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2025-01-31
Tra Lo Voi, Li Gotti e Mantovano, l’ombra dell’uomo che sciolse il bimbo nell’acido
La foto dell'arresto di Giovanni Brusca, il 21 maggio 1996 (Ansa)
Una storia tiene insieme lo strano triangolo che fa da retroscena all’esposto che ha prodotto gli avvisi di garanzia governativi sulla gestione del caso del generale libico Almasri. E sembrava sepolta negli archivi della giustizia italiana. Un capitolo in chiaro-scuro legato ai meccanismi che regolavano il trattamento dei collaboratori di giustizia nella fase in cui erano ancora dei semplici dichiaranti. I protagonisti sono gli stessi di oggi, ma all’epoca i loro ruoli erano differenti: l’avvocato Luigi Li Gotti, un passato remoto da missino e uno prossimo da legalitario dipietrista, che per anni ha difeso i pentiti (molti pezzi grossi di Cosa nostra dell’epoca del pentitismo), ovvero l’uomo che ha presentato l’esposto contro gli esponenti del governo, il procuratore di Roma Francesco Lo Voi, già procuratore di Palermo (che poche ore dopo l’esposto ha iscritto sul registro degli indagati Giorgia Meloni, il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, quello dell’Interno, Matteo Piantedosi, e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, per i reati di favoreggiamento e peculato). Con un’ombra: Giovanni Brusca, l’uomo che diede l’innesco al telecomando della strage di Capaci e che sciolse nell’acido (perché figlio di un pentito) il piccolo Giuseppe Di Matteo, era difeso poi proprio da Li Gotti.
Tutto ruota attorno a una vicenda apparentemente burocratica: il pagamento delle spese legali pre-pentimento di Brusca. Nel 2005, Brusca e il suo avvocato Li Gotti presentano un ricorso al Tar del Lazio per ottenere il pagamento delle spese legali relative al periodo tra il 1996 e il 2000. Una fase in cui il boss di San Giuseppe Jato aveva cominciato a fare delle dichiarazioni ai magistrati, ma senza essere stato ancora formalmente inserito nel programma di protezione per i collaboratori di giustizia. La Commissione del Viminale, che si occupava delle misure di protezione per i pentiti, aveva infatti riconosciuto il diritto al rimborso solo per il periodo successivo all’inclusione di Brusca nel programma, escludendo quello iniziale. Una decisione contestata da Brusca e dal suo legale, che sostenevano come il diritto all’assistenza fosse maturato sin dall’inizio del percorso. La vicenda è ancora rintracciabile negli archivi dell’Ansa con questa notizia: «Brusca, lo Stato mi dia i soldi per pagare l’avvocato». «La cifra», spiegò all’epoca l’avvocato Li Gotti, «non è stata quantificata. Certo è che si tratta di oltre 1.200 udienze fatte nei Tribunali di mezza Italia». E aggiunse: «La Commissione del Viminale per il caso di Brusca non ha ritenuto di dover retrodatare il riconoscimento del programma di protezione all’inizio della sua collaborazione datata 1996». Qui entra in gioco un dettaglio cruciale: la Commissione che negò il rimborso era presieduta, all’epoca, proprio da Mantovano (in quanto sottosegretario all’Interno, nella composizione c’erano magistrati e un prefetto). L'ex procuratore Otello Lupacchini (noto per le inchieste sulla Banda della Magliana), che all’epoca era membro della Commissione, sentito dalla Verità ha cercato di scavare nei ricordi. La somma richiesta per le spese legali di Brusca era «ingente».
Ma, soprattutto, emerge un elemento che sottolinea il cortocircuito istituzionale: «Se Brusca non era formalmente un collaboratore nel periodo contestato», sono le valutazione che all’epoca avrebbe fatto la commissione, stando ai ricordi di Lupacchini, «non poteva ricevere fondi pubblici per la sua difesa». E la richiesta fu rigettata. «Il provvedimento della Commissione del Viminale», si lagnò Li Gotti, «è illegittimo. Anche Brusca, come tutti gli altri collaboratori di giustizia, deve usufruire dei benefici previsti per l’assistenza legale fin dall’inizio della sua collaborazione». Ma siamo ancora nel 2005. Nel 2006, Li Gotti diventa sottosegretario alla Giustizia del governo Prodi (correva il mese di maggio), trovandosi dall’altra parte del tavolo rispetto alle vicende che lo avevano visto protagonista come difensore di pentiti. E sempre nel 2006, ma ad aprile, il giorno 18 (le elezioni politiche furono vinte dalla squadra di Prodi il 9 e 10 aprile di quell’anno) il Tar accoglie il ricorso, stabilendo che la normativa sui collaboratori di giustizia non prevede che l’assistenza legale sia subordinata alla formale ammissione al programma, ma alla reale disponibilità a collaborare.
Bisogna quindi liquidare la parcella monstre al sottosegretario Li Gotti per le attività di udienza, accontentando Brusca. Lo Voi e Li Gotti si sono spesso trovati dalla stesa parte. Il primo, insieme a Giuseppe Pignatone, a rappresentare l’accusa nei processi contro Cosa nostra (e con le dichiarazioni di Brusca), il secondo ad assistere Brusca, ma anche Salvatore Contorno, Gaspare Mutolo, Gioacchino La Barbera (solo per citarne alcuni). Il caso Brusca, con le sue implicazioni legali e politiche, già tra il 2005 e il 2006 dimostrò come le dinamiche della collaborazione con la giustizia fossero un terreno scivoloso. Mentre l’ombra del boss di San Giuseppe Jato, per il precedente burocratico, si allunga oggi sul triangolo di nomi tornato di strettissima attualità. È difficile cancellare il passato, soprattutto quando s’intreccia con le istituzioni. E il precedente, con i suoi protagonisti ancora in prima linea, dimostra che certi nodi sono destinati a tornare al pettine.
Dito mozzato e cinque legali cambiati. I particolari dell’arresto del libico
Hanno il sapore di un intrigo da manuale i documenti che raccontano le 15 ore dell’arresto del generale libico Osama Almasri Habish Najeem, in quel momento ricercato per crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Una spy story in piena regola. E tutto comincia nel cuore della notte con una comunicazione.
L’orologio segna la mezzanotte del 19 gennaio. «Gli operatori della Digos», si legge nella documentazione giudiziaria, «venivano informati dal Cot (la centrale operativa per le telecomunicazioni, ndr) della Questura che alle 23.30 circa, il personale della Direzione centrale della polizia criminale, servizio di cooperazione internazionale, aveva segnalato la sussistenza di un mandato d’arresto internazionale a fini estradizioni […]». Dagli accertamenti risulta che il ricercato alloggia in un hotel di Torino.
Ore 03:30 del 19 gennaio 2025: i corridoi dell’Holiday Inn di piazza Massaua sono deserti. Gli investigatori della Digos comunicano al direttore che dovranno fare irruzione nella stanza 424. Dentro, nel silenzio, c’è l’uomo ricercato, inseguito da mandato di cattura internazionale. Entrano con una chiave passe-partout. Sul comodino ci sono un iPhone 15 Pro Max ancora acceso e un altro iPhone con display rotto, spento e con la batteria scarica. Accanto al letto c’è un trolley. Gli investigatori sequestrano 105 sterline che erano all’interno della valigia e 5.455 euro contenuti nel portafogli. Oltre a un mazzo con tre chiavi.
Alle 10 scatta l’arresto. Dopo ore di verifiche, la polizia ha la conferma ufficiale dell’identità. Il generale ha con sé tre passaporti: uno rilasciato a Tripoli, uno turco e uno della Repubblica Dominicana. A quel punto gli investigatori non hanno più dubbi: si tratta dell’uomo «destinatario del mandato d’arresto internazionale emesso in data 18 gennaio 2024 dalla Corte penale internazionale».
«Dall’esecuzione del provvedimento», si legge nella relazione della Digos, «alle ore 10:00 odierne, è stato informato il pm di turno della Procura della Repubblica di Torino». Ovvero due ore dopo l’arresto. Il pubblico ministero di turno è Monica Supertino, toga che in passato aveva lanciato un canale Youtube per spiegare come mangiare in modo sano e avere benefici dal punto di vista della salute e del fisico: nei video si vedeva lei in cucina che mostrava come fare le crepes al prosciutto e altre ghiottonerie senza ingrassare.
Nel frattempo gli agenti catalogano ogni oggetto in possesso del generale: i contanti, otto carte di credito (almeno quattro emesse in Turchia), un Rolex con ghiera nera e certificato di garanzia, un portafogli e un borsello Armani, un trolley con indumenti e scarpe. Sul letto, accanto a lui, c’erano anche un accendino e una penna. Delle chiavi, tre in totale, custodite nel portafogli.
Ore 12:00. Nei locali della Digos si prende un’altra decisione. La Questura di Torino si trasforma nel centro di un’operazione che in quel momento sembra ancora di routine. Le autorità consolari libiche vengono avvisate via email con una comunicazione formale. Mentre alle 15:40 viene convocato un difensore d’ufficio. Il primo. Se ne avvicenderanno cinque in pochissime ore. Tra le 12 e le 15.40 si procede alle attività di «fotosegnalamento», prima di fronte, poi di profilo, e «dattiloscopiche». «Manca dito medio sinistro», annota l’agente della Scientifica che fa timbrare al generale con ogni dito il cartellino della Questura.
Poi si passa alla descrizione dei connotati salienti: Altezza: «1 metro e 72», corporatura «grossa», forma del viso «ovolare», fronte «grande», sopracciglia «medie», occhi «orizzontale», naso «medio», orecchio «medio», bocca «medio». «Contrassegni propriamente detti: malformazione mano sinistra, completa amputazione prima falange dito medio». Najeem viene trasferito nel carcere di Torino. Mentre i tre connazionali che erano con lui, Ayoub Yousef Elmokhtar Sghiar, Murad Shiboub e Osama Mohamed Usta, vengono denunciati in stato di libertà per favoreggiamento. E si scopre che i quattro erano anche stati fermati per un controllo la mattina precedente, alle ore 11, in via Nizza, mentre viaggiavano su una Golf wagon. I quattro hanno riferito in lingua inglese che si sarebbero trattenuti a Torino per la partita Juve-Milan, «ma», hanno spiegato i poliziotti, «non erano emersi elementi per procedere». Sul sedile anteriore destro c’era il generale. «Da interrogazione della banca dati Sdi, solo Usta risultava essere positivo per una notizia di reato datata 2009 per ricettazione, mentre i restati occupanti risultavano negativi». L’ennesimo mistero della spy story.
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L’avvocato che ha denunciato mezzo governo patrocinava Giovanni Brusca, gestito come «dichiarante» dall’allora procuratore di Palermo. Ma il legale pretendeva la parcella dovuta a chi difende i pentiti e il sottosegretario (all’epoca al ministero dell’Interno) gliela negò.Trovati nella stanza di Osama Almasri Habish Najeem tre passaporti, contanti, otto carte di credito e un Rolex.Lo speciale contiene due articoli.Una storia tiene insieme lo strano triangolo che fa da retroscena all’esposto che ha prodotto gli avvisi di garanzia governativi sulla gestione del caso del generale libico Almasri. E sembrava sepolta negli archivi della giustizia italiana. Un capitolo in chiaro-scuro legato ai meccanismi che regolavano il trattamento dei collaboratori di giustizia nella fase in cui erano ancora dei semplici dichiaranti. I protagonisti sono gli stessi di oggi, ma all’epoca i loro ruoli erano differenti: l’avvocato Luigi Li Gotti, un passato remoto da missino e uno prossimo da legalitario dipietrista, che per anni ha difeso i pentiti (molti pezzi grossi di Cosa nostra dell’epoca del pentitismo), ovvero l’uomo che ha presentato l’esposto contro gli esponenti del governo, il procuratore di Roma Francesco Lo Voi, già procuratore di Palermo (che poche ore dopo l’esposto ha iscritto sul registro degli indagati Giorgia Meloni, il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, quello dell’Interno, Matteo Piantedosi, e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, per i reati di favoreggiamento e peculato). Con un’ombra: Giovanni Brusca, l’uomo che diede l’innesco al telecomando della strage di Capaci e che sciolse nell’acido (perché figlio di un pentito) il piccolo Giuseppe Di Matteo, era difeso poi proprio da Li Gotti.Tutto ruota attorno a una vicenda apparentemente burocratica: il pagamento delle spese legali pre-pentimento di Brusca. Nel 2005, Brusca e il suo avvocato Li Gotti presentano un ricorso al Tar del Lazio per ottenere il pagamento delle spese legali relative al periodo tra il 1996 e il 2000. Una fase in cui il boss di San Giuseppe Jato aveva cominciato a fare delle dichiarazioni ai magistrati, ma senza essere stato ancora formalmente inserito nel programma di protezione per i collaboratori di giustizia. La Commissione del Viminale, che si occupava delle misure di protezione per i pentiti, aveva infatti riconosciuto il diritto al rimborso solo per il periodo successivo all’inclusione di Brusca nel programma, escludendo quello iniziale. Una decisione contestata da Brusca e dal suo legale, che sostenevano come il diritto all’assistenza fosse maturato sin dall’inizio del percorso. La vicenda è ancora rintracciabile negli archivi dell’Ansa con questa notizia: «Brusca, lo Stato mi dia i soldi per pagare l’avvocato». «La cifra», spiegò all’epoca l’avvocato Li Gotti, «non è stata quantificata. Certo è che si tratta di oltre 1.200 udienze fatte nei Tribunali di mezza Italia». E aggiunse: «La Commissione del Viminale per il caso di Brusca non ha ritenuto di dover retrodatare il riconoscimento del programma di protezione all’inizio della sua collaborazione datata 1996». Qui entra in gioco un dettaglio cruciale: la Commissione che negò il rimborso era presieduta, all’epoca, proprio da Mantovano (in quanto sottosegretario all’Interno, nella composizione c’erano magistrati e un prefetto). L'ex procuratore Otello Lupacchini (noto per le inchieste sulla Banda della Magliana), che all’epoca era membro della Commissione, sentito dalla Verità ha cercato di scavare nei ricordi. La somma richiesta per le spese legali di Brusca era «ingente». Ma, soprattutto, emerge un elemento che sottolinea il cortocircuito istituzionale: «Se Brusca non era formalmente un collaboratore nel periodo contestato», sono le valutazione che all’epoca avrebbe fatto la commissione, stando ai ricordi di Lupacchini, «non poteva ricevere fondi pubblici per la sua difesa». E la richiesta fu rigettata. «Il provvedimento della Commissione del Viminale», si lagnò Li Gotti, «è illegittimo. Anche Brusca, come tutti gli altri collaboratori di giustizia, deve usufruire dei benefici previsti per l’assistenza legale fin dall’inizio della sua collaborazione». Ma siamo ancora nel 2005. Nel 2006, Li Gotti diventa sottosegretario alla Giustizia del governo Prodi (correva il mese di maggio), trovandosi dall’altra parte del tavolo rispetto alle vicende che lo avevano visto protagonista come difensore di pentiti. E sempre nel 2006, ma ad aprile, il giorno 18 (le elezioni politiche furono vinte dalla squadra di Prodi il 9 e 10 aprile di quell’anno) il Tar accoglie il ricorso, stabilendo che la normativa sui collaboratori di giustizia non prevede che l’assistenza legale sia subordinata alla formale ammissione al programma, ma alla reale disponibilità a collaborare. Bisogna quindi liquidare la parcella monstre al sottosegretario Li Gotti per le attività di udienza, accontentando Brusca. Lo Voi e Li Gotti si sono spesso trovati dalla stesa parte. Il primo, insieme a Giuseppe Pignatone, a rappresentare l’accusa nei processi contro Cosa nostra (e con le dichiarazioni di Brusca), il secondo ad assistere Brusca, ma anche Salvatore Contorno, Gaspare Mutolo, Gioacchino La Barbera (solo per citarne alcuni). Il caso Brusca, con le sue implicazioni legali e politiche, già tra il 2005 e il 2006 dimostrò come le dinamiche della collaborazione con la giustizia fossero un terreno scivoloso. Mentre l’ombra del boss di San Giuseppe Jato, per il precedente burocratico, si allunga oggi sul triangolo di nomi tornato di strettissima attualità. È difficile cancellare il passato, soprattutto quando s’intreccia con le istituzioni. 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L’orologio segna la mezzanotte del 19 gennaio. «Gli operatori della Digos», si legge nella documentazione giudiziaria, «venivano informati dal Cot (la centrale operativa per le telecomunicazioni, ndr) della Questura che alle 23.30 circa, il personale della Direzione centrale della polizia criminale, servizio di cooperazione internazionale, aveva segnalato la sussistenza di un mandato d’arresto internazionale a fini estradizioni […]». Dagli accertamenti risulta che il ricercato alloggia in un hotel di Torino. Ore 03:30 del 19 gennaio 2025: i corridoi dell’Holiday Inn di piazza Massaua sono deserti. Gli investigatori della Digos comunicano al direttore che dovranno fare irruzione nella stanza 424. Dentro, nel silenzio, c’è l’uomo ricercato, inseguito da mandato di cattura internazionale. Entrano con una chiave passe-partout. Sul comodino ci sono un iPhone 15 Pro Max ancora acceso e un altro iPhone con display rotto, spento e con la batteria scarica. Accanto al letto c’è un trolley. Gli investigatori sequestrano 105 sterline che erano all’interno della valigia e 5.455 euro contenuti nel portafogli. Oltre a un mazzo con tre chiavi. Alle 10 scatta l’arresto. Dopo ore di verifiche, la polizia ha la conferma ufficiale dell’identità. Il generale ha con sé tre passaporti: uno rilasciato a Tripoli, uno turco e uno della Repubblica Dominicana. A quel punto gli investigatori non hanno più dubbi: si tratta dell’uomo «destinatario del mandato d’arresto internazionale emesso in data 18 gennaio 2024 dalla Corte penale internazionale». «Dall’esecuzione del provvedimento», si legge nella relazione della Digos, «alle ore 10:00 odierne, è stato informato il pm di turno della Procura della Repubblica di Torino». Ovvero due ore dopo l’arresto. Il pubblico ministero di turno è Monica Supertino, toga che in passato aveva lanciato un canale Youtube per spiegare come mangiare in modo sano e avere benefici dal punto di vista della salute e del fisico: nei video si vedeva lei in cucina che mostrava come fare le crepes al prosciutto e altre ghiottonerie senza ingrassare. Nel frattempo gli agenti catalogano ogni oggetto in possesso del generale: i contanti, otto carte di credito (almeno quattro emesse in Turchia), un Rolex con ghiera nera e certificato di garanzia, un portafogli e un borsello Armani, un trolley con indumenti e scarpe. Sul letto, accanto a lui, c’erano anche un accendino e una penna. Delle chiavi, tre in totale, custodite nel portafogli. Ore 12:00. Nei locali della Digos si prende un’altra decisione. La Questura di Torino si trasforma nel centro di un’operazione che in quel momento sembra ancora di routine. Le autorità consolari libiche vengono avvisate via email con una comunicazione formale. Mentre alle 15:40 viene convocato un difensore d’ufficio. Il primo. Se ne avvicenderanno cinque in pochissime ore. Tra le 12 e le 15.40 si procede alle attività di «fotosegnalamento», prima di fronte, poi di profilo, e «dattiloscopiche». «Manca dito medio sinistro», annota l’agente della Scientifica che fa timbrare al generale con ogni dito il cartellino della Questura. Poi si passa alla descrizione dei connotati salienti: Altezza: «1 metro e 72», corporatura «grossa», forma del viso «ovolare», fronte «grande», sopracciglia «medie», occhi «orizzontale», naso «medio», orecchio «medio», bocca «medio». «Contrassegni propriamente detti: malformazione mano sinistra, completa amputazione prima falange dito medio». Najeem viene trasferito nel carcere di Torino. Mentre i tre connazionali che erano con lui, Ayoub Yousef Elmokhtar Sghiar, Murad Shiboub e Osama Mohamed Usta, vengono denunciati in stato di libertà per favoreggiamento. E si scopre che i quattro erano anche stati fermati per un controllo la mattina precedente, alle ore 11, in via Nizza, mentre viaggiavano su una Golf wagon. I quattro hanno riferito in lingua inglese che si sarebbero trattenuti a Torino per la partita Juve-Milan, «ma», hanno spiegato i poliziotti, «non erano emersi elementi per procedere». Sul sedile anteriore destro c’era il generale. «Da interrogazione della banca dati Sdi, solo Usta risultava essere positivo per una notizia di reato datata 2009 per ricettazione, mentre i restati occupanti risultavano negativi». L’ennesimo mistero della spy story.
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Tutto nasce dalla volontà, assolutamente legittima, del governo e della Lega calcio di mettere una pezza a una delle piaghe dilaganti del calcio italiano: «Il pezzotto». Migliaia di tifosi che anziché pagare un regolare abbonamento per guardasi comodamente seduti davanti a uno schermo il match della loro squadra del cuore, preferiscono collegarsi a qualche emittente pirata. Tant’è che la legge del 2023 prevede proprio che questi siti debbano essere oscurati entro 30 minuti dal momento in cui vengono colti in flagranza.
Il punto è chi debba farlo. E qui entrano in scena Cloudflare e l’authority che regola, vigila e sanziona su tutto quello succede nel settore delle telecomunicazioni.
L’Agcom ha chiesto al colosso della rete guidato dall’ad Matthew Prince di intervenire per stoppare i collegamenti alle piattaforme illegali. In buona sostanza deindicizzare i siti pirata. Non solo. Perché l’input è quello di fornire i dati relativi ai clienti che si adoperano per bypassare illegalmente gli abbonamenti.
Risposta. Non se ne parla nemmeno. E non da adesso. Il secco diniego è reiterato e non ha mai lasciato trasparire possibilità di ripensamenti.
Motivo? Innanzitutto c’è una questione di merito e di salvaguardia dell’integrità della rete. Censurare dei siti non è il mestiere di Cloudflare che se dovesse acconsentire alle richieste italiane si esporrebbe a potenziali richieste simili anche da parte di governi autoritari. Perderebbe quindi un’arma difensiva fondamentale per garantire la neutralità di Internet. La nostra credibilità - è il concetto espresso dall’amministratore delegato Matthew Prince - deriva proprio dal fatto di non essere influenzati dalle decisioni dei singoli esecutivi.
Poi c’è un problema tecnico non indifferente. L’operazione invocata dall’Agcom potrebbe bloccare centinaia di altre piattaforme assolutamente in regola. Il punto è che si agisce sugli indirizzi IP e non solo sui domini e quindi se dovessero essere oscurate anche le applicazioni digitali perfettamente in regola, la credibilità dell’intermediario ne uscirebbe demolita.
E infine il dilemma economico. Il giro d’affari di Cloudflare in Italia è di circa 7 milioni di euro, che equivale allo 0,5% del fatturato globale dell’azienda. Insomma, è il ragionamento dei vertici del gruppo, ci stanno chiedendo di rivoluzionare un sistema che funziona senza intoppi in tutto il mondo per un mercato marginale e rispetto al quale c’erano anche importanti piani di sviluppo?
Impossibile evitare lo scontro. Che è deflagrato con la multa da circa 14 milioni di euro che ha fatto andare su tutte le furie Prince, il manager del gruppo che ha prima denunciato una deriva da censura. Quindi ha promesso azioni clamorose. Che partono dalla rimozione dei servizi gratuiti alle città italiane e dei progetti di investimento sul nostro Paese e arrivano fino allo stop alle operazioni di cybersecurity legati alle Olimpiadi di Milano-Cortina. Con tanto di coinvolgimento di Musk e Vance.
Insomma, la questione rischia di diventare di politica internazionale. Per Prince infatti sarebbe in gioco la libertà di parola e di espressione che sarebbe attaccata da «un gruppo di decisori politici europei fuori dal mondo e molto disturbati».
Stati Uniti contro Europa. Uno schema che è molto caro all’amministrazione Trump e in particolare al vicepresidente Vance. Diciamo pure che la situazione sta sfuggendo di mano e per evitare che deflagri sarebbero necessari interventi di mediazione a un livello elevato.
Ci sta provando il senatore della Lega Claudio Borghi che nelle ultime ore ha cercato di gettare acqua sul fuoco: «Ho letto il messaggio di Prince con grande preoccupazione. L’Agcom è un’autorità indipendente: la sanzione non è quindi una decisione del governo. È tuttavia possibile che il provvedimento derivi dall’applicazione della normativa antipirateria, pensata per contrastare i siti illegali che replicano piattaforme di pay-TV. È impossibile, per un governo o per il Parlamento, impartire indicazioni operative a un’autorità indipendente. Posso però assicurare che faremo tutto il possibile per verificare se vi siano stati fraintendimenti in merito al ruolo di Cloudflare...». Mentre le verifiche sono in corso però la polemica non si placa. E c’è la quasi certezza che quella descritta sia solo la prima puntata di una serie che nessun sito pirata riuscirà ad oscurare. Con Cloudfare che starebbe valutando diversi scenari di risposta alla multa.
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«I sette quadranti» (Sky)
Eppure, per le ragioni di cui sopra, per il traino che la coppia Chibnall-Christie saprebbe assicurare a qualsivoglia prodotto, non c'è nemmeno un'ombra di noia ad oscurarne l'arrivo. I sette quadranti, al debutto su Sky nella prima serata di giovedì 15 gennaio, è accompagnata dalla promessa di regalare a chiunque, amante del whodunit o meno, una parvenza di felicità. O, senza tanta enfasi e poesia, un po' di intrattenimento degno di questo nome.Lo show, creato ancora una volta da Chibnall e interpretato, tra gli altri, da Helena Bonham-Carter e Martin Freeman, rilegge la storia così come Agatha Christie l'ha scritta.
Torna indietro, dunque, all'Inghilterra ricca e sfarzosa del 1925, ad un'immensa villa di campagna, teatro di una vacanza d'élite. Erano partiti con il solo intento di proseguire la loro vita d'agi altrove, lontano dalla città, i ragazzi protagonisti della serie. Erano ricchi, di nobile lignaggio. Si conoscevano e giocavano. E di giochi avrebbero voluto parlare per l'intera durante del weekend fuoriporta, se solo la morte non avesse fatto irruzione nella villa. Uno dei giovani, preso in giro dal gruppo perché pigro la mattina, viene trovato morto nel suo letto, accanto a lui sette sveglie. I ragazzi inorridiscono. L'amico è morto, circondato dagli stessi orologi con i quali, una di quelle mattine, avrebbero voluto giocargli uno scherzo. Da piani, avrebbero dovuto essere otto. Invece, quella mattina sarebbero state sette.
Perché, per come, è tutto da vedersi.Sulla morte, per nulla accidentale, comincia ad indagare la giovane protagonista de I sette quadranti, versione tv: Lady Eileen Bundle Brent, giovane, brillante e curiosa, dotata di un istinto fuori dal comune. Tocca a lei rivelare che quel delitto non è colposo, ma premeditato, parte di un complotto ben più ampio. Il tutto, mentre segreti, false piste e intrighi politici emergono uno dopo l’altro.
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Maurizio Belpietro commenta la generosità e l’affetto dimostrato dagli italiani nei confronti del vicebrigadiere Emanuele Marroccella. La raccolta fondi della «Verità» ha già raccolto 238.000 euro in quattro giorni.