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2019-05-04
Per un seggio Juncker dice il vero su Berlino
Ansa
Jean Claude Juncker è un avvocato lussemburghese. Dal 1995 al 2013 è stato primo ministro del piccolo Granducato, ministro del Tesoro e del Lavoro. La sua costante è sempre stata la capacità di cambiare forma. Per anni ha costruito schemi fiscali iper incentivanti per le aziende multinazionali a discapito degli altri Paesi Ue e poi, con il cappello della Commissione (dopo aver archiviato la strategia in patria), ha bastonato le nazioni più furbette. D'altronde gestire un piccolo Paese necessita di velocità politica e capacità di essere camaleonti se almeno si vuole restare in sella così tanto. Ora che il suo mandato di presidente della Commissione volge al termine le capriole aumentano.
«Anche la Germania, come l'Italia, ha più volte sforato il patto di stabilità», ha detto Juncker in occasione di un'intervista al quotidiano tedesco Handelsblatt, «e Berlino continua a farlo». Secondo Juncker, la Germania - sempre critica nei confronti della politica di bilancio italiana - avrebbe violato l'accordo ben 18 volte. Il riferimento è al rapporto tra debito e Pil e al tetto del 3% di deficit superato ben sette volte. Senza dimenticare il surplus costantemente sopra il 6%.
«Non ci sono progressi sull'approfondimento dell'unione monetaria perché Olanda, Austria e troppo spesso la Germania si mettono in mezzo sulla solidarietà e la responsabilità congiunta. Tuttavia sono ancora speranzoso. La Germania non è ancora pronta, ma molti politici tedeschi vogliono avanzare», ha aggiunto ancora il presidente della Commissione. «Ci sono due problemi sull'eurozona», ha aggiunto, «ogni Stato vede solo sé stesso. E l'eurozona in generale non riesce a guardare al resto del mondo. Queste due cose portano alle conclusioni sbagliate». Dopo anni di scherni e attacchi all'Italia questa giravolta contro le politiche di Angela Merkel suona molto strana. Juncker si è redento? Ha cambiato veramente idea? Perchè adesso dice la verità su Berlino? Vale la sua costante politica.
La risposta è: pur di mantenere un seggio sta cambiando schieramento. Così va letto anche il suo approccio al dopo Mario Draghi. «Non mi preoccuperebbe affatto se il presidente della Bce fosse un tedesco», ha aggiunto sempre nel corso dell'intervista. «Jens Weidmann è un convinto europeista e un banchiere centrale di grande esperienza, per cui sarebbe adatto a quel ruolo. Non mi sto esprimendo a favore o contro di lui. Ma decisamente non condivido il punto di vista che è prevalente in alcune parti dell'Europa meridionale per cui un tedesco non debba essere il presidente della Bce», ha concluso. In realtà Juncker sa benissimo che la candidatura di un tedesco al vertice della Bce va benissimo a Paesi del Mediterraneo, come l'Italia, perché ostacolerebbe l'ascesa della Merkel al vertice della Commissione. Lo stesso Juncker preferisce in questo preciso momento storico stoppare la Cancelliera. Ha bisogno di nuove alleanze elettorali se vuole salvare il proprio partito e ricavarsi almeno un ruolo dentro i Cristiano sociali. Se, invece, si accoda alla Merkel e a Emmanuel Macron la sua possibilità di sparire è molto elevata.
Lo scorso mese di novembre, erano state proprio Francia e Germania a siglare un accordo in merito al rispetto delle regole del patto stabilità. I Paesi che violano i vincoli, avevano stabilito i due Stati membri, non beneficeranno dei fondi sul prossimo bilancio dell'eurozona. Ecco questo patto per Juncker adesso è un ferro incandescente da gettare via il più possibile lontano per cercare di ricavare una nicchia dentro un Partito popolare europeo riformato. Chi deve stare all'interno perché avvenga il giochino di Juncker? Proprio quel Victor Orbán fondatore del partito Fidesz che è stato sospeso un tempo dal Ppe per una serie di cartelloni elettorali in cui si accusava Juncker di complottare con il milionario ungherese George Soros per far entrare in Europa più migranti. L'altro giorno, in occasione dell'anniversario dei 15 anni dall'allargamento a Est, il presidente della commissione europea ha invece definito Orbán un eroe: «Sì, per anni ho definito privatamente Orbán un dittatore, ma lui ha sempre riso di questa cosa. Ho il massimo riguardo per Viktor».
Se la giravolta non fosse abbastanza chiara, Juncker ha aggiunto - in occasione di un'intervista al giornale ungherese Hvg anche un passaggio sulle recenti modifiche di legge compiute da Polonia e Ungheria: «Di tanto in tanto, alcuni Paesi si concedono un certo grado di insubordinazione, a seconda di chi è al potere e della fase del ciclo politico in cui si trovano. Ma sono fiducioso che questi problemi non ci preoccuperanno più». Come dire, le paginate sui quotidiani di sinistra contro la dittatura di Orbàn erano fuffa. Adesso, si fa sul serio. Bisogna conquistare seggi all'europarlamento a qualunque costo e con ogni alleato.
Bruxelles benedice il patto delle batterie franco-tedesco
Francia e Germania continuano a gettare le basi di un futuro comune, con la benedizione di Bruxelles. Sta per nascere infatti un consorzio industriale, composto da società dei due Paesi attive nel settore delle batterie per auto elettriche. Tra queste ci saranno le tedesche Opel (controllata dalla francese Psa) e Siemens, oltre al produttore francese di batterie Saft (controllata dal gruppo Total). A esse dovrebbe affiancarsi anche il gigante della chimica belga, Solvay. La stampa transalpina ha battezzato questo nuovo soggetto economico franco-tedesco l'«Airbus delle batterie». Il riferimento al gigante dei cieli, fiore all'occhiello dell'alleanza economica tra Parigi e Berlino è chiaro. E l'intenzione, nemmeno troppo taciuta da Francia e Germania, è quella di far nascere un colosso. Un soggetto che renderà ancora più concreto il trattato di Aquisgrana, che mira alla convergenza tra le nazioni sulle due sponde del Reno.
Nella conferenza stampa del 2 maggio, alla quale hanno partecipato il ministro francese dell'economia e delle finanze, Bruno Le Maire, il suo omologo tedesco, Peter Altmaier, e il Commissario europeo all'energia, Maros Sefcovic, sono già state annunciate delle cifre che parlano chiaro. «Per costruire le prime linee di produzione verranno investiti 5 o 6 miliardi di euro», ha spiegato il ministro francese, aggiungendo che «1,2 miliardi di euro al massimo» saranno rappresentati da sovvenzioni pubbliche. Circa 4 miliardi di euro saranno invece costituiti da fondi privati. La Francia investirà circa 700 milioni di euro su cinque anni. La Germania invece ha previsto di versare al massimo 1 miliardo di euro.
La presenza del Commissario Ue (che su Twitter si è complimentato con i «campioni europei, leader di un settore strategico») mostra che la Commissione ha steso il tappeto rosso davanti a questa alleanza economica. Per ora c'è un «accordo di principio», ma entro la fine del mandato della compagine guidata da Jean Claude Juncker - previsto per ottobre - dovrebbe arrivare anche un'approvazione definitiva. Nell'attesa, come ha confermato Sefcovic, «la Commissione europea continuerà a giocare il ruolo di facilitatore».
Ma per l'Ue in generale, e per l'Italia in particolare, le ricadute legate alla creazione del consorzio saranno molto meno importanti di quelle generate per Francia e Germania. Anche se nella conferenza stampa si è detto che il consorzio servirà a ridurre il ritardo produttivo tra l'Ue e la Cina, e nonostante Le Maire abbia dichiarato che «altri Stati membri, tra cui l'Italia, hanno già manifestato la propria volontà di unirsi al progetto», il nostro Paese rischia di divenire solo un mercato di consumo, con zero posti di lavoro creati dal nuovo consorzio. È già chiaro invece che la prima «fabbrica pilota», con 200 dipendenti, sorgerà in Francia, anche se Le Maire non ha detto dove. Inoltre entro il 2022-2023, dovrebbe essere costruita una fabbrica in ciascun Paese. Secondo quanto dichiarato nella conferenza stampa, ognuna impiegherà 1.500 persone «come minimo». Mica male per chi si presenterà alle prossime elezioni legislative tedesche e per le presidenziali francesi, previste rispettivamente per il 2021 e il 2022. Se Angela Merkel sembra essere arrivata a fine carriera, Emmanuel Macron appare determinato a restare in sella, anche a costo di passare sopra i gilet gialli e il malcontento che cova in Francia. L'ideologia dell'ecologia a tutti i costi risponde a logiche di realpolitik piuttosto che alla volontà di ridurre realmente l'inquinamento. In Francia, l'ala sinistra della maggioranza macronista, vive male la scarsa attenzione del presidente e del governo ai temi ambientali. Per questo un'iniziativa come quella del consorzio torna estremamente utile all'inquilino dell'Eliseo e a Edouard Philippe.
Il sostegno di Bruxelles all'«Airbus delle batterie» viene giustificato anche con la tendenza al «gretinismo» tanto in voga in questo momento nelle istituzioni Ue. Da più parti si afferma che l'auto elettrica è una soluzione ecologica ai problemi di inquinamento e di consumo di carburante. Il problema è che questo è parzialmente vero solo quando l'auto è pronta a circolare sulla strada. Invece, per produrre l'auto, le batterie o ancora, per trasportare l'energia necessaria a caricare queste ultime, l'impatto ambientale è tutt'altro che pari a zero. Inoltre non bisogna dimenticare che la durata delle batterie è estremamente limitata nel tempo e il loro smaltimento è molto complicato.
A pagare questa conversione verde, solo di facciata, sono sempre gli ultimi anelli della catena. Cioè i consumatori o i contribuenti. Lo hanno ricordato più volte anche i gilet gialli dicendosi pronti ad acquistare auto elettriche, ma di non poterlo fare, vista la sproporzione tra i loro stipendi e il costo di queste vetture.
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Il presidente della Commissione in scadenza ammette che la Germania ha fatto peggio dell'Italia: «Ha sforato e violato i patti dell'Unione la bellezza di 18 volte, le ho contate». A muoverlo è comunque il tentativo di trovare nuove alleanze a Est con Victor Orbán.Bruxelles benedice il patto delle batterie franco-tedesco. Alla faccia del mercato, la Commissione Ue dà l'ok al colosso che vuole il monopolio dell'elettrico. A discapito dell'Italia.Lo speciale comprende due articoli.Jean Claude Juncker è un avvocato lussemburghese. Dal 1995 al 2013 è stato primo ministro del piccolo Granducato, ministro del Tesoro e del Lavoro. La sua costante è sempre stata la capacità di cambiare forma. Per anni ha costruito schemi fiscali iper incentivanti per le aziende multinazionali a discapito degli altri Paesi Ue e poi, con il cappello della Commissione (dopo aver archiviato la strategia in patria), ha bastonato le nazioni più furbette. D'altronde gestire un piccolo Paese necessita di velocità politica e capacità di essere camaleonti se almeno si vuole restare in sella così tanto. Ora che il suo mandato di presidente della Commissione volge al termine le capriole aumentano. «Anche la Germania, come l'Italia, ha più volte sforato il patto di stabilità», ha detto Juncker in occasione di un'intervista al quotidiano tedesco Handelsblatt, «e Berlino continua a farlo». Secondo Juncker, la Germania - sempre critica nei confronti della politica di bilancio italiana - avrebbe violato l'accordo ben 18 volte. Il riferimento è al rapporto tra debito e Pil e al tetto del 3% di deficit superato ben sette volte. Senza dimenticare il surplus costantemente sopra il 6%. «Non ci sono progressi sull'approfondimento dell'unione monetaria perché Olanda, Austria e troppo spesso la Germania si mettono in mezzo sulla solidarietà e la responsabilità congiunta. Tuttavia sono ancora speranzoso. La Germania non è ancora pronta, ma molti politici tedeschi vogliono avanzare», ha aggiunto ancora il presidente della Commissione. «Ci sono due problemi sull'eurozona», ha aggiunto, «ogni Stato vede solo sé stesso. E l'eurozona in generale non riesce a guardare al resto del mondo. Queste due cose portano alle conclusioni sbagliate». Dopo anni di scherni e attacchi all'Italia questa giravolta contro le politiche di Angela Merkel suona molto strana. Juncker si è redento? Ha cambiato veramente idea? Perchè adesso dice la verità su Berlino? Vale la sua costante politica. La risposta è: pur di mantenere un seggio sta cambiando schieramento. Così va letto anche il suo approccio al dopo Mario Draghi. «Non mi preoccuperebbe affatto se il presidente della Bce fosse un tedesco», ha aggiunto sempre nel corso dell'intervista. «Jens Weidmann è un convinto europeista e un banchiere centrale di grande esperienza, per cui sarebbe adatto a quel ruolo. Non mi sto esprimendo a favore o contro di lui. Ma decisamente non condivido il punto di vista che è prevalente in alcune parti dell'Europa meridionale per cui un tedesco non debba essere il presidente della Bce», ha concluso. In realtà Juncker sa benissimo che la candidatura di un tedesco al vertice della Bce va benissimo a Paesi del Mediterraneo, come l'Italia, perché ostacolerebbe l'ascesa della Merkel al vertice della Commissione. Lo stesso Juncker preferisce in questo preciso momento storico stoppare la Cancelliera. Ha bisogno di nuove alleanze elettorali se vuole salvare il proprio partito e ricavarsi almeno un ruolo dentro i Cristiano sociali. Se, invece, si accoda alla Merkel e a Emmanuel Macron la sua possibilità di sparire è molto elevata. Lo scorso mese di novembre, erano state proprio Francia e Germania a siglare un accordo in merito al rispetto delle regole del patto stabilità. I Paesi che violano i vincoli, avevano stabilito i due Stati membri, non beneficeranno dei fondi sul prossimo bilancio dell'eurozona. Ecco questo patto per Juncker adesso è un ferro incandescente da gettare via il più possibile lontano per cercare di ricavare una nicchia dentro un Partito popolare europeo riformato. Chi deve stare all'interno perché avvenga il giochino di Juncker? Proprio quel Victor Orbán fondatore del partito Fidesz che è stato sospeso un tempo dal Ppe per una serie di cartelloni elettorali in cui si accusava Juncker di complottare con il milionario ungherese George Soros per far entrare in Europa più migranti. L'altro giorno, in occasione dell'anniversario dei 15 anni dall'allargamento a Est, il presidente della commissione europea ha invece definito Orbán un eroe: «Sì, per anni ho definito privatamente Orbán un dittatore, ma lui ha sempre riso di questa cosa. Ho il massimo riguardo per Viktor». Se la giravolta non fosse abbastanza chiara, Juncker ha aggiunto - in occasione di un'intervista al giornale ungherese Hvg anche un passaggio sulle recenti modifiche di legge compiute da Polonia e Ungheria: «Di tanto in tanto, alcuni Paesi si concedono un certo grado di insubordinazione, a seconda di chi è al potere e della fase del ciclo politico in cui si trovano. Ma sono fiducioso che questi problemi non ci preoccuperanno più». Come dire, le paginate sui quotidiani di sinistra contro la dittatura di Orbàn erano fuffa. Adesso, si fa sul serio. 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A esse dovrebbe affiancarsi anche il gigante della chimica belga, Solvay. La stampa transalpina ha battezzato questo nuovo soggetto economico franco-tedesco l'«Airbus delle batterie». Il riferimento al gigante dei cieli, fiore all'occhiello dell'alleanza economica tra Parigi e Berlino è chiaro. E l'intenzione, nemmeno troppo taciuta da Francia e Germania, è quella di far nascere un colosso. Un soggetto che renderà ancora più concreto il trattato di Aquisgrana, che mira alla convergenza tra le nazioni sulle due sponde del Reno. Nella conferenza stampa del 2 maggio, alla quale hanno partecipato il ministro francese dell'economia e delle finanze, Bruno Le Maire, il suo omologo tedesco, Peter Altmaier, e il Commissario europeo all'energia, Maros Sefcovic, sono già state annunciate delle cifre che parlano chiaro. «Per costruire le prime linee di produzione verranno investiti 5 o 6 miliardi di euro», ha spiegato il ministro francese, aggiungendo che «1,2 miliardi di euro al massimo» saranno rappresentati da sovvenzioni pubbliche. Circa 4 miliardi di euro saranno invece costituiti da fondi privati. La Francia investirà circa 700 milioni di euro su cinque anni. La Germania invece ha previsto di versare al massimo 1 miliardo di euro. La presenza del Commissario Ue (che su Twitter si è complimentato con i «campioni europei, leader di un settore strategico») mostra che la Commissione ha steso il tappeto rosso davanti a questa alleanza economica. Per ora c'è un «accordo di principio», ma entro la fine del mandato della compagine guidata da Jean Claude Juncker - previsto per ottobre - dovrebbe arrivare anche un'approvazione definitiva. Nell'attesa, come ha confermato Sefcovic, «la Commissione europea continuerà a giocare il ruolo di facilitatore». Ma per l'Ue in generale, e per l'Italia in particolare, le ricadute legate alla creazione del consorzio saranno molto meno importanti di quelle generate per Francia e Germania. Anche se nella conferenza stampa si è detto che il consorzio servirà a ridurre il ritardo produttivo tra l'Ue e la Cina, e nonostante Le Maire abbia dichiarato che «altri Stati membri, tra cui l'Italia, hanno già manifestato la propria volontà di unirsi al progetto», il nostro Paese rischia di divenire solo un mercato di consumo, con zero posti di lavoro creati dal nuovo consorzio. È già chiaro invece che la prima «fabbrica pilota», con 200 dipendenti, sorgerà in Francia, anche se Le Maire non ha detto dove. Inoltre entro il 2022-2023, dovrebbe essere costruita una fabbrica in ciascun Paese. Secondo quanto dichiarato nella conferenza stampa, ognuna impiegherà 1.500 persone «come minimo». Mica male per chi si presenterà alle prossime elezioni legislative tedesche e per le presidenziali francesi, previste rispettivamente per il 2021 e il 2022. Se Angela Merkel sembra essere arrivata a fine carriera, Emmanuel Macron appare determinato a restare in sella, anche a costo di passare sopra i gilet gialli e il malcontento che cova in Francia. L'ideologia dell'ecologia a tutti i costi risponde a logiche di realpolitik piuttosto che alla volontà di ridurre realmente l'inquinamento. In Francia, l'ala sinistra della maggioranza macronista, vive male la scarsa attenzione del presidente e del governo ai temi ambientali. Per questo un'iniziativa come quella del consorzio torna estremamente utile all'inquilino dell'Eliseo e a Edouard Philippe. Il sostegno di Bruxelles all'«Airbus delle batterie» viene giustificato anche con la tendenza al «gretinismo» tanto in voga in questo momento nelle istituzioni Ue. Da più parti si afferma che l'auto elettrica è una soluzione ecologica ai problemi di inquinamento e di consumo di carburante. Il problema è che questo è parzialmente vero solo quando l'auto è pronta a circolare sulla strada. Invece, per produrre l'auto, le batterie o ancora, per trasportare l'energia necessaria a caricare queste ultime, l'impatto ambientale è tutt'altro che pari a zero. Inoltre non bisogna dimenticare che la durata delle batterie è estremamente limitata nel tempo e il loro smaltimento è molto complicato. A pagare questa conversione verde, solo di facciata, sono sempre gli ultimi anelli della catena. Cioè i consumatori o i contribuenti. Lo hanno ricordato più volte anche i gilet gialli dicendosi pronti ad acquistare auto elettriche, ma di non poterlo fare, vista la sproporzione tra i loro stipendi e il costo di queste vetture.
Avamposto italiano sul Coni Zugna nel maggio 1916 (Getty Images)
Sul fronte alpino è il secondo anno della Grande Guerra, che da offensiva è ormai mutata in guerra di posizione, con gli italiani concentrati nei tentativi di avanzata sul fronte dell’Isonzo. Gli austro-ungarici invece, forti delle vittorie in Serbia, nutrivano allora l’idea di dare una spallata al nemico attaccando sul fronte trentino per irrompere nella pianura veneta, con l’intenzione di prendere alle spalle il grosso degli italiani schierati sul fronte isontino.
L’azione avrebbe anche avuto, qualora vincente, di alleggerire le pressioni che l’Austria subiva anche sul fronte orientale. Fin dal dicembre 1915 gli austriaci organizzarono le forze, nonostante i non trascurabili problemi logistici che sia il logoramento del primo anno di guerra che le difficoltà di richiamare truppe da altri fronti comportavano. D’altra parte, i comandi supremi italiani trascurarono il pericolo di un attacco dal fronte trentino, considerato sicuro e non prioritario per l’asperità del terreno.
Luigi Cadorna, comandante supremo delle forze armate italiane, fu tra i più convinti sostenitori di questa prospettiva, che si rivelerà fallace. Il settore era allora comandato dal generale Roberto Brusati, che disattendendo alle direttive di Cadorna sul mantenimento di un atteggiamento difensivo sul settore trentino, rispose con una serie di attacchi alle posizioni austriache, allungando troppo la linea del fronte e rendendola più vulnerabile. Neppure le informazioni ricevute dall’ufficio informativo dell’Esercito fecero cambiare idea ai comandi italiani, che pur sapevano di una forte concentrazione di truppe nel Tirolo meridionale. Da parte austriaca, l’offensiva avrebbe dovuto già scattare nell’aprile 1916 ma le condizioni climatiche avverse che portarono a abbondanti nevicate primaverili ritardarono l’azione. Nei primi giorni di maggio del 1916, i piani del generale Franz Conrad von Hötzendorf videro lo schieramento di circa 300.000 uomini e 2.000 pezzi di artiglieria. Una forza molto superiore a quella italiana pronta all’azione tra i rilievi di Folgaria, Lavarone e Vezzena. A difendere le postazioni erano circa 150.000 soldati italiani, con un rapporto di forze di circa 2:1. Cadorna realizzò tardivamente l’incombere dell’attacco e licenziò Brusati per sostituirlo con il generale Pecori-Giraldi l’8 maggio.
Nonostante gli sforzi di quest’ultimo per consolidare la difesa richiamando forze dal fronte isontino, il 15 maggio gli austriaci aprirono le ostilità con un pesantissimo fuoco di artiglieria che precedette l’attacco dell’11ª armata sulla direttrice Folgaria-Lavarone. Due giorni più tardi caddero le linee di Posina e Arsiero, mentre sul monte Pasubio iniziò la battaglia degli Alpini, entrata in seguito nella memoria collettiva come una delle più dure di tutta la Grande Guerra. Le unità imperiali della 11ª Armata cercarono subito di sfondare lungo le direttrici della Val Posina e della Val d’Astico, puntando a isolare le difese del massiccio. Gli Alpini italiani, già presenti sulle quote alte, subirono l’urto iniziale ma mantennero il controllo delle creste principali, unico punto del fronte che non cedette all’attacco nemico per tutta la durata dell’offensiva di primavera.
Anche sul Coni Zugna gli italiani resistettero a lungo, così come i Granatieri di Sardegna sul monte Cengio, sacrificati fino all’estremo. La Val d’Astico e la Val Posina invece, furono il punto debole per le difese italiane: gli austriaci trovarono un varco che permetteva l’aggiramento a valle del Pasubio e del Cengio, penetrando in profondità verso l’altipiano di Asiago alla fine del mese di maggio del 1916. Il 28 maggio entrarono nella cittadina di Asiago, già evacuata dai civili alcuni giorni prima: la pianura veneta era ormai a poca distanza. Tuttavia gli austriaci avevano speso molto nell’offensiva, che mostrava serie difficoltà nella logistica. Nel frattempo Pecori-Giraldi era riuscito a riorganizzare le difese in pianura, con la rapida costituzione della nuova 5ª Armata di circa 180.000 uomini che riuscirono a difendere in extremis la via della pianura.
Fu tuttavia decisivo per le sorti del fronte trentino quanto avvenuto negli stessi giorni sul fronte orientale quando il generale russo Aleksej Alekseevič Brusilov sferrò un’offensiva violentissima su un fronte di 500 chilometri lungo il confine tra Ucraina e Bielorussia, costringendo gli austriaci a ridurre l’impegno sul fronte italiano. La pianura veneta era salva. Lo sarebbe stata per poco più di un anno, prima di essere violata dopo la ritirata italiana di Caporetto.
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il ministro degli Esteri cinese Wang Yi mentre conversa con il primo ministro thailandese Anutin Charnvirakul durante un incontro presso la Casa del Governo a Bangkok (Ansa)
Bangkok e Pechino rafforzano il partenariato strategico con nuovi accordi su tecnologia, green ed economia. La Cina consolida la sua influenza nel Sudest asiatico approfittando delle tensioni commerciali con gli Stati Uniti e delle incertezze globali.
La Tailandia guarda sempre più alla Cina. A fine aprile, il ministro degli Esteri di Bangkok, Sihasak Phuangketkeow, si è incontrato con l’omologo di Pechino, Wang Yi.
Nell’occasione, stando a quanto riferito da Agenzia Nova, «le parti hanno riaffermato il loro impegno a rafforzare il partenariato strategico globale di cooperazione tra i due Paesi e hanno concordato di svolgere un ruolo attivo nella promozione della pace, della stabilità e dello sviluppo regionale».
Non solo. I due ministri hanno anche stabilito di redigere il prossimo Piano d'azione congiunto sulla Cooperazione Strategica, che riguarderà soprattutto tecnologia, green e auto elettrica. Inoltre, secondo una nota di Pechino, Phuangketkeow ha detto che «la Thailandia apprezza molto le quattro principali iniziative globali proposte dal presidente Xi Jinping ed è disposta a rafforzare il coordinamento multilaterale con la Cina per contribuire con la saggezza asiatica alla pace e allo sviluppo mondiale».
Come sottolineato da Deutsche Welle, la linea che il Dragone sta tenendo con Bangkok va ad inserirsi nella più ampia strategia che la Repubblica popolare ha messo in piedi per quanto riguarda il Sudest Asiatico. Xi Jinping spera di far leva sulle tensioni commerciali di Washington con l’area per presentare ai Paesi della regione la Cina come un fattore di stabilità sia sul piano geopolitico che commerciale. Non a caso, oltre a recarsi in Thailandia, Wang Yi ha visitato anche la Cambogia e il Myanmar. Del resto, oltre al nodo dei dazi statunitensi, secondo Deutsche Welle, il Sudest asiatico è preoccupato per gli impatti della crisi iraniana sul costo dell’energia e, più in generale, sul costo della vita. È quindi proprio facendo leva su questi fattori che Pechino spera di arginare l’influenza economica e geopolitica statunitense in loco.
È del resto significativo che, secondo il Washington Post, Phuangketkeow si sia lamentato dello scarso aiuto americano arrivato a Bangkok nel corso dell’attuale crisi iraniana. «Non si sono fatti avanti per parlarci di come possono aiutarci. Non ci hanno contattato direttamente dicendo: "Capiamo che dobbiate sopportare le conseguenze e possiamo darvi una mano"», ha dichiarato, riferendosi agli statunitensi. «Non vogliamo condannare direttamente gli Stati Uniti. Ma questa è una situazione che non avrebbe dovuto iniziare», ha aggiunto. Questo poi non significa che il Sudest asiatico passerà in blocco con Pechino. È infatti piuttosto probabile che continuerà ad adottare la strategia del pendolo tra Usa e Cina. Tuttavia, il Dragone ha trovato margine di manovra. Ed è intenzionato a usarlo.
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Una clean room per la produzione di semiconduttori: senza elio, questi impianti rischiano rallentamenti o stop (iStock)
Dal Medio Oriente alla Russia, lo shock sull’elio toglie dal mercato oltre il 40% dell’offerta globale. Un gas cruciale per semiconduttori e risonanze magnetiche: rischio rallentamenti per l’IA, meno chip e possibili ricadute dirette su diagnosi e cure.
Quando si parla di elio il pensiero va subito ai palloncini delle feste di compleanno e alle comiche modifiche alla voce che comporta la sua aspirazione. Eppure, l’impiego di questo gas nobile travalica festeggiamenti e giochi scherzosi, trovando un utilizzo vitale in settori importantissimi come quello dell’intelligenza artificiale e l’ingegneria biomedica.
L’approvvigionamento di questo gas sta diventando sempre più difficile, con oltre il 40% della produzione mondiale che è stata improvvisamente tolta dal mercato. Può sembrare cosa da poco, tuttavia senza elio non è possibile fabbricare i semiconduttori alla base dei calcoli matematici fatti dai software di intelligenza artificiale, di fatto rendendo inutili gli stessi. Medesima cosa vale per gli scanner MRI (usati nelle risonanze magnetiche) e varie altre apparecchiature mediche, che richiedono grandi quantità di elio per il loro funzionamento.
Il principale responsabile è la guerra in Medio Oriente; dallo Stretto di Hormuz passavano infatti le esportazioni di elio del Qatar, secondo produttore mondiale (33,16% dell’elio globale, dati USGS 2025) dietro solamente agli Stati Uniti. La chiusura dello Stretto e il bombardamento iraniano dell’impianto di Ras Laffan hanno azzerato le esportazioni. A questo shock si è sommata l’imposizione di restrizioni all’export da parte della Russia, la terza produttrice mondiale (9,47% delle forniture), con il suo elio che potrà essere venduto solo ai Paesi dell’Unione Economica Eurasiatica e agli alleati di Mosca. In altre parole, il 42,6% dell’elio non è più sul mercato.
Le carenze sono dunque una realtà imminente, con ripercussioni profonde e sistemiche che si estendono ben oltre il mero aumento dei costi. L'industria dei semiconduttori, in particolare, si trova ad affrontare una sfida senza precedenti. L'elio è un elemento insostituibile in diverse fasi cruciali della produzione di chip, agendo come refrigerante essenziale per mantenere temperature estremamente basse durante processi delicati come la litografia e la deposizione di film sottili. La sua elevata conduttività termica permette infatti un raffreddamento ultra-veloce dei wafer di silicio, fondamentale per prevenire danni e garantire la precisione richiesta nella fabbricazione di chip sempre più piccoli e complessi.
Inoltre, l'elio svolge un ruolo vitale nell'incisione al plasma (cosiddetta «plasma etching»), un processo chiave per scolpire i circuiti sui wafer. Qui, l'elio non solo aiuta a controllare la temperatura, ma agisce anche come gas diluente, stabilizzando la densità del plasma e assicurando un'incisione uniforme e accurata. Senza un approvvigionamento costante e affidabile di elio, la produzione di semiconduttori avanzati, soprattutto quelli a nodi tecnologici più piccoli utilizzati per i software di IA, diventa estremamente difficile, se non impossibile. Le fabbriche di chip, che operano con margini di tolleranza minimi, non possono permettersi interruzioni o variazioni nella qualità dei materiali. La conseguenza diretta è un rallentamento della produzione, un aumento dei costi operativi e, in caso di carenze continuate, una riduzione dell'offerta globale di chip.
Meno chip, meno schede grafiche, meno potenza di calcolo. L'economia dell'IA è infatti intrinsecamente legata alla disponibilità di hardware potente, in particolare le Unità di Elaborazione Grafica (GPU) e i chip di memoria ad alta larghezza di banda (HBM), che sono il cuore pulsante dei data center e dei sistemi di calcolo avanzati. La produzione di questi componenti, già di per sé complessa, è ora ulteriormente minacciata dalla carenza di elio. Un collo di bottiglia di tale portata nella catena di approvvigionamento dell'elio si traduce in un rallentamento nella produzione di GPU e HBM, frenando l'innovazione nel campo dell'IA.
Ma le ripercussioni si estendono anche al settore medico, dove l'elio è un componente critico per il funzionamento degli scanner di Risonanza Magnetica (MRI). Questi dispositivi si basano infatti su magneti superconduttori che devono essere mantenuti a temperature criogeniche, ovvero prossime allo zero assoluto (-269°C), un compito che solo l'elio liquido può svolgere efficacemente. Senza un adeguato rifornimento di elio, i magneti non possono mantenere la superconduttività, portando quindi allo «spegnimento» del macchinario e rendendolo di fatto inutilizzabile.
Le conseguenze cliniche di una prolungata carenza di elio sono autoevidenti: ritardi nelle diagnosi, razionamento degli esami MRI e un inevitabile aumento dei costi sanitari, poiché le strutture mediche faticano a reperire il gas o a sostenere i prezzi crescenti. Insomma, quello che è sempre sembrato un gas utile per scherzi e feste si rivela invece una delle fondamenta invisibili della civiltà moderna, con la sua scarsità che rischia di incrinare contemporaneamente i pilastri della salute e del progresso tecnologico.
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Donal Trump (Ansa)
Il presidente Usa giudica insufficiente l’offerta di Teheran sul nucleare: «Non sono sicuro che arriveranno alla pace». Sullo sfondo il rischio escalation militare, i piani del Pentagono e le critiche a Italia e Spagna.
Donald Trump non considera soddisfacente la nuova proposta di pace avanzata dall’Iran, anche se riconosce a Teheran qualche passo avanti sul piano negoziale. La posizione del presidente americano, espressa alla Casa Bianca nelle ultime ore, conferma una fase ancora lontana da un’intesa stabile, mentre sullo sfondo restano le tensioni militari e le mosse degli alleati.
Secondo Trump, l’Iran avrebbe «fatto progressi», ma non tali da garantire un accordo vicino: «Non sono sicuro che arriveranno mai alla pace», ha detto ai giornalisti, descrivendo la leadership iraniana come frammentata e poco coerente nelle decisioni. Il nodo centrale resta il programma nucleare, che Washington continua a considerare inaccettabile. Il presidente americano ha ribadito che la linea resta dura: «Siamo in una guerra perché non possiamo permettere a dei pazzi di avere l’arma nucleare». In questo quadro ha anche rilanciato la logica dello scontro diretto, sintetizzando le alternative in modo netto: «O un accordo o bombardarli a tappeto». Parole che si inseriscono in una fase di forte pressione militare e diplomatica.
Sul piano operativo, il Pentagono ha già informato la Casa Bianca di possibili scenari di intervento. L’ammiraglio Brad Cooper, a capo del Centcom, e il capo di Stato Maggiore congiunto, generale Dan Caine, hanno illustrato i piani relativi a eventuali attacchi contro l’Iran. Una pianificazione che riflette il livello di allerta crescente nella regione. Tra i punti più sensibili resta lo Stretto di Hormuz, definito da Trump «completamente chiuso, al 100%». Il blocco dei traffici marittimi e delle esportazioni energetiche iraniane viene indicato dagli Stati Uniti come una leva efficace di pressione economica e militare, ma allo stesso tempo aumenta il rischio di escalation. Le tensioni non riguardano solo il confronto diretto con Teheran. Nelle ultime dichiarazioni, Trump ha rivolto critiche anche agli alleati europei, affermando di non essere «contento dell’Italia e della Spagna» per la loro posizione sull’ipotesi di un Iran dotato di armi nucleari. Un messaggio che si inserisce in un clima già teso con diversi partner della Nato.
Sul fronte militare, si registra inoltre la possibilità di una revisione della presenza americana in Europa. Secondo quanto riportato da media statunitensi, il Pentagono starebbe valutando il ritiro di circa 5.000 soldati dalla Germania, misura che rientrerebbe in una più ampia riallocazione delle forze verso l’area indo-pacifica. Un portavoce del Dipartimento della Difesa ha indicato un orizzonte di completamento tra sei e dodici mesi. Parallelamente, si continua a lavorare sul piano diplomatico. L’Iran avrebbe presentato una nuova proposta tramite mediazione pakistana, aprendo alla possibilità di negoziati su nucleare e sanzioni, in cambio di un allentamento delle misure economiche e della fine delle operazioni militari contro i porti iraniani. Teheran avrebbe anche indicato la disponibilità a un confronto diretto nei prossimi giorni. Nonostante questi segnali, le posizioni restano distanti. Le richieste iraniane si intrecciano con la questione della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz e con il dossier delle sanzioni, mentre Washington insiste sulla necessità di limitazioni verificabili al programma nucleare.
In questo contesto, il quadro regionale rimane instabile. Le tensioni si riflettono anche su altri fronti del Medio Oriente, dove le operazioni militari e le rivalità tra attori locali e internazionali contribuiscono a mantenere alta la pressione. Il risultato è una fase ancora aperta, in cui diplomazia e deterrenza procedono in parallelo senza un punto di sintesi evidente.
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