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2021-11-08
Lavoro? No grazie, voglio vivere
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«Mollo tutto e cambio vita». In un Paese in cui la disoccupazione è al 9,2%, come certificato dall'Istat nelle stime di settembre, e quella giovanile al 29,8% (in salita di 1,8 punti), sta emergendo un'anomalia, un fenomeno che stride con questi numeri: l'aumento delle dimissioni. C'è un esercito di lavoratori che per diversi motivi lascia il posto fisso, magari quello conquistato con mille sacrifici, che ha consentito l'acquisto della casa e di formare una famiglia. Questa ondata di addii alla professione di prima, per andare a fare altro o addirittura a vivere altrove, è stata rilevata inizialmente negli Stati Uniti dove è stata coniata l'espressione «The great resignation». Negli Usa il tasso di chi rinuncia al posto, il peso cioè delle dimissioni sul totale degli occupati, è salito quest'anno del 2,5%. Ma anche l'Italia sorprende con un incremento del 2,1%, stando ai dati del ministero del Lavoro relativi al secondo trimestre di quest'anno sull'andamento delle attivazioni e cessazioni di contratti.
Il fenomeno è stato studiato da Francesco Armillei, ricercatore alla London School of economics e socio del think tank Tortuga. Tra aprile e giugno scorsi ci sono state 484.000 dimissioni su un totale di 2,5 milioni di contratti cessati. «L'aumento del numero di coloro che hanno lasciato il posto rispetto al trimestre precedente è del 37%. Ma la crescita è addirittura dell'85% se si fa il confronto con il secondo trimestre del 2020. Paragonato invece al 2019 c'è stato un balzo del 10%. Questo vuol dire che 1 contratto su 5 si è chiuso con le dimissioni del dipendente», commenta Armillei.
A prendere questa decisione nel trimestre aprile-giugno sono stati molti più uomini (292.000) che donne (192.000). «Bisogna capire quanto durerà il trend, se è una fiammata temporanea e poi si tornerà a livelli normali, o invece se l'aumento resta a livelli alti. Il mercato del lavoro sta vivendo una fase di scongelamento dopo il Covid che è stato caratterizzato dal blocco dei licenziamenti e dall'uso massiccio di cassa integrazione», dice il ricercatore sottolineando che non è ancora possibile individuare un'unica causa dell'ondata di dimissioni. «Potrebbero essere state già programmate due anni fa e bloccate dalla pandemia», ipotizza Armillei, «ma non è escluso che la lunga permanenza a casa con le restrizioni abbia fatto scoprire una nuova dimensione di vita dove le relazioni familiari e il tempo libero hanno più importanza e il lavoro smette di avere un ruolo centrale. Inoltre il quotidiano bollettino dei decessi per il virus ha diffuso la consapevolezza che la vita può cambiare in un istante e quindi bisogna godere dei piaceri che offre, dando più attenzione alla qualità del lavoro».
Armillei osserva che anche lo smart working può aver contribuito a far esplodere il desiderio di cambiare posto di lavoro: «In numerose situazioni il lavoro da remoto ha eliminato i confini tra i vari ambiti dell'esistenza, così l'ansia da prestazione è entrata con ancora più pervasività nella vita di milioni di persone. I casi di burnout, di esaurimento da super lavoro, si sono moltiplicati durante la pandemia. Tutto questo può aver contribuito a far maturare, soprattutto tra i giovani, la voglia di un impiego in grado di garantire una migliore qualità della vita e più tempo libero».
Le dimissioni hanno interessato tutti i settori, anche se secondo Armillei sono più frequenti nel Nord, dove il mercato del lavoro offre maggiori opportunità. Alcuni settori sono entrati in sofferenza. Solo ad agosto il 7% dei lavoratori dell'ospitalità e della ristorazione ha lasciato l'impiego in cerca di nuove opportunità. Secondo la Fipe possono aver influito le chiusure che hanno creato la percezione di un comparto fragile, incapace di offrire la certezza del posto fisso. Ma può avere avuto un peso anche la riscoperta di un tipo di vita più tranquilla. Dopo la lunga permanenza a casa, tornare a un impiego che impone la presenza nei giorni festivi e orari serali è parso a molti come un sacrificio non più sopportabile. Chi ha potuto, ha scelto aziende dove non bisogna lavorare i fine settimana. La flessibilità dell'orario e la salvaguardia del tempo libero sono diventate irrinunciabili.
Pure il settore metalmeccanico, solitamente più ingessato, è stato scosso dalle dimissioni. I sindacati hanno rilevato che soprattutto i giovani specializzati non sono più disposti ad accettare qualsiasi mansione in nome dello stipendio sicuro. Così scelgono aziende che offrono condizioni di maggiore flessibilità nell'orario e prospettive di attività gratificanti. Soddisfazione nel lavoro e più spazi per il privato sono diventate due priorità. Questo cambiamento così repentino ha colto inaspettate le imprese. Il prossimo passo dovrà essere una tipologia di contratti che tenga conto delle nuove esigenze dei lavoratori.
«I giovani non sono più disposti a tutto per avere uno stipendio»
«Non sono più disposti ad accettare tutto pur di lavorare. È questo il fenomeno che si diffonde soprattutto tra i giovani. L'elemento discriminante per accettare un contratto, oltre al salario che mantiene la sua importanza, è la flessibilità dell'orario. Tanti lasciano posizioni basate su uno schema di lavoro rigido, mettendo in difficoltà le imprese che risentono della mancanza di personale e capiscono che devono modificare i ritmi produttivi». Roberto Benaglia, segretario generale della Fim Cisl, dice che il fenomeno dell'aumento delle dimissioni sta interessando anche il settore metalmeccanico: «Emerge una tendenza che porta le persone a cercare un lavoro più adatto».
Cosa intende per lavoro «più adatto»?
«Due anni di pandemia hanno cambiato i ritmi della vita e l'approccio con il lavoro. Si cercano attività che non siano totalizzanti ma lascino spazi al privato. Percepiamo, soprattutto tra i giovani, il desiderio di non fermarsi alla prima occupazione ma di trovare altre opportunità mettendo come priorità la gratificazione personale. Molti vogliono anche lavorare meno per dedicarsi a hobby e passioni».
Che impatto ha questa tendenza sulle imprese?
«Molte attività manifatturiere fanno fatica a trovare manodopera. I lavoratori con professionalità tecniche non sono più disposti ad accettare qualsiasi tipo di contratto. Sempre più aziende ci riferiscono che, nei colloqui di assunzione, i giovani sono interessati soprattutto alle prospettive di crescita e alla flessibilità dell'orario. E sono preferite le aziende che concedono lo smart working».
Servirebbero nuovi tipi di contratti?
«I giovani non sono più disposti a sacrificare tutto per il lavoro, sempre meno gente è disposta a lavorare oltre 40 ore settimanali. È un fenomeno nuovo, eredità della pandemia, che non si può ignorare. Servirebbero contratti in grado di mettere in equilibrio la produttività e la flessibilità. Sono importanti l'orario, il welfare aziendale, la presenza dell'asilo per i figli. Il tempo libero è diventato un tema forte».
Il sindacato come sta affrontando questo cambiamento?
«Stiamo ragionando sui contratti “a menù", cioè la possibilità di lavorare entro schemi di orario che vanno bene all'azienda ma che offrano un margine di libertà di scelta al dipendente».
Nel settore manifatturiero, qual è l'identikit di chi si dimette per cambiare azienda?
«Sono soprattutto giovani, tecnici specializzati, con competenze specifiche. Cercano la qualità nel lavoro, ossia un'attività che li gratifichi e che conceda tempo per il privato. La qualità della vita è al primo posto. Spesso non hanno figli e quindi possono permettersi di tirare la cinghia in attesa di un posto più gratificante, più adatto alle proprie esigenze».
«Si volta pagina per insoddisfazione e avere più tempo»
«Anche io appartengo a quella schiera di lavoratori che durante la pandemia, o subito dopo, si è dimessa perché ha sentito l'esigenza di voltare pagina, di cambiare. Avevo un contratto a tempo indeterminato, quindi la sicurezza, eppure non ero soddisfatta della mia attività, non era ciò che volevo fare. A questo malessere si è aggiunto il peso della mancanza di flessibilità dell'azienda che non concedeva lo smart working per il mio ruolo. Non mi sentivo sicura sul posto di lavoro durante la fase iniziale della pandemia. Ho capito che quello non era il luogo dove volevo passare tutta la mia vita professionale e ho dato un taglio». Alessia Pinto è psicologa del lavoro, esperta nel supporto al ricollocamento professionale e orientamento al lavoro. Dopo una carriera in una società di consulenza e un'esperienza da dipendente, a giugno 2020 ha deciso di lasciare il posto sicuro per avviare un suo progetto, Cambio Verso, e aiutare le persone al cambiamento professionale.
Le persone che vengono da lei come motivano le dimissioni?
«La pandemia ha avuto un impatto psicologico importante. Ci ha fatto riscoprire alcuni valori come quello del tempo da dedicare a noi stessi. Ci ha dato la consapevolezza che la vita può essere messa a repentaglio da un evento esterno. Le persone che si rivolgono a me perché si sono dimesse e cercano un ricollocamento avevano da tempo un'insoddisfazione che la pandemia ha aumentato. La voglia di reagire si è intensificata e i timori di voltare pagina sono diminuiti. La qualità della vita è diventata la discriminante fondamentale nelle scelte professionali».
Questa esigenza la sentono più gli uomini o le donne?
«È uno stato psicologico che non ha genere».
Da quali professioni vengono i dimissionari?
«Sono professionisti che operano in diversi settori e che durante la pandemia si sono guardati attorno perché insoddisfatti e alla ricerca di condizioni migliori. E questo non significa solo uno stipendio migliore ma la possibilità di conciliare meglio l'impegno professionale con la vita privata. Lo smart working per molti ha significato un aumento della pressione lavorativa, più straordinari che restringevano la vita in famiglia. Molti di quanti si rivolgono a me hanno tra le priorità la flessibilità degli orari. La maggior parte di chi lascia un impiego lamenta di non riuscire a gestire il proprio tempo personale. Mi dicono: mi sentivo in gabbia, non ce la facevo più».
Chi si è dimesso e cerca un nuovo lavoro vuol rimanere nello stesso settore o punta a un cambiamento radicale?
«Spesso rimangono nei settori in cui poter sfruttare le proprie competenze, magari puntando a un ruolo di maggiore responsabilità o con flessibilità nell'orario. C'è maggiore consapevolezza che il benessere ci deve essere anche sul lavoro. Non basta più avere un contratto».
Sono frequenti le situazioni di grave malessere sul lavoro?
«Più di quanto si possa immaginare. Ci sono persone che sarebbero disposte a dare dimissioni anche l'indomani se non avessero carichi familiari. I casi di frustrazione e insoddisfazione creano spesso reazioni psicosomatiche, attacchi di panico, ansia, mancanza di sonno, eruzioni cutanee, oltre all'insoddisfazione e alla frustrazione di non sentirsi valorizzati. Tante condizioni di malessere erano latenti e la pandemia le ha fatte esplodere. Il lavoro da remoto ha messo i lavoratori di fronte a una possibile alternativa. Ha fatto capire che si può conciliare vita e occupazione».
Non c'è la paura del salto nel vuoto?
«La maggior parte prima di dare le dimissioni cerca un'alternativa, ma c'è anche chi affronta l'ignoto pur dovendo stringere la cinghia».
A quale età si cambia?
«Per la mia esperienza, la media è dai 35 ai 50 anni».
Le dimissioni sono un fenomeno transitorio o la mobilità aumenterà?
«Ritengo che aumenterà. È scattata una molla che ha portato le persone a interrogarsi su come vivere più serenamente l'ambiente lavorativo e avere più spazi privati. Sento sempre più dire: voglio decidere io quale è il lavoro che fa per me».
«Il Covid e la spinta a rimettersi in gioco»
«In vent'anni di lavoro ho lasciato due posti fissi, prima perché volevo laurearmi e non riuscivo a conciliare il lavoro con lo studio, e successivamente perché dopo tanti anni nello stesso ruolo avevo bisogno di nuovi stimoli». Carlotta Lenoci, 39 anni, è convinta che «mollare un'attività per trovare la propria strada non è un'impresa impossibile e che se lo può permettere anche chi non ha le spalle coperte economicamente. Basta crederci, non cedere alle difficoltà e perseguire l'obiettivo con grinta». Sembra la storia di un «self made man» americano invece siamo in Italia, a Firenze. A 19 anni Carlotta si arruola nell'esercito con l'incarico di conduttore di mezzi pesanti. Nel frattempo studia economia e commercio, «ma conciliare università e lavoro era molto difficile, anche se ero stata inserita in fureria che è stato il mio primo contatto con le risorse umane. Dovevo però raggiungere l'obiettivo della laurea».
Così si dimette per la prima volta portandosi dietro un grande bagaglio di esperienze e di colleghi con cui è rimasta in ottimi rapporti. «Sono entrata in una multinazionale partendo dalla gavetta con uno stage non retribuito trasformato in un contratto di apprendistato e poi a indeterminato. Dopo cinque anni di lavoro senza risparmiarmi, arrivo a occuparmi delle politiche attive del lavoro e divento la referente di 5 regioni. In quel periodo ho scoperto ciò che volevo diventare davvero e ho sentito l'esigenza professionale di raggiungere un ulteriore titolo universitario». Nemmeno la gravidanza è un ostacolo, anzi un'ulteriore fonte di energia. «Lo scorso marzo mi sono laureata in psicologia con il mio bimbo di 3 anni a fare il tifo per me durante la discussione della tesi», racconta: «Il giorno stesso guardandomi allo specchio mi sono detta: o adesso o mai più. Così decido di lasciare il posto fisso che mi aveva consentito di comprare casa e apro la partita Iva. In ufficio qualcuno mi avrà considerato folle, ma io sentivo di poter continuare con la mia crescita personale e professionale».
Quali le ragioni? Non l'ambiente né le persone: «Lavorare in una grande azienda significa talvolta avere ritmi elevati e sacrificare parti della propria vita. Con parenti e amici venuti a mancare da un giorno all'altro per il Covid, ho avuto ancor di più la consapevolezza di volermi rimettere in gioco provando a farcela da sola con una vita di valori e qualità. Avrò forse rinunciato a un percorso di carriera ma sono felicissima così». Voltare pagina richiede una base economica? «Grazie ai contatti professionali generati negli anni ho potuto collaborare con molti professionisti delle risorse umane e molte aziende. Sono partita dal Tfr messo da parte in questi anni, il resto verrà da sé. Faccio consulenza alle imprese formando e gestendo le risorse umane, aiuto chi vuole aprire una startup e chi vuole fare il grande salto nel cambio di vita professionale. Ai giovani dico: non mollate, non vi accontentate di una situazione che non vi soddisfa o del lavoro “fisso". Cambiare si può».
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Dagli Usa all'Italia, boom di chi lascia il posto fisso: un contratto su 5 si chiude per le dimissioni dei dipendenti. I neo assunti chiedono maggiore flessibilità. In sofferenza interi settori produttiviIl segretario dei metalmeccanici Cisl: «La pandemia spinge le imprese verso accordi "a menù" in cui la produttività non vada a scapito della vita privata»La psicologa Alessia Pinto : «Non c'è la paura del salto nel vuoto. Lo smart working causa stress e fa aumentare gli impegni in famiglia»Due lauree e altrettanti impieghi abbandonati: «Ora è tutto più precario, non è mai tardi per cambiare»Lo speciale contiene quattro articoli«Mollo tutto e cambio vita». In un Paese in cui la disoccupazione è al 9,2%, come certificato dall'Istat nelle stime di settembre, e quella giovanile al 29,8% (in salita di 1,8 punti), sta emergendo un'anomalia, un fenomeno che stride con questi numeri: l'aumento delle dimissioni. C'è un esercito di lavoratori che per diversi motivi lascia il posto fisso, magari quello conquistato con mille sacrifici, che ha consentito l'acquisto della casa e di formare una famiglia. Questa ondata di addii alla professione di prima, per andare a fare altro o addirittura a vivere altrove, è stata rilevata inizialmente negli Stati Uniti dove è stata coniata l'espressione «The great resignation». Negli Usa il tasso di chi rinuncia al posto, il peso cioè delle dimissioni sul totale degli occupati, è salito quest'anno del 2,5%. Ma anche l'Italia sorprende con un incremento del 2,1%, stando ai dati del ministero del Lavoro relativi al secondo trimestre di quest'anno sull'andamento delle attivazioni e cessazioni di contratti. Il fenomeno è stato studiato da Francesco Armillei, ricercatore alla London School of economics e socio del think tank Tortuga. Tra aprile e giugno scorsi ci sono state 484.000 dimissioni su un totale di 2,5 milioni di contratti cessati. «L'aumento del numero di coloro che hanno lasciato il posto rispetto al trimestre precedente è del 37%. Ma la crescita è addirittura dell'85% se si fa il confronto con il secondo trimestre del 2020. Paragonato invece al 2019 c'è stato un balzo del 10%. Questo vuol dire che 1 contratto su 5 si è chiuso con le dimissioni del dipendente», commenta Armillei. A prendere questa decisione nel trimestre aprile-giugno sono stati molti più uomini (292.000) che donne (192.000). «Bisogna capire quanto durerà il trend, se è una fiammata temporanea e poi si tornerà a livelli normali, o invece se l'aumento resta a livelli alti. Il mercato del lavoro sta vivendo una fase di scongelamento dopo il Covid che è stato caratterizzato dal blocco dei licenziamenti e dall'uso massiccio di cassa integrazione», dice il ricercatore sottolineando che non è ancora possibile individuare un'unica causa dell'ondata di dimissioni. «Potrebbero essere state già programmate due anni fa e bloccate dalla pandemia», ipotizza Armillei, «ma non è escluso che la lunga permanenza a casa con le restrizioni abbia fatto scoprire una nuova dimensione di vita dove le relazioni familiari e il tempo libero hanno più importanza e il lavoro smette di avere un ruolo centrale. Inoltre il quotidiano bollettino dei decessi per il virus ha diffuso la consapevolezza che la vita può cambiare in un istante e quindi bisogna godere dei piaceri che offre, dando più attenzione alla qualità del lavoro».Armillei osserva che anche lo smart working può aver contribuito a far esplodere il desiderio di cambiare posto di lavoro: «In numerose situazioni il lavoro da remoto ha eliminato i confini tra i vari ambiti dell'esistenza, così l'ansia da prestazione è entrata con ancora più pervasività nella vita di milioni di persone. I casi di burnout, di esaurimento da super lavoro, si sono moltiplicati durante la pandemia. Tutto questo può aver contribuito a far maturare, soprattutto tra i giovani, la voglia di un impiego in grado di garantire una migliore qualità della vita e più tempo libero».Le dimissioni hanno interessato tutti i settori, anche se secondo Armillei sono più frequenti nel Nord, dove il mercato del lavoro offre maggiori opportunità. Alcuni settori sono entrati in sofferenza. Solo ad agosto il 7% dei lavoratori dell'ospitalità e della ristorazione ha lasciato l'impiego in cerca di nuove opportunità. Secondo la Fipe possono aver influito le chiusure che hanno creato la percezione di un comparto fragile, incapace di offrire la certezza del posto fisso. Ma può avere avuto un peso anche la riscoperta di un tipo di vita più tranquilla. Dopo la lunga permanenza a casa, tornare a un impiego che impone la presenza nei giorni festivi e orari serali è parso a molti come un sacrificio non più sopportabile. Chi ha potuto, ha scelto aziende dove non bisogna lavorare i fine settimana. La flessibilità dell'orario e la salvaguardia del tempo libero sono diventate irrinunciabili. Pure il settore metalmeccanico, solitamente più ingessato, è stato scosso dalle dimissioni. I sindacati hanno rilevato che soprattutto i giovani specializzati non sono più disposti ad accettare qualsiasi mansione in nome dello stipendio sicuro. Così scelgono aziende che offrono condizioni di maggiore flessibilità nell'orario e prospettive di attività gratificanti. Soddisfazione nel lavoro e più spazi per il privato sono diventate due priorità. Questo cambiamento così repentino ha colto inaspettate le imprese. Il prossimo passo dovrà essere una tipologia di contratti che tenga conto delle nuove esigenze dei lavoratori. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/no-grazie-voglio-vivere-lavoro-2655516096.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-giovani-non-sono-piu-disposti-a-tutto-per-avere-uno-stipendio" data-post-id="2655516096" data-published-at="1636283090" data-use-pagination="False"> «I giovani non sono più disposti a tutto per avere uno stipendio» «Non sono più disposti ad accettare tutto pur di lavorare. È questo il fenomeno che si diffonde soprattutto tra i giovani. 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Molti vogliono anche lavorare meno per dedicarsi a hobby e passioni». Che impatto ha questa tendenza sulle imprese? «Molte attività manifatturiere fanno fatica a trovare manodopera. I lavoratori con professionalità tecniche non sono più disposti ad accettare qualsiasi tipo di contratto. Sempre più aziende ci riferiscono che, nei colloqui di assunzione, i giovani sono interessati soprattutto alle prospettive di crescita e alla flessibilità dell'orario. E sono preferite le aziende che concedono lo smart working». Servirebbero nuovi tipi di contratti? «I giovani non sono più disposti a sacrificare tutto per il lavoro, sempre meno gente è disposta a lavorare oltre 40 ore settimanali. È un fenomeno nuovo, eredità della pandemia, che non si può ignorare. Servirebbero contratti in grado di mettere in equilibrio la produttività e la flessibilità. Sono importanti l'orario, il welfare aziendale, la presenza dell'asilo per i figli. Il tempo libero è diventato un tema forte». Il sindacato come sta affrontando questo cambiamento? «Stiamo ragionando sui contratti “a menù", cioè la possibilità di lavorare entro schemi di orario che vanno bene all'azienda ma che offrano un margine di libertà di scelta al dipendente». Nel settore manifatturiero, qual è l'identikit di chi si dimette per cambiare azienda? «Sono soprattutto giovani, tecnici specializzati, con competenze specifiche. Cercano la qualità nel lavoro, ossia un'attività che li gratifichi e che conceda tempo per il privato. La qualità della vita è al primo posto. 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A questo malessere si è aggiunto il peso della mancanza di flessibilità dell'azienda che non concedeva lo smart working per il mio ruolo. Non mi sentivo sicura sul posto di lavoro durante la fase iniziale della pandemia. Ho capito che quello non era il luogo dove volevo passare tutta la mia vita professionale e ho dato un taglio». Alessia Pinto è psicologa del lavoro, esperta nel supporto al ricollocamento professionale e orientamento al lavoro. Dopo una carriera in una società di consulenza e un'esperienza da dipendente, a giugno 2020 ha deciso di lasciare il posto sicuro per avviare un suo progetto, Cambio Verso, e aiutare le persone al cambiamento professionale. Le persone che vengono da lei come motivano le dimissioni? «La pandemia ha avuto un impatto psicologico importante. Ci ha fatto riscoprire alcuni valori come quello del tempo da dedicare a noi stessi. Ci ha dato la consapevolezza che la vita può essere messa a repentaglio da un evento esterno. Le persone che si rivolgono a me perché si sono dimesse e cercano un ricollocamento avevano da tempo un'insoddisfazione che la pandemia ha aumentato. La voglia di reagire si è intensificata e i timori di voltare pagina sono diminuiti. La qualità della vita è diventata la discriminante fondamentale nelle scelte professionali». Questa esigenza la sentono più gli uomini o le donne? «È uno stato psicologico che non ha genere». Da quali professioni vengono i dimissionari? «Sono professionisti che operano in diversi settori e che durante la pandemia si sono guardati attorno perché insoddisfatti e alla ricerca di condizioni migliori. E questo non significa solo uno stipendio migliore ma la possibilità di conciliare meglio l'impegno professionale con la vita privata. Lo smart working per molti ha significato un aumento della pressione lavorativa, più straordinari che restringevano la vita in famiglia. Molti di quanti si rivolgono a me hanno tra le priorità la flessibilità degli orari. La maggior parte di chi lascia un impiego lamenta di non riuscire a gestire il proprio tempo personale. Mi dicono: mi sentivo in gabbia, non ce la facevo più». Chi si è dimesso e cerca un nuovo lavoro vuol rimanere nello stesso settore o punta a un cambiamento radicale? «Spesso rimangono nei settori in cui poter sfruttare le proprie competenze, magari puntando a un ruolo di maggiore responsabilità o con flessibilità nell'orario. C'è maggiore consapevolezza che il benessere ci deve essere anche sul lavoro. Non basta più avere un contratto». Sono frequenti le situazioni di grave malessere sul lavoro? «Più di quanto si possa immaginare. Ci sono persone che sarebbero disposte a dare dimissioni anche l'indomani se non avessero carichi familiari. I casi di frustrazione e insoddisfazione creano spesso reazioni psicosomatiche, attacchi di panico, ansia, mancanza di sonno, eruzioni cutanee, oltre all'insoddisfazione e alla frustrazione di non sentirsi valorizzati. Tante condizioni di malessere erano latenti e la pandemia le ha fatte esplodere. Il lavoro da remoto ha messo i lavoratori di fronte a una possibile alternativa. Ha fatto capire che si può conciliare vita e occupazione». Non c'è la paura del salto nel vuoto? «La maggior parte prima di dare le dimissioni cerca un'alternativa, ma c'è anche chi affronta l'ignoto pur dovendo stringere la cinghia». A quale età si cambia? «Per la mia esperienza, la media è dai 35 ai 50 anni». Le dimissioni sono un fenomeno transitorio o la mobilità aumenterà? «Ritengo che aumenterà. È scattata una molla che ha portato le persone a interrogarsi su come vivere più serenamente l'ambiente lavorativo e avere più spazi privati. Sento sempre più dire: voglio decidere io quale è il lavoro che fa per me». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/no-grazie-voglio-vivere-lavoro-2655516096.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="il-covid-e-la-spinta-a-rimettersi-in-gioco" data-post-id="2655516096" data-published-at="1636283090" data-use-pagination="False"> «Il Covid e la spinta a rimettersi in gioco» «In vent'anni di lavoro ho lasciato due posti fissi, prima perché volevo laurearmi e non riuscivo a conciliare il lavoro con lo studio, e successivamente perché dopo tanti anni nello stesso ruolo avevo bisogno di nuovi stimoli». Carlotta Lenoci, 39 anni, è convinta che «mollare un'attività per trovare la propria strada non è un'impresa impossibile e che se lo può permettere anche chi non ha le spalle coperte economicamente. Basta crederci, non cedere alle difficoltà e perseguire l'obiettivo con grinta». Sembra la storia di un «self made man» americano invece siamo in Italia, a Firenze. A 19 anni Carlotta si arruola nell'esercito con l'incarico di conduttore di mezzi pesanti. Nel frattempo studia economia e commercio, «ma conciliare università e lavoro era molto difficile, anche se ero stata inserita in fureria che è stato il mio primo contatto con le risorse umane. Dovevo però raggiungere l'obiettivo della laurea». Così si dimette per la prima volta portandosi dietro un grande bagaglio di esperienze e di colleghi con cui è rimasta in ottimi rapporti. «Sono entrata in una multinazionale partendo dalla gavetta con uno stage non retribuito trasformato in un contratto di apprendistato e poi a indeterminato. Dopo cinque anni di lavoro senza risparmiarmi, arrivo a occuparmi delle politiche attive del lavoro e divento la referente di 5 regioni. In quel periodo ho scoperto ciò che volevo diventare davvero e ho sentito l'esigenza professionale di raggiungere un ulteriore titolo universitario». Nemmeno la gravidanza è un ostacolo, anzi un'ulteriore fonte di energia. «Lo scorso marzo mi sono laureata in psicologia con il mio bimbo di 3 anni a fare il tifo per me durante la discussione della tesi», racconta: «Il giorno stesso guardandomi allo specchio mi sono detta: o adesso o mai più. Così decido di lasciare il posto fisso che mi aveva consentito di comprare casa e apro la partita Iva. In ufficio qualcuno mi avrà considerato folle, ma io sentivo di poter continuare con la mia crescita personale e professionale». Quali le ragioni? Non l'ambiente né le persone: «Lavorare in una grande azienda significa talvolta avere ritmi elevati e sacrificare parti della propria vita. Con parenti e amici venuti a mancare da un giorno all'altro per il Covid, ho avuto ancor di più la consapevolezza di volermi rimettere in gioco provando a farcela da sola con una vita di valori e qualità. Avrò forse rinunciato a un percorso di carriera ma sono felicissima così». Voltare pagina richiede una base economica? «Grazie ai contatti professionali generati negli anni ho potuto collaborare con molti professionisti delle risorse umane e molte aziende. Sono partita dal Tfr messo da parte in questi anni, il resto verrà da sé. Faccio consulenza alle imprese formando e gestendo le risorse umane, aiuto chi vuole aprire una startup e chi vuole fare il grande salto nel cambio di vita professionale. Ai giovani dico: non mollate, non vi accontentate di una situazione che non vi soddisfa o del lavoro “fisso". Cambiare si può».
Maurizio Landini (Ansa)
Siamo nel 2010 e a Pomigliano la Fiat sfida le parti sociali a ribaltare il tavolo. L’azienda non va e il sito campano è l’emblema di un andazzo poco propenso al lavoro. Marchionne propone un’intesa in deroga al contratto nazionale che riguarda turni, straordinari e malattia. Una mezza rivoluzione. Tutti d’accordo (Fim e Uilm) tranne il sindacato più a sinistra della fabbrica: la Fiom di Landini, appunto.
Stagione più recente, con Renato Brunetta a capo del Cnel. L’ex ministro presenta un documento di base su salario minimo e lavoro povero. Firmano tutti. Anche perché si tratta di un primo passo, non certo di quello definitivo. Tutti, tranne uno: neanche a dirlo il compagno Maurizio.
Giorni nostri. Contratto del pubblico impiego. Il governo Meloni, grazie anche alla spinta del ministro Paolo Zangrillo, mette sul piatto una cifra record per i rinnovi 2022-2024 e 2025-2027 degli statali. Ben 20 miliardi di euro. Ci sono più di 3 milioni di lavoratori in attesa di un rinnovo che certo non copre tutta l’inflazione monstre del periodo (più del 15%), ma una buona parte sì. La Cisl ci sta subito, la Uil cede dopo un po’ e lascia al suo destino le scelte di un sindacato, la Cgil ovviamente, che, pur di contrastare il governo e di avallare la politica del suo capo, non ha mai neanche minimamente preso in considerazione l’idea di firmare e così far guadagnare circa 300 euro lordi in più (considerando le due tornate contrattuali) ai dipendenti della Pa. Una follia.
Ci siamo un po’ dilungati, ma neanche troppo perché abbiamo scelto solo alcuni dei casi più eclatanti, per raccontare il cursus honorum del segretario della Cgil. E per porci la seguente domanda: può un sindacalista che ha un curriculum del genere proporre seriamente che, per incrementare gli stipendi degli italiani, bisogna ricontrattare i salari ogni anno? Insomma, perché aspettare 36 mesi per ridiscutere la parte economica di un accordo, meglio mettersi seduti intorno a un tavolo ogni sei mesi.
Da un certo punto di vista vorrebbe dire tornare alla scala mobile, perché ovviamente l’obiettivo è quello di adeguare costantemente le buste paga all’inflazione, da un altro ci troveremmo di fronte a uno stillicidio. Alla paralisi continua, con il Landini di turno pronto a bloccare tutto e tutti pur di prendersi ancora una volta la scena e qualche titolo di giornale.
Anche no. Ieri il tema è tornato di stretta attualità perché l’Inps ha presentato uno studio sulle dinamiche salariali. E il governatore di Bankitalia, Fabio Panetta, ha ricordato che in Italia «la produttività ristagna da un quarto di secolo» e che «dal 2000, i salari orari sono rimasti pressoché fermi in termini reali, contro una crescita del 21% in Germania e del 14% in Francia».
Dubitiamo che Panetta sia d’accordo con Landini sull’idea ricontrattare ogni 12 mesi gli accordi collettivi. Siamo più propensi a credere che abbia guardato con attenzione l’analisi curata dalla direzione centrale studi e ricerche dell’Inps che, nel descrivere l’andamento delle buste paga tra il 2020 e il 2024, parla del peso preponderante dello choc inflattivo esogeno osservato nel biennio 2022-2023. E osserva che gli stipendi sono stati rallentati da componenti legate alle imprese come la produttività, il potere contrattuale e le politiche retributive.
In buona sostanza, è su queste che bisogna agire. Sul rinnovo dei contratti, sull’innovazione tecnologica (che vuol dire produttività) e sulla riduzione della pressione fiscale e contributiva anche per detassare il lavoro festivo, notturno e straordinario. Alcune di queste cose il governo ha solo iniziato a farle. Bisogna accelerare. È stato già perso troppo tempo a causa dei no a prescindere dei Landini di turno.
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Pasquale Stanzione (Imagoeconomica)
Peculato, corruzione e sospette connivenze con colossi come Meta e Ita Airways. Ipotesi che la Procura di Roma ricostruisce in un decreto di perquisizione che ieri ha spinto gli investigatori del Nucleo di Polizia economico finanziaria della Guardia di finanza fin nelle stanze dei bottoni del Garante della privacy, per verificare se l’Authority fosse stata trasformata in un bancomat. Oltre al presidente Pasquale Stanzione risultano indagati i membri del collegio: Guido Scorza, Agostino Ghiglia e Ginevra Cerrina Feroni. L’indagine, coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe De Falco, è partita da un’inchiesta di Report, la trasmissione di Sigfrido Ranucci, che aveva sollevato dubbi sulle spese di rappresentanza dell’Autorità e sui rapporti con le due aziende. L’origine è dichiarata nell’introduzione del decreto. Che, subito dopo, riconosce apertamente: molte informazioni provengono «da accessi civici» e altre da «fonti interne» sulle quali al momento la Procura mantiene riserbo. La premessa, insomma, è questa: le condotte, definite dai magistrati «disinvolte» sarebbero emerse «a più riprese e in molteplici occasioni, disvelando comportamenti che da meri illeciti offensivi del decoro dell’ente sarebbero sfociati con facilità nelle ipotesi delittuose provvisoriamente ascritte, oltre a integrare, in molteplici occasioni, la abrogata fattispecie del reato di abuso d’ufficio». Al centro dell’attenzione ci sono le «spese significative» del presidente Stanzione nella macelleria romana di Angelo Feroci. Lo shopping da tirannosauro rex è costato per il 2023 1.551 euro, per il 2024 addirittura 3.318 euro e per il 2025 1.749 euro. Un appetito giustificato, secondo l’accusa, con vaghe ricevute per «pasti pronti». Poi c’è la questione Meta, la multinazionale di Mark Zuckerberg. Gli smart glasses Ray-Ban stories, un concentrato di tecnologia e rischi per la privacy, avevano attirato l’attenzione del Garante, che aveva ipotizzato una sanzione da 44 milioni di euro. Poi progressivamente ridotta e, infine, annullata. E Scorza aveva elogiato gli smart glasses di Meta in un video pubblicato sui social. La sua imparzialità è, quindi, finita sulla graticola. Ora gli investigatori stanno cercando di capire «se e in che modo questi», si legge nel decreto, «si sia astenuto dalle adunanze riguardanti il procedimento a carico della società». Non è tutto: si indaga anche su un incontro, avvenuto il 16 ottobre 2024 durante il Como Lake, tra un’esponente di Meta, Angelo Mazzotti, all’epoca responsabile delle relazioni istituzionali della società, e Ghiglia. Un incontro, secondo l’accusa, «le cui finalità e il cui contenuto non sono noti». La ricostruzione successiva punta i riflettori sui rapporti con Ita Airways. Secondo il pm i membri del Collegio avrebbero chiuso un occhio sulle irregolarità della compagnia, ricevendo in cambio «tessere Volare classe executive», dal valore di 6.000 euro ciascuna. Ed ecco il reato di corruzione: «Omettendo un atto del loro ufficio, ovvero non erogando alcuna sanzione se non una meramente formale alla società Ita Airways […]», scrive il pm, «ricevevano come utilità tessere Volare». E l’ipotizzato conflitto d’interessi si fa ancora più stridente se si considera che «il responsabile della protezione dei dati era, per gli anni 2022 e 2023, un avvocato dello studio legale fondato da Scorza e del quale è partner la moglie». Il contrappasso per gli indagati è che a occuparsi della loro passione per il volo sia l’ufficio guidato da Francesco Lo Voi, che qualche mattacchione ha soprannominato «Lo Volo». La boutade trae origine dalla querelle del procuratore con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, il quale aveva messo nero su bianco le ragioni con cui negava al capo della Procura di Roma l’uso dei voli di Stato. Ma non è finita. C’è pure una rimborsopoli (inchieste che in passato sono spesso finite in un nulla di fatto). Vengono contestati anche l’utilizzo di rimborsi per spese «estranee al mandato» e l’uso «dell’auto di servizio per finalità estranee alla funzione». Ghiglia, per esempio, avrebbe usato l’auto di servizio per recarsi nella sede di un partito politico. E poi ci sono i numeri. Le spese di rappresentanza e gestione sarebbero schizzate: da una spesa marginale nel 2021 (poco superiore a 20.000 euro)» a «circa 400.000 euro annui nel 2024». I costi per organi e incarichi istituzionali avrebbero raggiunto, nel 2024, l’importo complessivo di 1 milione e 247.000 euro, in larga parte riconducibile a rimborsi per «viaggi, soggiorni in alberghi a cinque stelle, cene di rappresentanza, servizi di lavanderia, ma anche per fitness e cura della persona». Pure le missioni all’estero sono finite sotto la lente. In particolare, quella del G7 di Tokyo (2023), il cui costo, secondo «fonti interne e documentazione informale», avrebbe superato gli 80.000 euro, di cui 40.000 destinati ai soli voli. E mentre Ranucci non nasconde soddisfazione per la profezia che si è avverata, Stanzione ha assicurato di essere «tranquillo». Ora tocca alla Procura cercare di dare consistenza a quello che nel decreto definisce il «fumus» delle contestazioni.
Pd e M5s gridano allo scandalo. Ma l’Authority l’hanno eletta loro
Monta lo sdegno a sinistra sul caso del Garante della Privacy. Ieri mattina sono partite le perquisizioni nella sede dell’Authority. E Report, la trasmissione Rai condotta da Sigfrido Ranucci che aveva sollevato il caso, sui suoi social scrive: «Tutti i membri del Garante della Privacy sono indagati per peculato e corruzione, in un’inchiesta della Procura di Roma». Si tratta del presidente Pasquale Stanzione e i componenti del Collegio Ginevra Cerrina Feroni (in quota Lega), Agostino Ghiglia (quota Fdi) e Guido Scorza (quota M5s). Al vaglio degli inquirenti ci sono anche le spese della macelleria del presidente Stanzione: dal 2023 al 2025 ben 6.619,95 euro».
Pd, Movimento Cinque Stelle e Avs, già dopo la puntata andata in onda a inizio novembre scorso chiesero a gran voce lo scioglimento del collegio, dimenticandosi però che non è nelle facoltà del governo. Elly Schlein, segretaria del Pd, parlava di un «quadro grave e desolante sulle modalità di gestione» e della necessità di un «segnale forte di discontinuità». Secca la replica del premier Giorgia Meloni: «Questo Garante è stato eletto durante il governo giallorosso. Se il Pd e i 5s non si fidano di chi hanno messo all’Autorità, non se la possono prendere con me», aveva replicato il premier mentre il responsabile organizzativo di Fdi, Giovanni Donzelli, aggiungeva: «Favorevoli allo scioglimento di qualsiasi ente o autorità nominata dalla sinistra».
Anche adesso il registro non cambia. «Le perquisizioni e i sequestri negli uffici del Garante per la privacy, con l’intervento della Guardia di Finanza e un’indagine aperta dalla procura dopo i servizi di Report, rappresentano l’ennesimo colpo durissimo alla credibilità dell’istituzione. Spese di rappresentanza e la mancata sanzione a Meta per i Ray-Ban Stories sono al centro di un’inchiesta che è solo uno degli elementi che da mesi mette in discussione scelte e comportamenti del Collegio». Così gli esponenti del Movimento 5 stelle in commissione vigilanza Rai, Dario Carotenuto, Dolores Bevilacqua, Anna Laura Orrico e Gaetano Amato. Nella nota tuttavia non si legge nessuna autocritica sulla selezione del Garante compiuta proprio dal Movimento insieme al Pd quando governavano insieme. Anzi. «Lo stesso presidente Pasquale Stanzione risulterebbe indagato. In una situazione del genere, restare aggrappati alle poltrone è un atto di grave irresponsabilità. Così si espone l’istituzione al pubblico ludibrio e si nega la minima tutela del suo prestigio. Per questo ribadiamo una richiesta di semplice igiene istituzionale: l’intero Collegio si dimetta. Subito. Per rispetto dell’Autorità, dei cittadini e della funzione che essa dovrebbe svolgere».
Ancora più duri quelli di Alleanza Verdi Sinistra. Il portavoce Angelo Bonelli denuncia: «Un problema politico e istituzionale immediato. Un’Authority deve essere indipendente, terza, al di sopra delle parti. Qui emergono elementi che indicano una gestione non trasparente. Il Garante non può essere percepito come sotto l’influenza dell’esecutivo né come una sua succursale. In questo quadro, la permanenza dell’attuale presidente è incompatibile con la funzione di garanzia che l’Autorità deve svolgere. Per ristabilire terzietà, autorevolezza e fiducia, le dimissioni dell’intero collegio sono un atto necessario». Il capogruppo Peppe De Cristofaro parla di «preoccupanti zone d’ombra». Questa vicenda mette in luce alcune criticità su questa autorità di garanzia, come i conflitti di interesse e gli stretti rapporti di alcuni suoi componenti con la politica». Dimenticandosi anche qui di evidenziare quale parte politica abbia messo Stanzione su quella poltrona.
Per il Pd parla Sandro Ruotolo, responsabile Informazione: «Cos’altro dobbiamo aspettare per le dimissioni dei membri del collegio del Garante per la protezione dei dati personali?». E poi: «La credibilità dell’Authority era già stata messa seriamente in discussione nei mesi scorsi» spiega, facendo riferimento «a quando si scoprì che, alla vigilia della multa inflitta a Report, un membro del collegio, Agostino Ghiglia, ex parlamentare ed esponente di Fratelli d’Italia, si era recato il giorno prima in via della Scrofa, sede nazionale del partito di governo». Nessuna prova, solo illazioni. Eppure Ruotolo per conto del Pd parla di «un fatto politicamente e istituzionalmente gravissimo per ciò che compromette sul piano dell’indipendenza e dell’imparzialità. Eppure, nonostante tutto questo, sono rimasti al loro posto. Nessuna assunzione di responsabilità, nessun passo indietro». Cenni alla responsabilità di chi ha messo quelle persone in quelle posizioni? Zero. L’imbarazzo è evidente, tanto che sono in pochi a parlare della vicenda. Sostanzialmente si tratta di uno scontro tra dem e giustizia in qualche modo. Giorgia Meloni e il governo ne escono comunque bene perché la responsabilità non è dell’esecutivo e, se si dimettesse, la nomina del nuovo Garante spetterebbe alla maggioranza.
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Donald Trump e Benjamin Netanyahu (Ansa)
Dall’altra parte, non è invece chiaro se Donald Trump voglia o meno ricorrere all’opzione militare. Ieri, il presidente americano ha definito una «buona notizia» il fatto che, secondo Fox News, il regime khomeinista non avrebbe più condannato a morte un manifestante iraniano. Alcune ore prima, l’inviato di Teheran in Pakistan, Reza Amiri Moghadam, aveva riportato che l’inquilino della Casa Bianca avrebbe fatto sapere alla Repubblica islamica di non avere intenzione di attaccarla. Non solo. Washington, ieri, ha anche abbassato l’allerta di sicurezza nella base aerea di Al Udeid, situata in territorio qatariota. Del resto, secondo quanto riferito dall’Afp, sembrerebbe che i governi di Riad, Doha e Muscat abbiano fatto pressioni sulla Casa Bianca per convincerla a non intervenire militarmente contro Teheran, temendo «gravi contraccolpi nella regione». Infine, secondo il New York Times, sarebbe stato lo stesso Benjamin Netanyahu a chiedere a Trump di rimandare l’attacco.
Eppure non è ancora escluso che Washington possa ricorrere all’opzione bellica. Innanzitutto, il senatore repubblicano Lindsey Graham, notorio falco anti iraniano, ha definito ieri «oltremodo inaccurate» le indiscrezioni, secondo cui il presidente americano non avrebbe intenzione di attaccare. In secondo luogo, nella notte tra mercoledì e giovedì, Nbc News ha riferito che Trump vuole, sì, evitare lo scenario di un conflitto prolungato. Ma ha anche sottolineato che il presidente americano resterebbe solidale con i manifestanti anti khomeinisti e che sarebbe aperto ad azioni militari circoscritte. Inoltre, non è che da Teheran siano arrivate delle dichiarazioni granché concilianti sulle proteste. Ieri, il ministro della Difesa iraniano, Aziz Nasirzadeh, ha affermato che il suo governo sta facendo di tutto per «sopprimere i selvaggi terroristi armati», che, a suo dire, starebbero fomentando le manifestazioni. Ora, se la repressione brutale non dovesse cessare, questo potrebbe aumentare le probabilità di un intervento armato da parte di Washington. «Se le uccisioni continueranno, ci saranno gravi conseguenze», ha affermato ieri sera la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, per poi aggiungere che l’Iran si sarebbe impegnato ad annullare 800 esecuzioni. Non a caso, già qualche ora prima, i pasdaran avevano fatto sapere di essere militarmente «pronti al massimo livello possibile». Non si può neanche escludere che Washington consideri l’imposizione delle nuove sanzioni come il primo passo verso un ulteriore incremento della pressione in senso militare.
Resta intanto sul tavolo il nodo della transizione di potere a Teheran in caso di regime change. Il principe ereditario iraniano, Reza Pahlavi, è tornato a proporsi per assumere un ruolo di primo piano. Ha inoltre assicurato che, una volta caduto il regime khomeinista, «il programma militare nucleare dell’Iran finirà», per poi aggiungere che avrà luogo la normalizzazione delle relazioni di Teheran con Washington e Gerusalemme. Tuttavia, Trump continua a esprimere scetticismo sul figlio dello scià. «Sembra molto simpatico, ma non so come si comporterebbe all’interno del suo Paese. E non siamo ancora arrivati a quel punto. Non so se il suo Paese accetterebbe o meno la sua leadership, e certamente, se lo facesse, per me andrebbe bene», ha affermato il presidente americano.
Il problema, ragionano alla Casa Bianca, è la base sociale e di consenso di un eventuale nuovo governo. Vale la pena di sottolineare che il ceto mercantile sta svolgendo un ruolo significativo nel corso delle proteste in atto contro il regime degli ayatollah. Quello stesso ceto mercantile che, nel 1979, rappresentò l’ossatura economico-finanziaria del khomeinismo, in quanto contrario alle riforme e alle politiche commerciali di Mohammad Reza Pahlavi. Tuttavia l’alleanza tra ceto mercantile e clero sciita è ormai entrata in una fase di turbolenza. I bazar sono sempre più irritati dall’inflazione e dalle politiche nucleari di Teheran che hanno portato alle sanzioni occidentali. Senza poi trascurare il loro astio verso le Guardie della rivoluzione che, soprattutto negli ultimi dieci anni, hanno sempre più messo le mani sui settori chiave dell’economia iraniana. Trump è consapevole che la «ribellione» del ceto mercantile indebolisce enormemente il potere di Ali Khamenei. E probabilmente teme che il figlio dello scià non otterrebbe l’appoggio di questo settore della società iraniana: uno scenario che, agli occhi del presidente americano, creerebbe instabilità nel Paese.
Come che sia, ieri sera, quando La Verità era già andata in stampa, si è tenuta una riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dedicata alla repressione delle proteste in Iran. Nel frattempo, la Commissione europea ha reso noto che considererà l’imposizione di nuove sanzioni al regime.
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(IStock)
La signora Liliana vive a Reggio Calabria, è cardiopatica e invalida. Ha bisogno di una visita pneumologica. Si rivolge all’Asl il 7 settembre 2025, la visita viene fissata il 24 marzo 2026. Fuori tempo massimo. Fuori da ogni logica. E pure fuori legge. Ma non è tutto: sul suo foglio di prenotazione compare una scritta: «L’assistito rinuncia alla prima disponibilità per martedì 7 ottobre 2025». Con un piccolo particolare: Liliana non ha mai rinunciato a quella prima visita per il semplice fatto che nessuno gliel’ha mai proposta. L’hanno presa in giro.
Il signor Giovanni vive ad Avellino e soffre di una grave malattia al cuore. Ha bisogno di una visita: si rivolge all’Asl l’8 ottobre 2025, la visita viene fissata il 20 maggio 2026. Ancora una volta: fuori tempo massimo. Fuori da ogni logica. E pure fuori legge. Ma non è tutto: sul suo foglio di prenotazione compare una scritta: «L’assistito rinuncia alla prima disponibilità per il 6 novembre 2025». Con un piccolo particolare: Giovanni non ha mai rinunciato a quella prima visita per il semplice fatto che nessuno gliel’ha mai stata proposta. Hanno preso in giro anche lui.
Potremmo continuare: le testimonianze di questo tipo sono a decine. Quello che abbiamo scoperto a Fuori dal Coro è uno scandalo nello scandalo: non bastano le liste d’attesa lunghissime e le visite fissate il giorno di san mai più, hanno deciso di prendere i pazienti per i fondelli indicando sui loro fogli di prenotazioni l’esistenza di prime visite che in realtà non esistono. Sono finte. Inventate. Completamente farlocche. Sui documenti ufficiali dell’Asl c’è scritto che quelle visite (mai esistite) sono state rifiutate dal paziente. Ma le Asl lo sanno benissimo che non è vero. In pratica dichiarano il falso. E lo fanno deliberatamente, per aggirare la legge e taroccare le statistiche. Una delle Regioni dove sono state segnalate più visite farlocche, per esempio, è la Campania, che si autoproclama «eccellenza nella gestione delle liste d’attesa» presentando report con risultati strepitosi. Che sono fasulli, però.
Prendiamo il caso della signora Marisa: la visita per suo figlio è stata fissata nel gennaio 2027, cosa già di per sé completamente illegale. Ma nei report ufficiali della Regione Campania risulterà fissata il 26 marzo 2026, perché, se è stato il paziente a rifiutare, il ritardo non può essere attribuito all’Asl. Peccato che il paziente non abbia rifiutato un bel niente: quella visita rifiutata non è stata proposta. Quella visita (fintamente) rifiutata compare automaticamente sul foglio di prenotazione e molti pazienti, magari, neppure se ne accorgono. Si tratta di un trucco. Un trucco indecente. Anzi di più: si tratta di una vera e propria truffa ai danni di chi sta male. E non capisco come si possa tollerare: se io dichiarassi il falso verrei (giustamente) condannato. Perché se lo fa l’Asl nessuno dice nulla?
Per altro c’è anche un tema economico: sulla base di quelle statistiche (evidentemente taroccate) e di quei report (evidentemente fasulli), infatti, vengono distribuiti premi ai dirigenti che possono dimostrare di aver raggiunto gli obiettivi, quando invece gli obiettivi non sono stati raggiunti per una beata mazza di niente. Vengono così premiati dirigenti che ogni giorno mettono a repentaglio la vita di chi sta male e non può permettersi visite a pagamento. È chiaro infatti che se a un malato di cuore, a rischio infarto e con insufficienza respiratoria, viene fissata una visita il 22 settembre 2027 (è successo a Mario, ad Avellino), probabilmente lo si condanna a morte. E leggere sul foglio prenotazione la palese falsità che Mario avrebbe rinunciato a una visita il 2 dicembre 2025, è una crudeltà, oltre che una truffa.
«Perché mai avrei dovuto rinunciare a una visita il 2 dicembre scorso se ho ogni notte paura di morire?», ci ha detto Mario. In effetti. Ma sono settimane che raccogliamo testimonianze come la sua. E raccogliamo pure documenti. Ed è incredibile che nessuno si sia ancora mosso per porre fine a questo scandalo. Un ministro della salute ce l’abbiamo ancora? Orazio Schillaci che fa? Dorme?
Faccio notare a buonanotte fiorellino Schillaci, ex collaboratore di Speranza, che lui aveva fatto approvare una legge, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 31 luglio 2024, sulle liste d’attesa: in base a quelle norme le Asl, quando non riescono a rispettare i tempi previsti delle prenotazioni, dovrebbero consentire ai pazienti di fare la visita privatamente senza pagare. Invece non succede. E questo trucchetto delle prime visite rifiutate viene utilizzato anche e proprio per aggirare quella legge, per fare in modo che le visite siano tranquillamente fissate nel maggio 2027 o addirittura nel settembre 2027, senza che nessun direttore Asl si senta obbligato a intervenire. Ovvio, no? «Il ritardo è colpa del paziente». Ma non è vero. È un inganno. Una truffa. Possibile che il ministro non abbia nulla da dire? Possibile che non senta il dovere di almeno muovere gli ispettori? O di far sentire la sua voce? Che cosa aspetta?
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