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2022-12-06
Per l’Ue i contanti sono un’arma anti Meloni
Il balletto di dichiarazioni politiche ed editoriali indignati sull’obbligo di accettare i pagamenti con il Pos è basato su un postulato falso, ma crea problemi veri al governo italiano, guidato da Giorgia Meloni, in un momento in cui di tutto c’è bisogno tranne che di aprire un nuovo fronte di polemica con l’Europa e i singoli Stati membri. Il postulato falso è il seguente: «Pagare in contanti favorisce l’evasione fiscale». Una leggendaria palla: Pos o non Pos, contante o non contante, chi paga (un servizio, una pizza, un paio di scarpe) oltre a ciò che ha acquistato riceve da chi vende lo scontrino fiscale. Già: avete presente quel pezzetto di carta che esce dal registratore di cassa? È lui, lo scontrino, a fare la differenza tra chi evade le tasse e chi no. Il resto, ovvero la montagna di panna montata che ruota intorno alla soglia massima sotto la quale l’esercente può chiedere di essere pagato in contanti, è solo e soltanto un modo per creare turbolenze sulla navigazione europea del governo di centrodestra. Il metodo lo conosciamo bene: si prende un pezzettino di una frase pronunciata da qualcuno, la si trasforma in un titolo di giornale, e su quel titolo l’opposizione fa polemica politica. Non solo: bando all’ipocrisia, sappiamo tutti che la stragrande maggioranza dei corrispondenti dall’Italia dei giornali esteri fa parte del «circolo della stampa progressista» in servizio permanente effettivo contro il centrodestra, e quindi ogni brezza viene trasformata in tempesta. Noi italiani sappiamo come funziona il giochino, ma tutto questo trambusto può creare problemi all’estero. Qualunque esponente politico europeo, in buona o cattiva fede, leggendo i giornali può pensare: «Gli italiani stanno cercando un modo per non pagare le tasse», e mettere così i bastoni tra le ruote al nostro Paese in un momento in cui la Meloni di gatte da pelare, sul piano internazionale ed europeo in particolare, ne ha molte.
Sul fronte del contrasto all’immigrazione illegale, il governo sta tentando, faticosamente ma con determinazione, di portare l’Europa su un terreno di collaborazione, invertendo la rotta non solo delle navi delle Ong, ma pure della politica della Ue, che fino a ora è stata all’insegna del: «Sono problemi vostri». Non c’è neanche bisogno di ricordare il braccio di ferro diplomatico con Parigi, e gli sforzi che la Meloni sta mettendo in campo per ottenere finalmente che il tema dell’immigrazione illegale attraverso il Mediterraneo sia finalmente affrontato per quello che è, ovvero un problema europeo. Sul Pnrr, poi, siamo in un momento delicatissimo, con le scadenze del quarto trimestre 2022 (le prime del governo Meloni) che incombono, e con il tentativo del governo di ridiscuterne alcuni aspetti. «Il Next generation Eu», ha ribadito ieri la Meloni, «è evidente a tutti che non è più sufficiente perché non poteva tenere in considerazione, e oggi non può non tenere conto, del grande impatto che la guerra in Ucraina ha avuto sulle nostre economie. Bisogna fare di più oggi a livello Ue, partendo proprio dal caro energia». Una trattativa che va portata avanti attraverso fermezza e determinazione, ma pure grande abilità diplomatica, e che per andare in porto ha bisogno che l’Italia venga considerata un interlocutore credibile sotto tutti i punti di vista. Ancora: la legge di bilancio, come ogni anno, dovrà passare al vaglio della Commissione, e anche in questo caso la credibilità dell’azione del governo sul fronte dei conti pubblici è elemento determinante, ancora più di qualche decimale di deficit in più o in meno. Pensiamo poi a altri temi cruciali, come la riforma del Patto di stabilità, oppure le politiche della Banca centrale europea.
Come se non bastassero i problemi da risolvere, la sinistra e i suoi cantori stanno dipingendo il governo italiano come una banda di squinternati che vogliono favorire l’evasione fiscale solo perché il centrodestra vuole restituire al popolo la possibilità di pagare il conto della pizzeria in contanti. A questi soloni, andrebbe ricordato che a utilizzare le banconote e le monete è soprattutto la povera gente, i pensionati, gli anziani, insomma chi non ha dimestichezza con carte e apparecchi elettronici e vive la sua vita onestamente, prelevando lo stipendio o la pensione e spendendo quanto prelevato nei negozi, nei mercati, magari al bar. Obbligare una nonnina ad acquistare la frutta e la verdura al mercato rionale pagando con il bancomat o la carta di credito, che magari, certo non per colpa sua, non possiede o non sa utilizzare, è semplicemente folle, oltre che profondamente immorale. Per non parlare del semplice quanto fondamentale dato di fatto che il contante è uno strumento di pagamento al portatore, mentre la moneta elettronica appartiene alle banche. Le opposizioni e i loro trombettieri, però, fanno finta di non sapere e godono mettendo in difficoltà il governo sul piano dei rapporti internazionali con la strategia del Pos: amplificare e diffondere in Europa e nel mondo la montagna di Palle Organizzate della sinistra.
La proposta: mance detassate col bancomat come in Francia
La misura presente all’interno della manovra e voluta dal ministro del Turismo Daniela Santanchè che prevede un taglio delle tasse sulle mance al 5%, quindi con un’aliquota agevolata rispetto alla tassazione ordinaria Irpef, potrebbe rappresentare un grande assist per le nuove tecnologie digitali sui pagamenti. Invece di discutere su obblighi e limitazioni, da un lato sarebbe il caso di cercare di abbassare il più possibile le commissioni e dall’altro usare la tecnologia per favorire anche i lavoratori del comparto. Fino a oggi, infatti, quasi nessuno permette ai clienti di pagare le mance con carte elettroniche aggiungendole al conto totale, come avviene, per intenderci, negli Stati Uniti. Il timore è che finiscano nell’imponibile o si sommino ala valore finale e quindi facciano aumentare i costi di gestione. Confesercenti ha calcolato che in Italia si spendono 772 milioni di euro l’anno per i pagamenti elettronici, con un peso medio delle commissioni che va dallo 0,9 al 4,5%, cifra che si aggiunge a un canone mensile che varia tra i 9,9 e i 59,9 euro. Viene dunque da chiedersi perché non si studiano (o non si percorrono) nuove strade per spingere gli esercenti e gli italiani all’utilizzo dei pagamenti digitali.
Negli Stati Uniti, invece, è prassi comune offrire la possibilità di inserire la mancia all’interno del pagamento con carta, un sistema obbligatorio che spesso permette ai camerieri di guadagnare molto più della media europea e sgrava i datori di lavoro dal pagare stipendi alti.
In Francia Emmanuel Macron ha annunciato una detassazione delle mance pagate con il bancomat o la carta di credito, spiegando che la misura ha l’obiettivo di attrarre nuovi lavoratori e vuole essere un segnale antinflazione per i salari dei camerieri, visto che le mance costituiscono una parte importante del guadagno. Un sistema simile a quello che dovrebbe entrare in vigore nel nostro Paese. «In Italia la possibilità di aggiungere la mancia durante il pagamento con carte elettroniche esiste già», spiegano alla Verità da Nexi, azienda italiana che offre servizi e infrastrutture per il pagamento digitale per banche, aziende, istituzioni e pubblica amministrazione. «Noi offriamo dei Pos che permettono persino di separare automaticamente la cifra che viene data al ristoratore o più in generale all’esercente e quella da riservare ai camerieri o al dipendente. A fine mese quindi il lavoratore percepisce la somma dovuta in automatico, senza dover fare null’altro». Con l’imposta al 5% ci sarebbe una chiara agevolazione sia sul fronte cliente che su quello del lavoratore. Certo, resta il tema complessivo dei costi. «È complesso avere un quadro definito delle commissioni pagate dai singoli esercenti in quanto non esistono quasi più commissioni fisse sulla singola transazione ma dipendono da diverse variabili», spiega alla Verità, Ivano Asaro, direttore dell’Osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano, «in primo luogo dalle dimensioni dell’esercente stesso e dalla negoziazione con la sua banca (chi fa molte transazioni avrà tendenzialmente una commissione più bassa per ogni singolo pagamento). Il range medio solitamente va da poco meno dell’1% al 2% dello scontrino (per i circuiti come Visa, Mastercard e Bancomat)», spiega. «Già da qualche anno sono inoltre presenti iniziative da parte dei singoli operatori finalizzate ad attenuare o azzerare le commissioni per gli esercenti fino a una soglia di 10-15 euro di scontrino, oppure eliminando i costi relativi all’attivazione dei Pos in punto vendita. Esistono anche alcuni servizi di pagamento digitale che non si basano sulle carte che hanno un funzionamento diverso: l’esempio più famoso e utilizzato è Satispay che prevede zero commissioni per i pagamenti sotto i 10 euro e 0,20 centesimi di commissione fissa per qualsiasi pagamento superiore ai 10 euro». Un passo alla volta, non tutta la tecnologia è da demonizzare.
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Le polemiche della sinistra sul Pos sono soprattutto un assist a Bruxelles nella partita in corso con il governo italiano su sbarchi, Patto di stabilità, manovra e revisione del Pnrr. Tema su cui il premier ha ribadito: «Bisogna fare di più partendo dal caro energia».La proposta: mance detassate col bancomat come in Francia. Invece di imporre obblighi, si può usare la tecnologia per dare incentivi.Lo speciale comprende due articoli.Il balletto di dichiarazioni politiche ed editoriali indignati sull’obbligo di accettare i pagamenti con il Pos è basato su un postulato falso, ma crea problemi veri al governo italiano, guidato da Giorgia Meloni, in un momento in cui di tutto c’è bisogno tranne che di aprire un nuovo fronte di polemica con l’Europa e i singoli Stati membri. Il postulato falso è il seguente: «Pagare in contanti favorisce l’evasione fiscale». Una leggendaria palla: Pos o non Pos, contante o non contante, chi paga (un servizio, una pizza, un paio di scarpe) oltre a ciò che ha acquistato riceve da chi vende lo scontrino fiscale. Già: avete presente quel pezzetto di carta che esce dal registratore di cassa? È lui, lo scontrino, a fare la differenza tra chi evade le tasse e chi no. Il resto, ovvero la montagna di panna montata che ruota intorno alla soglia massima sotto la quale l’esercente può chiedere di essere pagato in contanti, è solo e soltanto un modo per creare turbolenze sulla navigazione europea del governo di centrodestra. Il metodo lo conosciamo bene: si prende un pezzettino di una frase pronunciata da qualcuno, la si trasforma in un titolo di giornale, e su quel titolo l’opposizione fa polemica politica. Non solo: bando all’ipocrisia, sappiamo tutti che la stragrande maggioranza dei corrispondenti dall’Italia dei giornali esteri fa parte del «circolo della stampa progressista» in servizio permanente effettivo contro il centrodestra, e quindi ogni brezza viene trasformata in tempesta. Noi italiani sappiamo come funziona il giochino, ma tutto questo trambusto può creare problemi all’estero. Qualunque esponente politico europeo, in buona o cattiva fede, leggendo i giornali può pensare: «Gli italiani stanno cercando un modo per non pagare le tasse», e mettere così i bastoni tra le ruote al nostro Paese in un momento in cui la Meloni di gatte da pelare, sul piano internazionale ed europeo in particolare, ne ha molte. Sul fronte del contrasto all’immigrazione illegale, il governo sta tentando, faticosamente ma con determinazione, di portare l’Europa su un terreno di collaborazione, invertendo la rotta non solo delle navi delle Ong, ma pure della politica della Ue, che fino a ora è stata all’insegna del: «Sono problemi vostri». Non c’è neanche bisogno di ricordare il braccio di ferro diplomatico con Parigi, e gli sforzi che la Meloni sta mettendo in campo per ottenere finalmente che il tema dell’immigrazione illegale attraverso il Mediterraneo sia finalmente affrontato per quello che è, ovvero un problema europeo. Sul Pnrr, poi, siamo in un momento delicatissimo, con le scadenze del quarto trimestre 2022 (le prime del governo Meloni) che incombono, e con il tentativo del governo di ridiscuterne alcuni aspetti. «Il Next generation Eu», ha ribadito ieri la Meloni, «è evidente a tutti che non è più sufficiente perché non poteva tenere in considerazione, e oggi non può non tenere conto, del grande impatto che la guerra in Ucraina ha avuto sulle nostre economie. Bisogna fare di più oggi a livello Ue, partendo proprio dal caro energia». Una trattativa che va portata avanti attraverso fermezza e determinazione, ma pure grande abilità diplomatica, e che per andare in porto ha bisogno che l’Italia venga considerata un interlocutore credibile sotto tutti i punti di vista. Ancora: la legge di bilancio, come ogni anno, dovrà passare al vaglio della Commissione, e anche in questo caso la credibilità dell’azione del governo sul fronte dei conti pubblici è elemento determinante, ancora più di qualche decimale di deficit in più o in meno. Pensiamo poi a altri temi cruciali, come la riforma del Patto di stabilità, oppure le politiche della Banca centrale europea. Come se non bastassero i problemi da risolvere, la sinistra e i suoi cantori stanno dipingendo il governo italiano come una banda di squinternati che vogliono favorire l’evasione fiscale solo perché il centrodestra vuole restituire al popolo la possibilità di pagare il conto della pizzeria in contanti. A questi soloni, andrebbe ricordato che a utilizzare le banconote e le monete è soprattutto la povera gente, i pensionati, gli anziani, insomma chi non ha dimestichezza con carte e apparecchi elettronici e vive la sua vita onestamente, prelevando lo stipendio o la pensione e spendendo quanto prelevato nei negozi, nei mercati, magari al bar. Obbligare una nonnina ad acquistare la frutta e la verdura al mercato rionale pagando con il bancomat o la carta di credito, che magari, certo non per colpa sua, non possiede o non sa utilizzare, è semplicemente folle, oltre che profondamente immorale. Per non parlare del semplice quanto fondamentale dato di fatto che il contante è uno strumento di pagamento al portatore, mentre la moneta elettronica appartiene alle banche. Le opposizioni e i loro trombettieri, però, fanno finta di non sapere e godono mettendo in difficoltà il governo sul piano dei rapporti internazionali con la strategia del Pos: amplificare e diffondere in Europa e nel mondo la montagna di Palle Organizzate della sinistra. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-lue-i-contanti-sono-unarma-anti-meloni-2658834757.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-proposta-mance-detassate-col-bancomat-come-in-francia" data-post-id="2658834757" data-published-at="1670271275" data-use-pagination="False"> La proposta: mance detassate col bancomat come in Francia La misura presente all’interno della manovra e voluta dal ministro del Turismo Daniela Santanchè che prevede un taglio delle tasse sulle mance al 5%, quindi con un’aliquota agevolata rispetto alla tassazione ordinaria Irpef, potrebbe rappresentare un grande assist per le nuove tecnologie digitali sui pagamenti. Invece di discutere su obblighi e limitazioni, da un lato sarebbe il caso di cercare di abbassare il più possibile le commissioni e dall’altro usare la tecnologia per favorire anche i lavoratori del comparto. Fino a oggi, infatti, quasi nessuno permette ai clienti di pagare le mance con carte elettroniche aggiungendole al conto totale, come avviene, per intenderci, negli Stati Uniti. Il timore è che finiscano nell’imponibile o si sommino ala valore finale e quindi facciano aumentare i costi di gestione. Confesercenti ha calcolato che in Italia si spendono 772 milioni di euro l’anno per i pagamenti elettronici, con un peso medio delle commissioni che va dallo 0,9 al 4,5%, cifra che si aggiunge a un canone mensile che varia tra i 9,9 e i 59,9 euro. Viene dunque da chiedersi perché non si studiano (o non si percorrono) nuove strade per spingere gli esercenti e gli italiani all’utilizzo dei pagamenti digitali. Negli Stati Uniti, invece, è prassi comune offrire la possibilità di inserire la mancia all’interno del pagamento con carta, un sistema obbligatorio che spesso permette ai camerieri di guadagnare molto più della media europea e sgrava i datori di lavoro dal pagare stipendi alti. In Francia Emmanuel Macron ha annunciato una detassazione delle mance pagate con il bancomat o la carta di credito, spiegando che la misura ha l’obiettivo di attrarre nuovi lavoratori e vuole essere un segnale antinflazione per i salari dei camerieri, visto che le mance costituiscono una parte importante del guadagno. Un sistema simile a quello che dovrebbe entrare in vigore nel nostro Paese. «In Italia la possibilità di aggiungere la mancia durante il pagamento con carte elettroniche esiste già», spiegano alla Verità da Nexi, azienda italiana che offre servizi e infrastrutture per il pagamento digitale per banche, aziende, istituzioni e pubblica amministrazione. «Noi offriamo dei Pos che permettono persino di separare automaticamente la cifra che viene data al ristoratore o più in generale all’esercente e quella da riservare ai camerieri o al dipendente. A fine mese quindi il lavoratore percepisce la somma dovuta in automatico, senza dover fare null’altro». Con l’imposta al 5% ci sarebbe una chiara agevolazione sia sul fronte cliente che su quello del lavoratore. Certo, resta il tema complessivo dei costi. «È complesso avere un quadro definito delle commissioni pagate dai singoli esercenti in quanto non esistono quasi più commissioni fisse sulla singola transazione ma dipendono da diverse variabili», spiega alla Verità, Ivano Asaro, direttore dell’Osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano, «in primo luogo dalle dimensioni dell’esercente stesso e dalla negoziazione con la sua banca (chi fa molte transazioni avrà tendenzialmente una commissione più bassa per ogni singolo pagamento). Il range medio solitamente va da poco meno dell’1% al 2% dello scontrino (per i circuiti come Visa, Mastercard e Bancomat)», spiega. «Già da qualche anno sono inoltre presenti iniziative da parte dei singoli operatori finalizzate ad attenuare o azzerare le commissioni per gli esercenti fino a una soglia di 10-15 euro di scontrino, oppure eliminando i costi relativi all’attivazione dei Pos in punto vendita. Esistono anche alcuni servizi di pagamento digitale che non si basano sulle carte che hanno un funzionamento diverso: l’esempio più famoso e utilizzato è Satispay che prevede zero commissioni per i pagamenti sotto i 10 euro e 0,20 centesimi di commissione fissa per qualsiasi pagamento superiore ai 10 euro». Un passo alla volta, non tutta la tecnologia è da demonizzare.
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara