A destra Giuseppe Pignatone (Ansa)
I pm di Caltanissetta danno credito a chi sostiene che la toga fosse «a disposizione» di imprenditori malavitosi Avrebbe pure affondato il dossier «Mafia e appalti» isolando Falcone e Borsellino. Eppure i media sorvolano.
Per anni i magistrati della Procura di Roma, che oggi indagano sui rapporti economici tra l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e Mauro Carroccia, ristoratore e presunto prestanome del clan Senese, sono stati guidati da un procuratore che gli inquirenti di Caltanissetta accusano di avere favorito la mafia e aver contribuito a quel clima di isolamento che ha portato all’uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Alla vigilia del referendum una manina ha fatto circolare una foto di Delmastro con Carroccia, ma è finito sui giornali anche un selfie con Giorgia Meloni di un peone collegato alla criminalità organizzata e, sembra, frequentatore di politici locali di Fratelli d’Italia. Giusto fare le pulci al potere. Ciò che stupisce è che sulle presunte relazioni pericolose, anzi pericolosissime, di colui che è stato per quasi tre lustri il magistrato più potente d’Italia (con la benedizione del presidente Giorgio Napolitano) e del Vaticano (Francesco lo volle come presidente del Tribunale della Santa sede) giornali e trasmissioni tv non si scaldano. Preferiscono sorvolare. Forse perché per troppo tempo la stampa progressista (su cui Pignatone firmava dotti editoriali) si è ben guardata dal metterne in discussione il lavoro, a partire dai tempi gloriosi di Mafia Capitale, che mafia non era. E anche quando scoppiò il caso di Luca Palamara, di cui Pignatone era una sorta di fratello maggiore, i cronisti tennero ben distinte le due posizioni.
Ma a tirare giù dal piedistallo il magistrato siciliano ci stanno pensando i colleghi della Procura di Caltanissetta. Per esempio con le 385 pagine di richiesta di archiviazione della Procura di Caltanissetta del 10 aprile 2026 del fascicolo contro ignoti che ha investigato la causa delle stragi del 1992, giungendo alla conclusione che, tra queste, ci sia anche la cattiva gestione del procedimento Mafia e appalti. Nel riferire l’altro ieri in Commissione Antimafia il procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca ha parlato di «un gravissimo errore» commesso dall’allora sostituto procuratore di Palermo Pignatone, ammesso da lui stesso, che avrebbe «vanificato l’80% dell’indagine Mafia e appalti». Per coloro che conoscono gli atti è ben chiaro che De Luca abbia fatto riferimento all’omessa iscrizione di indagati eccellenti (sentiti come semplici testimoni) riferita dai pubblici ministeri Ilde Boccassini e Roberto Saieva.
Oggi gli inquirenti hanno maturato la convinzione che non di «errore» si sia trattato, ma di atti ben ponderati al punto che gli stessi pubblici ministeri nisseni hanno sottolineato «alcune contiguità» di Pignatone «con soggetti appartenenti al mondo mafioso/imprenditoriale dell’epoca», evidenziando come «questo elemento ha certamente inciso rispetto alla sovraesposizione dei magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino», considerata prodromica alla loro eliminazione da parte della Piovra mafiosa. Una vicinanza che sarebbe dimostrata non solo dagli «errori» compiuti da Pignatone nel più importante procedimento di mafia a lui assegnato, ma anche dai 24 immobili acquistati dalla famiglia Pignatone nella palermitana via Turr dalla società Raffaello degli imprenditori mafiosi Vincenzo Piazza, Francesco Bonura e Salvatore Buscemi.
La Procura evidenzia che «Piazza, suo cognato Aurelio Giovanni Chiovaro, i fratelli Salvatore e Antonino Buscemi e Bonura sono stati, negli anni, tutti condannati per associazione mafiosa con pene definitive» e che Piazza, Bonura e Salvatore Buscemi erano massoni della loggia Dante Alighieri. Sui legami tra Pignatone e questi signori gli inquirenti valorizzano le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Angelo Siino, Giovanni Brusca (lodato, per il suo ruolo, da Pignatone sulla Repubblica) e Salvatore Cancemi che, a partire dagli anni Novanta, hanno iniziato a riferire ai magistrati che l’ex giudice del Papa era «a disposizione» dei fratelli Buscemi o «nelle mani» di Vincenzo Piazza. Un’ipotesi negata con forza dalla difesa di Pignatone, ma ritenuta attendibile da De Luca e dai suoi colleghi. Nella richiesta di archiviazione si legge che «non si può in alcun modo convenire sul fatto che gli accertamenti svolti abbiano smentito le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia» e ciò perché «non soltanto sono stati acclarati rapporti patrimoniali di Giuseppe Pignatone sia con i Buscemi che con Piazza, ma le contiguità del nucleo familiare del magistrato con quest’ultimo soggetto iniziano ben prima dell’acquisto dell’immobile di via Turr, atteso che […] fin dal 1964, il nucleo familiare di Francesco Pignatone, padre di Giuseppe, ha vissuto in un immobile costruito da Rosolino Piazza, padre di Vincenzo». Una questione che approfondiremo tra breve.
La Procura di Caltanissetta, come in tutte le indagini di mafia, ha svolto investigazioni sulla famiglia di origine di Pignatone accertando che alle nozze del padre Francesco, celebratesi a San Cataldo il 12 novembre 1947, era stato testimone di nozze Calogero Volpe futuro deputato della Democrazia cristiana per circa un ventennio e definito da Wikipedia «politico, medico e mafioso italiano». La Procura di Caltanissetta ricorda che nella relazione d’opposizione del 4 febbraio 1976 in Commissione parlamentare Antimafia «Calogero Volpe veniva indicato come estremamente vicino a contesti mafiosi» e veniva definito «il cervello politico del sistema di potere mafioso in provincia di Caltanissetta». Tra i grandi elettori del parlamentare ci sarebbe stato anche il boss di Riesi Giuseppe Di Cristina, morto ammazzato nel 1978. Nel documento veniva anche puntualizzato che Volpe «sarebbe stato presente a un comizio tenuto dall’onorevole Pignatone e voluto da don Calò Vizzini, perché si celebrasse l’ideale e le virtù della mafia-politica».
Nel 1964, quando Pignatone ha 15 anni, la sua famiglia si trasferisce a Palermo, nella palazzina dei Piazza. Dei 14 appartamenti divisi su sette piani quattro risultavano di pertinenza della famiglia Pignatone, sei della famiglia Piazza e soltanto i restanti quattro appartenevano a soggetti diversi. Quasi una comune politico-mafiosa. Nel 1980 i Pignatone si spostano in via Turr. In un’intercettazione del 2024 Bonura ha esclamato: «Se ne sono comprate proprietà da Piazza, da noi…ma proprio un mare! Oltre l’appartamento che aveva Pignatone c’ha magazzini, c’ha uffici, ha tante cose!». Confutando la difesa di Pignatone, i pm nisseni annotano che già all’epoca degli acquisti «era evidente che le figure di Vincenzo Piazza e dei soci Francesco Bonura e Salvatore Buscemi, fossero, già al tempo, accostate alla criminalità organizzata». Per quelle compravendite, alla fine degli anni Novanta, Pignatone è stato indagato e archiviato. Anche grazie alla consegna delle matrici degli assegni con cui avrebbe effettuato il pagamento del suo immobile (un pentito aveva parlato di regalo della mafia). Dopo oltre 25 anni i magistrati nisseni non sembrano condividere la scelta del gip che aveva archiviato il caso: «Non si comprende la ragione per la quale Pignatone abbia conservato documentazione totalmente non probante, come le matrici, e non, invece, copia dei titoli che a esse corrispondono o, addirittura, una quietanza dei pagamenti effettuati». E sottolineano «le discrasie tra gli importi delle fatture» emesse dalla società immobiliare Raffaello, controllata dalla mafia, e «le somme indicate nelle matrici», quasi sempre diverse. Addirittura per due assegni da 14 e 6 milioni non si sono trovati i corrispondenti documenti contabili. Senza contare che alcuni pagamenti sarebbero stati emessi in favore di Salvatore Buscemi e non della società venditrice.
Una scelta così stigmatizzata nella richiesta di archiviazione: «Non si comprende a che titolo 2 dei 7 assegni emessi a saldo del prezzo pattuito dovessero essere intestati a Salvatore Buscemi, se si considera che la società venditrice degli immobili era una società di capitali che, come tale, è un soggetto giuridico diverso sia dal suo amministratore che dai soci che ne detengono il capitale». Secondo una consulenza ordinata dalla Procura, alla fine, «Pignatone avrebbe pagato, per l’appartamento acquistato in via Turr, un prezzo sensibilmente inferiore (di circa un terzo) a quello di mercato» e una parte, come ammesso dallo stesso Pignatone nell’interrogatorio, di tale incongruo prezzo sarebbe stata versata in nero.
L’indagato, a verbale, ha dichiarato: «È stato, quindi, pagato un prezzo complessivo di 76.700.000 lire; nell’atto pubblico, stipulato solo a nome di mia moglie, fu indicato, per ben note ragioni fiscali, un prezzo di 55.000.000 (comprensivo della quota di mutuo)». Una scelta borderline che secondo i magistrati avrebbe portato a conseguenze nefaste per il buon nome dell’ex collega: «Pignatone ammette, palesemente, di essersi prestato a consentire un’evasione fiscale ad una società la cui compagine e i cui rappresentanti erano da anni considerati “in odore di mafia”; evasione fiscale concordata con Salvatore Buscemi, capo mandamento di Passo di Rigano. La circostanza assume sicuramente estremo rilievo in relazione all’immagine del dottor Pignatone “agli occhi di Cosa nostra”, con tutto ciò che ne poteva conseguire circa le “chiacchiere” che circolavano sul suo conto in ambito mafioso». Ma da Caltanissetta altre bordate sono state riservate alla gestione del procedimento Mafia e appalti.
L’aspetto forse più inquietante emerso è la disposizione di smagnetizzare le intercettazioni e di distruggere i brogliacci impartita da Pignatone e da Gioacchino Natoli (i due restano indagati per favoreggiamento della mafia in un fascicolo stralciato da quello per cui è stata chiesta l’archiviazione) nel procedimento relativo alle infiltrazioni del clan Buscemi/Bonura nella gestione della cave di marmo di Carrara. La Procura di Caltanissetta in questi mesi ha accertato che, in realtà, l’ordine di distruzione di Pignatone e Natoli, per un caso fortuito, non è stato eseguito dagli uffici e ciò ha consentito il riascolto di quelle conversazioni che fornivano elementi utili perfino alla ricostruzione di un duplice omicidio che coinvolgeva Bonura, vale a dire l’uomo che aveva venduto 24 immobili ai Pignatone.
Gli inquirenti sono arrivati alla conclusione che la distruzione delle intercettazioni per liberare spazio sulle bobine non fosse una prassi consolidata e che, comunque, per farlo sarebbe bastato distruggere il materiale collegato a fascicoli passati in giudicato e proveniente da procedimenti ordinari. Invece a Palermo il solo Pignatone in tutta la Procura del capoluogo siciliano, tra il 1991 e il 1993, avrebbe fatto distruggere prove di inchieste di mafia archiviate e non concluse in modo definitivo.
Nella richiesta di archiviazione la preoccupante ricostruzione viene suggellata con le dichiarazioni rilasciate nel giugno 1992 dalla giornalista Liana Milella. Falcone, prima di morire, le aveva consegnato i suoi diari «per dimostrare il suo “isolamento” nel periodo di permanenza alla Procura di Palermo» dove non poteva più «lavorare efficacemente […] a causa della contrapposizione che si era venuta a creare con il procuratore Giammanco e con i sostituti procuratori più vicini a quest’ultimo, tra i quali in particolare il dottor Lo Forte e il dottor Pignatone».
Tutto questo non è bastato a evitare che Pignatone diventasse, per usare le parole di un suo giovane collega perugino, «un monumento della magistratura italiana».
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Papa Leone in Camerun per un incontro con funzionari governativi, la società civile e il corpo diplomatico, nel terzo giorno di un viaggio apostolico di 11 giorni in Africa (Ansa)
Continua il viaggio in Africa del Papa. Nessuna polemica, ma un messaggio chiaro.
«Una pace che sia disarmata, cioè non fondata sulla paura, sulla minaccia o sugli armamenti; e disarmante, perché capace di risolvere i conflitti, di aprire i cuori e di generare fiducia, empatia e speranza. La pace non può essere ridotta a slogan: va incarnata in uno stile, personale e istituzionale, che ripudi ogni forma di violenza. Per questo ribadisco con forza: “Il mondo ha sete di pace […]. Basta guerre, con i loro dolorosi cumuli di morti, distruzioni, esuli!”».
Con queste parole, pronunciate ieri nel palazzo presidenziale di Yaoundé in Camerun, papa Leone XIV ha tracciato la rotta della seconda tappa del suo viaggio apostolico in Camerun, richiamando ancora il tema della pace.
Il Pontefice è giunto in questa terra dopo una tappa intensa in Algeria, portando con sé una riflessione profonda maturata proprio nei luoghi di Sant’Agostino. Durante il volo che lo ha condotto in Camerun, Leone XIV ha condiviso con i giornalisti l’emozione della visita ad Annaba, l’antica Ippona, definendo Agostino una figura «profondamente radicata nel passato» ma capace di parlare con straordinaria attualità alla Chiesa e al mondo di oggi. Il Papa ha sottolineato come l’invito del Santo alla ricerca di Dio e della verità, e il suo impegno per costruire la comunità ricercando l’unità nonostante le differenze, sia un messaggio universale, onorato persino in terre a maggioranza non cristiana.
Questa visione di unità è stata messa alla prova dal contesto complesso che il Papa ha trovato al suo arrivo in Camerun. Spesso definito «Africa in miniatura» per la sua ricchezza culturale e linguistica, il Paese è oggi segnato da profonde ferite. Leone XIV si è trovato dinanzi a una nazione che soffre per le tensioni separatiste nelle regioni anglofone del Nord-Ovest e del Sud-Ovest, per le violenze di Boko Haram nell’Estremo Nord e per una crisi economica che alimenta il tribalismo e l’incertezza. In questo scenario, dove oltre 500.000 rifugiati cercano scampo dai conflitti limitrofi, il grido del Papa contro la guerra diventa un appello alla sopravvivenza stessa di un popolo che aspira a essere «attore di pace».
Nel suo discorso alle autorità, alla società civile e al corpo diplomatico, Leone XIV ha ripreso la lezione di Agostino per definire l’etica del potere. Citando il De civitate Dei, ha ricordato che «coloro che comandano sono a servizio di coloro ai quali apparentemente comandano», esercitando l’autorità non per brama di dominio, ma per dovere di provvedere e con «compassione del premunire». In questa prospettiva, governare il Camerun significa amare il proprio popolo - maggioranze e minoranze - ascoltando realmente i cittadini e stimando la loro capacità di contribuire a soluzioni durature.
Il Papa ha inoltre posto l’accento sulla necessità vitale di istituzioni sane e credibili come pilastri per lo sviluppo. La trasparenza nella gestione delle risorse pubbliche e il rigore dello Stato di diritto sono stati indicati come strumenti essenziali per ripristinare la fiducia sociale. Per Leone XIV, è tempo di un «coraggioso salto di qualità» che rompa le catene della corruzione e liberi il cuore dalla sete di guadagno, vista come una forma di idolatria. Lo sviluppo umano integrale, ha ribadito, può fiorire solo dove la legge funge da argine all’arbitrio del più forte.
Infine, il Pontefice ha rivolto lo sguardo ai giovani, esortando le istituzioni a investire nell’istruzione e nell’imprenditorialità per contenere l’emorragia di talenti verso l’estero. La pace autentica, ha concluso, non si decreta ma si vive attraverso un’opera paziente che trasformi le ferite del passato in sorgenti di rinnovamento per tutta la nazione.
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Donald Trump e Leone XIV (Ansa). Nel riquadro la copertina del libro di Eric Voegelin «Il mito del mondo nuovo. Saggio sui movimenti rivoluzionari del nostro tempo»
Lo scontro Trump-Prevost ha radici profonde: come mostra Voegelin, nel puritanesimo americano c’è una radice che tende a ridurre la salvezza a progetto politico. Per questo riconoscere un principio morale superiore per Vance & C. è più difficile.
Se si vuole capire qualcosa in più riguardo alle ragioni profonde dello scontro fra Donald Trump e papa Leone e soprattutto all’impatto politico-culturale che può avere in particolare sugli americani, si può sfogliare Il mito del mondo nuovo. Saggio sui movimenti rivoluzionari del nostro tempo, un breve ma fondamentale testo di Eric Voegelin appena ripubblicato in Italia dal coraggioso editore Settimo Sigillo.
Si tratta di un libro indispensabile per la lettura di quasi tutti i fenomeni politici odierni, e che ha molto da dire su questa ultima vicenda poiché parte dall’esame di un carattere costitutivo della religiosità prima e della mentalità statunitense poi. Nel 1970 Eric Voegelin, filosofo politico tedesco formatosi a Vienna, pubblicò il suo capolavoro: Il mito del mondo nuovo. Saggio sui movimenti rivoluzionari del nostro tempo. Voegelin aveva trascorso un ventennio negli Usa (1938-1958) e vi era ritornato nel 1969 per insegnare a Stanford. Esperto conoscitore dei legami antichi fra religione e politica, concentrò la sua attenzione su quello che chiamava «atteggiamento gnostico». Ovvero un modo di vedere il mondo che si manifestò inizialmente nelle elitarie sette gnostiche dei primi secoli dopo Cristo. Questi movimenti - sintetizziamo - tendevano a vedere il mondo, la creazione, come un’opera corrotta, e pensavano che la salvezza dell’uomo fosse possibile tramite una conoscenza segreta in possesso di pochi illuminati. Il fenomeno gnostico è variegato e complesso, ma è estremamente difficile negare che abbia esercitato un’influenza potentissima sul cristianesimo protestante e sui numerosi movimenti religiosi che di fatto hanno creato gli Stati Uniti. Lo ha mostrato con estrema chiarezza un altro studioso, lo statunitense Michael Walzer, ne La rivoluzione dei santi, corposo studio sul puritanesimo. Degli gnostici, alcune frange del protestantesimo mantengono l’atteggiamento di fondo esaminato da Voegelin. Una delle caratteristiche di questa visione sta, dice il filosofo, «nel credere che sia possibile salvarsi dal male del mondo. Da ciò deriva la convinzione che l’ordine dell’essere dovrà essere cambiato nel corso di un processo storico. Da un mondo cattivo deve emergere, per evoluzione storica, un mondo buono». Mentre per il cristiano cattolico la salvezza avviene per grazia di Dio, l’atteggiamento gnostico esprime la «convinzione che un mutamento nell’ordine dell’essere rientri nell’ambito dell’azione umana, che questo atto salvifico sia possibile grazie agli sforzi personali dell’uomo». Capite bene che un atteggiamento di questo tipo non può non risultare, alla fine dei conti, fortemente politico. La salvezza non è lontana, ultraterrena: si manifesta qui e ora. Il paradiso può sorgere in Terra o, a seconda delle visioni, in Terra si può avere un anticipo del paradiso. Alcuni individui illuminati possono guidare le masse, alcuni baciati dalla grazia ne manifestano gli effetti tramite il successo mondano. In ogni caso, la potenza salvifica si manifesta nel mondo, e le azioni umane vi partecipano. Il puritanesimo innervato di gnosticismo punta, non a caso, alla costruzione di un nuova Gerusalemme, una città sulla collina che i coloni provenienti dall’Inghilterra immaginavano di fare sorgere nel Nuovo Mondo. La spinta alla creazione di un «mondo nuovo» sviscerata da Voegelin è la stessa che ritroviamo nella cultura Woke, che pretende di rifare la creazione normando il linguaggio e i comportamenti. Non sempre, sia chiaro, le conseguenze di tale visione sono nefaste, anzi spesso spingono a un deciso e importante impegno sociale e politico (non per nulla Martin Luther King era un battista, per citare un celebre esempio). In ogni caso è difficile sostenere che non vi siano tracce dello stesso atteggiamento anche nel sostrato politico e religioso trumpiano. Il mondo nuovo, dopo tutto, ha bisogno di profeti e messia. E chiunque li ostacoli non è semplicemente un avversario ma un nemico esistenziale, che non comprende la grandezza del salvatore e di fatto impedisce la realizzazione del paradiso in Terra. Il puritanesimo, non a caso, stabilisce una ferrea distinzione fra puro e impuro, fra bene e male. Qualcosa che - notava Jean Guitton molti anni fa - non appartiene al cattolicesimo che ben conosce le sfumature di grigio. Non intendiamo sostenere che Trump sia un puritano o un fervente fedele. Sosteniamo però che vi siano nella sua politica tracce di atteggiamento gnostico, e che ve ne siano di molto profonde nello spirito americano, dall’idea di destino manifesto a quella di nuovo ordine mondiale. A ciò va aggiunto che la gran parte dei movimenti protestanti, anche solo per questioni di sopravvivenza, nel corso della storia hanno dovuto esprimersi politicamente, spesso con foga. Ne deriva che è molto più naturale, per un cristiano americano, schierarsi su un versante partitico e attribuire tratti salvifici a una autorità politica che egli consideri affine. Per quanto la democrazia americana non sia certo teocratica, fede e impegno politico possono intrecciarsi e talvolta addirittura coincidere. E può accedere che un politico si atteggi a Messia. Ciò non è possibile nella cultura cattolica. Il che, paradossalmente, pone ora un problema ai cattolici statunitensi impegnati in politica: a quale autorità votarsi? All’autorità spirituale e per forza superiore della Chiesa e del vicario di Cristo o a quella del presidente sedicente unto del Signore che si scaglia contro il Pontefice?
J.D. Vance si è barcamenato con qualche difficoltà, rimarcando una separazione fra fede e politica che esiste ma non pone i due concetti sullo stesso piano. Qui non si tratta di dare a Cesare quel che gli spetta: semmai si tratta di fronteggiare un Cesare che talvolta si sente Dio o un suo emissario. Cosa che, per un cattolico, non è accettabile.
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Un' immagine di archivio della base Usaf di Aviano (Ansa)
Il mercato nordatlantico è prezioso, ma pure noi siamo strategici per Washington: per lo sbocco mediterraneo, per le basi, nonché per la cooperazione su Difesa e spazio.
Le critiche di Donald Trump a Giorgia Meloni rappresentano un terremoto politico notevole: un terremoto che chiama direttamente in causa i rapporti tra Stati Uniti e Italia. Parliamo di una relazione antica, che - al di là delle questioni contingenti - poggia su basi solide.
Dal punto di vista economico, nel 2025, le esportazioni italiane verso gli Usa sono cresciute del 3,3%. In particolare, la nostra quota di export verso Washington è del 10,4%: il che fa degli Stati Uniti il secondo Paese cliente dell’Italia subito dopo la Germania. Passando poi al piano geopolitico, gli Usa dispongono di circa 120 siti militari in Italia e hanno 12.000 soldati schierati sul nostro territorio. Due basi, quelle di Ghedi e Aviano, ospitano anche degli ordigni nucleari. La penisola è d’altronde strategica, agli occhi di Washington, per quanto riguarda la sua politica mediterranea. Insomma, i legami tra i due Paesi sono assai significativi. È allora utile chiedersi se e come possa avvenire una ricucitura dei rapporti tra Trump e la Meloni: una ricucitura di cui potrebbero avere entrambi bisogno.
Il rapporto privilegiato con la Casa Bianca ha rafforzato Palazzo Chigi a livello europeo sia nei confronti di Bruxelles che di Parigi: non sarà del resto un caso che il Pd esprima oggi soddisfazione per la rottura tra la premier e l’inquilino della Casa Bianca. La Meloni ha inoltre bisogno, pur senza sudditanze, del rapporto con la Casa Bianca per arginare le sirene di chi vorrebbe spingerla o verso il velleitarismo o verso ricette di politica estera tipiche del centrosinistra (il che vorrebbe dire farsi proni a Parigi e Pechino). Dall’altra parte, Trump ha avuto nel governo Meloni una sponda fondamentale per frenare il progressivo avvicinamento dell’Ue verso la Cina: un avvicinamento che, negli ultimi anni, è stato portato avanti soprattutto da Emmanuel Macron e da Pedro Sánchez. In tutto questo, lo sfilacciamento del conservatorismo transatlantico rischia di essere un regalo tanto al Partito democratico negli Stati Uniti quanto al Pse nell’Unione europea. Il che significherebbe via libera al wokismo e all’ambientalismo ideologizzato, in ossequio ai desiderata del Partito comunista cinese, oltre che dei suoi alleati al di qua e al di là dell’Atlantico.
E allora cerchiamo di vedere dove Trump e la Meloni potrebbero tornare a parlarsi. Sotto il profilo politico, un eventuale successo dei colloqui diplomatici tra Washington e Teheran potrebbe disinnescare una delle cause che sono alla base della crisi tra i due: vale a dire, gli elevati costi imposti al Vecchio continente dalla guerra israelo-americana all’Iran. Un altro punto su cui si potrebbe lavorare riguarda la Santa Sede. Visti i recentissimi attriti tra Trump e Leone XIV, la Meloni potrebbe cercare di ritagliarsi un ruolo di mediazione tra i due. Dopo aver vinto il voto cattolico nel 2024, il presidente americano sa di averne bisogno in vista delle Midterm di novembre. Senza trascurare che JD Vance e Marco Rubio, entrambi cattolici, si sfideranno probabilmente per la nomination presidenziale repubblicana del 2028. Tutto questo, mentre un recente sondaggio della Nbc ha certificato l’elevata popolarità del pontefice tra gli elettori statunitensi. Trump avrebbe poi bisogno della sponda di Leone anche sul piano geopolitico, visto che l’attuale Papa ha (in parte) frenato la politica di avvicinamento del predecessore verso la Repubblica popolare cinese.
Per quanto infine riguarda i settori da cui il rapporto tra il presidente americano e la nostra premier potrebbe ripartire, basta guardare alla dichiarazione congiunta tra Usa e Italia che i due leader sottoscrissero esattamente un anno fa. In quell’occasione, entrambi sostennero di voler rafforzare la cooperazione transatlantica nel settore della Difesa, aggiungendo la necessità di contrastare l’immigrazione clandestina. Si parlò anche di Piano Mattei e di Accordi di Abramo, oltre che dell’India-Middle East-Europe economic corridor. Senza poi dimenticare la collaborazione nel settore energetico. Era inoltre maggio dell’anno scorso, quando la Us Space Force e l’Aeronautica militare italiana firmarono una dichiarazione per ampliare la cooperazione in materia di sicurezza spaziale. «L’Italia è da decenni un partner forte e affidabile nello spazio, con contributi significativi al volo spaziale umano, alla scienza e all’esplorazione. Mi aspetto che la nostra partnership con l’Agenzia spaziale italiana si rafforzi ulteriormente», affermò, tra l’altro, a gennaio, in un’intervista esclusiva alla Verità, il direttore della Nasa, Jared Isaacman.
Insomma, ragioni e occasioni per ricomporre la frattura, Trump e la Meloni ne avrebbero. Non sappiamo se decideranno di sotterrare l’ascia di guerra. È tuttavia significativo il fatto che tanto i dem americani quanto quelli nostrani stiano scommettendo contro un loro riavvicinamento.
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