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2023-02-24
Parigi riporta a casa la polvere da sparo. E con Berlino aspetta che bussi Bruxelles
Emmanuel Macron (Ansa)
Il presidente francese Emmanuel Macron già durante Eurosartory 2022 - la più grande fiera internazionale della difesa e della sicurezza che si tiene ogni due anni a Parigi, in giugno - aveva detto di voler entrare in «economia di guerra» al fine di spingere i produttori nazionali di armi ad aumentare le loro capacità per poter fornire più rapidamente attrezzature militari. Subito dopo la Difesa francese ha varato il piano di rafforzamento 2024-2030, ovvero completando una «rivalutazione della legge di programmazione militare per adeguare i mezzi alle minacce e al contesto geopolitico». Si fa fatica ad ammetterlo, ma la guerra russo-ucraina è l’evento che dal 1945 a oggi sta causando la più imponente campagna mondiale di riarmo, complice anche la situazione in essere tra Cina e Taiwan e, in generale di quella dello scacchiere Pacifico. Mai come ora, da oltre mezzo secolo, avevamo assistito a una corsa all’approvvigionamento di munizioni e sistemi d’arma, quando non addirittura a una corsa per sostituire armamenti obsoleti sfruttando l’imperdibile occasione di fornire all’Ucraina i mezzi per combattere, al tempo stesso svuotando i magazzini di ciò che non è all’avanguardia. La guerra in Ucraina è anche un’imperdibile vetrina per pubblicizzare l’efficacia delle armi e la decisione di supportare Kiev fino alla fine di un conflitto che si annuncia molto lungo la terrà accesa per molti anni a venire. Ebbene: ieri il ministro delle Forze Armate francesi Sébastien Lecornu ha confermato che il gruppo francese Eurenco riporterà in patria la produzione di polvere pirica per proiettili. L’azienda, che produce esplosivi per munizioni d’artiglieria, trasferirà a Bergerac (Dordogna) la sua produzione con l’obiettivo di produrre in territorio francese almeno 1.200 tonnellate di polvere pirica all’anno. La decisione finale è stata motivata dalle conseguenze della guerra in Ucraina che vedono, in generale, lo svuotamento degli arsenali per tutte le nazioni che hanno fornito armi a Kiev, ma sarebbe stata ipotizzata già durante la prima ondata della pandemia quando è stato subito chiaro che il commercio di determinati materiali sarebbe cambiato per sempre. Per stessa ammissione di Thierry Francou, capo della Eurenco, il «fattore scatenante dell’investimento per ricreare fabbriche in Francia è stato il consumo di scorte, non solo in Francia ma ovunque in Europa». Molti Paesi stanno fornendo a Kiev proiettili da 155 millimetri riducendo a livelli pericolosi le già scarse scorte mantenute in oltre vent’anni di riduzioni delle spese militari. Francou ha anche dichiarato che «l’esportazione, che costituisce i due terzi del fatturato, sarà sostenuta per i prossimi dieci anni poiché l’azienda ha ordini fino al 2027». Così lo stabilimento che sarà realizzato a Bergerac entro giugno 2025 produrrà ogni 12 mesi fino a 500.000 cariche piriche o 95.000 munizioni. L’investimento ammonta a 60 milioni di euro, 50 dei quali saranno finanziati dalla società e i restanti dal governo. Possiamo chiamarla rilocalizzazione, ma in realtà quanto la Francia sta per fare con Eurenco è una nazionalizzazione a protezione della sua Difesa fatta in un momento storico che vede soltanto tendenze al rialzo. Altrove non è diverso: in Germania - 75 miliardi per nuove armi approvati a dicembre 2022 - Rheinmetall ne guadagnerà almeno dieci dalla rimessa in produzione dei carri Leopard 2.
E con Josep Borrell che intende utilizzare l’attuale Fondo europeo per la pace da 3,6 miliardi di euro per l’acquisto congiunto di munizioni, non è difficile immaginare a chi si rovolgerà l’Ue quando ci sarà bisogno di fare acquisti comuni: alle potenze che stanno facendo la corsa per incrementare la produzione nazionale di armamenti, ovviamente. Ovvero le solite Francia e Germania.
E l’Italia? Alla fine dello scorso anno Francia e Italia hanno concordato di fabbricare 700 missili Aster supplementari per poter modernizzare e sostenere capacità di difesa antiaerea, sia terrestre, sia navale, comunicando la commessa alla multinazionale franco-anglo-italiana Mbda e a quella franco-italiana Thales. Questa volta non si tratta di rimpiazzare un singolo assetto della Difesa, magari per sfruttare l’effetto deterrenza, ma di rendere molto più efficace la capacità di difesa. Non c’è nazione a noi vicina che non lo stia facendo, dalla Svizzera alla Polonia, Belgio, Olanda, Paesi baltici o dell’Est europeo. Nella giornata di ieri il premier spagnolo Pedro Sánchez, in visita a Kiev, ha annunciato l’invio di altri carri armati Leopard, passando dai sei promessi qualche mese fa a dieci unità «già a fine marzo» come ha confermato il ministro della Difesa di Madrid Margarita Robles, tenendo a precisare che la consegna avverrà in accordo con gli alleati e terminata la «messa a punto» dei carri e la formazione degli ucraini. Durante il 2022 il fatturato dalle prime cento aziende mondiali di armamenti è stato pari a 500 miliardi di dollari, ma le forniture dei materiali soffrivano ancora degli strascichi della pandemia. Soltanto il prossimo anno potremo renderci conto dell’aumento.
Intesa green tra Ursula e Mattarella
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, hanno partecipato ieri all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Palermo. Ad accogliere Mattarella sono stati il sindaco di Palermo Roberto Lagalla, il prefetto Teresa Maria Cucinotta, il presidente della Regione siciliana Renato Schifani, il presidente dell’Assemblea siciliana Gaetano Galvagno e il rettore Massimo Midiri. In sala presenti diverse autorità istituzionali, civili, militari e religiose. Mattarella e la Von der Leyen hanno poi pranzato insieme, a Villa Pajno, a Palermo. Una colazione di lavoro che è servita fare il punto sulle questioni di attualità e politica internazionale, compresa quella transizione ecologica, ovvero le direttive dell’Europa sulle case e sulle auto green, che hanno scatenato le proteste di milioni di cittadini e su cui il Colle sta spingendo molto.
Curiosità: a quanto riferiscono alla Verità fonti bene informate, la von der Leyen ha detto a Mattarella che il capo dello Stato è stato sempre un punto di riferimento per l’Europa sotto diversi governi. Mattarella si è schernito, e ha risposto che la politica estera è competenza dell’esecutivo e non sua.
Oltre alla questione ambientale, i temi principali al centro del colloquio tra Mattarella e la von der Leyen sono stati la guerra in Ucraina, il fenomeno delle migrazioni, la questione relativa al gas e alle fonti di approvvigionamento energetico. Argomenti sui quali tra il capo dello Stato e la leader dell’Unione europea si è registrata una totale comunanza di visioni. Mattarella, in particolare, ha ringraziato la von der Leyen per aver detto che le migrazioni sono un tema che riguarda l’intera Unione europea. Soddisfazione è stata espressa da entrambi per la riduzione del prezzo del gas e per la spinta comune a sviluppare energie rinnovabili. Mattarella e la von der Leyen hanno espresso anche un giudizio positivo sulla compattezza dell’Unione su tutti questi argomenti. Attenzione, nel corso del colloquio, anche per l’ apertura dei flussi legali di migranti e contemporaneamente per la lotta ai trafficanti di esseri umani.
La von der Leyen ha visitato il monumento che ricorda la strage di Capaci: «Inizio la mia visita della Sicilia», ha scritto Ursula su Twitter, «a Capaci, per onorare Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e tutte le vittime di mafia. Falcone disse: gli uomini passano, le idee restano e camminano sulle gambe di altri uomini. Oggi una nuova generazione porta avanti le sue idee».
«La Sicilia», ha detto la von der Leyen, «può diventare una potenza dell’energia pulita per l’Europa. La Sicilia è cruciale per la transizione energetica anche per un altro motivo, a poche miglia dalle vostre coste c’è quello che potrebbe diventare un altro gigante dell’energia pulita: l’Africa. È arrivato il momento di un nuovo pivot strategico dell’Europa verso il Mediterraneo».
In quest’ottica, Ursula ha annunciato che «anche l’Unione sta instaurando nuovi collegamenti con l’Africa attraverso il piano di investimenti della strategia Global Gateway, finanziando ad esempio un nuovo elettrodotto sottomarino fra Sicilia e Tunisia». E proprio a proposito del progetto di interconnessione elettrica tra Tunisia e Italia Elmed, l’ambasciatore d’Italia a Tunisi, Fabrizio Saggio, ha detto che «è il progetto del secolo».
Dall’Africa al problema dell’immigrazione il passo è breve: «Dobbiamo combattere passatori e trafficanti», ha sottolineato a questo proposito la leader della Commissione europea, «dialogare con i Paesi partner, collaborare al rimpatrio di chi non ha diritto di restare. E dobbiamo cooperare a livello europeo. L’Europa deve estendere la propria solidarietà a tutti gli Stati membri e alle comunità locale», ha aggiunto ancora la von der Leyen.
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Dopo l’attivismo tedesco, un altro passo verso il nazionalismo degli armamenti. Che frutterà miliardi quando l’Ue avrà bisogno.La presidente della Commissione in visita a Palermo. Sul tavolo, energia e migranti. Ursula von der Leyen: «Ue finanzierà nuovo elettrodotto sottomarino fra Sicilia e Tunisia».Lo speciale contiene due articoli.Il presidente francese Emmanuel Macron già durante Eurosartory 2022 - la più grande fiera internazionale della difesa e della sicurezza che si tiene ogni due anni a Parigi, in giugno - aveva detto di voler entrare in «economia di guerra» al fine di spingere i produttori nazionali di armi ad aumentare le loro capacità per poter fornire più rapidamente attrezzature militari. Subito dopo la Difesa francese ha varato il piano di rafforzamento 2024-2030, ovvero completando una «rivalutazione della legge di programmazione militare per adeguare i mezzi alle minacce e al contesto geopolitico». Si fa fatica ad ammetterlo, ma la guerra russo-ucraina è l’evento che dal 1945 a oggi sta causando la più imponente campagna mondiale di riarmo, complice anche la situazione in essere tra Cina e Taiwan e, in generale di quella dello scacchiere Pacifico. Mai come ora, da oltre mezzo secolo, avevamo assistito a una corsa all’approvvigionamento di munizioni e sistemi d’arma, quando non addirittura a una corsa per sostituire armamenti obsoleti sfruttando l’imperdibile occasione di fornire all’Ucraina i mezzi per combattere, al tempo stesso svuotando i magazzini di ciò che non è all’avanguardia. La guerra in Ucraina è anche un’imperdibile vetrina per pubblicizzare l’efficacia delle armi e la decisione di supportare Kiev fino alla fine di un conflitto che si annuncia molto lungo la terrà accesa per molti anni a venire. Ebbene: ieri il ministro delle Forze Armate francesi Sébastien Lecornu ha confermato che il gruppo francese Eurenco riporterà in patria la produzione di polvere pirica per proiettili. L’azienda, che produce esplosivi per munizioni d’artiglieria, trasferirà a Bergerac (Dordogna) la sua produzione con l’obiettivo di produrre in territorio francese almeno 1.200 tonnellate di polvere pirica all’anno. La decisione finale è stata motivata dalle conseguenze della guerra in Ucraina che vedono, in generale, lo svuotamento degli arsenali per tutte le nazioni che hanno fornito armi a Kiev, ma sarebbe stata ipotizzata già durante la prima ondata della pandemia quando è stato subito chiaro che il commercio di determinati materiali sarebbe cambiato per sempre. Per stessa ammissione di Thierry Francou, capo della Eurenco, il «fattore scatenante dell’investimento per ricreare fabbriche in Francia è stato il consumo di scorte, non solo in Francia ma ovunque in Europa». Molti Paesi stanno fornendo a Kiev proiettili da 155 millimetri riducendo a livelli pericolosi le già scarse scorte mantenute in oltre vent’anni di riduzioni delle spese militari. Francou ha anche dichiarato che «l’esportazione, che costituisce i due terzi del fatturato, sarà sostenuta per i prossimi dieci anni poiché l’azienda ha ordini fino al 2027». Così lo stabilimento che sarà realizzato a Bergerac entro giugno 2025 produrrà ogni 12 mesi fino a 500.000 cariche piriche o 95.000 munizioni. L’investimento ammonta a 60 milioni di euro, 50 dei quali saranno finanziati dalla società e i restanti dal governo. Possiamo chiamarla rilocalizzazione, ma in realtà quanto la Francia sta per fare con Eurenco è una nazionalizzazione a protezione della sua Difesa fatta in un momento storico che vede soltanto tendenze al rialzo. Altrove non è diverso: in Germania - 75 miliardi per nuove armi approvati a dicembre 2022 - Rheinmetall ne guadagnerà almeno dieci dalla rimessa in produzione dei carri Leopard 2.E con Josep Borrell che intende utilizzare l’attuale Fondo europeo per la pace da 3,6 miliardi di euro per l’acquisto congiunto di munizioni, non è difficile immaginare a chi si rovolgerà l’Ue quando ci sarà bisogno di fare acquisti comuni: alle potenze che stanno facendo la corsa per incrementare la produzione nazionale di armamenti, ovviamente. Ovvero le solite Francia e Germania. E l’Italia? Alla fine dello scorso anno Francia e Italia hanno concordato di fabbricare 700 missili Aster supplementari per poter modernizzare e sostenere capacità di difesa antiaerea, sia terrestre, sia navale, comunicando la commessa alla multinazionale franco-anglo-italiana Mbda e a quella franco-italiana Thales. Questa volta non si tratta di rimpiazzare un singolo assetto della Difesa, magari per sfruttare l’effetto deterrenza, ma di rendere molto più efficace la capacità di difesa. Non c’è nazione a noi vicina che non lo stia facendo, dalla Svizzera alla Polonia, Belgio, Olanda, Paesi baltici o dell’Est europeo. Nella giornata di ieri il premier spagnolo Pedro Sánchez, in visita a Kiev, ha annunciato l’invio di altri carri armati Leopard, passando dai sei promessi qualche mese fa a dieci unità «già a fine marzo» come ha confermato il ministro della Difesa di Madrid Margarita Robles, tenendo a precisare che la consegna avverrà in accordo con gli alleati e terminata la «messa a punto» dei carri e la formazione degli ucraini. Durante il 2022 il fatturato dalle prime cento aziende mondiali di armamenti è stato pari a 500 miliardi di dollari, ma le forniture dei materiali soffrivano ancora degli strascichi della pandemia. 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Mattarella e la Von der Leyen hanno poi pranzato insieme, a Villa Pajno, a Palermo. Una colazione di lavoro che è servita fare il punto sulle questioni di attualità e politica internazionale, compresa quella transizione ecologica, ovvero le direttive dell’Europa sulle case e sulle auto green, che hanno scatenato le proteste di milioni di cittadini e su cui il Colle sta spingendo molto. Curiosità: a quanto riferiscono alla Verità fonti bene informate, la von der Leyen ha detto a Mattarella che il capo dello Stato è stato sempre un punto di riferimento per l’Europa sotto diversi governi. Mattarella si è schernito, e ha risposto che la politica estera è competenza dell’esecutivo e non sua. Oltre alla questione ambientale, i temi principali al centro del colloquio tra Mattarella e la von der Leyen sono stati la guerra in Ucraina, il fenomeno delle migrazioni, la questione relativa al gas e alle fonti di approvvigionamento energetico. Argomenti sui quali tra il capo dello Stato e la leader dell’Unione europea si è registrata una totale comunanza di visioni. Mattarella, in particolare, ha ringraziato la von der Leyen per aver detto che le migrazioni sono un tema che riguarda l’intera Unione europea. Soddisfazione è stata espressa da entrambi per la riduzione del prezzo del gas e per la spinta comune a sviluppare energie rinnovabili. Mattarella e la von der Leyen hanno espresso anche un giudizio positivo sulla compattezza dell’Unione su tutti questi argomenti. Attenzione, nel corso del colloquio, anche per l’ apertura dei flussi legali di migranti e contemporaneamente per la lotta ai trafficanti di esseri umani. La von der Leyen ha visitato il monumento che ricorda la strage di Capaci: «Inizio la mia visita della Sicilia», ha scritto Ursula su Twitter, «a Capaci, per onorare Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e tutte le vittime di mafia. Falcone disse: gli uomini passano, le idee restano e camminano sulle gambe di altri uomini. Oggi una nuova generazione porta avanti le sue idee». «La Sicilia», ha detto la von der Leyen, «può diventare una potenza dell’energia pulita per l’Europa. La Sicilia è cruciale per la transizione energetica anche per un altro motivo, a poche miglia dalle vostre coste c’è quello che potrebbe diventare un altro gigante dell’energia pulita: l’Africa. È arrivato il momento di un nuovo pivot strategico dell’Europa verso il Mediterraneo». In quest’ottica, Ursula ha annunciato che «anche l’Unione sta instaurando nuovi collegamenti con l’Africa attraverso il piano di investimenti della strategia Global Gateway, finanziando ad esempio un nuovo elettrodotto sottomarino fra Sicilia e Tunisia». E proprio a proposito del progetto di interconnessione elettrica tra Tunisia e Italia Elmed, l’ambasciatore d’Italia a Tunisi, Fabrizio Saggio, ha detto che «è il progetto del secolo». Dall’Africa al problema dell’immigrazione il passo è breve: «Dobbiamo combattere passatori e trafficanti», ha sottolineato a questo proposito la leader della Commissione europea, «dialogare con i Paesi partner, collaborare al rimpatrio di chi non ha diritto di restare. E dobbiamo cooperare a livello europeo. L’Europa deve estendere la propria solidarietà a tutti gli Stati membri e alle comunità locale», ha aggiunto ancora la von der Leyen.
Regina Corradini D’Arienzo (Ansa)
Risorse a tassi agevolati e contributi a fondo perduto fino al 30% per contrastare il caro energia e il blocco dello Stretto di Hormuz. La misura, operativa dal 25 maggio, protegge le aziende esportatrici e le filiere strategiche dagli choc del conflitto nel Golfo Persico.
La diplomazia non ha ancora trovato una via d’uscita al conflitto con l’Iran e la crisi energetica legata al blocco del canale di Hormuz si aggrava.
Gli analisti stimano che anche a fronte di una risoluzione a breve, per rimettere in moto il meccanismo dei rapporti con quell’area a cominciare dagli approvvigionamenti, serviranno mesi. Alla luce di questo scenario la Simest, la società per l’internazionalizzazione delle imprese del gruppo Cdp (Cassa depositi e prestiti) lancia un nuovo intervento strategico da 800 milioni di euro a sostegno delle imprese colpite dagli effetti del conflitto nel Golfo Persico e dal perdurare delle tensioni sui costi energetici. Le risorse sono destinate alle aziende esportatrici e a quelle che, pur non vendendo direttamente direttamente all’estero i propri prodotti, fanno parte di filiere produttive strategiche. Cuore del pacchetto, attivato nell’ambito dello strumento «Transizione digitale ed ecologica», è la nuova linea «Energia per la competitività internazionale», concepita per offrire una risposta mirata per fronteggiare gli effetti della crisi sui costi energetici e sul fatturato, in modo da salvaguardare la solidità finanziaria e la capacità di continuare a investire all’estero delle imprese.
Potranno accedere al sostegno le realtà imprenditoriali che, nel primo trimestre o quadrimestre del 2026, abbiano registrato un incremento dei costi energetici o una riduzione del fatturato pari ad almeno il 10% rispetto allo stesso periodo del 2025, a causa del conflitto. Il sostegno avverrà attraverso la concessione di finanziamenti agevolati accompagnati da una quota a fondo perduto fino al 30% per le Pmi e fino al 20% per le altre imprese.
Le risorse sono finalizzate a essere utilizzate principalmente per operazioni di rafforzamento patrimoniale (fino al 90% del finanziamento) oppure per finanziamenti di soci, con possibilità di destinare fino a 1,5 milioni di euro a incrementi di capitale e supporto alle società controllate. L’anticipo può arrivare a coprire fino al 50% della somma richiesta mentre la durata del finanziamento sarà di otto anni. Parallelamente, viene ulteriormente rafforzata la misura dedicata alle imprese energivore, cioè a favore dei comparti più esposti al caro energia, con condizioni migliorative affinché possano continuare ad operare e a investire. Si prevede un contributo a fondo perduto fino al 20%, l’esenzione dalla presentazione delle garanzie; poi finanziamenti fino al 90% per il rafforzamento patrimoniale, l’incremento fino a 1,5 milioni di euro della quota da destinare alla capitalizzazione delle controllate e l’innalzamento dell’anticipo fino al 50%. Infine l’estensione della durata dei finanziamenti fino a otto anni.
Le domande potranno essere presentate a partire dal 25 maggio fino al 31 dicembre 2026. Per garantire una gestione ordinata delle richieste, nei primi cinque giorni di apertura della misura, sarà attivato un sistema di «coda virtuale» nel caso di accessi simultanei elevati alla piattaforma.
«Vogliamo dare una risposta concreta e tempestiva alle imprese che stanno affrontando gli effetti di un quadro internazionale sempre più instabile, segnato dalle tensioni geopolitiche e dal forte aumento dei costi energetici, che rischiano di incidere sulla competitività del nostro sistema produttivo. L’obiettivo è sostenere non solo le aziende esportatrici, ma anche tutte le filiere strategiche del Made in Italy, rafforzandone la capacità di continuare a investire e crescere sui mercati internazionali», ha affermato l’amministratore delegato di Simest, Regina Corradini D’Arienzo.
Il Fondo monetario internazionale ha segnalato che, insieme al Regno Unito, l’Italia è fra i Paesi europei più esposti a causa della forte dipendenza dalle centrali a gas. Le importazioni italiane di beni energetici dal Medio Oriente nel 2025 hanno superato i 15 miliardi di euro. L’intervento di Simest quindi vuole accompagnare le imprese non solo nella gestione della fase emergenziale, ma anche nella gestione del periodo successivo, contribuendo al rafforzamento strutturale.
Ecco #DimmiLaVerità del 15 maggio 2026. Il deputato del M5s Marco Pellegrini commenta gli sviluppi della guerra in Iran e la crisi economica in Italia.
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Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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