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2022-12-06
Per l’Ue i contanti sono un’arma anti Meloni
Il balletto di dichiarazioni politiche ed editoriali indignati sull’obbligo di accettare i pagamenti con il Pos è basato su un postulato falso, ma crea problemi veri al governo italiano, guidato da Giorgia Meloni, in un momento in cui di tutto c’è bisogno tranne che di aprire un nuovo fronte di polemica con l’Europa e i singoli Stati membri. Il postulato falso è il seguente: «Pagare in contanti favorisce l’evasione fiscale». Una leggendaria palla: Pos o non Pos, contante o non contante, chi paga (un servizio, una pizza, un paio di scarpe) oltre a ciò che ha acquistato riceve da chi vende lo scontrino fiscale. Già: avete presente quel pezzetto di carta che esce dal registratore di cassa? È lui, lo scontrino, a fare la differenza tra chi evade le tasse e chi no. Il resto, ovvero la montagna di panna montata che ruota intorno alla soglia massima sotto la quale l’esercente può chiedere di essere pagato in contanti, è solo e soltanto un modo per creare turbolenze sulla navigazione europea del governo di centrodestra. Il metodo lo conosciamo bene: si prende un pezzettino di una frase pronunciata da qualcuno, la si trasforma in un titolo di giornale, e su quel titolo l’opposizione fa polemica politica. Non solo: bando all’ipocrisia, sappiamo tutti che la stragrande maggioranza dei corrispondenti dall’Italia dei giornali esteri fa parte del «circolo della stampa progressista» in servizio permanente effettivo contro il centrodestra, e quindi ogni brezza viene trasformata in tempesta. Noi italiani sappiamo come funziona il giochino, ma tutto questo trambusto può creare problemi all’estero. Qualunque esponente politico europeo, in buona o cattiva fede, leggendo i giornali può pensare: «Gli italiani stanno cercando un modo per non pagare le tasse», e mettere così i bastoni tra le ruote al nostro Paese in un momento in cui la Meloni di gatte da pelare, sul piano internazionale ed europeo in particolare, ne ha molte.
Sul fronte del contrasto all’immigrazione illegale, il governo sta tentando, faticosamente ma con determinazione, di portare l’Europa su un terreno di collaborazione, invertendo la rotta non solo delle navi delle Ong, ma pure della politica della Ue, che fino a ora è stata all’insegna del: «Sono problemi vostri». Non c’è neanche bisogno di ricordare il braccio di ferro diplomatico con Parigi, e gli sforzi che la Meloni sta mettendo in campo per ottenere finalmente che il tema dell’immigrazione illegale attraverso il Mediterraneo sia finalmente affrontato per quello che è, ovvero un problema europeo. Sul Pnrr, poi, siamo in un momento delicatissimo, con le scadenze del quarto trimestre 2022 (le prime del governo Meloni) che incombono, e con il tentativo del governo di ridiscuterne alcuni aspetti. «Il Next generation Eu», ha ribadito ieri la Meloni, «è evidente a tutti che non è più sufficiente perché non poteva tenere in considerazione, e oggi non può non tenere conto, del grande impatto che la guerra in Ucraina ha avuto sulle nostre economie. Bisogna fare di più oggi a livello Ue, partendo proprio dal caro energia». Una trattativa che va portata avanti attraverso fermezza e determinazione, ma pure grande abilità diplomatica, e che per andare in porto ha bisogno che l’Italia venga considerata un interlocutore credibile sotto tutti i punti di vista. Ancora: la legge di bilancio, come ogni anno, dovrà passare al vaglio della Commissione, e anche in questo caso la credibilità dell’azione del governo sul fronte dei conti pubblici è elemento determinante, ancora più di qualche decimale di deficit in più o in meno. Pensiamo poi a altri temi cruciali, come la riforma del Patto di stabilità, oppure le politiche della Banca centrale europea.
Come se non bastassero i problemi da risolvere, la sinistra e i suoi cantori stanno dipingendo il governo italiano come una banda di squinternati che vogliono favorire l’evasione fiscale solo perché il centrodestra vuole restituire al popolo la possibilità di pagare il conto della pizzeria in contanti. A questi soloni, andrebbe ricordato che a utilizzare le banconote e le monete è soprattutto la povera gente, i pensionati, gli anziani, insomma chi non ha dimestichezza con carte e apparecchi elettronici e vive la sua vita onestamente, prelevando lo stipendio o la pensione e spendendo quanto prelevato nei negozi, nei mercati, magari al bar. Obbligare una nonnina ad acquistare la frutta e la verdura al mercato rionale pagando con il bancomat o la carta di credito, che magari, certo non per colpa sua, non possiede o non sa utilizzare, è semplicemente folle, oltre che profondamente immorale. Per non parlare del semplice quanto fondamentale dato di fatto che il contante è uno strumento di pagamento al portatore, mentre la moneta elettronica appartiene alle banche. Le opposizioni e i loro trombettieri, però, fanno finta di non sapere e godono mettendo in difficoltà il governo sul piano dei rapporti internazionali con la strategia del Pos: amplificare e diffondere in Europa e nel mondo la montagna di Palle Organizzate della sinistra.
La proposta: mance detassate col bancomat come in Francia
La misura presente all’interno della manovra e voluta dal ministro del Turismo Daniela Santanchè che prevede un taglio delle tasse sulle mance al 5%, quindi con un’aliquota agevolata rispetto alla tassazione ordinaria Irpef, potrebbe rappresentare un grande assist per le nuove tecnologie digitali sui pagamenti. Invece di discutere su obblighi e limitazioni, da un lato sarebbe il caso di cercare di abbassare il più possibile le commissioni e dall’altro usare la tecnologia per favorire anche i lavoratori del comparto. Fino a oggi, infatti, quasi nessuno permette ai clienti di pagare le mance con carte elettroniche aggiungendole al conto totale, come avviene, per intenderci, negli Stati Uniti. Il timore è che finiscano nell’imponibile o si sommino ala valore finale e quindi facciano aumentare i costi di gestione. Confesercenti ha calcolato che in Italia si spendono 772 milioni di euro l’anno per i pagamenti elettronici, con un peso medio delle commissioni che va dallo 0,9 al 4,5%, cifra che si aggiunge a un canone mensile che varia tra i 9,9 e i 59,9 euro. Viene dunque da chiedersi perché non si studiano (o non si percorrono) nuove strade per spingere gli esercenti e gli italiani all’utilizzo dei pagamenti digitali.
Negli Stati Uniti, invece, è prassi comune offrire la possibilità di inserire la mancia all’interno del pagamento con carta, un sistema obbligatorio che spesso permette ai camerieri di guadagnare molto più della media europea e sgrava i datori di lavoro dal pagare stipendi alti.
In Francia Emmanuel Macron ha annunciato una detassazione delle mance pagate con il bancomat o la carta di credito, spiegando che la misura ha l’obiettivo di attrarre nuovi lavoratori e vuole essere un segnale antinflazione per i salari dei camerieri, visto che le mance costituiscono una parte importante del guadagno. Un sistema simile a quello che dovrebbe entrare in vigore nel nostro Paese. «In Italia la possibilità di aggiungere la mancia durante il pagamento con carte elettroniche esiste già», spiegano alla Verità da Nexi, azienda italiana che offre servizi e infrastrutture per il pagamento digitale per banche, aziende, istituzioni e pubblica amministrazione. «Noi offriamo dei Pos che permettono persino di separare automaticamente la cifra che viene data al ristoratore o più in generale all’esercente e quella da riservare ai camerieri o al dipendente. A fine mese quindi il lavoratore percepisce la somma dovuta in automatico, senza dover fare null’altro». Con l’imposta al 5% ci sarebbe una chiara agevolazione sia sul fronte cliente che su quello del lavoratore. Certo, resta il tema complessivo dei costi. «È complesso avere un quadro definito delle commissioni pagate dai singoli esercenti in quanto non esistono quasi più commissioni fisse sulla singola transazione ma dipendono da diverse variabili», spiega alla Verità, Ivano Asaro, direttore dell’Osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano, «in primo luogo dalle dimensioni dell’esercente stesso e dalla negoziazione con la sua banca (chi fa molte transazioni avrà tendenzialmente una commissione più bassa per ogni singolo pagamento). Il range medio solitamente va da poco meno dell’1% al 2% dello scontrino (per i circuiti come Visa, Mastercard e Bancomat)», spiega. «Già da qualche anno sono inoltre presenti iniziative da parte dei singoli operatori finalizzate ad attenuare o azzerare le commissioni per gli esercenti fino a una soglia di 10-15 euro di scontrino, oppure eliminando i costi relativi all’attivazione dei Pos in punto vendita. Esistono anche alcuni servizi di pagamento digitale che non si basano sulle carte che hanno un funzionamento diverso: l’esempio più famoso e utilizzato è Satispay che prevede zero commissioni per i pagamenti sotto i 10 euro e 0,20 centesimi di commissione fissa per qualsiasi pagamento superiore ai 10 euro». Un passo alla volta, non tutta la tecnologia è da demonizzare.
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Le polemiche della sinistra sul Pos sono soprattutto un assist a Bruxelles nella partita in corso con il governo italiano su sbarchi, Patto di stabilità, manovra e revisione del Pnrr. Tema su cui il premier ha ribadito: «Bisogna fare di più partendo dal caro energia».La proposta: mance detassate col bancomat come in Francia. Invece di imporre obblighi, si può usare la tecnologia per dare incentivi.Lo speciale comprende due articoli.Il balletto di dichiarazioni politiche ed editoriali indignati sull’obbligo di accettare i pagamenti con il Pos è basato su un postulato falso, ma crea problemi veri al governo italiano, guidato da Giorgia Meloni, in un momento in cui di tutto c’è bisogno tranne che di aprire un nuovo fronte di polemica con l’Europa e i singoli Stati membri. Il postulato falso è il seguente: «Pagare in contanti favorisce l’evasione fiscale». Una leggendaria palla: Pos o non Pos, contante o non contante, chi paga (un servizio, una pizza, un paio di scarpe) oltre a ciò che ha acquistato riceve da chi vende lo scontrino fiscale. Già: avete presente quel pezzetto di carta che esce dal registratore di cassa? È lui, lo scontrino, a fare la differenza tra chi evade le tasse e chi no. Il resto, ovvero la montagna di panna montata che ruota intorno alla soglia massima sotto la quale l’esercente può chiedere di essere pagato in contanti, è solo e soltanto un modo per creare turbolenze sulla navigazione europea del governo di centrodestra. Il metodo lo conosciamo bene: si prende un pezzettino di una frase pronunciata da qualcuno, la si trasforma in un titolo di giornale, e su quel titolo l’opposizione fa polemica politica. Non solo: bando all’ipocrisia, sappiamo tutti che la stragrande maggioranza dei corrispondenti dall’Italia dei giornali esteri fa parte del «circolo della stampa progressista» in servizio permanente effettivo contro il centrodestra, e quindi ogni brezza viene trasformata in tempesta. Noi italiani sappiamo come funziona il giochino, ma tutto questo trambusto può creare problemi all’estero. Qualunque esponente politico europeo, in buona o cattiva fede, leggendo i giornali può pensare: «Gli italiani stanno cercando un modo per non pagare le tasse», e mettere così i bastoni tra le ruote al nostro Paese in un momento in cui la Meloni di gatte da pelare, sul piano internazionale ed europeo in particolare, ne ha molte. Sul fronte del contrasto all’immigrazione illegale, il governo sta tentando, faticosamente ma con determinazione, di portare l’Europa su un terreno di collaborazione, invertendo la rotta non solo delle navi delle Ong, ma pure della politica della Ue, che fino a ora è stata all’insegna del: «Sono problemi vostri». Non c’è neanche bisogno di ricordare il braccio di ferro diplomatico con Parigi, e gli sforzi che la Meloni sta mettendo in campo per ottenere finalmente che il tema dell’immigrazione illegale attraverso il Mediterraneo sia finalmente affrontato per quello che è, ovvero un problema europeo. Sul Pnrr, poi, siamo in un momento delicatissimo, con le scadenze del quarto trimestre 2022 (le prime del governo Meloni) che incombono, e con il tentativo del governo di ridiscuterne alcuni aspetti. «Il Next generation Eu», ha ribadito ieri la Meloni, «è evidente a tutti che non è più sufficiente perché non poteva tenere in considerazione, e oggi non può non tenere conto, del grande impatto che la guerra in Ucraina ha avuto sulle nostre economie. Bisogna fare di più oggi a livello Ue, partendo proprio dal caro energia». Una trattativa che va portata avanti attraverso fermezza e determinazione, ma pure grande abilità diplomatica, e che per andare in porto ha bisogno che l’Italia venga considerata un interlocutore credibile sotto tutti i punti di vista. Ancora: la legge di bilancio, come ogni anno, dovrà passare al vaglio della Commissione, e anche in questo caso la credibilità dell’azione del governo sul fronte dei conti pubblici è elemento determinante, ancora più di qualche decimale di deficit in più o in meno. Pensiamo poi a altri temi cruciali, come la riforma del Patto di stabilità, oppure le politiche della Banca centrale europea. Come se non bastassero i problemi da risolvere, la sinistra e i suoi cantori stanno dipingendo il governo italiano come una banda di squinternati che vogliono favorire l’evasione fiscale solo perché il centrodestra vuole restituire al popolo la possibilità di pagare il conto della pizzeria in contanti. A questi soloni, andrebbe ricordato che a utilizzare le banconote e le monete è soprattutto la povera gente, i pensionati, gli anziani, insomma chi non ha dimestichezza con carte e apparecchi elettronici e vive la sua vita onestamente, prelevando lo stipendio o la pensione e spendendo quanto prelevato nei negozi, nei mercati, magari al bar. Obbligare una nonnina ad acquistare la frutta e la verdura al mercato rionale pagando con il bancomat o la carta di credito, che magari, certo non per colpa sua, non possiede o non sa utilizzare, è semplicemente folle, oltre che profondamente immorale. Per non parlare del semplice quanto fondamentale dato di fatto che il contante è uno strumento di pagamento al portatore, mentre la moneta elettronica appartiene alle banche. Le opposizioni e i loro trombettieri, però, fanno finta di non sapere e godono mettendo in difficoltà il governo sul piano dei rapporti internazionali con la strategia del Pos: amplificare e diffondere in Europa e nel mondo la montagna di Palle Organizzate della sinistra. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-lue-i-contanti-sono-unarma-anti-meloni-2658834757.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-proposta-mance-detassate-col-bancomat-come-in-francia" data-post-id="2658834757" data-published-at="1670271275" data-use-pagination="False"> La proposta: mance detassate col bancomat come in Francia La misura presente all’interno della manovra e voluta dal ministro del Turismo Daniela Santanchè che prevede un taglio delle tasse sulle mance al 5%, quindi con un’aliquota agevolata rispetto alla tassazione ordinaria Irpef, potrebbe rappresentare un grande assist per le nuove tecnologie digitali sui pagamenti. Invece di discutere su obblighi e limitazioni, da un lato sarebbe il caso di cercare di abbassare il più possibile le commissioni e dall’altro usare la tecnologia per favorire anche i lavoratori del comparto. Fino a oggi, infatti, quasi nessuno permette ai clienti di pagare le mance con carte elettroniche aggiungendole al conto totale, come avviene, per intenderci, negli Stati Uniti. Il timore è che finiscano nell’imponibile o si sommino ala valore finale e quindi facciano aumentare i costi di gestione. Confesercenti ha calcolato che in Italia si spendono 772 milioni di euro l’anno per i pagamenti elettronici, con un peso medio delle commissioni che va dallo 0,9 al 4,5%, cifra che si aggiunge a un canone mensile che varia tra i 9,9 e i 59,9 euro. Viene dunque da chiedersi perché non si studiano (o non si percorrono) nuove strade per spingere gli esercenti e gli italiani all’utilizzo dei pagamenti digitali. Negli Stati Uniti, invece, è prassi comune offrire la possibilità di inserire la mancia all’interno del pagamento con carta, un sistema obbligatorio che spesso permette ai camerieri di guadagnare molto più della media europea e sgrava i datori di lavoro dal pagare stipendi alti. In Francia Emmanuel Macron ha annunciato una detassazione delle mance pagate con il bancomat o la carta di credito, spiegando che la misura ha l’obiettivo di attrarre nuovi lavoratori e vuole essere un segnale antinflazione per i salari dei camerieri, visto che le mance costituiscono una parte importante del guadagno. Un sistema simile a quello che dovrebbe entrare in vigore nel nostro Paese. «In Italia la possibilità di aggiungere la mancia durante il pagamento con carte elettroniche esiste già», spiegano alla Verità da Nexi, azienda italiana che offre servizi e infrastrutture per il pagamento digitale per banche, aziende, istituzioni e pubblica amministrazione. «Noi offriamo dei Pos che permettono persino di separare automaticamente la cifra che viene data al ristoratore o più in generale all’esercente e quella da riservare ai camerieri o al dipendente. A fine mese quindi il lavoratore percepisce la somma dovuta in automatico, senza dover fare null’altro». Con l’imposta al 5% ci sarebbe una chiara agevolazione sia sul fronte cliente che su quello del lavoratore. Certo, resta il tema complessivo dei costi. «È complesso avere un quadro definito delle commissioni pagate dai singoli esercenti in quanto non esistono quasi più commissioni fisse sulla singola transazione ma dipendono da diverse variabili», spiega alla Verità, Ivano Asaro, direttore dell’Osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano, «in primo luogo dalle dimensioni dell’esercente stesso e dalla negoziazione con la sua banca (chi fa molte transazioni avrà tendenzialmente una commissione più bassa per ogni singolo pagamento). Il range medio solitamente va da poco meno dell’1% al 2% dello scontrino (per i circuiti come Visa, Mastercard e Bancomat)», spiega. «Già da qualche anno sono inoltre presenti iniziative da parte dei singoli operatori finalizzate ad attenuare o azzerare le commissioni per gli esercenti fino a una soglia di 10-15 euro di scontrino, oppure eliminando i costi relativi all’attivazione dei Pos in punto vendita. Esistono anche alcuni servizi di pagamento digitale che non si basano sulle carte che hanno un funzionamento diverso: l’esempio più famoso e utilizzato è Satispay che prevede zero commissioni per i pagamenti sotto i 10 euro e 0,20 centesimi di commissione fissa per qualsiasi pagamento superiore ai 10 euro». Un passo alla volta, non tutta la tecnologia è da demonizzare.
Negli ultimi tre anni, l’indice delle banche italiane ha messo a segno un clamoroso +274,85%, staccando nettamente l’indice settoriale europeo e surclassando colossi come JPMorgan e Bank of America.
Nel primo trimestre 2026 gli utili aggregati dei sei principali gruppi commerciali italiani - Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps, Banco Bpm, Bper e Credem - sono saliti del 4% su base annua, toccando 7,8 miliardi di euro in tre mesi, con un Roe di sistema stabilmente sopra il 15%. Il tutto mentre la discesa dei tassi Bce ha iniziato a limare il margine di interesse. La compensazione è arrivata dalle commissioni: +2,7% complessivo. Unicredit ha archiviato il miglior trimestre di sempre con 3,22 miliardi di utili, mentre Intesa Sanpaolo è salita a 2,76 miliardi. Commissioni sul risparmio gestito, fondi, certificati, polizze, credito al consumo e prestiti «garantiti»: è qui che si concentra il vero business.
«C’è una celebre massima finanziaria che dice “L’arte degli affari consiste nel fare affari con i soldi degli altri”, e le banche italiane la stanno applicando con rigore scientifico», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Se l’America ha la tecnologia della Silicon Valley e il Medio Oriente ha i giacimenti di petrolio, l’Italia ha una ricchezza altrettanto preziosa, strategica e contesa: i risparmi dei cittadini». Secondo Gaziano, quando i tassi scendono, le banche italiane non puntano tanto sulla crescita organica all’estero o sull’efficienza tecnologica per ridurre i costi ai clienti. «Cercano di allargare il proprio territorio per “catturare” più conti correnti e patrimoni possibili attraverso le fusioni, espandendo il perimetro su cui applicare le commissioni di gestione e vendere i propri prodotti assicurativi e finanziari». La dimostrazione plastica arriva dal nuovo risiko bancario esploso con l’Opas da 30,6 miliardi lanciata da Intesa Sanpaolo su Mps. Se l’operazione andrà in porto, sommando Intesa, Mps, Mediobanca e la galassia Generali, nascerà un super-polo capace di controllare circa 2.000 miliardi di euro di ricchezza finanziaria complessiva dei clienti: conti correnti, fondi, certificati e polizze. «Ma c’è una differenza geopolitica profonda che i risparmiatori devono comprendere», osserva ancora l’esperto. «Mentre Ubs gestisce capitali sparsi in tutto il pianeta, il nuovo colosso di Carlo Messina, se realizzato, controllerebbe una montagna di denaro concentrata quasi interamente in Italia. È il trionfo della “fortezza Italia”: si diventa leader europei giocando al sicuro in casa».
Nel risiko bancario italiano, fino alle assemblee, tutto può ancora succedere.
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La tangenziale di Napoli, costruita negli anni Settanta con i suoi circa 21 chilometri di tracciato e 22 di svincoli, entra così nella storia della mobilità del nostro Paese, avendo come obiettivo primario la sicurezza e l’efficienza della mobilità attraverso un ecosistema integrato e connesso.
Tre le grandi novità che hanno permesso la certificazione ufficiale del Mit in conformità ai requisiti del decreto ministeriale 70/2018, figurano il monitoraggio intelligente della viabilità, il controllo costante del rischio meteo e idrogeologico, con molteplici sensori che rilevano condizioni della pavimentazione, livelli delle acque e in generale lo stato del territorio che circonda l’infrastruttura stradale, e soprattutto il dialogo diretto tra strada e veicoli connessi. Le auto possono ricevere sul display informazioni su incidenti, cantieri, ostacoli e velocità consigliata per evitare le code, ma anche inviare a loro volta dati all’infrastruttura, rendendo la gestione del traffico più rapida e precisa. Non è quindi solo l’infrastruttura a fornire informazioni al mezzo, avviene anche il contrario: per questo la comunicazione V2i aggiorna anche il gestore autostradale sulle condizioni del traffico in modo molto più preciso e tempestivo. L’operatore diventa così orchestratore della mobilità: potrà cioè gestire la viabilità in modo proattivo e non solo reattivo.
Una Smart Road che «parla» con le auto grazie a un progetto ambizioso che ha coinvolto Tangenziale di Napoli, società del gruppo Autostrade per l’Italia, insieme al Mit e al Centro nazionale per la mobilità sostenibile (Most), con il supporto tecnologico di Movyon, polo d’innovazione di Aspi. Un primato costruito con tecnologie all’avanguardia: lungo i 22 chilometri del tracciato sono in fase di installazione 217 telecamere intelligenti, 15 portali di rilevamento, otto centraline meteo e 40 antenne di comunicazione, in grado di raccogliere e analizzare dati in tempo reale su traffico, condizioni della strada e possibili criticità. Sono già 30 i mezzi connessi che comunicano con la tangenziale e, nel tratto tra Vomero e Fuorigrotta, è stato testato con successo per la prima volta in Italia un veicolo a guida autonoma capace di adattare la propria velocità seguendo le indicazioni ricevute dalla strada stessa. Un test che prefigura uno scenario in cui infrastruttura e veicoli non sono entità separate, ma un sistema integrato e cooperativo.
La Smart Road è un traguardo che fa di Napoli il laboratorio italiano della mobilità del futuro e apre la strada alla diffusione di queste tecnologie su scala nazionale considerato che la tangenziale, principale asse a pagamento di attraversamento urbano del capoluogo campano, è tra le tratte più trafficate d’Italia con flussi medi giornalieri di circa 230.000 veicoli, più del doppio dei volumi medi della rete gestita da Autostrade.
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