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Nei chiostri si può incontrare Dio ma pure ottime paste e zuppe. Gli antichi ricettari spopolano in televisione grazie a frati e suore.
In un’epoca in cui è tutto fast, dalle connessioni al lavoro, dai rapporti personali ai mezzi di trasporto, il cibo non poteva certo sfuggire a questa regola. Fast food, grandi catene di ristoranti, cibo già pronto nei banchi del supermercato: tutto è già inscatolato, etichettato e standardizzato.
Ma c’è un ultimo baluardo che riporta le lancette dell’orologio indietro di qualche secolo, un posto che invita a rallentare i ritmi, a scegliere con cura gli ingredienti per le proprie ricette: i monasteri. Da luoghi sacri per eccellenza, roccaforti di mattoni e marmi in cui da secoli viene coltivata la fede in Dio, conventi e monasteri hanno gelosamente conservato dalle sfide dei tempi che cambiano anche l‘arte del mangiare bene, secondo i cicli delle stagioni e seguendo i tempi corretti di cottura. Non è un caso che, su giornali e tv, spopolino ricette e preparazioni che escono direttamente da pignatte e fuochi di questi «dinosauri» della fede e del tempo, che sono belli arzilli. Per esempio, stanno conoscendo un vero e proprio boom di telespettatori programmi come Le ricette del convento e La cucina delle monache, entrambe in onda su Food Network (canale 33) e su Discovery+. Propongono piatti della tradizione monastica, antichi sapori e ricette tramandate nei monasteri italiani. Protagonisti del primo cooking show con la tonaca sono don Salvatore, don Anselmo e don Riccardo dell’abbazia benedettina di San Martino delle Scale (Palermo) mentre, nel secondo esempio, dominano la scena la preparazione e la calma di quattro suore benedettine del monastero di Sant’Anna a Bastia Umbra (Perugia), tra cui suor Myriam e madre Noemia. Una vera e propria rivoluzione culturale in un’epoca in cui programmi come Masterchef, Cucine da incubo e Bake off regalano come piatto principale delle puntate velocità di esecuzione, tecniche ai limiti dell’impossibilità, mix di gusti praticamente irreplicabili nella vita di tutti i giorni.
La tradizione monastica di preparare vini, tisane, liquori, mieli o dolci non è mai andata, per così dire, in pensione: le botteghe di questi luoghi religiosi sono rimaste sempre aperte, restando un punto di riferimento per residenti della zona, fedeli, pellegrini. Quello che viene riscoperta oggi è la routine culinaria degli ordini religiosi, che si distingue come uno dei capisaldi della cucina italiana ed è caratterizzata da alta qualità dei prodotti e l’amore con cui vengono cucinati. E anche mangiati. Si tratta di una cucina semplice, genuina e segreta: dentro a luoghi di silenzio, preghiera e contemplazione, questi segreti si collocano quasi fuori dal tempo e dallo spazio. Ma, una volta svelati, ci aiutano ad avvicinarci a una cucina naturale, ricca di sapori e genuinità fatta di ingredienti basici e della passione con cui monaci e suore spadellano nelle cucine.
La cucina dei monasteri presenta alcune linee guida comuni. Da un lato, risponde alle regole della necessità. Come spesso accadeva in Italia fino agli anni del Boom economico, si cucinava quello che offriva il territorio circostante, ovvero quei prodotti che oggi sono catalogati come tipici: avocado, ananas, acciughe del Cantabrico non c’erano. La coltivazione dell’orto e del giardino costituivano, già nel Medioevo, una fondamentale risorsa di sostentamento. Inoltre, la cucina di abbazie e monasteri viene ancora oggi influenzata dalle abitudini alimentari dei vari ordini monastici, spesso orientati alla frugalità. San Benedetto da Norcia, in alcuni capitoli della sua Regola, aveva posto dei limiti all’alimentazione: tenendo sempre a freno il vizio della gola, il Santo vietava il consumo della carne (tranne che per i malati e i debilitati). Il menu dei francescani si limitava spesso a minestroni, frutto della fantasia del frate-cuoco del momento. Queste limitazioni non hanno prodotto una cucina povera ma, al contrario, una tradizione vegetariana, spesso raffinata, ingegnosa e sana.
Oltre a produrre in proprio materie prime genuine, numerosi monasteri e abbazie offrono prelibati prodotti enogastronomici. Nel monastero di Camaldoli, per esempio, i Benedettini producono liquori (tra i quali spicca l’Elisir dell’eremita, a base di china) ma anche miele, tisane, cioccolata, confetture e caramelle. Nel monastero di Sant’Antonio abate, a Norcia, le monache Benedettine cassinesi hanno creato il tartufo monacale, un pesto utilizzato come condimento per la pasta oppure da spalmare sui crostini di pane. Nel monastero di Santa Caterina da Siene a Ripatransone, in provincia di Ascolti, le Domenicane preparano i tagliolini della Madonna della pace, la polenta con le cotiche e le frittelle di San Giuseppe. All’abbazia di Novacella, a Bolzano, i frati offrono piatti tipici del Tirolo e vino di loro produzione.
Ma come mai questi luoghi della fede sono diventati anche una vetrina per una cucina spesso anche di alto livello? Studi e ricerche hanno tentato, nel corso del tempo, a dare una risposta a questa domanda. Una soluzione potrebbe risiedere nell’ospitalità, la parola chiave per spiegare la proliferazione dell’arte gastronomica in abbazie e monasteri. Nel Medioevo, ad esempio, quando viaggiare era pericoloso, questi luoghi divennero delle mete in cui chiedere rifugio e ristoro durante i lunghi viaggi o i pellegrinaggi. La carità cristiana, l’abbondanza di viveri e di risorse, rese l’ospitalità quasi un dovere. «Pane e vino fanno il cammino», recita un antico detto spagnolo riferendosi ai pasti frugali che venivano offerti ai viandanti negli ospedali, negli ospizi e nei monasteri lungo il Cammino per Santiago di Compostela. La stessa cosa accadeva anche per le altre peregrinationes maiores, i sentieri che richiamavano migliaia di «romei» (i pellegrini diretti a Roma) e i «palmieri», coloro che raggiungevano Gerusalemme e che riportavano, poi, in patria la palma di Gerico. Proprio questo flusso costante di persone contribuì a forgiare le abitudini culinarie delle singole località e che, poi, sono giunte fino a oggi.
L’homo viator del primo Medioevo si accontentava di un tozzo di pane, un calice di vino, minestre di erbe e cereali. Piatti che oggi classifichiamo come «cucina povera», accanto ai quali, però, iniziano a nascere proposte più ricercate, frutto di quella mescolanza di idee e di sapori figlia di quell’andirivieni di fedeli lungo le vie Francigena, Tosolana o verso Santiago.
E così, nella canonica di San Pietro a Tuezolo (Amalfi), si preparano dei crostini di pollo con le alici. Proprio a questo monastero si deve la nascita della colatura di alici: i Cistercensi avevano l’abitudine di salare le alici, pescate in agosto, e di riporle in botti le cui doghe, scollate dal tempo, non erano più adatte per il vino. A inizio dicembre il sale delle alici faceva perdere loro il liquido, che colava dalle doghe. Accortisi del profumo di quel liquido, i monaci iniziarono a usarlo su verdure, carni, crostini. Nel monastero di Santa Chiara ad Atri, in provincia di Teramo, un piatto della tradizione è la pasta con le noci e il pangrattato, citato più volte nel libro dell’Amministrazione dei beni, compilato tra il 1800 e il 1803, in cui venivano elencati i menu dei pasti consumati dalla comunità monacale. Dal monastero di Santa Maria della neve a Torrechiara (Parma) arriva la ricetta della zuppa agli asparagi, già presente in un manoscritto di cucina risalente al Settecento ritrovato proprio nel monastero. Infine, dal monastero di Santa Croce o di Santa Chiara a Montefalco, a Perugia, ecco la parmigiana di carciofi. Si tratta di una delle numerose ricette tramandate dalle Agostiniane e di cui si è persa l’origine nel tempo, tanto sono antiche. Lo stesso monastero è antichissimo: nacque come reclusorio nel 1271, Santa Chiara della Croce da Montefalco ne divenne badessa nel 1291..
Insomma, fede e gola non sono in competizione. Grazie a monache e a frati, vanno a braccetto.
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Fabio Uliana, curatore della mostra Marzo con Vivaldi, ci mostra in esclusiva i preziosissimi manoscritti autografi del Prete rosso, conservati dalla Biblioteca nazionale universitaria di Torino. Esposizione aperta e gratuita fino al 26 marzo.
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Col Qatar fuori gioco per gli attacchi, Pichetto tratta maggiori forniture con Usa, azeri e nordafricani. L’Aie chiede di limitare i consumi: più smart working e meno voli.
Il governo italiano va a caccia di gas. Lo fa con la consapevolezza di chi è molto esposto al sole cocente delle crisi globali. Perché mentre nel Golfo Persico si accendono i fuochi della guerra e lo Stretto di Hormuz - la strettoia da cui passa un quinto dell’energia mondiale - rischia di trasformarsi in un collo di bottiglia geopolitico, Roma resta tra i Paesi più vulnerabili d’Europa.
Non è una sorpresa. La dipendenza energetica è una malattia cronica. Mai davvero curata. Solo tamponata. I numeri, come sempre, sono impietosi. Il settimanale tedesco Spiegel cita uno studio da cui emerge che l’Italia importa 9,8 miliardi di dollari dai Paesi del Golfo, una dipendenza robusta dal Qatar che è diventato il nuovo hub tra gas naturale liquefatto (4,4 miliardi) e propano (3.3 miliardi). Se Doha tossisce all’Italia viene la polmonite. In queste settimane il Qatar è fuori gioco, colpito dagli attacchi iraniani che hanno trasformato un fornitore affidabile in un’incognita strategica. Il risultato è una parola che torna a dominare il lessico: austerità energetica. Come spiega il Financial Times, quando c’è scarsità il mercato si trasforma in un suk. Non più prezzi, ma offerte da bazar. Il ministro Gilberto Pichetto Fratin si muove come un ambasciatore del bisogno, parlando con tutti: Stati Uniti, Azerbaigian, Nordafrica. Una diplomazia del metano che somiglia sempre più a una tournée di elemosine, con l’Eni nel ruolo di braccio operativo e le mappe del mondo come catalogo. In questo grande giro del gas, l’Algeria torna protagonista. Vecchia conoscenza italiana, fornitore fedele nei momenti difficili, partner strategico che conosce bene il valore della propria posizione. Algeri è pronta ad aiutare, certo. Ma non gratis. Anzi, a prezzi raddoppiati. Perché nel nuovo ordine energetico non esistono amici, solo equilibri di convenienza. E la richiesta di vendere le forniture aggiuntive sul mercato spot - dove i prezzi corrono più veloci dell’inflazione - è il segnale più chiaro: il banco è cambiato, e chi vende detta le regole. È il trionfo della legge non scritta delle crisi: chi ha la materia prima detta il prezzo, chi ne ha bisogno paga e tace. E così l’Italia si ritrova a negoziare da una posizione di debolezza strutturale, mentre altri Paesi europei - Spagna in testa - bussano alla stessa porta algerina. Il risultato è una gara interna all’Unione che rischia di trasformare Bruxelles in un condominio litigioso, dove ciascuno cerca di assicurarsi il riscaldamento per l’inverno, anche a costo di far salire il conto per tutti. La visita della premier Giorgia Meloni ad Algeri non è solo un viaggio istituzionale: è una tappa obbligata nella nuova geografia dell’energia, dove ogni incontro può tradursi in qualche metro cubo in più e qualche euro in meno - o viceversa. Ma il punto, quello vero, è che la crisi non è più un incidente temporaneo. È un cambio di paradigma. Gli attacchi alle infrastrutture del Qatar non si riparano in qualche settimana: potrebbero volerci anni. E questo trasforma lo shock in sistema, l’emergenza in normalità. È la fine dell’illusione che basti superare l’onda per tornare a galla. Qui l’onda è diventata mare.
E allora riaffiora il ricordo del 2022, quando l’Europa reagì all’invasione russa dell’Ucraina con una strategia a quattro mosse: sostituire le forniture, riempire gli stoccaggi, proteggere i consumatori, calmierare i prezzi. Funzionò. Ma a caro prezzo. La corsa globale al gas liquefatto fece esplodere i costi, lasciando a secco i Paesi più poveri, mentre i sussidi interni crearono una distorsione quasi paradossale: si chiedeva di consumare meno, ma si incentivava a farlo.
Oggi il rischio è ripetere lo stesso copione, ma con meno margine di manovra e più concorrenza. Perché il gas disponibile è meno, la domanda è più nervosa e la geopolitica è decisamente più instabile. In questo scenario, l’Italia parte svantaggiata. E quindi paga di più.
Ed è qui che entra in scena la ricetta dell’Agenzia internazionale dell’energia. Una ricetta che ha il sapore dell’austerità moderna, versione digitale e sostenibile. Più smart working, meno voli. Meno acceleratore, più treno. Più car sharing, meno auto private. Una sorta di decalogo del buon cittadino energetico, dove il sacrificio diventa virtù e il risparmio un dovere civico.
Lavorare da casa, rallentare in autostrada, usare i mezzi pubblici, alternare le targhe, condividere l’auto, ottimizzare la logistica, ridurre i voli, cambiare modo di cucinare, rendere più efficienti le industrie. Dieci comandamenti per un mondo che scopre, ancora una volta, di non avere energia infinita.
Ma dietro questa lista ordinata e razionale si nasconde una verità meno elegante: quando la politica non riesce a garantire l’offerta, scarica il problema sulla domanda. In altre parole: se il gas costa troppo, consumatene meno. È la versione contemporanea del «tirate la cinghia», con l’aggiunta di una connessione Internet e di una call su Zoom.
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Il luogo dell'esplosione al Casale de Sellaretto (Roma). Nel riquadro Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone (Ansa)
Esplosione in un casolare alle porte di Roma: sotto le macerie vengono ritrovati i corpi di due attivisti insurrezionalisti. Stavano preparando un ordigno che poi è deflagrato. Da capire l’obbiettivo: azioni per Cospito o attentati alle ferrovie.
I soccorritori arrivati sul posto dopo il botto della sera di giovedì pensavano fosse un casolare occupato da senza fissa dimora. In realtà, si è scoperto, era un covo anarchico per la produzione di esplosivi.
Sotto i ruderi del Casale del Sellaretto, una antica casa cantoniera lungo la ferrovia Roma-Frascati voluta da papa Pio IX come primo tassello di una linea che avrebbe dovuto spingere i binari fino a Ceprano, ai confini dello Stato Pontificio, oltre i sentieri battuti dai runner, c’erano due corpi (sui quali è stata subito disposta un’autopsia). I nomi arrivano dopo l’analisi dei tatuaggi: Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone. Due anarchici che negli archivi della Digos vengono indicati come appartenenti all’area anarco-insurrezionalista di Alfredo Cospito.
Tra le pietre venute giù dal tetto i dettagli si fanno strada: Mercogliano ha una mano saltata di netto che durante l’ispezione cadaverica viene definita una ferita da mutilazione traumatica e varie bruciature sul corpo. La donna porta addosso i segni del crollo. Gli investigatori si fermano su questi dettagli. Dentro quelle macerie si stava preparando un ordigno artigianale. È questa l’ipotesi. Ora bisognerà capire a quale azione servisse quell’esplosivo. Ma la prima valutazione che è venuta in mente agli investigatori è legata al luogo: il casale si trova a poca distanza dai binari dell’alta velocità ferroviaria, sulla linea Roma-Napoli. Una posizione isolata, ma comoda per raggiungere a piedi la ferrovia.
Ma non è l’unica pista. Nel mirino degli anarco-insurrezionalisti da tempo c’è Leonardo. Oltre a un possibile rilancio della campagna a sostegno di Cospito. Presa in considerazione anche l’ipotesi dell’azione dimostrativa prima del maxi corteo del 28 marzo prossimo, intitolato «Together», contro «i re e le loro guerre» e «pro Askatasuna» in programma a Roma. Le indagini sono coordinate dal procuratore aggiunto Giovanni Conzo e dal pool di magistrati che si occupano di terrorismo. Per il momento il fascicolo è senza indagati. Mentre oggi il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi presiederà il Comitato di analisi antiterrorismo al Viminale. Le ricostruzioni prendono piede quando vengono tirati fuori dalle banche dati precedenti e segnalazioni allegate ai due nominativi. Mercogliano è stato processato a Torino per azioni a sfondo terroristico e in primo grado, due anni fa, aveva rimediato una condanna a 5 anni di carcere. Era dentro quella stagione delle «azioni dirette»: pacchi bomba, ordigni e plichi esplosivi destinati a politici, giornalisti ed esponenti delle Forze dell’ordine. Tra il 2005 e il 2006 rischiarono grosso i sindaci di Torino e Bologna, Sergio Chiamparino e Sergio Cofferati, il questore di Lecce, il giornalista Beppe Fossati (direttore del quotidiano Torino Cronaca). Seguirono le bombe contro una caserma dei carabinieri di Fossano, nei giardini della Crocetta a Torino e nel parco Ducale di Parma. Una storia che parte dal 2003, dalla nascita della Fai-Federazione anarchica informale, e attraversa anni di rivendicazioni e testi diffusi in rete sui siti d’area della «A» cerchiata. Ardizzone era, invece, in un altro procedimento: l’indagine Sibilla, imputata a Perugia con Cospito. Aveva parlato in aula durante l’udienza preliminare che si chiuse il 15 gennaio dello scorso anno con un «non luogo a procedere». Poche frasi. Nette. «Sono anarchica. Come anarchica sono nemica di questo Stato come d’ogni altro Stato». E poi: «Sono nemica di ogni forma di governo di cui questo si dota, dal momento in cui la scelta tra democrazia e dittatura è solo quella più funzionale a mantenere il controllo sulla popolazione o per essere più precisi: sulla classe oppressa». Il proclama si concluse con: «Odio l’attuale ordine esistente e chi lo detiene, pertanto credo nella giustezza della violenza degli oppressi avverso le proprie catene e avverso chi le stringe». Prima, però, inscrisse il tutto nella battaglia degli anarchici contro il 41 bis, il regime di carcere duro dell’ordinamento penitenziario al quale Cospito è stato affidato per la sua detenzione (che terminerà il prossimo maggio): «Vedere un anarchico, in questo mio processo coindagato, in 41 bis (Cospito ndr) non è un deterrente alla convinzione nelle mie idee anzi è un rafforzativo». Nel casale della periferia romana è rimasta vittima della sua ideologia. È stato un passante a rompere il silenzio. Vede il crollo, si avvicina, distingue un corpo. Chiama il 112. Da lì comincia il movimento: polizia locale, agenti del commissariato della Romanina, Vigili del fuoco. Poi la Digos e i carabinieri. All’inizio l’ipotesi era la più semplice: due senza tetto finiti sotto il crollo. Poi i corpi vengono tirati fuori dalle macerie. E la storia cambia.
Intanto ieri, intorno alle 17.30, nel centro di Roma, in via delle Zoccolette, innanzi ad uno degli ingressi del ministero della Giustizia, è stata rivenuta una borsa sospetta con diversi oggetti tra cui in evidenza un grande foulard rosso con falce e martello. Sono in corso accertamenti a cura delle forze dell’ordine.
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