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2026-03-23
Il prosciutto spagnolo non è tutto uguale. Alla scoperta del vero Pata Negra tra marketing e realtà
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Lo importiamo e mangiamo da un bel po’, ma è salito alla ribalta popolare quando Briatore ne ha fatto un ingrediente delle sue pizze. Quello originale proviene da un maiale che, a parte la caratteristica zampa nera (da cui prende il nome), è al 100% iberico, vive allo stato brado e ha un’alimentazione a base di ghiande, erba e radici. Il suo sapore intenso sopraffino è determinato dal grasso e intensificato dalla stagionatura. Si taglia al coltello, quindi la fetta è abbastanza spessa e in alcuni punti quasi callosa. Ma in bocca si scioglie...
Si fa presto a dire «Pata Negra». Nel senso che il Pata Negra presenta molte caratteristiche, anche complesse, che di solito non sono note ai più. I quali pensano che il Pata Negra sia il prosciutto spagnolo tutto, il prosciutto spagnolo tutto e unico nel senso di solo, il solo. E poi, peggio ancora, che sia il prosciutto spagnolo che costa un occhio della testa e punto. Quindi, per i pauperisti, vade retro. Si dirà: ma perché mai i più all’improvviso discettano di Pata Negra se poi questo Pata Negra è così particolare e caro e quindi, in genere, lontano dal mangiare comune?
In Italia importiamo e mangiamo Pata Negra da un bel po’, un paio di decenni almeno, eppure se ne è parlato popolarmente e in questi termini nel 2022. Quando il Pata Negra è salito alla ribalta popolare in occasione dell’apertura della pizzeria di Flavio Briatore prima a Roma, poi a Milano, Crazy Pizza. Una pizzeria notevole, che porta avanti una concezione di pizzeria elegante, gioiosa, di alta qualità, che ci «offre» in modo internazionale al turismo internazionale. Si tratta di un format basato sulla pizza che anche dal punto di vista materico, e dunque digestivo, vuol restare leggera: chiacchierandone collettivamente, dai social ai food blog, veniva chiamata «la pizza di Briatore». In realtà, è stata ideata da Giorgio Riggio, originario di Reggio Calabria e ambasciatore della pizza italiana prima a Londra e poi da Dubai agli States praticamente in tutto l’orbe terracqueo, campione del mondo di pizza artistica, detto «il madonnaro della pizza» per le opere d’arte, dal presepe a quelle ritrattistiche (tutte stupende) che realizza con la pasta di pizza (perfino la regina Elisabetta in occasione del Giubileo di Platino per il 70esimo anniversario del Regno, opera poi esposta presso la chiesa cattolica Our Lady of Dolours in Fulham Road, nel distretto di Kensington & Chelsea, cattedrale che, raccontò Riggio in un’intervista, ospitava anche il quadro di Carlo Acutis). Se non bastasse, anche lo spinning pizza, cioè il momento di pizza rotante che entusiasma gli astanti dei Crazy Pizza è una creazione sua. Come suo è l’impasto senza lievito e la pizza col prosciutto italiano o anche col Pata Negra che tanto sconvolse i detrattori del Crazy Pizza. Quando Crazy Pizza aprì a Milano non si parlò d’altro del menù, invero completo e davvero caratterizzato da una bella selezione di piatti, non solo pizza. La pizza col Pata Negra fu criticata per due motivi, il primo il prezzo. Forse chi lo trovava alto non ha mai acquistato del prosciutto Pata Negra. Il secondo sarebbe che il Pata Negra si rovinava col calore… Come se lo mettessero a fare da top a pizza cruda ancora da infornare e poi lo rinsecchissero in forno, in realtà si mette in uscita, come qualsiasi prosciutto crudo sulla pizza.
De-pizziamo il Pata Negra da pizza e da Briatore, tornando a Pata Negra e Spagna. Se tutto il prosciutto Pata Negra è spagnolo e diversamente non può essere, non tutto il prosciutto spagnolo è Pata Negra. Si tratta di un’info utile anche per evitare di pensare di mangiare Pata Negra quando invece non è così. A questo scopo, il governo spagnolo nel 2014 ha varato il Real Decreto 4/2014, de 10 de enero, por el que se aprueba la norma de calidad para la carne, el jamón, la paleta y la caña de lomo ibérico. In soldoni, è la legge di qualità del prosciutto iberico, l’unico che può essere pata negra (si scrive così, staccato, intendendo zampa nera, quella della razza di maiale fondamentale per farlo, ma ormai è diventato un sostantivo e spesso si trova scritto tutto attaccato, come stiamo facendo noi). La legge ha stabilito che in Spagna esistono diverse categorie di qualità per i diversi tipi di prosciutto iberico, riconoscibili grazie a misure di tracciabilità che permettono al consumatore di identificare in qualsiasi momento la provenienza del prodotto, il tipo di alimentazione ricevuta dal maiale, la sua percentuale di purezza iberica. I prosciutti devono provenire da un maiale iberico 100% o dall’incrocio di una femmina iberica 100% con un maschio duroc 100% e, in questo caso, occorre specificare la percentuale genetica di ciascuno (50%, 75% o 100%). L’altro fattore è il tipo di alimentazione del maiale durante la fase di ingrasso, che dura 4 mesi e inizia quando il maiale raggiunge i 25 kg. La nuova legge prevede tre tipi di ingrasso. Il prosciutto di mangime è quello proveniente da maiali che, durante la fase di ingrasso, sono stati alimentati esclusivamente con mangimi a base di cereali e leguminose in regime di allevamento sia estensivo che intensivo. Il prosciutto di mangime di campagna proviene invece da un maiale ingrassato in regime combinato di mangimi ed erba di pascoli naturali. Infine, ed essendo quello di maggior qualità, il prosciutto di ghianda fa riferimento a un tipo di ingrasso esclusivo a base di ghiande e altre risorse che si trovano nella dehesa, pertanto in regime di montanera. Va da ottobre/novembre a febbraio/marzo, quindi si sta concludendo ora e, durante questi ultimi mesi, i maiali vivono allo stato brado nella dehesa (pascolo), nutrendosi esclusivamente di ghiande (bellotas), erba e radici. La fase di ingrasso determinerà in gran parte la qualità della carne e soprattutto del grasso infiltrato. In questo periodo finale di ingrasso, pensate, il maiale deve raddoppiare il suo peso e può ingrassare anche 1 kg al giorno. Dopo, il prosciutto ottenuto da coscia, così come la spalla che commercialmente viene chiamata paleta, sono sottoposti a stagionatura, che può arrivare anche a 60 mesi.
In base al grado di purezza genetica e all’alimentazione ricevuta durante l’ingrasso si ottiene l’etichettatura (i produttori appongono anche un sigillo, a tutela della trasparenza del processo), basata su quattro colori: etichetta colore bianco identifica Prosciutto di mangime (alimentato con mangimi) proveniente da un maiale con almeno un 50% di genetica iberica. In spagnolo è Jamón de cebo iberico. Colore verde: Prosciutto di mangime di campagna (alimentato con mangimi ed erba) proveniente da maiali con almeno un 50% di razza iberica. In lingua spagnola: Jamón de cebo de campo iberico. Colore rosso: Prosciutto di ghianda (alimentato esclusivamente in regime di montanera) con almeno un 50% di genetica iberica. In spagnolo: Jamón de bellota iberico. Colore nero: Prosciutto di ghianda 100% (alimentato esclusivamente in regime di montanera) di razza iberica al 100%. In spagnolo: Jamón de bellota 100% iberico. Come spiega il Real Decreto, l’indicazione facoltativa «pata negra» può essere usata nell’etichettatura o in pubblicità e promozione ed è riservata esclusivamente alla denominazione «di ghianda 100% iberica». E la parola «montanera» o «dehesa» è riservata esclusivamente alla denominazione «de bellota». C’è poi il caña de lomo. Insomma, a livello di percezione collettiva, tutti questi prodotti sono spesso considerati pata negra, intendendoli di razza più o meno pura di maiale iberico e di alimentazione più o meno contenente ghiande (il prosciutto di mangime ne contiene zero): contenendo, come dire, alcuni elementi del mondo pata negra, in un certo senso molto forzato almeno in parte lo sono, anche se ai sensi del Real Decreto può essere chiamato pata negra solo lo Jamón Bellota 100% iberico.
Il Pata Negra è, quindi, l’eccellenza del prosciutto spagnolo. Come spiega il bel libro Atlante illustrato dei prosciutti e dei salumi. Origini. Territori. Abbinamenti di Tristan Sicard, L’ippocampo, la razza suina denominata «iberico» appartiene alla categoria delle cosiddette «razze mitiche» che si trovano in Spagna: «Tutte queste razze hanno in comune la distribuzione a forma di foglie di prezzemolo del grasso nel muscolo, caratteristica spesso che rende la loro carne fine, elegante, profumata, in breve: deliziosa! La qualità del grasso caratterizza profumi e sapori più di ogni altro fattore. La tecnica di allevamento, il tipo di alimentazione e le specifiche della razza concorrono a creare qualità e quantità del grasso. I modi in cui questo s’infiltra nei muscoli - non solo delle razze iberiche, ma di tutti i suini e bovini - si definiscono: venatura, una isolata vena di grasso che attraversa le fibre; marezzatura, vene più consistenti, più frequenti e ondulate (che può arrivare fino alla marmorizzazione); prezzemolatura, connotata da abbondante presenza di grasso forma di sottili foglie di prezzemolo (anch’essa può presentarsi con una texture talmente fitta da dirsi marmorizzata)».
Scendendo nel dettaglio della razza mitica spagnola che ci interessa, appunto la razza iberico, ebbene essa proviene dal Sud-Ovest della Spagna (regioni di Huelva, Estremadura, Cordova e Salamanca), è una razza semiselvatica che si sviluppa in mezzo a paesaggi aridi ma alberati (querce da sughero, lecci e roveri). I maiali si nutrono dunque di ghiande, soprattutto d’inverno. Le sue caratteristiche estetiche sono presto dette: il mantello è quasi sempre grigio scuro, ma non mancano gli esemplari bruni. Gli arti corti e sottili terminano con zoccoli neri: da qui il nome «pata negra» cioè «zampa nera» da cui deriva il nome del prosciutto che sovente scriviamo tutto attaccato, come abbiamo già visto. Il maiale di razza iberico ha la testa piccola, talvolta parzialmente coperta da orecchie pendule di taglia media. Il grugno è molto inclinato e la carne è rosso porpora con grasso ambrato. Proprio quel grasso, sia i filetti che si intersecano lungo la polpa rosso porpora, sia quello che, invisibile, impregna la stessa polpa, è il responsabile principale del gusto veramente sopraffino di questo prosciutto la cui eccellenza deriva direttamente dalla razza e dall’alimentazione a base di ghiande. In spagnolo, ghianda si dice «bellota» - da qui, ancora, il nome della tipologia di prosciutto - ed è anche questa alimentazione finale a base di ghiande che conferisce alle carni del maiale trasformate in prosciutto pata negra il tipico sapore intenso, fatto di sapori e aromi complessi avvoltolati uno sull’altro, come nocciola, erbe secche, burro di arachidi, sale. Fa anche la stagionatura, che intensifica i sapori e gli odori, spesso i cultori di questo prosciutto lo scelgono più stagionato possibile. Il prosciutto Pata Negra va tagliato al coltello e quindi la fetta o il pezzetto di fetta sono meno sottili di quella di altri tipi di prosciutto tagliato a macchina e questo determina anche un morso più pieno, più gustoso, con punti che sono quasi callosi e ciò nonostante diventano subito morbidi grazie all’innata consistenza al palato non diciamo scioglievole, ma quasi. Si parla tanto di esperienza di ristorazione e be’, assaporare un bel boccone di Pata Negra, col suo gusto letteralmente un po’ dolce e salato insieme, è già un’esperienza, non serve andare per forza al ristorante (il prosciutto di razza iberico si trova anche nei supermercati più forniti o si può comperare on line). Anche se certamente al ristorante si troverà tagliato da poco. Oltre a Crazy Pizza, a Milano consigliamo luoghi di ristoro spagnolo speciali come La casa iberica, Tapa, Albufera.
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Non una sconfitta, ma una "rovinosa disfatta". I numeri del referendum sulla separazione delle carriere consegnano una vittoria schiacciante al fronte del "No", certificando una distanza abissale tra gli schieramenti nonostante il pressing finale del centrodestra.
Pietruccio Montalbetti (Ansa)
Il fondatore dei Dik Dik: «Viaggio da solo e continuo a fare concerti. Nel Natale del 1965 incontrai Battisti a Milano: non aveva nessuno, mia madre lo invitò a pranzare da noi».
«Cielo grigio su / foglie gialle giù. / Cerco un po’ di blu / dove il blu non c’è». Mondo duro e difficile quello della canzone, fatto di sogni e fatica, frenesie e malinconia. Pietruccio Montalbetti, classe 1941, il leggendario fondatore dei Dik Dik - quelli di Sognando la California e di L’Isola di Wight - ha raccontato in un libro, Storia di due amici e dei Dik Dik (ed. Minerva), gli anni ormai lontani della nascita della band e la storia dell’amicizia, durata tutta la vita, con una figura altrettanto leggendaria, Lucio Battisti, stella della musica italiana che si spense nel 1998. Torna la Milano degli anni Sessanta, laboratorio dove, nei quartieri e nelle stanze in affitto, i giovani provavano a vivere di musica.
Come nacquero i Dik Dik?
«Abitavo in un quartiere di Milano, in via Stendhal. I miei amici d’infanzia erano Cochi Ponzoni - mio compagno di classe in terza elementare - Moni Ovadia, Lallo (Giancarlo Sbriziolo, cantante dei Dik Dik, ndr). Avevo imparato a suonare la chitarra da ragazzo da un musicista tornato dal campo di concentramento, famiglia sterminata. Abitava al primo piano di casa mia. Mia mamma lo aiutava. Facemmo un gruppo, “The Dreamers”. Vedevo Lallo e Pepe (Erminio Salvaderi, mancato nel 2020 causa Covid., ndr) che suonavano insieme ai giardini pubblici di piazza Napoli e facemmo questo complesso. Ci contattò Ermanno Palazzini e ci hanno chiamato “Gli squali”. “Ci mancano due elementi”. Ci portò Sergio Panno e Mario Totaro, batteria e tastiere. Lallo faceva l’odontotecnico, un altro lavorava in banca come ragioniere, Pepe e gli altri due erano universitari, ma benestanti. Io il più licenziato in assoluto di Milano, ho fatto il muratore, il facchino… Compare il desiderio di fare un disco».
Per suonare andavate in una sala della parrocchia…
«Andavamo nella Chiesa del Rosario, la parrocchia dove abitavamo, e la sera io andavo alla Ricordi, al negozio. Scopro due cose importanti. Il viceparroco, don Angelo, che ci dava la saletta per suonare, aveva fatto il seminario insieme al segretario di monsignor Giovanni Battista Montini, poi diventato Papa. E seppi che la Ricordi procurava gli organi da chiesa a tutta la Curia. Sono riuscito a farmi fare una lettera per la Ricordi firmata da monsignor Montini: “Raccomando questi ragazzi che sono dei bravi parrocchiani”. Andai alla Ricordi, di sopra c’era Iller Pattacini, direttore artistico. “Facciamo un provino”. La Ricordi aveva noleggiato un cinema parrocchiale in via dei Cinquecento, lì facemmo i provini. Mi chiamò Pattacini. “Il provino piace, facciamone un altro”. Arrivai con una 500 prima degli altri. Nella penombra ho sentito il suono di un pianoforte».
Chi lo suonava?
«Sono entrato e ho visto subito un ragazzo con cui si creò un’empatia immediata. “Sei un tecnico?”. “No, faccio parte di un complesso. E tu?”. “Mi chiamo Lucio Battisti, suono in un’orchestra, sono qua per il provino”. Disse che era venuto lì in tram da piazza del Duomo, viveva in una pensione. A un certo punto mi chiese se volevo sentire le sue canzoni. Gli diedi una chitarra, una Ibanez che ho ancora. Si era creata una simpatia, chi s’immaginava questa amicizia? Dopo il suo provino l’accompagnai in piazza del Duomo, novembre 1965. Era il chitarrista dei Campioni. Mi disse “abbiamo un tour in Nord Europa”. Ci salutiamo. Raccontai a mia mamma di questo incontro».
Poi che successe?
«Pataccini mi chiamò, decisero di fare un contratto con noi. “Trovate un nome giusto”. Stavo leggendo un libro, Kon-Tiki di Thor Heyerdal, un esploratore norvegese, si parlava del vulcano Krakatoa, volevo mettere consonanti che non si usano nella nostra lingua, poi lessi dik-dik sul dizionario - piccole antilopi, in Tanzania, nella savana ne ho viste due e gli ho detto: “Grazie ragazze!” -. Dissi “ragazzi ho trovato il nome”. Preparai un cartellone. Lo presentai alla Ricordi, c’erano tutti. È ancora il logo attuale dei Dik Dik. Rimasero allibiti, tranne una segretaria che disse: “Avrà successo”».
E per tornare a Battisti?
«Il 24 dicembre del 1965, con un contratto già in mano, sto attraversando piazza del Duomo, “a’ Pietro’, so io, Lucio, te ricordi?”. Gli chiesi: “Com’è andata?”. “Sono qui, al freddo”. Prendemmo un caffè. Tornai a casa e lo dissi a mia madre. “Ma ti pare che un ragazzo della sua età possa passare il giorno di Natale da solo?”. La mamma di Lucio abitava a Roma. “Adesso vai al night e lo inviti a pranzo”. Aveva i calzoni neri con la riga e la giacca rossa. “Ti aspetto al n. 65 di via Stendhal”. A mezzogiorno era lì con un fiasco di vino. Al tempo si usavano i presepi. C’era mio fratello Cesare, che poi divenne il suo fotografo, mia mamma, mia zia. Da allora chiamò mia madre sempre “mamma”. Nel muro del corridoio c’era un telefono. Mia mamma telefonò alla sua: “Signora, stia tranquilla, suo figlio è qua e passa il Natale con noi”, sua mamma era emozionata, piangeva, e lui “mamma, non piangere, sto bene”, nevicava, passammo il Natale così. Da lì in poi le nostre vite si sono unite. Viveva in una casa popolare in via dei Tulipani 19, era solo, andavamo in giro con la mia 500, veniva spesso da noi a mangiare. Nel nostro primo disco 1-2-3 mettemmo anche la sua canzone, Se rimani con me, “di Lucio Battisti”. Quando la vide: “a’ Pietru’, fantastico”, mi abbracciò. Il secondo nostro disco era Sognando la California, misi Dolce di giorno, sempre con la firma di Lucio Battisti. E poi, la storia è tutta scritta in questo libro…».
Sognando la California…
«L’ho scoperta io, ho scritto un testo che non era la versione di quello in americano, la portai da Mogol e lui la mise a posto. Tutte le canzoni di Battisti sono di Battisti. Emozioni è sua…».
Cinquanta milioni di dischi venduti…
«Sì, ma avevamo percentuali irrisorie e guadagnavamo attraverso i concerti. Io non ho mai fumato, non mi sono mai drogato, mai superalcolici, sempre fatto attività fisica. E scrivo libri. Anche per raccontare i miei viaggi. A 70 anni ho fatto l’Aconcagua, 7.000 metri, senza ossigeno, poi attraversato la catena dell’Himalaya, ho vissuto con gli indios dell’Amazzonia… Quando finirò il nuovo libro voglio fare teatro, io alla chitarra, un altro chitarrista, una violinista e una voce fuori campo. Ho tante cose da raccontare dei miei viaggi, del mio pensiero e poi canto Battisti e lo racconto…».
Viaggi solitari?
«Sempre da solo. Quando arrivavo in certi luoghi magari mi avvalevo di una guida. Nell’Aconcagua avevo una guida, 35 gradi sotto zero. Ancora adesso faccio palestra, guardo poco la televisione, studio astronomia, astrofisica e filosofia».
Hai trovato la libertà?
«Certo, la solitudine ti fa sentire libero. Per il cibo non ho problemi. Mangio perché devo vivere, non vivo per mangiare, non ho problemi sessuali nel senso che non sono assatanato, continuo a fare concerti, l’anno scorso 70».
Sei sposato?
«Sono sposato con una bellissima donna, psicanalista, non abbiamo figli, ora siamo qui dal veterinario con il nostro cane...».
La personalità di Battisti era tormentata?
«Sua sorella, Alba Rita, mi raccontava che da bambino era grasso, diceva che era molto sofferente, si metteva davanti a un albero con le sue emozioni, era molto riservato. Quando prese una bella casa vicino a Lecco andavo a trovarlo. Da quando Lucio è morto tutti a dire “l’ho scoperto”, “ho fatto questo e quest’altro”, ma nessuno l’aveva capito, nemmeno io, l’unico che lo aveva capito fu Roby Matano (1934-2023, ndr), cantante nei Campioni, il primo gruppo dove suonava. Lui aveva un amore, ma lei puntava su qualcuno che avesse il denaro, poi si sposò ed ebbe un figlio, volle che mi conoscesse, gli disse “lui è stato quello che mi ha fatto avere il mio primo contratto”, ma non è vero, non mi vanto di niente, solo di aver avuto con lui un’empatia e una simpatia durata tutta la vita… Di lui non avevano capito niente. Quando abitava in via dei Tulipani, aveva un terrore, quello degli ospedali. Una volta ebbe un blocco intestinale, lo portai a casa mia, mia mamma gli fece un clistere alla vecchia maniera, aveva 40 di febbre, telefonai a un amico medico, dice “portamelo qui”, ma lui aveva paura. Svegliai il proprietario del bar Foppa, che mi abitava sopra, mi diede un sacchetto con del ghiaccio e passò tutta la notte con il ghiaccio sulla testa, al mattino arrivò il medico e la febbre era scesa. Una volta abbiamo affrontato il tema della morte. Mi chiese “tu non hai paura della morte?”. Risposi “no, e tu?”. “Io ho paura della sofferenza” mi disse. Quando fu portato all’ospedale, chi l’ha preso in cura era una compagna di quartiere poi diventata medico. “Lei, signor Battisti, ha un tumore così esteso che non possiamo fare la chemioterapia, che non sopporterebbe”. Ha firmato per non avere accanimento terapeutico. L’hanno sedato ed è morto come voleva lui, senza sofferenza».
Che idea ti sei fatto dell’aldilà?
«Io non ho il beneficio della fede, però ho inserito nella mia filosofia quello che dicono Socrate, Platone e persino Sant’Agostino, ossia il dubbio, che ti consente di cercare delle verità. Siamo materia universale. Penso che quando moriremo entreremo a far probabilmente parte della materia dell’universo. L’importante è avere una morale. Cerco di aiutare le persone, sono diventato benestante e quando mi chiedono di fare cose ad esempio per i bambini le faccio gratis, non giro in Ferrari ma con una Peugeot “del ’15-18”, io la chiamo la “Ferrarelle”…».
Desideri aggiungere qualcosa a questo tuo interessante racconto?
«Sì, che i proventi di questo libro li dono tutti a Emergency».
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Dal Forteto ai «diavoli» della Bassa Modenese, da Bibbiano alla famiglia del bosco: i casi sono troppi per poter parlare di episodi isolati. Lo Stato è complice di un sistema che ha coniato anche un linguaggio tecnico «impermeabile» a ogni critica esterna.
Chi inciampa due volte nello stesso sasso non merita compassione. Uno Stato che da decenni permette gli stessi abusi moltiplica la propria colpa. Dal Forteto alla Bassa Modenese, da Bibbiano ai mille casi silenziosi: una macchina di potere ha distrutto famiglie innocenti, usando i figli come strumenti per sovvenzionare una precisa ideologia e grandiose filiere che hanno bruciato il denaro dei contribuenti per creare dolore e suicidi. C’è una frase che Davide Tonelli Galliera, il «bambino zero» della Bassa Modenese, porta con sé come una cicatrice che non rimargina, né può rimarginare. È semplice, terribile e vera: «Sapevo che era tutto frutto di fantasia, che i miei genitori non avevano assolutamente fatto niente. Mentre cedevo a queste domande distruttive, sapevo anche che era tutto inventato.» Era un bambino di sette anni. Sapeva di mentire. Sapeva di distruggere sua madre. Non riusciva a smettere, perché gli adulti che lo circondavano, gli assistenti sociali, gli psicologi, i tutori del suo «superiore interesse» continuavano a chiedergli di farlo. E quando provava a resistere col silenzio, la psicologa «andava avanti, andava avanti», finché non arrivavano i mal di testa insopportabili, e poi la resa.
La psiche dei bambini è fragile. Un bambino deportato in mezzo a estranei non benevoli può essere facilmente fatto crollare con la tecnica dell’interrogatorio prolungato o di terzo grado, spesso accompagnata dalla mancanza di sonno, elencata nella lista delle torture. Questo bambino è stato ripetutamente torturato, grazie alla tortura gli sono state estorte false confessioni con cui ha distrutto la sua famiglia. Non è certo l’unico caso. Questo è successo in uno Stato che pretende di seguire linee di democrazia e giustizia. Questi interrogatori portano a menzogne e a formazioni di false memorie. Davide ha scritto tutto in un libro, Io, bambino zero, uscito da Vallardi nel 2025. La sua psiche distrutta, bocciature, abbandono scolastico, cannabinoidi, alcol, due trattamenti sanitari obbligatori, un ricovero volontario. Sua madre naturale è morta quando lui aveva 19 anni. L’aveva vista per l’ultima volta quando ne aveva 7.
È importante studiare cosa hanno detto, scritto, pensato le persone che si sono arrogate il diritto di decidere chi meritava di essere genitore e chi no, perché da quelle parole dipendevano sentenze, allontanamenti, adozioni internazionali, bambini che non hanno mai più rivisto i genitori. A Bibbiano, l’inchiesta «Angeli e Demoni» della Procura di Reggio Emilia ha portato alla luce un sistema in cui le relazioni inviate al Tribunale dei minori venivano adattate, corrette, orientate verso l’esito già deciso. Un’assistente sociale descriveva i sogni di una bambina «in maniera non conforme al vero e con univoca connotazione sessuale», omettendo il desiderio della bambina di rivedere il padre. La stessa operatrice, informata dalla famiglia affidataria che gli incubi della piccola erano causati dall’uso dell’iPad e da certi cartoni animati, ometteva sistematicamente questa circostanza nelle comunicazioni al tribunale. Quello che non serviva alla narrazione spariva. Quello che serviva veniva amplificato, distorto, inventato. C’è poi un messaggio WhatsApp, documentato dalla Procura, che circola tra i colleghi dei servizi sociali: «Avviso tutti i colleghi che i pacchi con regali per bambini allontanati dalle famiglie continuano ad aumentare sempre più e siccome non vengono consegnati per diversi motivi, anche nella maggior parte dei casi perché è meglio non farli avere ai bambini, direi che la regola per il 2019 è quella che per salvare capre e cavoli diciamo ai genitori che il servizio non accetta alcun pacco da consegnare ai propri figli». Genitori separati dai loro figli che mandano regali di Natale. Regali che non arrivano. E come motivazione ufficiale verso i genitori, una bugia. Non perché il regolamento lo impedisse, ma perché «è meglio non farli avere ai bambini». Chi ha deciso che fosse meglio? Su quale base scientifica, su quale norma di legge, su quale sentenza? Federica Anghinolfi, ex responsabile dei servizi sociali dell’Unione Val d’Enza, intervistata da Fuori dal Coro, ha detto: «Io facevo quello che l’istituzione mi chiedeva di fare». L’istituzione lo chiedeva. Dunque andava fatto. La banalità del male è il titolo del libro di Hanna Arendt dove si esamina lo schema della deresponsabilizzazione burocratica. L’istituzione chi sarebbe? Esattamente chi ha chiesto di strappare i bambini alle famiglie sulla base di perizie false, disegni manipolati da psicologi che aggiungevano dettagli sessuali alle produzioni grafiche dei minori, e sedute terapeutiche in cui si usava una cosiddetta «macchinetta dei ricordi», impulsi elettrici applicati durante il colloquio, per «orientare» i ricordi dei bambini in prossimità delle audizioni giudiziarie? La «macchinetta dei ricordi» applica i principi della tecnica Emdr, che facilita la risoluzione del trauma attraverso movimenti orizzontali degli occhi, simili a quelli che abbiamo nel sonno Rem. Durante questa tecnica è fondamentale il comportamento corretto del terapeuta, perché se il terapeuta parla e suggerisce durante le stimolazioni, si possono formare con facilità falsi ricordi.
Il caso della Bassa Modenese è forse il più grottesco. Negli anni Novanta, una serie di bambini di Mirandola e dintorni iniziarono a raccontare di messe nere, riti satanici nei cimiteri, bambini uccisi, padri travestiti da diavolo. Storie fisicamente impossibili, eppure accolte con entusiasmo da psicologi e assistenti sociali che le usarono per avviare procedimenti penali contro decine di genitori. Tutti innocenti. Alcuni morirono in carcere. I bambini, cresciuti, hanno raccontato come nacquero quelle storie. Davide Tonelli ricorda le sedute della psicologa Donati: «Domande suggestive», silenzi puniti con ulteriori domande, il mal di testa come segnale fisico di una resistenza psicologica che stava cedendo. Ricorda un «funerale finto» organizzato dai terapeuti, in cui avrebbe dovuto dire addio alla madre naturale ancora in vita, per «fare spazio alla nuova mamma».
La comunità agricola del Forteto, in provincia di Firenze, ha accolto tra il 1977 e il 2011 un centinaio di minori inviati dai servizi sociali. Per decenni, assistenti sociali pagati dallo Stato hanno effettuato regolari sopralluoghi nella struttura guidata da Rodolfo Fiesoli, condannato in via definitiva per abusi sessuali su minori e adulti affidati, e non hanno visto gli abusi. Quelle visite erano percepite dagli ex ospiti, come testimoniato davanti alla commissione parlamentare di inchiesta, come formalità: si guardava quello che si voleva vedere, si redigevano relazioni rassicuranti, e i bambini tornavano nelle mani di Rodolfo Fiesoli. Il Forteto era citato in convegni, premiato da enti pubblici, visitato da politici.
Il sistema che produce questi danni non è un’aberrazione. È un sistema dotato di logiche proprie, di incentivi propri, di un linguaggio tecnico che rende difficile la critica dall’esterno. Chi osa mettere in dubbio una relazione psicologica, chi chiede conto di un allontanamento, diventa automaticamente «incapace di comprendere la complessità del caso». I genitori che protestano troppo diventano «non collaborativi», una colpa. I bambini che dicono di voler tornare a casa vengono reinterpretati come espressione di un «legame traumatico» da cui emanciparsi. La macchina si autoalimenta. E quando, come nella Bassa Modenese, i bambini diventano adulti e dicono la verità, non c’è nessun ente, nessun ordine professionale, nessuna istituzione che chieda scusa. Ora il sistema potrebbe crollare, corretto finalmente da leggi decenti, di cui si comincia a parlare, anche perché impavidi e furibondi i bambini del bosco resistono. Allevati nell’erba e nel sole, non stanno cedendo, e col loro ostinato coraggio impediscono alle luci di spegnersi.
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