
La leadership di Angela Merkel finisce tra le macerie di un presunto modello «neutro» che non regge più. Ecco chi può sostituirla.La caduta silenziosa del nuovo Muro di Berlino rischia di essere gravida di conseguenze tanto quanto la prima. La crisi della Turingia, scatenatasi con il «nein» di Angela Merkel all'alleanza strategica tra Cdu e Afd nella elezione del nuovo governatore Thomas Kemmerich, rischia di essere già - priva ancora che si dispieghino tutti i suoi sviluppi - il fatto politico più rilevante sia per la Germania sia per l'Europa.Arrivano, con la clamorosa evaporazione della leadership di Annegret Kramp-Karrenbauer (durata praticamente un anno, in un partito abituato alla lunga durata degli Adenauer, dei Kohl e ovviamente delle Merkel), al pettine tutti i nodi di un sistema costruito su un estremismo conservativo, più che conservatore. Pochi libri, anche al netto di un indubbio livore personale, descrivono questo assetto più di Il sistema Merkel, di Gertrud Höhler, tradotto in Italia da Il Saggiatore ormai sette anni fa ma clamorosamente attuale per leggere anche ciò che può accadere di qui in avanti nel cuore dell'Europa.Definita (da Limes) con efficacia chirurgica «egemone riluttante», la leadership della Cdu ha incarnato per un ventennio un cauto e lento trasformismo teso a ridefinire un generico afflato liberale, in fondo privo di una sostanza ideale che non fosse la difesa strenua delle coordinate economiche su cui è stata costruita l'unione monetaria. Il resto è pragmatismo assoluto, come ampiamente dimostrato sulla crisi ucraina, sui rapporti con Cina e Russia, e nella gestione cocciuta dello scontro economico di lungo periodo con gli Stati Uniti. Un cozzo acuito dalla muscolarità incontrollabile di Donald Trump, ma che sarebbe proseguito (ed eventualmente proseguirà) con qualunque presidenza.«Se non si trova una strategia accettabile per il superamento della crisi, anche l'attuale potere economico tedesco potrebbe trasformarsi presto in un'illusione. Per i mercati, infatti, è breve la distanza che separa l'idea che l'egemonia tedesca costituisca una garanzia di sopravvivenza per l'euro e l'opinione che la Germania sia essa stessa concausa del problema. In questo senso, o Berlino riesce a salvare l'eurozona oppure verrà risucchiata e travolta dai suoi guai», scriveva lo studioso Hanns Maull, autore di un saggio chiarificatore sulle coordinate della politica estera di Berlino.La dissoluzione di Akk, tramonto matrioska dentro il lunghissimo declino della Merkel, mostra che siamo a questo bivio. Ma, appunto, non è una faccenda soltanto tedesca. Per almeno tre motivi.Il primo è tedesco: la crisi si è aperta sull'atteggiamento da tenere nei confronti di Afd, specchio perfetto della stantia dicotomia populisti/antipopulisti, e del quesito irrisolto su che fare con i primi. L'accoppiata Cdu-Spd, simbolo dell'offerta politica «di sistema», sta subendo, proprio grazie alle grandi coalizioni, la stessa gelata che interessa tutta l'Europa: osservare il tracollo della somma di voti di Pdl e Pd in Italia, Ppe e Psoe in Spagna, socialisti e gollisti in Francia negli ultimi 10 anni, non può non far sorgere il leggero sospetto che siamo di fronte a un tratto comune, e non deve sorprendere neppure l'interrogativo sui rapporti da tenere con le varie Lega, M5s, Podemos, Marine Le Pen in tutta Europa. Fingendo di essere all'oscuro dell'accordo in Turingia, i vertici della Cdu hanno sacrificato - per mano della Merkel, unico esemplare politico vivente reo sia di parricidio sia di infanticidio politico - una leader in provetta, ma la questione si riproporrà da qui a giugno, mese della selezione del successore di Akk: gli elettori di Afd, in massima parte espressione del disagio economico e sociale dei Länder dell'Est, sono fuori dall'arco costituzionale, un accidente della storia che occorre sanificare, o un fatto con cui fare i conti, così come l'ascesa dei Verdi?Il secondo motivo si profila guardando l'Europarlamento. La Cdu è il perno, numerico e geopolitico, del Ppe con i suoi 29 deputati. La già irrisolta tensione manifestatasi sul caso Orbán («populista» ma indispensabile) arriverà ai massimi proprio su questo frangente. La crisi del liberalismo come assetto neutro di valori, diritti e procedure sufficienti a garantire benessere, sicurezza e «posto nel mondo» per milioni di persone di fatto coincide con la crisi della Cdu, per il peso che la prassi politica di questo partito ha determinato nel definirne le coordinate.Il terzo è, se possibile, ancora più rilevante, e riguarda il futuro dell'euro e dell'Unione europea. Al momento sono quattro i nomi che potrebbero contendersi il primo partito d'Europa: il «continuista» Armin Laschet, governatore del Nordreno Westfalia, il rivale più estremo della Merkel, Friedrich Merz (che potrebbe «coprire» il partito a destra: voleva la Grecia fuori dall'euro), il ministro della Salute, l'omosessuale Jens Spahn, alle prese con il coronavirus. Quarto, l'outsider alleato: Markus Söder, presidente della Csu che reclama il proprio turno alla guida dell'alleanza. Le prospettive terree aperte sull'economia mondiale dall'emergenza del morbo cinese, che arrivano sull'onda di una possibile nuova crisi migratoria, sono l'ennesimo appuntamento cui la storia chiama l'egemone riluttante. Ci sono decisioni radicali, per il futuro di un continente (geopolitica, unione monetaria, banche), da anni all'affannosa caccia di decisori all'altezza. Che la Cdu ne sappia esprimere è una faccenda che riguarda tutti noi.
Leonardo
Il fondo è pronto a entrare nella divisione aerostrutture della società della difesa. Possibile accordo già dopo l’incontro di settimana prossima tra Meloni e Bin Salman.
La data da segnare con il circoletto rosso nell’agenda finanziaria è quella del 3 dicembre. Quando il presidente del consiglio, Giorgia Meloni, parteciperà al quarantaseiesimo vertice del Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg), su espressa richiesta del re del Bahrein, Hamad bin Isa Al Khalifa. Una presenza assolutamente non scontata, perché nella Penisola araba sono solitamente parchi con gli inviti. Negli anni hanno fatto qualche eccezione per l’ex premier britannica Theresa May, l’ex presidente francese François Hollande e l’attuale leader cinese Xi Jinping e poco altro.
Emmanuel Macron (Ansa)
Bruxelles apre una procedura sull’Italia per le banche e tace sull’acciaio transalpino.
L’Europa continua a strizzare l’occhio alla Francia, o meglio, a chiuderlo. Questa volta si tratta della nazionalizzazione di ArcelorMittal France, la controllata transalpina del colosso dell’acciaio indiano. La Camera dei deputati francese ha votato la proposta del partito di estrema sinistra La France Insoumise guidato da Jean-Luc Mélenchon. Il provvedimento è stato approvato con il supporto degli altri partiti di sinistra, mentre Rassemblement National ha ritenuto di astenersi. Manca il voto in Senato dove l’approvazione si preannuncia più difficile, visto che destra e centro sono contrari alla nazionalizzazione e possono contare su un numero maggiore di senatori. All’Assemblée Nationale hanno votato a favore 127 deputati contro 41. Il governo è contrario alla proposta di legge, mentre il leader di La France Insoumise, Mélenchon, su X ha commentato: «Una pagina di storia all’Assemblea nazionale».
Maria Rita Parsi (Imagoeconomica)
La celebre psicologa e psicoterapeuta Maria Rita Parsi: «È mancata la gradualità nell’allontanamento, invece è necessaria Il loro stile di vita non era così contestabile da determinare quanto accaduto. E c’era tanto amore per i figli».
Maria Rita Parsi, celebre psicologa e psicoterapeuta, è stata tra le prime esperte a prendere la parola sulla vicenda della famiglia del bosco.
La sede di Bankitalia. Nel riquadro, Claudio Borghi (Imagoeconomica)
Il senatore leghista torna sulle riserve auree custodite presso Bankitalia: «L’istituto detiene e gestisce il metallo prezioso in nome dei cittadini, ma non ne è il proprietario. Se Fdi riformula l’emendamento...»
«Mentre nessuno solleva il problema che le riserve auree della Bundesbank siano di proprietà dei cittadini tedeschi, e quindi dello Stato, come quelle della Banca di Francia siano di proprietà dei cittadini d’Oltralpe, non si capisce perché la Banca d’Italia rivendichi il possesso del nostro oro. L’obiettivo dell’emendamento presentato in Senato da Fratelli d’Italia, e che si ricollega a una mia proposta di legge del 2018, punta esclusivamente a stabilire il principio che anche Bankitalia, al pari delle altre Banche centrali, detiene e gestisce le riserve in oro ma non ne è la proprietaria». Continua il dibattito su misure ed emendamenti della legge di Bilancio e in particolare su quello che riguarda le riserve in oro.






