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2022-12-06
Per l’Ue i contanti sono un’arma anti Meloni
Il balletto di dichiarazioni politiche ed editoriali indignati sull’obbligo di accettare i pagamenti con il Pos è basato su un postulato falso, ma crea problemi veri al governo italiano, guidato da Giorgia Meloni, in un momento in cui di tutto c’è bisogno tranne che di aprire un nuovo fronte di polemica con l’Europa e i singoli Stati membri. Il postulato falso è il seguente: «Pagare in contanti favorisce l’evasione fiscale». Una leggendaria palla: Pos o non Pos, contante o non contante, chi paga (un servizio, una pizza, un paio di scarpe) oltre a ciò che ha acquistato riceve da chi vende lo scontrino fiscale. Già: avete presente quel pezzetto di carta che esce dal registratore di cassa? È lui, lo scontrino, a fare la differenza tra chi evade le tasse e chi no. Il resto, ovvero la montagna di panna montata che ruota intorno alla soglia massima sotto la quale l’esercente può chiedere di essere pagato in contanti, è solo e soltanto un modo per creare turbolenze sulla navigazione europea del governo di centrodestra. Il metodo lo conosciamo bene: si prende un pezzettino di una frase pronunciata da qualcuno, la si trasforma in un titolo di giornale, e su quel titolo l’opposizione fa polemica politica. Non solo: bando all’ipocrisia, sappiamo tutti che la stragrande maggioranza dei corrispondenti dall’Italia dei giornali esteri fa parte del «circolo della stampa progressista» in servizio permanente effettivo contro il centrodestra, e quindi ogni brezza viene trasformata in tempesta. Noi italiani sappiamo come funziona il giochino, ma tutto questo trambusto può creare problemi all’estero. Qualunque esponente politico europeo, in buona o cattiva fede, leggendo i giornali può pensare: «Gli italiani stanno cercando un modo per non pagare le tasse», e mettere così i bastoni tra le ruote al nostro Paese in un momento in cui la Meloni di gatte da pelare, sul piano internazionale ed europeo in particolare, ne ha molte.
Sul fronte del contrasto all’immigrazione illegale, il governo sta tentando, faticosamente ma con determinazione, di portare l’Europa su un terreno di collaborazione, invertendo la rotta non solo delle navi delle Ong, ma pure della politica della Ue, che fino a ora è stata all’insegna del: «Sono problemi vostri». Non c’è neanche bisogno di ricordare il braccio di ferro diplomatico con Parigi, e gli sforzi che la Meloni sta mettendo in campo per ottenere finalmente che il tema dell’immigrazione illegale attraverso il Mediterraneo sia finalmente affrontato per quello che è, ovvero un problema europeo. Sul Pnrr, poi, siamo in un momento delicatissimo, con le scadenze del quarto trimestre 2022 (le prime del governo Meloni) che incombono, e con il tentativo del governo di ridiscuterne alcuni aspetti. «Il Next generation Eu», ha ribadito ieri la Meloni, «è evidente a tutti che non è più sufficiente perché non poteva tenere in considerazione, e oggi non può non tenere conto, del grande impatto che la guerra in Ucraina ha avuto sulle nostre economie. Bisogna fare di più oggi a livello Ue, partendo proprio dal caro energia». Una trattativa che va portata avanti attraverso fermezza e determinazione, ma pure grande abilità diplomatica, e che per andare in porto ha bisogno che l’Italia venga considerata un interlocutore credibile sotto tutti i punti di vista. Ancora: la legge di bilancio, come ogni anno, dovrà passare al vaglio della Commissione, e anche in questo caso la credibilità dell’azione del governo sul fronte dei conti pubblici è elemento determinante, ancora più di qualche decimale di deficit in più o in meno. Pensiamo poi a altri temi cruciali, come la riforma del Patto di stabilità, oppure le politiche della Banca centrale europea.
Come se non bastassero i problemi da risolvere, la sinistra e i suoi cantori stanno dipingendo il governo italiano come una banda di squinternati che vogliono favorire l’evasione fiscale solo perché il centrodestra vuole restituire al popolo la possibilità di pagare il conto della pizzeria in contanti. A questi soloni, andrebbe ricordato che a utilizzare le banconote e le monete è soprattutto la povera gente, i pensionati, gli anziani, insomma chi non ha dimestichezza con carte e apparecchi elettronici e vive la sua vita onestamente, prelevando lo stipendio o la pensione e spendendo quanto prelevato nei negozi, nei mercati, magari al bar. Obbligare una nonnina ad acquistare la frutta e la verdura al mercato rionale pagando con il bancomat o la carta di credito, che magari, certo non per colpa sua, non possiede o non sa utilizzare, è semplicemente folle, oltre che profondamente immorale. Per non parlare del semplice quanto fondamentale dato di fatto che il contante è uno strumento di pagamento al portatore, mentre la moneta elettronica appartiene alle banche. Le opposizioni e i loro trombettieri, però, fanno finta di non sapere e godono mettendo in difficoltà il governo sul piano dei rapporti internazionali con la strategia del Pos: amplificare e diffondere in Europa e nel mondo la montagna di Palle Organizzate della sinistra.
La proposta: mance detassate col bancomat come in Francia
La misura presente all’interno della manovra e voluta dal ministro del Turismo Daniela Santanchè che prevede un taglio delle tasse sulle mance al 5%, quindi con un’aliquota agevolata rispetto alla tassazione ordinaria Irpef, potrebbe rappresentare un grande assist per le nuove tecnologie digitali sui pagamenti. Invece di discutere su obblighi e limitazioni, da un lato sarebbe il caso di cercare di abbassare il più possibile le commissioni e dall’altro usare la tecnologia per favorire anche i lavoratori del comparto. Fino a oggi, infatti, quasi nessuno permette ai clienti di pagare le mance con carte elettroniche aggiungendole al conto totale, come avviene, per intenderci, negli Stati Uniti. Il timore è che finiscano nell’imponibile o si sommino ala valore finale e quindi facciano aumentare i costi di gestione. Confesercenti ha calcolato che in Italia si spendono 772 milioni di euro l’anno per i pagamenti elettronici, con un peso medio delle commissioni che va dallo 0,9 al 4,5%, cifra che si aggiunge a un canone mensile che varia tra i 9,9 e i 59,9 euro. Viene dunque da chiedersi perché non si studiano (o non si percorrono) nuove strade per spingere gli esercenti e gli italiani all’utilizzo dei pagamenti digitali.
Negli Stati Uniti, invece, è prassi comune offrire la possibilità di inserire la mancia all’interno del pagamento con carta, un sistema obbligatorio che spesso permette ai camerieri di guadagnare molto più della media europea e sgrava i datori di lavoro dal pagare stipendi alti.
In Francia Emmanuel Macron ha annunciato una detassazione delle mance pagate con il bancomat o la carta di credito, spiegando che la misura ha l’obiettivo di attrarre nuovi lavoratori e vuole essere un segnale antinflazione per i salari dei camerieri, visto che le mance costituiscono una parte importante del guadagno. Un sistema simile a quello che dovrebbe entrare in vigore nel nostro Paese. «In Italia la possibilità di aggiungere la mancia durante il pagamento con carte elettroniche esiste già», spiegano alla Verità da Nexi, azienda italiana che offre servizi e infrastrutture per il pagamento digitale per banche, aziende, istituzioni e pubblica amministrazione. «Noi offriamo dei Pos che permettono persino di separare automaticamente la cifra che viene data al ristoratore o più in generale all’esercente e quella da riservare ai camerieri o al dipendente. A fine mese quindi il lavoratore percepisce la somma dovuta in automatico, senza dover fare null’altro». Con l’imposta al 5% ci sarebbe una chiara agevolazione sia sul fronte cliente che su quello del lavoratore. Certo, resta il tema complessivo dei costi. «È complesso avere un quadro definito delle commissioni pagate dai singoli esercenti in quanto non esistono quasi più commissioni fisse sulla singola transazione ma dipendono da diverse variabili», spiega alla Verità, Ivano Asaro, direttore dell’Osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano, «in primo luogo dalle dimensioni dell’esercente stesso e dalla negoziazione con la sua banca (chi fa molte transazioni avrà tendenzialmente una commissione più bassa per ogni singolo pagamento). Il range medio solitamente va da poco meno dell’1% al 2% dello scontrino (per i circuiti come Visa, Mastercard e Bancomat)», spiega. «Già da qualche anno sono inoltre presenti iniziative da parte dei singoli operatori finalizzate ad attenuare o azzerare le commissioni per gli esercenti fino a una soglia di 10-15 euro di scontrino, oppure eliminando i costi relativi all’attivazione dei Pos in punto vendita. Esistono anche alcuni servizi di pagamento digitale che non si basano sulle carte che hanno un funzionamento diverso: l’esempio più famoso e utilizzato è Satispay che prevede zero commissioni per i pagamenti sotto i 10 euro e 0,20 centesimi di commissione fissa per qualsiasi pagamento superiore ai 10 euro». Un passo alla volta, non tutta la tecnologia è da demonizzare.
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Le polemiche della sinistra sul Pos sono soprattutto un assist a Bruxelles nella partita in corso con il governo italiano su sbarchi, Patto di stabilità, manovra e revisione del Pnrr. Tema su cui il premier ha ribadito: «Bisogna fare di più partendo dal caro energia».La proposta: mance detassate col bancomat come in Francia. Invece di imporre obblighi, si può usare la tecnologia per dare incentivi.Lo speciale comprende due articoli.Il balletto di dichiarazioni politiche ed editoriali indignati sull’obbligo di accettare i pagamenti con il Pos è basato su un postulato falso, ma crea problemi veri al governo italiano, guidato da Giorgia Meloni, in un momento in cui di tutto c’è bisogno tranne che di aprire un nuovo fronte di polemica con l’Europa e i singoli Stati membri. Il postulato falso è il seguente: «Pagare in contanti favorisce l’evasione fiscale». Una leggendaria palla: Pos o non Pos, contante o non contante, chi paga (un servizio, una pizza, un paio di scarpe) oltre a ciò che ha acquistato riceve da chi vende lo scontrino fiscale. Già: avete presente quel pezzetto di carta che esce dal registratore di cassa? È lui, lo scontrino, a fare la differenza tra chi evade le tasse e chi no. Il resto, ovvero la montagna di panna montata che ruota intorno alla soglia massima sotto la quale l’esercente può chiedere di essere pagato in contanti, è solo e soltanto un modo per creare turbolenze sulla navigazione europea del governo di centrodestra. Il metodo lo conosciamo bene: si prende un pezzettino di una frase pronunciata da qualcuno, la si trasforma in un titolo di giornale, e su quel titolo l’opposizione fa polemica politica. Non solo: bando all’ipocrisia, sappiamo tutti che la stragrande maggioranza dei corrispondenti dall’Italia dei giornali esteri fa parte del «circolo della stampa progressista» in servizio permanente effettivo contro il centrodestra, e quindi ogni brezza viene trasformata in tempesta. Noi italiani sappiamo come funziona il giochino, ma tutto questo trambusto può creare problemi all’estero. Qualunque esponente politico europeo, in buona o cattiva fede, leggendo i giornali può pensare: «Gli italiani stanno cercando un modo per non pagare le tasse», e mettere così i bastoni tra le ruote al nostro Paese in un momento in cui la Meloni di gatte da pelare, sul piano internazionale ed europeo in particolare, ne ha molte. Sul fronte del contrasto all’immigrazione illegale, il governo sta tentando, faticosamente ma con determinazione, di portare l’Europa su un terreno di collaborazione, invertendo la rotta non solo delle navi delle Ong, ma pure della politica della Ue, che fino a ora è stata all’insegna del: «Sono problemi vostri». Non c’è neanche bisogno di ricordare il braccio di ferro diplomatico con Parigi, e gli sforzi che la Meloni sta mettendo in campo per ottenere finalmente che il tema dell’immigrazione illegale attraverso il Mediterraneo sia finalmente affrontato per quello che è, ovvero un problema europeo. Sul Pnrr, poi, siamo in un momento delicatissimo, con le scadenze del quarto trimestre 2022 (le prime del governo Meloni) che incombono, e con il tentativo del governo di ridiscuterne alcuni aspetti. «Il Next generation Eu», ha ribadito ieri la Meloni, «è evidente a tutti che non è più sufficiente perché non poteva tenere in considerazione, e oggi non può non tenere conto, del grande impatto che la guerra in Ucraina ha avuto sulle nostre economie. Bisogna fare di più oggi a livello Ue, partendo proprio dal caro energia». Una trattativa che va portata avanti attraverso fermezza e determinazione, ma pure grande abilità diplomatica, e che per andare in porto ha bisogno che l’Italia venga considerata un interlocutore credibile sotto tutti i punti di vista. Ancora: la legge di bilancio, come ogni anno, dovrà passare al vaglio della Commissione, e anche in questo caso la credibilità dell’azione del governo sul fronte dei conti pubblici è elemento determinante, ancora più di qualche decimale di deficit in più o in meno. Pensiamo poi a altri temi cruciali, come la riforma del Patto di stabilità, oppure le politiche della Banca centrale europea. Come se non bastassero i problemi da risolvere, la sinistra e i suoi cantori stanno dipingendo il governo italiano come una banda di squinternati che vogliono favorire l’evasione fiscale solo perché il centrodestra vuole restituire al popolo la possibilità di pagare il conto della pizzeria in contanti. A questi soloni, andrebbe ricordato che a utilizzare le banconote e le monete è soprattutto la povera gente, i pensionati, gli anziani, insomma chi non ha dimestichezza con carte e apparecchi elettronici e vive la sua vita onestamente, prelevando lo stipendio o la pensione e spendendo quanto prelevato nei negozi, nei mercati, magari al bar. Obbligare una nonnina ad acquistare la frutta e la verdura al mercato rionale pagando con il bancomat o la carta di credito, che magari, certo non per colpa sua, non possiede o non sa utilizzare, è semplicemente folle, oltre che profondamente immorale. Per non parlare del semplice quanto fondamentale dato di fatto che il contante è uno strumento di pagamento al portatore, mentre la moneta elettronica appartiene alle banche. Le opposizioni e i loro trombettieri, però, fanno finta di non sapere e godono mettendo in difficoltà il governo sul piano dei rapporti internazionali con la strategia del Pos: amplificare e diffondere in Europa e nel mondo la montagna di Palle Organizzate della sinistra. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-lue-i-contanti-sono-unarma-anti-meloni-2658834757.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-proposta-mance-detassate-col-bancomat-come-in-francia" data-post-id="2658834757" data-published-at="1670271275" data-use-pagination="False"> La proposta: mance detassate col bancomat come in Francia La misura presente all’interno della manovra e voluta dal ministro del Turismo Daniela Santanchè che prevede un taglio delle tasse sulle mance al 5%, quindi con un’aliquota agevolata rispetto alla tassazione ordinaria Irpef, potrebbe rappresentare un grande assist per le nuove tecnologie digitali sui pagamenti. Invece di discutere su obblighi e limitazioni, da un lato sarebbe il caso di cercare di abbassare il più possibile le commissioni e dall’altro usare la tecnologia per favorire anche i lavoratori del comparto. Fino a oggi, infatti, quasi nessuno permette ai clienti di pagare le mance con carte elettroniche aggiungendole al conto totale, come avviene, per intenderci, negli Stati Uniti. Il timore è che finiscano nell’imponibile o si sommino ala valore finale e quindi facciano aumentare i costi di gestione. Confesercenti ha calcolato che in Italia si spendono 772 milioni di euro l’anno per i pagamenti elettronici, con un peso medio delle commissioni che va dallo 0,9 al 4,5%, cifra che si aggiunge a un canone mensile che varia tra i 9,9 e i 59,9 euro. Viene dunque da chiedersi perché non si studiano (o non si percorrono) nuove strade per spingere gli esercenti e gli italiani all’utilizzo dei pagamenti digitali. Negli Stati Uniti, invece, è prassi comune offrire la possibilità di inserire la mancia all’interno del pagamento con carta, un sistema obbligatorio che spesso permette ai camerieri di guadagnare molto più della media europea e sgrava i datori di lavoro dal pagare stipendi alti. In Francia Emmanuel Macron ha annunciato una detassazione delle mance pagate con il bancomat o la carta di credito, spiegando che la misura ha l’obiettivo di attrarre nuovi lavoratori e vuole essere un segnale antinflazione per i salari dei camerieri, visto che le mance costituiscono una parte importante del guadagno. Un sistema simile a quello che dovrebbe entrare in vigore nel nostro Paese. «In Italia la possibilità di aggiungere la mancia durante il pagamento con carte elettroniche esiste già», spiegano alla Verità da Nexi, azienda italiana che offre servizi e infrastrutture per il pagamento digitale per banche, aziende, istituzioni e pubblica amministrazione. «Noi offriamo dei Pos che permettono persino di separare automaticamente la cifra che viene data al ristoratore o più in generale all’esercente e quella da riservare ai camerieri o al dipendente. A fine mese quindi il lavoratore percepisce la somma dovuta in automatico, senza dover fare null’altro». Con l’imposta al 5% ci sarebbe una chiara agevolazione sia sul fronte cliente che su quello del lavoratore. Certo, resta il tema complessivo dei costi. «È complesso avere un quadro definito delle commissioni pagate dai singoli esercenti in quanto non esistono quasi più commissioni fisse sulla singola transazione ma dipendono da diverse variabili», spiega alla Verità, Ivano Asaro, direttore dell’Osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano, «in primo luogo dalle dimensioni dell’esercente stesso e dalla negoziazione con la sua banca (chi fa molte transazioni avrà tendenzialmente una commissione più bassa per ogni singolo pagamento). Il range medio solitamente va da poco meno dell’1% al 2% dello scontrino (per i circuiti come Visa, Mastercard e Bancomat)», spiega. «Già da qualche anno sono inoltre presenti iniziative da parte dei singoli operatori finalizzate ad attenuare o azzerare le commissioni per gli esercenti fino a una soglia di 10-15 euro di scontrino, oppure eliminando i costi relativi all’attivazione dei Pos in punto vendita. Esistono anche alcuni servizi di pagamento digitale che non si basano sulle carte che hanno un funzionamento diverso: l’esempio più famoso e utilizzato è Satispay che prevede zero commissioni per i pagamenti sotto i 10 euro e 0,20 centesimi di commissione fissa per qualsiasi pagamento superiore ai 10 euro». Un passo alla volta, non tutta la tecnologia è da demonizzare.
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L’esperto confronta il trentennio 1960-1990, connotato dalla «crescita travolgente dell’industria farmaceutica con un solo obiettivo comune, la quantità e la qualità di vita dell’uomo - il risultato furono 52 nuove classi di farmaci con il 90% delle patologie guarite o cronicizzate» -, con quanto accadde dopo la nascita del marketing farmacologico. «L’obiettivo viene stravolto, diventa fare il massimo fatturato possibile. Parallelamente la politica capisce che la salute è una grande opportunità per rafforzare il potere e acquistare consenso, per cui trasforma il settore in azienda (nascono le Asl), mettendo a capo delle aziende non un medico ma un politico che per incapacità e clientelismo riesce a sopravvivere grazie a tagli feroci di posti letto, di personale medico e attrezzature».
Il risultato è che da allora il malato diventa per i secondi un potenziale elettore, per i primi un consumatore. «In questo contesto la finanza crea le Big Pharma, attraverso fusioni e acquisizioni delle classiche aziende farmaceutiche», interviene Franco Stocco, 35 anni trascorsi nel settore oncologico e poi nelle aree dell’immunologia di colossi quali Farmitalia Carlo Erba, Aventis Pharma, Sanofi. Aggiunge: «Non si limita a questo, ha un obiettivo ben preciso ovvero creare e raggiungere il nuovo enorme mercato, cioè la popolazione sana». Se per un farmaco il mercato non c’è, basta crearlo.
Il terreno di coltura che ha permesso l’evoluzione del pensiero scientifico verso il presente «risiede nella medicalizzazione della società umana, resa possibile dall’elencare un numero pressoché infinito di malattie le quali descrivono non solo una condizione di rischio, ma una specie di allontanamento più o meno marcato da un archetipo di perfezione. Ogni anomalia o devianza o disfunzione sono in definitiva riconducibili a una patologia o a una sindrome».
Per realizzare il progetto di trasformare le persone sane in potenziali malati, l’industria della salute «vende quindi anche “fattori di rischio”». In quest’ottica i vaccini ricoprono un ruolo chiave. Sfruttando il concetto che prevenire è meglio che curare, radicato nell’opinione comune, sono stati proposti o imposti nuovi prodotti «che non sono antigeni ma approcci genici», sottolinea Stocco.
Se la prevenzione è l’imperativo strategico dettato dalla grande industria farmacologica, che margine di azione ci può essere per impedire che a farne le spese sia il cittadino, non paziente afflitto da patologie, ma anche un servizio sanitario inutilmente gravato da diagnosi non necessarie? «Da un lato c’è il problema sociale di far passare il concetto di una sana sanità, non quella di stare bene subito con qualsiasi mezzo, e per questo obiettivo serve tanta informazione. Dall’altro, è necessario che le associazioni scientifiche siano meno influenzabili dalle case farmaceutiche», osserva Maria Rita Gismondo, già direttrice del laboratorio di microbiologia clinica, virologia e diagnostica delle bioemergenze dell’ospedale Sacco di Milano.
L’iper prevenzione «è una tendenza generalizzata», prosegue la professoressa, «basti vede quello che accade quando si consiglia una Rx e il paziente con un minimo di conoscenza chiede: “Ma non è meglio che faccia una risonanza magnetica o una Tac?”. Si chiede una cosa sempre più sofisticata. Sicuramente questo è dovuto alla pressione da parte delle case farmaceutiche che devono vendere sempre più strumenti, test e servizi, ma si fonda anche su un fatto sociale, su un concetto di salute che è cambiato. Se oggi mi alzo con il mal di testa o il mal di schiena non dico aspetto, mi passerà; c’è un abuso di antidolorifici e anti infiammatori. Su questo atteggiamento si fonda la speculazione della Big Pharma, che trova terreno fertile».
Un protocollo di prevenzione deve partire da una possibilità di ricadute positive superiori a quello che è il rischio della falsa diagnosi. Se lo aggiungiamo alla psicosi di un benessere estremizzato, «le conseguenze sono un dispendio di energie economiche e molto stress da parte del paziente».
Per Gismondo, occorre dunque «interrompere la catena deleteria sponsor-sperimentatore. Dall’altra, il ministero della Salute dovrebbe esercitare un controllo maggiore sulle linee guida date dalle associazioni scientifiche perché non si ecceda con i percorsi diagnostici, che rischiano di diventare inutili se non dannosi».
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Roberto Fico (Ansa)
Il partito di Matteo Renzi, a ieri sera, al momento in cui siamo andati in stampa, non aveva ancora raggiunto l’accordo al suo interno sul nome da proporre a Fico; solito marasma nel Pd, dove alla fine due posti su tre in giunta sono stati decisi (Mario Casillo ed Enzo Cuomo) mentre sul terzo è andato in scena lo psicodramma, con Elly Schlein che ha rotto lo schema che prevedeva almeno una donna e ha deciso, a quanto ci risulta, di nominare un terzo uomo (in pole Andrea Morniroli). Per il M5s in pole c’è la deputata Gilda Sportiello, fedelissima di Fico, mentre Vincenzo De Luca dovrebbe riuscire a vincere il braccio di ferro con Fico e ottenere una delega di peso per il suo ex vicepresidente, Fulvio Buonavitacola. Per il Psi certo l’ingresso in giunta di Enzo Maraio, per Avs Fiorella Zabatta, mentre Noi di centro, lista di Clemente Mastella, dovrebbe indicare Maria Carmela Serluca.
«Siamo agli sgoccioli», ha commentato Fico al termine della seduta, «a breve la giunta sarà annunciata. Non ci sono ritardi, la legge ci dice che possono passare fino a dieci giorni dall’insediamento del Consiglio per la nomina della giunta, siamo perfettamente nei tempi. Ci prendiamo il tempo giusto per la migliore giunta possibile. Penso che sia normale che ogni forza politica metta sul tavolo anche le proprie competenze, le proprie volontà e quindi si sta cercando solo un equilibrio giusto nell’interesse dei cittadini campani. Ma se devo dire che ci sono particolari discussioni, no».
Manco a dirlo a centrare il bersaglio al primo colpo è stato invece il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, il cui fratello Massimiliano è stato eletto presidente del Consiglio regionale con 41 voti su 51 presenti. Considerato che il centrodestra ha votato per lui, a Manfredi jr sono mancati una decina di voti della maggioranza. I sospetti si addensano sui consiglieri della lista di Vincenzo De Luca, A testa alta, e su qualche mal di pancia in altre liste. «Nessun soccorso alla maggioranza, ma una scelta politica netta e motivata dal rispetto delle istituzioni e dagli interessi della Campania». Forza Italia, in una nota, «chiarisce» il senso del voto espresso per l’elezione del presidente del Consiglio regionale. «Non abbiamo votato Manfredi per far dispetto a qualcuno», hanno dichiarato capogruppo e vice di Fi, Massimo Pelliccia e Roberto Celano, «ma perché riteniamo che il presidente del Consiglio regionale debba essere la più alta espressione del Consiglio stesso. Una decisione che nasce da una valutazione autonoma e istituzionale. Non abbiamo guardato a quello che faceva De Luca, non ci interessavano dinamiche o contrapposizioni personali. Abbiamo guardato esclusivamente agli interessi dei campani». «A fronte di un’apertura istituzionale del centrodestra che ha votato compatto Manfredi», hanno poi precisato tutti i capigruppo del centrodestra, «dimostrando rigore istituzionale e collaborazione nell’interesse dei cittadini campani, la maggioranza di centrosinistra si lacera nelle sue divisioni interne. I fatti sono chiari nella loro oggettività, il centrosinistra parte male». In realtà anche la Lega è partita con un passo falso: caso più unico che raro un consigliere appena eletto, Mimì Minella, ha abbandonato alla prima seduta il Carroccio e si è iscritto al Misto. I problemi del centrosinistra si sono manifestati plasticamente quando, dopo una sospensione, i cinque consiglieri regionali del gruppo congiunto Casa riformista-Noi di centro non si sono ripresentati in aula. Clamorosa poi la protesta pubblica di Avs che con un comunicato durissimo in serata parla addirittura di «atti di forza che mortificano il confronto democratico e alterano gli equilibri della coalizione» e chiede al governatore di intervenire immediatamente.
Fico ha annunciato il ritiro da parte della Regione della querela contro la trasmissione Rai Report, presentata da Vincenzo De Luca e relativa a un servizio sulla sanità campana: «Per dare un segnale di distensione da subito», ha detto Fico, «annuncio il ritiro della querela. Sosterremo un’informazione locale plurale e di qualità, gli organi di stampa del territorio sono presidi di democrazia. Ognuno deve naturalmente fare il proprio mestiere, ma deve farlo liberamente e senza condizionamenti».
Da parte sua, il candidato del centrodestra sconfitto da Fico, il viceministro degli Esteri, Edmondo Cirielli, non ha sciolto l’interrogativo sulla sua permanenza in Consiglio come capo dell’opposizione: «Sto qua, sto bene, farò la mia parte», ha detto Cirielli, «poi si prenderanno decisioni ad alto livello istituzionale per garantire il miglior funzionamento del Consiglio regionale».
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Alfonso Signorini (Ansa)
I due avvocati hanno assunto da poco la difesa di Signorini sia in sede civile che penale «nell’ambito della complessa vicenda che lo vede vittima di gravi e continuate condotte criminose». Il riferimento è alle «accuse» sollevate dall’ex paparazzo che nella puntata dello scorso 15 novembre del suo format «Falsissimo» aveva parlato di un «sistema Grande Fratello» che sarebbe stato creato dallo stesso Signorini. Secondo Corona, chi voleva accedere al reality show doveva cedere alle avances sessuali del direttore di Chi: questo «sistema» sarebbe andato avanti per circa dieci anni coinvolgendo oltre 500 persone.
Nell’immediatezza delle accuse, Signorini aveva subito presentato una querela in Procura a seguito della quale è stata poi aperta un’inchiesta. E la Procura aveva iscritto Fabrizio Corona nel registro degli indagati per diffusione di immagini a contenuto sessualmente esplicito. Da questa indagine è scaturita una perquisizione a casa di Corona, avvenuta sabato scorso. L’ex fotoreporter, a quel punto, ha deciso di essere sentito dai pm ai quali per oltre due ore ha raccontato «il sistema». All’indomani delle festività natalizie è emerso che il direttore di Chi avrebbe deciso di prendere una pausa dai social dal momento che il suo profilo Instagram è stato «rimosso». I legali di Signorini hanno motivato la sua scelta: «Per fronteggiare queste gravissime condotte illecite, a tutti evidenti, e soprattutto il capillare riverbero che trovano su alcuni disinvolti media, il dottor Alfonso Signorini, professionista che ha costruito con scrupolo, serietà e abnegazione un’intera carriera di giornalista, autore, regista e conduttore televisivo, si vede costretto a sospendere in via cautelativa ogni suo impegno editoriale in corso con Mediaset».
Secondo gli avvocati Missaglia e Aiello, «è noto il principale responsabile di questa surreale e virulenta aggressione, soggetto che, nonostante le precedenti condanne penali, oggi vorrebbe assumere le vesti di giudice e pubblico ministero, imponendo proprie regole per un tornaconto personale e non certo per l’interesse di giustizia. Il tutto al costo di danni irreparabili ed enormi per le vittime designate».
Mediaset «agirà con determinazione in tutte le sedi sulla base esclusiva di elementi oggettivi e fatti verificati per contrastare la diffusione di contenuti e ricostruzioni diffamatorie o calunniose, a tutela del rispetto delle persone, dei fatti e dei propri interessi», ha reso l’azienda in un comunicato. Per Mediaset «chi opera per l’azienda è tenuto ad attenersi a chiari principi di correttezza, responsabilità e trasparenza, come definiti dal codice etico, che viene applicato senza eccezioni. Sono in corso tutti gli accertamenti e verifiche per garantirne il suo rispetto». L’azienda ha accolto la decisione di Signorini di autosospendersi «stante l’esigenza di tutelare sé stesso e le persone interessate nella vicenda mediatica in cui è rimasto suo malgrado coinvolto».
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Una sottrazione di ricchezza che nel 2025 ha raggiunto la cifra di 9 miliardi. Nel primo semestre dell’anno che sta per chiudersi, le rimesse verso l’estero sono cresciute del 6,4%. Dal 2005 al 2024, in vent’anni, il valore complessivo è passato da 3,9 a quasi 8,3 miliardi di euro, segnando un aumento del 40%, al netto dell’inflazione (a prezzi costanti).
È una sottrazione di ricchezza pari allo 0,38% del Pil italiano e anche se è una percentuale contenuta rispetto al contributo del lavoro straniero all’economia nazionale (8,8%) sono pur sempre soldi che se ne vanno e che non contribuiscono al benessere della comunità. Va considerato anche che le rimesse tracciate rappresentano una parte di quelle che sfuggono alle statistiche perché frutto di attività in nero. Secondo i dati Istat del 2024 oltre 1,8 milioni di immigrati risultano in povertà assoluta. Difficile verificare se questa sia una condizione reale o se risultano tali solo al fisco. In sostanza uno su tre non paga le tasse.
Bankitalia nel suo report, ci dice che considerando i trasferimenti in contanti che non avvengono tramite banche, Poste e altri canali tenuti a registrare gli spostamenti finanziari verso l’estero, l’incidenza sul Pil sale a circa lo 0,5%. Le autorità monetarie stimano che per tenere conto anche delle varie forme di invii di denaro si debbano aumentare di un 30% le cifre ufficiali. I trasferimenti verso il Paese d’origine sono tanto maggiori quanto più la località di destinazione è vicina e quanto più alto è il numero dei suoi cittadini in Italia. Parliamo comunque di cifre risultanti da moltiplicazioni ipotetiche. Il contante che varca il confine potrebbe essere di gran lunga superiore alle stime più larghe, considerata la diffusione del sommerso per numerose attività svolte dagli immigrati. Basta pensare alle colf, alle badanti o alle attività artigiane o nell’edilizia dove gli immigrati sono più presenti.
In vent’anni, dal 2005-2024 gli stranieri registrati all’anagrafe in Italia sono passati da 2,27 a 5,25 milioni (+131%), con un trend di crescita ben più marcato rispetto a quello dei trasferimenti. Di conseguenza l’importo medio trasferito è passato da 1.719 euro a 1.577 euro (-8% a valori correnti). Il che non vuol dire che hanno iniziato a spendere e a investire nel nostro Paese ma solo che sono aumentati i ricongiungimenti familiari. Pertanto, invece di mandare i soldi all’estero, questi sarebbero serviti al sostegno economico dei parenti venuti in Italia. Questi, secondo le statistiche, sono oltre 100.000 l’anno. Va sottolineato che i visti per lavoro sono appena 39mila nel 2023, circa l’11% dei 330.730 totali.
Bankitalia ha analizzato anche la distinzione geografica dei flussi delle rimesse. Il Bangladesh è la prima destinazione con 1,4 miliardi di euro inviati nel 2024, pari allo 0,34% del Pil nazionale. Seguono Pakistan (600 milioni), Marocco (575 milioni), Filippine (570 milioni), Georgia, India, Romania, Perù, Sri Lanka, Senegal. Questi dieci Paesi ricevono i due terzi delle rimesse complessive. Se si aggiungono le dieci successive posizioni nella graduatoria si supera l’85% del totale dei valori trasferiti. Ai restanti 100 Paesi, sono arrivati circa 500.000 euro complessivi nel 2024.
I trasferimenti di denaro più consistenti vengono da Roma (1,1 miliardi) e Milano (900 milioni). Seguono Napoli, Torino, Firenze, Brescia, Bologna, Genova, Venezia e Verona. Complessivamente da queste città partono 3,9 miliardi di euro pari al 47% del totale.
Guardando alla media per singolo straniero i flussi maggiori si hanno ad Aosta (3.465 euro) e Napoli (3.211 euro), mentre i valori più bassi si registrano a Rieti (497 euro) ed Enna (682 euro).
Oltre al fenomeno delle rimesse, c’è anche quello dell’alta spesa per assistenza sociale che gli immigrati assorbono essendo destinatari di misure contro la povertà e dei vari bonus famiglia per 1,3 miliardi su 5,9 miliardi complessivi.
Secondo un’analisi di Itinerari Previdenziali, con 3 milioni e mezzo di dipendenti privati nel 2024 e una retribuzione media annua di 16.693 euro, gli stranieri appartengono a quella fascia di reddito che versa solo il 23% dell’Irpef complessiva. Quindi gravano sulle voci principali del welfare. L’80% del peso fiscale italiano si regge su un ristretto 27,41% di lavoratori con redditi oltre 29.000 euro e in questa fascia non rientra la maggioranza degli immigrati.
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