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2025-01-31
Tra Lo Voi, Li Gotti e Mantovano, l’ombra dell’uomo che sciolse il bimbo nell’acido
La foto dell'arresto di Giovanni Brusca, il 21 maggio 1996 (Ansa)
Una storia tiene insieme lo strano triangolo che fa da retroscena all’esposto che ha prodotto gli avvisi di garanzia governativi sulla gestione del caso del generale libico Almasri. E sembrava sepolta negli archivi della giustizia italiana. Un capitolo in chiaro-scuro legato ai meccanismi che regolavano il trattamento dei collaboratori di giustizia nella fase in cui erano ancora dei semplici dichiaranti. I protagonisti sono gli stessi di oggi, ma all’epoca i loro ruoli erano differenti: l’avvocato Luigi Li Gotti, un passato remoto da missino e uno prossimo da legalitario dipietrista, che per anni ha difeso i pentiti (molti pezzi grossi di Cosa nostra dell’epoca del pentitismo), ovvero l’uomo che ha presentato l’esposto contro gli esponenti del governo, il procuratore di Roma Francesco Lo Voi, già procuratore di Palermo (che poche ore dopo l’esposto ha iscritto sul registro degli indagati Giorgia Meloni, il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, quello dell’Interno, Matteo Piantedosi, e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, per i reati di favoreggiamento e peculato). Con un’ombra: Giovanni Brusca, l’uomo che diede l’innesco al telecomando della strage di Capaci e che sciolse nell’acido (perché figlio di un pentito) il piccolo Giuseppe Di Matteo, era difeso poi proprio da Li Gotti.
Tutto ruota attorno a una vicenda apparentemente burocratica: il pagamento delle spese legali pre-pentimento di Brusca. Nel 2005, Brusca e il suo avvocato Li Gotti presentano un ricorso al Tar del Lazio per ottenere il pagamento delle spese legali relative al periodo tra il 1996 e il 2000. Una fase in cui il boss di San Giuseppe Jato aveva cominciato a fare delle dichiarazioni ai magistrati, ma senza essere stato ancora formalmente inserito nel programma di protezione per i collaboratori di giustizia. La Commissione del Viminale, che si occupava delle misure di protezione per i pentiti, aveva infatti riconosciuto il diritto al rimborso solo per il periodo successivo all’inclusione di Brusca nel programma, escludendo quello iniziale. Una decisione contestata da Brusca e dal suo legale, che sostenevano come il diritto all’assistenza fosse maturato sin dall’inizio del percorso. La vicenda è ancora rintracciabile negli archivi dell’Ansa con questa notizia: «Brusca, lo Stato mi dia i soldi per pagare l’avvocato». «La cifra», spiegò all’epoca l’avvocato Li Gotti, «non è stata quantificata. Certo è che si tratta di oltre 1.200 udienze fatte nei Tribunali di mezza Italia». E aggiunse: «La Commissione del Viminale per il caso di Brusca non ha ritenuto di dover retrodatare il riconoscimento del programma di protezione all’inizio della sua collaborazione datata 1996». Qui entra in gioco un dettaglio cruciale: la Commissione che negò il rimborso era presieduta, all’epoca, proprio da Mantovano (in quanto sottosegretario all’Interno, nella composizione c’erano magistrati e un prefetto). L'ex procuratore Otello Lupacchini (noto per le inchieste sulla Banda della Magliana), che all’epoca era membro della Commissione, sentito dalla Verità ha cercato di scavare nei ricordi. La somma richiesta per le spese legali di Brusca era «ingente».
Ma, soprattutto, emerge un elemento che sottolinea il cortocircuito istituzionale: «Se Brusca non era formalmente un collaboratore nel periodo contestato», sono le valutazione che all’epoca avrebbe fatto la commissione, stando ai ricordi di Lupacchini, «non poteva ricevere fondi pubblici per la sua difesa». E la richiesta fu rigettata. «Il provvedimento della Commissione del Viminale», si lagnò Li Gotti, «è illegittimo. Anche Brusca, come tutti gli altri collaboratori di giustizia, deve usufruire dei benefici previsti per l’assistenza legale fin dall’inizio della sua collaborazione». Ma siamo ancora nel 2005. Nel 2006, Li Gotti diventa sottosegretario alla Giustizia del governo Prodi (correva il mese di maggio), trovandosi dall’altra parte del tavolo rispetto alle vicende che lo avevano visto protagonista come difensore di pentiti. E sempre nel 2006, ma ad aprile, il giorno 18 (le elezioni politiche furono vinte dalla squadra di Prodi il 9 e 10 aprile di quell’anno) il Tar accoglie il ricorso, stabilendo che la normativa sui collaboratori di giustizia non prevede che l’assistenza legale sia subordinata alla formale ammissione al programma, ma alla reale disponibilità a collaborare.
Bisogna quindi liquidare la parcella monstre al sottosegretario Li Gotti per le attività di udienza, accontentando Brusca. Lo Voi e Li Gotti si sono spesso trovati dalla stesa parte. Il primo, insieme a Giuseppe Pignatone, a rappresentare l’accusa nei processi contro Cosa nostra (e con le dichiarazioni di Brusca), il secondo ad assistere Brusca, ma anche Salvatore Contorno, Gaspare Mutolo, Gioacchino La Barbera (solo per citarne alcuni). Il caso Brusca, con le sue implicazioni legali e politiche, già tra il 2005 e il 2006 dimostrò come le dinamiche della collaborazione con la giustizia fossero un terreno scivoloso. Mentre l’ombra del boss di San Giuseppe Jato, per il precedente burocratico, si allunga oggi sul triangolo di nomi tornato di strettissima attualità. È difficile cancellare il passato, soprattutto quando s’intreccia con le istituzioni. E il precedente, con i suoi protagonisti ancora in prima linea, dimostra che certi nodi sono destinati a tornare al pettine.
Dito mozzato e cinque legali cambiati. I particolari dell’arresto del libico
Hanno il sapore di un intrigo da manuale i documenti che raccontano le 15 ore dell’arresto del generale libico Osama Almasri Habish Najeem, in quel momento ricercato per crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Una spy story in piena regola. E tutto comincia nel cuore della notte con una comunicazione.
L’orologio segna la mezzanotte del 19 gennaio. «Gli operatori della Digos», si legge nella documentazione giudiziaria, «venivano informati dal Cot (la centrale operativa per le telecomunicazioni, ndr) della Questura che alle 23.30 circa, il personale della Direzione centrale della polizia criminale, servizio di cooperazione internazionale, aveva segnalato la sussistenza di un mandato d’arresto internazionale a fini estradizioni […]». Dagli accertamenti risulta che il ricercato alloggia in un hotel di Torino.
Ore 03:30 del 19 gennaio 2025: i corridoi dell’Holiday Inn di piazza Massaua sono deserti. Gli investigatori della Digos comunicano al direttore che dovranno fare irruzione nella stanza 424. Dentro, nel silenzio, c’è l’uomo ricercato, inseguito da mandato di cattura internazionale. Entrano con una chiave passe-partout. Sul comodino ci sono un iPhone 15 Pro Max ancora acceso e un altro iPhone con display rotto, spento e con la batteria scarica. Accanto al letto c’è un trolley. Gli investigatori sequestrano 105 sterline che erano all’interno della valigia e 5.455 euro contenuti nel portafogli. Oltre a un mazzo con tre chiavi.
Alle 10 scatta l’arresto. Dopo ore di verifiche, la polizia ha la conferma ufficiale dell’identità. Il generale ha con sé tre passaporti: uno rilasciato a Tripoli, uno turco e uno della Repubblica Dominicana. A quel punto gli investigatori non hanno più dubbi: si tratta dell’uomo «destinatario del mandato d’arresto internazionale emesso in data 18 gennaio 2024 dalla Corte penale internazionale».
«Dall’esecuzione del provvedimento», si legge nella relazione della Digos, «alle ore 10:00 odierne, è stato informato il pm di turno della Procura della Repubblica di Torino». Ovvero due ore dopo l’arresto. Il pubblico ministero di turno è Monica Supertino, toga che in passato aveva lanciato un canale Youtube per spiegare come mangiare in modo sano e avere benefici dal punto di vista della salute e del fisico: nei video si vedeva lei in cucina che mostrava come fare le crepes al prosciutto e altre ghiottonerie senza ingrassare.
Nel frattempo gli agenti catalogano ogni oggetto in possesso del generale: i contanti, otto carte di credito (almeno quattro emesse in Turchia), un Rolex con ghiera nera e certificato di garanzia, un portafogli e un borsello Armani, un trolley con indumenti e scarpe. Sul letto, accanto a lui, c’erano anche un accendino e una penna. Delle chiavi, tre in totale, custodite nel portafogli.
Ore 12:00. Nei locali della Digos si prende un’altra decisione. La Questura di Torino si trasforma nel centro di un’operazione che in quel momento sembra ancora di routine. Le autorità consolari libiche vengono avvisate via email con una comunicazione formale. Mentre alle 15:40 viene convocato un difensore d’ufficio. Il primo. Se ne avvicenderanno cinque in pochissime ore. Tra le 12 e le 15.40 si procede alle attività di «fotosegnalamento», prima di fronte, poi di profilo, e «dattiloscopiche». «Manca dito medio sinistro», annota l’agente della Scientifica che fa timbrare al generale con ogni dito il cartellino della Questura.
Poi si passa alla descrizione dei connotati salienti: Altezza: «1 metro e 72», corporatura «grossa», forma del viso «ovolare», fronte «grande», sopracciglia «medie», occhi «orizzontale», naso «medio», orecchio «medio», bocca «medio». «Contrassegni propriamente detti: malformazione mano sinistra, completa amputazione prima falange dito medio». Najeem viene trasferito nel carcere di Torino. Mentre i tre connazionali che erano con lui, Ayoub Yousef Elmokhtar Sghiar, Murad Shiboub e Osama Mohamed Usta, vengono denunciati in stato di libertà per favoreggiamento. E si scopre che i quattro erano anche stati fermati per un controllo la mattina precedente, alle ore 11, in via Nizza, mentre viaggiavano su una Golf wagon. I quattro hanno riferito in lingua inglese che si sarebbero trattenuti a Torino per la partita Juve-Milan, «ma», hanno spiegato i poliziotti, «non erano emersi elementi per procedere». Sul sedile anteriore destro c’era il generale. «Da interrogazione della banca dati Sdi, solo Usta risultava essere positivo per una notizia di reato datata 2009 per ricettazione, mentre i restati occupanti risultavano negativi». L’ennesimo mistero della spy story.
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L’avvocato che ha denunciato mezzo governo patrocinava Giovanni Brusca, gestito come «dichiarante» dall’allora procuratore di Palermo. Ma il legale pretendeva la parcella dovuta a chi difende i pentiti e il sottosegretario (all’epoca al ministero dell’Interno) gliela negò.Trovati nella stanza di Osama Almasri Habish Najeem tre passaporti, contanti, otto carte di credito e un Rolex.Lo speciale contiene due articoli.Una storia tiene insieme lo strano triangolo che fa da retroscena all’esposto che ha prodotto gli avvisi di garanzia governativi sulla gestione del caso del generale libico Almasri. E sembrava sepolta negli archivi della giustizia italiana. Un capitolo in chiaro-scuro legato ai meccanismi che regolavano il trattamento dei collaboratori di giustizia nella fase in cui erano ancora dei semplici dichiaranti. I protagonisti sono gli stessi di oggi, ma all’epoca i loro ruoli erano differenti: l’avvocato Luigi Li Gotti, un passato remoto da missino e uno prossimo da legalitario dipietrista, che per anni ha difeso i pentiti (molti pezzi grossi di Cosa nostra dell’epoca del pentitismo), ovvero l’uomo che ha presentato l’esposto contro gli esponenti del governo, il procuratore di Roma Francesco Lo Voi, già procuratore di Palermo (che poche ore dopo l’esposto ha iscritto sul registro degli indagati Giorgia Meloni, il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, quello dell’Interno, Matteo Piantedosi, e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, per i reati di favoreggiamento e peculato). Con un’ombra: Giovanni Brusca, l’uomo che diede l’innesco al telecomando della strage di Capaci e che sciolse nell’acido (perché figlio di un pentito) il piccolo Giuseppe Di Matteo, era difeso poi proprio da Li Gotti.Tutto ruota attorno a una vicenda apparentemente burocratica: il pagamento delle spese legali pre-pentimento di Brusca. Nel 2005, Brusca e il suo avvocato Li Gotti presentano un ricorso al Tar del Lazio per ottenere il pagamento delle spese legali relative al periodo tra il 1996 e il 2000. Una fase in cui il boss di San Giuseppe Jato aveva cominciato a fare delle dichiarazioni ai magistrati, ma senza essere stato ancora formalmente inserito nel programma di protezione per i collaboratori di giustizia. La Commissione del Viminale, che si occupava delle misure di protezione per i pentiti, aveva infatti riconosciuto il diritto al rimborso solo per il periodo successivo all’inclusione di Brusca nel programma, escludendo quello iniziale. Una decisione contestata da Brusca e dal suo legale, che sostenevano come il diritto all’assistenza fosse maturato sin dall’inizio del percorso. La vicenda è ancora rintracciabile negli archivi dell’Ansa con questa notizia: «Brusca, lo Stato mi dia i soldi per pagare l’avvocato». «La cifra», spiegò all’epoca l’avvocato Li Gotti, «non è stata quantificata. Certo è che si tratta di oltre 1.200 udienze fatte nei Tribunali di mezza Italia». E aggiunse: «La Commissione del Viminale per il caso di Brusca non ha ritenuto di dover retrodatare il riconoscimento del programma di protezione all’inizio della sua collaborazione datata 1996». Qui entra in gioco un dettaglio cruciale: la Commissione che negò il rimborso era presieduta, all’epoca, proprio da Mantovano (in quanto sottosegretario all’Interno, nella composizione c’erano magistrati e un prefetto). L'ex procuratore Otello Lupacchini (noto per le inchieste sulla Banda della Magliana), che all’epoca era membro della Commissione, sentito dalla Verità ha cercato di scavare nei ricordi. La somma richiesta per le spese legali di Brusca era «ingente». Ma, soprattutto, emerge un elemento che sottolinea il cortocircuito istituzionale: «Se Brusca non era formalmente un collaboratore nel periodo contestato», sono le valutazione che all’epoca avrebbe fatto la commissione, stando ai ricordi di Lupacchini, «non poteva ricevere fondi pubblici per la sua difesa». E la richiesta fu rigettata. «Il provvedimento della Commissione del Viminale», si lagnò Li Gotti, «è illegittimo. Anche Brusca, come tutti gli altri collaboratori di giustizia, deve usufruire dei benefici previsti per l’assistenza legale fin dall’inizio della sua collaborazione». Ma siamo ancora nel 2005. Nel 2006, Li Gotti diventa sottosegretario alla Giustizia del governo Prodi (correva il mese di maggio), trovandosi dall’altra parte del tavolo rispetto alle vicende che lo avevano visto protagonista come difensore di pentiti. E sempre nel 2006, ma ad aprile, il giorno 18 (le elezioni politiche furono vinte dalla squadra di Prodi il 9 e 10 aprile di quell’anno) il Tar accoglie il ricorso, stabilendo che la normativa sui collaboratori di giustizia non prevede che l’assistenza legale sia subordinata alla formale ammissione al programma, ma alla reale disponibilità a collaborare. Bisogna quindi liquidare la parcella monstre al sottosegretario Li Gotti per le attività di udienza, accontentando Brusca. Lo Voi e Li Gotti si sono spesso trovati dalla stesa parte. Il primo, insieme a Giuseppe Pignatone, a rappresentare l’accusa nei processi contro Cosa nostra (e con le dichiarazioni di Brusca), il secondo ad assistere Brusca, ma anche Salvatore Contorno, Gaspare Mutolo, Gioacchino La Barbera (solo per citarne alcuni). Il caso Brusca, con le sue implicazioni legali e politiche, già tra il 2005 e il 2006 dimostrò come le dinamiche della collaborazione con la giustizia fossero un terreno scivoloso. Mentre l’ombra del boss di San Giuseppe Jato, per il precedente burocratico, si allunga oggi sul triangolo di nomi tornato di strettissima attualità. È difficile cancellare il passato, soprattutto quando s’intreccia con le istituzioni. E il precedente, con i suoi protagonisti ancora in prima linea, dimostra che certi nodi sono destinati a tornare al pettine.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ombra-brusca-tra-ligotti-mantovano-2671036603.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dito-mozzato-e-cinque-legali-cambiati-i-particolari-dellarresto-del-libico" data-post-id="2671036603" data-published-at="1738281518" data-use-pagination="False"> Dito mozzato e cinque legali cambiati. I particolari dell’arresto del libico Hanno il sapore di un intrigo da manuale i documenti che raccontano le 15 ore dell’arresto del generale libico Osama Almasri Habish Najeem, in quel momento ricercato per crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Una spy story in piena regola. E tutto comincia nel cuore della notte con una comunicazione. L’orologio segna la mezzanotte del 19 gennaio. «Gli operatori della Digos», si legge nella documentazione giudiziaria, «venivano informati dal Cot (la centrale operativa per le telecomunicazioni, ndr) della Questura che alle 23.30 circa, il personale della Direzione centrale della polizia criminale, servizio di cooperazione internazionale, aveva segnalato la sussistenza di un mandato d’arresto internazionale a fini estradizioni […]». Dagli accertamenti risulta che il ricercato alloggia in un hotel di Torino. Ore 03:30 del 19 gennaio 2025: i corridoi dell’Holiday Inn di piazza Massaua sono deserti. Gli investigatori della Digos comunicano al direttore che dovranno fare irruzione nella stanza 424. Dentro, nel silenzio, c’è l’uomo ricercato, inseguito da mandato di cattura internazionale. Entrano con una chiave passe-partout. Sul comodino ci sono un iPhone 15 Pro Max ancora acceso e un altro iPhone con display rotto, spento e con la batteria scarica. Accanto al letto c’è un trolley. Gli investigatori sequestrano 105 sterline che erano all’interno della valigia e 5.455 euro contenuti nel portafogli. Oltre a un mazzo con tre chiavi. Alle 10 scatta l’arresto. Dopo ore di verifiche, la polizia ha la conferma ufficiale dell’identità. Il generale ha con sé tre passaporti: uno rilasciato a Tripoli, uno turco e uno della Repubblica Dominicana. A quel punto gli investigatori non hanno più dubbi: si tratta dell’uomo «destinatario del mandato d’arresto internazionale emesso in data 18 gennaio 2024 dalla Corte penale internazionale». «Dall’esecuzione del provvedimento», si legge nella relazione della Digos, «alle ore 10:00 odierne, è stato informato il pm di turno della Procura della Repubblica di Torino». Ovvero due ore dopo l’arresto. Il pubblico ministero di turno è Monica Supertino, toga che in passato aveva lanciato un canale Youtube per spiegare come mangiare in modo sano e avere benefici dal punto di vista della salute e del fisico: nei video si vedeva lei in cucina che mostrava come fare le crepes al prosciutto e altre ghiottonerie senza ingrassare. Nel frattempo gli agenti catalogano ogni oggetto in possesso del generale: i contanti, otto carte di credito (almeno quattro emesse in Turchia), un Rolex con ghiera nera e certificato di garanzia, un portafogli e un borsello Armani, un trolley con indumenti e scarpe. Sul letto, accanto a lui, c’erano anche un accendino e una penna. Delle chiavi, tre in totale, custodite nel portafogli. Ore 12:00. Nei locali della Digos si prende un’altra decisione. La Questura di Torino si trasforma nel centro di un’operazione che in quel momento sembra ancora di routine. Le autorità consolari libiche vengono avvisate via email con una comunicazione formale. Mentre alle 15:40 viene convocato un difensore d’ufficio. Il primo. Se ne avvicenderanno cinque in pochissime ore. Tra le 12 e le 15.40 si procede alle attività di «fotosegnalamento», prima di fronte, poi di profilo, e «dattiloscopiche». «Manca dito medio sinistro», annota l’agente della Scientifica che fa timbrare al generale con ogni dito il cartellino della Questura. Poi si passa alla descrizione dei connotati salienti: Altezza: «1 metro e 72», corporatura «grossa», forma del viso «ovolare», fronte «grande», sopracciglia «medie», occhi «orizzontale», naso «medio», orecchio «medio», bocca «medio». «Contrassegni propriamente detti: malformazione mano sinistra, completa amputazione prima falange dito medio». Najeem viene trasferito nel carcere di Torino. Mentre i tre connazionali che erano con lui, Ayoub Yousef Elmokhtar Sghiar, Murad Shiboub e Osama Mohamed Usta, vengono denunciati in stato di libertà per favoreggiamento. E si scopre che i quattro erano anche stati fermati per un controllo la mattina precedente, alle ore 11, in via Nizza, mentre viaggiavano su una Golf wagon. I quattro hanno riferito in lingua inglese che si sarebbero trattenuti a Torino per la partita Juve-Milan, «ma», hanno spiegato i poliziotti, «non erano emersi elementi per procedere». Sul sedile anteriore destro c’era il generale. «Da interrogazione della banca dati Sdi, solo Usta risultava essere positivo per una notizia di reato datata 2009 per ricettazione, mentre i restati occupanti risultavano negativi». L’ennesimo mistero della spy story.
Contingente italiano sbarcato nella baia di Suda, isola di Creta (Getty Images)
Era il 28 maggio 1896 quando tre navi da guerra gettarono l’ancora nella baia di Suda, sull’isola di Creta. Una delle tre batteva la bandiera della Regia Marina italiana. Era l’incrociatore «Piemonte», sotto la guida del comandante Alfonso de Orestis e del capitano in seconda Paolo Thaon di Revel, futuro Capo di Stato Maggiore durante la Grande Guerra e in seguito ministro della Marina. A poca distanza dal «Piemonte» si trovavano la corazzata francese «Neptune» e la «Hood», corazzata della Royal Navy britannica. Perché quelle tre imbarcazioni si trovavano laggiù? I motivi sono da ricercare nella storia dell’isola di Creta, all’epoca dei fatti governata dall’impero Ottomano, che l’aveva strappata al dominio veneziano nel 1669.
La composizione etnico-religiosa dell’isola fece da volano nei due secoli di dominazione della Sacra Porta. La maggioranza della popolazione era di origini greche e di religione cristiano-ortodossa mentre la minoranza dominante era musulmana. Gli attriti tra le due comunità cretesi aumentarono con la sollevazione della Grecia, a cui seguì l’indipendenza dopo i moti del 1821. Il malcontento dei cristiani esplose più volte negli anni, come nel caso della rivolta del 1866-1869, terminata con il massacro della popolazione filoellenica. Per il timore di un’espansione della protesta ai Balcani, il governo turco concesse una serie di riforme e pose a capo dell’isola un cristiano, Alexander Kharatheodori. La svolta non servì tuttavia a lenire le gravi tensioni etniche e religiose perché i musulmani dell’isola non accettarono la guida di un cristiano e iniziarono una serie di violenze contro la popolazione. L’11 maggio 1896 si perpetrò il massacro dei cristiani di Canea e anche ad Heraklion vi furono scontri, saccheggi e omicidi. I nuovi disordini di Creta attirarono l’attenzione delle diplomazie europee, già in allarme nei confronti dell’impero turco per il massacro degli Armeni di Anatolia del 1895. L’equilibrio nel Mediterraneo era a rischio. Fu soprattutto quest’ultimo aspetto a mettere in moto le diplomazie francesi, inglesi ed italiane per un intervento diretto formalmente a proteggere i propri connazionali residenti a Creta. Per l’Italia guidata da Antonio di Rudinì, la crisi cretese si mostrò come un’occasione imperdibile, dopo la sconfitta coloniale di Adua, per mantenere il ruolo di potenza nell’area del Mediterraneo e per proteggere gli interessi economici messi a rischio dalle tensioni tra Atene e la Sublime Porta. L’intervento a tre, discusso per l’Italia dal ministro della Marina Benedetto Brin, rappresentò una sorta di alleanza militare di peacekeeping ante litteram.
Dalla rada di Suma, le navi della coalizione europea inviarono uomini con le lance con compiti di deterrenza e di recupero dei connazionali che chiedevano protezione. Il compito di gestire le operazioni di terra dell’equipaggio del «Piemonte» fu affidato a Thaon di Revel. Nei giorni successivi, nonostante la presenza delle navi estere e la pressione diplomatica, la situazione a Creta non parve migliorare. Si temette da subito un’escalation anche per l’atteggiamento del governo di Atene, deciso a dare una spallata alla situazione di Creta fomentando l’insurrezione, in vista di una futura annessione dell’isola. Per le continue violenze tra le fazioni, anche se l’arrivo delle navi estere placò momentaneamente gli animi di fronte alle artiglierie e alle armi caricate sulle lance, fu deciso un rafforzamento della presenza della Regia Marina. Nel mese di giugno giunse a Creta la «Vesuvio», incrociatore comandato dal Capitano Umberto De La Tour, seguita dalla «Liguria», dall’«Etna» e dalla «Morosini». Nei primi mesi del 1897 la situazione dell’isola non parve migliorare. Fu la premessa per la formazione di una prima coalizione internazionale, chiamata in inglese «Admiral’s Squadron» (squadrone degli ammiragli) che incluse anche la Russia, la Germania e l’Austria-Ungheria. A capo della forza navale fu posto il viceammiraglio italiano Felice Napoleone Canevaro, già organico alla Marina sarda e in seguito parte della spedizione di Garibaldi. Nato da una famiglia ligure originaria di Zoagli, Canevaro era il più anziano dei comandanti dello squadrone internazionale. Il suo ruolo fu estremamente delicato, in quanto la situazione geopolitica vedeva un’opinione pubblica europea favorevole ai greci e all’annessione di Creta, ma i governi volevano evitare un crollo degli Ottomani causato da una guerra civile. Fu necessario dunque proteggere, per così dire, i musulmani assediati nelle città costiere e contenere la ribellione dei greci ortodossi nell’entroterra dell’isola, continuamente alimentati dall’appoggio logistico di Atene.
Per mantenere il controllo, non era più sufficiente presidiare i porti con le navi: si rendeva necessaria una forza di sbarco per ristabilire l’ordine e gettare le basi di un’amministrazione controllata dalle potenze europee. Il 4 febbraio 1897 da Catania un piroscafo di linea caricò il primo contingente italiano che avrebbe dovuto sbarcare sull’isola di Creta, guidato dal colonnello Vincenzo Garioni e composto da uomini del 1° Battaglione del 36° Reggimento fanteria «Forlì», di unità dell’artiglieria da montagna e da Carabinieri i quali, comandati dal capitano Federico Craveri, avrebbero dovuto assumere il compito di garantire l’ordine pubblico nel quadro di una gendarmeria internazionale. Anche la Marina aumentò in quel frangente la presenza a Creta, dal momento che i greci inviarono navi da guerra con l’intenzione di annettere l’isola con un colpo di mano. A Suna si unirono altre navi della Regia Marina tra cui il «Ruggiero di Lauria» e l’incrociatore «Stromboli». Il corpo di spedizione italiano raggiunse le 3.000 unità, sbarcando a Creta e stabilendosi nella zona di influenza assegnata dalla coalizione internazionale, la parte orientale dell’Isola. Il primo scontro a fuoco si verificò il 13 febbraio 1897 nei pressi de La Canea, quando i militari italiani, Carabinieri e fanti, furono fatti bersaglio di cecchini filogreci. Guidati dal tenente De Mandato, furono in grado di respingere l’assalto. Il 36° Fanteria fu invece impegnato presso la cittadina di Hierapietra, dove i ribelli cercavano di tagliare le forniture idriche degli assediati. Anche a Candia, l’odierna Heraklion, gli italiani furono coinvolti nei duri scontri tra cristiani e musulmani, intervenendo frequentemente per scongiurare i linciaggi tra le due fazioni. Nell’entroterra i fanti e i Carabinieri (ai quali si affiancarono poi i bersaglieri comandati dal tenente colonnello Achille Brusati) furono spesso impegnati in azioni di controguerriglia e rastrellamento contro le bande di briganti ed irregolari sparse per l’isola.
La situazione geopolitica internazionale accelerò la risoluzione della questione cretese. Nell’aprile 1897 scoppiò in Tessaglia la guerra tra impero Ottomano e Grecia, che si concluse in soli 30 giorni con la sconfitta netta di Atene, che si vide costretta a ritirare le truppe da Creta durante il breve conflitto e vide sfumare le prospettive di annessione. Francia, Gran Bretagna ed Italia decisero così le sorti dell’isola al tavolo delle trattative. Fu scelta una mediazione: mentre formalmente Creta sarebbe rimasta turca, sarebbe stata retta da un governo autonomo sotto la guida del principe Giorgio, nipote del re di Grecia e del quale faceva parte anche il futuro premier Eleutherios Venizelos. La transizione avvenne con la coalizione internazionale ancora sull’isola, dove scoppiarono ancora per lughi mesi violenti tumulti. Fu proprio il più grave a determinare il ritiro definitivo dei turchi da Creta. Il 25 agosto 1898 a Candia i musulmani massacrarono centinaia di cristiani. Tra le vittime 17 soldati britannici e il vice console inglese. La reazione fu durissima. La stessa regina Vittoria chiese una punizione esemplare e i musulmani furono disarmati in soli 4 giorni. 17 capi della rivolta furono impiccati in pubblico, mentre le potenze Francia e Italia si unirono a Londra pretendendo dal Sultano il ritiro totale da Creta. Le ultime truppe ottomane lasciarono l’isola alla fine di novembre del 1898, mettendo fine a due secoli e mezzo di dominio turco. Parte del contingente internazionale rimase per garantire l’ordine pubblico e addestrare la gendarmeria del nuovo governo cretese fino al 1906, mentre i Carabinieri fino al 1914.
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«Il mondo in cui viviamo è un mondo di conflitti, incertezza e instabilità». Lo ha dichiarato il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, all’arrivo al Consiglio Competitività a Bruxelles, criticando l’accavallarsi delle riforme europee e i tempi dell’Industrial Acceleration Act, che a suo giudizio non può entrare in vigore fra tre anni se l’obiettivo è accelerare gli investimenti delle imprese.