True
2020-03-11
In Italia il virus uccide di più perché mancano i posti letto
Ansa
Paese che vai, mortalità del coronavirus che trovi. Su questo specifico punto l'Organizzazione mondiale della sanità è stata piuttosto chiara fin dall'inizio: la gravità del contagio dipenderà in buona parte anche dal livello di preparazione del sistema sanitario di ciascuno Stato, e dunque dalla sua capacità di assorbire il colpo dell'epidemia. Stando agli ultimi dati, il tasso di mortalità per Covid-19 in Italia è decisamente più alto rispetto agli altri Paesi del mondo. Si parla di differenze non trascurabili, che pongono interrogativi seri e delicati, e sui quali solo una conoscenza approfondita e prolungata nel tempo del virus e del suo comportamento potrà fornire una risposta.
Tuttavia, osservando i numeri nudi e crudi non si può fare a meno di notare uno scostamento notevole. Nel nostro Paese, ormai stabilmente al secondo posto per numero di casi nel mondo, il tasso di mortalità si attesta addirittura al 6,22% (631 decessi su 10.149 casi totali). Occorre tuttavia specificare che i dati di ieri sono viziati dal fatto che la Lombardia ha comunicato il numero dei decessi, ma non quello dei contagi. Fino a lunedì, comunque, il tasso di mortalità viaggiava allo 5,05%, un valore molto più elevato di quello del resto del mondo, che invece si ferma al 3,48%. Parlando della Cina, luogo dal quale il patogeno si è diffuso per poi contagiare il mondo intero, occorre fare una distinzione: la maggior parte dei decessi (circa il 96%) si trova nella provincia di Hubei, epicentro dell'epidemia, dove la percentuale di decessi è paragonabile alla nostra (4,43%), mentre nel resto del Dragone è decisamente più bassa, addirittura inferiore all'1% (0,88%). Positivo l'andamento della mortalità anche in Corea del Sud, che pure si aggiudica il terzo gradino del podio per numero di casi (7.513), e nella quale il tasso si attesta allo 0,72%. Dati inferiori all'Italia anche in Francia (1,16% per 949 casi) e, soprattutto, in Germania, dove si contano appena 2 decessi su 1.139 contagi.
Quali possono essere le cause che hanno portato a queste differenze tanto marcate? Ovviamente non si può non tenere conto delle diverse modalità di conteggio dei decessi e delle tempistiche di avanzamento dell'epidemia, fattore quest'ultimo che fa presagire come negli altri Paesi la diffusione del virus sia ancora ben lungi dall'aver espresso il massimo potenziale. Senza contare le abitudini di vita, compresa una maggiore inclinazione alle relazioni sociali, e la composizione demografica della popolazione. Tutti elementi che, almeno sulla carta, giocano a nostro sfavore. Ma al netto di questi importantissimi caveat, è possibile identificare un comune denominatore in grado di giustificare, almeno parzialmente, un andamento tanto sfavorevole nel nostro Paese?
Senza dubbio la resilienza del sistema sanitario di fronte a uno choc di questa portata diventa determinante. Non si può tenere in considerazione solo la gratuità dei servizi e la (sacrosanta) universalità di accesso alle cure: in situazioni di crisi come quella che stiamo affrontando in queste settimane, uno degli elementi in grado di mitigare gli effetti risulta senza dubbio la capacità di accoglienza delle strutture sanitarie. E da questo punto di vista, gli altri Stati ci fanno le scarpe. Prendiamo il dato dei posti letto, un marker infallibile per valutare la qualità del sistema salute di un Paese. Negli ultimi tre decenni, dati Ocse alla mano, in Italia si è assistito a una lenta ma costante diminuzione della disponibilità per abitante: si è passati infatti dai 6,8/1.000 abitanti del 1991 ai 3,18 del 2017. Tradotto in parole semplici, meno della metà. Nello stesso periodo la Germania è passata da 10,1 a 8 posti ogni 1.000 abitanti. Dunque, nonostante la lieve flessione, Berlino ci surclassa in termini assoluti. Quello che impressiona è la cavalcata trionfale della Corea del Sud, risalita dai 2,48 di trent'anni fa ai 12,27 posti odierni, vale a dire quasi il quadruplo di quelli italiani. Una progressione che ha permesso a Seul di guadagnarsi il secondo gradino del podio a livello mondiale dopo il Giappone. Paradossalmente, queste cifre hanno suscitato più di una polemica nella penisola coreana, dal momento che un così grande numero di strutture necessita di essere adeguatamente approvvigionato di personale medico, al fine di garantire elevati standard qualitativi.
Parlano da soli anche i numeri della terapia intensiva, la cui robustezza gioca oggi un ruolo fondamentale nella sfida contro il coronavirus. Qua la fa da padrona la Germania, la quale può contare su 28.000 posti letto (34 ogni 100.000 abitanti) a disposizione degli ammalati più gravi. Poco più indietro la Corea, con 10.000 posti letto che si traducono in 20 ogni 100.000 abitanti. Distante anni luce l'Italia, che dispone di appena 5.100 posti, cioè 8 ogni 100.000 abitanti. Un gap imbarazzante dovuto in gran parte dai tagli alla sanità dell'ultimo decennio, e in assenza del quale il nostro Paese sarebbe stato in grado di affrontare l'epidemia con armi ben più efficaci.
Miracolo tedesco? Occhio, Berlino non conta i decessi come facciamo noi
Il virus ha reso l'Italia come una zona di guerra. In Francia, minaccia la classe dirigente. In Germania, invece, nonostante il contagio inizi a galoppare, l'allarme è rimasto contenuto. Soprattutto, il Paese registra un numero di vittime esiguo: due (la terza era un pompiere tedesco di 60 anni morto in Egitto) su 1.457 infetti. Ma fu vera gloria, direbbe Alessandro Manzoni? Forse no. Forse anche i teutonici hanno un problema, ma l'hanno gestito all'anglosassone: sobrietà e scarsa enfasi, finché possibile.
È vero che in Germania, dopo una partenza timida, la frequenza dei tamponi è cresciuta. Non v'è però certezza sul totale: i negativi non vengono comunicati. Le casse mediche Kbv parlano di 35.000 test. Eppure, nessun accertamento è stato compiuto sui 202 pazienti morti per influenza. Non è da escludere, dunque, che qualcuno di loro avesse contratto il coronavirus. Peraltro, stando al racconto di una donna tedesca rientrata dall'Italia, riportato da Berlino magazine, farsi esaminare, nel Paese, non è affatto facile. La signora dichiara di avere accusato sintomi da Covid-19, ma di non essere riuscita a mettersi in contatto con un medico né tramite i numeri verdi per l'emergenza, né raggiungendo di persona il tendone allestito da un ospedale berlinese: si somministrano 60 tamponi al giorno nonostante le file di centinaia di persone (e privatamente, il test costa 300 euro, «ma nessuno sa come si faccia»).
Inoltre, segnalava giorni fa Sky Tg24, chi è stato colpito dal coronavirus, ma al momento del decesso soffriva di patologie più gravi, è stato incluso nel conteggio dei morti a causa di quelle altre malattie. Pertanto, le cosiddette «comorbidità» contribuirebbero a diminuire la portata del fenomeno. Più o meno, è lo stesso (mezzo) tentativo fatto in Italia: dopo aver scatenato il panico, il governo aveva avallato l'idea che si muore «con» il coronavirus e non «per» il coronavirus. Da noi, alla fine, ha prevalso l'approccio alla cinese o alla coreana: cercare, attraverso i tamponi, tutti i positivi e quindi associare al Covid-19 i 631 morti registrati fino a ieri.
Non significa per forza che siamo più trasparenti: dipende da che via è stata scelta - e perché: meno caos significa meno danni economici. Per di più, in Germania i Länder godono di ampia autonomia in ambito sanitario: è possibile che alcuni utilizzino metodi di calcolo che sottostimano la diffusione del virus.
Ufficialmente, i tedeschi attribuiscono i pochi decessi (un'ottantanovenne di Hessen e un settantottenne di Heisenberg) all'età media dei contagiati. Secondo Lothar Wieler, presidente del Robert Koch Institute, l'organizzazione responsabile per il controllo e la prevenzione delle malattie infettive, i positivi, in Germania, «nel 70% dei casi» hanno tra i 20 e i 50 anni. L'età media lì è di 40 anni, in Italia è di 60. Lo studioso, tuttavia, ha precisato che «nelle prossime settimane e mesi» i dati dei due Paesi tenderanno ad allinearsi. È in questo solco che, «per tranquillizzare complottisti scemi e idioti d'ogni genere», s'è mosso il corrispondente eurolirico Udo Gümpel: «Dopo il morto vigile di fuoco amburghese deceduto in Egitto», ha twittato in italiano teutonicizzato, «anche due malati di coronavirus in Germania sono deceduti [...]. Due focolai. Dunque: niente immunità crucca». I tedeschi «sono mortali».
Lo stesso Gümpel, in un altro ameno cinguettio, aveva spiegato che gli anziani tedeschi si ammalano di meno perché «hanno molto meno socialità, per esempio bar e ritrovi: socialmente più isolati ma protetti». Più laicamente, il vicepresidente di International Sos, la principale azienda di servizi di sicurezza medica del mondo, interpellato da Fox news, aveva osservato che «il distanziamento sociale potrebbe essere più complicato in culture avvezze al contatto intimo». Se c'è un'epidemia e una nazione algida ne incontra una di baci e abbracci, quella di baci e abbracci è morta...
Non si possono non prendere sul serio, però, i riscontri sulle dotazioni del servizio sanitario tedesco. L'ha ricordato il ministro della Salute, Jens Spahn: la Germania dispone di 28.000 posti in terapia intensiva, il dato più alto d'Europa, anche se i letti totali risultano già occupati per l'80%. L'Italia è entrata nel pieno dell'emergenza con 5.100 unità di rianimazione. Probabilmente è questo il superpotere teutonico, che consente una relativa tranquillità, nonostante l'esecutivo di Berlino abbia ammesso l'esistenza di focolai locali (ci sono casi in tutti i 16 Länder), abbia attivato il Piano nazionale antipandemia, abbia richiesto la sospensione degli eventi con più di 1.000 partecipanti, abbia deciso che il match di Champions League, Bayern-Chelsea, si giocherà a porte chiuse e sia orientato a limitare l'accesso agli stadi pure in Bundesliga, con buona pace della Federcalcio tedesca. Nel frattempo, musei, teatri e discoteche restano aperti. E il ministro dell'Economia, Peter Altmaier, ha forse lasciato intendere qual è lo scenario che la Germania, tenendo i toni bassi, vuole fugare: «Quanto più lentamente si diffonde il virus, tanto più è probabile che possiamo prevenire una recessione economica». Essere «appestati» costa.
A Roma un altro centro anti epidemie. Il problema è che è chiuso da 15 anni
Negli ospedali della Lombardia ormai prossimi al collasso si creano reparti di terapia intensiva perfino nei corridoi per cercare di fermare il coronavirus? A Roma, facendo tutti gli scongiuri possibili, si sta cercando, in poche ore, di allestire un circuito parallelo per i malati con Covid-19 per non allargare il contagio e garantire l'assistenza anche ai pazienti delle «normali» patologie? Allo Spallanzani, il centro romano specializzato per le malattie infettive, esiste un ospedale «ad alto isolamento», nuovo di zecca, costruito apposta per affrontare le nuove pesti del terzo millennio. Ma da quindici anni, impeccabile nella sua struttura modernissima, è inutilizzato. Ultimato ma assolutamente, irrimediabilmente, lasciato a fare solo da monumento a se stesso.
Le vetrate impeccabili che lo avvolgono riflettono le nuvole e il verde dei giardini. Soprattutto sono lo specchio della strana sindrome da cupio dissolvi, o semplicemente taffaziana, più pericolosa di ogni infezione che da tempo ammorba l'Italia. Un esempio di come pastoie burocratiche insieme a furori giustizialisti riescano ad ingoiare tutto nella pubblica amministrazione ed in particolare nella sanità, malefatte o presunte tali ed eccellenze.
La storia è molto semplice. La struttura viene concepita e realizzata nel 2003-2004 ai tempi della Sars sotto l'egida di Guido Bertolaso, sottosegretario al governo Berlusconi con delega alla Protezione civile, che oltre ad essere un grande organizzatore ed essere circondato da un team di prim'ordine, è, combinazione, anche un medico. La Sars, l'altra infezione da coronavirus dilagata dalla Cina dal 2002 al 2004, fortunatamente non ha lo sviluppo da pandemia che si temeva. Ma la struttura ormai c'è. Anche l'ospedale «anti-epidemie» viene inghiottito nell'indagine contro Bertolaso e quella che noi della grancassa mediatica abbiamo chiamato la «cricca».
Ma, piaccia o no, si tratta di una grande intuizione scientifico-operativa. Come stiamo scoprendo a costi altissimi in questi giorni le nuove pesti richiedono di avere strutture dedicate, riservate solo a questi malati per evitare il collasso dell'intero sistema sanitario. Così ad esempio nel Lazio, che, Dio non voglia, potrebbe essere investito in pieno dallo «sciame infettivo» del Covid-19, in tutta fretta si sta cercando di allestire un circuito parallelo che fa capo ai tre poli ospedalieri universitari (Umberto I, Tor Vergata, Gemelli) e che non metta a contatto i contagiati con altri, malati per altre patologie o sani che siano.
In tutta la sua splendida solitudine di vetrocemento questo fantasma delle buone intuizioni sta lì, 200-300 metri al massimo dallo Spallanzani dove medici, infermieri, pazienti da settimane sono in prima linea sul fronte di questa guerra contro il nemico invisibile. Costato a quanto pare intorno ad una trentina di milioni, chi l'ha visitato dice che ha 10 posti letto di terapia intensiva «ad altissimo isolamento» e 20 posti «ad alto isolamento». Mancano solo le macchine e le attrezzature. «Anche se l'epidemia da coronavirus penso finisca prima, almeno lo spero, che possa essere resa funzionante», dice una fonte medica, «è evidente che una struttura così potrebbe essere molto utile nell'emergenza attuale».
A quanto è dato sapere mancano i collaudi: l'opera formalmente non è ancora stata collaudata. Insomma, passaggi burocratici. Chi scrive nel 2014 ai tempi di Ebola per il Tg5 realizzò un servizio nel quale l'allora responsabile della Protezione civile (competente sulla struttura) assicurò: entro sei mesi l'ospedale ad alto isolamento sarà perfettamente funzionante. «La verità è che è finito nel tritatutto della Protezione civile», dichiara una fonte medica che vuole restare anonima, «non sono passati sei mesi ma sei anni e non è stato fatto nulla».
«È una struttura di assoluta eccellenza, all'avanguardia in Europa e nel mondo», riconoscono alla Protezione civile. E dunque? «Da un po' è partito il collaudo tecnico-amministrativo ovvero la verifica degli atti. Il collaudo funzionale lo abbiamo completato, l'ultimo step è stato il collaudo dei reflui», fanno sapere. Insomma è stata realizzata a regola d'arte. «Le lungaggini? Sono dovute al fatto che dopo l'emergenza del 2003 si sono seguite le procedure ordinarie». Ah beh… «Nel Milleproroghe», continuano, «sono già stanziate le risorse perché la Regione Lazio la faccia funzionare». Tempo previsto per il trasferimento dalla Protezione civile alla Regione: settembre. Speriamo non del 2035.
Continua a leggereRiduci
Seul ha poche decine di decessi sebbene abbia quasi i nostri contagi, ma nel Paese c'è il quadruplo dei presidi ospedalieri per abitante. In Germania il doppio. Dopo anni di tagli siamo indietro pure sulle terapie intensive.La Germania ignora le vittime se presentano altre patologie. Italia, Cina e Corea cercano invece di identificare tutti i positivi.Allo Spallanzani esiste una struttura ad alto isolamento, nuova di zecca, costruita apposta per queste emergenze. Voluta da Guido Bertolaso, mai attivata a causa delle inchieste sulla Protezione civile.Lo speciale contiene tre articoli.Paese che vai, mortalità del coronavirus che trovi. Su questo specifico punto l'Organizzazione mondiale della sanità è stata piuttosto chiara fin dall'inizio: la gravità del contagio dipenderà in buona parte anche dal livello di preparazione del sistema sanitario di ciascuno Stato, e dunque dalla sua capacità di assorbire il colpo dell'epidemia. Stando agli ultimi dati, il tasso di mortalità per Covid-19 in Italia è decisamente più alto rispetto agli altri Paesi del mondo. Si parla di differenze non trascurabili, che pongono interrogativi seri e delicati, e sui quali solo una conoscenza approfondita e prolungata nel tempo del virus e del suo comportamento potrà fornire una risposta. Tuttavia, osservando i numeri nudi e crudi non si può fare a meno di notare uno scostamento notevole. Nel nostro Paese, ormai stabilmente al secondo posto per numero di casi nel mondo, il tasso di mortalità si attesta addirittura al 6,22% (631 decessi su 10.149 casi totali). Occorre tuttavia specificare che i dati di ieri sono viziati dal fatto che la Lombardia ha comunicato il numero dei decessi, ma non quello dei contagi. Fino a lunedì, comunque, il tasso di mortalità viaggiava allo 5,05%, un valore molto più elevato di quello del resto del mondo, che invece si ferma al 3,48%. Parlando della Cina, luogo dal quale il patogeno si è diffuso per poi contagiare il mondo intero, occorre fare una distinzione: la maggior parte dei decessi (circa il 96%) si trova nella provincia di Hubei, epicentro dell'epidemia, dove la percentuale di decessi è paragonabile alla nostra (4,43%), mentre nel resto del Dragone è decisamente più bassa, addirittura inferiore all'1% (0,88%). Positivo l'andamento della mortalità anche in Corea del Sud, che pure si aggiudica il terzo gradino del podio per numero di casi (7.513), e nella quale il tasso si attesta allo 0,72%. Dati inferiori all'Italia anche in Francia (1,16% per 949 casi) e, soprattutto, in Germania, dove si contano appena 2 decessi su 1.139 contagi.Quali possono essere le cause che hanno portato a queste differenze tanto marcate? Ovviamente non si può non tenere conto delle diverse modalità di conteggio dei decessi e delle tempistiche di avanzamento dell'epidemia, fattore quest'ultimo che fa presagire come negli altri Paesi la diffusione del virus sia ancora ben lungi dall'aver espresso il massimo potenziale. Senza contare le abitudini di vita, compresa una maggiore inclinazione alle relazioni sociali, e la composizione demografica della popolazione. Tutti elementi che, almeno sulla carta, giocano a nostro sfavore. Ma al netto di questi importantissimi caveat, è possibile identificare un comune denominatore in grado di giustificare, almeno parzialmente, un andamento tanto sfavorevole nel nostro Paese?Senza dubbio la resilienza del sistema sanitario di fronte a uno choc di questa portata diventa determinante. Non si può tenere in considerazione solo la gratuità dei servizi e la (sacrosanta) universalità di accesso alle cure: in situazioni di crisi come quella che stiamo affrontando in queste settimane, uno degli elementi in grado di mitigare gli effetti risulta senza dubbio la capacità di accoglienza delle strutture sanitarie. E da questo punto di vista, gli altri Stati ci fanno le scarpe. Prendiamo il dato dei posti letto, un marker infallibile per valutare la qualità del sistema salute di un Paese. Negli ultimi tre decenni, dati Ocse alla mano, in Italia si è assistito a una lenta ma costante diminuzione della disponibilità per abitante: si è passati infatti dai 6,8/1.000 abitanti del 1991 ai 3,18 del 2017. Tradotto in parole semplici, meno della metà. Nello stesso periodo la Germania è passata da 10,1 a 8 posti ogni 1.000 abitanti. Dunque, nonostante la lieve flessione, Berlino ci surclassa in termini assoluti. Quello che impressiona è la cavalcata trionfale della Corea del Sud, risalita dai 2,48 di trent'anni fa ai 12,27 posti odierni, vale a dire quasi il quadruplo di quelli italiani. Una progressione che ha permesso a Seul di guadagnarsi il secondo gradino del podio a livello mondiale dopo il Giappone. Paradossalmente, queste cifre hanno suscitato più di una polemica nella penisola coreana, dal momento che un così grande numero di strutture necessita di essere adeguatamente approvvigionato di personale medico, al fine di garantire elevati standard qualitativi. Parlano da soli anche i numeri della terapia intensiva, la cui robustezza gioca oggi un ruolo fondamentale nella sfida contro il coronavirus. Qua la fa da padrona la Germania, la quale può contare su 28.000 posti letto (34 ogni 100.000 abitanti) a disposizione degli ammalati più gravi. Poco più indietro la Corea, con 10.000 posti letto che si traducono in 20 ogni 100.000 abitanti. Distante anni luce l'Italia, che dispone di appena 5.100 posti, cioè 8 ogni 100.000 abitanti. Un gap imbarazzante dovuto in gran parte dai tagli alla sanità dell'ultimo decennio, e in assenza del quale il nostro Paese sarebbe stato in grado di affrontare l'epidemia con armi ben più efficaci. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pero-in-italia-abbiamo-piu-morti-anche-per-carenza-di-posti-letto-2645453863.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="miracolo-tedesco-occhio-berlino-non-conta-i-decessi-come-facciamo-noi" data-post-id="2645453863" data-published-at="1780202446" data-use-pagination="False"> Miracolo tedesco? Occhio, Berlino non conta i decessi come facciamo noi Il virus ha reso l'Italia come una zona di guerra. In Francia, minaccia la classe dirigente. In Germania, invece, nonostante il contagio inizi a galoppare, l'allarme è rimasto contenuto. Soprattutto, il Paese registra un numero di vittime esiguo: due (la terza era un pompiere tedesco di 60 anni morto in Egitto) su 1.457 infetti. Ma fu vera gloria, direbbe Alessandro Manzoni? Forse no. Forse anche i teutonici hanno un problema, ma l'hanno gestito all'anglosassone: sobrietà e scarsa enfasi, finché possibile. È vero che in Germania, dopo una partenza timida, la frequenza dei tamponi è cresciuta. Non v'è però certezza sul totale: i negativi non vengono comunicati. Le casse mediche Kbv parlano di 35.000 test. Eppure, nessun accertamento è stato compiuto sui 202 pazienti morti per influenza. Non è da escludere, dunque, che qualcuno di loro avesse contratto il coronavirus. Peraltro, stando al racconto di una donna tedesca rientrata dall'Italia, riportato da Berlino magazine, farsi esaminare, nel Paese, non è affatto facile. La signora dichiara di avere accusato sintomi da Covid-19, ma di non essere riuscita a mettersi in contatto con un medico né tramite i numeri verdi per l'emergenza, né raggiungendo di persona il tendone allestito da un ospedale berlinese: si somministrano 60 tamponi al giorno nonostante le file di centinaia di persone (e privatamente, il test costa 300 euro, «ma nessuno sa come si faccia»). Inoltre, segnalava giorni fa Sky Tg24, chi è stato colpito dal coronavirus, ma al momento del decesso soffriva di patologie più gravi, è stato incluso nel conteggio dei morti a causa di quelle altre malattie. Pertanto, le cosiddette «comorbidità» contribuirebbero a diminuire la portata del fenomeno. Più o meno, è lo stesso (mezzo) tentativo fatto in Italia: dopo aver scatenato il panico, il governo aveva avallato l'idea che si muore «con» il coronavirus e non «per» il coronavirus. Da noi, alla fine, ha prevalso l'approccio alla cinese o alla coreana: cercare, attraverso i tamponi, tutti i positivi e quindi associare al Covid-19 i 631 morti registrati fino a ieri. Non significa per forza che siamo più trasparenti: dipende da che via è stata scelta - e perché: meno caos significa meno danni economici. Per di più, in Germania i Länder godono di ampia autonomia in ambito sanitario: è possibile che alcuni utilizzino metodi di calcolo che sottostimano la diffusione del virus. Ufficialmente, i tedeschi attribuiscono i pochi decessi (un'ottantanovenne di Hessen e un settantottenne di Heisenberg) all'età media dei contagiati. Secondo Lothar Wieler, presidente del Robert Koch Institute, l'organizzazione responsabile per il controllo e la prevenzione delle malattie infettive, i positivi, in Germania, «nel 70% dei casi» hanno tra i 20 e i 50 anni. L'età media lì è di 40 anni, in Italia è di 60. Lo studioso, tuttavia, ha precisato che «nelle prossime settimane e mesi» i dati dei due Paesi tenderanno ad allinearsi. È in questo solco che, «per tranquillizzare complottisti scemi e idioti d'ogni genere», s'è mosso il corrispondente eurolirico Udo Gümpel: «Dopo il morto vigile di fuoco amburghese deceduto in Egitto», ha twittato in italiano teutonicizzato, «anche due malati di coronavirus in Germania sono deceduti [...]. Due focolai. Dunque: niente immunità crucca». I tedeschi «sono mortali». Lo stesso Gümpel, in un altro ameno cinguettio, aveva spiegato che gli anziani tedeschi si ammalano di meno perché «hanno molto meno socialità, per esempio bar e ritrovi: socialmente più isolati ma protetti». Più laicamente, il vicepresidente di International Sos, la principale azienda di servizi di sicurezza medica del mondo, interpellato da Fox news, aveva osservato che «il distanziamento sociale potrebbe essere più complicato in culture avvezze al contatto intimo». Se c'è un'epidemia e una nazione algida ne incontra una di baci e abbracci, quella di baci e abbracci è morta... Non si possono non prendere sul serio, però, i riscontri sulle dotazioni del servizio sanitario tedesco. L'ha ricordato il ministro della Salute, Jens Spahn: la Germania dispone di 28.000 posti in terapia intensiva, il dato più alto d'Europa, anche se i letti totali risultano già occupati per l'80%. L'Italia è entrata nel pieno dell'emergenza con 5.100 unità di rianimazione. Probabilmente è questo il superpotere teutonico, che consente una relativa tranquillità, nonostante l'esecutivo di Berlino abbia ammesso l'esistenza di focolai locali (ci sono casi in tutti i 16 Länder), abbia attivato il Piano nazionale antipandemia, abbia richiesto la sospensione degli eventi con più di 1.000 partecipanti, abbia deciso che il match di Champions League, Bayern-Chelsea, si giocherà a porte chiuse e sia orientato a limitare l'accesso agli stadi pure in Bundesliga, con buona pace della Federcalcio tedesca. Nel frattempo, musei, teatri e discoteche restano aperti. E il ministro dell'Economia, Peter Altmaier, ha forse lasciato intendere qual è lo scenario che la Germania, tenendo i toni bassi, vuole fugare: «Quanto più lentamente si diffonde il virus, tanto più è probabile che possiamo prevenire una recessione economica». Essere «appestati» costa. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pero-in-italia-abbiamo-piu-morti-anche-per-carenza-di-posti-letto-2645453863.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="a-roma-un-altro-centro-anti-epidemie-il-problema-e-che-e-chiuso-da-15-anni" data-post-id="2645453863" data-published-at="1780202446" data-use-pagination="False"> A Roma un altro centro anti epidemie. Il problema è che è chiuso da 15 anni Negli ospedali della Lombardia ormai prossimi al collasso si creano reparti di terapia intensiva perfino nei corridoi per cercare di fermare il coronavirus? A Roma, facendo tutti gli scongiuri possibili, si sta cercando, in poche ore, di allestire un circuito parallelo per i malati con Covid-19 per non allargare il contagio e garantire l'assistenza anche ai pazienti delle «normali» patologie? Allo Spallanzani, il centro romano specializzato per le malattie infettive, esiste un ospedale «ad alto isolamento», nuovo di zecca, costruito apposta per affrontare le nuove pesti del terzo millennio. Ma da quindici anni, impeccabile nella sua struttura modernissima, è inutilizzato. Ultimato ma assolutamente, irrimediabilmente, lasciato a fare solo da monumento a se stesso. Le vetrate impeccabili che lo avvolgono riflettono le nuvole e il verde dei giardini. Soprattutto sono lo specchio della strana sindrome da cupio dissolvi, o semplicemente taffaziana, più pericolosa di ogni infezione che da tempo ammorba l'Italia. Un esempio di come pastoie burocratiche insieme a furori giustizialisti riescano ad ingoiare tutto nella pubblica amministrazione ed in particolare nella sanità, malefatte o presunte tali ed eccellenze. La storia è molto semplice. La struttura viene concepita e realizzata nel 2003-2004 ai tempi della Sars sotto l'egida di Guido Bertolaso, sottosegretario al governo Berlusconi con delega alla Protezione civile, che oltre ad essere un grande organizzatore ed essere circondato da un team di prim'ordine, è, combinazione, anche un medico. La Sars, l'altra infezione da coronavirus dilagata dalla Cina dal 2002 al 2004, fortunatamente non ha lo sviluppo da pandemia che si temeva. Ma la struttura ormai c'è. Anche l'ospedale «anti-epidemie» viene inghiottito nell'indagine contro Bertolaso e quella che noi della grancassa mediatica abbiamo chiamato la «cricca». Ma, piaccia o no, si tratta di una grande intuizione scientifico-operativa. Come stiamo scoprendo a costi altissimi in questi giorni le nuove pesti richiedono di avere strutture dedicate, riservate solo a questi malati per evitare il collasso dell'intero sistema sanitario. Così ad esempio nel Lazio, che, Dio non voglia, potrebbe essere investito in pieno dallo «sciame infettivo» del Covid-19, in tutta fretta si sta cercando di allestire un circuito parallelo che fa capo ai tre poli ospedalieri universitari (Umberto I, Tor Vergata, Gemelli) e che non metta a contatto i contagiati con altri, malati per altre patologie o sani che siano. In tutta la sua splendida solitudine di vetrocemento questo fantasma delle buone intuizioni sta lì, 200-300 metri al massimo dallo Spallanzani dove medici, infermieri, pazienti da settimane sono in prima linea sul fronte di questa guerra contro il nemico invisibile. Costato a quanto pare intorno ad una trentina di milioni, chi l'ha visitato dice che ha 10 posti letto di terapia intensiva «ad altissimo isolamento» e 20 posti «ad alto isolamento». Mancano solo le macchine e le attrezzature. «Anche se l'epidemia da coronavirus penso finisca prima, almeno lo spero, che possa essere resa funzionante», dice una fonte medica, «è evidente che una struttura così potrebbe essere molto utile nell'emergenza attuale». A quanto è dato sapere mancano i collaudi: l'opera formalmente non è ancora stata collaudata. Insomma, passaggi burocratici. Chi scrive nel 2014 ai tempi di Ebola per il Tg5 realizzò un servizio nel quale l'allora responsabile della Protezione civile (competente sulla struttura) assicurò: entro sei mesi l'ospedale ad alto isolamento sarà perfettamente funzionante. «La verità è che è finito nel tritatutto della Protezione civile», dichiara una fonte medica che vuole restare anonima, «non sono passati sei mesi ma sei anni e non è stato fatto nulla». «È una struttura di assoluta eccellenza, all'avanguardia in Europa e nel mondo», riconoscono alla Protezione civile. E dunque? «Da un po' è partito il collaudo tecnico-amministrativo ovvero la verifica degli atti. Il collaudo funzionale lo abbiamo completato, l'ultimo step è stato il collaudo dei reflui», fanno sapere. Insomma è stata realizzata a regola d'arte. «Le lungaggini? Sono dovute al fatto che dopo l'emergenza del 2003 si sono seguite le procedure ordinarie». Ah beh… «Nel Milleproroghe», continuano, «sono già stanziate le risorse perché la Regione Lazio la faccia funzionare». Tempo previsto per il trasferimento dalla Protezione civile alla Regione: settembre. Speriamo non del 2035.
Pete Hegseth (Ansa)
Secondo quanto riportato da Iran International, che cita fonti di Bloomberg, due notti fa un attacco missilistico balistico iraniano contro una base aerea kuwaitiana ha provocato feriti tra il personale americano e causato gravi danni a mezzi militari statunitensi. L’obiettivo era la base di Ali Al Salem. Le fonti riferiscono che la difesa aerea del Kuwait è riuscita a intercettare un missile Fateh-110, ma i detriti sono precipitati all’interno della struttura militare. Circa cinque persone, tra contractor e militari in servizio, hanno riportato ferite lievi. Un drone MQ-9 Reaper è stato distrutto, mentre un secondo velivolo dello stesso tipo avrebbe subito danni significativi.
Secondo Nbc, funzionari statunitensi stanno inoltre indagando sull’abbattimento di un caccia F-15E avvenuto ad aprile. Tra le ipotesi al vaglio vi è quella dell’utilizzo da parte iraniana di un sistema portatile di difesa aerea di fabbricazione cinese. L’ambasciata cinese negli Stati Uniti ha replicato affermando che Pechino gestisce le esportazioni di armamenti «in maniera responsabile e nel rispetto delle normative nazionali».
Sul piano diplomatico, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha ribadito la disponibilità di Teheran a raggiungere un’intesa con Washington. Durante una conversazione telefonica con l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani, il presidente iraniano ha dichiarato che il suo Paese «è pronto a raggiungere un quadro dignitoso» per porre fine alla guerra e alle tensioni regionali. «L’Iran ha costantemente dimostrato il suo impegno per il dialogo», ha affermato Pezeshkian, invitando gli Stati Uniti a «ricambiare mostrando una reale volontà politica e rispettando gli obblighi internazionali». Washington però mantiene una posizione di forza. Intervenendo allo Shangri-La Dialogue di Singapore, il segretario alla Guerra Pete Hegseth ha invitato gli alleati degli Usa a incrementare le spese militari e ad assumersi maggiori responsabilità. «Gli alleati che si rifiutano di farsi avanti e di fare la propria parte dovranno affrontare un netto cambiamento nel nostro modo di operare», ha dichiarato. Il capo del Pentagono ha poi lanciato un messaggio destinato soprattutto ai partner storici degli Stati Uniti compresa l’Ue: «L’era in cui gli Usa sovvenzionavano la difesa di nazioni ricche è finita. Abbiamo bisogno di partner, non di protettorati.
Cerchiamo alleanze fondate su responsabilità condivisa, non su dipendenza condivisa». Hegseth ha inoltre ribadito che l’amministrazione Trump considera prioritario impedire all’Iran di acquisire un’arma nucleare. «Abbiamo ancora obblighi globali per garantire che l’Iran non si doti di un’arma nucleare», ha affermato, aggiungendo che gli Stati Uniti sono «più che capaci di riprendere le operazioni militari» contro Teheran se i negoziati non dovessero produrre risultati. Hegseth infine ha riferito di aver parlato in mattinata con Donald Trump:«Il presidente mi ha chiesto di sottolineare ancora una volta la sua pazienza nel perseguire questo obiettivo», ha dichiarato il capo del Pentagono. «Con gli Stati Uniti impegnati in un’iniziativa di portata storica, ritiene che un accordo con Teheran sarebbe un buon accordo, anzi un ottimo accordo, e resta determinato a raggiungerlo». Hegseth ha poi lanciato un monito: «Se l’Iran non intende accettare un’intesa che garantisca in modo credibile la rinuncia alle armi nucleari, allora dovrà confrontarsi con la forza militare degli Stati Uniti».
Uno dei principali ostacoli ai negoziati è legato ai sei miliardi di dollari di fondi iraniani congelati in Qatar. Secondo il New York Post, Washington starebbe studiando una formula che consentirebbe lo sblocco graduale delle somme sotto forma di aiuti alimentari e forniture mediche. L’erogazione sarebbe però subordinata al raggiungimento di obiettivi concordati, tra cui la riapertura e la messa in sicurezza dello Stretto di Hormuz. I fondi derivano dall’accordo sullo scambio di prigionieri concluso nel 2023 tra Stati Uniti e Iran e furono congelati nuovamente dopo l’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre dello stesso anno. Nel frattempo il Centcom ha confermato che «le forze statunitensi restano presenti e vigili in tutta la regione mediorientale», mentre nello Stretto di Hormuz continuano le misure straordinarie di sicurezza.
Secondo il Wall Street Journal, diverse petroliere attraversano la rotta con i sistemi di identificazione elettronica disattivati e in coordinamento con le forze statunitensi, segno che la minaccia nella principale arteria energetica mondiale rimane elevata. A confermare che il traffico marittimo continua, seppur sotto stretto controllo, è anche l’agenzia iraniana Fars, secondo cui nelle ultime 24 ore venti navi hanno attraversato lo Stretto di Hormuz in coordinamento con la Marina delle Guardie rivoluzionarie iraniane. In questo contesto, secondo una fonte Usa citata da Associated press, Washington ha fermato una nuova nave mercantile diretta verso i porti iraniani. La portarinfuse Lian Star, battente bandiera del Gambia, sarebbe stata resa inoperativa nel Golfo di Oman dopo aver ignorato gli avvertimenti Usa. Sale così a sei il numero delle navi bloccate dagli Usa per aver tentato di violare il blocco navale contro l’Iran.
Continua a leggereRiduci
iStock
Da giugno a settembre, infatti, il calendario si fa fitto: nei prossimi mesi si avvicenderanno, nella romantica cornice delle fortezze trentine, esperienze guidate, mostre, laboratori e iniziative didattiche, per la gioia di un pubblico eterogeneo quanto a età e interessi.
A partire da Castel Beseno, a Besenello: aperto dal 1° maggio al 1° novembre prossimo tra le 10 e le 18 (a eccezione del lunedì), è il più grande castello del Trentino. Gli avventori possono ammirare, prima di tutto, la sezione museale dedicata alla battaglia di Calliano, combattuta nel 1487 tra le truppe della Repubblica di Venezia e quelle del Principato vescovile di Trento e della Contea del Tirolo. Passeggiare tra le cucine, le cantine e la cinta muraria è una vera e propria un’immersione nella storia e nella natura trentine. Per conoscere tutti gli appuntamenti, tra cui le rievocazioni storiche che avranno luogo su questo pregiato palcoscenico, basta scrivere a info@buonconsiglio.it o chiamare lo 0464-834600.
C’è poi Castel Nanno, situato a Ville d’Anaunia: ogni domenica, dal 7 al 28 giugno, sarà possibile sperimentare un picnic di livello. «Visita e picnic sull’erba nei giardini di Castel Nanno» è la formula che propone prodotti a chilometro zero abbinata a una visita guidata. Il prezzo è di 20 euro per gli adulti, 15 euro per i ragazzi dai 4 ai 12 anni e 8 euro per i bambini sotto i 4 anni. La prenotazione, obbligatoria entro le 12 del giorno prima, può essere effettuata chiamando lo 0463-830133 o scrivendo a info@visitvaldinon.it. Castel Nanno è comunque aperto alle visite libere tutte le domeniche fino al 1° novembre, dalle 10 alle 17, con apertura straordinaria i primi due giorni di giugno e a Ferragosto.
Per il divertimento dei bambini l’ideale è invece Castel Valer, sempre a Ville d’Anaunia (frazione Tassullo). I più giovani potranno andare a caccia dell’indizio per ricostruire gli antichi fasti di questa fortezza. Facile diventare detective tra queste pareti, trattandosi di uno dei manieri più ricchi della Val di Non, che al suo interno custodisce un inestimabile patrimonio di oggetti e arredi appartenuti alla nobile famiglia Spaur.
La proposta, pensata per bambini e ragazzi dai 6 ai 14 anni, sarà valida tutte le domeniche, a partire dalle 10. Un’esperienza di un’ora e mezza, che prevede per i più piccoli la guida verso i dettagli più curiosi e per i più grandi enigmi e giochi investigativi per apprendere la storia del luogo. Alla fine dei giochi, ciascuno potrà vivere un momento memorabile, come la trasformazione in conte di Castel Valer. L’intero nucleo familiare può accedere al costo di 30 euro.
Infine «Dal Castello alla Montagna» è il percorso che collega Folgaria a Castel Beseno, seguendo l’antica viabilità medievale. Un itinerario lungo poco più di 8 chilometri, che parte dall’altopiano e raggiunge il fondovalle attraversando luoghi di rara bellezza, come la chiesetta cinquecentesca di San Valentino, Mezzomonte di sopra e di sotto, il maso Ponte di Folgaria e il torrente Rio Cavallo Rosspach. Una volta arrivati a Castel Beseno, è obbligatoria una visita senza preoccuparsi troppo degli orari: il rientro può avvenire in pullman; ma se si hanno ancora energie a disposizione, il consiglio è di percorrere a piedi il versante orografico sinistro, che offre magnifiche visuali e luoghi storici lungo il percorso.
Un altro indimenticabile modo di vivere il Trentino al meglio è il treno: il Trenino dei Castelli è l’esperienza di un’intera giornata tra la Val di Sole e la Val di Non, che consente di scoprire il patrimonio storico, culturale ed enogastronomico del territorio. Si parte da Trento e si viene sospinti tra castelli arroccati su speroni di roccia o adagiati su dolci colline. Si potranno così visitare il Castello di San Michele a Ossana o Castel Caldes, gotico maniero legato alle leggende riguardanti la nobildonna Olinda.
Castel Valer e Castel Thun sono due delle altre dimore storiche che popolano la zona attraversata dal trenino ed entrambi hanno molto da offrire al visitatore: se il primo si distingue per la ricchezza degli arredi e le ricche collezioni e della cappella di San Valerio, il secondo è uno dei più visitati, sia per il contesto in cui sorge che per la sua ricchezza architettonica e artistica.
Presso molte strutture ricettive è possibile richiedere la Trentino Guest Card, che consente la visita gratuita a oltre 60 castelli e 20 musei, tra cui Mart, Muse e Castello di Avio. La si può usare anche per i trasporti pubblici provinciali e per ottenere sconti sui prodotti locali.
Continua a leggereRiduci
Il Paris Saint-Germain festeggia la Champions League dopo aver battuto ai rigori l'Arsenal nella finale di Budapest (Ansa)
La storia continua e si arricchisce di un nuovo capitolo. Nell’ormai infinita saga dell’esasperato dibattito tra risultatisti e giochisti, stavolta tocca a quest’ultimi festeggiare. Tocca al Paris Saint-Germain di Luis Enrique, che dopo aver iscritto lo scorso anno i parigini nell’albo d’oro della Champions League per la prima volta, si ripete e concede il bis battendo nella finale di Budapest l’Arsenal dell’allievo Mikel Arteta.
Due mondi opposti e due filosofie a confronto, hanno detto in molti alla vigilia, guardando, stile di gioco, numeri e statistiche. Da una parte il pragmatismo e l’organizzazione dell’Arsenal, capace di concedere appena sei gol agli avversari in tutto il torneo, prima della finale. Dall’altra le 45 reti messe a segno dal Psg, eguagliando il record stabilito nel 1999/2000 dal Barcellona, nella cui rosa figurava proprio Luis Enrique. Alla fine, nella serata della Puskas Arena, a fare la differenza è stata la qualità offensiva dei campioni di Francia e d’Europa, l’esperienza e quel pizzico di buona sorte necessari in appuntamenti del genere. Tuttavia, la finale si è rivelata essere più equilibrata e meno scontata di quanto si potesse ipotizzare alla vigilia. A dimostrarlo non è solo il fatto che la banda di Luis Enrique abbia avuto bisogno dei tempi supplementari e dei rigori per sbrogliare la matassa che aveva preparato Arteta. Ma anche l’approccio e l’atteggiamento tattico dell’Arsenal, arrivato in Ungheria con legittime ambizioni e reduce dalla conquista della Premier League, ventidue anni dopo l’ultima firmata da Arsène Wenger. Il Psg aveva tutto dalla sua per confermarsi sul tetto d’Europa: forza, qualità della rosa, blasone, esperienza, favore del pronostico. L’Arsenal si è dimostrato comunque all’altezza con Arteta che si è addirittura concesso il lusso di iniziare la partita con 152 milioni di euro dell’ultima campagna acquisti parcheggiati in panchina. Il tecnico spagnolo ha infatti sorpreso tutti preferendo in attacco Kai Havertz allo svedese Viktor Gyokeres, pagato allo Sporting Lisbona 73 milioni di euro, e scegliendo di rimpolpare il centrocampo con il giovane Lewis-Skelly a scapito della mezza punta Eberechi Eze, strappato al Crystal Palace per 79 milioni. Scelte, specialmente la prima, che si stavano rivelando azzeccate visto che pronti via, al 5’ Havertz, che già una finale di Champions l’aveva decisa nel 2021, quando con il Chelsea trionfò nel derby inglese contro il Manchester City di Pep Guardiola, approfitta di un rimpallo a metà campo con Marquinhos e fugge verso la porta di Safonov: il mancino potente sotto la traversa è una sentenza che gela i tifosi del Psg e manda in delirio quelli inglesi.
Da quel momento in poi la partita prende esattamente la piega immaginata da Arteta. L’Arsenal si chiude, concede il pallone agli avversari e difende con ordine, densità e pazienza. Il Psg controlla il possesso, ma per lunghi tratti lo fa in maniera sterile. Kvaratskhelia e Doué faticano ad accendersi, Dembélé appare lontano dalla versione dominante ammirata per tutta la stagione e le occasioni arrivano con il contagocce. I campioni d’Europa rientrano dagli spogliatoi con un atteggiamento più aggressivo, ma rischiano addirittura di subire il raddoppio quando ancora Havertz si presenta dalle parti di Safonov. È il preludio alla svolta dell’incontro. Al 62' Mosquera interviene in ritardo su Kvaratskhelia all’interno dell’area. Siebert indica il dischetto e il Var conferma. Dembélé non sbaglia, spiazza Raya e riporta il risultato in equilibrio.
L’1-1 cambia l’inerzia della finale. Il Psg aumenta la pressione, l’Arsenal perde qualche certezza e la gara si apre. Vitinha sfiora il vantaggio con una conclusione dalla distanza, poi è Kvaratskhelia ad avere la palla più pesante della serata quando approfitta di un errore di Saliba e si presenta davanti a Raya: il portiere spagnolo devia il sinistro del georgiano sul palo, tenendo in vita i Gunners. Nel finale dei tempi regolamentari le occasioni migliori capitano ancora ai francesi. Vitinha manca di poco il bersaglio grosso e, in pieno recupero, Barcola spreca clamorosamente un contropiede che avrebbe potuto chiudere i conti.
I supplementari sono molto più nervosi che spettacolari. L’Arsenal protesta per un contatto tra Nuno Mendes e Madueke, ma per Siebert non ci sono gli estremi per il rigore. Dall’altra parte il Psg continua ad avere una maggiore iniziativa, senza però trovare il colpo decisivo. Così, per la prima volta dal 2016, una finale di Champions si decide ai rigori. Dal dischetto Ramos e Doué trasformano i primi due tentativi, mentre Eze condanna subito l’Arsenal calciando fuori il secondo penalty della serie. Raya tiene aperto uno spiraglio parando la conclusione di Nuno Mendes, ma Rice risponde soltanto in parte. Hakimi e Beraldo non tremano, mentre dall’altra parte Martinelli segna prima che Gabriel spedisca alto il rigore che consegna definitivamente la coppa al Psg e a Luis Enrique. Per il club francese è un successo che prolunga il ciclo aperto dodici mesi fa e si conferma sul tetto d’Europa. I francesi entrano così nel ristretto gruppo di squadre capaci di vincere la Champions League per almeno due stagioni consecutive, diventando al tempo stesso il primo e unico club francese a riuscire nell’impresa. Per Luis Enrique, invece, è la terza coppa dalle grandi orecchie alzata al cielo.
Continua a leggereRiduci
Matteo Berrettini (Ansa)
Ma soprattutto di tennis e di nerbo. Il trentenne romano esce vittorioso da una battaglia di cinque ore e 23 minuti nel terzo turno del Roland Garros contro «El Tiburon» Comesana, argentino specialista della terra battuta: 7-6, 5-7, 6-7, 6-4, 7-6 con vittoria a 13 nel supertiebreak. Il risultato è già indizio di un match senza esclusione di colpi, in cui il Thor nostrano ha ritrovato sprazzi del suo gioco migliore, quel predominio di servizio esplosivo e dritto potente e arrotato, che negli anni scorsi lo ha condotto a una finale a Wimbledon persa contro Djokovic, a due vittorie al Queen’s, alle semifinali all’Australian Open e allo Us Open. Numeri da capogiro per un tennista italiano, Sinner a parte. Gli infortuni ne hanno funestato il fisicone di 196 cm per 95 kg, ma la naturalezza con cui ha tenuto i turni di battuta e risposto alle rotazioni geometriche dell’avversario, indicano degli ottavi di finale guadagnati con la calma olimpica del pescatore di fiume. Matteo ha soltanto bisogno di disputare tante partite. Solo così potrà ritrovare lo smalto e, perché no, riproporre la sua candidatura in una classifica a oggi impietosa. Buone nuove pure dal terzo turno di Flavio Cobolli, vincitore per 6-2 6-2 6-3 su Learner Tien. Nella racchetta regolare del fiorentino Flavio c’è qualcosa che pare spezzarsi da un momento all’altro, parcellizzandosi in un sistema di possibilità vertiginoso. Il suo è un tennis di Schrödinger: può elevarsi fino a toccare vette da top 20 quale oggi è (quest’anno vanta una finale raggiunta a Monaco di Baviera svillaneggiando in semifinale Zverev e una vittoria al master 500 di Acapulco sconfiggendo l’esperto Tiafoe), oppure, con la stessa disinvoltura, può perdere incontri semplici, scivolando nella coltre dell’anonimato. Tien, mancino statunitense di origini vietnamite, 20 anni, pupillo di quel Michael Chang che nel 1989, a soli 17 anni, vinse proprio al Roland Garros prendendosi gioco di un Ivan Lendl furibondo, è, assieme a Fonseca, Jodar, Mensik, Fils e al diciassettenne francese Kouame, una promessa in parte già mantenuta. Ha vinto il master 250 di Ginevra poco più di una settimana fa, ma contro Flavio pareva appannato, ha sbagliato parecchio, spianandogli la strada verso un match quasi rilassato. Ora Cobolli se la vedrà agli ottavi con Zachary Svajda, numero 85 Atp, che si è preso in cinque set lo scalpo di Francisco Cerundolo, fratello maggiore di Juan Manuel, avversario di Sinner nella partita di giovedì. Con l’eliminazione di Djokovic in cinque set per mano del «Sinnerzinho» brasiliano Joao Fonseca, si saggerà la consistenza agonistica di Sascha Zverev. Il tedesco di origini russe, artefice di una carriera ciclotimica, non si è mai imposto in un trofeo del Grande Slam, quel genere di tornei stanno a lui come Diabolik all’ispettore Ginko. Con Alcaraz e Sinner fermi ai box, ecco giunta la sua fatidica occasione. Sulla sua strada potrebbe trovare nei quarti di finale il tirannico diciannovenne Rafael Jodar. Lo spagnolo, si diceva, assieme a Fonseca e al ceco Jakub Mensik, rappresenta a buon diritto la nuova generazione di atleti destinata a inserirsi nella rivalità tra il nostro altoatesino e il murciano Carlitos. Anche di questi giovani classe 2005/06 si verificheranno presto le qualità.
Continua a leggereRiduci