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2021-11-08
Lavoro? No grazie, voglio vivere
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«Mollo tutto e cambio vita». In un Paese in cui la disoccupazione è al 9,2%, come certificato dall'Istat nelle stime di settembre, e quella giovanile al 29,8% (in salita di 1,8 punti), sta emergendo un'anomalia, un fenomeno che stride con questi numeri: l'aumento delle dimissioni. C'è un esercito di lavoratori che per diversi motivi lascia il posto fisso, magari quello conquistato con mille sacrifici, che ha consentito l'acquisto della casa e di formare una famiglia. Questa ondata di addii alla professione di prima, per andare a fare altro o addirittura a vivere altrove, è stata rilevata inizialmente negli Stati Uniti dove è stata coniata l'espressione «The great resignation». Negli Usa il tasso di chi rinuncia al posto, il peso cioè delle dimissioni sul totale degli occupati, è salito quest'anno del 2,5%. Ma anche l'Italia sorprende con un incremento del 2,1%, stando ai dati del ministero del Lavoro relativi al secondo trimestre di quest'anno sull'andamento delle attivazioni e cessazioni di contratti.
Il fenomeno è stato studiato da Francesco Armillei, ricercatore alla London School of economics e socio del think tank Tortuga. Tra aprile e giugno scorsi ci sono state 484.000 dimissioni su un totale di 2,5 milioni di contratti cessati. «L'aumento del numero di coloro che hanno lasciato il posto rispetto al trimestre precedente è del 37%. Ma la crescita è addirittura dell'85% se si fa il confronto con il secondo trimestre del 2020. Paragonato invece al 2019 c'è stato un balzo del 10%. Questo vuol dire che 1 contratto su 5 si è chiuso con le dimissioni del dipendente», commenta Armillei.
A prendere questa decisione nel trimestre aprile-giugno sono stati molti più uomini (292.000) che donne (192.000). «Bisogna capire quanto durerà il trend, se è una fiammata temporanea e poi si tornerà a livelli normali, o invece se l'aumento resta a livelli alti. Il mercato del lavoro sta vivendo una fase di scongelamento dopo il Covid che è stato caratterizzato dal blocco dei licenziamenti e dall'uso massiccio di cassa integrazione», dice il ricercatore sottolineando che non è ancora possibile individuare un'unica causa dell'ondata di dimissioni. «Potrebbero essere state già programmate due anni fa e bloccate dalla pandemia», ipotizza Armillei, «ma non è escluso che la lunga permanenza a casa con le restrizioni abbia fatto scoprire una nuova dimensione di vita dove le relazioni familiari e il tempo libero hanno più importanza e il lavoro smette di avere un ruolo centrale. Inoltre il quotidiano bollettino dei decessi per il virus ha diffuso la consapevolezza che la vita può cambiare in un istante e quindi bisogna godere dei piaceri che offre, dando più attenzione alla qualità del lavoro».
Armillei osserva che anche lo smart working può aver contribuito a far esplodere il desiderio di cambiare posto di lavoro: «In numerose situazioni il lavoro da remoto ha eliminato i confini tra i vari ambiti dell'esistenza, così l'ansia da prestazione è entrata con ancora più pervasività nella vita di milioni di persone. I casi di burnout, di esaurimento da super lavoro, si sono moltiplicati durante la pandemia. Tutto questo può aver contribuito a far maturare, soprattutto tra i giovani, la voglia di un impiego in grado di garantire una migliore qualità della vita e più tempo libero».
Le dimissioni hanno interessato tutti i settori, anche se secondo Armillei sono più frequenti nel Nord, dove il mercato del lavoro offre maggiori opportunità. Alcuni settori sono entrati in sofferenza. Solo ad agosto il 7% dei lavoratori dell'ospitalità e della ristorazione ha lasciato l'impiego in cerca di nuove opportunità. Secondo la Fipe possono aver influito le chiusure che hanno creato la percezione di un comparto fragile, incapace di offrire la certezza del posto fisso. Ma può avere avuto un peso anche la riscoperta di un tipo di vita più tranquilla. Dopo la lunga permanenza a casa, tornare a un impiego che impone la presenza nei giorni festivi e orari serali è parso a molti come un sacrificio non più sopportabile. Chi ha potuto, ha scelto aziende dove non bisogna lavorare i fine settimana. La flessibilità dell'orario e la salvaguardia del tempo libero sono diventate irrinunciabili.
Pure il settore metalmeccanico, solitamente più ingessato, è stato scosso dalle dimissioni. I sindacati hanno rilevato che soprattutto i giovani specializzati non sono più disposti ad accettare qualsiasi mansione in nome dello stipendio sicuro. Così scelgono aziende che offrono condizioni di maggiore flessibilità nell'orario e prospettive di attività gratificanti. Soddisfazione nel lavoro e più spazi per il privato sono diventate due priorità. Questo cambiamento così repentino ha colto inaspettate le imprese. Il prossimo passo dovrà essere una tipologia di contratti che tenga conto delle nuove esigenze dei lavoratori.
«I giovani non sono più disposti a tutto per avere uno stipendio»
«Non sono più disposti ad accettare tutto pur di lavorare. È questo il fenomeno che si diffonde soprattutto tra i giovani. L'elemento discriminante per accettare un contratto, oltre al salario che mantiene la sua importanza, è la flessibilità dell'orario. Tanti lasciano posizioni basate su uno schema di lavoro rigido, mettendo in difficoltà le imprese che risentono della mancanza di personale e capiscono che devono modificare i ritmi produttivi». Roberto Benaglia, segretario generale della Fim Cisl, dice che il fenomeno dell'aumento delle dimissioni sta interessando anche il settore metalmeccanico: «Emerge una tendenza che porta le persone a cercare un lavoro più adatto».
Cosa intende per lavoro «più adatto»?
«Due anni di pandemia hanno cambiato i ritmi della vita e l'approccio con il lavoro. Si cercano attività che non siano totalizzanti ma lascino spazi al privato. Percepiamo, soprattutto tra i giovani, il desiderio di non fermarsi alla prima occupazione ma di trovare altre opportunità mettendo come priorità la gratificazione personale. Molti vogliono anche lavorare meno per dedicarsi a hobby e passioni».
Che impatto ha questa tendenza sulle imprese?
«Molte attività manifatturiere fanno fatica a trovare manodopera. I lavoratori con professionalità tecniche non sono più disposti ad accettare qualsiasi tipo di contratto. Sempre più aziende ci riferiscono che, nei colloqui di assunzione, i giovani sono interessati soprattutto alle prospettive di crescita e alla flessibilità dell'orario. E sono preferite le aziende che concedono lo smart working».
Servirebbero nuovi tipi di contratti?
«I giovani non sono più disposti a sacrificare tutto per il lavoro, sempre meno gente è disposta a lavorare oltre 40 ore settimanali. È un fenomeno nuovo, eredità della pandemia, che non si può ignorare. Servirebbero contratti in grado di mettere in equilibrio la produttività e la flessibilità. Sono importanti l'orario, il welfare aziendale, la presenza dell'asilo per i figli. Il tempo libero è diventato un tema forte».
Il sindacato come sta affrontando questo cambiamento?
«Stiamo ragionando sui contratti “a menù", cioè la possibilità di lavorare entro schemi di orario che vanno bene all'azienda ma che offrano un margine di libertà di scelta al dipendente».
Nel settore manifatturiero, qual è l'identikit di chi si dimette per cambiare azienda?
«Sono soprattutto giovani, tecnici specializzati, con competenze specifiche. Cercano la qualità nel lavoro, ossia un'attività che li gratifichi e che conceda tempo per il privato. La qualità della vita è al primo posto. Spesso non hanno figli e quindi possono permettersi di tirare la cinghia in attesa di un posto più gratificante, più adatto alle proprie esigenze».
«Si volta pagina per insoddisfazione e avere più tempo»
«Anche io appartengo a quella schiera di lavoratori che durante la pandemia, o subito dopo, si è dimessa perché ha sentito l'esigenza di voltare pagina, di cambiare. Avevo un contratto a tempo indeterminato, quindi la sicurezza, eppure non ero soddisfatta della mia attività, non era ciò che volevo fare. A questo malessere si è aggiunto il peso della mancanza di flessibilità dell'azienda che non concedeva lo smart working per il mio ruolo. Non mi sentivo sicura sul posto di lavoro durante la fase iniziale della pandemia. Ho capito che quello non era il luogo dove volevo passare tutta la mia vita professionale e ho dato un taglio». Alessia Pinto è psicologa del lavoro, esperta nel supporto al ricollocamento professionale e orientamento al lavoro. Dopo una carriera in una società di consulenza e un'esperienza da dipendente, a giugno 2020 ha deciso di lasciare il posto sicuro per avviare un suo progetto, Cambio Verso, e aiutare le persone al cambiamento professionale.
Le persone che vengono da lei come motivano le dimissioni?
«La pandemia ha avuto un impatto psicologico importante. Ci ha fatto riscoprire alcuni valori come quello del tempo da dedicare a noi stessi. Ci ha dato la consapevolezza che la vita può essere messa a repentaglio da un evento esterno. Le persone che si rivolgono a me perché si sono dimesse e cercano un ricollocamento avevano da tempo un'insoddisfazione che la pandemia ha aumentato. La voglia di reagire si è intensificata e i timori di voltare pagina sono diminuiti. La qualità della vita è diventata la discriminante fondamentale nelle scelte professionali».
Questa esigenza la sentono più gli uomini o le donne?
«È uno stato psicologico che non ha genere».
Da quali professioni vengono i dimissionari?
«Sono professionisti che operano in diversi settori e che durante la pandemia si sono guardati attorno perché insoddisfatti e alla ricerca di condizioni migliori. E questo non significa solo uno stipendio migliore ma la possibilità di conciliare meglio l'impegno professionale con la vita privata. Lo smart working per molti ha significato un aumento della pressione lavorativa, più straordinari che restringevano la vita in famiglia. Molti di quanti si rivolgono a me hanno tra le priorità la flessibilità degli orari. La maggior parte di chi lascia un impiego lamenta di non riuscire a gestire il proprio tempo personale. Mi dicono: mi sentivo in gabbia, non ce la facevo più».
Chi si è dimesso e cerca un nuovo lavoro vuol rimanere nello stesso settore o punta a un cambiamento radicale?
«Spesso rimangono nei settori in cui poter sfruttare le proprie competenze, magari puntando a un ruolo di maggiore responsabilità o con flessibilità nell'orario. C'è maggiore consapevolezza che il benessere ci deve essere anche sul lavoro. Non basta più avere un contratto».
Sono frequenti le situazioni di grave malessere sul lavoro?
«Più di quanto si possa immaginare. Ci sono persone che sarebbero disposte a dare dimissioni anche l'indomani se non avessero carichi familiari. I casi di frustrazione e insoddisfazione creano spesso reazioni psicosomatiche, attacchi di panico, ansia, mancanza di sonno, eruzioni cutanee, oltre all'insoddisfazione e alla frustrazione di non sentirsi valorizzati. Tante condizioni di malessere erano latenti e la pandemia le ha fatte esplodere. Il lavoro da remoto ha messo i lavoratori di fronte a una possibile alternativa. Ha fatto capire che si può conciliare vita e occupazione».
Non c'è la paura del salto nel vuoto?
«La maggior parte prima di dare le dimissioni cerca un'alternativa, ma c'è anche chi affronta l'ignoto pur dovendo stringere la cinghia».
A quale età si cambia?
«Per la mia esperienza, la media è dai 35 ai 50 anni».
Le dimissioni sono un fenomeno transitorio o la mobilità aumenterà?
«Ritengo che aumenterà. È scattata una molla che ha portato le persone a interrogarsi su come vivere più serenamente l'ambiente lavorativo e avere più spazi privati. Sento sempre più dire: voglio decidere io quale è il lavoro che fa per me».
«Il Covid e la spinta a rimettersi in gioco»
«In vent'anni di lavoro ho lasciato due posti fissi, prima perché volevo laurearmi e non riuscivo a conciliare il lavoro con lo studio, e successivamente perché dopo tanti anni nello stesso ruolo avevo bisogno di nuovi stimoli». Carlotta Lenoci, 39 anni, è convinta che «mollare un'attività per trovare la propria strada non è un'impresa impossibile e che se lo può permettere anche chi non ha le spalle coperte economicamente. Basta crederci, non cedere alle difficoltà e perseguire l'obiettivo con grinta». Sembra la storia di un «self made man» americano invece siamo in Italia, a Firenze. A 19 anni Carlotta si arruola nell'esercito con l'incarico di conduttore di mezzi pesanti. Nel frattempo studia economia e commercio, «ma conciliare università e lavoro era molto difficile, anche se ero stata inserita in fureria che è stato il mio primo contatto con le risorse umane. Dovevo però raggiungere l'obiettivo della laurea».
Così si dimette per la prima volta portandosi dietro un grande bagaglio di esperienze e di colleghi con cui è rimasta in ottimi rapporti. «Sono entrata in una multinazionale partendo dalla gavetta con uno stage non retribuito trasformato in un contratto di apprendistato e poi a indeterminato. Dopo cinque anni di lavoro senza risparmiarmi, arrivo a occuparmi delle politiche attive del lavoro e divento la referente di 5 regioni. In quel periodo ho scoperto ciò che volevo diventare davvero e ho sentito l'esigenza professionale di raggiungere un ulteriore titolo universitario». Nemmeno la gravidanza è un ostacolo, anzi un'ulteriore fonte di energia. «Lo scorso marzo mi sono laureata in psicologia con il mio bimbo di 3 anni a fare il tifo per me durante la discussione della tesi», racconta: «Il giorno stesso guardandomi allo specchio mi sono detta: o adesso o mai più. Così decido di lasciare il posto fisso che mi aveva consentito di comprare casa e apro la partita Iva. In ufficio qualcuno mi avrà considerato folle, ma io sentivo di poter continuare con la mia crescita personale e professionale».
Quali le ragioni? Non l'ambiente né le persone: «Lavorare in una grande azienda significa talvolta avere ritmi elevati e sacrificare parti della propria vita. Con parenti e amici venuti a mancare da un giorno all'altro per il Covid, ho avuto ancor di più la consapevolezza di volermi rimettere in gioco provando a farcela da sola con una vita di valori e qualità. Avrò forse rinunciato a un percorso di carriera ma sono felicissima così». Voltare pagina richiede una base economica? «Grazie ai contatti professionali generati negli anni ho potuto collaborare con molti professionisti delle risorse umane e molte aziende. Sono partita dal Tfr messo da parte in questi anni, il resto verrà da sé. Faccio consulenza alle imprese formando e gestendo le risorse umane, aiuto chi vuole aprire una startup e chi vuole fare il grande salto nel cambio di vita professionale. Ai giovani dico: non mollate, non vi accontentate di una situazione che non vi soddisfa o del lavoro “fisso". Cambiare si può».
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Dagli Usa all'Italia, boom di chi lascia il posto fisso: un contratto su 5 si chiude per le dimissioni dei dipendenti. I neo assunti chiedono maggiore flessibilità. In sofferenza interi settori produttiviIl segretario dei metalmeccanici Cisl: «La pandemia spinge le imprese verso accordi "a menù" in cui la produttività non vada a scapito della vita privata»La psicologa Alessia Pinto : «Non c'è la paura del salto nel vuoto. Lo smart working causa stress e fa aumentare gli impegni in famiglia»Due lauree e altrettanti impieghi abbandonati: «Ora è tutto più precario, non è mai tardi per cambiare»Lo speciale contiene quattro articoli«Mollo tutto e cambio vita». In un Paese in cui la disoccupazione è al 9,2%, come certificato dall'Istat nelle stime di settembre, e quella giovanile al 29,8% (in salita di 1,8 punti), sta emergendo un'anomalia, un fenomeno che stride con questi numeri: l'aumento delle dimissioni. C'è un esercito di lavoratori che per diversi motivi lascia il posto fisso, magari quello conquistato con mille sacrifici, che ha consentito l'acquisto della casa e di formare una famiglia. Questa ondata di addii alla professione di prima, per andare a fare altro o addirittura a vivere altrove, è stata rilevata inizialmente negli Stati Uniti dove è stata coniata l'espressione «The great resignation». Negli Usa il tasso di chi rinuncia al posto, il peso cioè delle dimissioni sul totale degli occupati, è salito quest'anno del 2,5%. Ma anche l'Italia sorprende con un incremento del 2,1%, stando ai dati del ministero del Lavoro relativi al secondo trimestre di quest'anno sull'andamento delle attivazioni e cessazioni di contratti. Il fenomeno è stato studiato da Francesco Armillei, ricercatore alla London School of economics e socio del think tank Tortuga. Tra aprile e giugno scorsi ci sono state 484.000 dimissioni su un totale di 2,5 milioni di contratti cessati. «L'aumento del numero di coloro che hanno lasciato il posto rispetto al trimestre precedente è del 37%. Ma la crescita è addirittura dell'85% se si fa il confronto con il secondo trimestre del 2020. Paragonato invece al 2019 c'è stato un balzo del 10%. Questo vuol dire che 1 contratto su 5 si è chiuso con le dimissioni del dipendente», commenta Armillei. A prendere questa decisione nel trimestre aprile-giugno sono stati molti più uomini (292.000) che donne (192.000). «Bisogna capire quanto durerà il trend, se è una fiammata temporanea e poi si tornerà a livelli normali, o invece se l'aumento resta a livelli alti. Il mercato del lavoro sta vivendo una fase di scongelamento dopo il Covid che è stato caratterizzato dal blocco dei licenziamenti e dall'uso massiccio di cassa integrazione», dice il ricercatore sottolineando che non è ancora possibile individuare un'unica causa dell'ondata di dimissioni. «Potrebbero essere state già programmate due anni fa e bloccate dalla pandemia», ipotizza Armillei, «ma non è escluso che la lunga permanenza a casa con le restrizioni abbia fatto scoprire una nuova dimensione di vita dove le relazioni familiari e il tempo libero hanno più importanza e il lavoro smette di avere un ruolo centrale. Inoltre il quotidiano bollettino dei decessi per il virus ha diffuso la consapevolezza che la vita può cambiare in un istante e quindi bisogna godere dei piaceri che offre, dando più attenzione alla qualità del lavoro».Armillei osserva che anche lo smart working può aver contribuito a far esplodere il desiderio di cambiare posto di lavoro: «In numerose situazioni il lavoro da remoto ha eliminato i confini tra i vari ambiti dell'esistenza, così l'ansia da prestazione è entrata con ancora più pervasività nella vita di milioni di persone. I casi di burnout, di esaurimento da super lavoro, si sono moltiplicati durante la pandemia. Tutto questo può aver contribuito a far maturare, soprattutto tra i giovani, la voglia di un impiego in grado di garantire una migliore qualità della vita e più tempo libero».Le dimissioni hanno interessato tutti i settori, anche se secondo Armillei sono più frequenti nel Nord, dove il mercato del lavoro offre maggiori opportunità. Alcuni settori sono entrati in sofferenza. Solo ad agosto il 7% dei lavoratori dell'ospitalità e della ristorazione ha lasciato l'impiego in cerca di nuove opportunità. Secondo la Fipe possono aver influito le chiusure che hanno creato la percezione di un comparto fragile, incapace di offrire la certezza del posto fisso. Ma può avere avuto un peso anche la riscoperta di un tipo di vita più tranquilla. Dopo la lunga permanenza a casa, tornare a un impiego che impone la presenza nei giorni festivi e orari serali è parso a molti come un sacrificio non più sopportabile. Chi ha potuto, ha scelto aziende dove non bisogna lavorare i fine settimana. La flessibilità dell'orario e la salvaguardia del tempo libero sono diventate irrinunciabili. Pure il settore metalmeccanico, solitamente più ingessato, è stato scosso dalle dimissioni. I sindacati hanno rilevato che soprattutto i giovani specializzati non sono più disposti ad accettare qualsiasi mansione in nome dello stipendio sicuro. Così scelgono aziende che offrono condizioni di maggiore flessibilità nell'orario e prospettive di attività gratificanti. Soddisfazione nel lavoro e più spazi per il privato sono diventate due priorità. Questo cambiamento così repentino ha colto inaspettate le imprese. Il prossimo passo dovrà essere una tipologia di contratti che tenga conto delle nuove esigenze dei lavoratori. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/no-grazie-voglio-vivere-lavoro-2655516096.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-giovani-non-sono-piu-disposti-a-tutto-per-avere-uno-stipendio" data-post-id="2655516096" data-published-at="1636283090" data-use-pagination="False"> «I giovani non sono più disposti a tutto per avere uno stipendio» «Non sono più disposti ad accettare tutto pur di lavorare. È questo il fenomeno che si diffonde soprattutto tra i giovani. 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Molti vogliono anche lavorare meno per dedicarsi a hobby e passioni». Che impatto ha questa tendenza sulle imprese? «Molte attività manifatturiere fanno fatica a trovare manodopera. I lavoratori con professionalità tecniche non sono più disposti ad accettare qualsiasi tipo di contratto. Sempre più aziende ci riferiscono che, nei colloqui di assunzione, i giovani sono interessati soprattutto alle prospettive di crescita e alla flessibilità dell'orario. E sono preferite le aziende che concedono lo smart working». Servirebbero nuovi tipi di contratti? «I giovani non sono più disposti a sacrificare tutto per il lavoro, sempre meno gente è disposta a lavorare oltre 40 ore settimanali. È un fenomeno nuovo, eredità della pandemia, che non si può ignorare. Servirebbero contratti in grado di mettere in equilibrio la produttività e la flessibilità. Sono importanti l'orario, il welfare aziendale, la presenza dell'asilo per i figli. Il tempo libero è diventato un tema forte». Il sindacato come sta affrontando questo cambiamento? «Stiamo ragionando sui contratti “a menù", cioè la possibilità di lavorare entro schemi di orario che vanno bene all'azienda ma che offrano un margine di libertà di scelta al dipendente». Nel settore manifatturiero, qual è l'identikit di chi si dimette per cambiare azienda? «Sono soprattutto giovani, tecnici specializzati, con competenze specifiche. Cercano la qualità nel lavoro, ossia un'attività che li gratifichi e che conceda tempo per il privato. La qualità della vita è al primo posto. 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A questo malessere si è aggiunto il peso della mancanza di flessibilità dell'azienda che non concedeva lo smart working per il mio ruolo. Non mi sentivo sicura sul posto di lavoro durante la fase iniziale della pandemia. Ho capito che quello non era il luogo dove volevo passare tutta la mia vita professionale e ho dato un taglio». Alessia Pinto è psicologa del lavoro, esperta nel supporto al ricollocamento professionale e orientamento al lavoro. Dopo una carriera in una società di consulenza e un'esperienza da dipendente, a giugno 2020 ha deciso di lasciare il posto sicuro per avviare un suo progetto, Cambio Verso, e aiutare le persone al cambiamento professionale. Le persone che vengono da lei come motivano le dimissioni? «La pandemia ha avuto un impatto psicologico importante. Ci ha fatto riscoprire alcuni valori come quello del tempo da dedicare a noi stessi. Ci ha dato la consapevolezza che la vita può essere messa a repentaglio da un evento esterno. Le persone che si rivolgono a me perché si sono dimesse e cercano un ricollocamento avevano da tempo un'insoddisfazione che la pandemia ha aumentato. La voglia di reagire si è intensificata e i timori di voltare pagina sono diminuiti. La qualità della vita è diventata la discriminante fondamentale nelle scelte professionali». Questa esigenza la sentono più gli uomini o le donne? «È uno stato psicologico che non ha genere». Da quali professioni vengono i dimissionari? «Sono professionisti che operano in diversi settori e che durante la pandemia si sono guardati attorno perché insoddisfatti e alla ricerca di condizioni migliori. E questo non significa solo uno stipendio migliore ma la possibilità di conciliare meglio l'impegno professionale con la vita privata. Lo smart working per molti ha significato un aumento della pressione lavorativa, più straordinari che restringevano la vita in famiglia. Molti di quanti si rivolgono a me hanno tra le priorità la flessibilità degli orari. La maggior parte di chi lascia un impiego lamenta di non riuscire a gestire il proprio tempo personale. Mi dicono: mi sentivo in gabbia, non ce la facevo più». Chi si è dimesso e cerca un nuovo lavoro vuol rimanere nello stesso settore o punta a un cambiamento radicale? «Spesso rimangono nei settori in cui poter sfruttare le proprie competenze, magari puntando a un ruolo di maggiore responsabilità o con flessibilità nell'orario. C'è maggiore consapevolezza che il benessere ci deve essere anche sul lavoro. Non basta più avere un contratto». Sono frequenti le situazioni di grave malessere sul lavoro? «Più di quanto si possa immaginare. Ci sono persone che sarebbero disposte a dare dimissioni anche l'indomani se non avessero carichi familiari. I casi di frustrazione e insoddisfazione creano spesso reazioni psicosomatiche, attacchi di panico, ansia, mancanza di sonno, eruzioni cutanee, oltre all'insoddisfazione e alla frustrazione di non sentirsi valorizzati. Tante condizioni di malessere erano latenti e la pandemia le ha fatte esplodere. Il lavoro da remoto ha messo i lavoratori di fronte a una possibile alternativa. Ha fatto capire che si può conciliare vita e occupazione». Non c'è la paura del salto nel vuoto? «La maggior parte prima di dare le dimissioni cerca un'alternativa, ma c'è anche chi affronta l'ignoto pur dovendo stringere la cinghia». A quale età si cambia? «Per la mia esperienza, la media è dai 35 ai 50 anni». Le dimissioni sono un fenomeno transitorio o la mobilità aumenterà? «Ritengo che aumenterà. È scattata una molla che ha portato le persone a interrogarsi su come vivere più serenamente l'ambiente lavorativo e avere più spazi privati. 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Sembra la storia di un «self made man» americano invece siamo in Italia, a Firenze. A 19 anni Carlotta si arruola nell'esercito con l'incarico di conduttore di mezzi pesanti. Nel frattempo studia economia e commercio, «ma conciliare università e lavoro era molto difficile, anche se ero stata inserita in fureria che è stato il mio primo contatto con le risorse umane. Dovevo però raggiungere l'obiettivo della laurea». Così si dimette per la prima volta portandosi dietro un grande bagaglio di esperienze e di colleghi con cui è rimasta in ottimi rapporti. «Sono entrata in una multinazionale partendo dalla gavetta con uno stage non retribuito trasformato in un contratto di apprendistato e poi a indeterminato. Dopo cinque anni di lavoro senza risparmiarmi, arrivo a occuparmi delle politiche attive del lavoro e divento la referente di 5 regioni. In quel periodo ho scoperto ciò che volevo diventare davvero e ho sentito l'esigenza professionale di raggiungere un ulteriore titolo universitario». Nemmeno la gravidanza è un ostacolo, anzi un'ulteriore fonte di energia. «Lo scorso marzo mi sono laureata in psicologia con il mio bimbo di 3 anni a fare il tifo per me durante la discussione della tesi», racconta: «Il giorno stesso guardandomi allo specchio mi sono detta: o adesso o mai più. Così decido di lasciare il posto fisso che mi aveva consentito di comprare casa e apro la partita Iva. In ufficio qualcuno mi avrà considerato folle, ma io sentivo di poter continuare con la mia crescita personale e professionale». Quali le ragioni? Non l'ambiente né le persone: «Lavorare in una grande azienda significa talvolta avere ritmi elevati e sacrificare parti della propria vita. Con parenti e amici venuti a mancare da un giorno all'altro per il Covid, ho avuto ancor di più la consapevolezza di volermi rimettere in gioco provando a farcela da sola con una vita di valori e qualità. Avrò forse rinunciato a un percorso di carriera ma sono felicissima così». Voltare pagina richiede una base economica? «Grazie ai contatti professionali generati negli anni ho potuto collaborare con molti professionisti delle risorse umane e molte aziende. Sono partita dal Tfr messo da parte in questi anni, il resto verrà da sé. Faccio consulenza alle imprese formando e gestendo le risorse umane, aiuto chi vuole aprire una startup e chi vuole fare il grande salto nel cambio di vita professionale. Ai giovani dico: non mollate, non vi accontentate di una situazione che non vi soddisfa o del lavoro “fisso". Cambiare si può».
I mimetizzati hanno un nome burocratico: si chiamano «adulti in area penale esterna». In tutto, al 15 gennaio 2026, secondo l’analisi statistica elaborata dal Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità, sono 144.822. E ben 30.279 sono stranieri. Oltre uno su cinque. Sono in carico agli Uffici di esecuzione penale esterna. Prevalentemente uomini: 26.381, concentrati nelle fasce centrali d’età, tra i 30 e i 59 anni. Ma non mancano i giovanissimi. Chi finisce in questa statistica non ci arriva per caso. Il documento lo spiega con precisione quando elenca i compiti degli uffici, che comprendono l’attività di indagine sulla situazione individuale e socio-familiare di chi chiede di accedere a misure alternative, ma soprattutto l’esecuzione delle misure alternative alla detenzione e delle sanzioni e misure di comunità. Il documento elenca anche da dove arrivano questi stranieri: 4.571 dal Marocco, 4.147 dall’Albania, 1.824 dalla Tunisia, 1.464 dalla Nigeria. Seguono il Senegal, l’Egitto, il Perù, la Cina e il Pakistan. Ci sono anche gli europei: 3.890 provengono dalla Romania, 695 dall’Ucraina, 558 dalla Germania, 344 dalla Svizzera, 254 dalla Polonia, 241 dalla Russia.
Sono affidati ai servizi sociali, in semilibertà o in libertà vigilata, svolgono lavori di pubblica utilità (per violazione della legge sugli stupefacenti o del codice della strada). In alcuni casi sono affidati a una Rems, le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza istituite nel 2014 per accogliere le persone affette da disturbi mentali che commettono reati. È in una Rems, per esempio, Mohamed Amine Elouardaoui, 20 anni, marocchino con regolare permesso di soggiorno ma con disturbi psichici, che a Prato ha picchiato e sfregiato dieci donne, perché odiava le italiane.
Le tabelle sono precise su chi entra nel sistema, su quanti sono in carico, su quali misure vengono applicate, sui flussi in entrata. Ma c’è un buco che pesa: non c’è una riga sui provvedimenti di revoca. Nessun dato su quante misure vengano interrotte. Nessuna indicazione su chi viola le prescrizioni, su chi fallisce il percorso, su chi torna dietro le sbarre. Un’assenza che non è neutra. Perché dovrebbe contenere i casi più allarmanti. A Napoli, per esempio, lo scorso 12 gennaio, un quarantaseienne in regime di semilibertà ha scippato un’anziana che, cadendo, ha battuto la testa. Dopo poche ore è stato arrestato per rapina aggravata. Il 26 settembre scorso, a Bologna, un trentaseienne in semilibertà è stato fermato dalla polizia dopo aver picchiato una donna che aveva cercato di violentare. A novembre, invece, a Lanciano, due rom appartenenti a famiglie rivali si sono fronteggiati per strada. Entrambi erano in semilibertà. Ad Agrigento, lo scorso giugno, approfittando della semilibertà un quarantunenne ha preso a calci la moglie. Ma quando il magistrato di sorveglianza gli ha revocato il beneficio, disponendo il ritorno in cella, era già uccel di bosco (è stato rintracciato solo dopo alcuni giorni). Ad aprile, ancora una volta a Napoli, un trentatreenne in semilibertà ha ferito due persone a colpi di pistola sul lungomare per un litigio legato a un giro gratis che i figli avrebbero dovuto fare su una giostra. A Castorano, in provincia di Ascoli Piceno, il 26 gennaio un trentatreenne affidato ai servizi sociali è stato beccato dalla polizia a spacciare droga. Solo pochi giorni fa in Sicilia, a Scoglitti (Ragusa), i carabinieri hanno arrestato un quarantenne di Vittoria affidato ai servizi sociali dopo una condanna a 4 anni per omicidio colposo plurimo per aver provocato un incidente stradale. Era stato ammesso alla misura alternativa ma ne avrebbe violato ripetutamente le prescrizioni commettendo infrazioni, guarda caso, alla guida di un’auto. Mentre a Pontelagoscuro di Ferrara un cinquantenne, due settimane fa, è stato arrestato per furto di carburante ai danni di un autotrasportatore. Si trovava in affidamento in prova ai servizi sociali in alternativa al carcere, misura che era stata disposta dal magistrato di Sorveglianza di Bologna. I casi sono centinaia.
E basta fare una piccola ricerca su Google per scoprire in quanti altri i semidetenuti si sono trasformati in aspiranti primule rosse tentando di sparire dai radar della giustizia. Come se non bastasse, però, dalla Corte di Cassazione è arrivata una sentenza, la numero 15896 del 2024, che tende la mano a chi ha sbagliato e continua a sbagliare. Ecco la massima: «Per la revoca semilibertà è necessaria una valutazione complessiva del percorso rieducativo del condannato, non potendo basarsi esclusivamente su un unico comportamento deviante, specialmente se questo non interrompe un lungo e positivo cammino di reinserimento sociale». Non è detto, quindi, che dopo un ulteriore reato si torni in cella. E, così, l’area penale esterna si confonde con la vita quotidiana, trasformando la pena in una presenza diffusa, spesso poco controllabile e quasi mai raccontata.
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Bad Bunny (Ansa)
Non a caso, lo spettacolo dell’intervallo è diventato negli anni quasi più importante del gioco stesso: non un semplice intrattenimento musicale, ma una vetrina mondiale in cui l’industria dello spettacolo contrabbanda simboli, messaggi e visioni del mondo.
Quest’anno il palco è stato affidato a Bad Bunny, nome d’arte di Benito Antonio Martínez Ocasio, cantante portoricano tra i più ascoltati al mondo e figura centrale del pop latino contemporaneo. La sua esibizione, quasi interamente in spagnolo, è stata costruita come una celebrazione dell’identità culturale latina, con scenografie e riferimenti evidentemente politicizzati. In particolare, hanno fatto discutere i messaggi ostili all’Ice: dietro alla consueta retorica umanitaria e zuccherosa, Bad Bunny si è abbandonato a tutti gli effetti a una difesa dell’immigrazione illegale, infilata nel momento televisivo più visto d’America.
Donald Trump, ovviamente, non l’ha presa bene: il presidente ha liquidato la performance come «assolutamente terribile» e «una delle peggiori di sempre». Per il tycoon, che ha criticato apertamente l’uso dello spagnolo e il contenuto politico dell’esibizione, lo show di Bad Bunny non rappresenta lo spirito del Paese. Da lì è partito il consueto teatrino mediatico, con la galassia progressista che ha subito letto le parole di Trump come un attacco alla comunità latina residente negli Usa. Eppure, checché ne dicano i miliardari alla Jennifer Lopez, il tycoon è tutt’altro che indifferente ai latinos: basti pensare che, alle presidenziali del 2024, i repubblicani hanno registrato percentuali record tra gli ispanici, arrivando quasi a pareggiare i suffragi dei dem, tradizionalmente votati da questo segmento elettorale. Segno che il consenso non coincide necessariamente con i piagnistei di cantanti miliardari e testimonial da palcoscenico.
Ma l’evento di ieri, oltre ai lamenti liberal, ha riservato anche sorprese. In contemporanea con lo spettacolo ufficiale, infatti, la nota associazione conservatrice Turning Point Usa ha organizzato un vero e proprio spettacolo alternativo dell’intervallo. Protagonisti sono stati artisti come Kid Rock, Lee Brice, Brantley Gilbert e Gabby Barrett, con richiami espliciti ai valori patriottici e alla figura del fondatore dell’organizzazione, il compianto Charlie Kirk. Nonostante gli sfavori del pronostico, i numeri raccontano una storia interessante. Lo spettacolo alternativo ha raccolto milioni di visualizzazioni in diretta su YouTube e, nelle ore successive, decine di milioni di visualizzazioni complessive sui social. Un risultato notevole, ottenuto senza la macchina promozionale della Nfl e senza l’appoggio delle grandi reti televisive: un piccolo miracolo, insomma, che segnala l’esistenza di un pubblico ampio e motivato, pronto a sottrarsi allo show ufficiale pur di non sorbirsi l’ennesima catechesi progressista.
Alla fine, tra polemiche, slogan e contro-slogan, resta l’impressione di un evento sportivo fagocitato dai pretoriani woke, come se ogni occasione collettiva dovesse diventare una tribuna politica. Ah, per la cronaca - quella sportiva - il titolo di campioni è andato ai Seattle Seahawks, che hanno travolto i New England Patriots 29 a 13.
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