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2023-02-24
Parigi riporta a casa la polvere da sparo. E con Berlino aspetta che bussi Bruxelles
Emmanuel Macron (Ansa)
Il presidente francese Emmanuel Macron già durante Eurosartory 2022 - la più grande fiera internazionale della difesa e della sicurezza che si tiene ogni due anni a Parigi, in giugno - aveva detto di voler entrare in «economia di guerra» al fine di spingere i produttori nazionali di armi ad aumentare le loro capacità per poter fornire più rapidamente attrezzature militari. Subito dopo la Difesa francese ha varato il piano di rafforzamento 2024-2030, ovvero completando una «rivalutazione della legge di programmazione militare per adeguare i mezzi alle minacce e al contesto geopolitico». Si fa fatica ad ammetterlo, ma la guerra russo-ucraina è l’evento che dal 1945 a oggi sta causando la più imponente campagna mondiale di riarmo, complice anche la situazione in essere tra Cina e Taiwan e, in generale di quella dello scacchiere Pacifico. Mai come ora, da oltre mezzo secolo, avevamo assistito a una corsa all’approvvigionamento di munizioni e sistemi d’arma, quando non addirittura a una corsa per sostituire armamenti obsoleti sfruttando l’imperdibile occasione di fornire all’Ucraina i mezzi per combattere, al tempo stesso svuotando i magazzini di ciò che non è all’avanguardia. La guerra in Ucraina è anche un’imperdibile vetrina per pubblicizzare l’efficacia delle armi e la decisione di supportare Kiev fino alla fine di un conflitto che si annuncia molto lungo la terrà accesa per molti anni a venire. Ebbene: ieri il ministro delle Forze Armate francesi Sébastien Lecornu ha confermato che il gruppo francese Eurenco riporterà in patria la produzione di polvere pirica per proiettili. L’azienda, che produce esplosivi per munizioni d’artiglieria, trasferirà a Bergerac (Dordogna) la sua produzione con l’obiettivo di produrre in territorio francese almeno 1.200 tonnellate di polvere pirica all’anno. La decisione finale è stata motivata dalle conseguenze della guerra in Ucraina che vedono, in generale, lo svuotamento degli arsenali per tutte le nazioni che hanno fornito armi a Kiev, ma sarebbe stata ipotizzata già durante la prima ondata della pandemia quando è stato subito chiaro che il commercio di determinati materiali sarebbe cambiato per sempre. Per stessa ammissione di Thierry Francou, capo della Eurenco, il «fattore scatenante dell’investimento per ricreare fabbriche in Francia è stato il consumo di scorte, non solo in Francia ma ovunque in Europa». Molti Paesi stanno fornendo a Kiev proiettili da 155 millimetri riducendo a livelli pericolosi le già scarse scorte mantenute in oltre vent’anni di riduzioni delle spese militari. Francou ha anche dichiarato che «l’esportazione, che costituisce i due terzi del fatturato, sarà sostenuta per i prossimi dieci anni poiché l’azienda ha ordini fino al 2027». Così lo stabilimento che sarà realizzato a Bergerac entro giugno 2025 produrrà ogni 12 mesi fino a 500.000 cariche piriche o 95.000 munizioni. L’investimento ammonta a 60 milioni di euro, 50 dei quali saranno finanziati dalla società e i restanti dal governo. Possiamo chiamarla rilocalizzazione, ma in realtà quanto la Francia sta per fare con Eurenco è una nazionalizzazione a protezione della sua Difesa fatta in un momento storico che vede soltanto tendenze al rialzo. Altrove non è diverso: in Germania - 75 miliardi per nuove armi approvati a dicembre 2022 - Rheinmetall ne guadagnerà almeno dieci dalla rimessa in produzione dei carri Leopard 2.
E con Josep Borrell che intende utilizzare l’attuale Fondo europeo per la pace da 3,6 miliardi di euro per l’acquisto congiunto di munizioni, non è difficile immaginare a chi si rovolgerà l’Ue quando ci sarà bisogno di fare acquisti comuni: alle potenze che stanno facendo la corsa per incrementare la produzione nazionale di armamenti, ovviamente. Ovvero le solite Francia e Germania.
E l’Italia? Alla fine dello scorso anno Francia e Italia hanno concordato di fabbricare 700 missili Aster supplementari per poter modernizzare e sostenere capacità di difesa antiaerea, sia terrestre, sia navale, comunicando la commessa alla multinazionale franco-anglo-italiana Mbda e a quella franco-italiana Thales. Questa volta non si tratta di rimpiazzare un singolo assetto della Difesa, magari per sfruttare l’effetto deterrenza, ma di rendere molto più efficace la capacità di difesa. Non c’è nazione a noi vicina che non lo stia facendo, dalla Svizzera alla Polonia, Belgio, Olanda, Paesi baltici o dell’Est europeo. Nella giornata di ieri il premier spagnolo Pedro Sánchez, in visita a Kiev, ha annunciato l’invio di altri carri armati Leopard, passando dai sei promessi qualche mese fa a dieci unità «già a fine marzo» come ha confermato il ministro della Difesa di Madrid Margarita Robles, tenendo a precisare che la consegna avverrà in accordo con gli alleati e terminata la «messa a punto» dei carri e la formazione degli ucraini. Durante il 2022 il fatturato dalle prime cento aziende mondiali di armamenti è stato pari a 500 miliardi di dollari, ma le forniture dei materiali soffrivano ancora degli strascichi della pandemia. Soltanto il prossimo anno potremo renderci conto dell’aumento.
Intesa green tra Ursula e Mattarella
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, hanno partecipato ieri all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Palermo. Ad accogliere Mattarella sono stati il sindaco di Palermo Roberto Lagalla, il prefetto Teresa Maria Cucinotta, il presidente della Regione siciliana Renato Schifani, il presidente dell’Assemblea siciliana Gaetano Galvagno e il rettore Massimo Midiri. In sala presenti diverse autorità istituzionali, civili, militari e religiose. Mattarella e la Von der Leyen hanno poi pranzato insieme, a Villa Pajno, a Palermo. Una colazione di lavoro che è servita fare il punto sulle questioni di attualità e politica internazionale, compresa quella transizione ecologica, ovvero le direttive dell’Europa sulle case e sulle auto green, che hanno scatenato le proteste di milioni di cittadini e su cui il Colle sta spingendo molto.
Curiosità: a quanto riferiscono alla Verità fonti bene informate, la von der Leyen ha detto a Mattarella che il capo dello Stato è stato sempre un punto di riferimento per l’Europa sotto diversi governi. Mattarella si è schernito, e ha risposto che la politica estera è competenza dell’esecutivo e non sua.
Oltre alla questione ambientale, i temi principali al centro del colloquio tra Mattarella e la von der Leyen sono stati la guerra in Ucraina, il fenomeno delle migrazioni, la questione relativa al gas e alle fonti di approvvigionamento energetico. Argomenti sui quali tra il capo dello Stato e la leader dell’Unione europea si è registrata una totale comunanza di visioni. Mattarella, in particolare, ha ringraziato la von der Leyen per aver detto che le migrazioni sono un tema che riguarda l’intera Unione europea. Soddisfazione è stata espressa da entrambi per la riduzione del prezzo del gas e per la spinta comune a sviluppare energie rinnovabili. Mattarella e la von der Leyen hanno espresso anche un giudizio positivo sulla compattezza dell’Unione su tutti questi argomenti. Attenzione, nel corso del colloquio, anche per l’ apertura dei flussi legali di migranti e contemporaneamente per la lotta ai trafficanti di esseri umani.
La von der Leyen ha visitato il monumento che ricorda la strage di Capaci: «Inizio la mia visita della Sicilia», ha scritto Ursula su Twitter, «a Capaci, per onorare Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e tutte le vittime di mafia. Falcone disse: gli uomini passano, le idee restano e camminano sulle gambe di altri uomini. Oggi una nuova generazione porta avanti le sue idee».
«La Sicilia», ha detto la von der Leyen, «può diventare una potenza dell’energia pulita per l’Europa. La Sicilia è cruciale per la transizione energetica anche per un altro motivo, a poche miglia dalle vostre coste c’è quello che potrebbe diventare un altro gigante dell’energia pulita: l’Africa. È arrivato il momento di un nuovo pivot strategico dell’Europa verso il Mediterraneo».
In quest’ottica, Ursula ha annunciato che «anche l’Unione sta instaurando nuovi collegamenti con l’Africa attraverso il piano di investimenti della strategia Global Gateway, finanziando ad esempio un nuovo elettrodotto sottomarino fra Sicilia e Tunisia». E proprio a proposito del progetto di interconnessione elettrica tra Tunisia e Italia Elmed, l’ambasciatore d’Italia a Tunisi, Fabrizio Saggio, ha detto che «è il progetto del secolo».
Dall’Africa al problema dell’immigrazione il passo è breve: «Dobbiamo combattere passatori e trafficanti», ha sottolineato a questo proposito la leader della Commissione europea, «dialogare con i Paesi partner, collaborare al rimpatrio di chi non ha diritto di restare. E dobbiamo cooperare a livello europeo. L’Europa deve estendere la propria solidarietà a tutti gli Stati membri e alle comunità locale», ha aggiunto ancora la von der Leyen.
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Dopo l’attivismo tedesco, un altro passo verso il nazionalismo degli armamenti. Che frutterà miliardi quando l’Ue avrà bisogno.La presidente della Commissione in visita a Palermo. Sul tavolo, energia e migranti. Ursula von der Leyen: «Ue finanzierà nuovo elettrodotto sottomarino fra Sicilia e Tunisia».Lo speciale contiene due articoli.Il presidente francese Emmanuel Macron già durante Eurosartory 2022 - la più grande fiera internazionale della difesa e della sicurezza che si tiene ogni due anni a Parigi, in giugno - aveva detto di voler entrare in «economia di guerra» al fine di spingere i produttori nazionali di armi ad aumentare le loro capacità per poter fornire più rapidamente attrezzature militari. Subito dopo la Difesa francese ha varato il piano di rafforzamento 2024-2030, ovvero completando una «rivalutazione della legge di programmazione militare per adeguare i mezzi alle minacce e al contesto geopolitico». Si fa fatica ad ammetterlo, ma la guerra russo-ucraina è l’evento che dal 1945 a oggi sta causando la più imponente campagna mondiale di riarmo, complice anche la situazione in essere tra Cina e Taiwan e, in generale di quella dello scacchiere Pacifico. Mai come ora, da oltre mezzo secolo, avevamo assistito a una corsa all’approvvigionamento di munizioni e sistemi d’arma, quando non addirittura a una corsa per sostituire armamenti obsoleti sfruttando l’imperdibile occasione di fornire all’Ucraina i mezzi per combattere, al tempo stesso svuotando i magazzini di ciò che non è all’avanguardia. La guerra in Ucraina è anche un’imperdibile vetrina per pubblicizzare l’efficacia delle armi e la decisione di supportare Kiev fino alla fine di un conflitto che si annuncia molto lungo la terrà accesa per molti anni a venire. Ebbene: ieri il ministro delle Forze Armate francesi Sébastien Lecornu ha confermato che il gruppo francese Eurenco riporterà in patria la produzione di polvere pirica per proiettili. L’azienda, che produce esplosivi per munizioni d’artiglieria, trasferirà a Bergerac (Dordogna) la sua produzione con l’obiettivo di produrre in territorio francese almeno 1.200 tonnellate di polvere pirica all’anno. La decisione finale è stata motivata dalle conseguenze della guerra in Ucraina che vedono, in generale, lo svuotamento degli arsenali per tutte le nazioni che hanno fornito armi a Kiev, ma sarebbe stata ipotizzata già durante la prima ondata della pandemia quando è stato subito chiaro che il commercio di determinati materiali sarebbe cambiato per sempre. Per stessa ammissione di Thierry Francou, capo della Eurenco, il «fattore scatenante dell’investimento per ricreare fabbriche in Francia è stato il consumo di scorte, non solo in Francia ma ovunque in Europa». Molti Paesi stanno fornendo a Kiev proiettili da 155 millimetri riducendo a livelli pericolosi le già scarse scorte mantenute in oltre vent’anni di riduzioni delle spese militari. Francou ha anche dichiarato che «l’esportazione, che costituisce i due terzi del fatturato, sarà sostenuta per i prossimi dieci anni poiché l’azienda ha ordini fino al 2027». Così lo stabilimento che sarà realizzato a Bergerac entro giugno 2025 produrrà ogni 12 mesi fino a 500.000 cariche piriche o 95.000 munizioni. L’investimento ammonta a 60 milioni di euro, 50 dei quali saranno finanziati dalla società e i restanti dal governo. Possiamo chiamarla rilocalizzazione, ma in realtà quanto la Francia sta per fare con Eurenco è una nazionalizzazione a protezione della sua Difesa fatta in un momento storico che vede soltanto tendenze al rialzo. Altrove non è diverso: in Germania - 75 miliardi per nuove armi approvati a dicembre 2022 - Rheinmetall ne guadagnerà almeno dieci dalla rimessa in produzione dei carri Leopard 2.E con Josep Borrell che intende utilizzare l’attuale Fondo europeo per la pace da 3,6 miliardi di euro per l’acquisto congiunto di munizioni, non è difficile immaginare a chi si rovolgerà l’Ue quando ci sarà bisogno di fare acquisti comuni: alle potenze che stanno facendo la corsa per incrementare la produzione nazionale di armamenti, ovviamente. Ovvero le solite Francia e Germania. E l’Italia? Alla fine dello scorso anno Francia e Italia hanno concordato di fabbricare 700 missili Aster supplementari per poter modernizzare e sostenere capacità di difesa antiaerea, sia terrestre, sia navale, comunicando la commessa alla multinazionale franco-anglo-italiana Mbda e a quella franco-italiana Thales. Questa volta non si tratta di rimpiazzare un singolo assetto della Difesa, magari per sfruttare l’effetto deterrenza, ma di rendere molto più efficace la capacità di difesa. Non c’è nazione a noi vicina che non lo stia facendo, dalla Svizzera alla Polonia, Belgio, Olanda, Paesi baltici o dell’Est europeo. Nella giornata di ieri il premier spagnolo Pedro Sánchez, in visita a Kiev, ha annunciato l’invio di altri carri armati Leopard, passando dai sei promessi qualche mese fa a dieci unità «già a fine marzo» come ha confermato il ministro della Difesa di Madrid Margarita Robles, tenendo a precisare che la consegna avverrà in accordo con gli alleati e terminata la «messa a punto» dei carri e la formazione degli ucraini. Durante il 2022 il fatturato dalle prime cento aziende mondiali di armamenti è stato pari a 500 miliardi di dollari, ma le forniture dei materiali soffrivano ancora degli strascichi della pandemia. Soltanto il prossimo anno potremo renderci conto dell’aumento.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/parigi-riporta-casa-polvere-sparo-2659460076.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="intesa-green-tra-ursula-e-mattarella" data-post-id="2659460076" data-published-at="1677178335" data-use-pagination="False"> Intesa green tra Ursula e Mattarella Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, hanno partecipato ieri all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Palermo. Ad accogliere Mattarella sono stati il sindaco di Palermo Roberto Lagalla, il prefetto Teresa Maria Cucinotta, il presidente della Regione siciliana Renato Schifani, il presidente dell’Assemblea siciliana Gaetano Galvagno e il rettore Massimo Midiri. In sala presenti diverse autorità istituzionali, civili, militari e religiose. Mattarella e la Von der Leyen hanno poi pranzato insieme, a Villa Pajno, a Palermo. Una colazione di lavoro che è servita fare il punto sulle questioni di attualità e politica internazionale, compresa quella transizione ecologica, ovvero le direttive dell’Europa sulle case e sulle auto green, che hanno scatenato le proteste di milioni di cittadini e su cui il Colle sta spingendo molto. Curiosità: a quanto riferiscono alla Verità fonti bene informate, la von der Leyen ha detto a Mattarella che il capo dello Stato è stato sempre un punto di riferimento per l’Europa sotto diversi governi. Mattarella si è schernito, e ha risposto che la politica estera è competenza dell’esecutivo e non sua. Oltre alla questione ambientale, i temi principali al centro del colloquio tra Mattarella e la von der Leyen sono stati la guerra in Ucraina, il fenomeno delle migrazioni, la questione relativa al gas e alle fonti di approvvigionamento energetico. Argomenti sui quali tra il capo dello Stato e la leader dell’Unione europea si è registrata una totale comunanza di visioni. Mattarella, in particolare, ha ringraziato la von der Leyen per aver detto che le migrazioni sono un tema che riguarda l’intera Unione europea. Soddisfazione è stata espressa da entrambi per la riduzione del prezzo del gas e per la spinta comune a sviluppare energie rinnovabili. Mattarella e la von der Leyen hanno espresso anche un giudizio positivo sulla compattezza dell’Unione su tutti questi argomenti. Attenzione, nel corso del colloquio, anche per l’ apertura dei flussi legali di migranti e contemporaneamente per la lotta ai trafficanti di esseri umani. La von der Leyen ha visitato il monumento che ricorda la strage di Capaci: «Inizio la mia visita della Sicilia», ha scritto Ursula su Twitter, «a Capaci, per onorare Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e tutte le vittime di mafia. Falcone disse: gli uomini passano, le idee restano e camminano sulle gambe di altri uomini. Oggi una nuova generazione porta avanti le sue idee». «La Sicilia», ha detto la von der Leyen, «può diventare una potenza dell’energia pulita per l’Europa. La Sicilia è cruciale per la transizione energetica anche per un altro motivo, a poche miglia dalle vostre coste c’è quello che potrebbe diventare un altro gigante dell’energia pulita: l’Africa. È arrivato il momento di un nuovo pivot strategico dell’Europa verso il Mediterraneo». In quest’ottica, Ursula ha annunciato che «anche l’Unione sta instaurando nuovi collegamenti con l’Africa attraverso il piano di investimenti della strategia Global Gateway, finanziando ad esempio un nuovo elettrodotto sottomarino fra Sicilia e Tunisia». E proprio a proposito del progetto di interconnessione elettrica tra Tunisia e Italia Elmed, l’ambasciatore d’Italia a Tunisi, Fabrizio Saggio, ha detto che «è il progetto del secolo». Dall’Africa al problema dell’immigrazione il passo è breve: «Dobbiamo combattere passatori e trafficanti», ha sottolineato a questo proposito la leader della Commissione europea, «dialogare con i Paesi partner, collaborare al rimpatrio di chi non ha diritto di restare. E dobbiamo cooperare a livello europeo. L’Europa deve estendere la propria solidarietà a tutti gli Stati membri e alle comunità locale», ha aggiunto ancora la von der Leyen.
Nicole Minetti e Carlo Nordio (Getty Images)
Se esiste, il complotto però a me pare che lo abbiano fabbricato direttamente lassù sul Colle. Altro che barbe finte, missioni sotto copertura, provocazioni di potenze straniere: l’operazione Disgrazia è tutta farina del sacco del Quirinale. E se Mattarella è in imbarazzo, come dicono, deve ringraziare qualche suo collaboratore. Del resto, è stato lo stesso portavoce di Mattarella a chiarire i contorni della faccenda l’11 aprile, quando iniziarono le prime polemiche per il provvedimento che cancellava le pene inflitte all’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi. «La concessione dell’atto di clemenza - in favore del quale si è espresso il competente procuratore generale della Corte d’appello in un ampio parere - si è fondata anche sulle gravi condizioni di salute di uno stretto familiare minore della Minetti, che necessita di assistenza e cure particolari presso ospedali altamente specializzati». Ora il concetto è stato ribadito da un nuovo commento rilasciato alle agenzie, in cui si sottolinea il ruolo della Procura generale. E, come ci ricordano ogni giorno i quirinalisti, ossia quella curiosa categoria di giornalisti che raccoglie ogni sospiro del presidente, il capo dello Stato è un fine giurista, ossia una persona che pesa le parole. Dunque, se ci fosse stato anche un lontanissimo sospetto che l’operazione Minetti fosse in qualche modo manovrata dall’esterno, il sempre cauto Mattarella non avrebbe certo autorizzato quella nota. Non solo: leggendo il comunicato balza all’occhio come si faccia riferimento non soltanto alle condizioni di salute del bambino adottato dalla coppia Minetti-Cipriani, ma soprattutto all’ampio parere del procuratore generale della Corte d’appello. Non si parla del ministero, dell’opinione di Nordio o dei suoi collaboratori, ma esclusivamente del via libera formulato dal giudice competente a esprimersi sulle richieste di grazia. Nei fatti, è così confermato che il ruolo del ministero, in questo ma anche in altre misure di clemenza, è assolutamente marginale, perché a via Arenula compete solo la consultazione del casellario, per evidenziare eventuali pendenze penali, e l’invio della pratica alla Procura, oltre che, nel caso questa tardi a rispondere entro i termini fissati, un eventuale sollecito per ottenere la risposta.
Nel tentativo di sviare la responsabilità del Colle che, come da sentenza della Corte costituzionale, è il solo titolare del potere di grazia, qualcuno ha pure provato ad alzare un polverone, sostenendo che il ministero avrebbe omesso, nel passare la pratica al procuratore generale, di richiedere indagini all’estero. In pratica, Nordio e compagni (alla giustizia operano molti esponenti di Magistratura democratica) si sarebbero «dimenticati» di ordinare le rogatorie per conoscere le «attività» estere della coppia Minetti-Cipriani, ovvero se in Uruguay l’ex consigliere regionale conducesse uno «stile di vita» (la definizione è della Procura generale) censurabile. Ma, come si fa notare al ministero, la richiesta di grazia non è un procedimento penale, bensì un atto amministrativo nella disponibilità del capo dello Stato. Dunque, non segue l’iter penale. E del resto, Nordio non ha al suo servizio la polizia giudiziaria (che, invece, è agli ordini dei pm) e quindi le richieste di approfondimento inviate a Milano sono le stesse che si formulano in questi casi, né più né meno. E se le risposte non piacevano, come fanno notare in tribunale a loro volta con una nota, il ministero e il Quirinale potevano rimandarle indietro e sollecitare un ulteriore approfondimento. Cosa che non è avvenuta.
In conclusione, nonostante ci sia chi prova a immaginare complottoni o depistaggi degli 007 stranieri, la faccenda nasce al Quirinale e si sviluppa con una serie di suggestioni giornalistiche tutte da dimostrare. Certo, se le informazioni alla base della storia sono come quelle di Sigfrido Ranucci sui viaggi del ministro della Giustizia, la questione non finisce qui.
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Francesca Nanni (Ansa)
Ama la serenità bucolica dell’orto ma le patate bollenti finite sulla sua scrivania non le ha coltivate lei. Francesca Nanni, 66 anni, procuratore generale (preferisce il maschile anche se è la prima donna a ricoprire il ruolo a Milano) si è ritrovata davanti i due tuberi più esplosivi dell’anno, mediaticamente del decennio. Si sa quanto il processo mediatico solletichi la vanità dei pm d’assalto ma lei non lo è, tutt’altro. Preferirebbe continuare a rappresentare la Giustizia con la maiuscola, a far funzionare l’ufficio come un orologio svizzero e a concedersi Paradise dei Coldplay la sera nel momento del relax.
Tutto questo prima del terremoto: il tritacarne di Garlasco e la grazia avvelenata a Nicole Minetti. Una doppietta da emicrania, nodi intricati fra sciatterie e pasticci combinati da altri, ai quali deve porre rimedio non solo per chiudere i dossier in nome della verità. Ma anche per restituire credibilità alla magistratura agli occhi dell’opinione pubblica e pure del Quirinale. Due finali di Champions League: la prima per far luce all’omicidio di Chiara Poggi 19 anni dopo, con un condannato da scagionare (Alberto Stasi), un nuovo sospettato da valutare (Andrea Sempio) senza poter sbagliare niente. Nel ventennio della vergogna è stato già sbagliato tutto. Titolo: Sempio dopo lo scempio. Nanni ha già cambiato passo: «Non sarà uno studio né veloce né facile, ma un’analisi attenta, anche per valutare se chiedere ulteriori atti». Piedi di piombo prima di chiedere la revisione.
L’altra patata bollente è perfino più a rischio ustioni. C’è una grazia trasformata in disgrazia per carenza di indagini, c’è da approfondire la vita dell’ex igienista dentale in Uruguay con il compagno e il ranch multiuso. Gli investigatori hanno avuto un anno di tempo per non scoprire ciò che era sotto gli occhi di tutti: bastava leggere Chi. Ora tocca a Nanni rimediare, sono le seccature dei gradi. Ha già sottolineato: «Speriamo di poter chiarire nell’interesse di tutti. Magari non siamo stati perspicaci ma diligenti si. Quello che ci è stato detto di fare l’abbiamo fatto». Poi ha coinvolto l’Interpol «perché i fatti riportati dalla stampa sono molto gravi ma vanno verificati. Voglio accertarli prima come cittadina, poi come magistrata e infine come magistrata coinvolta nella vicenda».
Francesca Nanni è nata a Millesimo (Savona) da madre toscana e padre bolognese, è in magistratura dal 1986 e vanta una carriera di prim’ordine: pm a Sanremo, poi all’Antimafia a Genova, procuratore a Cuneo e a Cagliari prima del salto definitivo a Milano. Nella sua storia ci sono vittorie ottenute con l’applicazione e il lavoro; fa parte della generazione boomer, testa bassa e pedalare. A Cuneo smaschera un traffico illegale di cuccioli (operazione Nero Wolf). A Cagliari ha il merito di riaprire il caso di Beniamino Zuncheddu; è la prima a credere nell’innocenza dell’uomo in carcere da 32 anni, la più lunga «ingiusta detenzione» italiana.
Arrivata a Milano deve affrontare il possibile rientro di sette ex terroristi rossi dall’esilio dorato a Parigi grazie alla dottrina Mitterrand. «Questi signori vengano riportati in Italia e le pene siano eseguite, altre valutazioni sono fuori luogo». Quando l’estradizione viene negata si attiva invano per «valutare se nell’ordinamento francese c’è la possibilità di un’impugnazione». Nel tempo libero il Procuratore generale Nanni predilige la palestra (body pump, il sollevamento pesi a ritmo di musica) e qualche weekend nella casa in Liguria fra ortensie, ortaggi, frutteto e pesca d’altura al tonno.
Nel referendum è scesa in campo con il partito del No, fu lei a dire a Carlo Nordio: «Mi consenta signor ministro, questa riforma ha un carattere punitivo che non meritiamo». Plurale imprudente. Lei certamente no, ma le due patate incandescenti sulla scrivania di mogano mostrano un sistema giudiziario disarticolato, bisognoso di profonda revisione. E confermano l’emendamento Gino Bartali («Tutto sbagliato, tutto da rifare»). Che non era Nordio e neppure Piero Calamandrei ma di pedalate se ne intendeva.
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