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2020-03-11
In Italia il virus uccide di più perché mancano i posti letto
Ansa
Paese che vai, mortalità del coronavirus che trovi. Su questo specifico punto l'Organizzazione mondiale della sanità è stata piuttosto chiara fin dall'inizio: la gravità del contagio dipenderà in buona parte anche dal livello di preparazione del sistema sanitario di ciascuno Stato, e dunque dalla sua capacità di assorbire il colpo dell'epidemia. Stando agli ultimi dati, il tasso di mortalità per Covid-19 in Italia è decisamente più alto rispetto agli altri Paesi del mondo. Si parla di differenze non trascurabili, che pongono interrogativi seri e delicati, e sui quali solo una conoscenza approfondita e prolungata nel tempo del virus e del suo comportamento potrà fornire una risposta.
Tuttavia, osservando i numeri nudi e crudi non si può fare a meno di notare uno scostamento notevole. Nel nostro Paese, ormai stabilmente al secondo posto per numero di casi nel mondo, il tasso di mortalità si attesta addirittura al 6,22% (631 decessi su 10.149 casi totali). Occorre tuttavia specificare che i dati di ieri sono viziati dal fatto che la Lombardia ha comunicato il numero dei decessi, ma non quello dei contagi. Fino a lunedì, comunque, il tasso di mortalità viaggiava allo 5,05%, un valore molto più elevato di quello del resto del mondo, che invece si ferma al 3,48%. Parlando della Cina, luogo dal quale il patogeno si è diffuso per poi contagiare il mondo intero, occorre fare una distinzione: la maggior parte dei decessi (circa il 96%) si trova nella provincia di Hubei, epicentro dell'epidemia, dove la percentuale di decessi è paragonabile alla nostra (4,43%), mentre nel resto del Dragone è decisamente più bassa, addirittura inferiore all'1% (0,88%). Positivo l'andamento della mortalità anche in Corea del Sud, che pure si aggiudica il terzo gradino del podio per numero di casi (7.513), e nella quale il tasso si attesta allo 0,72%. Dati inferiori all'Italia anche in Francia (1,16% per 949 casi) e, soprattutto, in Germania, dove si contano appena 2 decessi su 1.139 contagi.
Quali possono essere le cause che hanno portato a queste differenze tanto marcate? Ovviamente non si può non tenere conto delle diverse modalità di conteggio dei decessi e delle tempistiche di avanzamento dell'epidemia, fattore quest'ultimo che fa presagire come negli altri Paesi la diffusione del virus sia ancora ben lungi dall'aver espresso il massimo potenziale. Senza contare le abitudini di vita, compresa una maggiore inclinazione alle relazioni sociali, e la composizione demografica della popolazione. Tutti elementi che, almeno sulla carta, giocano a nostro sfavore. Ma al netto di questi importantissimi caveat, è possibile identificare un comune denominatore in grado di giustificare, almeno parzialmente, un andamento tanto sfavorevole nel nostro Paese?
Senza dubbio la resilienza del sistema sanitario di fronte a uno choc di questa portata diventa determinante. Non si può tenere in considerazione solo la gratuità dei servizi e la (sacrosanta) universalità di accesso alle cure: in situazioni di crisi come quella che stiamo affrontando in queste settimane, uno degli elementi in grado di mitigare gli effetti risulta senza dubbio la capacità di accoglienza delle strutture sanitarie. E da questo punto di vista, gli altri Stati ci fanno le scarpe. Prendiamo il dato dei posti letto, un marker infallibile per valutare la qualità del sistema salute di un Paese. Negli ultimi tre decenni, dati Ocse alla mano, in Italia si è assistito a una lenta ma costante diminuzione della disponibilità per abitante: si è passati infatti dai 6,8/1.000 abitanti del 1991 ai 3,18 del 2017. Tradotto in parole semplici, meno della metà. Nello stesso periodo la Germania è passata da 10,1 a 8 posti ogni 1.000 abitanti. Dunque, nonostante la lieve flessione, Berlino ci surclassa in termini assoluti. Quello che impressiona è la cavalcata trionfale della Corea del Sud, risalita dai 2,48 di trent'anni fa ai 12,27 posti odierni, vale a dire quasi il quadruplo di quelli italiani. Una progressione che ha permesso a Seul di guadagnarsi il secondo gradino del podio a livello mondiale dopo il Giappone. Paradossalmente, queste cifre hanno suscitato più di una polemica nella penisola coreana, dal momento che un così grande numero di strutture necessita di essere adeguatamente approvvigionato di personale medico, al fine di garantire elevati standard qualitativi.
Parlano da soli anche i numeri della terapia intensiva, la cui robustezza gioca oggi un ruolo fondamentale nella sfida contro il coronavirus. Qua la fa da padrona la Germania, la quale può contare su 28.000 posti letto (34 ogni 100.000 abitanti) a disposizione degli ammalati più gravi. Poco più indietro la Corea, con 10.000 posti letto che si traducono in 20 ogni 100.000 abitanti. Distante anni luce l'Italia, che dispone di appena 5.100 posti, cioè 8 ogni 100.000 abitanti. Un gap imbarazzante dovuto in gran parte dai tagli alla sanità dell'ultimo decennio, e in assenza del quale il nostro Paese sarebbe stato in grado di affrontare l'epidemia con armi ben più efficaci.
Miracolo tedesco? Occhio, Berlino non conta i decessi come facciamo noi
Il virus ha reso l'Italia come una zona di guerra. In Francia, minaccia la classe dirigente. In Germania, invece, nonostante il contagio inizi a galoppare, l'allarme è rimasto contenuto. Soprattutto, il Paese registra un numero di vittime esiguo: due (la terza era un pompiere tedesco di 60 anni morto in Egitto) su 1.457 infetti. Ma fu vera gloria, direbbe Alessandro Manzoni? Forse no. Forse anche i teutonici hanno un problema, ma l'hanno gestito all'anglosassone: sobrietà e scarsa enfasi, finché possibile.
È vero che in Germania, dopo una partenza timida, la frequenza dei tamponi è cresciuta. Non v'è però certezza sul totale: i negativi non vengono comunicati. Le casse mediche Kbv parlano di 35.000 test. Eppure, nessun accertamento è stato compiuto sui 202 pazienti morti per influenza. Non è da escludere, dunque, che qualcuno di loro avesse contratto il coronavirus. Peraltro, stando al racconto di una donna tedesca rientrata dall'Italia, riportato da Berlino magazine, farsi esaminare, nel Paese, non è affatto facile. La signora dichiara di avere accusato sintomi da Covid-19, ma di non essere riuscita a mettersi in contatto con un medico né tramite i numeri verdi per l'emergenza, né raggiungendo di persona il tendone allestito da un ospedale berlinese: si somministrano 60 tamponi al giorno nonostante le file di centinaia di persone (e privatamente, il test costa 300 euro, «ma nessuno sa come si faccia»).
Inoltre, segnalava giorni fa Sky Tg24, chi è stato colpito dal coronavirus, ma al momento del decesso soffriva di patologie più gravi, è stato incluso nel conteggio dei morti a causa di quelle altre malattie. Pertanto, le cosiddette «comorbidità» contribuirebbero a diminuire la portata del fenomeno. Più o meno, è lo stesso (mezzo) tentativo fatto in Italia: dopo aver scatenato il panico, il governo aveva avallato l'idea che si muore «con» il coronavirus e non «per» il coronavirus. Da noi, alla fine, ha prevalso l'approccio alla cinese o alla coreana: cercare, attraverso i tamponi, tutti i positivi e quindi associare al Covid-19 i 631 morti registrati fino a ieri.
Non significa per forza che siamo più trasparenti: dipende da che via è stata scelta - e perché: meno caos significa meno danni economici. Per di più, in Germania i Länder godono di ampia autonomia in ambito sanitario: è possibile che alcuni utilizzino metodi di calcolo che sottostimano la diffusione del virus.
Ufficialmente, i tedeschi attribuiscono i pochi decessi (un'ottantanovenne di Hessen e un settantottenne di Heisenberg) all'età media dei contagiati. Secondo Lothar Wieler, presidente del Robert Koch Institute, l'organizzazione responsabile per il controllo e la prevenzione delle malattie infettive, i positivi, in Germania, «nel 70% dei casi» hanno tra i 20 e i 50 anni. L'età media lì è di 40 anni, in Italia è di 60. Lo studioso, tuttavia, ha precisato che «nelle prossime settimane e mesi» i dati dei due Paesi tenderanno ad allinearsi. È in questo solco che, «per tranquillizzare complottisti scemi e idioti d'ogni genere», s'è mosso il corrispondente eurolirico Udo Gümpel: «Dopo il morto vigile di fuoco amburghese deceduto in Egitto», ha twittato in italiano teutonicizzato, «anche due malati di coronavirus in Germania sono deceduti [...]. Due focolai. Dunque: niente immunità crucca». I tedeschi «sono mortali».
Lo stesso Gümpel, in un altro ameno cinguettio, aveva spiegato che gli anziani tedeschi si ammalano di meno perché «hanno molto meno socialità, per esempio bar e ritrovi: socialmente più isolati ma protetti». Più laicamente, il vicepresidente di International Sos, la principale azienda di servizi di sicurezza medica del mondo, interpellato da Fox news, aveva osservato che «il distanziamento sociale potrebbe essere più complicato in culture avvezze al contatto intimo». Se c'è un'epidemia e una nazione algida ne incontra una di baci e abbracci, quella di baci e abbracci è morta...
Non si possono non prendere sul serio, però, i riscontri sulle dotazioni del servizio sanitario tedesco. L'ha ricordato il ministro della Salute, Jens Spahn: la Germania dispone di 28.000 posti in terapia intensiva, il dato più alto d'Europa, anche se i letti totali risultano già occupati per l'80%. L'Italia è entrata nel pieno dell'emergenza con 5.100 unità di rianimazione. Probabilmente è questo il superpotere teutonico, che consente una relativa tranquillità, nonostante l'esecutivo di Berlino abbia ammesso l'esistenza di focolai locali (ci sono casi in tutti i 16 Länder), abbia attivato il Piano nazionale antipandemia, abbia richiesto la sospensione degli eventi con più di 1.000 partecipanti, abbia deciso che il match di Champions League, Bayern-Chelsea, si giocherà a porte chiuse e sia orientato a limitare l'accesso agli stadi pure in Bundesliga, con buona pace della Federcalcio tedesca. Nel frattempo, musei, teatri e discoteche restano aperti. E il ministro dell'Economia, Peter Altmaier, ha forse lasciato intendere qual è lo scenario che la Germania, tenendo i toni bassi, vuole fugare: «Quanto più lentamente si diffonde il virus, tanto più è probabile che possiamo prevenire una recessione economica». Essere «appestati» costa.
A Roma un altro centro anti epidemie. Il problema è che è chiuso da 15 anni
Negli ospedali della Lombardia ormai prossimi al collasso si creano reparti di terapia intensiva perfino nei corridoi per cercare di fermare il coronavirus? A Roma, facendo tutti gli scongiuri possibili, si sta cercando, in poche ore, di allestire un circuito parallelo per i malati con Covid-19 per non allargare il contagio e garantire l'assistenza anche ai pazienti delle «normali» patologie? Allo Spallanzani, il centro romano specializzato per le malattie infettive, esiste un ospedale «ad alto isolamento», nuovo di zecca, costruito apposta per affrontare le nuove pesti del terzo millennio. Ma da quindici anni, impeccabile nella sua struttura modernissima, è inutilizzato. Ultimato ma assolutamente, irrimediabilmente, lasciato a fare solo da monumento a se stesso.
Le vetrate impeccabili che lo avvolgono riflettono le nuvole e il verde dei giardini. Soprattutto sono lo specchio della strana sindrome da cupio dissolvi, o semplicemente taffaziana, più pericolosa di ogni infezione che da tempo ammorba l'Italia. Un esempio di come pastoie burocratiche insieme a furori giustizialisti riescano ad ingoiare tutto nella pubblica amministrazione ed in particolare nella sanità, malefatte o presunte tali ed eccellenze.
La storia è molto semplice. La struttura viene concepita e realizzata nel 2003-2004 ai tempi della Sars sotto l'egida di Guido Bertolaso, sottosegretario al governo Berlusconi con delega alla Protezione civile, che oltre ad essere un grande organizzatore ed essere circondato da un team di prim'ordine, è, combinazione, anche un medico. La Sars, l'altra infezione da coronavirus dilagata dalla Cina dal 2002 al 2004, fortunatamente non ha lo sviluppo da pandemia che si temeva. Ma la struttura ormai c'è. Anche l'ospedale «anti-epidemie» viene inghiottito nell'indagine contro Bertolaso e quella che noi della grancassa mediatica abbiamo chiamato la «cricca».
Ma, piaccia o no, si tratta di una grande intuizione scientifico-operativa. Come stiamo scoprendo a costi altissimi in questi giorni le nuove pesti richiedono di avere strutture dedicate, riservate solo a questi malati per evitare il collasso dell'intero sistema sanitario. Così ad esempio nel Lazio, che, Dio non voglia, potrebbe essere investito in pieno dallo «sciame infettivo» del Covid-19, in tutta fretta si sta cercando di allestire un circuito parallelo che fa capo ai tre poli ospedalieri universitari (Umberto I, Tor Vergata, Gemelli) e che non metta a contatto i contagiati con altri, malati per altre patologie o sani che siano.
In tutta la sua splendida solitudine di vetrocemento questo fantasma delle buone intuizioni sta lì, 200-300 metri al massimo dallo Spallanzani dove medici, infermieri, pazienti da settimane sono in prima linea sul fronte di questa guerra contro il nemico invisibile. Costato a quanto pare intorno ad una trentina di milioni, chi l'ha visitato dice che ha 10 posti letto di terapia intensiva «ad altissimo isolamento» e 20 posti «ad alto isolamento». Mancano solo le macchine e le attrezzature. «Anche se l'epidemia da coronavirus penso finisca prima, almeno lo spero, che possa essere resa funzionante», dice una fonte medica, «è evidente che una struttura così potrebbe essere molto utile nell'emergenza attuale».
A quanto è dato sapere mancano i collaudi: l'opera formalmente non è ancora stata collaudata. Insomma, passaggi burocratici. Chi scrive nel 2014 ai tempi di Ebola per il Tg5 realizzò un servizio nel quale l'allora responsabile della Protezione civile (competente sulla struttura) assicurò: entro sei mesi l'ospedale ad alto isolamento sarà perfettamente funzionante. «La verità è che è finito nel tritatutto della Protezione civile», dichiara una fonte medica che vuole restare anonima, «non sono passati sei mesi ma sei anni e non è stato fatto nulla».
«È una struttura di assoluta eccellenza, all'avanguardia in Europa e nel mondo», riconoscono alla Protezione civile. E dunque? «Da un po' è partito il collaudo tecnico-amministrativo ovvero la verifica degli atti. Il collaudo funzionale lo abbiamo completato, l'ultimo step è stato il collaudo dei reflui», fanno sapere. Insomma è stata realizzata a regola d'arte. «Le lungaggini? Sono dovute al fatto che dopo l'emergenza del 2003 si sono seguite le procedure ordinarie». Ah beh… «Nel Milleproroghe», continuano, «sono già stanziate le risorse perché la Regione Lazio la faccia funzionare». Tempo previsto per il trasferimento dalla Protezione civile alla Regione: settembre. Speriamo non del 2035.
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Seul ha poche decine di decessi sebbene abbia quasi i nostri contagi, ma nel Paese c'è il quadruplo dei presidi ospedalieri per abitante. In Germania il doppio. Dopo anni di tagli siamo indietro pure sulle terapie intensive.La Germania ignora le vittime se presentano altre patologie. Italia, Cina e Corea cercano invece di identificare tutti i positivi.Allo Spallanzani esiste una struttura ad alto isolamento, nuova di zecca, costruita apposta per queste emergenze. Voluta da Guido Bertolaso, mai attivata a causa delle inchieste sulla Protezione civile.Lo speciale contiene tre articoli.Paese che vai, mortalità del coronavirus che trovi. Su questo specifico punto l'Organizzazione mondiale della sanità è stata piuttosto chiara fin dall'inizio: la gravità del contagio dipenderà in buona parte anche dal livello di preparazione del sistema sanitario di ciascuno Stato, e dunque dalla sua capacità di assorbire il colpo dell'epidemia. Stando agli ultimi dati, il tasso di mortalità per Covid-19 in Italia è decisamente più alto rispetto agli altri Paesi del mondo. Si parla di differenze non trascurabili, che pongono interrogativi seri e delicati, e sui quali solo una conoscenza approfondita e prolungata nel tempo del virus e del suo comportamento potrà fornire una risposta. Tuttavia, osservando i numeri nudi e crudi non si può fare a meno di notare uno scostamento notevole. Nel nostro Paese, ormai stabilmente al secondo posto per numero di casi nel mondo, il tasso di mortalità si attesta addirittura al 6,22% (631 decessi su 10.149 casi totali). Occorre tuttavia specificare che i dati di ieri sono viziati dal fatto che la Lombardia ha comunicato il numero dei decessi, ma non quello dei contagi. Fino a lunedì, comunque, il tasso di mortalità viaggiava allo 5,05%, un valore molto più elevato di quello del resto del mondo, che invece si ferma al 3,48%. Parlando della Cina, luogo dal quale il patogeno si è diffuso per poi contagiare il mondo intero, occorre fare una distinzione: la maggior parte dei decessi (circa il 96%) si trova nella provincia di Hubei, epicentro dell'epidemia, dove la percentuale di decessi è paragonabile alla nostra (4,43%), mentre nel resto del Dragone è decisamente più bassa, addirittura inferiore all'1% (0,88%). Positivo l'andamento della mortalità anche in Corea del Sud, che pure si aggiudica il terzo gradino del podio per numero di casi (7.513), e nella quale il tasso si attesta allo 0,72%. Dati inferiori all'Italia anche in Francia (1,16% per 949 casi) e, soprattutto, in Germania, dove si contano appena 2 decessi su 1.139 contagi.Quali possono essere le cause che hanno portato a queste differenze tanto marcate? Ovviamente non si può non tenere conto delle diverse modalità di conteggio dei decessi e delle tempistiche di avanzamento dell'epidemia, fattore quest'ultimo che fa presagire come negli altri Paesi la diffusione del virus sia ancora ben lungi dall'aver espresso il massimo potenziale. Senza contare le abitudini di vita, compresa una maggiore inclinazione alle relazioni sociali, e la composizione demografica della popolazione. Tutti elementi che, almeno sulla carta, giocano a nostro sfavore. Ma al netto di questi importantissimi caveat, è possibile identificare un comune denominatore in grado di giustificare, almeno parzialmente, un andamento tanto sfavorevole nel nostro Paese?Senza dubbio la resilienza del sistema sanitario di fronte a uno choc di questa portata diventa determinante. Non si può tenere in considerazione solo la gratuità dei servizi e la (sacrosanta) universalità di accesso alle cure: in situazioni di crisi come quella che stiamo affrontando in queste settimane, uno degli elementi in grado di mitigare gli effetti risulta senza dubbio la capacità di accoglienza delle strutture sanitarie. E da questo punto di vista, gli altri Stati ci fanno le scarpe. Prendiamo il dato dei posti letto, un marker infallibile per valutare la qualità del sistema salute di un Paese. Negli ultimi tre decenni, dati Ocse alla mano, in Italia si è assistito a una lenta ma costante diminuzione della disponibilità per abitante: si è passati infatti dai 6,8/1.000 abitanti del 1991 ai 3,18 del 2017. Tradotto in parole semplici, meno della metà. Nello stesso periodo la Germania è passata da 10,1 a 8 posti ogni 1.000 abitanti. Dunque, nonostante la lieve flessione, Berlino ci surclassa in termini assoluti. Quello che impressiona è la cavalcata trionfale della Corea del Sud, risalita dai 2,48 di trent'anni fa ai 12,27 posti odierni, vale a dire quasi il quadruplo di quelli italiani. Una progressione che ha permesso a Seul di guadagnarsi il secondo gradino del podio a livello mondiale dopo il Giappone. Paradossalmente, queste cifre hanno suscitato più di una polemica nella penisola coreana, dal momento che un così grande numero di strutture necessita di essere adeguatamente approvvigionato di personale medico, al fine di garantire elevati standard qualitativi. Parlano da soli anche i numeri della terapia intensiva, la cui robustezza gioca oggi un ruolo fondamentale nella sfida contro il coronavirus. Qua la fa da padrona la Germania, la quale può contare su 28.000 posti letto (34 ogni 100.000 abitanti) a disposizione degli ammalati più gravi. Poco più indietro la Corea, con 10.000 posti letto che si traducono in 20 ogni 100.000 abitanti. Distante anni luce l'Italia, che dispone di appena 5.100 posti, cioè 8 ogni 100.000 abitanti. Un gap imbarazzante dovuto in gran parte dai tagli alla sanità dell'ultimo decennio, e in assenza del quale il nostro Paese sarebbe stato in grado di affrontare l'epidemia con armi ben più efficaci. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pero-in-italia-abbiamo-piu-morti-anche-per-carenza-di-posti-letto-2645453863.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="miracolo-tedesco-occhio-berlino-non-conta-i-decessi-come-facciamo-noi" data-post-id="2645453863" data-published-at="1767898529" data-use-pagination="False"> Miracolo tedesco? Occhio, Berlino non conta i decessi come facciamo noi Il virus ha reso l'Italia come una zona di guerra. In Francia, minaccia la classe dirigente. In Germania, invece, nonostante il contagio inizi a galoppare, l'allarme è rimasto contenuto. Soprattutto, il Paese registra un numero di vittime esiguo: due (la terza era un pompiere tedesco di 60 anni morto in Egitto) su 1.457 infetti. Ma fu vera gloria, direbbe Alessandro Manzoni? Forse no. Forse anche i teutonici hanno un problema, ma l'hanno gestito all'anglosassone: sobrietà e scarsa enfasi, finché possibile. È vero che in Germania, dopo una partenza timida, la frequenza dei tamponi è cresciuta. Non v'è però certezza sul totale: i negativi non vengono comunicati. Le casse mediche Kbv parlano di 35.000 test. Eppure, nessun accertamento è stato compiuto sui 202 pazienti morti per influenza. Non è da escludere, dunque, che qualcuno di loro avesse contratto il coronavirus. Peraltro, stando al racconto di una donna tedesca rientrata dall'Italia, riportato da Berlino magazine, farsi esaminare, nel Paese, non è affatto facile. La signora dichiara di avere accusato sintomi da Covid-19, ma di non essere riuscita a mettersi in contatto con un medico né tramite i numeri verdi per l'emergenza, né raggiungendo di persona il tendone allestito da un ospedale berlinese: si somministrano 60 tamponi al giorno nonostante le file di centinaia di persone (e privatamente, il test costa 300 euro, «ma nessuno sa come si faccia»). Inoltre, segnalava giorni fa Sky Tg24, chi è stato colpito dal coronavirus, ma al momento del decesso soffriva di patologie più gravi, è stato incluso nel conteggio dei morti a causa di quelle altre malattie. Pertanto, le cosiddette «comorbidità» contribuirebbero a diminuire la portata del fenomeno. Più o meno, è lo stesso (mezzo) tentativo fatto in Italia: dopo aver scatenato il panico, il governo aveva avallato l'idea che si muore «con» il coronavirus e non «per» il coronavirus. Da noi, alla fine, ha prevalso l'approccio alla cinese o alla coreana: cercare, attraverso i tamponi, tutti i positivi e quindi associare al Covid-19 i 631 morti registrati fino a ieri. Non significa per forza che siamo più trasparenti: dipende da che via è stata scelta - e perché: meno caos significa meno danni economici. Per di più, in Germania i Länder godono di ampia autonomia in ambito sanitario: è possibile che alcuni utilizzino metodi di calcolo che sottostimano la diffusione del virus. Ufficialmente, i tedeschi attribuiscono i pochi decessi (un'ottantanovenne di Hessen e un settantottenne di Heisenberg) all'età media dei contagiati. Secondo Lothar Wieler, presidente del Robert Koch Institute, l'organizzazione responsabile per il controllo e la prevenzione delle malattie infettive, i positivi, in Germania, «nel 70% dei casi» hanno tra i 20 e i 50 anni. L'età media lì è di 40 anni, in Italia è di 60. Lo studioso, tuttavia, ha precisato che «nelle prossime settimane e mesi» i dati dei due Paesi tenderanno ad allinearsi. È in questo solco che, «per tranquillizzare complottisti scemi e idioti d'ogni genere», s'è mosso il corrispondente eurolirico Udo Gümpel: «Dopo il morto vigile di fuoco amburghese deceduto in Egitto», ha twittato in italiano teutonicizzato, «anche due malati di coronavirus in Germania sono deceduti [...]. Due focolai. Dunque: niente immunità crucca». I tedeschi «sono mortali». Lo stesso Gümpel, in un altro ameno cinguettio, aveva spiegato che gli anziani tedeschi si ammalano di meno perché «hanno molto meno socialità, per esempio bar e ritrovi: socialmente più isolati ma protetti». Più laicamente, il vicepresidente di International Sos, la principale azienda di servizi di sicurezza medica del mondo, interpellato da Fox news, aveva osservato che «il distanziamento sociale potrebbe essere più complicato in culture avvezze al contatto intimo». Se c'è un'epidemia e una nazione algida ne incontra una di baci e abbracci, quella di baci e abbracci è morta... Non si possono non prendere sul serio, però, i riscontri sulle dotazioni del servizio sanitario tedesco. L'ha ricordato il ministro della Salute, Jens Spahn: la Germania dispone di 28.000 posti in terapia intensiva, il dato più alto d'Europa, anche se i letti totali risultano già occupati per l'80%. L'Italia è entrata nel pieno dell'emergenza con 5.100 unità di rianimazione. Probabilmente è questo il superpotere teutonico, che consente una relativa tranquillità, nonostante l'esecutivo di Berlino abbia ammesso l'esistenza di focolai locali (ci sono casi in tutti i 16 Länder), abbia attivato il Piano nazionale antipandemia, abbia richiesto la sospensione degli eventi con più di 1.000 partecipanti, abbia deciso che il match di Champions League, Bayern-Chelsea, si giocherà a porte chiuse e sia orientato a limitare l'accesso agli stadi pure in Bundesliga, con buona pace della Federcalcio tedesca. Nel frattempo, musei, teatri e discoteche restano aperti. E il ministro dell'Economia, Peter Altmaier, ha forse lasciato intendere qual è lo scenario che la Germania, tenendo i toni bassi, vuole fugare: «Quanto più lentamente si diffonde il virus, tanto più è probabile che possiamo prevenire una recessione economica». Essere «appestati» costa. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pero-in-italia-abbiamo-piu-morti-anche-per-carenza-di-posti-letto-2645453863.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="a-roma-un-altro-centro-anti-epidemie-il-problema-e-che-e-chiuso-da-15-anni" data-post-id="2645453863" data-published-at="1767898529" data-use-pagination="False"> A Roma un altro centro anti epidemie. Il problema è che è chiuso da 15 anni Negli ospedali della Lombardia ormai prossimi al collasso si creano reparti di terapia intensiva perfino nei corridoi per cercare di fermare il coronavirus? A Roma, facendo tutti gli scongiuri possibili, si sta cercando, in poche ore, di allestire un circuito parallelo per i malati con Covid-19 per non allargare il contagio e garantire l'assistenza anche ai pazienti delle «normali» patologie? Allo Spallanzani, il centro romano specializzato per le malattie infettive, esiste un ospedale «ad alto isolamento», nuovo di zecca, costruito apposta per affrontare le nuove pesti del terzo millennio. Ma da quindici anni, impeccabile nella sua struttura modernissima, è inutilizzato. Ultimato ma assolutamente, irrimediabilmente, lasciato a fare solo da monumento a se stesso. Le vetrate impeccabili che lo avvolgono riflettono le nuvole e il verde dei giardini. Soprattutto sono lo specchio della strana sindrome da cupio dissolvi, o semplicemente taffaziana, più pericolosa di ogni infezione che da tempo ammorba l'Italia. Un esempio di come pastoie burocratiche insieme a furori giustizialisti riescano ad ingoiare tutto nella pubblica amministrazione ed in particolare nella sanità, malefatte o presunte tali ed eccellenze. La storia è molto semplice. La struttura viene concepita e realizzata nel 2003-2004 ai tempi della Sars sotto l'egida di Guido Bertolaso, sottosegretario al governo Berlusconi con delega alla Protezione civile, che oltre ad essere un grande organizzatore ed essere circondato da un team di prim'ordine, è, combinazione, anche un medico. La Sars, l'altra infezione da coronavirus dilagata dalla Cina dal 2002 al 2004, fortunatamente non ha lo sviluppo da pandemia che si temeva. Ma la struttura ormai c'è. Anche l'ospedale «anti-epidemie» viene inghiottito nell'indagine contro Bertolaso e quella che noi della grancassa mediatica abbiamo chiamato la «cricca». Ma, piaccia o no, si tratta di una grande intuizione scientifico-operativa. Come stiamo scoprendo a costi altissimi in questi giorni le nuove pesti richiedono di avere strutture dedicate, riservate solo a questi malati per evitare il collasso dell'intero sistema sanitario. Così ad esempio nel Lazio, che, Dio non voglia, potrebbe essere investito in pieno dallo «sciame infettivo» del Covid-19, in tutta fretta si sta cercando di allestire un circuito parallelo che fa capo ai tre poli ospedalieri universitari (Umberto I, Tor Vergata, Gemelli) e che non metta a contatto i contagiati con altri, malati per altre patologie o sani che siano. In tutta la sua splendida solitudine di vetrocemento questo fantasma delle buone intuizioni sta lì, 200-300 metri al massimo dallo Spallanzani dove medici, infermieri, pazienti da settimane sono in prima linea sul fronte di questa guerra contro il nemico invisibile. Costato a quanto pare intorno ad una trentina di milioni, chi l'ha visitato dice che ha 10 posti letto di terapia intensiva «ad altissimo isolamento» e 20 posti «ad alto isolamento». Mancano solo le macchine e le attrezzature. «Anche se l'epidemia da coronavirus penso finisca prima, almeno lo spero, che possa essere resa funzionante», dice una fonte medica, «è evidente che una struttura così potrebbe essere molto utile nell'emergenza attuale». A quanto è dato sapere mancano i collaudi: l'opera formalmente non è ancora stata collaudata. Insomma, passaggi burocratici. Chi scrive nel 2014 ai tempi di Ebola per il Tg5 realizzò un servizio nel quale l'allora responsabile della Protezione civile (competente sulla struttura) assicurò: entro sei mesi l'ospedale ad alto isolamento sarà perfettamente funzionante. «La verità è che è finito nel tritatutto della Protezione civile», dichiara una fonte medica che vuole restare anonima, «non sono passati sei mesi ma sei anni e non è stato fatto nulla». «È una struttura di assoluta eccellenza, all'avanguardia in Europa e nel mondo», riconoscono alla Protezione civile. E dunque? «Da un po' è partito il collaudo tecnico-amministrativo ovvero la verifica degli atti. Il collaudo funzionale lo abbiamo completato, l'ultimo step è stato il collaudo dei reflui», fanno sapere. Insomma è stata realizzata a regola d'arte. «Le lungaggini? Sono dovute al fatto che dopo l'emergenza del 2003 si sono seguite le procedure ordinarie». Ah beh… «Nel Milleproroghe», continuano, «sono già stanziate le risorse perché la Regione Lazio la faccia funzionare». Tempo previsto per il trasferimento dalla Protezione civile alla Regione: settembre. Speriamo non del 2035.
Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».
Jacques Moretti e Jessica Maric (Ansa)
È pericoloso lasciare i coniugi Moretti in libertà, perché potrebbero fuggire. Lo pensano gli avvocati delle famiglie delle vittime che, per provare a mitigare l’enorme dolore, chiedono giustizia. E, in effetti, fuggire non sarebbe una novità, almeno per Jessica Maric, titolare del locale Le Constellation insieme al marito Jacques Moretti, a quanto pare ripresa da due telecamere di sorveglianza in quella notte di orrore mentre si allontanava dal locale che andava a fuoco con la cassa sottobraccio, lasciando dietro di sé le grida di aiuto dei ragazzini a cui aveva spillato 100 euro per il biglietto di ingresso. Un particolare quasi osceno, se fosse confermato. Mentre quello che non ha bisogno di conferme è il fatto che lei, là sotto, a tentare di salvare i giovani intrappolati tra le fiamme, non c’era.
A denunciare la mollezza del sistema giudiziario svizzero a fronte di una tragedia immane, che ha ucciso, bruciandoli vivi, 40 giovanissimi e ne ha feriti gravemente altri 116, ustionandoli così in profondità che molti ancora lottano tra la vita e la morte, sono i legali che assistono le vittime e le famiglie del rogo di capodanno a Le Constellation di Crans-Montana. «È un rischio aver lasciato i gestori del Costellation in libertà. Immaginate cosa succederebbe per le vittime se queste persone lasciassero la Svizzera e non si potesse avere il processo che è dovuto ai genitori e alle famiglie delle vittime», ha dichiarato l’avvocato Sébastien Fanti, alla tv svizzera Rts. I due risultano indagati per omicidio colposo e lesioni colpose ma, alla luce di quello che sta emergendo, «si parla potenzialmente di lesioni personali gravi, intenzionali, con dolo eventuale», aggiunge un altro avvocato delle famiglie, Alain Mancaluso che, insieme al collega Romain Jordan, si dice «scioccato» anche del fatto che che «i legali siano esclusi dalle audizioni» e non possano partecipare alle prime fasi delle indagini.
Eppure, la decisione di non arrestare i due gestori è stata confermata, anche ieri, dalla procuratrice generale del Canton Vallese, Béatrice Pilloud: «In questa fase non ci sono indicazioni di un rischio di fuga, di collusione o recidiva. Ma la situazione viene valutata costantemente», ha ribadito, mentre, per quanto riguarda l’esclusione dei legali, Pilloud si è giustificata sostenendo che serve ad «evitare fughe di notizie dato il carattere mediatico del dossier».
Eppure, che fosse pericoloso accendere candele pirotecniche in quel seminterrato, i gestori non potevano ignorarlo: a dimostrarlo c’è il video che, ormai da giorni è stato diffuso, sul Capodanno 2020 quando uno dei camerieri, davanti a una scena del tutto simile a quella che ha dato via al rogo una settimana fa (cioè qualcuno che, sollevando le candele durate la festa, avvicinava le scintille al soffitto) gridava: «Attenti alla schiuma!». Ma torniamo a Jessica, la quarantenne di origini corse che insieme al marito - noto alla giustizia per truffa, sfruttamento della prostituzione e sequestro di persona - in pochi anni, dal nulla, ha costruito un impero nel settore della ristorazione nella piccola e costosissima Crans-Montana.
A quanto risulta, le telecamere di sorveglianza l’avrebbero immortalata mentre lasciava in tutta fretta il luogo della tragedia stringendo tra le mani la cassa del locale mentre il figlio, capo staff di Le Constellation, sarebbe stato ripreso mentre tentava di sfondare dall’interno i pannelli di plexiglass che chiudevano la veranda. Se le indiscrezioni sulla sua condotta si rivelassero vere, sarebbe un ennesimo elemento che aggiunge orrore alla tragedia. Comunque sia, da quella notte infernale Jessica è uscita illesa, solo con una piccola bruciatura al braccio. E si capisce bene il motivo: non c’è traccia di lei nelle immagini che riprendono gli ultimi istanti di vita di tante vittime imprigionate nel sotterraneo, non ha incitato quei giovani quasi incantati dalle fiamme al soffitto a scappare né la si intravede all’esterno a tentare di far uscire chi era rimasto intrappolato, come invece era suo dovere.
Nei prossimi giorni, l’ambasciatore italiano Gian Lorenzo Cornado si recherà a Sion e incontrerà le autorità del Canton Vallese «per acquisire informazioni sulle indagini», ha spiegato. Intanto dall’ospedale Niguarda dove sono ricoverati 11 pazienti, arrivano notizie contrastanti: «La situazione rimane stabile con lievi accenni di miglioramento per alcuni di loro», ma «rimangono critiche le condizioni di tre persone a causa delle ustioni riportate e di danni importanti a livello polmonare causati dalle inalazioni».
E nel dolore straziante di chi è rimasto, c’è ancora una famiglia che stenta a credere a quanto è accaduto. Sono i genitori di Emanuele Galeppini, 17 anni, che ancora non sanno cosa ha causato la morte del loro figlio, perché il suo corpo non era ustionato come si aspettavano ma perfettamente integro. «Non sono bruciati neppure il telefono cellulare e il portafoglio», ha fatto sapere il legale della famiglia, «vogliono sapere com’è morto. Abbiamo chiesto alla autorità svizzere spiegazioni ma non ci hanno nemmeno risposto».
Musica, lacrime e rabbia durante i quattro funerali dei ragazzi morti nel rogo
Fiori bianchi, note struggenti, tanti abbracci e tante lacrime. Ieri in Italia l’ultimo doloroso saluto alle giovani vittime di Capodanno nel devastante rogo de Le Constellation di Crans-Montana.A Milano, dove il sindaco Beppe Sala aveva proclamato il lutto cittadino, si sono svolti i funerali di Chiara Costanzo e Achille Barosi in due basiliche simbolo della città. La cerimonia funebre di Chiara in Santa Maria delle Grazie, quella di Achille in Sant’Ambrogio. «Oggi non siamo qui a cercare spiegazioni o colpe, ci sarà tempo anche per questo ma non è oggi», ha detto monsignor Alberto Torriani, arcivescovo di Crotone, rivolgendosi a papà Andrea Costanzo, mamma Giovanna, e ai fratelli Camilla, Elena e Luca. «Noi siamo stati abbracciati da tutta Italia, abbiamo tutti sete di verità e che queste cose non succedano mai più», ha detto il padre Andrea che, al termine delle esequie in un breve colloquio con il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, ha affermato: «Il presidente Meloni è stata umana e attenta nei nostri confronti. Siccome non ho mai avuto la possibilità di stringerle la mano, vorrei parlare con lei ed essere rassicurato che non ci siano omissioni. Le indagini vanno effettuate con scrupolo. Serve giustizia. Visto che le nostre istituzioni si sono dimostrate molto serie, sono convinto che il presidente sia con noi. Non sono un tecnico ma vorrei che l’Italia si costituisse parte civile». Un mazzo di rose bianche, un lungo applauso e le note di Perdutamente di Achille Lauro, fuori dalla Basilica di Sant’Ambrogio, per i funerali di Achille Barosi. Il nonno Osvaldo ha voluto ringraziare i poliziotti che avevano formato un cordone a protezione del carro ed ha aggiunto: «L’unica cosa che posso dire è che ci vuole solamente tanta fede e tanto amore ed essere vicini, è l’unica medicina che possiamo avere gratis per non cercare di sprofondare nella disperazione». Nella Capitale, oltre ai parenti e agli amici, per l’ultimo saluto a Riccardo Minghetti nella basilica di San Pietro e Paolo all’Eur c’erano anche i ministri dello Sport e della Salute, Andrea Abodi e Orazio Schillaci, il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri e il presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca. Sulla bara, accanto alla foto di Riccardo, la corona di fiori firmata «Ma, papà e Matilde», la sorella di 14 anni che quella tragica notte ha scavato tra le macerie alla ricerca del fratello. Dal pulpito la mamma ha ricordato: «Riccardo aveva un cuore grande, tenero e gentile, dietro la sua ironia e l’irrequietezza nascondeva una profonda sensibilità. Ci ha fatto faticare, ma era buono». «La vostra presenza qui oggi è il segno di quanto Riccardo ha fatto nella sua breve vita donandosi con generosità», ha detto in lacrime il papà Massimo. Uscendo dalla chiesa i genitori hanno sottolineato: «Non proviamo rabbia, solo dolore, ma vogliamo che sia fatta giustizia». «Condividere questo dolore con altre persone ti dà la forza», ha aggiunto la mamma, che ha ringraziato il presidente Meloni che è stata vicina anche a livello personale a tutti i genitori».«Il primo gennaio hai perso la vita e io l’ho persa con te, a differenza tua io vivrò con un vuoto incolmabile ma tu no», ha detto, con voce rotta dal pianto, Giuseppe Tamburi, padre di Giovanni durante il funerale a Bologna. La passione per la musica univa Giovanni a don Stefano Greco, amico di famiglia e catechista del sedicenne, che proprio dagli spartiti ha iniziato il suo discorso parlando dell’Incompiuta di Schubert: «È perfetta e struggente perché incompleta. Giovanni è la nostra Incompiuta». A Lugano sono state celebrate le esequie di Sofia Prosperi, l’italosvizzera di 15 anni studentessa dell’International School di Fino Mornasco, nel Comasco. Chiesa gremita di ragazzi con una rosa bianca in mano per la messa celebrata dal vescovo Alain de Raemy. Oggi a Boccadasse, a Genova, si terrà in forma strettamente privata il funerale di Emanuele Galeppini, il giovane campione di golf.
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George Soros (Ansa)
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump lo aveva già annunciato a fine agosto, accusando Soros e suo figlio Alex di sostenere proteste violente negli Stati Uniti. «Non permetteremo più a questi lunatici di fare a pezzi l’America, Soros e il suo gruppo di psicopatici hanno causato gravi danni al nostro Paese. Fate attenzione, vi stiamo osservando!», aveva avvisato Trump. A fine settembre 2025, il presidente Usa ha firmato un memorandum presidenziale che esortava le agenzie federali a «identificare e smantellare» le reti finanziarie presumibilmente a sostegno della violenza politica. Oggi, la lotta al «filantropo» che sostiene attivamente molti gruppi di protesta ha fatto un salto di qualità: secondo quanto annunciato da Jeanine Pirro, procuratore degli Stati Uniti nel distretto di Columbia, la Osf potrebbe essere equiparata a un’organizzazione terroristica ai sensi del Rico Act (Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act) e i conti correnti collegati a Soros potrebbero essere congelati, innescando un feroce dibattito sui finanziamenti alle attività politiche, la libertà di parola e la sicurezza nazionale.
Trump ha citato esplicitamente George Soros e Reid Hoffman (co-fondatore di LinkedIn e PayPal, attivista democratico e assiduo frequentatore delle riunioni del Gruppo Bildeberg) come «potenziali sostenitori finanziari dei disordini che hanno preso di mira l’applicazione federale delle politiche migratorie americane (“Ice operations”)». L’accusa principale di Trump è che le reti di potere che fanno capo a ricchi donatori allineati ai democratici stiano indirettamente finanziando gruppi «antifa» e soggetti coinvolti a vario titolo in scontri, danni alla proprietà privata e attacchi mirati alle operazioni contro l’immigrazione clandestina. L’obiettivo del governo non sarebbero, dunque, soltanto i cittadini che commettono crimini, ma anche l’infrastruttura a monte: donatori, organizzazioni, sponsor fiscali e qualsiasi entità che si presume stia foraggiando la violenza politica organizzata.
L’ipotesi di Trump, in effetti, non è così peregrina: da anni in America e in Europa piccoli gruppi di anonimi attivisti del clima (in Italia, Ultima Generazione, che blocca autostrade e imbratta opere d’arte e monumenti), sono in realtà strutturati all’interno di una rete internazionale (la A22), coordinata e sovvenzionata da una «holding» globale, il Cef (Climate Emergency Fund, organizzazione non-profit con sede nell’esclusiva Beverly Hills), che finanzia gli attivisti protagonisti di azioni di protesta radicale ed è a sua volta sostenuta da donatori privati, il 90% dei quali sono miliardari come Soros o Bill Gates. E se è questo il sistema che ruota intorno al Cef per il clima, lo stesso schema delle «matrioske» è stato adottato anche da altre organizzazioni che, sulla carta, oggi difendono «i diritti civili» o «la disinformazione e le fake news» (la cupola dei cosiddetti fact-checker che fa capo al Poynter Institute, ad esempio, orienta l’opinione pubblica e i legislatori in maniera spesso confacente ai propri interessi ed è finanziata anche da Soros), domani chissà.
Secondo gli oppositori di Trump, trattare gli «Antifa» come un gruppo terroristico convenzionale solleva ostacoli costituzionali che toccano la libertà di espressione tutelata dal Primo emendamento e l’attività di protesta. Ma il presidente tira dritto e intende coinvolgere tutto il governo: Dipartimento di Giustizia, Dhs (Dipartimento di sicurezza interna), Fbi, Tesoro e Irs (Internal Revenue Service), l’agenzia federale responsabile della riscossione delle tasse negli Stati Uniti. Sì, perché spesso dietro questi piccoli gruppi ci sono macchine da soldi, che ufficialmente raccolgono donazioni dai privati cittadini, ma per poche migliaia di dollari: il grosso dei finanziamenti proviene dai cosiddetti «filantropi» ed è disciplinato ai sensi della Section 501(c) che esenta dalle tasse le presunte «charitable contributions», ovvero le donazioni fatte dai miliardari progressisti a organizzazioni non profit qualificate. Per le azioni di disobbedienza civile contro le politiche climatiche, ad esempio, si sono mobilitati Trevor Neilson, ex strettissimo collaboratore di Bill Gates, ma anche Aileen Getty, figlia di John Paul Getty II dell’omonima compagnia petrolifera, e Rory Kennedy, figlia di Bob Kennedy: tutti, inesorabilmente, schierati con il Partito democratico americano.
In Italia, le azioni annunciate contro Soros sarebbero un brutto colpo per Bonino, Magi & Co., che sono legittimamente riusciti - chiedendo e ricevendo i contributi direttamente sui conti dei mandatari elettorali - a schivare il divieto ai partiti politici, stabilito dalla legge italiana, di ricevere finanziamenti da «persone giuridiche aventi sede in uno Stato estero non assoggettate a obblighi fiscali in Italia» e di accettare donazioni superiori ai 100.000 euro.
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