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2021-05-08
Passa in fascia gialla quasi tutta Italia. Ma restiamo ostaggi delle follie dell’Rt
Il consueto bollettino della cabina di regia ieri ci informava che è salito l'indice di contagiosità del coronavirus, passato in Italia dallo 0,85 della scorsa settimana a 0,89. Da lunedì, tutte le Regioni resteranno in fascia gialla, colorazione che tingerà di nuovo Puglia, Basilicata e Calabria mentre la Valle d'Aosta raggiungerà Sicilia e Sardegna in zona arancione. Nessuna retrocessione in «rosso». Cala la pressione su ospedali e terapie intensive, così pure diminuisce l'incidenza settimanale (da 146 è a 127 ogni 100.000 abitanti), ma dipendiamo ancora da quel benedetto Rt per sapere se finiamo in una colorazione diversa, con nuove limitazioni alle libertà personali e pesanti battute d'arresto per l'economia del Paese.
Stiamo parlando di uno dei parametri in base ai quali viene calcolata la capacità di espandersi dell'epidemia, dopo l'applicazione delle misure che dovrebbero contenere il diffondersi del Covid, quindi in una misura contingente. Se l'Rt è superiore a 1, un positivo starebbe contagiando più di una persona: il numero dei casi sarebbe in crescita. Al contrario, un valore inferiore a 1 significherebbe che l'epidemia sta rallentando. Il condizionale è d'obbligo perché l'indice è una stima, perciò relativa, imprecisa, non dà indicazioni sul reale numero delle persone contagiate. Purtroppo anche un singolo caso positivo in più può far balzare l'Rt a valori maggiori di 1, mentre per essere attendibile il valore andrebbe accompagnato dal numero assoluto di casi cui si riferisce. Eppure, anche ieri il presidente dell'Istituto superiore di sanità, Silvio Brusaferro, ha raccomandato «grande attenzione a Rt, deve stare sotto 1».
Da mesi le Regioni chiedono che si cambi metodo nella misurazione dell'andamento della pandemia, per non finire puntualmente penalizzate dopo il report della cabina di regia. «La prima cosa da superare oggi è l'indice Rt», ha detto Massimiliano Fedriga, che lo ritiene poco affidabile perché «quando ci sono pochi casi rischia di salire molto velocemente». Il governatore del Friuli Venezia Giulia, intervenendo ieri a Sky Tg24, spiegava che «i parametri vanno adeguati alla situazione contingente del Paese. Non possiamo immaginare che questa estate, nel pieno della stagione turistica, una Regione che passa da due a otto contagi si ritrovi in zona rossa proprio perché schizza l'Rt». In alternativa, il presidente della Conferenza delle Regioni suggerisce «l'Rt ospedaliero: fa capire se aumentano o diminuiscono le richieste di ospedalizzazione ed è un indicatore che può dare un segnale importante, non una visione distorta». Invece di guardare alle date di inizio sintomi, spesso non comunicate nella loro totalità e che quando i casi sono pochi rischiano di sovrastimare la diffusione del contagio, si considerano quelle di ingresso in ospedale.
La situazione del Veneto è emblematica. Malgrado ieri il tasso di positività fosse all'1,56%, «la minore incidenza della terza ondata», commentava il governatore Luca Zaia, e nonostante da dieci giorni le dimissioni abbiano superato di gran lunga il numero degli ingressi, fino all'ultimo a Venezia si è temuto il passaggio in zona arancione perché l'Rt è 0,95. Anche Zaia insiste per una revisione dei parametri, altrimenti «c'è il rischio che per un calcolo questa estate i turisti si trovino a essere chiusi senza muoversi».
Già rischiamo di riuscire ad attrarre ben pochi vacanzieri, con l'estate alle porte e ancora troppe limitazioni che non incoraggiano un soggiorno nel nostro Paese. Ieri il Financial Times ha dedicato un servizio agli sforzi profusi da alcuni Stati del Sud Europa, utilizzando il Recovery fund per rilanciare il turismo. Ampio spazio veniva dato a quanto stanno facendo Spagna e Grecia, perfino alla Francia (meno legata a pacchetti vacanza «sole e mare») erano riservate più righe che all'Italia, cui si faceva cenno solo per dire che il settore turismo «si prepara a riaprire, utilizzando soldi dell'Ue per questo sforzo» e che ad aprile il governo Draghi «ha vietato l'approdo delle grandi navi da crociera a Venezia».
Sarebbe questa la cartolina del Belpaese che sappiamo offrire? Mentre i tour operator della Croazia da gennaio stanno proponendosi a tedeschi e austriaci come l'alternativa per «salvare le ferie» in sicurezza? Non dimentichiamo che ad aprile la Sardegna era stata pesantemente penalizzata, passando dopo tre settimane da unica Regione bianca alla fascia rossa, perché l'indice Rt era schizzato a 1,54. Non importava che gli altri parametri fossero buoni, con numeri bassi di ricovero nei reparti ordinari e nelle terapie, la retrocessione fu determinata dall'Rt, indice che «viene stimato male e il suo uso è improprio per definire i livelli di rischio», dichiarò alla Nuova Sardegna Antonello Maruotti, professore ordinario di statistica all'università Lumsa di Roma e cofondatore di Stat group 19, gruppo di studi statistici sul Covid 19. Aggiunse: «Se ci fosse stato un caso il primo giorno, 2 il secondo e 3 il terzo, potremmo dedurre che c'è una capacità di contagio altissima. Ma valutare la capacità di contagio partendo da numeri bassi è sbagliato».
Pensiamo alla condizione anche dell'Alto Adige, che ieri ha rischiato di finire tra due giorni in zona arancione perché l'indice è a 1,07. Eppure nella Provincia di Bolzano i positivi sono solo 1.179, nei reparti Covid risultano ricoverate 34 persone, 6 nelle terapie intensive. In territorio altoatesino il coronavirus è praticamente scomparso ma si guarda ancora all'Rt, lanciando messaggi preoccupanti ai turisti che vogliono prenotare vacanze in Italia.
Dubbi sul Tso al liceale «no mask»
Ai compagni di classe aveva appena distribuito un opuscolo che gli avrebbe fornito un uomo misterioso che lui chiama «il costituzionalista» e che ora a Fano bollano tutti come un «no mask». Poi si era incatenato al banco, perché nei giorni scorsi era stato allontanato dall'aula su decisione degli insegnanti. La sua colpa? Protestava contro l'uso della mascherina in classe. E, così, giovedì scorso, dopo due ore durante le quali i docenti avrebbero cercato di farlo desistere, dall'Istituto Olivetti di Fano, nelle Marche, è stato trasferito prima al pronto soccorso, con tanto di pattuglia della polizia, e poi, con un Tso, il trattamento sanitario obbligatorio, è finito in psichiatria. A 18 anni. Per una protesta. Anche i genitori, subito avvertiti e arrivati sul posto, non hanno potuto fare nulla per evitare il Tso.
Marco Ugo Filisetti, direttore generale dell'Ufficio scolastico regionale delle Marche, minimizza: «Non è stata la scuola a decidere per il Tso, ma le autorità sanitarie che, evidentemente, lo hanno ritenuto necessario. Certo l'intervento meno è invasivo e meglio è». A chiamare i sanitari è stata la dirigente scolastica. La situazione, però, si sarebbe complicata non a scuola, ma con i sanitari. Per il Tso si sarebbe quindi optato dopo. «Non abbiamo ancora sentito la dirigente scolastica», precisa Filisetti, che esclude elementi tali da poter giustificare l'invio degli ispettori. Ieri mattina, però, davanti all'istituto scolastico, i compagni del diciottenne si sono riuniti per protestare. È stata la dirigente scolastica a spiegare che il «costituzionalista», che le autorità scolastiche conoscono, è una persona che starebbe plagiando il ragazzo.
«Sarei scesa per dargli un pugno in faccia, perché lo ha plagiato e questa storia mi addolora profondamente, soprattutto come mamma», ha detto la preside al Resto del Carlino, aggiungendo che il diciottenne con il cellulare in viva voce parlava con questa persona che gli avrebbe anche suggerito che se la polizia lo avesse portato via con la forza sarebbe stata una aggravante per gli agenti. «Se mi dovessero chiamare dirò tutto», ha detto la preside. Ma dalla scuola non sono partite denunce.
Il giovane ha una buona condotta e un buon rendimento scolastico, ma stando alle ricostruzioni della dirigente scolastica e dei prof sarebbe stato suggestionato da un cinquantenne, suo amico, che lo avrebbe convinto alle azioni di protesta contro la mascherina. Il ragazzo a telefono ha spiegato di stare bene e di aver saputo che rimarrà per una settimana in ospedale. Una dottoressa lo avrebbe privato di oggetti ritenuti pericolosi e gli sarebbero stati somministrati dei calmanti. E prima che gli venisse tolto anche il cellulare, ha detto: «I miei genitori non sono con me». «Si porti subito questo ragazzo in seno alla sua famiglia e si assista lui e i suoi cari con quella prossimità necessaria e di civiltà», ha commentato Vito Inserra dell'associazione Libera-mente. Il senatore della Lega Armando Siri, invece, ha fatto sapere che sta raccogliendo dettagli sulla vicenda: «Ha dell'incredibile», ha commentato, «andrò a fondo».
Massimo Seri, il sindaco di Fano che ha firmato il ricovero, ha spiegato: «È un atto dovuto, perché il ricovero forzato deve essere proposto da un medico e controfirmato da un altro collega. La firma del sindaco è solo una formalità». Il ricovero, poi, dovrà essere validato anche da un giudice del tribunale. La polemica è tutta concentrata sul misterioso «costituzionalista». Ma è il ragazzo a pagarne le conseguenze.
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L'Iss insiste: «Deve rimanere sotto l'1». L'indice però è discusso e può penalizzare il turismo. Regioni alla carica: «Va cambiato».Il diciottenne di Fano ha una buona condotta e buoni voti. Tuttavia, secondo i prof, sarebbe stato plagiato da un amico cinquantenne, che lui chiama «il costituzionalista».Lo speciale contiene due articoli.Il consueto bollettino della cabina di regia ieri ci informava che è salito l'indice di contagiosità del coronavirus, passato in Italia dallo 0,85 della scorsa settimana a 0,89. Da lunedì, tutte le Regioni resteranno in fascia gialla, colorazione che tingerà di nuovo Puglia, Basilicata e Calabria mentre la Valle d'Aosta raggiungerà Sicilia e Sardegna in zona arancione. Nessuna retrocessione in «rosso». Cala la pressione su ospedali e terapie intensive, così pure diminuisce l'incidenza settimanale (da 146 è a 127 ogni 100.000 abitanti), ma dipendiamo ancora da quel benedetto Rt per sapere se finiamo in una colorazione diversa, con nuove limitazioni alle libertà personali e pesanti battute d'arresto per l'economia del Paese. Stiamo parlando di uno dei parametri in base ai quali viene calcolata la capacità di espandersi dell'epidemia, dopo l'applicazione delle misure che dovrebbero contenere il diffondersi del Covid, quindi in una misura contingente. Se l'Rt è superiore a 1, un positivo starebbe contagiando più di una persona: il numero dei casi sarebbe in crescita. Al contrario, un valore inferiore a 1 significherebbe che l'epidemia sta rallentando. Il condizionale è d'obbligo perché l'indice è una stima, perciò relativa, imprecisa, non dà indicazioni sul reale numero delle persone contagiate. Purtroppo anche un singolo caso positivo in più può far balzare l'Rt a valori maggiori di 1, mentre per essere attendibile il valore andrebbe accompagnato dal numero assoluto di casi cui si riferisce. Eppure, anche ieri il presidente dell'Istituto superiore di sanità, Silvio Brusaferro, ha raccomandato «grande attenzione a Rt, deve stare sotto 1».Da mesi le Regioni chiedono che si cambi metodo nella misurazione dell'andamento della pandemia, per non finire puntualmente penalizzate dopo il report della cabina di regia. «La prima cosa da superare oggi è l'indice Rt», ha detto Massimiliano Fedriga, che lo ritiene poco affidabile perché «quando ci sono pochi casi rischia di salire molto velocemente». Il governatore del Friuli Venezia Giulia, intervenendo ieri a Sky Tg24, spiegava che «i parametri vanno adeguati alla situazione contingente del Paese. Non possiamo immaginare che questa estate, nel pieno della stagione turistica, una Regione che passa da due a otto contagi si ritrovi in zona rossa proprio perché schizza l'Rt». In alternativa, il presidente della Conferenza delle Regioni suggerisce «l'Rt ospedaliero: fa capire se aumentano o diminuiscono le richieste di ospedalizzazione ed è un indicatore che può dare un segnale importante, non una visione distorta». Invece di guardare alle date di inizio sintomi, spesso non comunicate nella loro totalità e che quando i casi sono pochi rischiano di sovrastimare la diffusione del contagio, si considerano quelle di ingresso in ospedale. La situazione del Veneto è emblematica. Malgrado ieri il tasso di positività fosse all'1,56%, «la minore incidenza della terza ondata», commentava il governatore Luca Zaia, e nonostante da dieci giorni le dimissioni abbiano superato di gran lunga il numero degli ingressi, fino all'ultimo a Venezia si è temuto il passaggio in zona arancione perché l'Rt è 0,95. Anche Zaia insiste per una revisione dei parametri, altrimenti «c'è il rischio che per un calcolo questa estate i turisti si trovino a essere chiusi senza muoversi». Già rischiamo di riuscire ad attrarre ben pochi vacanzieri, con l'estate alle porte e ancora troppe limitazioni che non incoraggiano un soggiorno nel nostro Paese. Ieri il Financial Times ha dedicato un servizio agli sforzi profusi da alcuni Stati del Sud Europa, utilizzando il Recovery fund per rilanciare il turismo. Ampio spazio veniva dato a quanto stanno facendo Spagna e Grecia, perfino alla Francia (meno legata a pacchetti vacanza «sole e mare») erano riservate più righe che all'Italia, cui si faceva cenno solo per dire che il settore turismo «si prepara a riaprire, utilizzando soldi dell'Ue per questo sforzo» e che ad aprile il governo Draghi «ha vietato l'approdo delle grandi navi da crociera a Venezia». Sarebbe questa la cartolina del Belpaese che sappiamo offrire? Mentre i tour operator della Croazia da gennaio stanno proponendosi a tedeschi e austriaci come l'alternativa per «salvare le ferie» in sicurezza? Non dimentichiamo che ad aprile la Sardegna era stata pesantemente penalizzata, passando dopo tre settimane da unica Regione bianca alla fascia rossa, perché l'indice Rt era schizzato a 1,54. Non importava che gli altri parametri fossero buoni, con numeri bassi di ricovero nei reparti ordinari e nelle terapie, la retrocessione fu determinata dall'Rt, indice che «viene stimato male e il suo uso è improprio per definire i livelli di rischio», dichiarò alla Nuova Sardegna Antonello Maruotti, professore ordinario di statistica all'università Lumsa di Roma e cofondatore di Stat group 19, gruppo di studi statistici sul Covid 19. Aggiunse: «Se ci fosse stato un caso il primo giorno, 2 il secondo e 3 il terzo, potremmo dedurre che c'è una capacità di contagio altissima. Ma valutare la capacità di contagio partendo da numeri bassi è sbagliato». Pensiamo alla condizione anche dell'Alto Adige, che ieri ha rischiato di finire tra due giorni in zona arancione perché l'indice è a 1,07. Eppure nella Provincia di Bolzano i positivi sono solo 1.179, nei reparti Covid risultano ricoverate 34 persone, 6 nelle terapie intensive. In territorio altoatesino il coronavirus è praticamente scomparso ma si guarda ancora all'Rt, lanciando messaggi preoccupanti ai turisti che vogliono prenotare vacanze in Italia.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/passa-in-fascia-gialla-quasi-tutta-italia-ma-restiamo-ostaggi-delle-follie-dellrt-2652917787.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dubbi-sul-tso-al-liceale-no-mask" data-post-id="2652917787" data-published-at="1620417900" data-use-pagination="False"> Dubbi sul Tso al liceale «no mask» Ai compagni di classe aveva appena distribuito un opuscolo che gli avrebbe fornito un uomo misterioso che lui chiama «il costituzionalista» e che ora a Fano bollano tutti come un «no mask». Poi si era incatenato al banco, perché nei giorni scorsi era stato allontanato dall'aula su decisione degli insegnanti. La sua colpa? Protestava contro l'uso della mascherina in classe. E, così, giovedì scorso, dopo due ore durante le quali i docenti avrebbero cercato di farlo desistere, dall'Istituto Olivetti di Fano, nelle Marche, è stato trasferito prima al pronto soccorso, con tanto di pattuglia della polizia, e poi, con un Tso, il trattamento sanitario obbligatorio, è finito in psichiatria. A 18 anni. Per una protesta. Anche i genitori, subito avvertiti e arrivati sul posto, non hanno potuto fare nulla per evitare il Tso. Marco Ugo Filisetti, direttore generale dell'Ufficio scolastico regionale delle Marche, minimizza: «Non è stata la scuola a decidere per il Tso, ma le autorità sanitarie che, evidentemente, lo hanno ritenuto necessario. Certo l'intervento meno è invasivo e meglio è». A chiamare i sanitari è stata la dirigente scolastica. La situazione, però, si sarebbe complicata non a scuola, ma con i sanitari. Per il Tso si sarebbe quindi optato dopo. «Non abbiamo ancora sentito la dirigente scolastica», precisa Filisetti, che esclude elementi tali da poter giustificare l'invio degli ispettori. Ieri mattina, però, davanti all'istituto scolastico, i compagni del diciottenne si sono riuniti per protestare. È stata la dirigente scolastica a spiegare che il «costituzionalista», che le autorità scolastiche conoscono, è una persona che starebbe plagiando il ragazzo. «Sarei scesa per dargli un pugno in faccia, perché lo ha plagiato e questa storia mi addolora profondamente, soprattutto come mamma», ha detto la preside al Resto del Carlino, aggiungendo che il diciottenne con il cellulare in viva voce parlava con questa persona che gli avrebbe anche suggerito che se la polizia lo avesse portato via con la forza sarebbe stata una aggravante per gli agenti. «Se mi dovessero chiamare dirò tutto», ha detto la preside. Ma dalla scuola non sono partite denunce. Il giovane ha una buona condotta e un buon rendimento scolastico, ma stando alle ricostruzioni della dirigente scolastica e dei prof sarebbe stato suggestionato da un cinquantenne, suo amico, che lo avrebbe convinto alle azioni di protesta contro la mascherina. Il ragazzo a telefono ha spiegato di stare bene e di aver saputo che rimarrà per una settimana in ospedale. Una dottoressa lo avrebbe privato di oggetti ritenuti pericolosi e gli sarebbero stati somministrati dei calmanti. E prima che gli venisse tolto anche il cellulare, ha detto: «I miei genitori non sono con me». «Si porti subito questo ragazzo in seno alla sua famiglia e si assista lui e i suoi cari con quella prossimità necessaria e di civiltà», ha commentato Vito Inserra dell'associazione Libera-mente. Il senatore della Lega Armando Siri, invece, ha fatto sapere che sta raccogliendo dettagli sulla vicenda: «Ha dell'incredibile», ha commentato, «andrò a fondo». Massimo Seri, il sindaco di Fano che ha firmato il ricovero, ha spiegato: «È un atto dovuto, perché il ricovero forzato deve essere proposto da un medico e controfirmato da un altro collega. La firma del sindaco è solo una formalità». Il ricovero, poi, dovrà essere validato anche da un giudice del tribunale. La polemica è tutta concentrata sul misterioso «costituzionalista». Ma è il ragazzo a pagarne le conseguenze.
Alla XXI edizione di Birra dell’Anno, organizzata da Unionbirrai a Rimini, il titolo va a Birra dell’Eremo, realtà di Assisi fondata nel 2012. Oltre 1.700 birre in gara e 212 produttori con 73 giudici provenienti da 19 Paesi e degustazioni rigorosamente alla cieca. Niente etichette, niente suggestioni territoriali: solo tecnica, coerenza stilistica e capacità espressiva nel bicchiere.
A Rimini, nel cuore di Beer&Food Attraction, il brindisi più atteso è arrivato nel pomeriggio di lunedì 16 febbraio. Sul palco della XXI edizione di «Birra dell’Anno», il concorso organizzato da Unionbirrai, il titolo di Birrificio dell’Anno 2026 è andato a Birra dell’Eremo, realtà di Assisi che ha messo in fila la concorrenza nel trentennale del movimento artigianale italiano.
I numeri aiutano a capire il peso della vittoria: 212 produttori in gara, 1.746 birre iscritte, 46 categorie. A valutare sono stati 73 giudici provenienti da 19 Paesi, con degustazioni rigorosamente alla cieca. Niente etichette, niente suggestioni territoriali: solo tecnica, coerenza stilistica e capacità espressiva nel bicchiere.
Il birrificio umbro ha costruito il successo con una presenza costante ai vertici: otto podi complessivi – quattro ori, due argenti e due bronzi – distribuiti in sei categorie differenti. Non un exploit isolato, ma una performance ampia, che ha toccato stili diversi, dalle Ipa contemporanee alle birre affinate in legno, fino alle Italian Grape Ale. Una versatilità che ha convinto la giuria e che racconta un progetto produttivo solido. Fondato nel 2012, Birra dell’Eremo ha sviluppato negli anni un’identità tecnica precisa, con un lavoro riconosciuto sulla ricerca e sulla sperimentazione dei lieviti. Un percorso di crescita che l’ha portata a diventare una delle realtà più strutturate del panorama artigianale nazionale e che oggi trova nel titolo di Birrificio dell’Anno il suo punto più alto.
Accanto al premio principale, sono stati assegnati anche i riconoscimenti speciali. Il Best Collaboration Brew è andato alla Panatè Saison del Birrificio La Piazza di Torino, realizzata insieme a La Granda di Lagnasco. Il premio Best 100% Italian Beer è stato attribuito a Real IGA Gose de Il Mastio di Belforte del Chienti, prodotta esclusivamente con materie prime coltivate in Italia, segno di un legame sempre più stretto tra birra artigianale e filiera agricola nazionale. Tra le novità più significative di questa edizione c’è stata l’introduzione di una categoria dedicata alle birre low e no alcohol, fino a 1,2% di gradazione. Un segmento in crescita anche nel mondo craft, che ha visto imporsi Hop Gainer del Birrificio Birranova di Conversano. Un segnale chiaro di come il settore stia intercettando nuove abitudini di consumo senza rinunciare alla qualità.
Il medagliere regionale conferma la Lombardia come territorio più premiato, con 10 ori e 57 riconoscimenti complessivi. Seguono Piemonte e Marche con 7 ori ciascuna, poi Emilia-Romagna e Umbria. Ma al di là delle classifiche, colpisce la distribuzione capillare dei premi lungo tutta la penisola: dall’Abruzzo alla Puglia, dal Trentino-Alto Adige alla Sicilia, la mappa della birra artigianale italiana appare ormai completa.
Trent’anni dopo il primo fermento del 1996, il movimento craft italiano mostra così un volto maturo. In una fase non semplice, con i consumi fuori casa in calo, il concorso organizzato da Unionbirrai diventa anche un termometro dello stato di salute del comparto. Il recente taglio delle accise per i piccoli produttori, ricordato nel corso della premiazione, è stato indicato come un segnale di attenzione verso un settore che continua a investire in qualità e identità.
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(IStock)
Ma la norma che fa più discutere è quella contenuta nell’articolo 5 della bozza sul tavolo degli operatori. Al comma 1 è previsto che i produttori che utilizzano il gas per produrre energia elettrica siano rimborsati per alcuni corrispettivi oggi compresi nelle tariffe di trasporto del gas. Al comma 2 si prevede che ai produttori termoelettrici vengano rimborsati anche i costi sostenuti per adempiere al sistema Ets, cioè il pagamento dei permessi di emissione di CO2. Tali costi sarebbero rimborsati ai produttori termoelettrici applicando un nuovo onere nella bolletta dei clienti finali. In pratica, con questo meccanismo si tolgono i costi del sistema Ets dal prezzo dell’energia elettrica all’ingrosso, spalmandoli a valle su una platea più ampia di soggetti, con il risultato atteso di un abbassamento generalizzato delle bollette. La norma avrebbe effetto per un periodo di tempo limitato, da definire.
Le anticipazioni sui contenuti del decreto però hanno avuto un effetto negativo a Piazza Affari, dove alcune aziende produttrici sono quotate. Enel ha perso ieri l’1,49%, mentre A2a l’1,74% ed Erg lo 0,46%.
Il perché è presto detto. In astratto, il meccanismo può portare a un effettivo abbassamento del prezzo dell’energia elettrica all’ingrosso, perché i produttori di energia termoelettrica non sosterrebbero più i costi diretti del sistema Ets, dunque offrirebbero la loro energia ad un prezzo marginale più basso (in teoria). Per un produttore da fonte rinnovabile però questo abbassamento di prezzo si traduce in un abbassamento dei margini di profitto, perché essi non sostengono i costi dell’Ets. Oggi, il sistema degli oneri per la CO2 è un costo per i produttori termoelettrici, ma è un margine puro per i produttori da fonte rinnovabile, quando sono gli impianti a gas a fissare il prezzo marginale nel mercato giornaliero. Con i prezzi attuali dei permessi di emissione, circa 70 €/tonnellata, si tratta di circa 25-30 €/MWh di mancato margine per i produttori da rinnovabile. Così si spiega il calo in Borsa dei tre maggiori produttori da fonte rinnovabile in Italia, Enel, Erg e A2a appunto.
Al di là degli impatti sulle singole aziende, vi sono però alcuni dubbi dal punto di vista della praticabilità e delle effettive conseguenze di questa norma.
Quanto alla praticabilità, il decreto equivale a una sospensione delle regole europee sull’Ets, applicata solo a una parte degli obbligati, i termoelettrici, mentre tutti gli altri (chi utilizza il gas per il calore, o i cogeneratori) dovrebbero continuare a sostenerne i costi. L’Unione europea accetterà tale sospensione unilaterale, per di più asimmetrica? Le discussioni europee ad alto livello degli ultimi giorni su un possibile ammorbidimento dell’Ets riguardano un futuro ancora lontano. Non è dato sapere se su questo punto specifico vi siano già state interlocuzioni tra il governo e Bruxelles. Immaginiamo di sì, e sarà allora interessante conoscerne gli esiti.
Dal punto di vista degli effetti pratici, i problemi che emergono sono almeno tre. Il primo è legato al fatto che gli investimenti in fonti rinnovabili potrebbero subire dei contraccolpi negativi per il venir meno (temporaneo, certo) di uno dei pilastri delle politiche green. La reazione di ieri della Borsa è indicativa. È un tema che andrà gestito.
Poi, perché il prezzo all’ingrosso si abbassi davvero è necessario che i produttori termoelettrici offrano la loro energia al costo marginale escludendo i costi della CO2. Ma il regolatore (l’autorità di settore Arera) dovrebbe conoscere i costi marginali di ogni impianto, per essere sicuro che il produttore non carichi comunque tutto o parte di quel costo sul prezzo, intascandosi lo sconto. Arera dovrebbe cioè sapere quanto costa il gas per ogni impianto e conoscere l’efficienza di quegli impianti, come minimo, per poter vigilare. Quanto sarebbe praticabile questa sorveglianza?
Infine, abbassando il prezzo dell’energia elettrica in Italia, la nostra energia dalla Zona Nord potrebbe essere esportata occasionalmente, in alcune ore e in alcuni giorni, nei Paesi interconnessi. I produttori riceverebbero il rimborso dalle bollette italiane anche per quella energia venduta all’estero? Si avrebbe un effetto bizzarro di sovvenzione.
Le intenzioni del decreto sono buone, ma se si vuole procedere sulla strada della sterilizzazione dell’Ets per abbassare i costi dell’energia la via migliore appare una sospensione a livello europeo. Sapendo però che gli investimenti nelle fonti rinnovabili ne avrebbero come minimo un rallentamento.
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La manifestazione in onore di Quentin Deranque a Parigi (Ansa)
Di fronte alla gravità della situazione il presidente Emmanuel Macron ha scritto su X che «nella Repubblica, nessuna causa, nessuna ideologia giustificheranno mai il fatto di uccidere». Macron ha parlato della necessità di «trascinare davanti alla giustizia e condannare gli autori di questa ignominia» e lanciato un appello «alla calma, alla moderazione e al rispetto». Domenica, negli studi della trasmissione Grand Jury trasmessa da Le Figaro, Rtl, Public Sénat e M6, il ministro della giustizia Gérald Darmanin ha dichiarato che «la retorica politica violenta porta alla violenza fisica. C’è una complicità all’interno di La France Insoumise nei confronti della violenza politica».
Sempre l’altro ieri dal ministro dell’interno, Laurent Nunez, sono arrivate parole pesanti come macigni. Per prima cosa, il ministro ha definito un «linciaggio», l’aggressione subita da Quentin Deranque aggiungendo che «chiaramente, dietro tutto questo c’era l’estrema sinistra». «L’indagine confermerà o smentirà se fossero membri della Jeune Garde» (sciolta dal ministero dell’interno nel 2025, ndr). Ma, ha aggiunto Nunez, «le testimonianze puntano chiaramente in quella direzione». Con un comunicato, la Jeune Garde ha affermato di non poter «essere ritenuta responsabile» della morte del ventitreenne Deranque.
Dura la posizione ufficiale del governo, ribadita dalla portavoce Maud Bregeon che, rispondendo alle domande di Bfm-Rmc, ha dichiarato: «Per anni, La France Insoumise ha fomentato un clima di violenza. Lfi ha avuto e riconosciuto legami con gruppi di estrema sinistra estremamente violenti». Secondo Bregeon ci sarebbe una «responsabilità morale di Lfi in questo clima di violenza».
Anche tra le file della sinistra non sono mancate le condanne. Su Franceinfo, Alexis Corbière, deputato di Seine-Saint-Denis ex-Lfi, è stato categorico: «Nulla dovrebbe giustificare la violenza». Il deputato di sinistra ha espresso «una condanna molto chiara» dei fatti di Lione. L’Università Lione-2 ha espresso «profonda tristezza».
Più moderata invece la posizione di Raphaël Glucksmann: «Ora dobbiamo porre fine alla brutalizzazione del dibattito pubblico» ha dichiarato Glucksmann su radio Rtl, parlando anche delle «responsabilità di tutti i leader politici che incitano all’odio, compresi quelli di La France Insoumise». Ma dopo aver dato un colpo alla botte, Glucksmann ne ha dato uno al cerchio, dichiarando che «ci sono anche morti causate dalle milizie di estrema destra», e che il Rassemblement national di Marine Le Pen e Jordan Bardella «oggi minaccia di prendere il potere in Francia» e «di far scivolare la Francia nel campo trumpiano e putiniano». Glucksmann ha promesso di diventare una «diga» per la «difesa della democrazia» e che il suo partito non farà «alleanze con movimenti che minano la democrazia, tra cui La France insoumise».
In risposta alle condanne, Lfi ha cercato di farsi passare come la vittima. Da un lato, Jean-Luc Mélenchon ha dichiarato di voler esprimere «la nostra costernazione, ma anche la nostra empatia e compassione per la famiglia» (della vittima, ndr) e ricordato di aver detto «decine di volte che siamo ostili e contrari alla violenza». Dall’altro lato però, Mélenchon, ha cercato di capovolgere la situazione affermando: «Siamo noi a essere attaccati!». L’esponente dei Verdi Sandrine Rousseau ha ribadito su Franceinfo la necessità di avere «nel momento che stiamo vivendo in Francia, dei militanti antifascisti». Tuttavia, per Rousseau, questi «non devono utilizzare la violenza fisica né assumere un atteggiamento virilista attorno alla politica».
Nel frattempo, ieri, la presidente dell’assemblea nazionale Yaël Braun-Pivet ha sospeso «a titolo precauzionale» l’accesso alla Camera bassa all’assistente parlamentare del deputato della Lfi Raphaël Arnault, Jacques-Elie Favrot, sospettato di essere coinvolto nei fatti di Lione. Alcuni testimoni citati da Le Figaro avrebbero detto di aver riconosciuto Favrot tra gli aggressori di Quentin.
Ieri pomeriggio il procuratore di Lione, Thierry Dran, ha tenuto una conferenza stampa nella quale ha fornito una ricostruzione dell’aggressione che ha causato la morte di Quentin Deranque. Dran ha parlato di «diverse testimonianze significative» e dell’apertura dell’inchiesta per «violenze aggravate» e «colpi mortali».
Il procuratore ha menzionato anche «l’autopsia effettuata [lunedì] mattina» che «ha permesso di determinare essenzialmente lesioni alla testa, tra cui un grave trauma cranio-encefalico e una frattura temporale destra». Per Dran, il giovane Deranque sarebbe stato picchiato e buttato per terra «da almeno sei» persone.
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Keir Starmer (Ansa)
Ieri, il premier britannico ha annunciato che, «entro pochi mesi», il governo introdurrà una stretta sull’accesso dei teenager alle piattaforme. Non si tratterà semplicemente di stabilire nuove soglie di età per l’iscrizione, bensì di complicarne l’aggiramento, impedendo le connessioni crittografate, oltre che di limitare alcune funzioni, tra cui l’«auto-scrolling». Quel meccanismo di «costante attaccamento alla macchina», come lo ha chiamato Starmer, per cui gli utenti «non riescono mai a smettere» di compulsare immagini e video. Un fenomeno che va di pari passo con il «doomscrolling»: lasciarsi catturare da un vortice di messaggi negativi e ansiogeni. Il primo ministro si è detto «aperto» addirittura all’idea di seguire l’esempio australiano: il 10 dicembre 2025, Canberra ha fatto entrare in vigore un bando totale sull’utilizzo dei social per i minori di 16 anni. È il primo Paese al mondo.
Che quel pubblico sia particolarmente vulnerabile ad alcune dinamiche che la fruizione delle piattaforme innesca, è oramai verificato dagli scienziati. Gli ultimi studi del 2025 citano la diffusione di disturbi del sonno e dell’alimentazione (Healthcare), un peggioramento del benessere mentale, con incremento della disistima di sé, dello stress sociale e della vulnerabilità psicologica (Adolescent Reserach), episodi di ansia e depressione (Adolescents). Senza contare che, secondo un esperimento condotto da alcuni ricercatori dell’Università di Dublino su un campione di tredicenni, i più giovani sono proprio quelli ai quali l’algoritmo propone contenuti dannosi con maggiore frequenza e velocità. Negli Stati Uniti, intanto, è in corso una causa pionieristica, intentata da una ventenne nei confronti di Instagram, Facebook e YouTube, che le avrebbero provocato stress e depressione. Secondo i legali della ragazza, le piattaforme sono state progettate in modo tale da indurre i fruitori a trascorrervi più tempo possibile. Un trucco che fa tanto più presa quanto più bassa è l’età dell’utente. E più bassa è la sua età, peggiore sarà il danno subìto dall’utente.
Non c’è dubbio, insomma, che qualche azione a salvaguardia dei vulnerabili sia auspicabile. Il punto, nel caso del Regno Unito, è che la stessa solerzia non si è vista quando, per fedeltà alla causa woke, l’establishment laburista chiuse entrambi gli occhi sullo scandalo delle grooming gang, tra gli anni Novanta e gli anni Duemiladieci.
Starmer, ora, rinfaccia ai conservatori di non aver fatto abbastanza per difendere i ragazzini dai danni dei social, che accusa di essere «evoluti in qualcosa» che «sta danneggiando i nostri figli». Ma dal 2008 al 2013 fu direttore del Crown prosecution service, nominato dall’esecutivo di sinistra. E, da super pubblico ministero dell’Inghilterra e del Galles, non ritenne che si dovessero perseguire con rapidità e severità gli abusi degli immigrati islamici sulle bambine. Solo nel 2025, travolto dall’indignazione della gente, il gabinetto laburista si è risolto ad avviare un’inchiesta nazionale. E come mai il premier, che conferì l’incarico di ambasciatore negli Usa a Peter Benjamin Mandelson, in seguito coinvolto nel caso Epstein, sente il bisogno di proteggere i minori da Meta ma non dall’ideologia gender? I reel di Instagram e le pillole video di TikTok sono pericolosi. La transizione di genere a 4 anni, no?
Certo, l’Australia e la Gran Bretagna non sono le uniche nazioni a essersi poste il problema degli adolescenti sui social. Emmanuel Macron, a fine gennaio, ha elogiato il disegno di legge approvato dai parlamentari francesi, per interdire le piattaforme a chi ha meno di 15 anni: «Il cervello dei nostri figli», ha twittato, «non è in vendita. Né sulle piattaforme americane, né sulle reti cinesi». Anche la Spagna di Pedro Sánchez è orientata a proibire i social agli under 16 e disporrà indagini «su possibili violazioni commessa da parte di Instagram, TikTok e Grok», l’intelligenza artificiale di X. Inoltre, un giro di vite è in programma in Danimarca, Grecia, Austria e Portogallo. Finalmente? Sorvoliamo sulle ipocrisie inglesi ed evitiamo di menzionare il peso che hanno le ripicche europee contro Donald Trump e le Big tech Usa. Ciò che sarà davvero cruciale è se - a proposito di strade per l’inferno - nei dettagli non finirà per nascondersi il diavolo.
Pure in Cina, infatti, sono in vigore diverse restrizioni: limiti di un’ora al giorno nei soli weekend per l’uso di videogiochi, nonché tetti al tempo che si può trascorrere su TikTok. Peccato che le misure giustificate dall’imperativo della salute dei minori occultino siano l’involucro in cui avvolgere stratagemmi propagandistici: filtri automatici sugli argomenti spinosi, religione compresa; imposizione di contenuti ideologici, dalla storia riscritta a uso e consumo del regime fino al culto del partito e di Xi Jinping; obblighi di identificazione e tracciamento dei comportamenti, che contribuiscono al pervasivo controllo digitale, chiodo fisso del Dragone comunista.
È vero: qui siamo in Occidente, mica a Pechino. Ma abbiamo vissuto una pandemia. Ci ricordiamo cosa è già successo. E del potere benevolo ci fidiamo poco: il suo scopo è proteggerci o sorvegliarci?
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