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2021-05-08
Passa in fascia gialla quasi tutta Italia. Ma restiamo ostaggi delle follie dell’Rt
Il consueto bollettino della cabina di regia ieri ci informava che è salito l'indice di contagiosità del coronavirus, passato in Italia dallo 0,85 della scorsa settimana a 0,89. Da lunedì, tutte le Regioni resteranno in fascia gialla, colorazione che tingerà di nuovo Puglia, Basilicata e Calabria mentre la Valle d'Aosta raggiungerà Sicilia e Sardegna in zona arancione. Nessuna retrocessione in «rosso». Cala la pressione su ospedali e terapie intensive, così pure diminuisce l'incidenza settimanale (da 146 è a 127 ogni 100.000 abitanti), ma dipendiamo ancora da quel benedetto Rt per sapere se finiamo in una colorazione diversa, con nuove limitazioni alle libertà personali e pesanti battute d'arresto per l'economia del Paese.
Stiamo parlando di uno dei parametri in base ai quali viene calcolata la capacità di espandersi dell'epidemia, dopo l'applicazione delle misure che dovrebbero contenere il diffondersi del Covid, quindi in una misura contingente. Se l'Rt è superiore a 1, un positivo starebbe contagiando più di una persona: il numero dei casi sarebbe in crescita. Al contrario, un valore inferiore a 1 significherebbe che l'epidemia sta rallentando. Il condizionale è d'obbligo perché l'indice è una stima, perciò relativa, imprecisa, non dà indicazioni sul reale numero delle persone contagiate. Purtroppo anche un singolo caso positivo in più può far balzare l'Rt a valori maggiori di 1, mentre per essere attendibile il valore andrebbe accompagnato dal numero assoluto di casi cui si riferisce. Eppure, anche ieri il presidente dell'Istituto superiore di sanità, Silvio Brusaferro, ha raccomandato «grande attenzione a Rt, deve stare sotto 1».
Da mesi le Regioni chiedono che si cambi metodo nella misurazione dell'andamento della pandemia, per non finire puntualmente penalizzate dopo il report della cabina di regia. «La prima cosa da superare oggi è l'indice Rt», ha detto Massimiliano Fedriga, che lo ritiene poco affidabile perché «quando ci sono pochi casi rischia di salire molto velocemente». Il governatore del Friuli Venezia Giulia, intervenendo ieri a Sky Tg24, spiegava che «i parametri vanno adeguati alla situazione contingente del Paese. Non possiamo immaginare che questa estate, nel pieno della stagione turistica, una Regione che passa da due a otto contagi si ritrovi in zona rossa proprio perché schizza l'Rt». In alternativa, il presidente della Conferenza delle Regioni suggerisce «l'Rt ospedaliero: fa capire se aumentano o diminuiscono le richieste di ospedalizzazione ed è un indicatore che può dare un segnale importante, non una visione distorta». Invece di guardare alle date di inizio sintomi, spesso non comunicate nella loro totalità e che quando i casi sono pochi rischiano di sovrastimare la diffusione del contagio, si considerano quelle di ingresso in ospedale.
La situazione del Veneto è emblematica. Malgrado ieri il tasso di positività fosse all'1,56%, «la minore incidenza della terza ondata», commentava il governatore Luca Zaia, e nonostante da dieci giorni le dimissioni abbiano superato di gran lunga il numero degli ingressi, fino all'ultimo a Venezia si è temuto il passaggio in zona arancione perché l'Rt è 0,95. Anche Zaia insiste per una revisione dei parametri, altrimenti «c'è il rischio che per un calcolo questa estate i turisti si trovino a essere chiusi senza muoversi».
Già rischiamo di riuscire ad attrarre ben pochi vacanzieri, con l'estate alle porte e ancora troppe limitazioni che non incoraggiano un soggiorno nel nostro Paese. Ieri il Financial Times ha dedicato un servizio agli sforzi profusi da alcuni Stati del Sud Europa, utilizzando il Recovery fund per rilanciare il turismo. Ampio spazio veniva dato a quanto stanno facendo Spagna e Grecia, perfino alla Francia (meno legata a pacchetti vacanza «sole e mare») erano riservate più righe che all'Italia, cui si faceva cenno solo per dire che il settore turismo «si prepara a riaprire, utilizzando soldi dell'Ue per questo sforzo» e che ad aprile il governo Draghi «ha vietato l'approdo delle grandi navi da crociera a Venezia».
Sarebbe questa la cartolina del Belpaese che sappiamo offrire? Mentre i tour operator della Croazia da gennaio stanno proponendosi a tedeschi e austriaci come l'alternativa per «salvare le ferie» in sicurezza? Non dimentichiamo che ad aprile la Sardegna era stata pesantemente penalizzata, passando dopo tre settimane da unica Regione bianca alla fascia rossa, perché l'indice Rt era schizzato a 1,54. Non importava che gli altri parametri fossero buoni, con numeri bassi di ricovero nei reparti ordinari e nelle terapie, la retrocessione fu determinata dall'Rt, indice che «viene stimato male e il suo uso è improprio per definire i livelli di rischio», dichiarò alla Nuova Sardegna Antonello Maruotti, professore ordinario di statistica all'università Lumsa di Roma e cofondatore di Stat group 19, gruppo di studi statistici sul Covid 19. Aggiunse: «Se ci fosse stato un caso il primo giorno, 2 il secondo e 3 il terzo, potremmo dedurre che c'è una capacità di contagio altissima. Ma valutare la capacità di contagio partendo da numeri bassi è sbagliato».
Pensiamo alla condizione anche dell'Alto Adige, che ieri ha rischiato di finire tra due giorni in zona arancione perché l'indice è a 1,07. Eppure nella Provincia di Bolzano i positivi sono solo 1.179, nei reparti Covid risultano ricoverate 34 persone, 6 nelle terapie intensive. In territorio altoatesino il coronavirus è praticamente scomparso ma si guarda ancora all'Rt, lanciando messaggi preoccupanti ai turisti che vogliono prenotare vacanze in Italia.
Dubbi sul Tso al liceale «no mask»
Ai compagni di classe aveva appena distribuito un opuscolo che gli avrebbe fornito un uomo misterioso che lui chiama «il costituzionalista» e che ora a Fano bollano tutti come un «no mask». Poi si era incatenato al banco, perché nei giorni scorsi era stato allontanato dall'aula su decisione degli insegnanti. La sua colpa? Protestava contro l'uso della mascherina in classe. E, così, giovedì scorso, dopo due ore durante le quali i docenti avrebbero cercato di farlo desistere, dall'Istituto Olivetti di Fano, nelle Marche, è stato trasferito prima al pronto soccorso, con tanto di pattuglia della polizia, e poi, con un Tso, il trattamento sanitario obbligatorio, è finito in psichiatria. A 18 anni. Per una protesta. Anche i genitori, subito avvertiti e arrivati sul posto, non hanno potuto fare nulla per evitare il Tso.
Marco Ugo Filisetti, direttore generale dell'Ufficio scolastico regionale delle Marche, minimizza: «Non è stata la scuola a decidere per il Tso, ma le autorità sanitarie che, evidentemente, lo hanno ritenuto necessario. Certo l'intervento meno è invasivo e meglio è». A chiamare i sanitari è stata la dirigente scolastica. La situazione, però, si sarebbe complicata non a scuola, ma con i sanitari. Per il Tso si sarebbe quindi optato dopo. «Non abbiamo ancora sentito la dirigente scolastica», precisa Filisetti, che esclude elementi tali da poter giustificare l'invio degli ispettori. Ieri mattina, però, davanti all'istituto scolastico, i compagni del diciottenne si sono riuniti per protestare. È stata la dirigente scolastica a spiegare che il «costituzionalista», che le autorità scolastiche conoscono, è una persona che starebbe plagiando il ragazzo.
«Sarei scesa per dargli un pugno in faccia, perché lo ha plagiato e questa storia mi addolora profondamente, soprattutto come mamma», ha detto la preside al Resto del Carlino, aggiungendo che il diciottenne con il cellulare in viva voce parlava con questa persona che gli avrebbe anche suggerito che se la polizia lo avesse portato via con la forza sarebbe stata una aggravante per gli agenti. «Se mi dovessero chiamare dirò tutto», ha detto la preside. Ma dalla scuola non sono partite denunce.
Il giovane ha una buona condotta e un buon rendimento scolastico, ma stando alle ricostruzioni della dirigente scolastica e dei prof sarebbe stato suggestionato da un cinquantenne, suo amico, che lo avrebbe convinto alle azioni di protesta contro la mascherina. Il ragazzo a telefono ha spiegato di stare bene e di aver saputo che rimarrà per una settimana in ospedale. Una dottoressa lo avrebbe privato di oggetti ritenuti pericolosi e gli sarebbero stati somministrati dei calmanti. E prima che gli venisse tolto anche il cellulare, ha detto: «I miei genitori non sono con me». «Si porti subito questo ragazzo in seno alla sua famiglia e si assista lui e i suoi cari con quella prossimità necessaria e di civiltà», ha commentato Vito Inserra dell'associazione Libera-mente. Il senatore della Lega Armando Siri, invece, ha fatto sapere che sta raccogliendo dettagli sulla vicenda: «Ha dell'incredibile», ha commentato, «andrò a fondo».
Massimo Seri, il sindaco di Fano che ha firmato il ricovero, ha spiegato: «È un atto dovuto, perché il ricovero forzato deve essere proposto da un medico e controfirmato da un altro collega. La firma del sindaco è solo una formalità». Il ricovero, poi, dovrà essere validato anche da un giudice del tribunale. La polemica è tutta concentrata sul misterioso «costituzionalista». Ma è il ragazzo a pagarne le conseguenze.
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L'Iss insiste: «Deve rimanere sotto l'1». L'indice però è discusso e può penalizzare il turismo. Regioni alla carica: «Va cambiato».Il diciottenne di Fano ha una buona condotta e buoni voti. Tuttavia, secondo i prof, sarebbe stato plagiato da un amico cinquantenne, che lui chiama «il costituzionalista».Lo speciale contiene due articoli.Il consueto bollettino della cabina di regia ieri ci informava che è salito l'indice di contagiosità del coronavirus, passato in Italia dallo 0,85 della scorsa settimana a 0,89. Da lunedì, tutte le Regioni resteranno in fascia gialla, colorazione che tingerà di nuovo Puglia, Basilicata e Calabria mentre la Valle d'Aosta raggiungerà Sicilia e Sardegna in zona arancione. Nessuna retrocessione in «rosso». Cala la pressione su ospedali e terapie intensive, così pure diminuisce l'incidenza settimanale (da 146 è a 127 ogni 100.000 abitanti), ma dipendiamo ancora da quel benedetto Rt per sapere se finiamo in una colorazione diversa, con nuove limitazioni alle libertà personali e pesanti battute d'arresto per l'economia del Paese. Stiamo parlando di uno dei parametri in base ai quali viene calcolata la capacità di espandersi dell'epidemia, dopo l'applicazione delle misure che dovrebbero contenere il diffondersi del Covid, quindi in una misura contingente. Se l'Rt è superiore a 1, un positivo starebbe contagiando più di una persona: il numero dei casi sarebbe in crescita. Al contrario, un valore inferiore a 1 significherebbe che l'epidemia sta rallentando. Il condizionale è d'obbligo perché l'indice è una stima, perciò relativa, imprecisa, non dà indicazioni sul reale numero delle persone contagiate. Purtroppo anche un singolo caso positivo in più può far balzare l'Rt a valori maggiori di 1, mentre per essere attendibile il valore andrebbe accompagnato dal numero assoluto di casi cui si riferisce. Eppure, anche ieri il presidente dell'Istituto superiore di sanità, Silvio Brusaferro, ha raccomandato «grande attenzione a Rt, deve stare sotto 1».Da mesi le Regioni chiedono che si cambi metodo nella misurazione dell'andamento della pandemia, per non finire puntualmente penalizzate dopo il report della cabina di regia. «La prima cosa da superare oggi è l'indice Rt», ha detto Massimiliano Fedriga, che lo ritiene poco affidabile perché «quando ci sono pochi casi rischia di salire molto velocemente». Il governatore del Friuli Venezia Giulia, intervenendo ieri a Sky Tg24, spiegava che «i parametri vanno adeguati alla situazione contingente del Paese. Non possiamo immaginare che questa estate, nel pieno della stagione turistica, una Regione che passa da due a otto contagi si ritrovi in zona rossa proprio perché schizza l'Rt». In alternativa, il presidente della Conferenza delle Regioni suggerisce «l'Rt ospedaliero: fa capire se aumentano o diminuiscono le richieste di ospedalizzazione ed è un indicatore che può dare un segnale importante, non una visione distorta». Invece di guardare alle date di inizio sintomi, spesso non comunicate nella loro totalità e che quando i casi sono pochi rischiano di sovrastimare la diffusione del contagio, si considerano quelle di ingresso in ospedale. La situazione del Veneto è emblematica. Malgrado ieri il tasso di positività fosse all'1,56%, «la minore incidenza della terza ondata», commentava il governatore Luca Zaia, e nonostante da dieci giorni le dimissioni abbiano superato di gran lunga il numero degli ingressi, fino all'ultimo a Venezia si è temuto il passaggio in zona arancione perché l'Rt è 0,95. Anche Zaia insiste per una revisione dei parametri, altrimenti «c'è il rischio che per un calcolo questa estate i turisti si trovino a essere chiusi senza muoversi». Già rischiamo di riuscire ad attrarre ben pochi vacanzieri, con l'estate alle porte e ancora troppe limitazioni che non incoraggiano un soggiorno nel nostro Paese. Ieri il Financial Times ha dedicato un servizio agli sforzi profusi da alcuni Stati del Sud Europa, utilizzando il Recovery fund per rilanciare il turismo. Ampio spazio veniva dato a quanto stanno facendo Spagna e Grecia, perfino alla Francia (meno legata a pacchetti vacanza «sole e mare») erano riservate più righe che all'Italia, cui si faceva cenno solo per dire che il settore turismo «si prepara a riaprire, utilizzando soldi dell'Ue per questo sforzo» e che ad aprile il governo Draghi «ha vietato l'approdo delle grandi navi da crociera a Venezia». Sarebbe questa la cartolina del Belpaese che sappiamo offrire? Mentre i tour operator della Croazia da gennaio stanno proponendosi a tedeschi e austriaci come l'alternativa per «salvare le ferie» in sicurezza? Non dimentichiamo che ad aprile la Sardegna era stata pesantemente penalizzata, passando dopo tre settimane da unica Regione bianca alla fascia rossa, perché l'indice Rt era schizzato a 1,54. Non importava che gli altri parametri fossero buoni, con numeri bassi di ricovero nei reparti ordinari e nelle terapie, la retrocessione fu determinata dall'Rt, indice che «viene stimato male e il suo uso è improprio per definire i livelli di rischio», dichiarò alla Nuova Sardegna Antonello Maruotti, professore ordinario di statistica all'università Lumsa di Roma e cofondatore di Stat group 19, gruppo di studi statistici sul Covid 19. Aggiunse: «Se ci fosse stato un caso il primo giorno, 2 il secondo e 3 il terzo, potremmo dedurre che c'è una capacità di contagio altissima. Ma valutare la capacità di contagio partendo da numeri bassi è sbagliato». Pensiamo alla condizione anche dell'Alto Adige, che ieri ha rischiato di finire tra due giorni in zona arancione perché l'indice è a 1,07. Eppure nella Provincia di Bolzano i positivi sono solo 1.179, nei reparti Covid risultano ricoverate 34 persone, 6 nelle terapie intensive. In territorio altoatesino il coronavirus è praticamente scomparso ma si guarda ancora all'Rt, lanciando messaggi preoccupanti ai turisti che vogliono prenotare vacanze in Italia.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/passa-in-fascia-gialla-quasi-tutta-italia-ma-restiamo-ostaggi-delle-follie-dellrt-2652917787.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dubbi-sul-tso-al-liceale-no-mask" data-post-id="2652917787" data-published-at="1620417900" data-use-pagination="False"> Dubbi sul Tso al liceale «no mask» Ai compagni di classe aveva appena distribuito un opuscolo che gli avrebbe fornito un uomo misterioso che lui chiama «il costituzionalista» e che ora a Fano bollano tutti come un «no mask». Poi si era incatenato al banco, perché nei giorni scorsi era stato allontanato dall'aula su decisione degli insegnanti. La sua colpa? Protestava contro l'uso della mascherina in classe. E, così, giovedì scorso, dopo due ore durante le quali i docenti avrebbero cercato di farlo desistere, dall'Istituto Olivetti di Fano, nelle Marche, è stato trasferito prima al pronto soccorso, con tanto di pattuglia della polizia, e poi, con un Tso, il trattamento sanitario obbligatorio, è finito in psichiatria. A 18 anni. Per una protesta. Anche i genitori, subito avvertiti e arrivati sul posto, non hanno potuto fare nulla per evitare il Tso. Marco Ugo Filisetti, direttore generale dell'Ufficio scolastico regionale delle Marche, minimizza: «Non è stata la scuola a decidere per il Tso, ma le autorità sanitarie che, evidentemente, lo hanno ritenuto necessario. Certo l'intervento meno è invasivo e meglio è». A chiamare i sanitari è stata la dirigente scolastica. La situazione, però, si sarebbe complicata non a scuola, ma con i sanitari. Per il Tso si sarebbe quindi optato dopo. «Non abbiamo ancora sentito la dirigente scolastica», precisa Filisetti, che esclude elementi tali da poter giustificare l'invio degli ispettori. Ieri mattina, però, davanti all'istituto scolastico, i compagni del diciottenne si sono riuniti per protestare. È stata la dirigente scolastica a spiegare che il «costituzionalista», che le autorità scolastiche conoscono, è una persona che starebbe plagiando il ragazzo. «Sarei scesa per dargli un pugno in faccia, perché lo ha plagiato e questa storia mi addolora profondamente, soprattutto come mamma», ha detto la preside al Resto del Carlino, aggiungendo che il diciottenne con il cellulare in viva voce parlava con questa persona che gli avrebbe anche suggerito che se la polizia lo avesse portato via con la forza sarebbe stata una aggravante per gli agenti. «Se mi dovessero chiamare dirò tutto», ha detto la preside. Ma dalla scuola non sono partite denunce. Il giovane ha una buona condotta e un buon rendimento scolastico, ma stando alle ricostruzioni della dirigente scolastica e dei prof sarebbe stato suggestionato da un cinquantenne, suo amico, che lo avrebbe convinto alle azioni di protesta contro la mascherina. Il ragazzo a telefono ha spiegato di stare bene e di aver saputo che rimarrà per una settimana in ospedale. Una dottoressa lo avrebbe privato di oggetti ritenuti pericolosi e gli sarebbero stati somministrati dei calmanti. E prima che gli venisse tolto anche il cellulare, ha detto: «I miei genitori non sono con me». «Si porti subito questo ragazzo in seno alla sua famiglia e si assista lui e i suoi cari con quella prossimità necessaria e di civiltà», ha commentato Vito Inserra dell'associazione Libera-mente. Il senatore della Lega Armando Siri, invece, ha fatto sapere che sta raccogliendo dettagli sulla vicenda: «Ha dell'incredibile», ha commentato, «andrò a fondo». Massimo Seri, il sindaco di Fano che ha firmato il ricovero, ha spiegato: «È un atto dovuto, perché il ricovero forzato deve essere proposto da un medico e controfirmato da un altro collega. La firma del sindaco è solo una formalità». Il ricovero, poi, dovrà essere validato anche da un giudice del tribunale. La polemica è tutta concentrata sul misterioso «costituzionalista». Ma è il ragazzo a pagarne le conseguenze.
Andrea Orcel (Ansa)
A suggerire la validità dell’integrazione fra Milano e Siena è un report di Deutsche Bank, che mette in fila le ragioni industriali dell’eventuale accordo. Unicredit, integrando Mps, potrebbe sfruttarne i prodotti nella gestione patrimoniale e nella distribuzione specializzata nel private banking. Detto più semplicemente: rafforzare la presenza dove oggi il gruppo di Piazza Aulenti mostra un punto debole piuttosto evidente. Oltre 1.000 consulenti finanziari, una distribuzione di fascia alta che consentirebbe al gruppo guidato da Orcel di consolidare il presidio sul segmento più redditizio. Un salto che, sempre secondo Deutsche Bank, migliorerebbe anche una posizione già forte nel credito al consumo e aprirebbe la porta a sinergie rilevanti considerato che nel portafoglio di Mps ora c’è anche Mediobanca. Insomma, ci sarebbe possibilità di «sfruttare ed espandere l’attività della banca d’affari attraverso la rete europea di Unicredit». Insomma, Siena come snodo, non come fardello.
A dare consistenza alle voci contribuiscono dettagli non certo secondari. A cominciare dagli ottimi rapporti personali. A volere Orcel alla guida di Unicredit dopo la fallimentare esperienza di Jean Pierre Mustier era stato proprio Leonardo Del Vecchio. Una scelta certamente azzeccata considerando che il titolo è passato da meno di 9 euro ai 71 attuali. A questo bisogna aggiungere che Orcel è membro del consiglio d’amministrazione della Fondazione Del Vecchio insieme a Francesco Milleri, presidente di Delfin. Una consuetudine che rende probabile il successo della trattativa per la vendita della partecipazione in Mps. Tanto più che gli eredi Del Vecchio premono per fare liquidità e chiudere dopo quasi quattro anni la successione al vecchio Leonardo.
E mentre il dossier Mps resta sullo sfondo, un altro cda si prepara a entrare nel vivo: quello di Banco Bpm. Il prossimo 20 gennaio il consiglio di Piazza Meda affronterà la revisione dello statuto e farà il punto sulla lista da presentare per il rinnovo del board di aprile. Qui la variabile francese si chiama Credit Agricole, autorizzato dalla Bce a salire sopra il 20% ma con una serie di raccomandazioni molto precise sulla governance. Traduzione: contare sì, comandare no.
I francesi, almeno per ora, hanno promesso di restare sotto la soglia dell’opa - oggi al 25%, domani al 30% con il nuovo Tuf - ma avranno comunque la forza per condizionare le strategie di Bpm sul terreno delle aggregazioni. Il loro obiettivo è di avere almeno cinque consiglieri su 15. Una rappresentanza di peso. Soprattutto considerando che fino a ora i francesi non esprimevano nessun consigliere.
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Alessandro Giuli (Ansa)
Il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, batte un colpo. «Anzi», dice alla Verità, «sparo un colpo di cannone, se non trovo ostacoli che mi bagnano le polveri. Userò la legge delega per bonificare il sistema perverso che ho ereditato», annuncia. Speriamo sia la volta buona. Perché ci è voluta la notizia del finanziamento con il tax credit di quasi 800.000 euro (su 2,4 milioni di budget) del ministero di via del Collegio romano alla pessima docuserie su Fabrizio Corona visibile su Netflix per svelare che, nonostante le promesse dopo l’inchiesta di Davide Perego su questo giornale, in realtà le cose continuavano tranquillamente come prima. La prova sta nella data - 23 dicembre 2025 - del decreto di approvazione dei finanziamenti ai cinque episodi di Io sono notizia diretti da Massimo Cappello per la casa di produzione Bloom media house.
Insieme al documentario di Netflix, numerose altre serie tv per Sky e Paramount+ (Call my agent, Gomorra - Le origini, Vita da Carlo fra le altre) e opere cinematografiche (da Parthenope a Buen camino) hanno ottenuto il sostegno del credito d’imposta grazie al provvedimento firmato dal nuovo direttore generale del dipartimento Cinema e audiovisivo, Giorgio Carlo Brugnoni, subentrato a Nicola Borrelli, dimessosi nel luglio scorso in seguito alla scoperta degli 863.595 euro percepiti, attraverso Coevolution srl, da Francis Kaufmann, il finto regista ora in carcere con l’accusa di omicidio della compagna Anastasia Trofimova e della figlia Andromeda nel parco di Villa Pamphili a Roma. Stavolta non ci saranno dimissioni perché, anche se ancora non sembra, il processo di revisione del sistema di finanziamenti a film, documentari e serie tv è stato avviato. Dal punto di vista strettamente tecnico, osserva un funzionario, il tax credit alla serie sull’ex re dei paparazzi non era rifiutabile con il sistema in vigore. Che, infatti, con il limite della pazienza, si aspetta venga cambiato.
Sciogliere le incrostazioni di decenni di ministri di sinistra organici agli autori d’area richiede un certo lasso di tempo. Ma c’è da augurarsi che «il caso Corona-Netflix» imprima un’accelerazione al processo. Un segnale in questa direzione sembra venire dalle audizioni di ieri in commissione Cultura della Camera che hanno confermato, come annunciato dal presidente Federico Mollicone, la validità dell’impianto normativo della legge delega in vista di «un rafforzamento industriale del comparto». In particolare, è stata definita l’adozione di strumenti per «una gestione più efficiente della tesoreria del Fondo attraverso intermediari bancari vigilati» e per «il rafforzamento delle competenze tecniche del ministero, insieme al potenziamento dei controlli sul credito d’imposta, anche attraverso figure come il tax credit manager».
Ci si augura che queste misure siano sufficienti per «bonificare il sistema perverso ereditato», secondo le parole del ministro. Perché i meccanismi di finanziamento conservano una farraginosità nella quale si allargano le zone grigie. Per fare un esempio, le opere che sbancando il botteghino, tipo Buen camino, fresco campione d’incassi del cinema italiano, dimostrano di non aver bisogno del tax credit, potrebbero essere oggetto di un ricalcolo. Cosicché, a fine corsa, il ministero potrebbe chiedere la restituzione dei quasi otto milioni assegnati al film del duo Zalone-Nunziante, magari per girarli a produzioni più povere. Al contrario, all’interno di una valutazione culturale più che di cassa, potrebbero avere una loro motivazione i due milioni di tax credit, su quattro di budget, a un film non riuscitissimo come Albatross, di Giulio Base, sulla storia di Almerigo Grilz. Certe opere che colmano un vuoto devono essere più pesate che calcolate. Perché queste valutazioni trovino spazio è auspicabile una riduzione degli automatismi consentiti dal meccanismo teoricamente asettico del tax credit per far spazio al lavoro di più commissioni dove decidere anche a maggioranza l’assegnazione dei finanziamenti. Insomma, i margini di intervento ci sono.
Ma forse, più che dal grande e meritato successo di Buen camino, il vero cambio di egemonia dipende dalla rimozione delle troppe incrostazioni sedimentate nei livelli amministrativi di certi ministeri. Quelle che, per esempio, nel 2023 hanno consentito di elargire 6.518.715 euro di tax credit (su 26.439.067 di budget) alla serie Supersex su Rocco Siffredi, prodotta da The Apartment e Groenlandia sempre per Netflix. Pochi giorni dopo il rilascio sulla piattaforma, il sottosegretario del ministero della Cultura, Gianmarco Mazzi, stigmatizzò pubblicamente il fatto, auspicando un radicale cambio di rotta nella gestione dei fondi. Peraltro, detto senza moralismi, in quel caso, ritraendo la vita di un pornoattore di successo, non si prefigurava l’incitamento all’uso della pornografia, possibile causa di negazione del finanziamento?
Comunque sia, era il 14 marzo 2024 quando Mazzi manifestava il suo disappunto. Da Rocco Siffredi a Fabrizio Corona sono trascorsi un anno e dieci mesi. Ma il problema sussiste.
Zerocalcare disegna «Due spicci» ma prende 3 milioni
The Iris Affair - Missione ad alto rischio è «una miniserie televisiva anglo-italiana ideata da Neil Cross e diretta da Terry McDonough e Sarah O’Gorman», recita Wikipedia. Prodotta da Sky Studios e Fremantle, è stata girata in Italia, dalla Sardegna a Campo Imperatore sul Gran Sasso. Visibile da metà ottobre 2025 sul canale Sky Atlantic, le otto puntate sono le vincitrici della speciale classifica delle produzioni più generosamente finanziate dal ministero della Cultura attraverso il tax credit nel corso del 2025: ben 14,2 milioni di sovvenzioni sono stati garantiti al prodotto. Mica pochi. Secondo posto del podio per la serie italo-francese di Luxvide, Sandokan, ideata da Luca Bernabei e interpretata da Can Yaman e Alessandro Preziosi: qui ci ferma poco sopra gli otto milioni di euro di sussidi, 8,1 per l’esattezza. Medaglia di bronzo per Motor valley, sei episodi visibili su Netflix a partire dal 10 febbraio 2026, ideati da Francesca Manieri, Gianluca Bernardini e Matteo Rovere e con protagonisti Luca Argentero e Giulia Michelini. Qui il tax credit ha garantito ai produttori 7,6 milioni di vantaggi fiscali. Le produzioni in cima alla lunga classifica ufficiale del ministero della Cultura fanno, da sole, quasi 30 milioni di euro di sovvenzioni elargite a colossi della streaming, del satellite o a televisioni già sovvenzionate con il canone. Ce n’era bisogno? Piattaforme e canali che chiedono abbonamenti sempre più onerosi per godere dei loro servizi devono essere davvero finanziate in maniera così generosa? In parole povere: non possono camminare con le proprie gambe? The Beauty è una serie thriller internazionale FX creata da Ryan Murphy. in arrivo su Disney+. La stagione, composta da 11 puntate, ha ricevuto 6,1 milioni di tax credit. Sono 5,6, invece, i milioni assicurati alla produzione della quinta stagione di Emily in Paris, con Lily Collins (solo 1,6, invece, quelli assicurati alla quarta stagione). Questi sono quelli richiesti dalla 360 Degrees Film srl, una delle società produttrici. L’altra, la Zeuca Film, ha fatto analogamente richiesta di tax credit, ottenendo l’ok per 2,3 milioni. A quanto risulta dai dati ministeriali, dunque, la serie (bollata così da The New Yorker: «La serie è così povera di trama e di cose che succedono che si può direttamente tenere in sottofondo mentre facciamo qualche altra cosa») ha avuto 7,9 milioni di sgravi. Altri maxi importi sono stati garantiti a Il paradiso delle signore (settima stagione, 5,4 milioni), Regina del Sud (sempre di Luxvide, 5,3), La scuola di Ivan Silvestrini (prodotta da Picomedia, visibile su Netflix, 4,9 milioni). Nord Sud Ovest Est, la serie sulla genesi del gruppo 883 di Sky, ha beneficiato di 4,7 milioni. Gomorra - Le origini, prequel della serie tratta dal libro di Roberto Saviano, si è assicurata 4,5 milioni di euro. Altri 4 milioni sono finiti a Luxvide per la terza stagione di Blanca, 3,3 sono stati assicurati a Il falsario di Netflix, con Pietro Castellitto. Alessandro Gassmann, uno degli attori più presenti nella classifica dei film-flop sovvenzionati dagli italiani sui cui La Verità aveva rendicontato in estate, è il protagonista della serie Rai Un professore 3 che si è assicurata 3,3 milioni di tax. Gassmann ha diretto anche il film per la televisione Questi fantasmi: un milione di aiuti anche qui. ZeroZeroZero è una miniserie televisiva italo-franco-statunitense creata da Stefano Sollima. I primi otto episodi, prodotti per Sky Atlantic, Canal+ e Prime Video, erano stati trasmessi nel 2020: cinque anni dopo, un milioncino di tax credit non si nega. Alla quinta e la sesta stagione di Mare fuori sono arrivati complessivamente 6,5 milioni, a Call my agenti Italia (terza stagione), visibile su Sky, 3,2. Uno sbirro in Appennino è la nuova fiction di Rai 1 con protagonista Claudio Bisio: uscirà nel corso dell’anno, 3,1 i milioni di tax credit assicurati dal Mic. Sempre su Netflix arriverà, nel corso dell’anno, pure la serie Due spicci: di nome, ma non di fatto visto che gli episodi della serie animata di Zerocalcare (Michele Rech) e con Valerio Mastrandrea nel ruolo dell’Armadillo ha avuto un bonus ministeriale di 3 milioni. E che dire, infine, della serie Fbi International? La quarta stagione, agevolata per 1,5 milioni, è stata anche l’ultima visto che la serie è stata cancellata a causa del calo degli ascolti.
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Ecco #DimmiLaVerità del 14 gennaio 2026. Il presidente della Commissione Sanità del Senato Francesco Zaffini: finalmente anche l'Oms non parla più di Covid.
La manifestazione a sostegno delle proteste antigovernative in Iran a Milano (Getty Images). Nel riquadro a sinistra Aysan Ahmadi, in quello a destra Hana Namdari.
Le testimonianze di Aysan Ahmadi e Hana Namdari raccontano una protesta diffusa contro il regime degli ayatollah, tra repressione, blackout informativi e migliaia di vittime. Dalla diaspora l’appoggio a Reza Pahlavi, indicato come figura di riferimento per il futuro dell’Iran, e l’appello a un intervento internazionale.
Mentre in Iran le proteste contro il regime degli ayatollah non accennano a fermarsi e in migliaia restano nelle strade e nelle piazze nel tentativo di abbattere la Repubblica Islamica, la diaspora rimane molto attiva e organizza manifestazioni in tutto il mondo. Anche in Italia, sia a Roma che a Milano, gli iraniani hanno manifestato contro gli ayatollah e soprattutto in appoggio a fratelli, sorelle, figli e amici che rischiano la vita nel loro Paese.
Aysan Ahmadi è un’attivista che vive nel nostro Paese e una donna decisa. «Siamo in piazza per cacciare dall’Iran Ali Khamenei, le situazione è molto peggiore di quello che si dice perché con il blocco di internet arriva soltanto l’1% dei crimini del regime. Le nostre fonti parlano di almeno 12000 morti, senza contare il numero degli arrestati che potrebbe essere doppio o triplo. Dopo l’appello del Principe Reza Pahlavi sono scesi tutti in strada a protestare, perché lui è una figura cha da fiducia per il futuro dell’Iran. Quando ci saremo liberati sarà necessario un referendum per decidere se vogliamo la monarchia o la repubblica, ma adesso l’importante è cacciare il regime». Le proteste sono dilagate in tutto il paese mediorientale e sono iniziate per la difficile situazione economica. «L’economia in difficoltà è stata soltanto la scusa per far partire la rivolta verso questo governo che uccide la nostra gente. Da Teheran, la mia città natale, mi dicono che ci sono miliziani che parlano arabo e che sparano sui manifestanti. Tutta la nazione è in rivolta anche i centri più tradizionalisti come Mashad o Qom e non è vero che il movimento non ha un leader: il suo nome è Reza Pahlavi e gli slogan scanditi per strada sono Lunga Vita allo Shah e Questa è l’ultima battaglia e Pahlavi tornerà!” La polizia sta inviando messaggi alle famiglie perché convincano i figli a restare a casa ed anche agli iraniani all’estero arrivano messaggi simili. «Ai padri e alle madri scrivono che se i figli non restano a casa verranno uccisi, mentre a noi ha scritto l’ambasciata per convincerci a calmare i parenti. L’Australia ha già espulso l’ambasciatore dell’Iran e adesso mi aspetto che l’Europa faccia lo stesso. Oltre il 90% della popolazione è in rivolta e le foto della contro manifestazioni del regime sono fatte con l’intelligenza artificiale e si vede benissimo che sono dei falsi».
Aysan Ahmadi ha le idee molto chiare per il futuro della sua patria. «Qualche politico coinvolto con gli ayatollah proverà a riciclarsi come riformista, ma non vogliamo avere niente a che fare con loro. Nemmeno i Mujahedin-e Khalq sono affidabili, sono come la Repubblica Islamica, fingono di essere oppositori e sono stati una delle causa del crollo della monarchia dello Shah. Io sono favorevole all’intervento militare degli Stati Uniti perché il nostro popolo è disarmato e non ha modo di difendersi». Hana Namdari è una giornalista ed oppositrice del regime che non può rientrare nel suo paese. «Il dissenso nel mio paese va avanti da 40 anni, il popolo iraniano si è sollevato più volte contro il regime, questa volta, il messaggio è chiaro: la popolazione chiede una trasformazione radicale. Non è vero che i movimenti del passato sono scomparsi, hanno continuato ad esistere, anche se il mondo ha chiuso gli occhi e le orecchie di fronte alla voce del popolo iraniano. Se la comunità internazionale avesse sostenuto il popolo iraniano, forse non saremmo giunti a una situazione così drammatica. Tutti i movimenti hanno sempre avuto delle figure di riferimento, anche se il regime ha cercato, con grande crudeltà e strategie mirate, di dividere la popolazione lungo linee etniche, religiose e politiche. Questa volta, ciò che distingue questo movimento è proprio la chiarezza dell’obiettivo: il cambiamento radicale del paese. Molti cittadini invocano il ritorno del principe Reza Pahlavi, figlio dello Shah, auspicando una nuova era. In questo senso, possiamo dire che oggi il popolo ha un leader riconosciuto». Anche Hana Namdari vede nel figlio dell’ultimo Shah una figura chiave per il nuovo Iran. «Oggi si fa la storia in Iran, ma non sappiamo nemmeno il numero delle vittime, fonti attendibili parlano di un range tra i 20.000 e i 25.000, ma non avremo mai dati certi. Ogni singola vita merita rispetto e giustizia e ogni perdita è un richiamo alla nostra coscienza».
Per quanto riguarda l’intervento diretto degli Stati Uniti Hana Namdari ribadisce che il popolo iraniano non va più lasciato da solo a combattere. «In molti citano l’esempio dell’Afganistan o dell’Iraq, ma a Teheran la situazione è diversa. Queste decisioni richiedono tempo e riflessione, ma la storia ci insegna che se il popolo iraniano viene lasciato solo, il regime può resistere e quindi un intervento delle autorità internazionali può essere determinante. Se gli Stati Uniti e Israele avessero continuato a indebolire il regime, forse avremmo già visto la sua caduta. Purtroppo, oggi la popolazione iraniana è ostaggio degli ayatollah e quindi l’intervento esterno potrebbe rivelarsi necessario». Nemmeno la Namdari vede positivamente il coinvolgimento dei Mujahedin-e Khalq. «Come donna iraniana vedo che la loro leader Maryam Rajavi porta il velo e si presenta in modo tradizionale. Questo contrasta con il movimento Donna, Vita, Libertà, che ha visto le donne iraniane rimuovere il velo come atto di disobbedienza civile. Mi chiedo come i Mujahedin-e Khalq possano effettivamente rappresentare il popolo iraniano e non credo che abbiano un posto nel cuore del popolo iraniano. Ripeto che l’unica figura di riferimento rimane il principe Reza Pahlavi, perché vediamo in lui un simbolo della continuità della vera identità iraniana, che per secoli è stata messa in discussione dall’arrivo dell’Islam e dall’invasione araba. Oggi molti invocano il suo ritorno, vedendolo come il simbolo di un’identità persiana perduta. Questo ci fa pensare che, così come abbiamo vissuto un rinascimento culturale tra il 1925 e il 1979, anche oggi, con la guida di una figura come il principe Reza Pahlavi, potremmo essere vicini a un nuovo rinascimento iraniano persiano».
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