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2025-01-31
Tra Lo Voi, Li Gotti e Mantovano, l’ombra dell’uomo che sciolse il bimbo nell’acido
La foto dell'arresto di Giovanni Brusca, il 21 maggio 1996 (Ansa)
Una storia tiene insieme lo strano triangolo che fa da retroscena all’esposto che ha prodotto gli avvisi di garanzia governativi sulla gestione del caso del generale libico Almasri. E sembrava sepolta negli archivi della giustizia italiana. Un capitolo in chiaro-scuro legato ai meccanismi che regolavano il trattamento dei collaboratori di giustizia nella fase in cui erano ancora dei semplici dichiaranti. I protagonisti sono gli stessi di oggi, ma all’epoca i loro ruoli erano differenti: l’avvocato Luigi Li Gotti, un passato remoto da missino e uno prossimo da legalitario dipietrista, che per anni ha difeso i pentiti (molti pezzi grossi di Cosa nostra dell’epoca del pentitismo), ovvero l’uomo che ha presentato l’esposto contro gli esponenti del governo, il procuratore di Roma Francesco Lo Voi, già procuratore di Palermo (che poche ore dopo l’esposto ha iscritto sul registro degli indagati Giorgia Meloni, il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, quello dell’Interno, Matteo Piantedosi, e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, per i reati di favoreggiamento e peculato). Con un’ombra: Giovanni Brusca, l’uomo che diede l’innesco al telecomando della strage di Capaci e che sciolse nell’acido (perché figlio di un pentito) il piccolo Giuseppe Di Matteo, era difeso poi proprio da Li Gotti.
Tutto ruota attorno a una vicenda apparentemente burocratica: il pagamento delle spese legali pre-pentimento di Brusca. Nel 2005, Brusca e il suo avvocato Li Gotti presentano un ricorso al Tar del Lazio per ottenere il pagamento delle spese legali relative al periodo tra il 1996 e il 2000. Una fase in cui il boss di San Giuseppe Jato aveva cominciato a fare delle dichiarazioni ai magistrati, ma senza essere stato ancora formalmente inserito nel programma di protezione per i collaboratori di giustizia. La Commissione del Viminale, che si occupava delle misure di protezione per i pentiti, aveva infatti riconosciuto il diritto al rimborso solo per il periodo successivo all’inclusione di Brusca nel programma, escludendo quello iniziale. Una decisione contestata da Brusca e dal suo legale, che sostenevano come il diritto all’assistenza fosse maturato sin dall’inizio del percorso. La vicenda è ancora rintracciabile negli archivi dell’Ansa con questa notizia: «Brusca, lo Stato mi dia i soldi per pagare l’avvocato». «La cifra», spiegò all’epoca l’avvocato Li Gotti, «non è stata quantificata. Certo è che si tratta di oltre 1.200 udienze fatte nei Tribunali di mezza Italia». E aggiunse: «La Commissione del Viminale per il caso di Brusca non ha ritenuto di dover retrodatare il riconoscimento del programma di protezione all’inizio della sua collaborazione datata 1996». Qui entra in gioco un dettaglio cruciale: la Commissione che negò il rimborso era presieduta, all’epoca, proprio da Mantovano (in quanto sottosegretario all’Interno, nella composizione c’erano magistrati e un prefetto). L'ex procuratore Otello Lupacchini (noto per le inchieste sulla Banda della Magliana), che all’epoca era membro della Commissione, sentito dalla Verità ha cercato di scavare nei ricordi. La somma richiesta per le spese legali di Brusca era «ingente».
Ma, soprattutto, emerge un elemento che sottolinea il cortocircuito istituzionale: «Se Brusca non era formalmente un collaboratore nel periodo contestato», sono le valutazione che all’epoca avrebbe fatto la commissione, stando ai ricordi di Lupacchini, «non poteva ricevere fondi pubblici per la sua difesa». E la richiesta fu rigettata. «Il provvedimento della Commissione del Viminale», si lagnò Li Gotti, «è illegittimo. Anche Brusca, come tutti gli altri collaboratori di giustizia, deve usufruire dei benefici previsti per l’assistenza legale fin dall’inizio della sua collaborazione». Ma siamo ancora nel 2005. Nel 2006, Li Gotti diventa sottosegretario alla Giustizia del governo Prodi (correva il mese di maggio), trovandosi dall’altra parte del tavolo rispetto alle vicende che lo avevano visto protagonista come difensore di pentiti. E sempre nel 2006, ma ad aprile, il giorno 18 (le elezioni politiche furono vinte dalla squadra di Prodi il 9 e 10 aprile di quell’anno) il Tar accoglie il ricorso, stabilendo che la normativa sui collaboratori di giustizia non prevede che l’assistenza legale sia subordinata alla formale ammissione al programma, ma alla reale disponibilità a collaborare.
Bisogna quindi liquidare la parcella monstre al sottosegretario Li Gotti per le attività di udienza, accontentando Brusca. Lo Voi e Li Gotti si sono spesso trovati dalla stesa parte. Il primo, insieme a Giuseppe Pignatone, a rappresentare l’accusa nei processi contro Cosa nostra (e con le dichiarazioni di Brusca), il secondo ad assistere Brusca, ma anche Salvatore Contorno, Gaspare Mutolo, Gioacchino La Barbera (solo per citarne alcuni). Il caso Brusca, con le sue implicazioni legali e politiche, già tra il 2005 e il 2006 dimostrò come le dinamiche della collaborazione con la giustizia fossero un terreno scivoloso. Mentre l’ombra del boss di San Giuseppe Jato, per il precedente burocratico, si allunga oggi sul triangolo di nomi tornato di strettissima attualità. È difficile cancellare il passato, soprattutto quando s’intreccia con le istituzioni. E il precedente, con i suoi protagonisti ancora in prima linea, dimostra che certi nodi sono destinati a tornare al pettine.
Dito mozzato e cinque legali cambiati. I particolari dell’arresto del libico
Hanno il sapore di un intrigo da manuale i documenti che raccontano le 15 ore dell’arresto del generale libico Osama Almasri Habish Najeem, in quel momento ricercato per crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Una spy story in piena regola. E tutto comincia nel cuore della notte con una comunicazione.
L’orologio segna la mezzanotte del 19 gennaio. «Gli operatori della Digos», si legge nella documentazione giudiziaria, «venivano informati dal Cot (la centrale operativa per le telecomunicazioni, ndr) della Questura che alle 23.30 circa, il personale della Direzione centrale della polizia criminale, servizio di cooperazione internazionale, aveva segnalato la sussistenza di un mandato d’arresto internazionale a fini estradizioni […]». Dagli accertamenti risulta che il ricercato alloggia in un hotel di Torino.
Ore 03:30 del 19 gennaio 2025: i corridoi dell’Holiday Inn di piazza Massaua sono deserti. Gli investigatori della Digos comunicano al direttore che dovranno fare irruzione nella stanza 424. Dentro, nel silenzio, c’è l’uomo ricercato, inseguito da mandato di cattura internazionale. Entrano con una chiave passe-partout. Sul comodino ci sono un iPhone 15 Pro Max ancora acceso e un altro iPhone con display rotto, spento e con la batteria scarica. Accanto al letto c’è un trolley. Gli investigatori sequestrano 105 sterline che erano all’interno della valigia e 5.455 euro contenuti nel portafogli. Oltre a un mazzo con tre chiavi.
Alle 10 scatta l’arresto. Dopo ore di verifiche, la polizia ha la conferma ufficiale dell’identità. Il generale ha con sé tre passaporti: uno rilasciato a Tripoli, uno turco e uno della Repubblica Dominicana. A quel punto gli investigatori non hanno più dubbi: si tratta dell’uomo «destinatario del mandato d’arresto internazionale emesso in data 18 gennaio 2024 dalla Corte penale internazionale».
«Dall’esecuzione del provvedimento», si legge nella relazione della Digos, «alle ore 10:00 odierne, è stato informato il pm di turno della Procura della Repubblica di Torino». Ovvero due ore dopo l’arresto. Il pubblico ministero di turno è Monica Supertino, toga che in passato aveva lanciato un canale Youtube per spiegare come mangiare in modo sano e avere benefici dal punto di vista della salute e del fisico: nei video si vedeva lei in cucina che mostrava come fare le crepes al prosciutto e altre ghiottonerie senza ingrassare.
Nel frattempo gli agenti catalogano ogni oggetto in possesso del generale: i contanti, otto carte di credito (almeno quattro emesse in Turchia), un Rolex con ghiera nera e certificato di garanzia, un portafogli e un borsello Armani, un trolley con indumenti e scarpe. Sul letto, accanto a lui, c’erano anche un accendino e una penna. Delle chiavi, tre in totale, custodite nel portafogli.
Ore 12:00. Nei locali della Digos si prende un’altra decisione. La Questura di Torino si trasforma nel centro di un’operazione che in quel momento sembra ancora di routine. Le autorità consolari libiche vengono avvisate via email con una comunicazione formale. Mentre alle 15:40 viene convocato un difensore d’ufficio. Il primo. Se ne avvicenderanno cinque in pochissime ore. Tra le 12 e le 15.40 si procede alle attività di «fotosegnalamento», prima di fronte, poi di profilo, e «dattiloscopiche». «Manca dito medio sinistro», annota l’agente della Scientifica che fa timbrare al generale con ogni dito il cartellino della Questura.
Poi si passa alla descrizione dei connotati salienti: Altezza: «1 metro e 72», corporatura «grossa», forma del viso «ovolare», fronte «grande», sopracciglia «medie», occhi «orizzontale», naso «medio», orecchio «medio», bocca «medio». «Contrassegni propriamente detti: malformazione mano sinistra, completa amputazione prima falange dito medio». Najeem viene trasferito nel carcere di Torino. Mentre i tre connazionali che erano con lui, Ayoub Yousef Elmokhtar Sghiar, Murad Shiboub e Osama Mohamed Usta, vengono denunciati in stato di libertà per favoreggiamento. E si scopre che i quattro erano anche stati fermati per un controllo la mattina precedente, alle ore 11, in via Nizza, mentre viaggiavano su una Golf wagon. I quattro hanno riferito in lingua inglese che si sarebbero trattenuti a Torino per la partita Juve-Milan, «ma», hanno spiegato i poliziotti, «non erano emersi elementi per procedere». Sul sedile anteriore destro c’era il generale. «Da interrogazione della banca dati Sdi, solo Usta risultava essere positivo per una notizia di reato datata 2009 per ricettazione, mentre i restati occupanti risultavano negativi». L’ennesimo mistero della spy story.
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L’avvocato che ha denunciato mezzo governo patrocinava Giovanni Brusca, gestito come «dichiarante» dall’allora procuratore di Palermo. Ma il legale pretendeva la parcella dovuta a chi difende i pentiti e il sottosegretario (all’epoca al ministero dell’Interno) gliela negò.Trovati nella stanza di Osama Almasri Habish Najeem tre passaporti, contanti, otto carte di credito e un Rolex.Lo speciale contiene due articoli.Una storia tiene insieme lo strano triangolo che fa da retroscena all’esposto che ha prodotto gli avvisi di garanzia governativi sulla gestione del caso del generale libico Almasri. E sembrava sepolta negli archivi della giustizia italiana. Un capitolo in chiaro-scuro legato ai meccanismi che regolavano il trattamento dei collaboratori di giustizia nella fase in cui erano ancora dei semplici dichiaranti. I protagonisti sono gli stessi di oggi, ma all’epoca i loro ruoli erano differenti: l’avvocato Luigi Li Gotti, un passato remoto da missino e uno prossimo da legalitario dipietrista, che per anni ha difeso i pentiti (molti pezzi grossi di Cosa nostra dell’epoca del pentitismo), ovvero l’uomo che ha presentato l’esposto contro gli esponenti del governo, il procuratore di Roma Francesco Lo Voi, già procuratore di Palermo (che poche ore dopo l’esposto ha iscritto sul registro degli indagati Giorgia Meloni, il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, quello dell’Interno, Matteo Piantedosi, e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, per i reati di favoreggiamento e peculato). Con un’ombra: Giovanni Brusca, l’uomo che diede l’innesco al telecomando della strage di Capaci e che sciolse nell’acido (perché figlio di un pentito) il piccolo Giuseppe Di Matteo, era difeso poi proprio da Li Gotti.Tutto ruota attorno a una vicenda apparentemente burocratica: il pagamento delle spese legali pre-pentimento di Brusca. Nel 2005, Brusca e il suo avvocato Li Gotti presentano un ricorso al Tar del Lazio per ottenere il pagamento delle spese legali relative al periodo tra il 1996 e il 2000. Una fase in cui il boss di San Giuseppe Jato aveva cominciato a fare delle dichiarazioni ai magistrati, ma senza essere stato ancora formalmente inserito nel programma di protezione per i collaboratori di giustizia. La Commissione del Viminale, che si occupava delle misure di protezione per i pentiti, aveva infatti riconosciuto il diritto al rimborso solo per il periodo successivo all’inclusione di Brusca nel programma, escludendo quello iniziale. Una decisione contestata da Brusca e dal suo legale, che sostenevano come il diritto all’assistenza fosse maturato sin dall’inizio del percorso. La vicenda è ancora rintracciabile negli archivi dell’Ansa con questa notizia: «Brusca, lo Stato mi dia i soldi per pagare l’avvocato». «La cifra», spiegò all’epoca l’avvocato Li Gotti, «non è stata quantificata. Certo è che si tratta di oltre 1.200 udienze fatte nei Tribunali di mezza Italia». E aggiunse: «La Commissione del Viminale per il caso di Brusca non ha ritenuto di dover retrodatare il riconoscimento del programma di protezione all’inizio della sua collaborazione datata 1996». Qui entra in gioco un dettaglio cruciale: la Commissione che negò il rimborso era presieduta, all’epoca, proprio da Mantovano (in quanto sottosegretario all’Interno, nella composizione c’erano magistrati e un prefetto). L'ex procuratore Otello Lupacchini (noto per le inchieste sulla Banda della Magliana), che all’epoca era membro della Commissione, sentito dalla Verità ha cercato di scavare nei ricordi. La somma richiesta per le spese legali di Brusca era «ingente». Ma, soprattutto, emerge un elemento che sottolinea il cortocircuito istituzionale: «Se Brusca non era formalmente un collaboratore nel periodo contestato», sono le valutazione che all’epoca avrebbe fatto la commissione, stando ai ricordi di Lupacchini, «non poteva ricevere fondi pubblici per la sua difesa». E la richiesta fu rigettata. «Il provvedimento della Commissione del Viminale», si lagnò Li Gotti, «è illegittimo. Anche Brusca, come tutti gli altri collaboratori di giustizia, deve usufruire dei benefici previsti per l’assistenza legale fin dall’inizio della sua collaborazione». Ma siamo ancora nel 2005. Nel 2006, Li Gotti diventa sottosegretario alla Giustizia del governo Prodi (correva il mese di maggio), trovandosi dall’altra parte del tavolo rispetto alle vicende che lo avevano visto protagonista come difensore di pentiti. E sempre nel 2006, ma ad aprile, il giorno 18 (le elezioni politiche furono vinte dalla squadra di Prodi il 9 e 10 aprile di quell’anno) il Tar accoglie il ricorso, stabilendo che la normativa sui collaboratori di giustizia non prevede che l’assistenza legale sia subordinata alla formale ammissione al programma, ma alla reale disponibilità a collaborare. Bisogna quindi liquidare la parcella monstre al sottosegretario Li Gotti per le attività di udienza, accontentando Brusca. Lo Voi e Li Gotti si sono spesso trovati dalla stesa parte. Il primo, insieme a Giuseppe Pignatone, a rappresentare l’accusa nei processi contro Cosa nostra (e con le dichiarazioni di Brusca), il secondo ad assistere Brusca, ma anche Salvatore Contorno, Gaspare Mutolo, Gioacchino La Barbera (solo per citarne alcuni). Il caso Brusca, con le sue implicazioni legali e politiche, già tra il 2005 e il 2006 dimostrò come le dinamiche della collaborazione con la giustizia fossero un terreno scivoloso. Mentre l’ombra del boss di San Giuseppe Jato, per il precedente burocratico, si allunga oggi sul triangolo di nomi tornato di strettissima attualità. È difficile cancellare il passato, soprattutto quando s’intreccia con le istituzioni. 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L’orologio segna la mezzanotte del 19 gennaio. «Gli operatori della Digos», si legge nella documentazione giudiziaria, «venivano informati dal Cot (la centrale operativa per le telecomunicazioni, ndr) della Questura che alle 23.30 circa, il personale della Direzione centrale della polizia criminale, servizio di cooperazione internazionale, aveva segnalato la sussistenza di un mandato d’arresto internazionale a fini estradizioni […]». Dagli accertamenti risulta che il ricercato alloggia in un hotel di Torino. Ore 03:30 del 19 gennaio 2025: i corridoi dell’Holiday Inn di piazza Massaua sono deserti. Gli investigatori della Digos comunicano al direttore che dovranno fare irruzione nella stanza 424. Dentro, nel silenzio, c’è l’uomo ricercato, inseguito da mandato di cattura internazionale. Entrano con una chiave passe-partout. Sul comodino ci sono un iPhone 15 Pro Max ancora acceso e un altro iPhone con display rotto, spento e con la batteria scarica. Accanto al letto c’è un trolley. Gli investigatori sequestrano 105 sterline che erano all’interno della valigia e 5.455 euro contenuti nel portafogli. Oltre a un mazzo con tre chiavi. Alle 10 scatta l’arresto. Dopo ore di verifiche, la polizia ha la conferma ufficiale dell’identità. Il generale ha con sé tre passaporti: uno rilasciato a Tripoli, uno turco e uno della Repubblica Dominicana. A quel punto gli investigatori non hanno più dubbi: si tratta dell’uomo «destinatario del mandato d’arresto internazionale emesso in data 18 gennaio 2024 dalla Corte penale internazionale». «Dall’esecuzione del provvedimento», si legge nella relazione della Digos, «alle ore 10:00 odierne, è stato informato il pm di turno della Procura della Repubblica di Torino». Ovvero due ore dopo l’arresto. Il pubblico ministero di turno è Monica Supertino, toga che in passato aveva lanciato un canale Youtube per spiegare come mangiare in modo sano e avere benefici dal punto di vista della salute e del fisico: nei video si vedeva lei in cucina che mostrava come fare le crepes al prosciutto e altre ghiottonerie senza ingrassare. Nel frattempo gli agenti catalogano ogni oggetto in possesso del generale: i contanti, otto carte di credito (almeno quattro emesse in Turchia), un Rolex con ghiera nera e certificato di garanzia, un portafogli e un borsello Armani, un trolley con indumenti e scarpe. Sul letto, accanto a lui, c’erano anche un accendino e una penna. Delle chiavi, tre in totale, custodite nel portafogli. Ore 12:00. Nei locali della Digos si prende un’altra decisione. La Questura di Torino si trasforma nel centro di un’operazione che in quel momento sembra ancora di routine. Le autorità consolari libiche vengono avvisate via email con una comunicazione formale. Mentre alle 15:40 viene convocato un difensore d’ufficio. Il primo. Se ne avvicenderanno cinque in pochissime ore. Tra le 12 e le 15.40 si procede alle attività di «fotosegnalamento», prima di fronte, poi di profilo, e «dattiloscopiche». «Manca dito medio sinistro», annota l’agente della Scientifica che fa timbrare al generale con ogni dito il cartellino della Questura. Poi si passa alla descrizione dei connotati salienti: Altezza: «1 metro e 72», corporatura «grossa», forma del viso «ovolare», fronte «grande», sopracciglia «medie», occhi «orizzontale», naso «medio», orecchio «medio», bocca «medio». «Contrassegni propriamente detti: malformazione mano sinistra, completa amputazione prima falange dito medio». Najeem viene trasferito nel carcere di Torino. Mentre i tre connazionali che erano con lui, Ayoub Yousef Elmokhtar Sghiar, Murad Shiboub e Osama Mohamed Usta, vengono denunciati in stato di libertà per favoreggiamento. E si scopre che i quattro erano anche stati fermati per un controllo la mattina precedente, alle ore 11, in via Nizza, mentre viaggiavano su una Golf wagon. I quattro hanno riferito in lingua inglese che si sarebbero trattenuti a Torino per la partita Juve-Milan, «ma», hanno spiegato i poliziotti, «non erano emersi elementi per procedere». Sul sedile anteriore destro c’era il generale. «Da interrogazione della banca dati Sdi, solo Usta risultava essere positivo per una notizia di reato datata 2009 per ricettazione, mentre i restati occupanti risultavano negativi». L’ennesimo mistero della spy story.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 12 giugno con Carlo Cambi
Francesco Lollobrigida (Ansa)
I numeri indicati dal Masaf mostrano un rafforzamento dell’attività ispettiva: nel quinquennio 2021-2025 i controlli nel settore agroalimentare sono cresciuti del 25,7%, passando da 251.659 a 315.308 interventi. Ancora più marcato l’aumento dei controlli congiunti, cioè quelli svolti da almeno due enti nello stesso intervento: tra il 2023 e il 2025 sono quasi raddoppiati, passando da 1.127 a 2.174, con un incremento del 93%.
«Con l’istituzione della Cabina di regia, approvata con la legge di Tutela dell’Agroalimentare del 15 aprile scorso, abbiamo reso permanente il confronto tra le Forze dell’Ordine e gli organismi deputati al controllo nel settore agroalimentare», ha dichiarato Lollobrigida. «Lo abbiamo fatto perché i numeri parlano da soli. Non solo con la Cabina di regia i controlli sono aumentati, ma è aumentata anche la loro efficacia».
Secondo il ministro, il nuovo modello consente di concentrare le verifiche dove il rischio è maggiore, evitando duplicazioni e interventi inutili sugli operatori corretti. «Nella cabina di regia tutti gli operatori preposti ai controlli, ma anche le associazioni agricole, si confrontano scegliendo al meglio il settore da controllare secondo un indice di rischio. Si evitano così le sovrapposizioni, evitando vessazioni su imprenditori onesti, e si liberano risorse per contrastare chi non gioca secondo le regole».
Alla Cabina di regia partecipano, tra gli altri, Icqrf, Carabinieri, Cufaa, Nas, Capitanerie di Porto, Guardia di Finanza, Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, Agea, Polizia di Stato, ministero della Salute e rappresentanti delle principali organizzazioni agricole. L’obiettivo è migliorare il coordinamento operativo, condividere informazioni e rendere più efficace l’azione di prevenzione e repressione delle frodi. L’efficacia del sistema emerge anche dall’aumento delle irregolarità accertate, dei sequestri e delle segnalazioni all’autorità giudiziaria. Il Cufaa ha registrato una crescita significativa della quota di attività irregolari: se nel 2021 un’attività su tre risultava non conforme, nel 2025 più di una su due ha evidenziato irregolarità. Nel settore della ristorazione etnica, le Capitanerie di Porto hanno accertato nel 2025 415 illeciti su 594 ispezioni. Nel comparto vitivinicolo, oleario e lattiero-caseario, 137 controlli svolti dall’Icqrf su 101 strutture hanno portato alla rilevazione di 66 irregolarità, 78 denunce e al sequestro di circa 1000 tonnellate di alimenti.
Centrale anche il ruolo del Ruci, il Registro unico dei controlli ispettivi, utilizzato per evitare doppi controlli e ridurre il cosiddetto «controllo vessatorio». L’inserimento dei controlli nel Registro è passato da poche decine di unità nel 2016 a oltre 30.000 nuovi controlli nel 2025, con una crescita superiore al 300% negli ultimi cinque anni. In aumento anche le consultazioni: da poco più di 19.000 accessi nel 2016 a oltre 60.000 nel 2025.
Nel corso della riunione è stato inoltre analizzato il Piano operativo dei controlli 2026, che prevede un ulteriore rafforzamento delle verifiche congiunte e l’introduzione dei controlli congiunti rafforzati, con almeno tre enti di vigilanza coinvolti.
Particolare attenzione sarà riservata ai prodotti di importazione, con controlli mirati presso porti e valichi di confine su tracciabilità, sicurezza alimentare, benessere animale e residui di pesticidi. «Dal 2026 stiamo conducendo questi controlli specifici a Genova, Napoli, Salerno e Trieste e a breve avremo i risultati», ha spiegato Lollobrigida. «Non permetteremo mai che i prodotti che non seguono le nostre regole entrino indisturbati nel mercato italiano ed europeo».
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Maurizio Landini (Ansa)
Noi ancora continuiamo a pensare che si rivolga agli operai, agli impiegati, magari ai precari. Ottusamente, non abbiamo capito che questo è passato. La Cgil, gliene va dato atto, ha fatto di tutto per mostrarci che eravamo in errore, ma noi duri: insistevamo con i lavoratori, i residui della borghesia e del proletariato. Invece oggi il sindacato si rivolge a un altro pubblico. Gli intellettuali, l’alta borghesia di sinistra, la classe creativa tanto celebrata dagli ideologi liberal americani dei primi anni Novanta. Quelli radicali nei toni, ultraliberisti nei modi (e per lo più a proprio favore).
L’illuminazione a riguardo ci è arrivata in queste ultime ore. Cioè quando abbiamo appreso che il sindacato ha messo in piedi una grande iniziativa. Oggi, apprendiamo, «è il giorno dello sciopero della cultura proclamato da Fp Cgil e Nidil Cgil», Insomma scioperano i lavoratori della cultura, quelli che tengono in piedi eventi, rassegne, festival e kermesse assortite. Giusto, giustissimo. Sappiamo da anni che l’intero comparto si regge su stipendi ridicoli, totale precarietà, finte partite Iva e patetico clientelismo, spesso alimentato proprio da editori, associazioni e organizzatori che fanno grandi professioni di socialismo e poi non pagano l’ufficio stampa.
Che cosa chiede la Cgil? Forse una redistribuzione del reddito fra autori e editori celebrati e operai dell’editoria? Forse riduzione del compenso degli attori a favore delle maestranze? Macché. Lo sciopero serve «per cambiare le politiche del governo che tagliano i finanziamenti a tutti i settori della cultura, mettendo a rischio la continuità quotidiana del servizio pubblico». E «per chiedere di rivedere le scelte che distraggono le risorse dal finanziamento al settore in favore degli stanziamenti in armi». Insomma, il sindacato vuole più soldi per la cultura, così che il sistema rimanga uguale e i soliti continuino a guadagnare, magari con un bel film sovvenzionato dallo Stato che nessuno andrà a vedere. O con uno spettacolo appaltato ai soliti amici del giro buono, che ringrazieranno firmando il prossimo appello promosso da Pd e Cgil.
A tale riguardo il sindacato ci offre un meraviglioso spunto. Domani, finito lo sciopero, le truppe sinistrorse della Cgil sfileranno a Roma assieme ai patrioti dell’Anpi e dell’Arci contro il corteo organizzato dal comitato Remigrazione contro l’immigrazione di massa. La locandina della manifestazione l’ha disegnata l’amico Zerocalcare. Cioè un signore che, per la serie animata Due spicci realizzata per Netflix, ha beneficiato di contributi pubblici tramite tax credit per la bellezza di 3 milioni di euro. Giova ricordare che attorno alla serie ci sono state anche alcune polemiche partite dalla pagina Instagram dell’Unione Italiana Animatori, dove sono comparse denunce anonime di alcuni professionisti che lamentano di aver dovuto sopportare condizioni di lavoro non proprio favorevolissime. La produzione della serie si è affrettata a mandare smentite e diffide, l’Unione animatori ha tenuto il punto. In ogni caso, quel che conta è l’intervento di Zerocalcare medesimo, che ha dichiarato: «Il dato surreale di tutta questa discussione è che io non sono né un animatore né un produttore. Quindi non ho proprio gli strumenti per fare proposte valide su ‘sta roba». Il fatto, però, è che di «quella roba» lui non è solo autore, ma anche produttore esecutivo. Può darsi sia un incarico formale per fargli avere più controllo creativo o più soldi. Ma scaricare a prescindere le colpe su altri è un po’ troppo facile. Tanto più che la Cgil ha promosso un referendum che chiedeva tra le altre cose di sanzionare gli imprenditori proprio per circostanze simili, cioè per lo sfruttamento operato da altri.
Questo bel quadretto ci ha fatto aprire gli occhi sul sindacato. Zerocalcare è il perfetto esponente della categoria sociale a cui la Cgil si rivolge. Il militante che lavora per il colosso multinazionale e scarica le responsabilità, salvo poi disegnare i manifesti di lotta e boicottare le kermesse dove ci sono «i fascisti». Magari proprio le stesse kermesse in cui lavoratori precari si dannano per vendere i libri degli autori radicali e combattenti. Il target della Cgil sono i produttori a cui si devono dare più soldi pubblici perché continuino a esercitare l’egemonia (economica più che culturale). A questo genere di intellettuali e starlette piace occuparsi di grandi temi come l’immigrazione, perché li fa sentire bravi e umani. E la Cgil li accontenta chiedendo di censurare le manifestazioni sulla remigrazione e sponsorizzando l’accoglienza. Se poi l’immigrazione produce disastri come quello di Amendolara, dove i caporali pakistani hanno bruciato vivi quattro braccianti loro connazionali, è comunque colpa dei perfidi fasci.
Prima di chiedere censure a destra e a manca (soprattutto a destra), la Cgil dovrebbe guardare in casa propria. Pensare agli amici Vip di cui si circonda e ai propri rappresentanti. Ad esempio Mauro Baldi, 66 anni, già segretario provinciale di Rovigo della sezione agricoltura della Cgil ora divenuto segretario provinciale a Sicurezza e Legalità, Ambiente, Artigianato e Immigrazione. Costui è finito a processo per falsa testimonianza nell’ambito di una brutta storia che coinvolge alcuni lavoratori sfruttati, per cui sono stati condannati a due anni e tre mesi per estorsione tre imprenditori.
Come spiega Il Corriere della Sera, «secondo l’accusa, con l’avallo della Cgil, il 19 dicembre 2017 i tre datori di lavoro avevano fatto firmare un accordo stragiudiziale a tre operai paventando loro un licenziamento o che i loro contratti non sarebbero stati rinnovati, se non avessero accettato di incassare 100 euro a testa come saldo e stralcio di ogni pretesa sugli straordinari che avanzavano». Certo, può darsi che - proprio come Zerocalcare - il sindacalista di Rovigo sia innocente. Ma una riflessione sul tema la Cgil potrebbe anche farla, visto quanto ama fare la morale agli altri. Sappiamo però che non si disturberà: dopo tutto si tratta solo di qualche operaio sfruttato, roba che non rientra fra le competenze del sindacato.
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Dal 18 luglio al 15 agosto Asiago ospita la 60ª edizione di Asiagofestival. In programma l'omaggio a Vivaldi, la prima assoluta di Manos Tsangaris ispirata alla leggenda dell'Altar Knotto e un ricordo della fondatrice Fiorella Benetti Brazzale.
Sessant'anni di musica, ricerca e tradizione. Asiagofestival taglia nel 2026 il traguardo della sua sessantesima edizione e si prepara ad animare l'Altopiano con un calendario di appuntamenti che, dal 18 luglio al 15 agosto, porterà ad Asiago alcuni protagonisti della scena musicale internazionale, insieme a nuove produzioni e omaggi alla storia della rassegna.
L'inaugurazione, in via eccezionale al Teatro Millepini il 18 luglio, sarà affidata al concerto Omaggio ad Antonio Vivaldi, realizzato in collaborazione con la Società del Quartetto di Vicenza. Sul palco saliranno la violinista Chouchane Siranossian, il direttore veneto Andrea Marcon e l'Orchestra giovanile Frau Musika.
Tra i momenti più attesi dell'edizione 2026 figurano gli appuntamenti dedicati al compositore ospite Manos Tsangaris, protagonista il 6 e 7 agosto nella Chiesa di San Rocco. In quell'occasione verrà presentata in prima esecuzione assoluta un'opera dedicata alla città di Asiago e ispirata alla leggenda cimbra dell'«Altar Knotto». Tra i due concerti, la mattina del 7 agosto nella sala consiliare del municipio, si terrà anche il tradizionale incontro con il compositore, occasione di confronto diretto con il pubblico.
Il festival renderà inoltre omaggio alla propria fondatrice, Fiorella Benetti Brazzale, figura centrale nella nascita e nello sviluppo della manifestazione. Il 9 agosto il Teatro Millepini ospiterà l'incontro Donne dell'Altopiano, durante il quale la scrittrice e storica Raffaella Calgaro dialogherà con Roberto Brazzale, figlio di Fiorella.
Spazio anche alla musica da camera con il progetto L'Officina cameristica, in programma il 13 e 14 agosto. Protagonisti saranno la violinista norvegese Vilde Frang, Josè Gallardo al pianoforte, Tomoko Akasaka alla viola e Julius Berger al violoncello.
La chiusura della rassegna è prevista per il 15 agosto nel Duomo di San Matteo, dove si esibirà l'organista Alberto Barbetta, vincitore della quarta edizione del Concorso Organistico Internazionale Fiorella Benetti Brazzale – Città di Vicenza.
La sessantesima edizione rappresenta un traguardo significativo per una manifestazione nata negli anni Sessanta grazie all'iniziativa di Fiorella Benetti Brazzale, organista, compositrice e docente originaria di Asiago. Con il sostegno della parrocchia di San Matteo, il festival prese forma con l'obiettivo di promuovere e diffondere la cultura musicale sull'Altopiano, portando negli anni interpreti e formazioni di rilievo nazionale e internazionale.
Dopo la scomparsa di Fiorella Benetti Brazzale nel 1992, l'esperienza di Asiagofestival è proseguita grazie alla costituzione dell'Associazione culturale Amici della Musica di Asiago, intitolata alla fondatrice. Dal 1993 il festival ha continuato a crescere, mantenendo vivo lo spirito originario e rafforzando il dialogo tra tradizione e contemporaneità. Dal 1998 la rassegna invita ogni anno un compositore di fama internazionale, commissionandogli un'opera da eseguire in prima assoluta durante il festival. Una formula che ha contribuito a consolidare l'identità di Asiagofestival come luogo di incontro tra il grande repertorio e la musica del presente.
L'edizione 2026 sarà diretta artisticamente da Josè Gallardo e Hyun-Jung Berger, mentre la direzione organizzativa sarà affidata ad Alberto Brazzale.
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