Ursula von der Leyen (Ansa)
Ad Alden Biesen il presidente del Consiglio indica la priorità: «Concentriamoci sui prezzi dell’energia». E invita Parigi a collaborare sulla competitività. Ursula von der Leyen: «Presenterò la road map sul mercato unico».
Nessuna decisione, se non l’avvio di una roadmap per chiudere un mercato unico europeo entro la fine del 2027. Queste le conclusioni del vertice informale Ue sulla competitività di Alden Biesen, vicino a Maastricht, nei Paesi Bassi. Più interessante politicamente il pre-summit che si è tenuto tra 20 nazioni convocate da Italia e Germania. Oltre alle nazioni organizzatrici e al presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, c’erano Slovacchia, Ungheria, Polonia, Danimarca, Bulgaria, Lussemburgo, Finlandia, Croazia, Belgio, Cipro, Francia, Austria, Repubblica Ceca, Olanda, Romania, Grecia e Svezia.
«I temi della competitività sono molti», ha detto a inizio giornata il premier, Giorgia Meloni, in un punto stampa. Su tutti c’è quello degli Ets. «Occorre rivederlo profondamente e frenare la speculazione finanziaria che lo caratterizza». Palazzo Chigi ha spiegato che «le tre priorità delineate nel documento orientativo predisposto da Italia, Germania e Belgio sono: completamento del mercato unico; semplificazione regolatoria e riduzione dei prezzi dell’energia; politica commerciale ambiziosa e pragmatica».
«Personalmente, e a nome dell’Italia», ha proseguito Meloni, «mi sono concentrata e mi concentrerò soprattutto sulla questione dei prezzi dell’energia». Sui quali aveva già annunciato nuovi interventi anche in ambito nazionale. Sul rapporto con la Germania, sul quale si sono molto concentrati i giornalisti, il premier spiega «c’è sicuramente un motore tedesco-italiano in questo momento, una convergenza con il cancelliere Friedrich Merz su questi temi. Stiamo rafforzando la nostra cooperazione bilaterale, ma non è una cosa che si fa contro o escludendo qualcun altro», riferendosi a Parigi. «La Francia partecipa al tavolo sulla competitività che abbiamo promosso: è un bene, perché è un Paese molto importante per discutere di queste materie».
Eppure c’è grande attenzione sul presidente francese, Emmanuel Macron, e il suo improvviso isolamento. Tanto che le agenzie di stampa si sono affrettate a battere che camminasse vicino al cancelliere Merz recandosi alla riunione informale Ue, come se fosse una cosa particolarmente strana. Il nodo sono gli eurobond (Macron li vuole, Merz replica: «Non posso acconsentire»), perché mentre è chiaro che tutti sono per la semplificazione, sull’emissione di debito pubblico le posizioni tra Roma e Berlino sono decisamente distanti. Per Macron all’Unione europea servono «innovazione, semplificazione, diversificazione e derisking. Serve più finanza, è un fatto: dovremo lavorare su come fare più investimenti nell’innovazione». E se dovesse occorrere «andare sui mercati» per raccogliere capitali, «non ci sono tabù su questo». L’Unione dei mercati dei capitali «sembra creare convergenza», ha aggiunto, «abbiamo deciso che da qui a giugno dobbiamo finalizzare l’agenda, altrimenti procederemo a cooperazione rafforzata».
Macron ha anche sostenuto, tra le altre cose, l’introduzione di una regola «buy european» per dare la preferenza ai prodotti europei negli investimenti pubblici. Questo però darebbe inevitabilmente contro agli Stati Uniti e a Donald Trump, e a molti, soprattutto alla Meloni, non appare una strategia vincente o perlomeno costruttiva.
Ma chi si aspettava che questo vertice portasse misure concrete rimarrà deluso. Data la sua natura informale. «Non ci saranno decisioni, ma piuttosto un dibattito sulla competitività e sul consolidamento del mercato unico europeo», ha dichiarato Merz arrivando. Il cancelliere tedesco ha spiegato che l’obiettivo è preparare il terreno per le decisioni che saranno prese al prossimo vertice ordinario dei leader dell’Ue a fine marzo a Bruxelles.
Il vertice informale si è concluso intorno alle 18.30 e il presidente del Consiglio, Meloni, è ripartita subito dopo con la sua delegazione. A tenere la conferenza stampa finale, come previsto, Von der Leyen e il presidente del consiglio Ue, Antonio Costa. I due vertici hanno sostanzialmente dichiarato l’avvio di una roadmap per costituire un mercato unico europeo «Un’Europa, un mercato. Questo è stato infatti oggi il titolo della discussione e questa è la nostra ambizione: un’Europa, un mercato. Vogliamo esserci entro la fine del 2027», ha spiegato Von der Leyen. «Meno direttive e più regolamenti», per evitare il cosiddetto gold-plating, la pratica degli Stati membri di aggiungere requisiti alle norme Ue, ha sintetizzato il presidente della Commissione. Il che lascia intuire che si intende dare meno autonomia decisionale agli Stati membri.
«Abbiamo concordato che vogliamo completare la fase uno dell’Unione dei risparmi e degli investimenti, che include l’integrazione del mercato, la supervisione e la cartolarizzazione entro giugno. Se entro allora non ci sarà un progresso sufficiente, prenderemo in considerazione l’introduzione di una cooperazione rafforzata», ha precisato Von der Leyen. «Questo significa che almeno nove Stati membri, se vogliono procedere più velocemente e decidere di essere più ambiziosi, possono farlo tramite la cooperazione rafforzata». Un modo per superare di fatto il potere di veto degli Stati membri.
E intanto Costa continua a ripetere che, anche se bisogna trovare «soluzioni pragmatiche», «la transizione energetica resta la migliore strategia a lungo termine» per l’energia europea.
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Gianluigi Paragone commenta i fatti scottanti della tv pubblica: dalla telecronaca contestata di Petrecca durante la cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali fino alla gogna mediatica che ha investito il comico Andrea Pucci, che avrebbe dovuto co-condurre una serata di Sanremo insieme a Carlo Conti.
Elly Schelin (Ansa)
Il segretario dem: «Il tribunale di Bari ha stabilito che ha tentato di riorganizzare il partito fascista violando la Costituzione e la legge Scelba: ora il movimento va sciolto». Ma non è vero: i militanti sono stati condannati per lesioni e per un reato meno grave.
Nel vecchio Partito comunista italiano, composto da dirigenti seri, un corto circuito come quello di ieri non sarebbe mai potuto accadere. Per tutto il giorno i rappresentanti del campo progressista hanno inneggiato alla sentenza storica che certificava la ricostituzione del partito fascista operata in quel di Bari da una banda di (presunti sino al terzo grado di giudizio) sciamannati picchiatori. Una notizia che per questi esimi leader, privi evidentemente di consiglieri capaci di comprendere il dispositivo di una sentenza, attestava la rinascita del partito mussoliniano sotto le insegne di CasaPound (gli imputati nel processo barese sono in gran parte membri dell’associazione di estrema destra).
Certo, a trarre in fallo gli eredi di Palmiro Togliatti (il Guardasigilli che ha concesso l’amnistia ai veri fascisti) potrebbe essere stata anche la Procura barese che in un eccesso di enfasi, durante il processo, ha fatto trasmettere in aula filmati del Ventennio realizzati dall’Istituto Luce.
E, per rendere più suggestivo il tutto, nel procedimento si è costituita come parte civile l’Associazione nazionale partigiani.
I pm avevano chiesto il rinvio a giudizio e la condanna di 17 persone per gli articoli 1 e 5 della legge Scelba del 1952 (aggiornata dalla legge Reale del 1975) «per aver partecipato a pubbliche riunioni, compiendo manifestazioni usuali del disciolto partito fascista e in particolare per avere attuato il metodo squadrista come strumento di partecipazione politica». Ma, già nel capo di imputazione, non è contestata la ricostituzione.
Anche perché l’articolo 1 della legge non è una norma sanzionatoria, ma descrive in generale quali comportamenti debbano tenere associazioni e movimenti per essere accusati di riorganizzazione del disciolto partito fascista (minaccia alle libertà e alla democrazia, propaganda razzista, uso della violenza quale metodo di lotta politica, ecc.).
Il secondo articolo della legge prevede che per promotori, organizzatori o dirigenti la pena oscilla dai 5 ai 12 anni, mentre per i semplici partecipanti dai 2 ai 5.
L’articolo 5, quello per cui sono arrivate le condanne, punisce, invece, «chiunque, partecipando a pubbliche riunioni, compie manifestazioni usuali del disciolto partito fascista ovvero di organizzazioni naziste è punito con la pena della reclusione fino a 3 anni». Il giudice, anche in questo caso, «può disporre la privazione dei diritti» politici «per un periodo di 5 anni». Come in effetti ha deciso il collegio presieduto dal giudice Ambrogio Marrone.
Insomma, se gli imputati fossero stati accusati di aver ricostituito il partito fascista, di esserne dirigenti o anche di farne semplicemente parte avrebbero subito una condanna ben più grave di quella che gli è toccata.
Invece i cinque militanti accusati per l’articolo 5 della legge Scelba hanno subito una pena a 1 anno e 6 mesi. I sette soggetti che, invece, sono stati condannati anche per le lesioni procurate ad alcuni militanti antifascisti (che si erano riuniti per manifestare contro la presenza di Matteo Salvini a Bari) hanno accumulato 2 anni e 6 mesi di reclusione. Condanne che, come detto, non collimano con le sanzioni previste per fondatori e membri di un rinato partito fascista.
L’avvocato Saverio Ingraffia ha diramato un comunicato che avrebbe evitato figuracce ai più volenterosi, in cui segnalava «con forza» che «nessuno degli odierni imputati è mai stato processato e, di conseguenza, condannato per il delitto di ricostituzione del partito fascista».
Il legale ha ricordato che la norma per cui gli imputati sono stati condannati «vieta gesti, saluti (come quello romano) o simboli riconducibili al fascismo o al nazismo».
L’entità della punizione avrebbe dovuto mettere in guardia coloro che hanno subito denunciato la ricostituzione del partito fascista.
Per esempio Elly Schlein ha subito definito quella di Bari una «sentenza molto importante», che «per la prima volta» stabilisce «che CasaPound ha tentato di riorganizzare il disciolto partito fascista, violando la Costituzione e la legge Scelba. Ora c’è una sentenza che lo stabilisce, al governo non resta che fare quello che gli chiediamo da tempo: sciogliere CasaPound». Le ha fatto eco Laura Boldrini, la quale ha chiesto l’immediato intervento del ministro dell’Interno. Hanno invocato la chiusura dell’associazione anche altri leader del centrosinistra come il dem pugliese Francesco Boccia, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli (che ha definito Casapound «un’organizzazione neofascista e violenta, non un centro culturale»).
Il Tribunale ha riconosciuto che alcuni degli imputati non erano certo delle educande, ma picchiatori. Il 21 settembre 2018 ci fu un’aggressione che ha portato al ferimento di quattro persone (le lesioni sono state giudicate guaribili da 7 a 15 giorni). La ricostruzione degli avvenimenti è contenuta in un’informativa della Digos. Gli investigatori parlano di «una azione violenta» o, meglio, di «una vera e propria aggressione» compiuta da militanti di CasaPound ai danni di partecipanti alla manifestazione «Mai con Salvini». Le immagini delle telecamere mostrano gli imputati che, dopo essere partiti da una sede di CasaPound, raggiungono il corteo e aggrediscono i manifestanti. Al grido di «antifascisti di merda» sono partiti i pestaggi, per cui sono stati usati sfollagente, manubri da palestra, manganelli telescopici e cinture dei pantaloni. Gli investigatori ricostruiscono poi una seconda fase, scattata «mentre i militanti si accingevano a rientrare alla base»: vedendo giungere un altro gruppo di manifestanti sarebbe partita un’altra aggressione. Ma c’è anche un terzo episodio, nei confronti di una persona che non è stata riconosciuta e che non ha presentato denuncia. Tutti e tre gli episodi, accaduti in momenti ravvicinati, secondo gli inquirenti, sarebbero riconducibili alla «medesima azione criminosa» e, a giudizio della Procura, all’«ideologia fascista».
Per i pm, l’aggressione sarebbe stata organizzata «in periodo precedente alla manifestazione con raccolta di armi e organizzazione di uomini», da qui la contestazione della premeditazione. Il Tribunale ha, invece, escluso questa aggravante.
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Michele Emiliano (Ansa)
Il Consiglio superiore non ha ancora dato via libera alla sua nomina a consulente giuridico del governatore Antonio Decaro. In ballo c’è una poltrona da 130.000 euro l’anno.
Michele Emiliano s’era apparecchiato un (finale?) di carriera di tutto rispetto. Scaduto da governatore, inviso dal neo presidente della Puglia, Antonio Decaro, l’esponente dem era riuscito a strappare al suo successore il ruolo di «consulente giuridico». Una lauta poltrona dai contorni lavorativi non proprio nitidissimi ma con un’imbottitura da 130.000 euro l’anno. Non male come paracadute per chi sognava di correre per un terzo mandato ma che è stato spodestato proprio dall’erede (politico).
Da Decaro, infatti, è arrivata una raffica di no alle richieste do ricoprire un posto come consigliere regionale o, addirittura, di avere uno strapuntino nella nuova giunta. Un miraggio, il ruolo di assessore, fatto balenare da Elly Schlein in campagna elettorale e poi spazzato via dall’ottima performance nelle urne di Decaro che così, forte dei voti ottenuti, ha avuto vita facile a far naufragare l’ingresso di Emiliano nella propria squadra di governo.
Al magistrato in aspettativa, però, un posto serviva, altrimenti sarebbe tornato a lavorare con leggi e codici. Da qui l’ideona del «consulente giuridico», in attesa della ventilata candidatura alle prossime elezioni nazionali. Caso risolto? Non proprio, perché la parola finale, infatti, spettava al Csm, l’organo di autogoverno dei magistrati. Il Consiglio superiore della magistratura, infatti, doveva esprimersi su una questione dirimente: se fare il «consulente giuridico» del presidente Decaro sia un incarico abbastanza importante per prolungare l’aspettativa. E qui, per Emiliano, iniziano i guai perché trovata la quadra politica, arriva il cuneo dei suoi ex colleghi che se la sono presa comoda. Secondo quanto racconta Repubblica, infatti, il Csm, per non alimentare il clima di scontro nelle ultime settimane di campagna elettorale per il referendum sulla giustizia, avrebbe stabilito di mettere in stand by le pratiche di quei colleghi magistrati che preferirebbero continuare a occuparsi, o iniziare a occuparsi, di politica. Tra questi incartamenti messi da parte ci sarebbe anche il faldone di Emiliano.
Il problema dell’ex governatore si chiama legge Cartabia, che ha ridotto da 200 a 180 il numero di giudici e pm che possono andare «fuori ruolo», «portando ad appena 40 quelli che possono essere assegnati a istituzioni diverse dai ministeri della Giustizia e degli Esteri, dal Csm e dagli organi costituzionali», spiega Repubblica. La finestra per non indossare la toga si è ridotta, dunque, e quei posti sono stati già quasi tutti occupati. O, comunque, lo saranno non appena il Csm tornerà a vagliare le richieste avanzate dai colleghi per prima dell’alto papavero del Pd. Ed Emiliano, che farà? Il rischio, che pare concretissimo oggi, è che il debba rinunciare al tanto sudato contrattino da consigliere giuridico e che possa essere costretto addirittura a lasciare la sua Regione (dove non può esercitare) per trasferirsi in un’altra. Quello che è sicuro è che Emiliano sia appeso a doppio filo alle decisioni dei suoi ex colleghi. Oltre allo strapuntino da 130.000, scrive Repubblica che «l’ex presidente è ancora in attesa di capire cosa deciderà il Consiglio giudiziario di Roma in merito alla sua richiesta di ottenere la settima valutazione di professionalità, che gli consentirebbe di saltare a pie’ pari i 22 anni in cui è stato fuori ruolo e andare in pensione con il massimo livello». Inoltre, Emiliano è costretto a tifare pure il governo Meloni visto che, secondo quanto sostengono in molti, l’esecutivo potrebbe riformare la parte della legge Cartabia che ha portato a 180 il numero dei magistrati «fuori posto», rialzandolo a 200. Una boccata d’ossigeno che farebbe bene alle tasche di Emiliano.
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