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2020-11-06
Gli Usa appesi a migliaia di voti: sarà guerra
Donald Trump (Chip Somodevilla/Getty Images)
Gli Stati Uniti non ancora un vincitore delle ultime elezioni presidenziali. Nel momento in cui La Verità è andata in stampa ieri sera, né Donald Trump né Joe Biden avevano ancora conseguito il fatidico quorum dei 270 grandi elettori necessari per conquistare la Casa Bianca. Cnn ne attribuiva infatti al presidente 213, mentre 253 erano quelli attribuiti al candidato democratico.
La situazione continua del resto a rimanere in bilico in quattro Stati. Trump spera ancora in un colpaccio in Nevada (dove era indietro di un punto), in Arizona (dove era indietro di 1,5 punti) e in Pennsylvania (dove al momento manteneva un vantaggio di circa 2 punti). Brutte notizie per lui rischiano invece di arrivare dalla Georgia: Stato in cui Biden sta guadagnando terreno grazie al voto postale e che vede ormai l'ex vicepresidente a solo uno 0,3% dall'inquilino della Casa Bianca (anche se va rilevato come in loco lo spoglio sarebbe ormai quasi completato). Per vincere, il presidente ha quindi bisogno di Georgia e Pennsylvania, da associare a loro volta o al Nevada o all'Arizona. Una via non impossibile, certo. Ma neppure troppo semplice.
Anche perché proprio in Arizona si registra una situazione confusissima. Nella serata italiana di ieri, Associated Press manteneva l'assegnazione dello Stato a Biden, mentre Cnn continuava a considerarlo in bilico. Tutto questo, mentre il segretario di Stato della Pennsylvania, Kathy Boockvar, ha dichiarato sempre ieri che i risultati definitivi in loco «potrebbero» arrivare nell'alba italiana di oggi. La situazione è talmente ingarbugliata che potrebbe addirittura delinearsi un clamoroso 269 pari: ipotesi che si verificherebbe se il candidato democratico si aggiudicasse la Georgia e a Trump (calcolando un grande elettore del Maine) andassero invece Nevada, Pennsylvania e Arizona. Si tratta di uno scenario scarsamente probabile, ma comunque non impossibile: uno scenario che – in caso di conferma in sede di elezione di secondo grado – porterebbe la Camera dei Rappresentanti a doversi pronunciare in gennaio: non per singolo deputato, ma per singola delegazione statale.
Come che sia, il comitato elettorale di Biden prosegue intanto a ostentare ottimismo. Il candidato democratico ha tenuto mercoledì una conferenza stampa in cui, pur non dichiarando formalmente vittoria, si è comunque espresso con toni da presidente, parlando – non senza una certa retorica – di unità del popolo americano e benedicendo le truppe. Un discorso un po' strano, che aggiunge confusione a una situazione già incerta. Un discorso pronunciato, come abbiamo visto, senza ancora detenere la fatidica soglia dei 270 grandi elettori. Eppure quello stesso galateo istituzionale che era stato invocato martedì per condannare le affermazioni con cui Trump si era autoproclamato vincitore, non è stato tirato in ballo per il candidato democratico. Del resto, questa campagna elettorale ci ha abituati a un «vago» doppiopesismo.
Nel frattempo i due comitati elettorali hanno espresso sicurezza di vincere. Il consigliere di Trump, Jason Miller, ha dichiarato ieri: «Presto, forse entro la fine di domani (oggi, per chi legge, ndr), venerdì, sarà chiaro al popolo americano che il presidente Trump e il vicepresidente Pence serviranno altri quattro anni alla Casa Bianca». Tutto questo, mentre – sempre ieri – la manager della campagna di Biden, Jen O'Malley Dillon, ha detto di «essere assolutamente fiduciosa che Joe Biden sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti». Su un punto entrambe le campagne sembrano concordare: oggi potrebbe essere il giorno decisivo per conoscere formalmente il nome del vincitore delle elezioni presidenziali. Una notizia che, se anche arrivasse, non scongiurerebbe comunque il clima di forte incertezza che è venuto creandosi negli ultimi giorni. Anche perché Trump ha già avviato una serie di serrate battaglie legali in vari Stati, tra cui Michigan, Pennsylvania, Nevada e Georgia. Certo: la matematica dei grandi elettori appare fortemente avversa al presidente. Non è dunque chiaro se l'ostentato ottimismo del suo comitato sia un bluff o se – al contrario – la Casa Bianca disponga di informazioni in controtendenza.
Si delineano intanto maggiormente i destini del Congresso. La Camera dei Rappresentanti dovrebbe restare ai democratici che hanno ciononostante perso svariati seggi. Il Senato si avvia invece a rimanere repubblicano. In particolare, The Hill riportava ieri a tal proposito scoramento e disappunto da parte dell'asinello, che sperava evidentemente di riprendere il controllo integrale del Campidoglio: un altro effetto di quella mancata «onda blu» che molti analisti avevano erroneamente preconizzato.
In attesa di capire come andrà a finire questa intricata vicenda, resta comunque un mistero sul tavolo. Ma che fine hanno fatto le interferenze russe? I democratici hanno sempre sostenuto che la vittoria di Trump nel 2016 fosse il frutto di un complotto ordito dal Cremlino. Di minacce russe sul voto americano del 2020 hanno tra l'altro parlato negli scorsi mesi la Speaker della Camera, l'appena rieletta Nancy Pelosi, e la candidata alla vicepresidenza, Kamala Harris. Eppure adesso che Biden sembra in dirittura d'arrivo per la Casa Bianca il problema pare non porsi più. Che cosa dobbiamo pensare? Che, se risulterà eletto presidente il candidato democratico, Vladimir Putin abbia cambiato affiliazione partitica? Oppure che forse il Russiagate sia stato un disegno progettato ad arte per mettere con ogni mezzo i bastoni tra le ruote a un avversario politico?
Trump non molla sui presunti brogli. Battaglia legale in sei Stati chiave
Si preannuncia una stagione di battaglie legali negli Stati Uniti, con Donald Trump che sta denunciando da giorni la presenza di brogli in alcuni Stati chiave. «Tutti i recenti Stati dichiarati da Biden saranno legalmente contestati da noi per frode elettorale e frode elettorale statale», ha scritto ieri un post segnalato da Twitter. In Georgia, il comitato elettorale del presidente e il Partito repubblicano hanno intentato una causa, dichiarando che i funzionari democratici della contea di Chatham starebbero conteggiando schede ricevute dopo la chiusura delle urne: un ricorso che è stato tuttavia respinto ieri da un giudice. In tutto questo, lo spoglio nel cosiddetto Peach State – in cui Trump risultava almeno fino a ieri in lieve vantaggio – sta andando particolarmente a rilento: se la spiegazione ufficiale parla di problemi nelle macchine per il conteggio dei voti, sui social circolano sospetti di irregolarità. Il comitato del presidente ha tra l'altro avanzato una richiesta di riconteggio in Wisconsin: area che Joe Biden è riuscito ad espugnare d'un soffio grazie al voto per posta.
Battaglie legali si preparano poi in Michigan, dove il presidente ha presentato mercoledì un ricorso, chiedendo il temporaneo stop al conteggio dei voti «fin quando non sarà garantito un significativo accesso» per monitorare le operazioni di spoglio: ricorso, anche in questo caso, respinto ieri da un giudice. Del resto, stanno circolando non poche accuse da parte del mondo conservatore sullo spoglio in questo Stato. In particolare, il sito The Federalist ha parlato di sospetti pacchetti di voti attribuiti interamente a Biden. Nella notte americana di martedì, circa 138.000 voti sarebbero stati conferiti in blocco al candidato dem a fronte di zero voti conferiti a Trump. La cosa ha suscitato un certo scalpore sui social, mentre l'istituto che riportava i conteggi – Decision Desk – ha replicato sostenendo che si sia trattato di un «errore». Polemiche, sempre in Michigan, si sono verificate nella contea di Antrim: qui, nel 2016, Trump aveva battuto Hillary Clinton con uno scarto di circa 4.000 voti, mentre adesso è Biden a risultare avanti con poco più di 3.000 voti. Questa stranezza ha portato i funzionari locali ad avviare una revisione, che risulterebbe ancora in corso. Trump ha nel frattempo intentato un ricorso ieri anche a Las Vegas, sostenendo di avere le prove del fatto che avrebbero votato alle ultime presidenziali cittadini deceduti e non residenti. Il comitato del presidente ha a questo proposito parlato di migliaia di «voti illegali».
Tuttavia, il contenzioso principale avrà probabilmente luogo in Pennsylvania: Stato chiave, in cui Trump – almeno fino al pomeriggio italiano di ieri – risultava ancora lievemente in testa. Qui la situazione è molto spinosa. Di recente, la Corte suprema dello Stato (che è a maggioranza nettamente democratica) aveva reso possibile ricevere i voti delle schede per corrispondenza fino a alla giornata di oggi: tre giorni dopo, cioè, il termine dell'Election day. Sollecitata dai repubblicani, la Corte suprema degli Stati Uniti non ha bloccato questa regola, a causa di una spaccatura interna con quattro togati contro quattro: una situazione di parità dovuta al fatto che la nuova giudice, Amy Coney Barrett, non aveva preso parte al pronunciamento. Ciononostante, alcuni componenti della Corte – come Samuel Alito – si erano detti possibilisti sull'eventualità di riesaminare la questione dopo le presidenziali. E i legali di Trump si sono già mossi in questa direzione nelle scorse ore.
Il presidente spera evidentemente che l'arrivo della Barrett possa cambiare gli equilibri della Corte sulla questione, visto che – nella sentenza di ottobre – il giudice capo, John Roberts, si era schierato con i tre colleghi di area liberal, bocciando così di fatto il ricorso intentato dai repubblicani. Va da sé che, se la Corte Suprema si esprimesse in modo favorevole a Trump, questo potrebbe consentire al presidente di blindare la Pennsylvania, visto il suo chiaro vantaggio nel voto espresso di persona. Ancora a ieri pomeriggio italiano, l'inquilino della Casa Bianca sopravanzava Biden di circa centomila voti nello Stato. Frattanto ieri una corte d'appello della Pennsylvania ha consentito al comitato elettorale di Trump la possibilità di monitorare le operazioni di spoglio: un elemento che, nelle ore precedenti, era stato invocato a gran voce dall'avvocato del presidente, Rudolph Giuliani. Lo stesso Trump ha festeggiato la notizia, definendola su Twitter una «grande vittoria legale».
Ulteriori polemiche si stanno registrando in Arizona, per quello che è già stato battezzato più o meno ironicamente lo Sharpiegate. Molti elettori di Trump della contea di Maricopa temono che il loro voto possa non essere stato conteggiato, perché segnato con il pennarello (sharpie, in lingua inglese). I funzionari dello Stato hanno respinto queste accuse. Il procuratore generale dell'Arizona ha comunque aperto un'inchiesta. Il Dipartimento di giustizia ha nel frattempo affermato che agenti federali armati possano monitorare le operazioni di spoglio, per evitare eventuali frodi: una posizione che ha suscitato delle polemiche.
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Joe Biden ha molti più elettori, ma gli Stati decisivi sono separati da pochissimi consensi. Le preferenze via posta lasciano grossi dubbi di sicurezza. In Georgia, Wisconsin, Michigan, Pennsylvania, Nevada e Arizona la disputa rischia di finire in tribunale. I giudici accontentano il presidente: i repubblicani potranno assistere allo spoglio. Il tweet: «Grande vittoria».Lo speciale contiene due articoli.Gli Stati Uniti non ancora un vincitore delle ultime elezioni presidenziali. Nel momento in cui La Verità è andata in stampa ieri sera, né Donald Trump né Joe Biden avevano ancora conseguito il fatidico quorum dei 270 grandi elettori necessari per conquistare la Casa Bianca. Cnn ne attribuiva infatti al presidente 213, mentre 253 erano quelli attribuiti al candidato democratico. La situazione continua del resto a rimanere in bilico in quattro Stati. Trump spera ancora in un colpaccio in Nevada (dove era indietro di un punto), in Arizona (dove era indietro di 1,5 punti) e in Pennsylvania (dove al momento manteneva un vantaggio di circa 2 punti). Brutte notizie per lui rischiano invece di arrivare dalla Georgia: Stato in cui Biden sta guadagnando terreno grazie al voto postale e che vede ormai l'ex vicepresidente a solo uno 0,3% dall'inquilino della Casa Bianca (anche se va rilevato come in loco lo spoglio sarebbe ormai quasi completato). Per vincere, il presidente ha quindi bisogno di Georgia e Pennsylvania, da associare a loro volta o al Nevada o all'Arizona. Una via non impossibile, certo. Ma neppure troppo semplice. Anche perché proprio in Arizona si registra una situazione confusissima. Nella serata italiana di ieri, Associated Press manteneva l'assegnazione dello Stato a Biden, mentre Cnn continuava a considerarlo in bilico. Tutto questo, mentre il segretario di Stato della Pennsylvania, Kathy Boockvar, ha dichiarato sempre ieri che i risultati definitivi in loco «potrebbero» arrivare nell'alba italiana di oggi. La situazione è talmente ingarbugliata che potrebbe addirittura delinearsi un clamoroso 269 pari: ipotesi che si verificherebbe se il candidato democratico si aggiudicasse la Georgia e a Trump (calcolando un grande elettore del Maine) andassero invece Nevada, Pennsylvania e Arizona. Si tratta di uno scenario scarsamente probabile, ma comunque non impossibile: uno scenario che – in caso di conferma in sede di elezione di secondo grado – porterebbe la Camera dei Rappresentanti a doversi pronunciare in gennaio: non per singolo deputato, ma per singola delegazione statale. Come che sia, il comitato elettorale di Biden prosegue intanto a ostentare ottimismo. Il candidato democratico ha tenuto mercoledì una conferenza stampa in cui, pur non dichiarando formalmente vittoria, si è comunque espresso con toni da presidente, parlando – non senza una certa retorica – di unità del popolo americano e benedicendo le truppe. Un discorso un po' strano, che aggiunge confusione a una situazione già incerta. Un discorso pronunciato, come abbiamo visto, senza ancora detenere la fatidica soglia dei 270 grandi elettori. Eppure quello stesso galateo istituzionale che era stato invocato martedì per condannare le affermazioni con cui Trump si era autoproclamato vincitore, non è stato tirato in ballo per il candidato democratico. Del resto, questa campagna elettorale ci ha abituati a un «vago» doppiopesismo. Nel frattempo i due comitati elettorali hanno espresso sicurezza di vincere. Il consigliere di Trump, Jason Miller, ha dichiarato ieri: «Presto, forse entro la fine di domani (oggi, per chi legge, ndr), venerdì, sarà chiaro al popolo americano che il presidente Trump e il vicepresidente Pence serviranno altri quattro anni alla Casa Bianca». Tutto questo, mentre – sempre ieri – la manager della campagna di Biden, Jen O'Malley Dillon, ha detto di «essere assolutamente fiduciosa che Joe Biden sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti». Su un punto entrambe le campagne sembrano concordare: oggi potrebbe essere il giorno decisivo per conoscere formalmente il nome del vincitore delle elezioni presidenziali. Una notizia che, se anche arrivasse, non scongiurerebbe comunque il clima di forte incertezza che è venuto creandosi negli ultimi giorni. Anche perché Trump ha già avviato una serie di serrate battaglie legali in vari Stati, tra cui Michigan, Pennsylvania, Nevada e Georgia. Certo: la matematica dei grandi elettori appare fortemente avversa al presidente. Non è dunque chiaro se l'ostentato ottimismo del suo comitato sia un bluff o se – al contrario – la Casa Bianca disponga di informazioni in controtendenza. Si delineano intanto maggiormente i destini del Congresso. La Camera dei Rappresentanti dovrebbe restare ai democratici che hanno ciononostante perso svariati seggi. Il Senato si avvia invece a rimanere repubblicano. In particolare, The Hill riportava ieri a tal proposito scoramento e disappunto da parte dell'asinello, che sperava evidentemente di riprendere il controllo integrale del Campidoglio: un altro effetto di quella mancata «onda blu» che molti analisti avevano erroneamente preconizzato. In attesa di capire come andrà a finire questa intricata vicenda, resta comunque un mistero sul tavolo. Ma che fine hanno fatto le interferenze russe? I democratici hanno sempre sostenuto che la vittoria di Trump nel 2016 fosse il frutto di un complotto ordito dal Cremlino. Di minacce russe sul voto americano del 2020 hanno tra l'altro parlato negli scorsi mesi la Speaker della Camera, l'appena rieletta Nancy Pelosi, e la candidata alla vicepresidenza, Kamala Harris. Eppure adesso che Biden sembra in dirittura d'arrivo per la Casa Bianca il problema pare non porsi più. Che cosa dobbiamo pensare? Che, se risulterà eletto presidente il candidato democratico, Vladimir Putin abbia cambiato affiliazione partitica? Oppure che forse il Russiagate sia stato un disegno progettato ad arte per mettere con ogni mezzo i bastoni tra le ruote a un avversario politico? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/oggi-e-la-giornata-decisiva-biden-canta-gia-vittoria-ma-e-sfida-allultimo-voto-2648637628.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="trump-non-molla-sui-presunti-brogli-battaglia-legale-in-sei-stati-chiave" data-post-id="2648637628" data-published-at="1604607161" data-use-pagination="False"> Trump non molla sui presunti brogli. Battaglia legale in sei Stati chiave Si preannuncia una stagione di battaglie legali negli Stati Uniti, con Donald Trump che sta denunciando da giorni la presenza di brogli in alcuni Stati chiave. «Tutti i recenti Stati dichiarati da Biden saranno legalmente contestati da noi per frode elettorale e frode elettorale statale», ha scritto ieri un post segnalato da Twitter. In Georgia, il comitato elettorale del presidente e il Partito repubblicano hanno intentato una causa, dichiarando che i funzionari democratici della contea di Chatham starebbero conteggiando schede ricevute dopo la chiusura delle urne: un ricorso che è stato tuttavia respinto ieri da un giudice. In tutto questo, lo spoglio nel cosiddetto Peach State – in cui Trump risultava almeno fino a ieri in lieve vantaggio – sta andando particolarmente a rilento: se la spiegazione ufficiale parla di problemi nelle macchine per il conteggio dei voti, sui social circolano sospetti di irregolarità. Il comitato del presidente ha tra l'altro avanzato una richiesta di riconteggio in Wisconsin: area che Joe Biden è riuscito ad espugnare d'un soffio grazie al voto per posta. Battaglie legali si preparano poi in Michigan, dove il presidente ha presentato mercoledì un ricorso, chiedendo il temporaneo stop al conteggio dei voti «fin quando non sarà garantito un significativo accesso» per monitorare le operazioni di spoglio: ricorso, anche in questo caso, respinto ieri da un giudice. Del resto, stanno circolando non poche accuse da parte del mondo conservatore sullo spoglio in questo Stato. In particolare, il sito The Federalist ha parlato di sospetti pacchetti di voti attribuiti interamente a Biden. Nella notte americana di martedì, circa 138.000 voti sarebbero stati conferiti in blocco al candidato dem a fronte di zero voti conferiti a Trump. La cosa ha suscitato un certo scalpore sui social, mentre l'istituto che riportava i conteggi – Decision Desk – ha replicato sostenendo che si sia trattato di un «errore». Polemiche, sempre in Michigan, si sono verificate nella contea di Antrim: qui, nel 2016, Trump aveva battuto Hillary Clinton con uno scarto di circa 4.000 voti, mentre adesso è Biden a risultare avanti con poco più di 3.000 voti. Questa stranezza ha portato i funzionari locali ad avviare una revisione, che risulterebbe ancora in corso. Trump ha nel frattempo intentato un ricorso ieri anche a Las Vegas, sostenendo di avere le prove del fatto che avrebbero votato alle ultime presidenziali cittadini deceduti e non residenti. Il comitato del presidente ha a questo proposito parlato di migliaia di «voti illegali». Tuttavia, il contenzioso principale avrà probabilmente luogo in Pennsylvania: Stato chiave, in cui Trump – almeno fino al pomeriggio italiano di ieri – risultava ancora lievemente in testa. Qui la situazione è molto spinosa. Di recente, la Corte suprema dello Stato (che è a maggioranza nettamente democratica) aveva reso possibile ricevere i voti delle schede per corrispondenza fino a alla giornata di oggi: tre giorni dopo, cioè, il termine dell'Election day. Sollecitata dai repubblicani, la Corte suprema degli Stati Uniti non ha bloccato questa regola, a causa di una spaccatura interna con quattro togati contro quattro: una situazione di parità dovuta al fatto che la nuova giudice, Amy Coney Barrett, non aveva preso parte al pronunciamento. Ciononostante, alcuni componenti della Corte – come Samuel Alito – si erano detti possibilisti sull'eventualità di riesaminare la questione dopo le presidenziali. E i legali di Trump si sono già mossi in questa direzione nelle scorse ore. Il presidente spera evidentemente che l'arrivo della Barrett possa cambiare gli equilibri della Corte sulla questione, visto che – nella sentenza di ottobre – il giudice capo, John Roberts, si era schierato con i tre colleghi di area liberal, bocciando così di fatto il ricorso intentato dai repubblicani. Va da sé che, se la Corte Suprema si esprimesse in modo favorevole a Trump, questo potrebbe consentire al presidente di blindare la Pennsylvania, visto il suo chiaro vantaggio nel voto espresso di persona. Ancora a ieri pomeriggio italiano, l'inquilino della Casa Bianca sopravanzava Biden di circa centomila voti nello Stato. Frattanto ieri una corte d'appello della Pennsylvania ha consentito al comitato elettorale di Trump la possibilità di monitorare le operazioni di spoglio: un elemento che, nelle ore precedenti, era stato invocato a gran voce dall'avvocato del presidente, Rudolph Giuliani. Lo stesso Trump ha festeggiato la notizia, definendola su Twitter una «grande vittoria legale». Ulteriori polemiche si stanno registrando in Arizona, per quello che è già stato battezzato più o meno ironicamente lo Sharpiegate. Molti elettori di Trump della contea di Maricopa temono che il loro voto possa non essere stato conteggiato, perché segnato con il pennarello (sharpie, in lingua inglese). I funzionari dello Stato hanno respinto queste accuse. Il procuratore generale dell'Arizona ha comunque aperto un'inchiesta. Il Dipartimento di giustizia ha nel frattempo affermato che agenti federali armati possano monitorare le operazioni di spoglio, per evitare eventuali frodi: una posizione che ha suscitato delle polemiche.
Ansa
Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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L’attività ha preso il via nel 2025 quando, a seguito di un ordinario controllo di polizia in mare, si è deciso di procedere velocemente ad una capillare ricognizione nei porti sardi. Nel mirino delle Fiamme gialle il fenomeno del cosiddetto flagging out, una strategia spesso utilizzata da italiani per aggirare il sistema fiscale nazionale con l’immatricolazione di yacht e navi da diporto in registri esteri. Questa pratica, mirata all'abbattimento di costi gestionali e assicurativi, viene frequentemente utilizzata per sottrarsi anche agli obblighi di trasparenza verso il fisco.
Il cuore dell'operazione è stata la verifica del rispetto della normativa sul monitoraggio fiscale, che impone ai residenti in Italia di dichiarare puntualmente, nel quadro denominato «RW» della dichiarazione dei redditi, il possesso di beni mobili registrati all'estero. In sostanza, l’omessa indicazione nella dichiarazione dei redditi del bene immatricolato in uno Stato estero costituisce una violazione finalizzata a nascondere al fisco la reale capacità contributiva ed è sanzionata dalle norme vigenti in misura proporzionale al valore del bene.
L’attività operativa svolta dalla Stazione Navale della Guardia di finanza di Cagliari ha assunto vaste proporzioni anche per la residenza fiscale dei proprietari delle barche da diporto. La meticolosa ricostruzione ha permesso di risalire ai soggetti omissivi nella dichiarazione dei redditi, distribuiti sull’intero territorio nazionale, tramite un'azione mirata da parte di diversi reparti del Corpo. Per perfezionare gli accertamenti, la Stazione Navale di Cagliari ha collaborato con i Reparti territoriali, in base alla residenza dei proprietari, tramite l’incrocio dei dati rilevati durante i riscontri diretti con le banche dati, per garantire la massima precisione nella ricostruzione delle posizioni fiscali.
I risultati finali delineano un quadro di eccezionale rilievo, individuando imbarcazioni e navi da diporto per un valore di mercato complessivo superiore ai 48 milioni di euro. Altrettanto significative le sanzioni amministrative contestate, che potranno raggiungere i 23 milioni di euro, in relazione al valore d’acquisto o di mercato dei beni non dichiarati.
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Massimo Calearo Ciman in una foto d'archivio (Ansa)
L’ex deputato del Pd Massimo Calearo Ciman è indagato per il fallimento della Calearo Antenne: contestate truffa aggravata allo Stato, malversazione e bancarotta fraudolenta. La Finanza sequestra beni per oltre 4 milioni di euro.
Sembra un film tragicomico. C’è poco da ridere però per Massimo Calearo Ciman, finito in guai giudiziari serissimi: frode da 9 milioni su fondi pubblici.
Imprenditore di 71 anni, ex deputato del Pd dal 2008 al 2013, durante il IV governo Berlusconi e, dopo il 2011, quello di Mario Monti, si è fatto notare più per le sue intemperanze e goliardate che per i risultati ottenuti nella vita. È stato anche a capo di Confindustria Vicenza dal 2003 al 2008, e contemporaneamente presidente nazionale di Federmeccanica (2004-2008).
L’imprenditore ora è indagato per il fallimento dell’azienda di famiglia, la Calearo Antenne spa di Isola Vicentina, fondata nel 1957, che contava 600 dipendenti, già in grave crisi finanziaria e dallo scorso anno sottoposta a liquidazione giudiziale a causa delle difficoltà economiche derivate dalle perdite indotte dalla pandemia e poi dalla difficile ripresa. Assieme a lui, nel registro della procura, ci sono finiti i figli Carlo Alberto ed Eugenio già presidente dei Giovani imprenditori di Vicenza, oltre all’ex amministratore delegato dell’azienda Luca Corazza. Le accuse nei loro confronti sono, a vario titolo, di truffa aggravata ai danni dello Stato, malversazione di erogazioni pubbliche e bancarotta fraudolenta.
La Finanza ha sequestrato beni e liquidi per oltre 4 milioni di euro: 15 immobili, tra i quali la villa di famiglia sui Colli Berici del valore di oltre 2 milioni e mezzo di euro, 18 terreni, 2 veicoli, le quote di 8 società di capitali. Ricostruito un articolato sistema di distrazione patrimoniale e di utilizzo illecito di fondi pubblici, sviluppatosi mentre la società si trovava in uno stato di dissesto economico. Gli indagati avrebbero dapprima aggravato la situazione debitoria per poi ottenere finanziamenti garantiti dallo Stato presentando documenti e dati contabili falsi. Sotto la lente delle fiamme gialle ci sono due finanziamenti: uno da 7,5 milioni di euro erogato da Invitalia e uno da 1,5 milioni di euro concesso da Banca Sistema e garantito da Sace per 1,35 milioni.
Le indagini avrebbero poi evidenziato come parte di quelle somme sarebbe stata destinata a finalità diverse rispetto a quelle dichiarate nei progetti di investimento. Circa 3,8 milioni di euro sarebbero stati trasferiti verso partecipate estere nonostante il vincolo di destinazione dei fondi a investimenti e attività produttive esclusivamente in Italia. Nel mirino anche la cessione di immobili all’estero per 2,8 milioni di euro a fronte di pagamenti che, secondo gli investigatori, non sarebbero mai stati effettuati. Tra gli episodi contestati figurano l’erogazione di compensi non concordati al presidente del consiglio d’amministrazione per circa 186.000 euro e l’utilizzo illecito di crediti d’imposta finanziati con risorse del Pnrr per circa 115.000 euro. Di particolare rilievo l’impiego fraudolento di 282.000 euro provenienti da finanziamenti pubblici destinati a favorire le imprese in difficoltà durante il Covid che sarebbero stati inviati dalla società vicentina a una controllata estera attraverso l’indebita applicazione dell’Iva sugli acquisti effettuati da quest’ultima.
«Io sono tranquillo, pacifico e sereno. È una tempesta in un bicchiere d’acqua. Dimostreremo che abbiamo agito per l’interesse dell’azienda e che non ci siamo messi in tasca un euro. Non ho niente da nascondere. Questo è un dato di fatto», commenta Calearo. «Andremo a vedere cosa è stato fatto da chi ci è subentrato, quando ci hanno consigliato di non gestire più noi l’azienda. Per fortuna o purtroppo, io non sono un “Signor nessuno”. Il mio nome fa cassetta. Hanno sbagliato bersaglio, dispiace per tutta questa pubblicità negativa».
D’altronde lui è un vero espero di pubblicità negativa, abilissimo a procurarsela anche in passato. Nel 2012, durante un’intervista alla Zanzara, disse che in Parlamento non ci va quasi più («Rimango a casa a fare l'imprenditore, invece che andare a premere un pulsante. Non serve a niente. Anzi, credo che da questo momento fino alla fine della legislatura non ci andrò più») e che lo stipendio lo prendeva solo per pagare un mutuo da 12.000 euro al mese. Walter Veltroni, che nel 2008, da segretario, lo aveva candidato capolista nel Pd, facendolo diventare parlamentare, si definì disgustato, descrivendolo come «una persona orrenda». Dopo le polemiche Calearo annunciò le dimissioni da deputato salvo poi ripensarci affermando: «In Parlamento ci sono i condannati, non è giusto che mi dimetta io che non ho fatto niente di male».
Sul piano politico è stato a dir poco discontinuo. Partito da Pd si è ritrovato tra le braccia di Berlusconi. Nel 2009 lascia il Pd in rotta con il nuovo segretario Pier Luigi Bersani. Fonda Alleanza per l'Italia con Francesco Rutelli e Bruno Tabacci. Nel 2010 lascia anche Api e dà vita al Movimento di Responsabilità Nazionale con Domenico Scilipoti e vota contro la mozione di sfiducia al governo Berlusconi. Questo gli vale un posto da consigliere personale del presidente del Consiglio per il Commercio estero. Personaggio interessante.
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