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2019-11-29
Niente pace nel M5s Paragone guida la rivolta anti fondo
Ansa
Mes con una «s» sola vuol dire Meccanismo europeo di stabilità, con due «s» invece in inglese vuol dire «pasticcio». Ed è proprio un gran pasticcio quello che va in scena anche in casa 5 stelle sulla riforma del Fondo salva Stati in caso di default in arrivo per uno dei Paesi membri dell'Unione monetaria.
Nel programma elettorale dei grillini, da sempre, ci sono affermazioni e promesse incompatibili con qualunque cessione di sovranità in cambio di paracadute monetario, come ha dovuto fare la Grecia con la Troika. Nella risoluzione parlamentare con la quale la Lega chiedeva a Giuseppe Conte di non firmare il nuovo Mes ci sono le firme anche di vari deputati pentastellati. Il «capo politico» del Movimento, Luigi Di Maio, è in buona misura contrario al nuovo Mes così com'è (anche se in sette giorni la sua posizione si è ammorbidita), mentre il premier è a favore e in cuor suo tifa per un rinvio. Poi c'è Beppe Grillo, che ormai da mesi ha abbracciato posizioni più europeiste per convergere sempre più sul Pd in un patto non scritto che dovrebbe culminare anche nell'elezione di Romano Prodi al Colle.
A mettere tutti i compagni di partito con le spalle al muro è il senatore Gianluigi Paragone, che sventola il programma elettorale della primavera 2018. Nel capitoletto sull'economia e l'Ue, si poteva leggere: «Riteniamo indispensabile, nei trattati e nel quadro normativo europeo, alcune specifiche procedure tecniche, economiche e giuridiche che consentano agli Stati membri di recedere dall'unione monetaria». Ovvero l'opposto del Mes, prima e seconda versione, che invece lega le mani ai Paesi in difficoltà e li costringe ad accettare il commissariamento dall'estero.
E nelle nuove regole del fondo salva Stati non sono neppure previste delle vie di fuga democratiche, come la possibilità di abbandonare anche temporaneamente la moneta unica. Intervistato da Affaritaliani.it, l'ex giornalista osserva: «Quello del Movimento non mi sembra un programma di una forza europeista, il Mes è da modificare radicalmente a favore dei popoli e non della finanza. Il Mes è assolutamente un trattato costruito per la finanza speculativa».
Diventa quindi complicato votarlo, per un deputato grillino, quando il programma prometteva una svolta in senso contrario sulla moneta unica e si rischia il bis di un'altra battaglia in qualche modo tradita come quella contro la Tav.
Di Maio lo sa e anche ieri è tornato a parlare contro il trattato, augurandosi con i suoi collaboratori più stretti lo stesso rinvio che anche Conte prepara da giorni. Anche se il premier, lunedì prossimo in Senato, probabilmente non sconfesserà del tutto la linea favorevolissima del ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri. Ospite di Radio Anch'io, il ministro degli Esteri anticipa che «nelle prossime ore, a livello di maggioranza, avremo bisogno di valutare se tutto questo pacchetto, il meccanismo europeo di stabilità, e altre riforme europee come l'unione bancaria e l'assicurazione sui depositi, convengono all'Italia oppure no». E poi azzarda una battuta in stile Salvini: «Una cosa è un Fondo salva Stati, altro uno stritola Stati sul modello della Grecia. Noi come M5s abbiamo espresso anche in Parlamento molte perplessità e preoccupazioni ma sono confidente nel fatto che nelle prossime ore riusciremo a trovare una soluzione». Pregevole l'inglesismo di «confidente», che conferma il suo ruolo di ministro degli Esteri. Va detto che una settimana fa, intervistato dal Corriere della Sera, Di Maio era però sembrato un po' più duro, quando aveva detto: «In Europa siamo stati abituati a colpi bassi in passato, che non abbiamo più intenzione di subire». E un «colpo basso», però, è anche la risoluzione approvata il 19 giugno alla Camera (seduta numero 192), presentata dal capogruppo della Lega, Riccardo Molinari e dall'allora capogruppo M5s Francesco D'Uva. Prevedeva esplicitamente che il governo non impegnasse l'Italia a riforme del Mes che fossero sfavorevoli a quelle economie che hanno bisogno di più pesanti «riforme strutturali» e di «maggiori investimenti» per uscire dalla crisi iniziata nel 2007. Come noi, insomma.
Beppe Grillo ha provato a uscire dall'impasse con un tocco di illusionismo. E sulla sua pagina Facebook nei giorni scorsi ha sparso ottimismo con un video: «È un momento magico. Noi non possiamo continuare a fare dei Facebook in cui si dice questo qua non va bene. Adesso le cose devono essere chiare, il capo politico è lui, quindi non rompete i c… perché sennò ci rimettiamo tutti». Il «lui» era Di Maio, alle prese con il messy Mes. Nelle truppe parlamentari, c'è una netta spaccatura: quelli che parlano sono contrari, ma tra i silenziosi ci sono tanti che la pensano come il Pd.
Francesco Bonazzi
Il trattato già inizia a fare danni: l’asta dei Btp si rivela una delusione
Scherzare con il fuoco può essere pericoloso e le proposte di modifica al trattato istitutivo del Meccanismo europeo di stabilità (noto come fondo salva Stati) iniziano a turbare gli investitori. Ad alimentare le perplessità non è tanto lo spread, in lieve aumento a circa 170 punti. Il differenziale nel rendimento fra Btp e Bund è infatti un termometro inattendibile per misurare il sentimento degli operatori sul nostro debito. Ciò che lascia perplessi è l'aumento dei rendimenti sulle nuove emissioni. Questa è una misura più accurata per testare il gradimento sul nostro debito. Ieri la Repubblica italiana ha collocato due Btp: uno con scadenza a cinque anni, l'altro a dieci, assieme a un Cct rimborsabile a sei anni.
L'asta non è stata un successo, per due motivi. Per collocare il primo Btp lo Stato ha dovuto offrire un rendimento dello 0,64%. Una cifra in sé più che «giusta», ma in aumento rispetto alla precedente analoga asta del 30 ottobre, che aveva segnato lo 0,43%. In altre parole, il costo annuo del Btp a cinque anni è aumentato di quasi il 50%. E questo è un costo «vero», che si riverbera - in misura proporzionale all'importo di questa emissione - sul bilancio dello Stato. Pure il Btp a dieci anni ha segnato un aumento di 23 punti base nel rendimento offerto in asta, attestandosi all'1,29% rispetto all'1,06% del 30 ottobre. In proporzione, un aumento del costo inferiore rispetto a prima, ovvero poco meno del 22%. Ma il fatto che a dieci anni i timori degli operatori siano inferiori rispetto alla più breve scadenza di cinque non fa che alimentare ulteriori perplessità.
Gli investitori, in altre parole, iniziano a ipotizzare possibili tensioni che nel lungo termine potrebbero mitigarsi. Quanto più gli aumenti di rendimento si trasmetteranno sulle fasce di scadenza più corte, tanto più alti saranno i timori degli operatori. Infine, anche il Cct a sei anni ha mostrato un aumento nel rendimento offerto chiudendo a 0,71% annuo contro lo 0,52% del 27 ottobre. Cifre in sé non allarmanti, ma che evidenziano un timore crescente.
Ma vi è un secondo motivo per giudicare insoddisfacente il risultato delle aste di ieri. La domanda degli investitori non è stata copiosa rispetto ai nostri standard. Abbiamo collocato nelle tre aste 5,7 miliardi di titoli e la richiesta degli investitori è stata di circa 7,6 miliardi, superiore del 32%. Può sembrare un risultato di tutto rispetto, ma non è così. Nei primi dieci mesi del 2019 la domanda ha mediamente superato del 70% l'offerta nelle aste di titoli di Stato. Pure nel secondo semestre del 2018, nei momenti di maggiore tensione sui rendimenti, la domanda ha superato l'offerta di circa il 65%. Uno scarto addirittura superiore rispetto al primo semestre, quando ancora non si era insediato il governo Conte.
Ciò che gli operatori iniziano a valutare con attenzione è l'introduzione a partire dal 2022 di nuove clausole di azione collettiva diverse da quelle attualmente in essere (in gergo Cac, e verrebbe da scrivere «nomen omen») su tutte le emissioni superiori a un anno. Di che si tratta? Proviamo a spiegarlo nella maniera più semplice possibile. A partire dal 2013, i regolamenti delle emissioni dei titoli di Stato con scadenza superiore a un anno riportano regole procedurali da seguire in caso di ristrutturazione del debito. E questa è già una prima nefandezza, dal momento che si ammette urbi et orbi che il debito sovrano nell'Eurozona, a differenza di tutti gli altri debiti sovrani, può fare default.
Ristrutturare il debito significa infatti che il capitale restituito può essere inferiore e gli interessi magari più bassi; il tutto pagato in scadenze più lunghe. Affinché questa scemenza possa verificarsi, le vecchie Cac esigevano che la maggioranza degli investitori fosse d'accordo a subire questi sacrifici, non solo nel complesso ma anche a livello di singola emissione. Lo Stato, che ha cioè emesso titoli spezzettati in 100 emissioni diverse, poteva ristrutturare il debito soltanto se la maggioranza degli investitori era d'accordo nel complesso e in ogni singola emissione. Bastava una maggioranza contraria anche in una sola emissione, magari piccolissima, e la ristrutturazione non andava in porto. Ovviamente il solo scrivere queste casistiche ha alimentato spinte speculative non indifferenti sui debiti dell'Eurozona.
Ma poiché una volta toccato il fondo si può sempre scavare, ecco che con il nuovo trattato si prova a peggiorare la situazione, prevedendo che dal 2022 le emissioni riportino una nuova Cac. Basterà una sola maggioranza, a livello di debito complessivo. In altre parole, è vero - come dice il ministro Roberto Gualtieri - che chiedere la ristrutturazione del debito non sarà più semplice rispetto a ieri. Ma una volta imboccata questa strada, tosare gli investitori sarà più semplice. «Ti dico con certezza matematica che se passa questa schifezza diamo loro lo short Btp della vita, e avremo tutto il mercato a vendere» è uno degli sms che gira fra gli addetti ai lavori a Londra. Tradotto, significa: «Venderemo a mani basse».
Fabio Dragoni
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Il partito è spaccato fra favorevoli e contrari, che ricordano il programma elettorale: fra le promesse c'era l'addio al Mes.Richieste sotto la media e crescita dei rendimenti dei titoli a cinque e dieci anni. Gli esperti temono la ristrutturazione del debito unita alle nuove norme sulle emissioni: «Se passa il Mes vendiamo tutto».Lo speciale contiene due articoliMes con una «s» sola vuol dire Meccanismo europeo di stabilità, con due «s» invece in inglese vuol dire «pasticcio». Ed è proprio un gran pasticcio quello che va in scena anche in casa 5 stelle sulla riforma del Fondo salva Stati in caso di default in arrivo per uno dei Paesi membri dell'Unione monetaria.Nel programma elettorale dei grillini, da sempre, ci sono affermazioni e promesse incompatibili con qualunque cessione di sovranità in cambio di paracadute monetario, come ha dovuto fare la Grecia con la Troika. Nella risoluzione parlamentare con la quale la Lega chiedeva a Giuseppe Conte di non firmare il nuovo Mes ci sono le firme anche di vari deputati pentastellati. Il «capo politico» del Movimento, Luigi Di Maio, è in buona misura contrario al nuovo Mes così com'è (anche se in sette giorni la sua posizione si è ammorbidita), mentre il premier è a favore e in cuor suo tifa per un rinvio. Poi c'è Beppe Grillo, che ormai da mesi ha abbracciato posizioni più europeiste per convergere sempre più sul Pd in un patto non scritto che dovrebbe culminare anche nell'elezione di Romano Prodi al Colle. A mettere tutti i compagni di partito con le spalle al muro è il senatore Gianluigi Paragone, che sventola il programma elettorale della primavera 2018. Nel capitoletto sull'economia e l'Ue, si poteva leggere: «Riteniamo indispensabile, nei trattati e nel quadro normativo europeo, alcune specifiche procedure tecniche, economiche e giuridiche che consentano agli Stati membri di recedere dall'unione monetaria». Ovvero l'opposto del Mes, prima e seconda versione, che invece lega le mani ai Paesi in difficoltà e li costringe ad accettare il commissariamento dall'estero. E nelle nuove regole del fondo salva Stati non sono neppure previste delle vie di fuga democratiche, come la possibilità di abbandonare anche temporaneamente la moneta unica. Intervistato da Affaritaliani.it, l'ex giornalista osserva: «Quello del Movimento non mi sembra un programma di una forza europeista, il Mes è da modificare radicalmente a favore dei popoli e non della finanza. Il Mes è assolutamente un trattato costruito per la finanza speculativa». Diventa quindi complicato votarlo, per un deputato grillino, quando il programma prometteva una svolta in senso contrario sulla moneta unica e si rischia il bis di un'altra battaglia in qualche modo tradita come quella contro la Tav. Di Maio lo sa e anche ieri è tornato a parlare contro il trattato, augurandosi con i suoi collaboratori più stretti lo stesso rinvio che anche Conte prepara da giorni. Anche se il premier, lunedì prossimo in Senato, probabilmente non sconfesserà del tutto la linea favorevolissima del ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri. Ospite di Radio Anch'io, il ministro degli Esteri anticipa che «nelle prossime ore, a livello di maggioranza, avremo bisogno di valutare se tutto questo pacchetto, il meccanismo europeo di stabilità, e altre riforme europee come l'unione bancaria e l'assicurazione sui depositi, convengono all'Italia oppure no». E poi azzarda una battuta in stile Salvini: «Una cosa è un Fondo salva Stati, altro uno stritola Stati sul modello della Grecia. Noi come M5s abbiamo espresso anche in Parlamento molte perplessità e preoccupazioni ma sono confidente nel fatto che nelle prossime ore riusciremo a trovare una soluzione». Pregevole l'inglesismo di «confidente», che conferma il suo ruolo di ministro degli Esteri. Va detto che una settimana fa, intervistato dal Corriere della Sera, Di Maio era però sembrato un po' più duro, quando aveva detto: «In Europa siamo stati abituati a colpi bassi in passato, che non abbiamo più intenzione di subire». E un «colpo basso», però, è anche la risoluzione approvata il 19 giugno alla Camera (seduta numero 192), presentata dal capogruppo della Lega, Riccardo Molinari e dall'allora capogruppo M5s Francesco D'Uva. Prevedeva esplicitamente che il governo non impegnasse l'Italia a riforme del Mes che fossero sfavorevoli a quelle economie che hanno bisogno di più pesanti «riforme strutturali» e di «maggiori investimenti» per uscire dalla crisi iniziata nel 2007. Come noi, insomma.Beppe Grillo ha provato a uscire dall'impasse con un tocco di illusionismo. E sulla sua pagina Facebook nei giorni scorsi ha sparso ottimismo con un video: «È un momento magico. Noi non possiamo continuare a fare dei Facebook in cui si dice questo qua non va bene. Adesso le cose devono essere chiare, il capo politico è lui, quindi non rompete i c… perché sennò ci rimettiamo tutti». Il «lui» era Di Maio, alle prese con il messy Mes. Nelle truppe parlamentari, c'è una netta spaccatura: quelli che parlano sono contrari, ma tra i silenziosi ci sono tanti che la pensano come il Pd. Francesco Bonazzi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/niente-pace-nel-m5s-paragone-guida-la-rivolta-anti-fondo-2641475184.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-trattato-gia-inizia-a-fare-danni-lasta-dei-btp-si-rivela-una-delusione" data-post-id="2641475184" data-published-at="1777431194" data-use-pagination="False"> Il trattato già inizia a fare danni: l’asta dei Btp si rivela una delusione Scherzare con il fuoco può essere pericoloso e le proposte di modifica al trattato istitutivo del Meccanismo europeo di stabilità (noto come fondo salva Stati) iniziano a turbare gli investitori. Ad alimentare le perplessità non è tanto lo spread, in lieve aumento a circa 170 punti. Il differenziale nel rendimento fra Btp e Bund è infatti un termometro inattendibile per misurare il sentimento degli operatori sul nostro debito. Ciò che lascia perplessi è l'aumento dei rendimenti sulle nuove emissioni. Questa è una misura più accurata per testare il gradimento sul nostro debito. Ieri la Repubblica italiana ha collocato due Btp: uno con scadenza a cinque anni, l'altro a dieci, assieme a un Cct rimborsabile a sei anni. L'asta non è stata un successo, per due motivi. Per collocare il primo Btp lo Stato ha dovuto offrire un rendimento dello 0,64%. Una cifra in sé più che «giusta», ma in aumento rispetto alla precedente analoga asta del 30 ottobre, che aveva segnato lo 0,43%. In altre parole, il costo annuo del Btp a cinque anni è aumentato di quasi il 50%. E questo è un costo «vero», che si riverbera - in misura proporzionale all'importo di questa emissione - sul bilancio dello Stato. Pure il Btp a dieci anni ha segnato un aumento di 23 punti base nel rendimento offerto in asta, attestandosi all'1,29% rispetto all'1,06% del 30 ottobre. In proporzione, un aumento del costo inferiore rispetto a prima, ovvero poco meno del 22%. Ma il fatto che a dieci anni i timori degli operatori siano inferiori rispetto alla più breve scadenza di cinque non fa che alimentare ulteriori perplessità. Gli investitori, in altre parole, iniziano a ipotizzare possibili tensioni che nel lungo termine potrebbero mitigarsi. Quanto più gli aumenti di rendimento si trasmetteranno sulle fasce di scadenza più corte, tanto più alti saranno i timori degli operatori. Infine, anche il Cct a sei anni ha mostrato un aumento nel rendimento offerto chiudendo a 0,71% annuo contro lo 0,52% del 27 ottobre. Cifre in sé non allarmanti, ma che evidenziano un timore crescente. Ma vi è un secondo motivo per giudicare insoddisfacente il risultato delle aste di ieri. La domanda degli investitori non è stata copiosa rispetto ai nostri standard. Abbiamo collocato nelle tre aste 5,7 miliardi di titoli e la richiesta degli investitori è stata di circa 7,6 miliardi, superiore del 32%. Può sembrare un risultato di tutto rispetto, ma non è così. Nei primi dieci mesi del 2019 la domanda ha mediamente superato del 70% l'offerta nelle aste di titoli di Stato. Pure nel secondo semestre del 2018, nei momenti di maggiore tensione sui rendimenti, la domanda ha superato l'offerta di circa il 65%. Uno scarto addirittura superiore rispetto al primo semestre, quando ancora non si era insediato il governo Conte. Ciò che gli operatori iniziano a valutare con attenzione è l'introduzione a partire dal 2022 di nuove clausole di azione collettiva diverse da quelle attualmente in essere (in gergo Cac, e verrebbe da scrivere «nomen omen») su tutte le emissioni superiori a un anno. Di che si tratta? Proviamo a spiegarlo nella maniera più semplice possibile. A partire dal 2013, i regolamenti delle emissioni dei titoli di Stato con scadenza superiore a un anno riportano regole procedurali da seguire in caso di ristrutturazione del debito. E questa è già una prima nefandezza, dal momento che si ammette urbi et orbi che il debito sovrano nell'Eurozona, a differenza di tutti gli altri debiti sovrani, può fare default. Ristrutturare il debito significa infatti che il capitale restituito può essere inferiore e gli interessi magari più bassi; il tutto pagato in scadenze più lunghe. Affinché questa scemenza possa verificarsi, le vecchie Cac esigevano che la maggioranza degli investitori fosse d'accordo a subire questi sacrifici, non solo nel complesso ma anche a livello di singola emissione. Lo Stato, che ha cioè emesso titoli spezzettati in 100 emissioni diverse, poteva ristrutturare il debito soltanto se la maggioranza degli investitori era d'accordo nel complesso e in ogni singola emissione. Bastava una maggioranza contraria anche in una sola emissione, magari piccolissima, e la ristrutturazione non andava in porto. Ovviamente il solo scrivere queste casistiche ha alimentato spinte speculative non indifferenti sui debiti dell'Eurozona. Ma poiché una volta toccato il fondo si può sempre scavare, ecco che con il nuovo trattato si prova a peggiorare la situazione, prevedendo che dal 2022 le emissioni riportino una nuova Cac. Basterà una sola maggioranza, a livello di debito complessivo. In altre parole, è vero - come dice il ministro Roberto Gualtieri - che chiedere la ristrutturazione del debito non sarà più semplice rispetto a ieri. Ma una volta imboccata questa strada, tosare gli investitori sarà più semplice. «Ti dico con certezza matematica che se passa questa schifezza diamo loro lo short Btp della vita, e avremo tutto il mercato a vendere» è uno degli sms che gira fra gli addetti ai lavori a Londra. Tradotto, significa: «Venderemo a mani basse». Fabio Dragoni
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
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Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
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Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.