
<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/oggi-in-edicola-2655353530.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="particle-1" data-post-id="2655353530" data-published-at="1635030652" data-use-pagination="False">
Salone Margherita (iStock)
Via Nazionale vuole cedere immobili costosi da gestire, come il teatro famoso per il «Bagaglino». Sul mercato pure le sedi.
C’è un punto a Roma in cui finanza e varietà si incontrano. È in via Due Macelli, a due passi da piazza di Spagna, dove ha sede il Salone Margherita, la cui proprietà appartiene a Banca d’Italia. Lustrini e grisaglie, balletti e messe cantate come ironicamente venivano definite le assemblee dell’istituto di emissione. A officiare il rito era il governatore, che un tempo non rilasciava interviste e non parlava che in rarissime occasioni ufficiali.
Ora Banca d’Italia riproverà a venderlo insieme a cinque ex filiali: Asti, Enna, Imperia, Novara, Varese. Base d’asta complessiva: 12,25 milioni. Cinque solo per il Salone Margherita. Le manifestazioni d’interesse entro aprile. Bankitalia si è dimostrata un venditore molto paziente. Fin troppo. Dei 106 immobili messi sul mercato 15 anni fa - tra ex filiali, appartamenti per il personale ed edifici vari - è riuscita a cedere i due terzi. Un fondo privato avrebbe impiegato molto meno. Ma si sa: il passo delle banche centrali è solenne, maestoso, talvolta pigro. Il problema, adesso, sono gli ultimi stabili che aspettano compratori con rassegnazione silenziosa dei mobili dimenticati in cantina. Enna, chiusa dal 2008. Asti e Imperia, spente dal 2009. Novara e Varese, inutilizzate dal 2016.
Nel frattempo, qualcuno le ha dovute manutenere. Qualcuno ha pagato le bollette. Qualcuno ha continuato a versare denaro pubblico su edifici che guardavano il soffitto in attesa di essere venduti. L’obiettivo adesso, spiegano da via Nazionale è completare l’iter entro la fine dell’anno. Almeno per le filiali più datate. Nel frattempo si stanno chiudendo Livorno e Brescia. Nel lotto delle cinque ex filiali, la valutazione più alta spetta a Varese: 4,75 milioni. Sorge nei pressi di Villa D’Este e del parco che la circonda. È bello, è vincolato, e chi lo compra non potrà farci granché, ma almeno starà vicino a qualcosa di meraviglioso. Consolazione paesaggistica di pregio. Ma nessuno dei cinque immobili ha la storia del Salone Margherita. Affascinante.
Il Salone Margherita appartiene alla Banca d’Italia dal 1894. Prima ancora che aprisse ufficialmente. L’inaugurazione è del 1898, sebbene l’attività risalga in forme diverse al 1890. Siamo nel pieno dello scandalo della Banca Romana, quando la finanza italiana dimostrò che la creatività contabile non è un’invenzione recente. In mezzo al terremoto il barone Lazzaroni si ritrovò nella scomoda posizione del debitore insolvente. La Banca d’Italia acquisì l’immobile come recupero crediti. Risultato: l’istituzione più austera del Paese diventò proprietaria di quello che sarebbe diventato il tempio del café-chantant.
C’è qualcosa di vagamente surreale in tutto questo. I fratelli Marino, imprenditori napoletani con il fiuto giusto, lo presero in gestione nel 1901. Vollero importare a Roma il modello del Moulin Rouge. Musica, spettacolo, cena servita durante lo spettacolo. La Ville Lumière sul Tevere. Il nome fu scelto in omaggio alla regina Margherita di Savoia, figura amatissima dell’epoca. Un’operazione di puro marketing: battezzare un teatro come la regina significa avere già una recensione positiva incorporata nell’insegna. Il Salone si dotò fin dall’inizio di una particolarità che lo rende unico ancora oggi: le cucine interne. Quattrocento posti tra platea, palchi e galleria, e una brigata pronta a servire mentre sul palco si cantava e si ballava. Nella sua lunga vita il Salone ha ospitato i grandi del varietà italiano. Ettore Petrolini, genio comico senza tempo. Lina Cavalieri, talmente bella che i suoi ritratti finirono sulle scatole di sapone di mezzo mondo.
Ma per il grande pubblico della seconda metà del Novecento, il Salone Margherita è indissolubilmente legato a un solo nome: il Bagaglino di Pier Francesco Pingitore. Dagli anni Settanta e per decenni, quella piccola sala liberty a due passi dalla Scalinata di Trinità dei Monti è diventata un set televisivo. Satira politica, soubrette, travestiti illustri, ministri della Repubblica presi in giro con affetto feroce. Il Bagaglino era un’istituzione nell’istituzione prodotto tra le mura di un teatro di proprietà della Banca d’Italia. Un connubio sorprendente.
Nel 2020 la società di gestione ha restituito l’immobile. Il teatro non ospita più regolarmente spettacoli. Qualche mostra, qualche evento istituzionale. Nel frattempo via Nazionale ha continuato a a tenere in ordine il gioiello liberty nel cuore di Roma. Ora il bando, e forse la vendita.
Continua a leggereRiduci
2026-04-07
Dimmi La Verità | Stefano Graziosi: «Gli scenari in Iran allo scadere dell'ultimatum di Trump»
Ecco #DimmiLaVerità del 7 aprile 2026. Il nostro Stefano Graziosi analizza cosa potrà accadere stanotte allo scadere dell'ultimatum di Trump all'Iran.
True
2026-04-07
L’uomo rifà la storia spaziale. Sorvolo sulla Luna «oscura» e distanza record dalla Terra
Missione Artemis 2 alla fase conclusiva: l’equipaggio Nasa, iper tecnologico, osserva 35 obiettivi tra cui il cratere del lato «nascosto». Comunicazioni sospese per 50 minuti.
Dalle 6 di mattina ora italiana di ieri (6 aprile), la capsula Orion Integrity è entrata nell’area di influenza della gravità lunare. Si dice così poiché è la distanza dal nostro satellite naturale dove la forza d’attrazione è più forte di quella terrestre. Ed è questa situazione ad attrarre la navicella verso il suolo selenico, mentre è la sua velocità a consentirle di non cadere sulla Luna ma di effettuare un sorvolo durante il quale gli astronauti ne stanno osservando alcune regioni in modo dettagliato. Sono i primi umani a farlo dal dicembre 1972 ma i primi in assoluto dotati di tecnologie che 54 anni fa non esistevano.
Tra queste, computer potenti e ottiche ad altissima definizione. Nel momento in cui scriviamo la posizione dell’Orion corrisponde a meno di 42.500 km dalla Luna e a circa 396.500 km dalla Terra. Seguendo questa traiettoria, mentre il giornale viene stampato la missione Artemis 2 si avvicina molto di più alla superficie lunare, transitando «soltanto» a circa 6.400 chilometri dalla superficie. Ma passando dietro la Luna, Integrity sarà in una posizione di ombra tale da non poter comunicare con la Terra per circa 50 minuti. Le onde radio e quelle infrarosse usate per i collegamenti viaggiano in linea ottica, dunque in mancanza di un satellite artificiale posto nell’orbita lunare dal quale siano osservabili contemporaneamente sia l’Orion sia la Terra, sul quale far rimbalzare i segnali come un ripetitore, la comunicazione dell’equipaggio con il nostro pianeta risulta impossibile, ma bisogna ricordare che interruzioni simili si erano verificate anche durante le missioni Artemis I e le Apollo. Sarà così fino a quando non saranno lanciati i satelliti per le comunicazioni trans-lunari previsti da due programmi spaziali già in corso.
Quello dell’Agenzia spaziale europea (Esa), detto Moonlight, che si propone di dispiegare una costellazione di cinque satelliti per la navigazione e le comunicazioni e che sarà attivo già quest’anno e completo entro il 2030. Il secondo, simile, è il Lunar communications relay and navigation systems (Lcrns) della Nasa. Entrambe le iniziative sono volte a installare ripetitori lunari per fornire navigazione (simile al Gps) e collegamenti ad alta velocità per la trasmissione di dati, inclusa la comunicazione laser a infrarossi (ne abbiamo parlato sulla Verità del 3 aprile). Gli obiettivi sono chiari: connettività continua anche intorno alla Luna, una copertura delle aree non visibili dalla Terra come il polo Sud lunare, supporto alle attività lunari commerciali e controllo delle infrastrutture che l’umanità costruirà lassù.
La giornata del 6 aprile è stata per i quattro astronauti della missione Artemis 2 quella dell’osservazione di circa 35 obiettivi definiti dalla Nasa: tra questi c’è il bacino Orientale, un cratere di quasi 965 chilometri di diametro che si estende tra il lato visibile e quello nascosto della Luna, completamente illuminato e visibile mentre Integrity si è avvicinata. Vecchio di 3,8 miliardi di anni, tale cratere si è formato quando un grande corpo ha colpito la superficie lunare e conserva le tracce della collisione come la spettacolare topografia ad anelli, come colline circolari attorno a una depressione. L’equipaggio ne studia le caratteristiche da diverse angolazioni utilizzando uno speciale software sviluppato dal Crew lunar observations team, uno dei gruppi di lavoro della squadra scientifica lunare di Artemis 2.
Un altro luogo lunare sotto osservazione è il bacino di Hertzsprung, un cratere di quasi 640 km situato sul lato nascosto della Luna. Le sue caratteristiche sono cambiate nel tempo a causa di impatti con meteoriti, così gli astronauti ne confrontano la topografia per comprendere meglio la geologia.
Kelsey Young, responsabile scientifica della missione Artemis 2, durante la conferenza stampa del 4 aprile ha affermato che la Nasa ha dieci obiettivi scientifici e 35 «bersagli» che l’equipaggio deve raggiungere; così i quattro a bordo di Integrity, in particolare gli specialisti di missione Christina Koch (Usa) e Jeremy Hansen (Canada), durante le sette ore del sorvolo (tardo pomeriggio di lunedì in Italia), hanno lavorato a turni per registrare il maggior numero possibile di osservazioni. E i dati raccolti sono già stati trasmessi al Centro di controllo Nasa della missione, a Houston. Successivamente, nella tarda serata italiana di lunedì, ovvero quando scriviamo, dai finestrini della Orion stanno osservando il «tramonto della Terra»: dalla prospettiva della navicella il nostro pianeta che scompare dietro la Luna mentre Integrity raggiunge il punto di massimo avvicinamento al satellite, 6.530 km dalla superficie.
Subito dopo è stato record di massima distanza dalla Terra durante una missione, superando quello di Apollo 13, e infine i quattro astronauti vedono lo spettacolo reso celebre dalla fotografia «Earthrise» scattata da Frank Borman a bordo di Apollo 8, la vigilia di Natale del 1968. Letteralmente «l’alba della Terra», con il nostro pianeta che sale dall’orizzonte lunare dalla parte opposta della Luna, tornando a essere illuminato dal Sole. Alle 00.25 del 7 aprile in Italia, la Nasa ristabilisce le comunicazioni con gli astronauti. E nel pomeriggio di oggi (martedì 7), Orion uscirà dalla sfera di influenza lunare per immettersi nella traiettoria di ritorno. Alle 18.15 del 6 aprile la telemetria di Integrity riporta: 396.832km alla Terra, 26.253km dalla Luna, temperatura al Sole 129 °C, all’ombra -186 °C. Velocità 1.810 km/h.
Continua a leggereRiduci
Dalila Di Lazzaro (Getty Images)
Parla la popolare attrice: «Soffro da quando ho avuto un incidente. Andava un po’ meglio, fino al preparato anti Covid. Se ora avessi davanti chi ce lo ha imposto lo ammazzerei... Sono molto devota, oggi prego affinché le guerre finiscano».
Questi occhi, così intensamente celesti ed evocativi, gli occhi di Dalila Di Lazzaro, che lei tende finanche a minimizzare, hanno visto il successo ma anche il dolore, soprattutto quello per la perdita del figlio Christian. E quello che, purtroppo, continua a persistere e a limitare i suoi spostamenti, dovuto a una caduta in motocicletta nel 1997, a Roma, per colpa di una buca sul selciato.
L’attrice e modella (altezza: 1,80), di cui fa piacere cogliere una leggera inflessione friulana rimasta, è ambasciatrice e portavoce del dolore neuropatico cronico attraverso un’associazione, Nevra (www.nevra.it). A complicarle la vita ha contribuito anche il vaccino per il Covid.
Dalila, sei nata a Udine nel gennaio 1953. Cosa vorresti ricordare di questa città nella tua infanzia?
«La libertà dei bambini, che potevano giocare per strada, andare in bicicletta… Prendevo la bici e, con le forbici, andavo a rubare le rose che sbocciavano nei giardini delle ville dando sulla strada. E c’era questo profumo di tiglio, t’inebriava».
Com’eri da bambina?
«Tendevo a essere solitaria. Inventavo, immaginavo. Nel grande giardino di casa, laggiù in fondo, addomesticavo le galline. Ero bravissima. Uno dice che le galline son stupide e invece no. Mi abbracciavano, pensa tu… Mi mettevo su un muretto più alto, gli mettevo i semini e loro venivano. E poi c’era un fico meraviglioso. Passavo ore a mangiare i fichi che mi facevano venire l’irritazione negli angoli della bocca. Poi, verso sera, mi distendevo e guardavo la luna, pensando “cosa pagherei per andarci…”».
È vero che tuo padre faceva il pugile?
«Sì, pesi massimi. Si allenava con Carnera, che gli ruppe il naso. Era alto 1, 90, proprio un boxeur professionista, fece incontri in Francia, Jugoslavia… Questo prima di sposarsi. Poi mollò è diventò vigile urbano di Udine. Vide arrivare una bellissima ragazza in bicicletta, mia madre. La rivide e andò a finire che si sposarono. Andavano in giro in moto».
Fratelli o sorelle?
«C’è mia sorella Daniela, che vive a Udine, e un’altra, purtroppo venuta a mancare. Eravamo in tre sorelle».
Eri ribelle?
«Ero pacifica. Mia madre mi diceva “vai a prendermi le sigarette, vai a giocare la schedina”, faceva freddo d’inverno, con la nebbia. Dicevo sempre sì. Anche perché mia sorella Daniela era ribelle, rispondeva male e prendeva qualche ceffone».
Poi la gravidanza, gli inizi come modella…
«Il fatto di essere rimasta incinta a 15 anni ha dato molto fastidio ai miei. Andai a casa di mio marito, ma a mia suocera ’sta cosa non andava bene. Diceva “almeno vai a lavorare” e una sua amica ha cominciato a fare sfilate… Però nella mia vita ho sempre avuto l’angoscia che tutti gli uomini mi mettevano le mani addosso, le violenze da bambina di 5 anni in su, l’ho scritto nei miei libri. A 17-18 anni a Milano feci foto per Grazia, Gioia, Vogue… Mandavo i soldi a casa, mio figlio era dai miei. Poi l’agente mi disse “c’è un’occasione a Roma” e mi trasferii».
A Roma come andò?
«Iniziai con le pubblicità e andai a vivere in affitto con una ragazza che faceva la hostess. Poi cominciarono i film, potendo così mandare più soldi per il piccolo e finalmente portarlo a Roma. C’erano anche i furbi, un sottobosco tremendo, ti chiamavano per fare foto, volevano ti mettessi nuda. Per l’educazione avuta dai miei genitori, molto severi, meno male l’ho scampata sempre, sempre, li mandavo a quel paese e scappavo via».
Con il padre del tuo amatissimo Christian, nato il 5 aprile 1969, ti sposasti?
«Sì, mi sono sposata, io 15 e lui 17. Il viaggio di notte lo facemmo insieme alla suocera perché non ci prendevano in albergo, essendo minorenni. Durò circa 3 anni e mezzo. Poi a 18 anni sono andata a Roma».
Vi siete rivisti dopo?
«Non l’ha presa bene».
E per vostro figlio?
«Io glielo mandavo espressamente, tramite mia madre, ma trovava scuse. Non ho mai voluto una lira, ho mantenuto io mio figlio, e gli parlavo sempre, sempre bene di suo padre, mai parlato male. È questo che bisogna fare con i bambini. Con suo padre ha sempre avuto un rapporto tranquillo».
Il tuo ex-marito è vivente?
«Sì».
Poi con i film, oltre 40 cui hai partecipato, sei diventata famosa. Quali quelli cui sei più legata?
«Io direi Oh, Serafina! (1976, ndr) di Lattuada, il mio lancio nel cinema. Luigi Comencini, quando ero alle prime armi, mi ha fatto fare l’infermiera di Bette Davis nel film Lo scopone scientifico con Sordi e la Mangano. È stato molto carino con me, mi prese per tre film. Poi Jacques Deray (Tre uomini da abbattere, 1980, ndr) con Delon in Francia».
In Oh Serafina! come fu il rapporto con Pozzetto?
«Non era un uomo così affabile. Dopo il set si ritirava sulla sua roulotte… Il giorno della scena finale, in centro a Milano, pioveva che Dio la mandava, c’era un’attrice di teatro che nel film faceva la sua tata, non avevamo la roulotte, chiesi a Lattuada di metterci al riparo. Bussò alla roulotte e Pozzetto ci fece entrare, ma doveva essere lui a rendersi conto…».
Hai spesso fatto parti di femme fatale in storie di passioni anche oscure. Ti consideri una femme fatale?
«No, no, no. Si vede il mio fisico. Ho detto di no per 4 anni per far film mezza nuda, che andavano di moda, perché non li sopportavo. Al mio agente dicevo che volevo fare film che lasciano un segno, drammatici, impegnativi».
Alain Delon...
«A 14-15 anni in camera mia avevo il poster. Sono crescita col mito di Delon. Fu un’emozione. Mi corteggiava pesantemente, ma per questa storia non ero tanto per la quale, c’era Mireille Dark. Io dicevo, “ma Mireille?”. Poi la lasciò per altre attricette».
E Gianni Agnelli?
«Particolare, molto simpatico, buffo, mi faceva scherzi. Ma era un mondo un po’ particolare da cui cercavo di allontanarmi perché non aveva niente a che fare con il mio. Lui continuava a corrermi dietro. Un giorno gli dissi “mi sono fidanzata e ora non posso più seguirti” e lui rispose “ah, ho capito, allora hai un fidanzato che ti picchia, che ti picchia…” (imita la voce dell’Avvocato, ndr)… Risposi “ma no, mi sono innamorata”. Era legato, mi cercò per 3 anni, poi sono volata verso l’amore con questo ragazzo giovane».
Ti sei espressa a favore dell’adozione da parte di genitori non sposati.
«Nel periodo in cui Christian voleva un fratello o una sorella, volevo tanto adottare una bambina. Tutto in Italia è così complicato. Anche quando Christian è mancato, pensavo magari di dare una famiglia a un povero ragazzo in un orfanotrofio, perché no? Ma non hanno dato ascolto al cuore».
Già, Christian, purtroppo volato via a 22 anni in un incidente stradale a Roma. Lo senti vicino a te, lo sogni?
«No, per carità, in sogno morirei dal dolore, sarebbe un’emozione fortissima. Tutti i giorni, tutti i giorni, boh, non voglio dire niente, ho una grande sensibilità come donna, dovunque vado trovo dei cuori, se apro l’uovo si forma un cuore, ho migliaia di foto, un “buongiorno per sempre” che mi manda mio figlio. Questo mi dà una grande serenità, un barlume di luce verso la vita che sarà, dopo questa».
Sei devota a Sant’Espedito…
«Io sono devota a Dio, a Gesù, alla Madonna, a Padre Pio, sono cristianissima, e anche a Sant’Espedito. Lo prego perché ho problemi con il dolore neuropatico, è come avere un leone che ti sbrana la schiena, e lui è un santo per richieste impossibili. È vicino a casa, in una chiesa, metto una candela, gli dico una preghiera. Un italiano su quattro soffre di dolore neuropatico cronico, è micidiale».
Originato dall’incidente motociclistico?
«Sono dovuta andare in America, un mucchio di soldi… per, purtroppo, capire quello che avevo».
Un po’ meglio dopo gli Stati Uniti?
«Era andata meglio… Ma con il Covid, dopo questi maledetti vaccini, ho avuto un crollo neuropatico mostruoso. Ho avuto problemi al cuore, al pancreas, poi ho vertigini mostruose, cosa che non avevo prima. Poi mi è venuta una cosa agli occhi».
Che marca di vaccino hai fatto?
«Pfizer, mortacci sua! Scusa se lo dico. Se li avessi davanti li ammazzerei quelli che ci hanno imposto questo vaccino. Se ti fai il vaccino e poi ti viene il Covid che roba è? L’anno prima del Covid ho fatto quello per la Sars, tre volte ricoverata al Policlinico con broncospasmi micidiali che mi sembrava di soffocare e questo era l’anticipo di quello che ci volevano iniettare. Tanti amici miei che se ne sono andati…».
Tornando a Sant’Espedito?
«Nella mia famiglia ha fatto un miracolo, a mio cognato, a me no… Stava per morire per un tumore al fegato. In ospedale gli diedi il santino, “pregalo”. L’ha fatto, ora sta bene, il tumore è sparito, il diabete sceso, sta benissimo. Io gli chiedo “fa’ che la guerra finisca nel mondo”».
Protagonista dello spot del collirio Octilia, 1986. L’autista vede i tuoi occhi nello specchietto retrovisore. Da chi li hai presi?
«Sia il papà sia la mamma avevano occhi azzurri bellissimi. I miei occhi hanno visto cose bellissime e cose bruttissime. Mi auguro adesso di continuare ad amare la vita, un dono immenso».
Manuel Pia, bravo musicista, il tuo compagno, mi ha fatto ascoltare una sua canzone, I bambini delle fate.
«È una compagnia meravigliosa che Dio mi ha mandato. Ero molto scettica. Avevo la porta chiusa con sette mandate, perché di matti se ne incontrano tanti. Mi ero chiusa un po’ in me stessa. In una serata di 14 anni fa ho visto questo ragazzo con i capelli lunghissimi che suonava la chitarra in maniera pazzesca. Poi al bar mi sono sentito bussare sulla spalla. “Vorrei mandarti la mia musica”. Rimasi stupita dalla sua sensibilità. L’ho chiamato. Tra un caffè e l’altro, dopo sei mesi, siamo diventati intimi».
Vorresti rivedere i luoghi della sua infanzia a Udine?
«Mi piacerebbe tanto, ho un piccolo cane. Hanno tolto gli aerei. Non posso andare in auto per via del dolore neuropatico che mi costringe alla morfina. Ma ci tornerò, perché la mia nipotina Francesca, la figlia di mia sorella, mi vuole abbracciare…».
Continua a leggereRiduci





