Anche se l'epidemia da coronavirus penso finisca prima, almeno lo spero, che possa essere resa funzionante», dice una fonte medica, «è evidente che una struttura così potrebbe essere molto utile nell'emergenza attuale».
A quanto è dato sapere mancano i collaudi: l'opera formalmente non è ancora stata collaudata. Insomma, passaggi burocratici. Chi scrive nel 2014 ai tempi di Ebola per il Tg5 realizzò un servizio nel quale l'allora responsabile della Protezione civile (competente sulla struttura) assicurò: entro sei mesi l'ospedale ad alto isolamento sarà perfettamente funzionante. «La verità è che è finito nel tritatutto della Protezione civile», dichiara una fonte medica che vuole restare anonima, «non sono passati sei mesi ma sei anni e non è stato fatto nulla».
«È una struttura di assoluta eccellenza, all'avanguardia in Europa e nel mondo», riconoscono alla Protezione civile. E dunque? «Da un po' è partito il collaudo tecnico-amministrativo ovvero la verifica degli atti. Il collaudo funzionale lo abbiamo completato, l'ultimo step è stato il collaudo dei reflui», fanno sapere. Insomma è stata realizzata a regola d'arte. «Le lungaggini? Sono dovute al fatto che dopo l'emergenza del 2003 si sono seguite le procedure ordinarie». Ah beh… «Nel Milleproroghe», continuano, «sono già stanziate le risorse perché la Regione Lazio la faccia funzionare». Tempo previsto per il trasferimento dalla Protezione civile alla Regione: settembre. Speriamo non del 2035.
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Seul ha poche decine di decessi sebbene abbia quasi i nostri contagi, ma nel Paese c'è il quadruplo dei presidi ospedalieri per abitante. In Germania il doppio. Dopo anni di tagli siamo indietro pure sulle terapie intensive.La Germania ignora le vittime se presentano altre patologie. Italia, Cina e Corea cercano invece di identificare tutti i positivi.Allo Spallanzani esiste una struttura ad alto isolamento, nuova di zecca, costruita apposta per queste emergenze. Voluta da Guido Bertolaso, mai attivata a causa delle inchieste sulla Protezione civile.Lo speciale contiene tre articoli.Paese che vai, mortalità del coronavirus che trovi. Su questo specifico punto l'Organizzazione mondiale della sanità è stata piuttosto chiara fin dall'inizio: la gravità del contagio dipenderà in buona parte anche dal livello di preparazione del sistema sanitario di ciascuno Stato, e dunque dalla sua capacità di assorbire il colpo dell'epidemia. Stando agli ultimi dati, il tasso di mortalità per Covid-19 in Italia è decisamente più alto rispetto agli altri Paesi del mondo. Si parla di differenze non trascurabili, che pongono interrogativi seri e delicati, e sui quali solo una conoscenza approfondita e prolungata nel tempo del virus e del suo comportamento potrà fornire una risposta. Tuttavia, osservando i numeri nudi e crudi non si può fare a meno di notare uno scostamento notevole. Nel nostro Paese, ormai stabilmente al secondo posto per numero di casi nel mondo, il tasso di mortalità si attesta addirittura al 6,22% (631 decessi su 10.149 casi totali). Occorre tuttavia specificare che i dati di ieri sono viziati dal fatto che la Lombardia ha comunicato il numero dei decessi, ma non quello dei contagi. Fino a lunedì, comunque, il tasso di mortalità viaggiava allo 5,05%, un valore molto più elevato di quello del resto del mondo, che invece si ferma al 3,48%. Parlando della Cina, luogo dal quale il patogeno si è diffuso per poi contagiare il mondo intero, occorre fare una distinzione: la maggior parte dei decessi (circa il 96%) si trova nella provincia di Hubei, epicentro dell'epidemia, dove la percentuale di decessi è paragonabile alla nostra (4,43%), mentre nel resto del Dragone è decisamente più bassa, addirittura inferiore all'1% (0,88%). Positivo l'andamento della mortalità anche in Corea del Sud, che pure si aggiudica il terzo gradino del podio per numero di casi (7.513), e nella quale il tasso si attesta allo 0,72%. Dati inferiori all'Italia anche in Francia (1,16% per 949 casi) e, soprattutto, in Germania, dove si contano appena 2 decessi su 1.139 contagi.Quali possono essere le cause che hanno portato a queste differenze tanto marcate? Ovviamente non si può non tenere conto delle diverse modalità di conteggio dei decessi e delle tempistiche di avanzamento dell'epidemia, fattore quest'ultimo che fa presagire come negli altri Paesi la diffusione del virus sia ancora ben lungi dall'aver espresso il massimo potenziale. Senza contare le abitudini di vita, compresa una maggiore inclinazione alle relazioni sociali, e la composizione demografica della popolazione. Tutti elementi che, almeno sulla carta, giocano a nostro sfavore. Ma al netto di questi importantissimi caveat, è possibile identificare un comune denominatore in grado di giustificare, almeno parzialmente, un andamento tanto sfavorevole nel nostro Paese?Senza dubbio la resilienza del sistema sanitario di fronte a uno choc di questa portata diventa determinante. Non si può tenere in considerazione solo la gratuità dei servizi e la (sacrosanta) universalità di accesso alle cure: in situazioni di crisi come quella che stiamo affrontando in queste settimane, uno degli elementi in grado di mitigare gli effetti risulta senza dubbio la capacità di accoglienza delle strutture sanitarie. E da questo punto di vista, gli altri Stati ci fanno le scarpe. Prendiamo il dato dei posti letto, un marker infallibile per valutare la qualità del sistema salute di un Paese. Negli ultimi tre decenni, dati Ocse alla mano, in Italia si è assistito a una lenta ma costante diminuzione della disponibilità per abitante: si è passati infatti dai 6,8/1.000 abitanti del 1991 ai 3,18 del 2017. Tradotto in parole semplici, meno della metà. Nello stesso periodo la Germania è passata da 10,1 a 8 posti ogni 1.000 abitanti. Dunque, nonostante la lieve flessione, Berlino ci surclassa in termini assoluti. Quello che impressiona è la cavalcata trionfale della Corea del Sud, risalita dai 2,48 di trent'anni fa ai 12,27 posti odierni, vale a dire quasi il quadruplo di quelli italiani. Una progressione che ha permesso a Seul di guadagnarsi il secondo gradino del podio a livello mondiale dopo il Giappone. Paradossalmente, queste cifre hanno suscitato più di una polemica nella penisola coreana, dal momento che un così grande numero di strutture necessita di essere adeguatamente approvvigionato di personale medico, al fine di garantire elevati standard qualitativi. Parlano da soli anche i numeri della terapia intensiva, la cui robustezza gioca oggi un ruolo fondamentale nella sfida contro il coronavirus. Qua la fa da padrona la Germania, la quale può contare su 28.000 posti letto (34 ogni 100.000 abitanti) a disposizione degli ammalati più gravi. Poco più indietro la Corea, con 10.000 posti letto che si traducono in 20 ogni 100.000 abitanti. Distante anni luce l'Italia, che dispone di appena 5.100 posti, cioè 8 ogni 100.000 abitanti. Un gap imbarazzante dovuto in gran parte dai tagli alla sanità dell'ultimo decennio, e in assenza del quale il nostro Paese sarebbe stato in grado di affrontare l'epidemia con armi ben più efficaci. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pero-in-italia-abbiamo-piu-morti-anche-per-carenza-di-posti-letto-2645453863.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="miracolo-tedesco-occhio-berlino-non-conta-i-decessi-come-facciamo-noi" data-post-id="2645453863" data-published-at="1775665068" data-use-pagination="False"> Miracolo tedesco? Occhio, Berlino non conta i decessi come facciamo noi Il virus ha reso l'Italia come una zona di guerra. In Francia, minaccia la classe dirigente. In Germania, invece, nonostante il contagio inizi a galoppare, l'allarme è rimasto contenuto. Soprattutto, il Paese registra un numero di vittime esiguo: due (la terza era un pompiere tedesco di 60 anni morto in Egitto) su 1.457 infetti. Ma fu vera gloria, direbbe Alessandro Manzoni? Forse no. Forse anche i teutonici hanno un problema, ma l'hanno gestito all'anglosassone: sobrietà e scarsa enfasi, finché possibile. È vero che in Germania, dopo una partenza timida, la frequenza dei tamponi è cresciuta. Non v'è però certezza sul totale: i negativi non vengono comunicati. Le casse mediche Kbv parlano di 35.000 test. Eppure, nessun accertamento è stato compiuto sui 202 pazienti morti per influenza. Non è da escludere, dunque, che qualcuno di loro avesse contratto il coronavirus. Peraltro, stando al racconto di una donna tedesca rientrata dall'Italia, riportato da Berlino magazine, farsi esaminare, nel Paese, non è affatto facile. La signora dichiara di avere accusato sintomi da Covid-19, ma di non essere riuscita a mettersi in contatto con un medico né tramite i numeri verdi per l'emergenza, né raggiungendo di persona il tendone allestito da un ospedale berlinese: si somministrano 60 tamponi al giorno nonostante le file di centinaia di persone (e privatamente, il test costa 300 euro, «ma nessuno sa come si faccia»). Inoltre, segnalava giorni fa Sky Tg24, chi è stato colpito dal coronavirus, ma al momento del decesso soffriva di patologie più gravi, è stato incluso nel conteggio dei morti a causa di quelle altre malattie. Pertanto, le cosiddette «comorbidità» contribuirebbero a diminuire la portata del fenomeno. Più o meno, è lo stesso (mezzo) tentativo fatto in Italia: dopo aver scatenato il panico, il governo aveva avallato l'idea che si muore «con» il coronavirus e non «per» il coronavirus. Da noi, alla fine, ha prevalso l'approccio alla cinese o alla coreana: cercare, attraverso i tamponi, tutti i positivi e quindi associare al Covid-19 i 631 morti registrati fino a ieri. Non significa per forza che siamo più trasparenti: dipende da che via è stata scelta - e perché: meno caos significa meno danni economici. Per di più, in Germania i Länder godono di ampia autonomia in ambito sanitario: è possibile che alcuni utilizzino metodi di calcolo che sottostimano la diffusione del virus. Ufficialmente, i tedeschi attribuiscono i pochi decessi (un'ottantanovenne di Hessen e un settantottenne di Heisenberg) all'età media dei contagiati. Secondo Lothar Wieler, presidente del Robert Koch Institute, l'organizzazione responsabile per il controllo e la prevenzione delle malattie infettive, i positivi, in Germania, «nel 70% dei casi» hanno tra i 20 e i 50 anni. L'età media lì è di 40 anni, in Italia è di 60. Lo studioso, tuttavia, ha precisato che «nelle prossime settimane e mesi» i dati dei due Paesi tenderanno ad allinearsi. È in questo solco che, «per tranquillizzare complottisti scemi e idioti d'ogni genere», s'è mosso il corrispondente eurolirico Udo Gümpel: «Dopo il morto vigile di fuoco amburghese deceduto in Egitto», ha twittato in italiano teutonicizzato, «anche due malati di coronavirus in Germania sono deceduti [...]. Due focolai. Dunque: niente immunità crucca». I tedeschi «sono mortali». Lo stesso Gümpel, in un altro ameno cinguettio, aveva spiegato che gli anziani tedeschi si ammalano di meno perché «hanno molto meno socialità, per esempio bar e ritrovi: socialmente più isolati ma protetti». Più laicamente, il vicepresidente di International Sos, la principale azienda di servizi di sicurezza medica del mondo, interpellato da Fox news, aveva osservato che «il distanziamento sociale potrebbe essere più complicato in culture avvezze al contatto intimo». Se c'è un'epidemia e una nazione algida ne incontra una di baci e abbracci, quella di baci e abbracci è morta... Non si possono non prendere sul serio, però, i riscontri sulle dotazioni del servizio sanitario tedesco. L'ha ricordato il ministro della Salute, Jens Spahn: la Germania dispone di 28.000 posti in terapia intensiva, il dato più alto d'Europa, anche se i letti totali risultano già occupati per l'80%. L'Italia è entrata nel pieno dell'emergenza con 5.100 unità di rianimazione. Probabilmente è questo il superpotere teutonico, che consente una relativa tranquillità, nonostante l'esecutivo di Berlino abbia ammesso l'esistenza di focolai locali (ci sono casi in tutti i 16 Länder), abbia attivato il Piano nazionale antipandemia, abbia richiesto la sospensione degli eventi con più di 1.000 partecipanti, abbia deciso che il match di Champions League, Bayern-Chelsea, si giocherà a porte chiuse e sia orientato a limitare l'accesso agli stadi pure in Bundesliga, con buona pace della Federcalcio tedesca. Nel frattempo, musei, teatri e discoteche restano aperti. E il ministro dell'Economia, Peter Altmaier, ha forse lasciato intendere qual è lo scenario che la Germania, tenendo i toni bassi, vuole fugare: «Quanto più lentamente si diffonde il virus, tanto più è probabile che possiamo prevenire una recessione economica». Essere «appestati» costa. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pero-in-italia-abbiamo-piu-morti-anche-per-carenza-di-posti-letto-2645453863.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="a-roma-un-altro-centro-anti-epidemie-il-problema-e-che-e-chiuso-da-15-anni" data-post-id="2645453863" data-published-at="1775665068" data-use-pagination="False"> A Roma un altro centro anti epidemie. Il problema è che è chiuso da 15 anni Negli ospedali della Lombardia ormai prossimi al collasso si creano reparti di terapia intensiva perfino nei corridoi per cercare di fermare il coronavirus? A Roma, facendo tutti gli scongiuri possibili, si sta cercando, in poche ore, di allestire un circuito parallelo per i malati con Covid-19 per non allargare il contagio e garantire l'assistenza anche ai pazienti delle «normali» patologie? Allo Spallanzani, il centro romano specializzato per le malattie infettive, esiste un ospedale «ad alto isolamento», nuovo di zecca, costruito apposta per affrontare le nuove pesti del terzo millennio. Ma da quindici anni, impeccabile nella sua struttura modernissima, è inutilizzato. Ultimato ma assolutamente, irrimediabilmente, lasciato a fare solo da monumento a se stesso. Le vetrate impeccabili che lo avvolgono riflettono le nuvole e il verde dei giardini. Soprattutto sono lo specchio della strana sindrome da cupio dissolvi, o semplicemente taffaziana, più pericolosa di ogni infezione che da tempo ammorba l'Italia. Un esempio di come pastoie burocratiche insieme a furori giustizialisti riescano ad ingoiare tutto nella pubblica amministrazione ed in particolare nella sanità, malefatte o presunte tali ed eccellenze. La storia è molto semplice. La struttura viene concepita e realizzata nel 2003-2004 ai tempi della Sars sotto l'egida di Guido Bertolaso, sottosegretario al governo Berlusconi con delega alla Protezione civile, che oltre ad essere un grande organizzatore ed essere circondato da un team di prim'ordine, è, combinazione, anche un medico. La Sars, l'altra infezione da coronavirus dilagata dalla Cina dal 2002 al 2004, fortunatamente non ha lo sviluppo da pandemia che si temeva. Ma la struttura ormai c'è. Anche l'ospedale «anti-epidemie» viene inghiottito nell'indagine contro Bertolaso e quella che noi della grancassa mediatica abbiamo chiamato la «cricca». Ma, piaccia o no, si tratta di una grande intuizione scientifico-operativa. Come stiamo scoprendo a costi altissimi in questi giorni le nuove pesti richiedono di avere strutture dedicate, riservate solo a questi malati per evitare il collasso dell'intero sistema sanitario. Così ad esempio nel Lazio, che, Dio non voglia, potrebbe essere investito in pieno dallo «sciame infettivo» del Covid-19, in tutta fretta si sta cercando di allestire un circuito parallelo che fa capo ai tre poli ospedalieri universitari (Umberto I, Tor Vergata, Gemelli) e che non metta a contatto i contagiati con altri, malati per altre patologie o sani che siano. In tutta la sua splendida solitudine di vetrocemento questo fantasma delle buone intuizioni sta lì, 200-300 metri al massimo dallo Spallanzani dove medici, infermieri, pazienti da settimane sono in prima linea sul fronte di questa guerra contro il nemico invisibile. Costato a quanto pare intorno ad una trentina di milioni, chi l'ha visitato dice che ha 10 posti letto di terapia intensiva «ad altissimo isolamento» e 20 posti «ad alto isolamento». Mancano solo le macchine e le attrezzature. «Anche se l'epidemia da coronavirus penso finisca prima, almeno lo spero, che possa essere resa funzionante», dice una fonte medica, «è evidente che una struttura così potrebbe essere molto utile nell'emergenza attuale». A quanto è dato sapere mancano i collaudi: l'opera formalmente non è ancora stata collaudata. Insomma, passaggi burocratici. Chi scrive nel 2014 ai tempi di Ebola per il Tg5 realizzò un servizio nel quale l'allora responsabile della Protezione civile (competente sulla struttura) assicurò: entro sei mesi l'ospedale ad alto isolamento sarà perfettamente funzionante. «La verità è che è finito nel tritatutto della Protezione civile», dichiara una fonte medica che vuole restare anonima, «non sono passati sei mesi ma sei anni e non è stato fatto nulla». «È una struttura di assoluta eccellenza, all'avanguardia in Europa e nel mondo», riconoscono alla Protezione civile. E dunque? «Da un po' è partito il collaudo tecnico-amministrativo ovvero la verifica degli atti. Il collaudo funzionale lo abbiamo completato, l'ultimo step è stato il collaudo dei reflui», fanno sapere. Insomma è stata realizzata a regola d'arte. «Le lungaggini? Sono dovute al fatto che dopo l'emergenza del 2003 si sono seguite le procedure ordinarie». Ah beh… «Nel Milleproroghe», continuano, «sono già stanziate le risorse perché la Regione Lazio la faccia funzionare». Tempo previsto per il trasferimento dalla Protezione civile alla Regione: settembre. Speriamo non del 2035.
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Ma in Gran Bretagna, come sempre, sono un passo avanti. Non si nascondono dietro a sentenze dei tribunali o inghippi giuridici. Macché: hanno proprio istituzionalizzato la licenza di furto. Tanto che un commesso di un supermercato, tal Walker Smith, che si è permesso di fermare un rapinatore è stato licenziato in tronco. «I protocolli di non intervento devono essere seguiti rigorosamente», hanno sentenziato i responsabili dell’azienda. Proprio così: «protocolli di non intervento». Se qualcuno ruba, lo devi lasciare fare. Guai a intervenire. Altrimenti ti trovi per strada a 54 anni, dopo 17 anni di onesto lavoro, come il povero Walker. «Quando sono tornato a casa mi prendevo a pugni da solo», ha detto. «Perché l’ho fatto?». Già: perché l’ha fatto? La prossima volta anziché fermare i ladri, provi a rubare qualcosa. Magari gli danno un aumento.
Quello di Walker non è un caso isolato. Moltissimi negozi in Gran Bretagna hanno ormai adottato i «protocolli di non intervento»: di fatto viene chiesto a dipendenti, commessi, impiegati e persino addetti alla sicurezza, di lasciare che i ladri agiscano indisturbati. Il motivo? Meglio non correre rischi. Se poi il ladro reagisce? Se aggredisce? Se qualcuno si fa male? Dunque, avanti, non fate storie: lasciate che i delinquenti siano liberi di delinquere. Anche il governo approva: negli ultimi anni sono stati adottati provvedimenti che di fatto hanno depenalizzato i furti. Per i furterelli più piccoli non è più prevista nemmeno la multa: solo la reprimenda della polizia. La reprimenda, capito? E quale poliziotto si mette a fermare un ladro per fargli la reprimenda? Infatti il numero di furti è cresciuto a dismisura nell’ultimo anno: 3,7 milioni in più, 55.000 al giorno, per un danno di 2,7 miliardi di euro l’anno, il quadruplo rispetto al 2024. Un vero business. E chi prova a opporsi viene licenziato, come Walker.
Dunque hanno vinto loro. Hanno vinto i ladri. È ufficiale. Siamo passati dalla tolleranza zero alla tolleranza totale. L’unico cosa che non si tollera è chi prova a fermare i ladri. A Pasqua, raccontano i giornali inglesi, centinaia di giovanissimi hanno sfruttato le vacanze per dare l’assalto a negozi e supermercati. Hanno rubato di tutto. I poliziotti ovviamente si sono ben guardati dall’intervenire. E i dipendenti pure. A parte il povero Walker, mannaggia a lui. Il commesso del supermercato Waitrose ha visto un ladro che aveva riempito la borsa di coniglietti di cioccolato Lindt Gold Bunny (13 sterline l’uno) e anziché girare la testa dall’altra parte come impone il «protocollo di non intervento» ha cercato di fermarlo. C’è stata una colluttazione, il ladro ha lasciato la refurtiva ed è scappato. E lui, non pago, gli ha pure tirato dietro un pezzo di coniglietto di cioccolato. Fortuna che non l’ha preso, altrimenti insieme alla lettera di licenziamento gli davano pure il tentato omicidio.
Siamo arrivati a questo punto. Ma ci viene il sospetto che non ci fermeremo. Avanti di questo passo e tra poco arriverà una legge che imporrà un cartello in ogni locale pubblico: «Non è consentito fumare ma è consentito rubare». Potremmo suggerire, insieme al «protocollo di non intervento», anche una raccolta a punti per ladri. In effetti: perché riservare la Fidelity Card solo ai clienti dei supermercati? Ci vuole la Fidelity Card per rapinatori. Ogni dieci furti, si vince un set di posate o un bollitore. Ovviamente da sottrarre furtivamente fra gli applausi dei dipendenti. Consigliabile anche, accanto alla cassa automatica e alla cassa rapida, la cassa taccheggio per evitare ai delinquenti di dover mettersi in fila accanto a quei fessi che si ostinano a pagare. Pronta anche la campagna promozionale del due per tre: ogni due furti te ne danno in omaggio un terzo. Con ringraziamento del supermercato.
Non è meraviglioso? Per altro questa notizia ci aiuta anche a capire ciò che succede in Italia, e che a prima vista ci sembrava strano. Perché - ci chiedevamo - mandiamo a processo i carabinieri che fanno i posti di blocco (caso Ramy) e condanniamo quelli che cercano di fermare i rapinatori violenti (caso Marroccella)? Perché giustifichiamo chi fugge senza fermarsi all’alt e chi cerca di accoppare un militare «solo» con un cacciavite (ma che diamine: vuoi almeno dotarti di un bazooka? O di un mitragliatore? Che razza di delinquente sei?)? E perché condanniamo chi viene aggredito nella sua casa o nel suo negozio a risarcire i delinquenti che lo hanno aggredito (caso Roggero)? Ora è tutto più chiaro: stiamo andando verso Londra. Direzione: zuppa inglese. Vogliamo arrivare anche a noi a proclamare ufficialmente la libertà di furto con severe punizioni per chi si oppone all’inviolabile diritto di delinquere. Walker docet. Del resto l’Inghilterra non ha insegnato al mondo come costruire una democrazia? Ora può anche insegnare come distruggerla.
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(Ansa)
La sentenza in questione - della quale, sempre con riferimento al caso Ramy, era già stata data notizia sulla Verità dell’11 ottobre 2025 - è la n. 4963/2025 della III sezione civile. Essa riguarda un caso la cui dinamica era esattamente sovrapponibile a quella del caso Ramy, con la sola differenza che non vi era stato alcun evento mortale e che oggetto del contendere era soltanto la responsabilità civile per le lesioni che taluni appartenenti alla forza pubblica, impegnati nell’inseguimento di un veicolo che non si era fermato all’alt, avevano subito per averlo volontariamente tamponato.
La decisione della Cassazione fu nel senso che di tali lesioni doveva rispondere, quale unico responsabile, il conducente del veicolo tamponato, dal momento che a carico del conducente di quello tamponante non era ravvisabile colpa alcuna, dovendosi la sua condotta considerare «doverosa e, pertanto, scriminata dall’art. 51 cod. pen.». Si noti che l’art. 51 del codice penale, che prevede, per quanto qui interessa, la non punibilità del fatto astrattamente qualificabile come reato se commesso nell’«adempimento di un dovere», è lo stesso articolo al quale si fa riferimento nella richiesta di rinvio a giudizio del Lenoci, sostenendosi, però, che quest’ultimo lo avrebbe violato ponendo in essere una «condotta di guida sproporzionata» rispetto all’obiettivo, pur legittimamente perseguito, di bloccare il veicolo fuggitivo. Più in particolare, si addebita al carabiniere di aver mantenuto, nell’inseguimento, «una distanza e una velocità inidonee a prevenire eventuali collisioni o tamponamenti con il mezzo in fuga».
Difficile immaginare un più evidente contrasto fra tale impostazione accusatoria e il principio affermato nel citato precedente della Cassazione. Mentre per quest’ultimo, infatti, il tamponamento, non colposo ma addirittura volontario, del veicolo inseguito rientrava pienamente nei limiti della causa di giustificazione costituita dall’adempimento di un dovere, per la Procura della Repubblica di Milano, invece, tali limiti sarebbero stati superati per il solo fatto che, senza neppure volerlo ma soltanto per colpa, il tamponamento o, comunque, la collisione erano avvenuti. E la colpa sarebbe consistita, in sostanza, a ben vedere, soltanto nell’avere il carabiniere condotto l’inseguimento proponendosi come obiettivo prioritario quello di bloccare il veicolo fuggitivo e non invece - come sembra che, secondo la Procura, sarebbe stato doveroso - quello di evitare, comunque, il pericolo di una collisione, anche a costo di consentire al veicolo fuggitivo di far perdere le proprie tracce. Un tale ragionamento appare evidentemente basato sul fallace presupposto che l’inseguimento di chi abbia violato un posto di blocco debba essere condotto in modo da curare prioritariamente l’esigenza che non venga a determinarsi alcun aumento del livello di rischio già liberamente accettato dall’autore della violazione con il darsi alla fuga. Il che, se fosse vero, comporterebbe che dovrebbe allora, ad esempio, considerarsi generatore di responsabilità a titolo di colpa anche il comportamento degli inseguitori che, per fermare la corsa del veicolo inseguito, lo colpiscano alle gomme facendole scoppiare o afflosciare, qualora, a causa di ciò, il conducente ne perda il controllo e, impattando in qualche ostacolo, rimanga ferito o ucciso.
Va da sé, naturalmente, che non può certo, per converso, sostenersi che qualsiasi condotta sia lecita quando abbia come scopo quello di bloccare la corsa del fuggitivo. È evidente, infatti, che, secondo l’indiscusso principio generale che regola tutte le cause di giustificazione dei reati, è necessario, perché la causa di giustificazione possa essere pienamente riconosciuta, che vi sia proporzione tra la condotta astrattamente inquadrabile in una ipotesi di reato e l’obiettivo lecito che, con quella condotta, si intende perseguire. Sarà, pertanto, sempre da escludere che possa invocare la causa di giustificazione dell’adempimento di un dovere l’agente della forza pubblica che, per bloccare la fuga di chiunque abbia commesso un qualsiasi illecito e non costituisca, al momento, un pericolo per alcuno, gli spari addosso. Ma è proprio il requisito della proporzionalità quello che risulta espressamente riconosciuto nella sentenza della Cassazione di cui si è detto e risulta, invece, escluso nella richiesta di rinvio a giudizio del Lenoci. E ciò senza che di tale esclusione sia stata offerta, per quanto è dato sapere, alcuna valida spiegazione, tale non potendosi certamente ritenere quella costituita dal fatto che, come si mette in rilievo nella stessa richiesta, era già stata rilevata la targa del motociclo condotto da Fares Bouzidi e sul quale era trasportato Ramy. È di elementare evidenza, infatti, che il motociclo avrebbe potuto essere oggetto di furto, magari non ancora denunciato, per cui dalla targa non sarebbe stato possibile risalire all’identità dei due occupanti che, ovviamente, era invece necessario accertare. Di una tale evidenza è difficile pensare che possa non essersi resa conto la stessa Procura della Repubblica di Milano, per cui l’aver essa fatto leva sulla circostanza in questione per sostenere la propria decisione sembra rivelare una sorta di «accanimento accusatorio», tale da averla indotta, per raggiungere il proprio scopo, anche ad avvalersi di elementi palesemente privi di rilievo, contando forse sull’eventualità che essi producano comunque un qualche effetto. Un atteggiamento, questo, che, purtroppo, sembra sempre più diffuso tra gli uffici del pubblico ministero, a cominciare da quando, nell’ormai lontano 1989, è entrato in vigore l’attuale codice di procedura penale, basato appunto sul sistema definito, non per nulla, «accusatorio»; dal che è derivata la progressiva tendenza dei magistrati del pubblico ministero a considerarsi non più, come per il passato, organi «di giustizia» al pari, pur nella diversità delle funzioni, dei magistrati giudicanti, ma soltanto organi puramente «d’accusa». E i risultati, nel caso in discorso come in tanti altri, sono quelli che si vedono.
di Pietro Dubolino, Presidente di sezione emerito della Corte di Cassazione
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Nel riquadro, Chris Giudice (IStock)
Tanto si è scritto riguardo le frequentazioni online di questi ragazzo. Satanismo, accelerazionismo, neonazismo. Raccontata così sembra una commistione perfino un po’ caricaturale di suggestioni. Di che gruppi parliamo davvero?
«Non siamo di fronte a semplici spauracchi, ma il racconto mediatico tende a essere impreciso. Nella maggior parte dei casi non esistono ordini occulti o società segrete con strutture stabili o catene di comando chiaramente identificabili. Piuttosto, ci troviamo di fronte ad ambienti fluidi, spesso privi di confini chiari tra partecipazione, osservazione e semplice esposizione. Il riferimento più noto resta l’Order of nine angles, un ordine occulto di area satanista nato in Inghilterra tra gli anni Settanta e Ottanta. A partire dagli anni 2010, però, il suo materiale ha iniziato a circolare online in modo sempre più autonomo, perdendo il legame con un contesto unitario. In questa fase, più che un’organizzazione, si ha una circolazione di materiali che possono essere riutilizzati in contesti completamente diversi».
Come nel caso di Perugia.
«Il caso di Perugia mostra come questi elementi si inseriscano oggi in ecosistemi più ampi: non solo riferimenti all’occulto, ma anche immaginari legati ai mass shooter, simbologie neonaziste e retoriche accelerazioniste. In questi ambienti, la violenza assume una dimensione performativa, quasi simulata in anticipo. Accanto a questo emergono fenomeni come 764 o No lives matter, che non sono ordini in senso proprio ma ambienti digitali frammentari. Qui l’occulto funziona soprattutto come linguaggio: elementi simbolici usati spesso fuori contesto per intensificare la trasgressione. Il punto non è tanto “chi appartiene a cosa”, quanto il fatto che esista un lessico condiviso - esoterico, nichilista e politico - che circola liberamente online e che rende possibile una forma di partecipazione anche senza un reale coinvolgimento strutturato».
Quali sono gli obiettivi di questi gruppi?
«Non esiste quasi mai un obiettivo unitario. Più che un progetto, si tratta di una postura: la trasgressione estrema come strumento di trasformazione individuale. Nel caso dell’Order of nine angles, questo è esplicito: il superamento dei limiti viene concepito come pratica. Quando questi contenuti circolano fuori contesto, però, perdono struttura e vengono semplificati. Il caso di Perugia è esemplare: il riferimento alla Werwolf division e ai mass shooter mostra un immaginario costruito attraverso elementi diversi - suprematismo, cultura mass shooter, retoriche accelerazioniste - in cui la violenza viene pensata e, in parte, messa in scena prima ancora di essere compiuta, anche attraverso la ricerca e la condivisione di materiali tecnici, manuali e istruzioni, che trasformano l’idea in qualcosa di operativamente praticabile. In ambienti come 764 o No lives matter, questa logica si radicalizza: la trasgressione diventa fine a sé stessa, un gesto da compiere e talvolta da condividere. La violenza diventa performativa. L’obiettivo non è tanto cambiare il mondo in modo strutturato, quanto mettere alla prova sé stessi attraverso il superamento dei limiti, anche in assenza di un obiettivo esterno chiaramente definito».
Ma questi ambienti attirano soltanto giovanissimi o anche adulti?
«L’ingresso oggi è quasi sempre giovanile. I canali sono quelli dell’ecosistema digitale: Telegram, Discord, Signal, ma anche chat legate ai videogiochi. Non si tratta di percorsi di studio, ma di traiettorie informali: si entra in una chat, si seguono link, si condividono materiali, spesso senza una piena consapevolezza del contesto. Non è un caso che videogiochi come Roblox abbiano limitato le funzionalità di chat, introducendo verifiche dell’età e restrizioni nei contatti tra utenti, proprio per ridurre questo tipo di esposizione. Il passaggio verso contenuti più estremi avviene in modo graduale. Gli adulti sono presenti, ma meno visibili: possono facilitare o orientare, ma raramente emergono come punti di riferimento espliciti. Il primo contatto avviene quindi molto presto, all’interno di spazi digitali che possono diventare, nel tempo, luoghi di radicalizzazione».
Esiste un vero e proprio reclutamento?
«Non nel senso classico. Non ci sono affiliazioni formali né rituali obbligati. Il modello è più sfumato e spesso più efficace. Si tratta di esposizione progressiva: si entra per curiosità e si resta perché il contenuto diventa via via più radicale. Il passaggio è graduale e spesso poco consapevole. Più che una figura che recluta, c’è un ambiente che orienta e che, attraverso la ripetizione e l’esposizione continua, rende certe posizioni progressivamente plausibili. Chat e gruppi funzionano come spazi di normalizzazione, in cui certi linguaggi diventano familiari. A questo si aggiungono dinamiche di riconoscimento e appartenenza, che rafforzano il coinvolgimento. In alcuni casi emergono anche forme di pressione più dirette, ma restano inserite in un ecosistema che funziona senza una struttura formale».
In estrema sintesi: in che cosa crede un odierno satanista?
«Serve distinguere. Esistono forme di satanismo contemporaneo strutturate e non violente - come la Church of Satan o il Temple of Set - che non hanno nulla a che vedere con questi contesti. Negli ambienti più frammentari, invece, il satanismo non è tanto un sistema di credenze quanto un insieme di pratiche. Al centro c’è il superamento dei limiti: infrangere tabù, costruire un’identità in opposizione. Questo lo colloca nell’ambito della Left-Hand Path, ma in forma semplificata. Rimane l’elemento operativo: l’atto, la trasgressione, la prova. Non c’è una dottrina vera e propria, ma materiali usati spesso fuori contesto. A questo si aggiunge l’ibridazione con linguaggi politici estremi e con una cultura digitale che amplifica e ricombina i contenuti. Si tratta, più che di un sistema di credenze, di una pratica identitaria, che non richiede una piena adesione teorica, ma piuttosto una disponibilità all’azione».
Secondo lei quelle che abbiamo descritto sono manifestazioni, magari estreme, di disagio come spesso si dice? Qualcosa di simile a quello che un tempo erano i sassi dal cavalcavia, per citare un triste esempio?
«Il disagio è una componente, ma non basta a spiegare il fenomeno. Ridurre tutto a malessere giovanile rischia di semplificare. Qui non siamo davanti a un gesto impulsivo. Questi atti si inseriscono in un quadro di riferimenti - testi, simboli, narrazioni - che li rendono significativi per chi li compie. C’è spesso preparazione e, in alcuni casi, una vera e propria messa in scena anticipata. Il confronto con episodi come il lancio di sassi è fuorviante: lì prevale l’impulso, qui una costruzione di senso, anche rudimentale. Questo elemento è centrale per comprendere il fenomeno. Il gesto viene percepito come qualcosa che dimostra, che si inserisce in una traiettoria. È un modo di dare senso all’azione, anche in forme estreme, e di collocarsi in una narrazione personale».
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La Nasa ha pubblicato immagini storiche della Terra che tramonta sotto l’orizzonte lunare, più di 57 anni dopo che un’iconica immagine dell’«alba terrestre» fu catturata da un astronauta dell’Apollo 8.
I membri dell’equipaggio di Artemis II hanno catturato l’immagine durante il sorvolo lunare da record della missione, mentre l’astronauta statunitense Bill Anders scattò la leggendaria «alba terrestre» durante la prima missione spaziale con equipaggio umano intorno alla Luna, nel dicembre 1968.
L’equipaggio descrisse con dovizia di particolari le caratteristiche della superficie lunare e in seguito assistette a un’eclissi solare, quando la Luna passò davanti al Sole.