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2021-08-09
Le Olimpiadi più esaltanti nella storia dello sport italiano
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Marcell Jacobs e Gianmarco Tamberi (Ansa)
I 13 minuti che cambiarono per sempre la storia e la percezione dello sport italiano alle Olimpiadi. È l'intervallo trascorso tra le 14:40 di domenica 1° agosto, quando Gianmarco Tamberi e Mutaz Essa Barshim decisero di spartirsi la medaglia d'oro nel salto in alto, e le 14:53, momento in cui Lamont Marcell Jacobs tagliò per primo il traguardo di quella che è la gara per eccellenza dei Giochi: i 100 metri. Nemmeno il tempo di fermarsi e realizzare la portata dell'impresa appena compiuta, che ad aspettare l'uomo più veloce del mondo in fondo al rettilineo della pista dello stadio Olimpico di Tokyo c'era proprio il suo capitano, quel Gimbo che aveva appena toccato il cielo con un dito a quota 2 metri e 37 centimetri. I due si abbracciano e danno vita a quella che è e rimarrà l'immagine emblema della spedizione azzurra in Giappone.
Fino a quel momento gli azzurri si erano ben comportati con 24 delle 40 medaglie finali, di cui però soltanto due d'oro: quella del millennial Vito Dell'Aquila nel taekwondo e della coppia Valentina Rodini e Federica Cesarini nel canottaggio nella specialità doppio pesi leggeri. 8 argenti e 14 bronzi avevano fatto storcere il naso a molti, con qualcuno che aveva addirittura azzardato parlare di «spedizione fallimentare». Poi la svolta. Quel doppio oro che in meno di un quarto d'ora ha spostato tutto, comprese le motivazioni e la carica degli atleti che avrebbero dovuto gareggiare nei giorni successivi. Non solo sono arrivati altri 16 podi che hanno contribuito a polverizzare il record di 36 medaglie conquistate a Roma nel 1960 e a Los Angeles nel 1932, ma è stato arricchito il medagliere con altri sei ori: a partire dalla sensazionale staffetta della 4x100 con ancora Jacobs insieme a Filippo Tortu, autore di un'ultima frazione mostruosa, Lorenzo Patta ed Eseosa Desalu, passando per le marce trionfali nei 20 chilometri di Antonella Palmisano e Massimo Stano, al capolavoro firmato da Filippo Ganna, Simone Consonni, Jonathan Milan e Francesco Lamon nel ciclismo su pista specialità inseguimento a squadre, alla vittorie di Caterina Banti e Ruggero Tita nella vela categoria Nacra 17 e allo storico oro di Luigi Busà nel karate-kumite 75 chilogrammi. Particolarmente entusiasmanti sono state le imprese di Gregorio Paltrinieri: il nuotatore di Carpi, dopo aver vinto un argento in vasca negli 800 metri stile libero, si è letteralmente superato salendo sul terzo gradino del podio della gara dei 10 chilometri di fondo.Tutto questo dopo aver avuto la mononucleosi a fine giugno che ne aveva messo in dubbio addirittura la partecipazione ai Giochi. SuperGreg non solo a Tokyo ci è andato, ma è stato anche protagonista. E chissà cosa sarebbe stato quel quarto posto nei 1500 in condizioni migliori. Restando sul nuoto, il bilancio azzurro è tutto sommato positivo con 2 argenti e 5 bronzi. Oltre le due medaglie di Paltrinieri, sono arrivati l'argento della staffetta 4x100 stile libero con Alessandro Miressi, Thomas Ceccon, Lorenzo Zazzeri e Manuel Frigo, il bronzo di Federico Burdisso nei 200 farfalla e quello di Nicolò Martinenghi nei 100 rana, il bronzo di Simona Quadarella negli 800 stile libero, il bronzo nella 4x100 mista uomini con Burdisso, Ceccon, Martinenghi e Miressi. Rimanendo in acqua, ma spostandoci dalla piscina, anche canoa e canottaggio sono state terra di conquista per i colori azzurri. Detto dell'oro targato Rodini-Cesarini, nella 4 senza di canottaggio Matteo Castaldo, Marco Di Costanzo, Matteo Lodo e Giuseppe Vicino hanno conquistato un incredibile bronzo, con Vicino che a pochi minuti dall'inizio della gara ha dovuto sostituire Bruno Rosetti, il cui tampone al covid è risultato positivo. Manfredi Rizza ha riportato dopo tanti anni l'Italia sul podio della gara per eccellenza della canoa, la K1 200 metri con una medaglia d'argento.
Anche il ciclismo ha fatto la sua parte. Il trionfo di Ganna e compagni, con il finale di gara al fotofinish e il sorpasso sulla squadra danese negli ultimi 125 metri della pista dell'Izu Velodrome, si somma al bronzo di Elisa Longo Borghini nella prova in linea e a quello in rimonta di Elia Viviani nell'omnium. Ottimo in termini di medaglie il contributo dagli sport delle arti marziali: oltre all'oro di Dell'Aquila, abbiamo portato a casa due bronzi nel judo con Odette Giuffrida nei 52 kg e Maria Centracchio nei 62 kg, Nel karate, lo splendido oro di Busà era stato preceduto dal bronzo di Viviana Bottaro nella specialità kata. Nella lotta la delusione del campione olimpico di Rio 2016 Frank Chamizo, eliminato in semifinale e sconfitto nella finale per il terzo posto, è stata parzialmente colmata dal bronzo di Abraham Conyedo Ruano nella categoria 97 kg. Tre medaglie sono arrivate dal sollevamento pesi: Mirko Zanni nei 67 kg, Giorgia Bordignon nei 64 kg e Antonino Pizzolato negli 81 kg, tutti e tre di bronzo. Bronzo come la storica medaglia conquistata da Irma Testa nel pugilato 57 kg, prima donna italiana a salire su un podio olimpico nella boxe.
Immensa Vanessa Ferrari che a 30 anni, dopo tanti infortuni e un quarto posto beffa a Rio, è andata a prendersi un argento nel corpo libero. Le farfalle della ginnastica ritmica hanno vinto il bronzo nella prova a squadre. Bene anche il tiro a volo con l'argento di Diana Bacosi nello skeet e il tiro con l'arco, con l'argento di Mauro Nespoli e il bronzo di Lucilla Boari.
Delusione, invece, per quanto riguarda gli sport di squadra, dove se la nazionale di basket è uscita a testa altissima ai quarti di finale contro la Francia, poi finalista e argento contro il Dream team Usa, era lecito aspettarsi qualcosa di più dal volley maschile e femminile e dal Settebello della pallanuoto. Il vero flop, però è da individuare nella scherma, tradizionalmente vera fucina di medaglie alle Olimpiadi. A Tokyo sono arrivati «soltanto» tre argenti, Luigi Samele nella sciabola, Daniele Garozzo nel fioretto e Berrè, Curatoli, Samele e Aldo Montano nella sciabola a squadre; e due bronzi, Fiamingo, Isola, Navarria e Santuccio nella spada a squadre e Batini, Cipressa, Errigo e Volpi nel fioretto a squadre. Troppo poco per una nazionale che nell'ultimo mezzo secolo ci aveva abituato a ben altri numeri.
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Si è conclusa ieri la XXXII edizione dei Giochi. Per i nostri colori un successo senza precedenti: 16 podi in 16 giorni e 40 medaglie in 19 discipline diverse, con l'atletica sugli scudi con ben 5 ori. Le imprese di Gianmarco Tamberi e Marcell Jacobs hanno rotto gli argini dell'impossibile. Vanessa Ferrari infinita, Filippo Ganna leader, Gregorio Paltrinieri leggendario, Irma Testa storica, farfalle impeccabili. Flop invece nella scherma e negli sport di squadra.I 13 minuti che cambiarono per sempre la storia e la percezione dello sport italiano alle Olimpiadi. È l'intervallo trascorso tra le 14:40 di domenica 1° agosto, quando Gianmarco Tamberi e Mutaz Essa Barshim decisero di spartirsi la medaglia d'oro nel salto in alto, e le 14:53, momento in cui Lamont Marcell Jacobs tagliò per primo il traguardo di quella che è la gara per eccellenza dei Giochi: i 100 metri. Nemmeno il tempo di fermarsi e realizzare la portata dell'impresa appena compiuta, che ad aspettare l'uomo più veloce del mondo in fondo al rettilineo della pista dello stadio Olimpico di Tokyo c'era proprio il suo capitano, quel Gimbo che aveva appena toccato il cielo con un dito a quota 2 metri e 37 centimetri. I due si abbracciano e danno vita a quella che è e rimarrà l'immagine emblema della spedizione azzurra in Giappone.Fino a quel momento gli azzurri si erano ben comportati con 24 delle 40 medaglie finali, di cui però soltanto due d'oro: quella del millennial Vito Dell'Aquila nel taekwondo e della coppia Valentina Rodini e Federica Cesarini nel canottaggio nella specialità doppio pesi leggeri. 8 argenti e 14 bronzi avevano fatto storcere il naso a molti, con qualcuno che aveva addirittura azzardato parlare di «spedizione fallimentare». Poi la svolta. Quel doppio oro che in meno di un quarto d'ora ha spostato tutto, comprese le motivazioni e la carica degli atleti che avrebbero dovuto gareggiare nei giorni successivi. Non solo sono arrivati altri 16 podi che hanno contribuito a polverizzare il record di 36 medaglie conquistate a Roma nel 1960 e a Los Angeles nel 1932, ma è stato arricchito il medagliere con altri sei ori: a partire dalla sensazionale staffetta della 4x100 con ancora Jacobs insieme a Filippo Tortu, autore di un'ultima frazione mostruosa, Lorenzo Patta ed Eseosa Desalu, passando per le marce trionfali nei 20 chilometri di Antonella Palmisano e Massimo Stano, al capolavoro firmato da Filippo Ganna, Simone Consonni, Jonathan Milan e Francesco Lamon nel ciclismo su pista specialità inseguimento a squadre, alla vittorie di Caterina Banti e Ruggero Tita nella vela categoria Nacra 17 e allo storico oro di Luigi Busà nel karate-kumite 75 chilogrammi. Particolarmente entusiasmanti sono state le imprese di Gregorio Paltrinieri: il nuotatore di Carpi, dopo aver vinto un argento in vasca negli 800 metri stile libero, si è letteralmente superato salendo sul terzo gradino del podio della gara dei 10 chilometri di fondo.Tutto questo dopo aver avuto la mononucleosi a fine giugno che ne aveva messo in dubbio addirittura la partecipazione ai Giochi. SuperGreg non solo a Tokyo ci è andato, ma è stato anche protagonista. E chissà cosa sarebbe stato quel quarto posto nei 1500 in condizioni migliori. Restando sul nuoto, il bilancio azzurro è tutto sommato positivo con 2 argenti e 5 bronzi. Oltre le due medaglie di Paltrinieri, sono arrivati l'argento della staffetta 4x100 stile libero con Alessandro Miressi, Thomas Ceccon, Lorenzo Zazzeri e Manuel Frigo, il bronzo di Federico Burdisso nei 200 farfalla e quello di Nicolò Martinenghi nei 100 rana, il bronzo di Simona Quadarella negli 800 stile libero, il bronzo nella 4x100 mista uomini con Burdisso, Ceccon, Martinenghi e Miressi. Rimanendo in acqua, ma spostandoci dalla piscina, anche canoa e canottaggio sono state terra di conquista per i colori azzurri. Detto dell'oro targato Rodini-Cesarini, nella 4 senza di canottaggio Matteo Castaldo, Marco Di Costanzo, Matteo Lodo e Giuseppe Vicino hanno conquistato un incredibile bronzo, con Vicino che a pochi minuti dall'inizio della gara ha dovuto sostituire Bruno Rosetti, il cui tampone al covid è risultato positivo. Manfredi Rizza ha riportato dopo tanti anni l'Italia sul podio della gara per eccellenza della canoa, la K1 200 metri con una medaglia d'argento.Anche il ciclismo ha fatto la sua parte. Il trionfo di Ganna e compagni, con il finale di gara al fotofinish e il sorpasso sulla squadra danese negli ultimi 125 metri della pista dell'Izu Velodrome, si somma al bronzo di Elisa Longo Borghini nella prova in linea e a quello in rimonta di Elia Viviani nell'omnium. Ottimo in termini di medaglie il contributo dagli sport delle arti marziali: oltre all'oro di Dell'Aquila, abbiamo portato a casa due bronzi nel judo con Odette Giuffrida nei 52 kg e Maria Centracchio nei 62 kg, Nel karate, lo splendido oro di Busà era stato preceduto dal bronzo di Viviana Bottaro nella specialità kata. Nella lotta la delusione del campione olimpico di Rio 2016 Frank Chamizo, eliminato in semifinale e sconfitto nella finale per il terzo posto, è stata parzialmente colmata dal bronzo di Abraham Conyedo Ruano nella categoria 97 kg. Tre medaglie sono arrivate dal sollevamento pesi: Mirko Zanni nei 67 kg, Giorgia Bordignon nei 64 kg e Antonino Pizzolato negli 81 kg, tutti e tre di bronzo. Bronzo come la storica medaglia conquistata da Irma Testa nel pugilato 57 kg, prima donna italiana a salire su un podio olimpico nella boxe.Immensa Vanessa Ferrari che a 30 anni, dopo tanti infortuni e un quarto posto beffa a Rio, è andata a prendersi un argento nel corpo libero. Le farfalle della ginnastica ritmica hanno vinto il bronzo nella prova a squadre. Bene anche il tiro a volo con l'argento di Diana Bacosi nello skeet e il tiro con l'arco, con l'argento di Mauro Nespoli e il bronzo di Lucilla Boari.Delusione, invece, per quanto riguarda gli sport di squadra, dove se la nazionale di basket è uscita a testa altissima ai quarti di finale contro la Francia, poi finalista e argento contro il Dream team Usa, era lecito aspettarsi qualcosa di più dal volley maschile e femminile e dal Settebello della pallanuoto. Il vero flop, però è da individuare nella scherma, tradizionalmente vera fucina di medaglie alle Olimpiadi. A Tokyo sono arrivati «soltanto» tre argenti, Luigi Samele nella sciabola, Daniele Garozzo nel fioretto e Berrè, Curatoli, Samele e Aldo Montano nella sciabola a squadre; e due bronzi, Fiamingo, Isola, Navarria e Santuccio nella spada a squadre e Batini, Cipressa, Errigo e Volpi nel fioretto a squadre. Troppo poco per una nazionale che nell'ultimo mezzo secolo ci aveva abituato a ben altri numeri.
Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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Il carcere La Dogaia di Prato (Ansa)
Ciò che ha spinto, fondamentalmente, il tribunale di sorveglianza a intervenire per le suddette condizioni degradanti è consistito nella constatazione dello stato di sovraffollamento. Il tribunale ha accertato che l’uomo è rimasto, secondo quanto riportava ieri QN, per 2.026 giorni nella cella insieme ad altri due detenuti vivendo in spazi troppo angusti e troppo ristretti. Inoltre, come prevede la legge, ha usufruito dello sconto di un giorno in carcere ogni dieci sempre per il medesimo affollamento. In più, riceverà 288 euro a titolo di risarcimento per gli altri 16 giorni di detenzione «degradante».
Non c’è dubbio che il sovraffollamento vada contro il dettato della Costituzione che prevede il carcere come un luogo dove si viva in condizioni di dignità umana e che non sia solo un luogo di pena ma anche di riabilitazione.
Detto questo, il povero pedofilo avrà lo sconto di pena perché la cella è piccola. E la cella dalla quale per anni ha tentato di uscire il minore - non specifichiamo sesso ed età per rispetto - vittima del pedofilo? Quella è stretta o è larga? Noi pensiamo che sia stata una cella strettissima, angusta, angosciante e che, certamente, uscire da quella cella non è stato e non sarà un cammino semplice. Quel minore che risarcimento ha avuto? Non lo sappiamo, ma temiamo nessuno, come l’esperienza ci dice e ci ha insegnato per molti anni. A confronto il pedofilo piglia circa 300 euro che, per carità, sono un nulla, ma si fa un bel po’ meno di carcere perché le condizioni della sua cella, evidentemente, hanno un peso maggiore di quello della cella nella quale ha dovuto convivere quella vittima, che oggi ha più di 20 anni, insieme ai suoi amici e alle sue amiche.
Ora, è ovvio che il problema del sovraffollamento è un problema serio, ma quando senti certe notizie un po’ ti incazzi perché troppe volte assistiamo a trattamenti, in qualche modo, di favore e di risarcimento verso i carnefici e molto meno verso le vittime.
Per non essere manchevoli nell’informazione che volgiamo dare ai nostri lettori, vogliamo riportare alcuni dati pubblicati, non molto tempo fa, da Il Sole 24 Ore. In Quasi l’80% degli istituti penitenziari si superano i limiti di capienza: in alcune strutture (come, ad esempio, Lucca o Milano San Vittore) si superano per il 200-260% i limiti di capienza. Questo, naturalmente, si traduce in celle inadeguate e in spazi vitali ridotti al minimo che violano espressamente i parametri stabiliti dalla Corte europea dei diritti dell’uomo provocando, ovviamente, problemi di disagio psichico e anche gesti estremi come il suicidio. Per non parlare poi del problema delle mamme detenute con bambini per i quali ci sono già delle strutture detentive appositamente studiate perché i bambini non debbano soffrire le conseguenze della pena per le malefatte della madre, ma non bastano, ce ne vogliono di più. La media nazionale del sovraffollamento supera il tasso del 138%.
Queste sono considerazioni che è d’obbligo fare e di cui si parla da troppo, ma si fa poco o niente.
Però il punto è un altro. Non può la considerazione delle condizioni «degradanti» del detenuto essere dirimente qualora quel detenuto non sia provato che, negli anni di detenzione, abbia compiuto un percorso tale che all’uscita del carcere non sia un soggetto ad alta pericolosità sociale. In particolare, nel caso dei pedofili, la malattia permane spesso nonostante il carcere e, quindi, all’uscita da esso, tendono a reiterare gli atti delinquenziali soprattutto su minorenni. Siamo sicuri che questo signore possiamo reimmetterlo nella società civile con la tranquillità di chi sa che si sta reimmettendo qualcuno che è «guarito»? Se quest’uomo è stato condannato vuol dire che quando ha compiuto quell’orrendo reato era capace di intendere e di volere: lo ha fatto deliberatamente sapendo quello che faceva e volontariamente potando a compimento il suo proposito criminale. Il carcere lo ha guarito? Uno potrebbe dire che in questo momento sto facendo un ragionamento contraddittorio ma, secondo me, contraddittorio non è. Perché se è sacrosanto il diritto di vivere in carceri «vivibili» è altrettanto sacrosanto - e ci permettiamo forse anche di più - nutrire il diritto da parte dei minorenni e, in generale di tutti, soprattutto le donne, di non aver paura di essere attaccati e distrutti psicologicamente da un pedofilo o da un maniaco sessuale.
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