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2018-12-05
Basta con l’import selvaggio di riso. Per una volta Bruxelles ci dà ragione
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Per una volta l'Europa ha ascoltato l'Italia e di fronte all'evidenza dei fatti si è arresa. Stop all'importazione selvaggia, e senza dazi, del riso dalla Cambogia, dalla Birmania e dal Vietnam. È scattata la clausola di salvaguardia che le organizzazioni dei risicoltori italiani, Coldiretti in testa, avevano chiesto a gran voce da almeno tre anni, che l'allora ministro dell'agricoltura Maurizio Martina aveva tiepidamente invocato anche per non dispiacere all'Alto rappresentante alla politica estera dell'Ue Federica Mogherini che con l'incondizionato supporto del Pd e dunque del gruppo socialista al'Europarlamento ha sempre usato i prodotti agricoli mediterranei – dall'olio ai pomodori passando per la frutta e appunto il riso – come merce di scambio nella diplomazia dell'assistenza con i Paesi emergenti o del Sud del mondo.
È proprio in questo quadro che rientrava l'accordo d'importazione di riso Indica (sarebbe quello che noi conosciamo come Basmati) dai Paesi del Sud-Est asiatico senza dazi. Questa importazione selvaggia ha provocato danni enormi alla risicoltura italiana che è di gran lunga la maggiore per quantità e qualità di tutta Europa, determinando un crollo dei prezzi anche del riso Japonica, quello da risotti per intenderci. che è quasi un'esclusiva italiana e una saturazione dei mercati. Il neoministro dell'agricoltura e del turismo Gian Marco Cetinaio, appena insediato, ha aperto subito il dossier riso mettendo mano a tre provvedimenti che hanno già determinato un cambio di passo del mercato interno e hanno avuto significative e positive ripercussioni su quello comunitario. I tre provvedimenti sono l'obbligo di etichettatura come riso classico per alcuni tipi di riso che devono essere corrispondenti al cento per cento alla qualità dichiarata in etichetta, l'obbligo di etichettatura biologico per i risi che davvero provengono dall'intero ciclo di produzione bio e infine la ripresa della richiesta di clausola di salvaguardia. E stavolta la richiesta è stata accettata.
L'Ue ha svolto un'indagine che è durata oltre un anno per verificare se effettivamente l'importazione senza dazio del riso birmano e cambogiano in particolare procurava danni ai risicoltori europei ed italiani in particolare e il 5 novembre scorso ha depositato le conclusioni di questa indagine che ha rilevato come effettivamente nel periodo «2012-2017 le importazioni di riso da Cambogia e Birmania sono esplose con incrementi nel periodo fino all'80% e un ingresso di circa 30.000 tonnellate all'anno senza dazio sul mercato comunitario». Inoltre questa indagine ha concluso che il riso birmano viene da un Paese che viola sistematicamente i diritti umani e quello cambogiano da un Paese dove i controlli sanitari sono insufficienti.
Dunque ha proposto ai 28 Paesi membri la revoca del regime di «preferenza commerciale europea» e proprio due giorni fa l'Ue ha fatto scattare la clausola di salvaguardia, come da richiesta dell'Italia, che era stata appoggiata anche da altri sette paesi - Francia, Spagna, Grecia, Portogallo, Ungheria, Romania e Bulgaria che sono anch'essi, sia pure con quantità minime produttori di riso - che prevede la reintroduzione dei dazi. Il ministro per l'agricoltura e il turismo Gian Marco Centinaio ha commentato a caldo: «È un risultato importante che riconosce al nostro Paese il danno economico causato dalle importazioni a dazio zero da Cambogia e Birmania e anche il grande lavoro che stiamo portando avanti a sostegno di un settore che per troppo tempo è stato penalizzato. Abbiamo perso oltre il 50% della superficie investita per la coltivazione. Non possiamo più permettercelo. Adesso basta».
Egualmente soddisfatto è il neopresidente di Coldiretti Ettore Prandini, che ha ricordato come sulla Birmania pesi anche l'accusa di aver praticato il genocidio contro la minoranza musulmana dei Rohinghya «e dunque non v'era nessuna giustificazione a questa situazione che ha determinato una gravissima crisi della risicoltura italiana». La Coldiretti due giorni fa per «festeggiare» questa vittoria diplomatico-commerciale ha anche organizzato a Roma una mostra per «raccontare la straordinaria ricchezza della biodiversità della nostra risicoltura». Che è un volano economico indispensabile per una parte importante del Paese.
Basta ricordare che l'Italia produce 1,5 milioni di tonnellate di riso, che il comparto vale oltre 1,5 miliardi di fatturato e che impiega oltre 4200 aziende agricole. Ma è un settore in profonda crisi perché i margini agricoli sono stati compressi proprio dalle importazioni massicce e selvagge. Per contrastarle i risicoltori italiani hanno espiantato il riso Japonica e impiantato quello Indica, cioè come quello che arriva dal sud est asiatico e che soprattutto nel nord Europa è il più consumato. Così siamo passati da una situazione di dieci anni fa con solo il 30% di superficie coltivata a Indica, alla situazione attuale con oltre il 60% di superficie coltivata con questo riso dal chicco allungato, ma il prezzo del risone è precipitato dai 450 euro al quintale sotto i 300 euro. Questo ha segnato l'abbandono di produzione.
Proprio per contrastare questa crisi, Centinaio ha varato l'obbligo di etichettatura del riso classico, che si accompagna a quella di «riso italiano». Si può etichettare come classico solo il riso che effettivamente appartiene a queste varietà: Carnaroli, Arborio, Baldo, Roma, Sant'Andrea, Vialone Nano e Ribe. Questo perché la legislazione precedente consentiva di utilizzare anche altre qualità di riso equivalenti. Il riso infatti è diviso in varie categorie a seconda delle dimensioni, la forma, la collosità dei chicchi e così ad esempio Carnaroli e Carnac sono nella stessa tipologia di riso e possono essere venduti miscelati, ma oggi l'etichettatura obbligatoria con la dicitura classico indica al consumatore che in quella confezione di Canaroli c'è colo ed effettivamente riso Canaroli.
Questa specificazione serve a incrementare il valore percepito dei risi e se poi il riso vuole dirsi bio bisogna che sia stato piantato e raccolto senza ausili chimici e che la coltivazione sia stata fatta in modo tradizionale. Tutto questo dovrebbe dare un nuovo slancio alla risicoltura e dovrebbe essere d'esempio anche per la cerealicoltura. Insieme al decreto sul riso classico è stato infatti confermato quello sulla pasta che deve avere il cento per cento di grano italiano se vuole dirsi tale. Questo ha portato alla riscoperta di antiche cultivar di grano duro (dalla Tumilia alla Saragolla, dall'Ariete al Simeto) ma anche allo sfatare il luogo comune secondo il quale i gran italiani, poiché meno proteici, sarebbero inadatti ala moderna pastificazione.
Non tutto il riso viene per scuocere
Il riso italiano è il migliore del mondo, ma alla sapienza dei nostri risicoltori non sempre corrisponde un'altrettanta giusta educazione al consumo. I risi sono diversi e la loro classificazione prende alcuni parametri: forma e dimensione del chicco, quantità di amido, collosità alla cottura. E per ottenere i migliori risultati in cucina ma anche per usare il riso giusto per il piatto giusto occorre imparare a conoscerlo. Ecco un breve vademecum per usare al meglio il riso. Intanto la prima differenza è tra riso japonica che è quello che noi in Italia usiamo per fare i risotti ed è il più consumato, e il riso “indica" che è quello che noi conosciamo come Basmati e che è il più usato ad esempio in tutte le preparazioni di cucina orientale (sushi a parte) ed è molto consumato nel Nord Europa. Tra i primati italiani ci sono ad esempio il riso Venere che è un brevetto italiano ottenuto dall'incrocio di un riso nero (indica) asiatico e un riso originario (japonica) a Vercelli e che adattissimo er insalate, per pilaf, per preparazioni particolari e che ha una forte componente di antociani e dunque è un riso che fa bene. Anche se per la verità tutto il riso fa bene: non contenendo glutine è il cibo preferito dai celiaci e la sua versatilità lo ha fatto diventare il nuovo alimento di moda anche se è consumato da migliaia di anni ed è il primo alimento per oltre metà della popolazione mondiale. Ma la trasformazione del riso – dalle farine alle gallette passando per i succedanei del pane – oggi alimenta un business e un'industria in piena espansione anche in Italia. Un altro vanto della risicoltura italiana sono i risi rossi, ma non quelli bianchi fermentati che pure sono ottimi che si trovano ormai in bellavista in tutti i supermercati e sono considerati quasi dei cibi probiotici (si usano per insalate, timballi, minestre) ma quelli orange che sono naturalmente colorati di rossoarancio per via del colore del loro pericarpo e sono una coltivazione quasi esclusiva italiana. Si tratta comunque di risi indica.
Un'altra parola magica che incontriamo nel riso è il cosiddetto parboiled, quello che non scuoce. Non è una varietà di riso, ma è invece un trattamento a cui il riso viene sottoposto. Semplicemente una sorta di pre-cottura. Il riso viene prima immerso in acqua a 50 gradi, poi sottoposto a getti di vapore, infine di nuovo essiccato. Questo fa si che gli amidi sula superfice del chicco si cristallizzino. In questo modo il riso non scuoce, i chicchi restano sgranati. Dal punto di vista nutrizionale non cambia nulla rispetto ad un riso naturale, cambia in cucina. Potete usarlo per piatti freddi, per timballi, per insalate, ma farci un risotto è u delitto perché non rilascia amido e dunque non si ottiene quella deliziosa cremosità del risotto.
Veniamo alla classificazione: comune, semifino, fino, superino. Questa classificazione non indica la qualità, ma le caratteristiche fisiche e di tenuta in cottura del riso. Ciò rede i vari tipi di riso più o meno adatti ad una certa preprazione. Vediamole.
Comune – È tondo con chicchi relativamente piccoli. Fanno parte di questo riso l'Originario, il Balilla l'Elio e il selenio. Sono ottimi da minestra o per preparazioni dolci come la torta di riso o le frittelle.
Semifino – Sono risi il cui chicco è leggermente più allungato e di medie dimensioni. Il re dei Semifini è il Vialone nano che ottimo da risoti anche se va benissimo in preparazioni dove la cremosità è data dal risotto all'onda piuttosto che dalla perdita di amido del riso o per risotti cl pesce. Vanno benissimo questi risi per far dei timballi e tra di essi ci sono le varietà Padano, Argo, Cripto, Lido.
Fino – Sono chicchi sia medi che lunghi, di buona cessione di amido. In questa categoria di risi troviamo tra i medi l'Europa, il Rva, il Loto, tra i lunghi il più conosciuto è il Ribe, ma ci sono anche il Sant'Andrea, l'Ariete il Cervo. Sono ottimi per preparazioni tipo pilaf o per essere serviti come succedanei del pane o della pasta da condire al momento. Sono straordinari risi da sushi.
Il Superfino – È la categoria dei grandi risi da risotto. Anche in questo caso la classificazione è divisa in due: il lungo di tipo A di cui il protagonista principale è l'Arborio il riso vercellese per eccellenza e che comprende anche il Roma, il Carnaroli il riso principe della Lomellina anche se ormai ha conquistato tutti, il Baldo e il lungo di tipo B che ha chicchi di calibro particolarmente generoso come il Thaibonnet, il Graldo, il Panda e il Pegaso. Se i tipo A sono il meglio per i risotti il tipo b sono il meglio per i supplì, per i timballi, per il sartù.
A conferma dell'eccellenza della produzione italiana vi è da dire che alcuni colossi industriali del riso come, Curti, Gallo, Scotti che è il principale operatore si stano oggi confrontando sul terreno della qualità sono stati tra i primi a raccoglierla sfida del classico. Ci sono poi degli artigiani del riso che hanno puntato altissimo nel segmento di massima valorizzazione del riso italiano. Ad esempio Riso Buono di Caslbeltrame è oggi l'azienda che ha maggiore credito tra i grandi chef europei ed è anche una delle poche che ha il ciclo chiuso in azienda: dalla piantina alla farina di riso; Acquarello, quella del riso in lattina è oggi una delle riserie che ha puntato tutto sull' innovazione basti dire che la sola a reintegrare il riso con il germe, ma anche aziende storiche come il Principato di Lucedio stanno oggi avendo importantissimi risultati sul piano della diffusione della cultura della qualità del riso. C'è infine da notare che oltre alle zone di coltivazione famose del riso come il Vercellese, l'Oltrepò, il mantovano e il veronese, oggi sono in fortissima ripresa le coltivazioni di riso nel parco del Delta del Po dove le Bonifiche Ferraresi stanno rilanciando la risicoltura con criteri modernissimi, in Maremma, in Sardegna dove si fa un ottimo Carnaroli e in Sicilia dove il riso fu il prodotto principe portato dagli arabi. E l'arancino è lì a testimoniarlo!
Si fa presto a dire spaghetti. La lotta del grano italiano
È la guerra della pasta. Che si combatte sue due fronti uno interno, l'altro mondiale. Di che si tratta? Di uno dei prodotti simbolo del made in Italy. L'Italia è al vertice mondiale e si può dire che un pacco ogni quattro di quelli consumati nel mondo è prodotto in Italia. Eppure non c'è da stare allegri perché alcuni competitor si stano facendo sotto: la Turchia in primis che in forza anche della svalutazione della lira turca si sta insinuando nei segmenti entry level del mercato mondiale. Per avere un'idea: l'Italia produce circa 3,4 milioni di tonnellate di pasta e ne vende all'estero circa 1,9 milioni di tonnellate (in Europa il 75% di pasta consumata è prodotta in Italia), la Turchia in cinque anni ha raddoppiato la propria produzione passando da 800 a 1,5 milioni di tonnellate e ne vende all'estero circa mezzo milione di tonnellate. Ma se lo scenario economico mondiale fa pensare che per la pasta non ci sarà crisi in termini di consumo (il business complessivo vale 14 miliardi di euro, il mercato a volume cresce del 2,3% l'anno), sono grossi guai per la tenuta agricola del comparto. In Italia la cerealicoltura ha perso in dieci anni quasi un milioni di ettari di coltivazione. Perché? È presto detto: il grano ha prezzi stracciati. La colpa sostengono le organizzazioni agricole è delle importazioni che arrivano dai paesi del Nord come il Canada e di grani afghani e dell'Asia centrale. Li comprano i grandi pastai e la scusa per comprarli è che i grani duri che vengono dall'estero hanno una carica proteica superiore e dunque sono migliori. Ma la verità - questa è la guerra sul fronte interno - è che i grani italiani costano di più (e sono più buoni). A far scattare la guerra è stato un provvedimento giusto assunto dall'allora ministro Maurizio Martina che ascoltando i cerealicoltori varò l'etichettatura pasta italiana al 100% indicando come in etichetta debba essere denunciata la provenienza del grano. Contro questo provvedimento si sono schierati i grandi pastai, ma le cose stanno cambiando. E il neoministro Gian Marco Centinaio sta favorendo patti di filiera e promozione di prodotto 100% italiano per rilanciare la cerealicoltura nazionale. Molte inchieste sono state condotte sul grano d'importazione e hanno dimostrato che spesso quel grano è contaminato da funghi (le micidiali aflatossine) o contaminato da glifosato uno dei più potenti erbicidi chimici, fortemente contestato. Negli Usa la Monsanto che produce il glifosato è stata condannata a pagare un risarcimento multimilionario a vantaggio di un giardiniere che si è ammalato di tumore dopo una prolungata esposizione al glifosato. E in Europa v'è stato un feroce scontro quando si è deciso - Italia contraria - di autorizzare ancora per cinque anni l'uso di questa sostanza. Dunque la forza dei fatti sta convincendo anche i grandi pastai a produrre almeno in parte pasta con grano italiano. Questo dovrebbe consentire il rilancio della cerealicoltura italiana. Anche perché abbiamo una consistente biodiversità di tricticum durum che può conferire alla pasta sfumature di gusto del tutto peculiari. Sulla scorta di queste tendenze alcune settimane fa è stato siglato un accordo (vale a regime quasi 60 miliardi) di filiera che coinvolge i pastai, i coltivatori, le associazioni agricole, i mulini e i distributori per l'affermazione totale della pasta cento per cento italiana.
Per adesso il consumatore riceve solo informazioni parziali, ma c'è da sapere che ogni regione italiana potrebbe avere la sua pasta fatta con un particolare grano duro. La differenza tra usare i grani d'importazione e i grani italiani è che quelli autoctoni pur essendo meno produttivi possono essere coltivati in biologico perché avendo spighe molto alte non consentono naturalmente la formazione e la crescita di erbe parassite nei campi. Molti di questi grani hanno maglie glutiniche meno forti e dunque hanno un minor impatto sulle intolleranze e in più i picchi glicemici dei grani italiani sono molto contenuti. Dunque sono più amici della salute. È stato sfatato anche il mito dei grani italiani meno proteici, usato dai maggiori pastai per spiegare come mai comprano grano d'importazione ben sapendo che l'Italia è comunque deficitaria in quanto a produzione di materia prima. La media dei nostri duri si colloca tra il 12% e il 14% di massa proteica in linea con i garni d'importazione. E anche la differenza di prezzo che oscilla tra i 40 centesimi e l'euro al chilo di pasta per il consumatore non è tale da scoraggiare la produzione di pasta 100% italiana.
È questo un caso in cui i pastifici artigiani hanno piegato l'industria a cambiare (almeno in parte) il proprio modo di produrre. Perché l'uso di grani d'importazione a forte maglia glutinica si giustifica soprattutto per chi vuole essiccare la pasta in tempi molto brevi, facendo di fatto vetrificare il glutine (per questo regge così tanto in cottura!). Ma chi ha lavorazioni a impasti lunghi ed essiccazioni lente ha un grande vantaggio nell'uso del grano duro italiano.
Vediamo qui una rassegna di alcune produzioni particolari.
Massimo Mancini nelle Marche ha messo in produzione una linea che si chiama di Turanici. I Turanici sono gli antenati dei grani duri. Sempre nelle Marche Carla Latini, in collaborazione con il pastificio abruzzese De Luca, sta riscoprendo alcune antiche cultivar autoctone come la Saragolla e un piccolo pastificio che si è salvato dal terremoto come la Pasta di Camerino ha messo in produzione una pasta di grano Hammurabi che è un antichissimo grano monococco la cui farina può essere solo ottenuta da macinazione a pietra. Lo stesso ha fatto Fabbri in Chianti, hanno fatto i Martelli di Lari ha fatto la Pasta Tosca che usano solo grani toscani. Ma come detto è significativo che anche grandi gruppi comincino a pastificare grani italiani. All'avanguardia c'è sicuramente il gruppo Bonifiche Ferraresi che con la pasta Le Stagioni d'Italia ha chiuso la filiera reimpiantando solo grani italiani e aumentando il reddito dell'impresa. La Barilla si è concentrata con Voiello sulla produzione da grano Aureo, la Granoro è stata la prima a fare pasta con grano solo italiano, la pasta Chigi è oggi la pasta emblema di questo settore, Felicetti produce con i monograni, Armando ha inaugurato una linea tutta italiana, Cavallieri ha grano pugliese, Setaro e altri di Gragnano come Liguori, Città della Pasta e Gentili si stanno lanciando sul 100% italiano. Ed è significativo che anche alcune private label ormai preferiscano i grani nostrani.
Le varietà? Tantissime. Dalla Timilia, al Russello, dalla Saragolla al Khorasan italiano, dal Pisano all'Aureo, dall'Ariete ai Turanici per avere paste che hanno sfumature dal cacao al salato, ma tutte fatte con i grani di casa nostra. Senza dimenticare il grano Senatore Cappelli, il monumento al genio di Nazzareno Strampelli, l'uomo del grano che ibridando oltre 400 varietà aveva un solo obbiettivo: produrre il meglio per sfamare i contadini. E ora sembra che con la pasta 100% italiana forse quel sogno possa diventare di nuovo realtà. E avremo tra un po' nuovi campi biondi di spighe. Perché lo spaghetto se non è italiano che spaghetto è?
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L'Italia, primo produttore del continente, ottiene di nuovo i dazi sui cereali coltivati in Birmania e Cambogia. L'Europa ha fatto scattare la clausola di salvaguardia chiesta a gran voce da Coldiretti e osteggiata dal Pd. Il riso italiano è il migliore del mondo, ma alla sapienza dei nostri risicoltori non sempre corrisponde un'altrettanta giusta educazione al consumo. Ecco un vademecum per ottenere i migliori risultati in cucina. La pasta rappresenta uno dei prodotti simbolo del made in Italy. Un pacco ogni quattro di quelli consumati nel mondo è prodotto nel nostro Paese. Eppure non c'è da star tranquilli perché alcuni competitor si stano facendo sotto. Lo speciale contiene tre articoli.Per una volta l'Europa ha ascoltato l'Italia e di fronte all'evidenza dei fatti si è arresa. Stop all'importazione selvaggia, e senza dazi, del riso dalla Cambogia, dalla Birmania e dal Vietnam. È scattata la clausola di salvaguardia che le organizzazioni dei risicoltori italiani, Coldiretti in testa, avevano chiesto a gran voce da almeno tre anni, che l'allora ministro dell'agricoltura Maurizio Martina aveva tiepidamente invocato anche per non dispiacere all'Alto rappresentante alla politica estera dell'Ue Federica Mogherini che con l'incondizionato supporto del Pd e dunque del gruppo socialista al'Europarlamento ha sempre usato i prodotti agricoli mediterranei – dall'olio ai pomodori passando per la frutta e appunto il riso – come merce di scambio nella diplomazia dell'assistenza con i Paesi emergenti o del Sud del mondo.È proprio in questo quadro che rientrava l'accordo d'importazione di riso Indica (sarebbe quello che noi conosciamo come Basmati) dai Paesi del Sud-Est asiatico senza dazi. Questa importazione selvaggia ha provocato danni enormi alla risicoltura italiana che è di gran lunga la maggiore per quantità e qualità di tutta Europa, determinando un crollo dei prezzi anche del riso Japonica, quello da risotti per intenderci. che è quasi un'esclusiva italiana e una saturazione dei mercati. Il neoministro dell'agricoltura e del turismo Gian Marco Cetinaio, appena insediato, ha aperto subito il dossier riso mettendo mano a tre provvedimenti che hanno già determinato un cambio di passo del mercato interno e hanno avuto significative e positive ripercussioni su quello comunitario. I tre provvedimenti sono l'obbligo di etichettatura come riso classico per alcuni tipi di riso che devono essere corrispondenti al cento per cento alla qualità dichiarata in etichetta, l'obbligo di etichettatura biologico per i risi che davvero provengono dall'intero ciclo di produzione bio e infine la ripresa della richiesta di clausola di salvaguardia. E stavolta la richiesta è stata accettata.L'Ue ha svolto un'indagine che è durata oltre un anno per verificare se effettivamente l'importazione senza dazio del riso birmano e cambogiano in particolare procurava danni ai risicoltori europei ed italiani in particolare e il 5 novembre scorso ha depositato le conclusioni di questa indagine che ha rilevato come effettivamente nel periodo «2012-2017 le importazioni di riso da Cambogia e Birmania sono esplose con incrementi nel periodo fino all'80% e un ingresso di circa 30.000 tonnellate all'anno senza dazio sul mercato comunitario». Inoltre questa indagine ha concluso che il riso birmano viene da un Paese che viola sistematicamente i diritti umani e quello cambogiano da un Paese dove i controlli sanitari sono insufficienti.Dunque ha proposto ai 28 Paesi membri la revoca del regime di «preferenza commerciale europea» e proprio due giorni fa l'Ue ha fatto scattare la clausola di salvaguardia, come da richiesta dell'Italia, che era stata appoggiata anche da altri sette paesi - Francia, Spagna, Grecia, Portogallo, Ungheria, Romania e Bulgaria che sono anch'essi, sia pure con quantità minime produttori di riso - che prevede la reintroduzione dei dazi. Il ministro per l'agricoltura e il turismo Gian Marco Centinaio ha commentato a caldo: «È un risultato importante che riconosce al nostro Paese il danno economico causato dalle importazioni a dazio zero da Cambogia e Birmania e anche il grande lavoro che stiamo portando avanti a sostegno di un settore che per troppo tempo è stato penalizzato. Abbiamo perso oltre il 50% della superficie investita per la coltivazione. Non possiamo più permettercelo. Adesso basta».Egualmente soddisfatto è il neopresidente di Coldiretti Ettore Prandini, che ha ricordato come sulla Birmania pesi anche l'accusa di aver praticato il genocidio contro la minoranza musulmana dei Rohinghya «e dunque non v'era nessuna giustificazione a questa situazione che ha determinato una gravissima crisi della risicoltura italiana». La Coldiretti due giorni fa per «festeggiare» questa vittoria diplomatico-commerciale ha anche organizzato a Roma una mostra per «raccontare la straordinaria ricchezza della biodiversità della nostra risicoltura». Che è un volano economico indispensabile per una parte importante del Paese.Basta ricordare che l'Italia produce 1,5 milioni di tonnellate di riso, che il comparto vale oltre 1,5 miliardi di fatturato e che impiega oltre 4200 aziende agricole. Ma è un settore in profonda crisi perché i margini agricoli sono stati compressi proprio dalle importazioni massicce e selvagge. Per contrastarle i risicoltori italiani hanno espiantato il riso Japonica e impiantato quello Indica, cioè come quello che arriva dal sud est asiatico e che soprattutto nel nord Europa è il più consumato. Così siamo passati da una situazione di dieci anni fa con solo il 30% di superficie coltivata a Indica, alla situazione attuale con oltre il 60% di superficie coltivata con questo riso dal chicco allungato, ma il prezzo del risone è precipitato dai 450 euro al quintale sotto i 300 euro. Questo ha segnato l'abbandono di produzione.Proprio per contrastare questa crisi, Centinaio ha varato l'obbligo di etichettatura del riso classico, che si accompagna a quella di «riso italiano». Si può etichettare come classico solo il riso che effettivamente appartiene a queste varietà: Carnaroli, Arborio, Baldo, Roma, Sant'Andrea, Vialone Nano e Ribe. Questo perché la legislazione precedente consentiva di utilizzare anche altre qualità di riso equivalenti. Il riso infatti è diviso in varie categorie a seconda delle dimensioni, la forma, la collosità dei chicchi e così ad esempio Carnaroli e Carnac sono nella stessa tipologia di riso e possono essere venduti miscelati, ma oggi l'etichettatura obbligatoria con la dicitura classico indica al consumatore che in quella confezione di Canaroli c'è colo ed effettivamente riso Canaroli.Questa specificazione serve a incrementare il valore percepito dei risi e se poi il riso vuole dirsi bio bisogna che sia stato piantato e raccolto senza ausili chimici e che la coltivazione sia stata fatta in modo tradizionale. Tutto questo dovrebbe dare un nuovo slancio alla risicoltura e dovrebbe essere d'esempio anche per la cerealicoltura. Insieme al decreto sul riso classico è stato infatti confermato quello sulla pasta che deve avere il cento per cento di grano italiano se vuole dirsi tale. Questo ha portato alla riscoperta di antiche cultivar di grano duro (dalla Tumilia alla Saragolla, dall'Ariete al Simeto) ma anche allo sfatare il luogo comune secondo il quale i gran italiani, poiché meno proteici, sarebbero inadatti ala moderna pastificazione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/non-tutto-il-riso-viene-per-scuocere-2622379065.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="non-tutto-il-riso-viene-per-scuocere" data-post-id="2622379065" data-published-at="1781256505" data-use-pagination="False"> Non tutto il riso viene per scuocere Il riso italiano è il migliore del mondo, ma alla sapienza dei nostri risicoltori non sempre corrisponde un'altrettanta giusta educazione al consumo. I risi sono diversi e la loro classificazione prende alcuni parametri: forma e dimensione del chicco, quantità di amido, collosità alla cottura. E per ottenere i migliori risultati in cucina ma anche per usare il riso giusto per il piatto giusto occorre imparare a conoscerlo. Ecco un breve vademecum per usare al meglio il riso. Intanto la prima differenza è tra riso japonica che è quello che noi in Italia usiamo per fare i risotti ed è il più consumato, e il riso “indica" che è quello che noi conosciamo come Basmati e che è il più usato ad esempio in tutte le preparazioni di cucina orientale (sushi a parte) ed è molto consumato nel Nord Europa. Tra i primati italiani ci sono ad esempio il riso Venere che è un brevetto italiano ottenuto dall'incrocio di un riso nero (indica) asiatico e un riso originario (japonica) a Vercelli e che adattissimo er insalate, per pilaf, per preparazioni particolari e che ha una forte componente di antociani e dunque è un riso che fa bene. Anche se per la verità tutto il riso fa bene: non contenendo glutine è il cibo preferito dai celiaci e la sua versatilità lo ha fatto diventare il nuovo alimento di moda anche se è consumato da migliaia di anni ed è il primo alimento per oltre metà della popolazione mondiale. Ma la trasformazione del riso – dalle farine alle gallette passando per i succedanei del pane – oggi alimenta un business e un'industria in piena espansione anche in Italia. Un altro vanto della risicoltura italiana sono i risi rossi, ma non quelli bianchi fermentati che pure sono ottimi che si trovano ormai in bellavista in tutti i supermercati e sono considerati quasi dei cibi probiotici (si usano per insalate, timballi, minestre) ma quelli orange che sono naturalmente colorati di rossoarancio per via del colore del loro pericarpo e sono una coltivazione quasi esclusiva italiana. Si tratta comunque di risi indica. Un'altra parola magica che incontriamo nel riso è il cosiddetto parboiled, quello che non scuoce. Non è una varietà di riso, ma è invece un trattamento a cui il riso viene sottoposto. Semplicemente una sorta di pre-cottura. Il riso viene prima immerso in acqua a 50 gradi, poi sottoposto a getti di vapore, infine di nuovo essiccato. Questo fa si che gli amidi sula superfice del chicco si cristallizzino. In questo modo il riso non scuoce, i chicchi restano sgranati. Dal punto di vista nutrizionale non cambia nulla rispetto ad un riso naturale, cambia in cucina. Potete usarlo per piatti freddi, per timballi, per insalate, ma farci un risotto è u delitto perché non rilascia amido e dunque non si ottiene quella deliziosa cremosità del risotto. Veniamo alla classificazione: comune, semifino, fino, superino. Questa classificazione non indica la qualità, ma le caratteristiche fisiche e di tenuta in cottura del riso. Ciò rede i vari tipi di riso più o meno adatti ad una certa preprazione. Vediamole. Comune – È tondo con chicchi relativamente piccoli. Fanno parte di questo riso l'Originario, il Balilla l'Elio e il selenio. Sono ottimi da minestra o per preparazioni dolci come la torta di riso o le frittelle. Semifino – Sono risi il cui chicco è leggermente più allungato e di medie dimensioni. Il re dei Semifini è il Vialone nano che ottimo da risoti anche se va benissimo in preparazioni dove la cremosità è data dal risotto all'onda piuttosto che dalla perdita di amido del riso o per risotti cl pesce. Vanno benissimo questi risi per far dei timballi e tra di essi ci sono le varietà Padano, Argo, Cripto, Lido. Fino – Sono chicchi sia medi che lunghi, di buona cessione di amido. In questa categoria di risi troviamo tra i medi l'Europa, il Rva, il Loto, tra i lunghi il più conosciuto è il Ribe, ma ci sono anche il Sant'Andrea, l'Ariete il Cervo. Sono ottimi per preparazioni tipo pilaf o per essere serviti come succedanei del pane o della pasta da condire al momento. Sono straordinari risi da sushi. Il Superfino – È la categoria dei grandi risi da risotto. Anche in questo caso la classificazione è divisa in due: il lungo di tipo A di cui il protagonista principale è l'Arborio il riso vercellese per eccellenza e che comprende anche il Roma, il Carnaroli il riso principe della Lomellina anche se ormai ha conquistato tutti, il Baldo e il lungo di tipo B che ha chicchi di calibro particolarmente generoso come il Thaibonnet, il Graldo, il Panda e il Pegaso. Se i tipo A sono il meglio per i risotti il tipo b sono il meglio per i supplì, per i timballi, per il sartù. A conferma dell'eccellenza della produzione italiana vi è da dire che alcuni colossi industriali del riso come, Curti, Gallo, Scotti che è il principale operatore si stano oggi confrontando sul terreno della qualità sono stati tra i primi a raccoglierla sfida del classico. Ci sono poi degli artigiani del riso che hanno puntato altissimo nel segmento di massima valorizzazione del riso italiano. Ad esempio Riso Buono di Caslbeltrame è oggi l'azienda che ha maggiore credito tra i grandi chef europei ed è anche una delle poche che ha il ciclo chiuso in azienda: dalla piantina alla farina di riso; Acquarello, quella del riso in lattina è oggi una delle riserie che ha puntato tutto sull' innovazione basti dire che la sola a reintegrare il riso con il germe, ma anche aziende storiche come il Principato di Lucedio stanno oggi avendo importantissimi risultati sul piano della diffusione della cultura della qualità del riso. C'è infine da notare che oltre alle zone di coltivazione famose del riso come il Vercellese, l'Oltrepò, il mantovano e il veronese, oggi sono in fortissima ripresa le coltivazioni di riso nel parco del Delta del Po dove le Bonifiche Ferraresi stanno rilanciando la risicoltura con criteri modernissimi, in Maremma, in Sardegna dove si fa un ottimo Carnaroli e in Sicilia dove il riso fu il prodotto principe portato dagli arabi. E l'arancino è lì a testimoniarlo! <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/non-tutto-il-riso-viene-per-scuocere-2622379065.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="si-fa-presto-a-dire-spaghetti-la-lotta-del-grano-italiano" data-post-id="2622379065" data-published-at="1781256505" data-use-pagination="False"> Si fa presto a dire spaghetti. La lotta del grano italiano È la guerra della pasta. Che si combatte sue due fronti uno interno, l'altro mondiale. Di che si tratta? Di uno dei prodotti simbolo del made in Italy. L'Italia è al vertice mondiale e si può dire che un pacco ogni quattro di quelli consumati nel mondo è prodotto in Italia. Eppure non c'è da stare allegri perché alcuni competitor si stano facendo sotto: la Turchia in primis che in forza anche della svalutazione della lira turca si sta insinuando nei segmenti entry level del mercato mondiale. Per avere un'idea: l'Italia produce circa 3,4 milioni di tonnellate di pasta e ne vende all'estero circa 1,9 milioni di tonnellate (in Europa il 75% di pasta consumata è prodotta in Italia), la Turchia in cinque anni ha raddoppiato la propria produzione passando da 800 a 1,5 milioni di tonnellate e ne vende all'estero circa mezzo milione di tonnellate. Ma se lo scenario economico mondiale fa pensare che per la pasta non ci sarà crisi in termini di consumo (il business complessivo vale 14 miliardi di euro, il mercato a volume cresce del 2,3% l'anno), sono grossi guai per la tenuta agricola del comparto. In Italia la cerealicoltura ha perso in dieci anni quasi un milioni di ettari di coltivazione. Perché? È presto detto: il grano ha prezzi stracciati. La colpa sostengono le organizzazioni agricole è delle importazioni che arrivano dai paesi del Nord come il Canada e di grani afghani e dell'Asia centrale. Li comprano i grandi pastai e la scusa per comprarli è che i grani duri che vengono dall'estero hanno una carica proteica superiore e dunque sono migliori. Ma la verità - questa è la guerra sul fronte interno - è che i grani italiani costano di più (e sono più buoni). A far scattare la guerra è stato un provvedimento giusto assunto dall'allora ministro Maurizio Martina che ascoltando i cerealicoltori varò l'etichettatura pasta italiana al 100% indicando come in etichetta debba essere denunciata la provenienza del grano. Contro questo provvedimento si sono schierati i grandi pastai, ma le cose stanno cambiando. E il neoministro Gian Marco Centinaio sta favorendo patti di filiera e promozione di prodotto 100% italiano per rilanciare la cerealicoltura nazionale. Molte inchieste sono state condotte sul grano d'importazione e hanno dimostrato che spesso quel grano è contaminato da funghi (le micidiali aflatossine) o contaminato da glifosato uno dei più potenti erbicidi chimici, fortemente contestato. Negli Usa la Monsanto che produce il glifosato è stata condannata a pagare un risarcimento multimilionario a vantaggio di un giardiniere che si è ammalato di tumore dopo una prolungata esposizione al glifosato. E in Europa v'è stato un feroce scontro quando si è deciso - Italia contraria - di autorizzare ancora per cinque anni l'uso di questa sostanza. Dunque la forza dei fatti sta convincendo anche i grandi pastai a produrre almeno in parte pasta con grano italiano. Questo dovrebbe consentire il rilancio della cerealicoltura italiana. Anche perché abbiamo una consistente biodiversità di tricticum durum che può conferire alla pasta sfumature di gusto del tutto peculiari. Sulla scorta di queste tendenze alcune settimane fa è stato siglato un accordo (vale a regime quasi 60 miliardi) di filiera che coinvolge i pastai, i coltivatori, le associazioni agricole, i mulini e i distributori per l'affermazione totale della pasta cento per cento italiana. Per adesso il consumatore riceve solo informazioni parziali, ma c'è da sapere che ogni regione italiana potrebbe avere la sua pasta fatta con un particolare grano duro. La differenza tra usare i grani d'importazione e i grani italiani è che quelli autoctoni pur essendo meno produttivi possono essere coltivati in biologico perché avendo spighe molto alte non consentono naturalmente la formazione e la crescita di erbe parassite nei campi. Molti di questi grani hanno maglie glutiniche meno forti e dunque hanno un minor impatto sulle intolleranze e in più i picchi glicemici dei grani italiani sono molto contenuti. Dunque sono più amici della salute. È stato sfatato anche il mito dei grani italiani meno proteici, usato dai maggiori pastai per spiegare come mai comprano grano d'importazione ben sapendo che l'Italia è comunque deficitaria in quanto a produzione di materia prima. La media dei nostri duri si colloca tra il 12% e il 14% di massa proteica in linea con i garni d'importazione. E anche la differenza di prezzo che oscilla tra i 40 centesimi e l'euro al chilo di pasta per il consumatore non è tale da scoraggiare la produzione di pasta 100% italiana. È questo un caso in cui i pastifici artigiani hanno piegato l'industria a cambiare (almeno in parte) il proprio modo di produrre. Perché l'uso di grani d'importazione a forte maglia glutinica si giustifica soprattutto per chi vuole essiccare la pasta in tempi molto brevi, facendo di fatto vetrificare il glutine (per questo regge così tanto in cottura!). Ma chi ha lavorazioni a impasti lunghi ed essiccazioni lente ha un grande vantaggio nell'uso del grano duro italiano. Vediamo qui una rassegna di alcune produzioni particolari. Massimo Mancini nelle Marche ha messo in produzione una linea che si chiama di Turanici. I Turanici sono gli antenati dei grani duri. Sempre nelle Marche Carla Latini, in collaborazione con il pastificio abruzzese De Luca, sta riscoprendo alcune antiche cultivar autoctone come la Saragolla e un piccolo pastificio che si è salvato dal terremoto come la Pasta di Camerino ha messo in produzione una pasta di grano Hammurabi che è un antichissimo grano monococco la cui farina può essere solo ottenuta da macinazione a pietra. Lo stesso ha fatto Fabbri in Chianti, hanno fatto i Martelli di Lari ha fatto la Pasta Tosca che usano solo grani toscani. Ma come detto è significativo che anche grandi gruppi comincino a pastificare grani italiani. All'avanguardia c'è sicuramente il gruppo Bonifiche Ferraresi che con la pasta Le Stagioni d'Italia ha chiuso la filiera reimpiantando solo grani italiani e aumentando il reddito dell'impresa. La Barilla si è concentrata con Voiello sulla produzione da grano Aureo, la Granoro è stata la prima a fare pasta con grano solo italiano, la pasta Chigi è oggi la pasta emblema di questo settore, Felicetti produce con i monograni, Armando ha inaugurato una linea tutta italiana, Cavallieri ha grano pugliese, Setaro e altri di Gragnano come Liguori, Città della Pasta e Gentili si stanno lanciando sul 100% italiano. Ed è significativo che anche alcune private label ormai preferiscano i grani nostrani. Le varietà? Tantissime. Dalla Timilia, al Russello, dalla Saragolla al Khorasan italiano, dal Pisano all'Aureo, dall'Ariete ai Turanici per avere paste che hanno sfumature dal cacao al salato, ma tutte fatte con i grani di casa nostra. Senza dimenticare il grano Senatore Cappelli, il monumento al genio di Nazzareno Strampelli, l'uomo del grano che ibridando oltre 400 varietà aveva un solo obbiettivo: produrre il meglio per sfamare i contadini. E ora sembra che con la pasta 100% italiana forse quel sogno possa diventare di nuovo realtà. E avremo tra un po' nuovi campi biondi di spighe. Perché lo spaghetto se non è italiano che spaghetto è?
Volodymyr Zelensky (Ansa)
Poiché il nodo della difesa aerea è fra i più importanti, l’Unione europea ha aperto al finanziamento dell’acquisto di missili antiaerei e antimissile americani Patriot, stando al portavoce della Commissione europea, Balazs Ujvari: «Se c’è interesse per attrezzature che vanno oltre i droni, siano sistemi antimissile o da difesa aerea, è una possibilità da mettere sul tavolo». A monte, i ripetuti appelli del presidente Volodymir Zelensky per aiuti in difesa aerea.
Fa pensare che, dopo i 6 miliardi di euro per i droni, l’Ue si prepari a pagare nuovi costosi Patriot, sebbene scarsi essendo dirottati nel Golfo Persico per contrastare i missili iraniani. Ma Kiev guarda anche a missili europei, come l’Aster 30 di fabbricazione franco-italiana, coprodotto da industrie fra cui Mbda e la nostra Avio. Un missile con raggio d’azione di 120 km e quota massima di 22 km, imbarcato anche su navi della Marina italiana.
Ne hanno parlato ieri il ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov e la ministra francese delle Forze armate, Catherine Vautrin. L’Ucraina, dalla notte all’alba, ha affrontato incursioni di 221 droni e due missili balistici Iskander lanciati dai russi. La difesa avrebbe «abbattuto 195 droni», ma molti dei velivoli telecomandati russi non erano Shahed d’attacco, ma tipi usati come esca, dunque per distrarre le difese, come Parodia e Italmas. Inoltre non sono stati intercettati i missili Iskander, che essendo balistici ipersonici sono ardui da fermare. Fra i bersagli, un deposito di locomotive nella regione di Sumy, dove il bombardamento ha ucciso una ferroviera e ha ferito quattro suoi colleghi. I russi affermano di aver conquistato due villaggi, Okhrimivka, nella regione di Kharkiv, e Rozkishne, in quella del Donetsk già per la maggior parte annessa alla Russia. Il sito di mappatura ucraino Deep State non ha finora confermato queste avanzate russe ed è difficile discriminare fra la vera occupazione integrale di un territorio e l’infiltrazione di avanguardie.
L’Ucraina ha colpito con droni l’ennesima raffineria russa, ad Afipsky, dove è scoppiato un incendio. Altri droni hanno ucciso due persone nella parte occupata dai russi della regione di Zaporizhzhia. Altro obiettivo è stato un convoglio di 50 camion militari russi carichi di carburante e munizioni ad Armyansk, in Crimea, dove le forze di Mosca hanno gettato ponti galleggianti. Kiev ha celebrato ieri per la prima volta una festa istituita da Zelensky, la Giornata delle Forze dei Sistemi a pilotaggio remoto. Per l’occasione il presidente ucraino ha affermato che «il 90% delle perdite russe sul campo di battaglia è dovuto ai droni».
E secondo il comandante della Forza droni ucraina, Robert Brovdi, detto «Madyar» («magiaro») perché d’origine ungherese, «dall’inizio del 2026 la forza droni ha ucciso 50.900 militari russi e colpito 176.500 obbiettivi». Brovdi ha spiegato alla Reuters che si sta bombardando l’autostrada Novorossiya per isolare la Crimea dalla Russia: «La campagna ha ridotto di due terzi, nell’ultimo mese, il traffico sull’autostrada Novorossiya, via di rifornimento russa che traversa l’Ucraina meridionale occupata fino alla Crimea. Entro un mese, l’Ucraina avrà il controllo della strada. Isoleremo la Crimea. Colpire i veicoli è facile come sparare alle pernici in un campo aperto». Se i droni sono l’ultimo grido, i vecchi razzi Grad di origine sovietica vengono ancora usati dai soldati di Zelensky, come ieri sul villaggio russo di Belaya Berezka, nella regione di Bryansk, dove è stato ucciso un civile. Installazioni della Marina Russa a Sebastopoli sono stati invece colpiti con missili Neptune di fabbricazione ucraina.
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Donald Trump (Ansa)
Nelle prime ore di giovedì, le forze armate americane hanno lanciato una nuova ondata di bombardamenti contro obiettivi militari iraniani, la seconda nel giro di 48 ore, alimentando il timore che la guerra a bassa intensità che da mesi coinvolge Washington, Teheran e Israele possa trasformarsi in un conflitto regionale aperto. Secondo il Comando centrale statunitense (Centcom), l’operazione è iniziata poco dopo la mezzanotte, ora di Teheran, e si è conclusa circa quattro ore più tardi. Nel mirino sono finiti sistemi radar, reti di comunicazione militare e batterie di difesa aerea distribuite in diverse aree del Paese. Washington ha definito l’azione una misura di autodifesa e una risposta diretta alle attività ostili attribuite alla Repubblica islamica.
Le esplosioni sono state segnalate soprattutto nelle province meridionali iraniane, nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz. Trump ha successivamente rivelato che gli Stati Uniti hanno impiegato 49 missili Tomahawk contro infrastrutture militari iraniane, alcune situate a circa 65 chilometri da Teheran. Per il Wall Street Journal, Washington avrebbe comunicato a Teheran, attraverso la mediazione del Qatar, che l’operazione rappresenta una risposta limitata e non l’inizio di una guerra su vasta scala. Trump, tuttavia, ha ulteriormente alzato il livello dello scontro. In un’intervista a Fox News ha sostenuto che l’Iran sarebbe ormai privo di reali capacità difensive e che gli Usa potrebbero, se lo volessero, «conquistare l’intero Paese». Ancora più pesante il messaggio pubblicato su Truth. «Stanotte gli Stati Uniti colpiranno l’Iran con la massima durezza», ha scritto Trump, minacciando anche di assumere il controllo di infrastrutture energetiche strategiche. Nel messaggio ha indicato esplicitamente l’isola di Kharg, principale terminal petrolifero dell’Iran e snodo essenziale per le esportazioni di greggio. «Questa notte prenderemo l’isola», ha affermato.
Teheran ha reagito respingendo le dichiarazioni americane e negando l’esistenza di nuovi negoziati con Washington. Un duro avvertimento è arrivato da Mohammad Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, che ha affermato che «eventuali decisioni impulsive» da parte degli Stati Uniti rischierebbero di destabilizzare ulteriormente la regione, colpire i mercati energetici globali e trascinare Washington in una crisi prolungata. «Vedrete un Iran diverso», ha dichiarato. Le Guardie rivoluzionarie hanno annunciato la chiusura completa dello Stretto di Hormuz, mentre l’Autorità dello Stretto del Golfo Persico ha confermato il blocco «fino a nuovo avviso», invitando tutte le navi autorizzate al transito ad attendere nuove istruzioni. Il Centcom ha invece ribadito che l’Iran non controlla il passaggio marittimo strategico e che le rotte restano accessibili alle imbarcazioni che rispettano le sanzioni statunitensi contro Teheran. Il comandante delle forze aerospaziali dei Pasdaran, il generale Seyed Majid Mousavi, ha minacciato direttamente Washington. «Faremo di questa regione un inferno per voi», ha dichiarato, mentre la Marina delle Guardie rivoluzionarie ha avvertito che qualsiasi imbarcazione si avvicinerà allo Stretto potrà «essere sottoposta a misure decisive». Le autorità iraniane hanno inoltre ampliato la lista dei bersagli in caso di nuove escalation, includendo interessi economici riconducibili a Elon Musk in Medio Oriente.
Poi in serata è arrivata l’ennesima svolta inattesa. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato di aver sospeso gli attacchi contro l’Iran e che il regime di Teheran avrebbe accettato un accordo per porre fine alla guerra. «Considerato che le discussioni con la Repubblica islamica dell’Iran sono state portate ai massimi livelli della leadership iraniana e approvate, io, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, ho annullato gli attacchi e i bombardamenti programmati contro l’Iran per questa sera. Le discussioni e i punti finali sono stati approvati, sia a livello concettuale che nei dettagli, da tutte le parti coinvolte, inclusi Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Pakistan, Bahrein, Kuwait, Giordania, Egitto e altri. Il blocco navale rimarrà in vigore fino al completamento di questa transazione: data e luogo della firma saranno annunciati a breve», ha scritto Trump su Truth. Non solo, secondo Axios, Qatar e Teheran avrebbero già un testo comune. Si attenderebbe l’ok di Khamenei (e degli Usa).
Sul fronte israeliano, il premier Benjamin Netanyahu ha convocato una riunione straordinaria con i principali ministri e i responsabili della sicurezza. Il leader israeliano ha dichiarato che le forze armate stanno «colpendo duramente Hezbollah» e che «centinaia di terroristi vengono eliminati ogni settimana». Nel frattempo, l’Idf ha annunciato di aver assunto il controllo operativo dell’area a Nord del fiume Saluki, nel Libano meridionale. Secondo l’esercito israeliano, nel corso dell’operazione sono stati eliminati miliziani di Hezbollah e smantellate infrastrutture utilizzate dal movimento sciita filo-iraniano. L’operazione conferma l’intensificazione delle attività militari israeliane lungo il fronte settentrionale e il tentativo di creare una fascia di sicurezza contro le minacce provenienti dal Libano.
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Andrea Bocelli e EJAE si esibiscono alla cerimonia di apertura dei Mondiali 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Il Messico apre il Mondiale 2026 superando 2-0 il Sudafrica nello stadio che ha ospitato la «partita del secolo» e le magie di Maradona. Dalla cerimonia con Shakira e Bocelli alle proteste per i desaparecidos, fino al primo annuncio Var della storia del torneo e alle tre espulsioni. Nella notte la Corea del Sud rimonta e batte 2-1 la Repubblica Ceca. Stasera Canada-Bosnia e Usa-Paraguay.
Il Mondiale 2026 è ufficialmente cominciato e lo ha fatto nel segno del Messico. Davanti agli oltre 80.000 spettatori dello stadio Azteca El Tricolor ha battuto 2-0 nella gara d'esordio il Sudafrica e ha conquistato i primi tre punti del Gruppo A. Una partita inaugurale che è già passata alla storia per il primo annuncio Var della storia dei Mondiali, diventato virale per l'incertezza linguistica dell'arbitro brasiliano Wilton Sampaio, il record di tre espulsioni e per l'Azteca diventato il primo stadio ad aver ospitato tre gare d’apertura della Coppa del Mondo.
Per inaugurare il primo Mondiale a 48 squadre non poteva esserci, infatti, scenario più adatto dello stadio Azteca. Uno degli impianti più iconici del calcio mondiale dove la Coppa del Mondo è tornata quarant'anni dopo l'ultima volta. Era già accaduto nel 1970 e nel 1986; con questa edizione l'Azteca diventa il primo stadio della storia ad aver ospitato tre partite inaugurali del torneo. Un dettaglio statistico che racconta bene il valore simbolico di questo luogo per intere generazioni di appassionati.
L'Azteca, infatti, è molto più di un semplice stadio. Qui il 17 giugno 1970 andò in scena quella che è passata alla storia come la «partita del secolo», il 4-3 con cui l'Italia di Ferruccio Valcareggi eliminò la Germania Ovest conquistando la finale mondiale. Pochi giorni dopo, sempre su questo prato, Pelé segnò di testa nella finale contro gli azzurri, sovrastando un gigante come Tarcisio Burgnich nel gol che aprì il successo del Brasile. Ma è soprattutto il Mondiale del 1986 ad aver consegnato definitivamente l'Azteca alla leggenda. Nei quarti di finale tra Argentina e Inghilterra, Diego Armando Maradona realizzò nel giro di quattro minuti due reti destinate a entrare nella storia per motivi opposti: la prima, segnata con la mano e poi ribattezzata Mano de Dios; la seconda, frutto di una straordinaria azione personale iniziata nella propria metà campo e conclusa dopo aver superato mezza squadra inglese, passata agli annali come il «gol del secolo». In quello stesso Mondiale e sempre all'Azteca, nell'ottavo di finale tra Messico e Bulgaria, il gol dei padroni di casa segnato in sforbiciata da Manuel Negrete fece registrare il boato più potente del pubblico mai ascoltato in uno stadio. Insomma, a queste altitudini - all'Estadio Azteca si gioca a 2.240 metri sopra il livello del mare - si respira storia del calcio a pieni polmoni. Una storia che il popolo messicano custodisce orgogliosamente e che, prima ancora del fischio d'inizio, è stata celebrata attraverso una cerimonia inaugurale pensata per raccontare al mondo l'identità e la tradizione del Paese ospitante.
La cerimonia di apertura della Coppa del Mondo Fifa 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Un gigantesco pallone dorato, poi diventato una Coppa del Mondo al centro del campo, ha accompagnato uno spettacolo costruito attorno alla cultura messicana e alla celebrazione del torneo. Ad aprire la serata sono stati i Manà, seguiti da J Balvin e da altri artisti latinoamericani. Il boato più forte è stato però riservato a Shakira, tornata protagonista di un Mondiale sedici anni dopo il successo di Waka Waka, questa volta con Dai Dai, interpretata insieme a Burna Boy. A chiudere la cerimonia ci hanno pensato Andrea Bocelli ed EJAE con Dna (More Than A Game), mentre sul terreno di gioco sfilavano le bandiere delle 48 nazionali partecipanti. L'apertura ufficiale della competizione è stata affidata al presidente della Fifa, Gianni Infantino, accompagnato dall'attrice messicana Salma Hayek. Fuori dall'impianto, intanto, alcuni manifestanti hanno protestato per chiedere giustizia per i desaparecidos, dando vita a momenti di tensione con le forze dell'ordine nei pressi dello stadio.
Poi finalmente palla al campo, dove il Messico ha confermato i favori del pronostico, sbloccando il risultato appena dopo 9' grazie a Julián Quiñones, capocannoniere dell'ultima Saudi Pro League con 33 gol. El Tricolor, sfruttando anche la superiorità numerica causata dall'espulsione di Sithole a inizio ripresa, ha continuato a spingere trovando il raddoppio con un colpo di testa di Raúl Jiménez, al 47° centro in nazionale, secondo miglior marcatore nella storia messicana alle spalle del solo Chicharito Hernández. Il finale è stato caratterizzato da altri due cartellini rossi: quello diretto a Zwane, dopo la revisione al Var, e quello mostrato nel recupero al messicano Montes. Un record per una partita inaugurale di un Mondiale. Proprio l'espulsione del sudafricano Zwane ha dato vita a uno degli episodi più curiosi della serata. Chiamato a comunicare la decisione al pubblico attraverso il nuovo sistema di annunci arbitrali introdotto dalla Fifa, il brasiliano Wilton Sampaio si è inceppato nell'inglese prima di riuscire a spiegare il provvedimento disciplinare. Le immagini dei giocatori sudafricani intenti a cercare di interpretare le sue parole hanno fatto rapidamente il giro del web, trasformando il primo annuncio Var della storia dei Mondiali in un inatteso momento virale.
Themba Zwane del Sudafrica viene espulso dall'arbitro Wilton Sampaio (Getty Images)
Nell'altra partita del Gruppo A, disputata nella notte italiana a Guadalajara, la Corea del Sud ha superato 2-1 in rimonta la Repubblica Ceca, agganciando così il Messico in testa alla classifica del girone. Dopo un primo tempo senza reti, sono stati i cechi a passare in vantaggio al 58' con Ladislav Krejci. La reazione asiatica, però, è stata immediata: In-Beom Hwang ha ristabilito la parità al 67'. Dieci minuti più tardi Tomas Soucek aveva riportato avanti la Repubblica Ceca, ma il Var ha annullato la rete per fuorigioco. A decidere l'incontro è stato quindi Hyeon-Gyu Oh, che all'81' ha firmato il definitivo 2-1.
Oggi si prosegue con l'esordio delle altre due nazioni ospitanti. Alle 21 italiane, a Toronto, il Canada affronterà la Bosnia-Erzegovina nella prima sfida del Gruppo B. Nella notte tra venerdì e sabato, alle 3 italiane, toccherà invece agli Stati Uniti, impegnati a Los Angeles contro il Paraguay nel match inaugurale del Gruppo D. Dopo la serata dell'Azteca, la Coppa del Mondo entrerà così definitivamente nel vivo, coinvolgendo tutti e tre i Paesi organizzatori della rassegna.
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Silvia Slis (Ansa)
Nel giorno del bilancio del suo primo anno da sindaco di Genova, Silvia Salis tenta l’approccio da leader nazionale più che da sindaco: sicurezza, immigrazione, rimpatri, campo largo. Tutto, rigorosamente, con il governo nel mirino.
Da giorni la strategia dell’ex campionessa di lancio del martello per mettere in difficoltà l’esecutivo è quella di insistere sulle presunte promesse disattese in materia di espulsioni. Ma dal Viminale hanno provato a rovinarle la passeggiata sul tappeto rosso steso per la liturgia della conferenza stampa organizzata nei minimi dettagli (dal Comune hanno persino provato a chiedere ai cronisti di conoscere le domande in anticipo).
Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha annunciato la sua visita nel capoluogo ligure per affrontare alcune questioni spinose del dossier sicurezza: taser, videosorveglianza, organici e, soprattutto, rimpatri. Mercoledì, in aula, Piantedosi aveva snocciolato qualche dato, che si è rivelato diametralmente opposto alla lettura della Salis: dal 2023 al 2025 «il numero totale dei rimpatri è cresciuto di oltre il 40%» e nei primi mesi del 2026 il dato sarebbe «ancora in crescita, superando del 30% il dato dello stesso periodo dell’anno precedente».
Ma soprattutto, secondo il ministro, sarebbe aumentato il rapporto tra immigrati irregolari sbarcati e immigrati rimpatriati: «Dal 3% del 2023 al 10% dell’anno scorso e addirittura al 31 dall’inizio dell’anno». Ma il dato politico di giornata è un altro. Il Viminale si è detto pronto ad accogliere quella che appare come un’implicita richiesta della nuova Salis ultrà dei rimpatri, con la realizzazione di un Cpr proprio a Genova. E, così, mentre il sindaco scarica sul governo il caos sicurezza, il governo trova la soluzione facendola passare proprio da Genova. Una mossa a sorpresa che ha subito ridotto l’impatto della conferenza autocelebrativa di Palazzo Tursi. Sulla sicurezza il sindaco ha insistito sul tema delle volanti insufficienti, che «se insistono in un quartiere ne lasciano scoperto un altro».
Salis ha rivendicato «294 delibere in un anno», ha parlato di «città che si prende cura» di grandi eventi, cultura, verde e riqualificazioni. Ma fuori dalla sala stampa il centrodestra organizzava una contro-conferenza accusando la giunta di governare una «città immobile e poco sicura». L’ex sindaco reggente Pietro Piciocchi ha parlato di «narrazione stucchevole». Secondo il capogruppo di Vince Genova, la giunta avrebbe ereditato «un Comune con un avanzo consistente e un debito ridotto», ritrovandosi, invece, oggi con «le tasse comunali più alte d’Italia e con l’aliquota massima applicata sull’Irpef». Ma la vera ferita politica si chiama Amt.
La municipalizzata dei trasporti è stata raccontata dalla stessa giunta come un malato in terapia intensiva. Il vicesindaco Alessandro Terrile ha ammesso «errori», ha parlato di un’azienda «inseguita dai creditori» e di un servizio che «non sarà all’altezza per diversi mesi». La Salis ha ringraziato sindacati, lavoratori e cittadini «pazienti». Tutti, tranne la Regione del governatore Marco Bucci. Nessun grazie per gli anticipi milionari e, soprattutto, per i 40 milioni di euro a fondo perduto che hanno consentito alla municipalizzata di continuare a pagare stipendi e servizi e la sua ricapitalizzazione. Nessun riconoscimento politico a chi, secondo l’opposizione, avrebbe materialmente evitato il collasso immediato dell’azienda.
Ma ha continuato a ripetere che farà «la sindaca per cinque anni» e che non cambierà idea. Nonostante la postura da leader nazionale che cerca di darsi. Lo dimostra anche il passaggio sul campo largo: «È imprescindibile». Anche se un giornalista l’ha ricondotta alla realtà ricordandole che a Venezia non è andata così bene. Ma c’è stato anche il momento in cui ha rivendicato di essere stata «scandagliata» più di ogni altro sindaco perché Genova starebbe facendo «qualcosa di importante anche in opposizione al governo». Un attivismo che il centrodestra liquida, invece, come propaganda permanente.
La leghista Paola Bordilli ha ricordato la concretezza dei risultati delle giunte di centrodestra, confrontandola con l’attuale stato di abbandono del centro storico. Mario Mascia, capogruppo di Forza Italia, ha parlato di una «proliferazione preoccupante» di studi e consulenze su verde, rifiuti e cabinovia, accusando la giunta di non avere «il coraggio di affrontare i temi da un punto di vista politico». Un argomento sul quale durante la conferenza stampa si è innestata la domanda di Giulia Mietta, giornalista di Genova24 e Ansa, moglie del portavoce del sindaco, Simone D’Ambrosio.
La risposta è stata prontissima: con Salis le consulenze costano meno rispetto all’era Bucci. Il sindaco non è quasi mai stata sorpresa dalle domande che, anzi, le hanno dato la possibilità di decantare l’operato della sua giunta. Uno dei pochi momenti fuori copione è arrivato quando un cronista del Fatto quotidiano le ha chiesto conto dei servizi comunicativi dell’agenzia Jump di Matteo Agnoletti, ex spin-doctor di Matteo Renzi (ricordiamo che proprio il fu Rottamatore è stato l’ideatore della discesa in campo della Salis) e oggi regista dell’immagine pubblica e mediatica della Salis.
Una domanda su costi e finanziatori alla quale la prima cittadina ha provato a sottrarsi così: «È una cosa personale, questa è una domanda che riguarda solo me. E avevamo chiesto di restringere le domande all’amministrazione della città». Una risposta che ha finito inevitabilmente per alimentare altri quesiti, soprattutto dopo una conferenza stampa costruita sul controllo preventivo dei temi da affrontare. Resta da capire se l’arrivo di Piantedosi metterà in discussione una narrazione che in pochi in città provano a smontare.
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