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2018-07-05
Per i vaccini basterà un’autocertificazione
Ansa
L'obbligo di essere in regola con le vaccinazioni non è in discussione, ma un'autocertificazione dei genitori, al posto dei documenti dell'Asl di «avvenuta vaccinazione», potrebbe essere sufficiente per iscrivere al nuovo anno scolastico 2018/19 i minori di 16 anni. Questo, in sintesi il contenuto della nuova circolare che verrà presentata oggi a Lungotevere Ripa da Giulia Grillo, ministro della Salute, e Marco Bussetti, ministro dell'Istruzione.
Il documento arriva proprio alla vigilia del 10 luglio, data prevista dal decreto Lorenzin come termine ultimo, di ogni anno, entro cui i genitori degli alunni devono consegnare alla scuola i documenti «certificanti l'avvenuta vaccinazione». In base alla legge n.119/2017 , la scuola infatti, entro il 20 luglio, è tenuta a comunicare, all'Asl competente, l'elenco dei minori non ancora in regola con il calendario vaccinale, per attivare le azioni previste: il divieto di frequentare la scuola dell'infanzia per i bambini da 0 a 6 anni o il richiamo e la sanzione amministrativa, da 100 a 500 euro, per gli studenti dai 7 ai 16 anni. La circolare non sarà «una semplice proroga», ha spiegato il ministro Grillo rispondendo a un'interrogazione nel corso del question time ieri alla Camera, «non una misura temporanea, per così dire “a tampone", ma un insieme di accorgimenti che rendano, progressivamente, sempre più pacifico e meno conflittuale il rapporto tra cittadino e istituzioni sanitarie e scolastiche».
Il ministro pentastellato infatti ha spiegato di voler «alleggerire» l'onere «delle famiglie senza che vengano in alcun modo compromesse le positive finalità di prevenzione che vanno riconosciute, senza alcun dubbio, alle vaccinazioni». Nel suo intervento alla Camera, il ministro ha spiegato che la circolare si muove alla ricerca di un «bilanciamento» tra «il diritto all'inclusione, in età scolare e pre-scolare, e il diritto alla tutela della salute, individuale e collettiva, che è rinvenibile nel contratto di governo e che, dunque, costituisce la stella polare per la nostra attività in materia». In base a quanto trapelato dal ministero, la circolare varrà solo per l'anno scolastico che inizia a settembre. La scelta del ministro della Salute di «autocertificare» le vaccinazioni sarebbe dovuta anche il malfunzionamento dell'anagrafe nazionale che manca nella maggioranza delle regioni e l'impossibilità quindi oggettiva di fornire ai genitori la documentazione necessaria. In attesa che nelle regioni entri a regime il servizio di anagrafe, prevista dalla stessa legge, l'intenzione del governo è di mantenere inalterata, per gli anni successivi a questo, la scadenza del 10 luglio per dimostrare di avere tutte le vaccinazioni, sempre che nel frattempo non arrivi una nuova legge. A tale proposito il ministro Grillo ha dichiarato di voler fare «chiarezza», soprattutto «alla luce di numerose notizie, diffuse dai mezzi di informazione, in cui si racconta, con eccessiva leggerezza» di «“proroghe" o di “congelamento di termini": termini che - è bene ribadire - sono tuttora previsti con legge dello Stato». Nel corso del question time il ministro ha fatto notare che «lo stesso atto ispettivo, peraltro, contiene alcune inesattezze che testimoniano, proprio per la fonte qualificata da cui provengono, la oggettiva complessità di una legge voluta in fretta e furia nella scorsa legislatura». Grillo ha precisato poi che la legge n. 73 del 2017 «non prescrive che venga necessariamente consegnato alle scuole un certificato di avvenuta vaccinazione, ma, più in generale, qualsivoglia documentazione che possa essere considerata “idonea" a comprovare l'effettuazione delle vaccinazioni obbligatorie ovvero la richiesta di vaccinazione all'Azienda sanitaria».
Sull'intenzione di procedere a una revisione della legge, il capo della Salute, non fa mistero. «Questo governo», ha detto, «nella ferma e sincera convinzione della centralità del ruolo del Parlamento, ascolterà ogni seria e condivisa proposta di modifica della normativa vigente nell'ottica di un migliore bilanciamento tra il diritto all'inclusione, il diritto all'istruzione, e il diritto alla tutela della salute individuale e collettiva. Un atto, questo, di doverosa attenzione alle prerogative parlamentari che - mi spiace far notare - non ha caratterizzato l'adozione del decreto sui vaccini da parte del precedente governo, che non ha tenuto in debita considerazione le tante sollecitazioni provenienti dalle minoranze che avrebbero potuto rendere più pacifica e serena l'applicazione della nuova normativa».
In seguito all'applicazione delle disposizioni in materia di prevenzione vaccinale introdotte nel giugno 2017 si è verificato, a livello nazionale, un significativo innalzamento delle coperture vaccinali, anche se gli obiettivi di “sicurezza" previsti dal Piano nazionale di prevenzione vaccinale non sono stati ancora del tutto raggiunti. Ciò posto, oggi, grazie all'arresto del trend in diminuzione delle coperture vaccinali, «è possibile tenere in maggiore considerazione le esigenze di semplificazione dell'attività amministrativa, senza pregiudizio per l'interesse pubblico alla tutela della salute». Secondo Grillo «non è in alcun modo in discussione il valore sanitario delle vaccinazioni, ciò di cui bisogna discutere, a livello politico, è l'individuazione delle modalità migliori attraverso le quali esse debbano essere proposte alle famiglie affinché sia sempre più consapevole - e senza riserve - la loro volontaria adesione». A tale proposito il ministero della Salute si sta già attivando anche «per promuovere una nuova campagna d'informazione sul valore dei vaccini come fondamentale misura di prevenzione primaria». Proprio sull'informazione il ministro raccoglierà certamente l'appoggio del mondo scientifico, da sempre sostenitore di questo approccio.
Walgreens lancia la sfida ad Amazon
Il mondo delle farmacie è in piena evoluzione in America. La battaglia, come anche nel resto del mondo, si gioca sulla fornitura dei servizi al cliente. Mentre Amazon, colosso dell'ecommerce, punta sull'online, il primo gruppo mondiale per salute e benessere, Walgreens boots alleance (Wba), scommette sul servizio medico-diagnostico, e non solo, in farmacia.
La questione è stata portata all'attualità dalla notizia, arrivata la scorsa settimana dell'acquisto, da parte di Jeff Bezos, fondatore di Amazon, della farmacia online PillPack. Con questa mossa, il gigante del retail , dopo vari tentativi, è entrato anche nel mercato del farmaco da prescrizione, un business che vale più di 300 miliardi di dollari. Alla notizia, nonostante il tracollo dei principali titoli del settore (Cvs Health, Rite Aid), il capo di Walgreens, l'italiano Stefano Pessina, ha dichiarato al Wall street journal di non essere «particolarmente preoccupato» perché «il mondo delle farmacie è molto più complesso della semplice consegna di medicine». Il segreto di questa tranquillità di Pessina, che con la compagna Ornella Barra ha il 14,5% di Wba, è nell'esperienza di un gruppo che ha un giro d'affari di circa 120 miliardi di dollari, diffusione in 25 Paesi nel mondo, quasi 10.000 farmacie solo in America e milioni di utenti al giorno. «Da anni investiamo anche nella consegna a domicilio», dice Ornella Barra, Co-Chief operating officer, a La Verità.
«Ad esempio, Boots in Gran Bretagna, offre un servizio che fornisce, in farmacia o a casa, medicinali preconfenzionati per dosi a pazienti con terapie complesse. In Norvegia con il servizio Farmaka e in Olanda con Spits, abbiamo fatto da apripista nella consegna della farmacia online, mentre negli Stati Uniti Walgreens ha iniziato nel 2012 a consegnare farmaci preconfezionati attraverso un servizio chiamato DailyMed, e ora molti store Walgreens continuano a offrire questa possibilità ai pazienti, aiutandoli nell'aderenza alle terapie. Amazon è un colosso, ma sta muovendo i primi passi in un settore complesso, dove il recapito del farmaco a domicilio è uno dei tanti servizi che deve offrire un centro della salute attento a rispondere alle esigenze di pazienti e clienti».
Walgreens punta su una strategia di vicinanza e, per facilitare l'entrata dei clienti nei negozi, ha già aperto una quindicina di cliniche mediche, accanto alle farmacie in mattoni, grazie alla collaborazione con Medexpress di UnitedHealth Group, che gestisce ambulatori e centri di chirurgia ambulatoriale in tutta l'America. Le alleanze strategiche del gruppo di Pessina e Barra sono anche nel settore diagnostico. Dallo scorso anno, infatti, i clienti della catena Wba possono trovare, nelle vicinanze, anche laboratori di analisi del gruppo LabCorp. «Creare partnership di valore», osserva Barra, «è fondamentale per rispondere alle crescenti esigenze dei clienti». L'orizzonte del drugstore, come è chiamata la farmacia oltreoceano, è molto ampio e articolato perché oltre ad essere un centro per la salute, offre altri servizi accessori.
«Dentro alla farmacia», continua la manager, «il cliente, oltre al farmaco, riceve una serie di informazioni da personale qualificato per la gestione delle terapie, per prenotare visite ed esami da svolgere senza doversi spostare. L'offerta si allarga anche a servizi per la telefonia e alla spedizione e invio di pacchi grazie a una partnership con FedEx». Non è raro infatti che gli americani, tornando dal lavoro, facciano tappa nel drugstore per gestire anche queste incombenze e, nel frattempo, acquistino qualcosa. «Presidiamo in maniera trasversale e bilanciata tutti i canali», spiega l'executive, «sfruttando anche la tecnologia. L'app di Walgreens è tra le più scaricate negli Stati Uniti. Gestisce le prescrizioni dei farmaci del paziente e permette di consultare un dottore o un farmacista in tempo reale». Allo strapotere del web e dell'online c'è chi risponde ripartendo dal rapporto diretto con il cliente. Questione di strategie.
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Il ministro Giulia Grillo riferisce alla Camera e chiarisce la posizione del governo, rottamando un pezzo del decreto Lorenzin. «Non servirà più un documento della Asl per mandare i bambini a scuola. Ma il valore della pratica non è in discussione».Walgreens lancia la sfida ad Amazon rinnovando il mondo delle farmacie. Il colosso Usa punta sui farmaci online, ma il gruppo italiano non teme la concorrenza.Lo speciale contiene due articoliL'obbligo di essere in regola con le vaccinazioni non è in discussione, ma un'autocertificazione dei genitori, al posto dei documenti dell'Asl di «avvenuta vaccinazione», potrebbe essere sufficiente per iscrivere al nuovo anno scolastico 2018/19 i minori di 16 anni. Questo, in sintesi il contenuto della nuova circolare che verrà presentata oggi a Lungotevere Ripa da Giulia Grillo, ministro della Salute, e Marco Bussetti, ministro dell'Istruzione. Il documento arriva proprio alla vigilia del 10 luglio, data prevista dal decreto Lorenzin come termine ultimo, di ogni anno, entro cui i genitori degli alunni devono consegnare alla scuola i documenti «certificanti l'avvenuta vaccinazione». In base alla legge n.119/2017 , la scuola infatti, entro il 20 luglio, è tenuta a comunicare, all'Asl competente, l'elenco dei minori non ancora in regola con il calendario vaccinale, per attivare le azioni previste: il divieto di frequentare la scuola dell'infanzia per i bambini da 0 a 6 anni o il richiamo e la sanzione amministrativa, da 100 a 500 euro, per gli studenti dai 7 ai 16 anni. La circolare non sarà «una semplice proroga», ha spiegato il ministro Grillo rispondendo a un'interrogazione nel corso del question time ieri alla Camera, «non una misura temporanea, per così dire “a tampone", ma un insieme di accorgimenti che rendano, progressivamente, sempre più pacifico e meno conflittuale il rapporto tra cittadino e istituzioni sanitarie e scolastiche». Il ministro pentastellato infatti ha spiegato di voler «alleggerire» l'onere «delle famiglie senza che vengano in alcun modo compromesse le positive finalità di prevenzione che vanno riconosciute, senza alcun dubbio, alle vaccinazioni». Nel suo intervento alla Camera, il ministro ha spiegato che la circolare si muove alla ricerca di un «bilanciamento» tra «il diritto all'inclusione, in età scolare e pre-scolare, e il diritto alla tutela della salute, individuale e collettiva, che è rinvenibile nel contratto di governo e che, dunque, costituisce la stella polare per la nostra attività in materia». In base a quanto trapelato dal ministero, la circolare varrà solo per l'anno scolastico che inizia a settembre. La scelta del ministro della Salute di «autocertificare» le vaccinazioni sarebbe dovuta anche il malfunzionamento dell'anagrafe nazionale che manca nella maggioranza delle regioni e l'impossibilità quindi oggettiva di fornire ai genitori la documentazione necessaria. In attesa che nelle regioni entri a regime il servizio di anagrafe, prevista dalla stessa legge, l'intenzione del governo è di mantenere inalterata, per gli anni successivi a questo, la scadenza del 10 luglio per dimostrare di avere tutte le vaccinazioni, sempre che nel frattempo non arrivi una nuova legge. A tale proposito il ministro Grillo ha dichiarato di voler fare «chiarezza», soprattutto «alla luce di numerose notizie, diffuse dai mezzi di informazione, in cui si racconta, con eccessiva leggerezza» di «“proroghe" o di “congelamento di termini": termini che - è bene ribadire - sono tuttora previsti con legge dello Stato». Nel corso del question time il ministro ha fatto notare che «lo stesso atto ispettivo, peraltro, contiene alcune inesattezze che testimoniano, proprio per la fonte qualificata da cui provengono, la oggettiva complessità di una legge voluta in fretta e furia nella scorsa legislatura». Grillo ha precisato poi che la legge n. 73 del 2017 «non prescrive che venga necessariamente consegnato alle scuole un certificato di avvenuta vaccinazione, ma, più in generale, qualsivoglia documentazione che possa essere considerata “idonea" a comprovare l'effettuazione delle vaccinazioni obbligatorie ovvero la richiesta di vaccinazione all'Azienda sanitaria». Sull'intenzione di procedere a una revisione della legge, il capo della Salute, non fa mistero. «Questo governo», ha detto, «nella ferma e sincera convinzione della centralità del ruolo del Parlamento, ascolterà ogni seria e condivisa proposta di modifica della normativa vigente nell'ottica di un migliore bilanciamento tra il diritto all'inclusione, il diritto all'istruzione, e il diritto alla tutela della salute individuale e collettiva. Un atto, questo, di doverosa attenzione alle prerogative parlamentari che - mi spiace far notare - non ha caratterizzato l'adozione del decreto sui vaccini da parte del precedente governo, che non ha tenuto in debita considerazione le tante sollecitazioni provenienti dalle minoranze che avrebbero potuto rendere più pacifica e serena l'applicazione della nuova normativa». In seguito all'applicazione delle disposizioni in materia di prevenzione vaccinale introdotte nel giugno 2017 si è verificato, a livello nazionale, un significativo innalzamento delle coperture vaccinali, anche se gli obiettivi di “sicurezza" previsti dal Piano nazionale di prevenzione vaccinale non sono stati ancora del tutto raggiunti. Ciò posto, oggi, grazie all'arresto del trend in diminuzione delle coperture vaccinali, «è possibile tenere in maggiore considerazione le esigenze di semplificazione dell'attività amministrativa, senza pregiudizio per l'interesse pubblico alla tutela della salute». Secondo Grillo «non è in alcun modo in discussione il valore sanitario delle vaccinazioni, ciò di cui bisogna discutere, a livello politico, è l'individuazione delle modalità migliori attraverso le quali esse debbano essere proposte alle famiglie affinché sia sempre più consapevole - e senza riserve - la loro volontaria adesione». A tale proposito il ministero della Salute si sta già attivando anche «per promuovere una nuova campagna d'informazione sul valore dei vaccini come fondamentale misura di prevenzione primaria». Proprio sull'informazione il ministro raccoglierà certamente l'appoggio del mondo scientifico, da sempre sostenitore di questo approccio.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-i-vaccini-bastera-unautocertificazione-2583836870.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="walgreens-lancia-la-sfida-ad-amazon" data-post-id="2583836870" data-published-at="1780588516" data-use-pagination="False"> Walgreens lancia la sfida ad Amazon Il mondo delle farmacie è in piena evoluzione in America. La battaglia, come anche nel resto del mondo, si gioca sulla fornitura dei servizi al cliente. Mentre Amazon, colosso dell'ecommerce, punta sull'online, il primo gruppo mondiale per salute e benessere, Walgreens boots alleance (Wba), scommette sul servizio medico-diagnostico, e non solo, in farmacia. La questione è stata portata all'attualità dalla notizia, arrivata la scorsa settimana dell'acquisto, da parte di Jeff Bezos, fondatore di Amazon, della farmacia online PillPack. Con questa mossa, il gigante del retail , dopo vari tentativi, è entrato anche nel mercato del farmaco da prescrizione, un business che vale più di 300 miliardi di dollari. Alla notizia, nonostante il tracollo dei principali titoli del settore (Cvs Health, Rite Aid), il capo di Walgreens, l'italiano Stefano Pessina, ha dichiarato al Wall street journal di non essere «particolarmente preoccupato» perché «il mondo delle farmacie è molto più complesso della semplice consegna di medicine». Il segreto di questa tranquillità di Pessina, che con la compagna Ornella Barra ha il 14,5% di Wba, è nell'esperienza di un gruppo che ha un giro d'affari di circa 120 miliardi di dollari, diffusione in 25 Paesi nel mondo, quasi 10.000 farmacie solo in America e milioni di utenti al giorno. «Da anni investiamo anche nella consegna a domicilio», dice Ornella Barra, Co-Chief operating officer, a La Verità. «Ad esempio, Boots in Gran Bretagna, offre un servizio che fornisce, in farmacia o a casa, medicinali preconfenzionati per dosi a pazienti con terapie complesse. In Norvegia con il servizio Farmaka e in Olanda con Spits, abbiamo fatto da apripista nella consegna della farmacia online, mentre negli Stati Uniti Walgreens ha iniziato nel 2012 a consegnare farmaci preconfezionati attraverso un servizio chiamato DailyMed, e ora molti store Walgreens continuano a offrire questa possibilità ai pazienti, aiutandoli nell'aderenza alle terapie. Amazon è un colosso, ma sta muovendo i primi passi in un settore complesso, dove il recapito del farmaco a domicilio è uno dei tanti servizi che deve offrire un centro della salute attento a rispondere alle esigenze di pazienti e clienti». Walgreens punta su una strategia di vicinanza e, per facilitare l'entrata dei clienti nei negozi, ha già aperto una quindicina di cliniche mediche, accanto alle farmacie in mattoni, grazie alla collaborazione con Medexpress di UnitedHealth Group, che gestisce ambulatori e centri di chirurgia ambulatoriale in tutta l'America. Le alleanze strategiche del gruppo di Pessina e Barra sono anche nel settore diagnostico. Dallo scorso anno, infatti, i clienti della catena Wba possono trovare, nelle vicinanze, anche laboratori di analisi del gruppo LabCorp. «Creare partnership di valore», osserva Barra, «è fondamentale per rispondere alle crescenti esigenze dei clienti». L'orizzonte del drugstore, come è chiamata la farmacia oltreoceano, è molto ampio e articolato perché oltre ad essere un centro per la salute, offre altri servizi accessori. «Dentro alla farmacia», continua la manager, «il cliente, oltre al farmaco, riceve una serie di informazioni da personale qualificato per la gestione delle terapie, per prenotare visite ed esami da svolgere senza doversi spostare. L'offerta si allarga anche a servizi per la telefonia e alla spedizione e invio di pacchi grazie a una partnership con FedEx». Non è raro infatti che gli americani, tornando dal lavoro, facciano tappa nel drugstore per gestire anche queste incombenze e, nel frattempo, acquistino qualcosa. «Presidiamo in maniera trasversale e bilanciata tutti i canali», spiega l'executive, «sfruttando anche la tecnologia. L'app di Walgreens è tra le più scaricate negli Stati Uniti. Gestisce le prescrizioni dei farmaci del paziente e permette di consultare un dottore o un farmacista in tempo reale». Allo strapotere del web e dell'online c'è chi risponde ripartendo dal rapporto diretto con il cliente. Questione di strategie.
Il premier ungherese Péter Magyar (Ansa)
Per celebrare lo scongelamento di 16 miliardi di fondi Ue, Péter Magyar si era intestato il merito di una «svolta storica» per l’Ungheria. Ieri, Emmanuel Macron lo ha accolto all’Eliseo celebrando l’arrivo di una «nuova era». Non serve nemmeno sforzarsi per capire che, in realtà, il suo resta un «orbanismo», solo più gentile: era sufficiente leggere un’intervista uscita sulla Frankfürter Allgemeine Zeitung, nella lingua madre di Ursula von der Leyen. Giusto per accertarsi che anche lei la capisse.
Il presidente francese vorrebbe tirare Magyar dentro la fumosa coalizione dei volenterosi, in occasione del mega evento che organizzerà il 14 luglio, per commemorare la Rivoluzione. Eppure, sull’Ucraina, il nuovo premier magiaro dice cose simili al suo predecessore. Ad esempio, ha candidato Budapest a sede di eventuali colloqui di pace tra Mosca e Kiev. È vero che persino nei palazzi di Bruxelles, ultimamente, ci si era messi a ragionare su quale figura potesse portare avanti il dialogo con il Cremlino. Fatto sta che Magyar, come Viktor Orbán, non solo non ha problemi ad accreditare il suo Paese quale terreno neutro, ma è anche disponibile a «fornire assistenza diplomatica e umanitaria». Rispetto al passato, egli dimostra di aver affinato le tecniche di mercanteggiamento: mentre si discute dell’ingresso della nazione di Volodymyr Zelensky nell’Unione, un’ipotesi che finora il suo Paese aveva respinto, lui mette sul piatto «un accordo sul ripristino e la garanzia dei diritti linguistici, educativi e culturali dei 100.000 ungheresi che vivono in Ucraina. Dobbiamo chiarire», ha precisato Magyar, «alcune questioni riguardanti la nostra minoranza». Dopodiché, si potrà «aprire un nuovo capitolo» e, magari, concedere il nulla osta a un percorso di integrazione che, in ogni caso, si annuncia ancora lungo. Tutto sommato, se ciò dovesse contribuire ad ammorbidire la posizione di Bruxelles e, soprattutto, a farle allentare i cordoni della borsa, per Magyar sarebbe un punto di caduta vantaggioso: l’intesa sulla minoranza ungherese in Ucraina dovrà essere raggiunta «nei prossimi giorni»; affinché Kiev diventi membro dell’Ue a tutti gli effetti, invece, occorreranno anni.
Poi, c’è il nodo dei rapporti con la Russia. Il premier non intende perdere di vista gli interessi nazionali. Budapest dipende dal gas di Vladimir Putin e, ha ribadito Magyar alla Faz, «non possiamo cambiare questa situazione dall’oggi al domani. I nostri vicini», ha insistito, «dovrebbero capire che l’Ungheria è un Paese senza sbocco sul mare. Non abbiamo registrato crescita economica per anni e, per crescere, abbiamo bisogno di energia a prezzi accessibili. Certo, stiamo facendo tutto il possibile per diversificare le fonti energetiche, ma non possiamo permetterci che la competitività delle nostre aziende diminuisca ulteriormente e che la povertà energetica tra le famiglie ungheresi aumenti». Mettiamola così: sarebbe stato bello ascoltare dei discorsi simili dalle nostre classi dirigenti, già nel 2022. Adesso, dopo anni di condiscendenza ai diktat della Commissione, ci ritroviamo con Valdis Dombrovskis che ci prescrive come vivere. Anzi, di che morte morire.
Ma c’è di più. Manco fosse un Medvedev qualsiasi, Magyar ha aggiunto che, a suo avviso, «l’Europa tornerà parzialmente alle fonti energetiche russe e revocherà le sanzioni, poiché si tratta della competitività di tutta l’Europa e nessuno ha interesse a mantenere una nuova guerra fredda economica e politica in caso di futura pace. Perché ciò accada», ha specificato, «la guerra deve ovviamente finire». Ovviamente. Il messaggio, però, è chiaro: Budapest promuove ancora il disgelo con Mosca e, piuttosto che un irrevocabile divorzio dallo zar, propone un modesto «derisking». D’altronde, i numeri danno ragione al premier magiaro: a parte Ungheria e Slovacchia, anche Francia, Spagna e Belgio continuano a finanziare Putin, facendo incetta di gas liquido. Peggio: attraverso un sistema di matrioske finanziarie, le petroliere fantasma russe riescono ancora a farsi assicurare le spedizioni grazie alle risorse dei mercati del Vecchio continente.
Infine, occorre una buona fantasia per riscontrare la «svolta storica» nelle idee espresse da Magyar sulla governance dell’Unione. Il primo ministro non è «favorevole all’introduzione del voto a maggioranza anziché all’unanimità». Ha senso: l’Ungheria è piccola, la sua economia è debole rispetto a quella dei grandi Paesi Ue e l’unico modo che ha per far contare la propria voce è sfruttare le possibilità che le riservano i Trattati. Il cambiamento, al solito, è formale più che sostanziale: Orbán, ha commentato con la Faz Magyar, «diceva sempre che “dobbiamo sconfiggere Bruxelles”. Non credo che sia questo il punto. L’obiettivo è capirsi e persuadersi a vicenda». Poesia. Ma al netto delle carinerie, il premier ungherese non indietreggia: «Le persone», ha sottolineato, «vogliono un’Unione europea basata su Stati forti, non sugli Stati Uniti d’Europa».
Per sbloccare i finanziamenti negati a Orbán, Ursula si è accontentata della deferenza verbale. In teoria, le somme verranno erogate se Budapest completerà e documenterà le famigerate riforme entro il 31 agosto. Molti di quei soldi, comunque, erano bloccati per dissidi su questioni laterali: quelle che Bruxelles considera discriminazioni contro le persone Lgbtq+, la violazione delle procedure sull’asilo dei migranti, le limitazioni della libertà accademica, come nella vicenda dell’università dei Soros. Magyar, intanto, ha annunciato che chiederà di aderire alla Procura europea (Eppo), la quale potrà così indagare su eventuali frodi nell’uso dei fondi comunitari. E una formula scaltra per sciogliere il nodo dell’Ucraina nell’Ue l’ha trovata. Sul resto - l’essenziale - il ritornello rimane lo stesso. Anche se la Von der Leyen ha salutato l’avvento di «una nuova era», sostenendo che il governo ungherese, appena entrato in carica, sta già «agendo con rapidità e determinazione». Magyar statista a tempo di record. Lo diceva Patty Pravo: tutti quanti sono degli eroi quando vogliono qualcosa.
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Scontri tra monarchici e Polizia a Napoli nel giugno 1946 (Getty Images)
Dal 4 all’11 giugno 1946 l’Italia della transizione tra monarchia e repubblica visse la sua «settimana tragica» a causa delle tensioni generate dall’esito del referendum del 2 giugno precedente e dalle frizioni ancora esistenti nel Paese uscito da appena un anno dalla guerra. Nei giorni tra il voto e l’esilio di Umberto II, il «re di maggio» che regnò soltanto un mese, l’Italia allora guidata da Alcide de Gasperi assieme ai partiti espressione del Cln, rischiò una nuova guerra civile tra il Nord repubblicano ed il Sud profondamente legato all’istituzione monarchica. I motivi della divisione erano stati definiti dal diverso svolgersi degli eventi bellici e delle figure politiche a questi legate. Il Nord era stato il teatro della guerra civile fino all’ultimo giorno. In entrambe le parti in lotta, repubblichini e partigiani legati ai partiti che governeranno nel dopoguerra, la figura dei Savoia era stata pesantemente oscurata dopo la fuga del re a Brindisi, che aveva generato un diffuso sentimento antimonarchico. Nelle regioni meridionali, al contrario, la casa Savoia aveva seguito le sorti del mezzogiorno con l’effimero Regno del Sud controllato dagli Alleati, fatto che generò l’idea della continuità. A Napoli, in particolare, la monarchia sabauda si era sostituita a quella borbonica con una lunga opera di radicamento nella città (tanto che fu istituito il titolo di «Principe di Napoli» all’erede al trono). Quando l’Italia si recò alle urne il 2 giugno del 1946, le ferite della guerra erano ancora aperte. Le tensioni della guerra civile e della Campagna d’Italia dal 1943 al 1945 avevano lasciato un Paese allo stremo, con le vie di comunicazione e le industrie ridotte a macerie. La disoccupazione ed il carovita dovuto all’inflazione galoppante avevano contribuito ad alimentare rabbia e frustrazione, oltre ad avere lasciato un’Italia ancora una volta divisa tra Nord e Sud. Il referendum monarchia-repubblica era diventato un catalizzatore di tensioni, rese ancora più forti dai sospetti di brogli e dal fatto che la popolazione della Venezia Giulia, di Zara, Pola e Fiume oltre a quella della Provincia di Bolzano furono escluse dal voto a causa dell’occupazione straniera.
I lenti scrutini dei seggi evidenziarono sin da subito il divario tra le due italie, con il Sud a netta maggioranza favorevole ai Savoia. Il voto più eclatante fu quello di Napoli, dove l’80% degli elettori scelse la monarchia nel segno della continuità e non solamente per quella: la città partenopea, molto lontana idealmente dal «vento del Nord», era stata una delle più colpite durante il conflitto, con oltre 200 bombardamenti alleati, che avevano prostrato la popolazione riducendola alla fame. Decine di migliaia di napoletani vivevano ancora all’addiaccio in grotte o nei padiglioni della Mostra d’Oltremare, tormentati dalle epidemie e dalla mancanza di ogni tipo di servizio. Fresco era inoltre ancora il mito delle «Quattro giornate» del settembre 1943 quando la sollevazione popolare indusse i tedeschi a lasciare la città. Tutti questi elementi, uniti ad un generale risentimento contro i «partiti del Nord» accesero la miccia dei tumulti che dal 4 all’11 giugno 1946 insanguinarono Napoli.
Subito dopo il referendum, le voci che davano la repubblica in lieve vantaggio si unirono a quelle che condannavano i presunti brogli e il peso delle zone escluse dal voto e quelle di una presunta imminente visita di Umberto II a Napoli, notizia che accese ancora di più gli animi già infiammati. Nonostante l’ultimo re d’Italia non si fosse mai espresso nei confronti dei napoletani pronti alla rivolta, il tam-tam dei rioni fece materializzare per le strade l’idea che una ribellione di Napoli avrebbe potuto sfociare in una futura separazione del Sud dal resto d’Italia. Nei giorni tra il voto e l’esito definitivo delle urne, la Prefettura di Napoli chiese rinforzi all’allora ministro dell’Interno, il socialista Giuseppe Romita, che provvide all’invio di reparti della Celere a protezione dei luoghi sensibili come le sedi dei partiti e le caserme, prese di mira dai rivoltosi per procurare armi.
La sera del 4 giugno la radio divulgò la notizia del vantaggio della repubblica, e la città piombò in un silenzio carico di tensione, destinata a sfogarsi il giorno successivo quando il contemporaneo arrivo a Capodichino della principessa Maria Josè diede il «la» alle proteste di piazza. Già durante la mattinata si registrarono i primi tafferugli tra monarchici e comunisti, mentre Maria José veniva invitata dalle autorità a lasciare la città per Lisbona. Arginato a fatica dalla forza pubblica, il movimento spontaneo dei monarchici si riversò nelle strade di Capodimonte la mattina seguente, con camion imbandierati con lo stemma sabaudo. Ciò che la Prefettura aveva temuto nei giorni precedenti divenne realtà: gli insorti assalirono le caserme dei Carabinieri e dell’Esercito in cerca di armi (e della solidarietà dall’Arma, che non arrivò). Durante gli scontri con la Celere, Napoli ebbe il primo morto. Durante l’assedio della caserma dei Carabinieri di Capodimonte, il lancio di bombe a mano ferì mortalmente l’imbianchino 35enne Ciro Martino. La prima vittima tra i «lazzari» fu la premessa di quelle che furono le «Sette giornate di Napoli», una settimana in cui il fantasma della guerra civile si mostrò nuovamente agli occhi degli italiani. La rabbia si sfogò allora non solo contro i comunisti e i partiti del Nord, ma anche contro una Democrazia Cristiana accusata di ambiguità sulla questione della forma dello Stato e senza risparmiare il braccio del partito, il clero. Numerosi furono in quei giorni concitati gli episodi di violenza contro ecclesiastici, malmenati o scherniti per i vicoli della città per non avere apertamente sostenuto la scelta monarchica.
La situazione peggiorò rapidamente il giorno dopo, quando una folla di 5.000 persone si radunò a Vasto per raggiungere piazza del Plebiscito con l’intento simbolico di fare ammainare la bandiera repubblicana e issare nuovamente quella sabauda. Negli scontri con la Celere, i Carabinieri e l’esercito rimase un altro morto sul selciato: si trattava del sedicenne Gaetano d’Alessandro, colpito alla testa da una raffica di mitra. Lo stesso giorno moriva in ospedale un altro minorenne, il 14enne Carlo Russo, ferito il giorno prima negli scontri di piazza.
Il 9 giugno fu segnato dalle esequie del giovanissimo Russo, che aggiunsero rabbia alla rabbia, gettando le premesse di quello che sarà il giorno più nero della settimana dei tumulti di Napoli. Le fila dei sostenitori dei Savoia andavano aumentando con l’arrivo in città di monarchici provenienti da tutto il Meridione, mentre dalla parte delle forze dell’ordine furono chiamati rinforzi dal Nord, nei cui ranghi erano attivi diversi elementi provenienti dalla Resistenza, arruolati nella Celere dopo la guerra. L’11 giugno la protesta raggiunse il climax, alimentata dalla frustrazione per il rifiuto di Umberto II alla richiesta di porsi alla testa di una rivolta lealista e per gli effetti di un secondo funerale, quello dell’adolescente D’Alessandro. Quel giorno, dopo le esequie, la folla imbandierata con i simboli di Casa Savoia puntò alla sede del Partito Comunista di via Medina, in pieno centro cittadino. Lo scopo dei manifestanti era quello di strappare le bandiere della repubblica e quella rossa dalla facciata del palazzo, come già fatto in altre occasioni nei giorni precedenti, ma la situazione precipitò quasi subito, con la Polizia che sparò al primo manifestante che cercava di arrampicarsi per strappare i vessilli. Ne nacque un durissimo scontro a fuoco tra le barricate realizzate con due vetture tranviarie nella quale persero la vita 9 persone tra cui la diciannovenne Ida Cavalieri, investita da un automezzo della Celere mentre gridava, avvolta nella bandiera sabauda, «Viva ‘o rre!». Due furono i caduti tra le forze dell’ordine, decine i feriti. Durante gli scontri, i «luciani», pescatori di Santa Lucia, decisero di dare man forte ai manifestanti assalendo la sede del Comando Marina per impadronirsi delle armi, venendo respinti a fatica dai militari a guardia della caserma.
La strage di via Medina poteva essere l’ìnizio di una guerra tra il Sud e il Nord, vista la solidarietà espressa dai monarchici meridionali alle vittime delle pallottole del nascente Stato repubblicano. Tuttavia la partenza per l’esilio di Umberto II, avvenuta appena 48 ore dopo i fatti, fece sgonfiare i moti lealisti nati dal «ventre di Napoli». Il 18 giugno la Corte di Cassazione confermò la vittoria della repubblica. Ma l’eredità delle «Sette giornate» dei monarchici pesò sulle scelte successive dell’Italia repubblicana. Un illustre napoletano e monarchico, Enrico De Nicola, divenne Capo provvisorio dello Stato, mentre il primo sindaco eletto dopo l’amministrazione prefettizia della città fu l’avvocato Giuseppe Buonocore, anch’egli di ispirazione monarchica ma garante della transizione in quanto padre della Costituente. Mentre si consumavano gli scontri del giugno 1946, dietro le quinte lavorava l’armatore Achille Lauro, fervente sostenitore dei Savoia e futuro deputato per il Partito Nazionale Monarchico. In quei mesi durissimi del 1946 lavorò per ricostituire la sua flotta annientata dalla guerra grazie all’acquisto di naviglio americano residuato. In breve fu in grado di ricostruire un impero nella navigazione commerciale e nelle rotte atlantiche della seconda emigrazione italiana, sostituendosi, per così dire, alla figura del re nel lungo periodo chiamato «laurismo», quello dei mandati di sindaco di Napoli dal 1952 al 1957 e poi ancora nel 1961. Per citare il grande Eduardo de Filippo, «’A nuttata era passata», ma in quella settimana di ottant’anni fa Napoli e l’Italia si erano trovate avvolte da un buio pesto.
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Roberto Saviano e Massimo Gramellini (Ansa)
È una cosa brutta, brutta, brutta. Mi passi una tartina, una coppa di champagne con doppia dose di indignazione. L’hai letto Gramellini? L’hai sentito Saviano? Signora mia, dobbiamo esibire lo sdegno come se fosse l’ultimo tailleur di Armani. Dobbiamo vibrare di riprovazione, siamo sotto choc e anche un po’ sorpresi. Ma davvero gli immigrati vengono qui per essere sfruttati? E noi che pensavamo che venissero solo per pagarci le pensioni…
Non c’è niente di più insopportabile dell’ipocrisia dei salotti chic di fronte alla tragedia della Calabria. Non c’è niente di più insopportabile perché i benpensanti choccati, i Saviano indignati e i Gramellini addolorati dimenticano una verità semplice e evidente a chiunque la voglia vedere. E cioè che l’immigrazione da loro voluta, sostenuta, appoggiata e financo idealizzata, proprio a questo serviva: non a pagare le pensioni, come vanno cianciando da anni, ma ad avere manodopera sottopagata, carne da sacrificare sull’altare dei profitti o (peggio ancora) della criminalità. Gli immigrati sono stati usati come carne da macello per avere manovalanza a basso costo da dare in pasto prima a caporali e delinquenti, e poi all’intero sistema economico. E i nostri indignati speciali lo sapevano benissimo. Per cui risultano oltremodo ipocrite le loro lacrime davanti a quei corpi bruciati: davvero scoprono oggi i caporali? Davvero scoprono oggi i lavoratori sfruttati e sottopagati? E l’inferno dei braccianti?
Sono anni che raccontiamo le baraccopoli dove i braccianti vivono in condizioni disumane sotto gli occhi di tutti. I miei inviati di Fuori dal Coro le conoscono palmo a palmo, baracca per baracca. Borgo Mezzanone (Manfredonia), dove Soumahoro andava a fare proseliti. Rignano Garganico, il Ghetto dei Bulgari (Cerignola), San Ferdinando in Calabria e tutte le altre: quante volte le abbiamo mostrate? E quante volte ci siamo sentiti definire xenofobi e razzisti perché dicevamo che quelle strutture andavano abolite? Eppure non si è mai fatto niente. Nemmeno quando sono arrivati i soldi del Pnrr e ci sono stati milioni a disposizione per abbattere quegli orrori. Non si è fatto nulla. I milioni sono andati persi e le baraccopoli sono ancora lì. E perché? Semplice: perché conviene così. Follow the money. Segui la moneta. A tutti conviene che resti l’illegalità, la massa dei disperati, la manodopera ricattabile disposta a lavorare per nulla.
Ma pensateci: l’immigrazione in generale è servita a questo. Ad avere disperati da sfruttare. Non solo nelle baraccopoli. Non solo con i braccianti. Ho raccontato mille volte l’esempio storico di Monfalcone. Domanda: perché oggi Monfalcone è uno dei centri italiani con la più alta concentrazione di stranieri tanto da rischiare di diventare un avamposto della sharia? Semplice: perché nei cantieri navali sono arrivati i bengalesi che sono disposti a lavorare a condizioni (subappalti su subappalti, meno sicurezza, stipendi più bassi) che gli operai italiani dei cantieri non avrebbero mai accettato. Fateci caso: i diritti dei lavoratori (e gli stipendi) in Italia sono aumentati fino a quando non è cominciata l’immigrazione. Poi con l’immigrazione si è invertito il trend. Per questo l’immigrazione piace tanto ai potenti, ai loro giornali e ai loro cicisbei. Perché è stata l’arma con cui si è realizzata la più grande opera di distruzione dei diritti dei lavoratori mai vista nella storia. E adesso piangono perché scoprono che ci sono lavoratori sfruttati? Ma davvero? Con che coraggio?
Mille volte mi sono sentito dire: gli stranieri fanno lavori che gli italiani non vogliono più fare. Balle. Forse che gli anziani non venivano accuditi quando non c’erano le badanti moldave? Forse che i pomodori non venivano raccolti quando non c’erano i braccianti pakistani? Non è che gli italiani non vogliono fare certi lavori: non li vogliono fare a certe condizioni. Ma l’immigrazione è servita proprio per arrivare a quelle condizioni perché se non accetti un lavoro precario, sottopagato, da sfruttato c’è sempre qualcuno più disperato di te che è disposto a farlo. Come fanno a non capire i benpensanti indignati che se esistono i lavoratori sfruttati è proprio perché c’è qualcuno che ha aperto le braccia all’immigrazione? Come fanno a non capire che l’abisso dell’orrore si nasconde proprio dietro il loro pseudo buonismo e la loro pelosa solidarietà?
Tra qualche giorno l’indignazione passerà, lo sdegno pure, e nei salotti chic dopo lo champagne si parlerà d’altro. Così i caporali (stranieri) continueranno a sfruttare i lavoratori (stranieri) magari evitando i roghi, per attirare un po’ meno l’attenzione. E tutti si dimenticheranno del problema per non dover ammettere che l’unica soluzione possibile è quella che fa più paura. È quella che non si può dire. Si chiama remigrazione.
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