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2019-11-29
Niente pace nel M5s Paragone guida la rivolta anti fondo
Ansa
Mes con una «s» sola vuol dire Meccanismo europeo di stabilità, con due «s» invece in inglese vuol dire «pasticcio». Ed è proprio un gran pasticcio quello che va in scena anche in casa 5 stelle sulla riforma del Fondo salva Stati in caso di default in arrivo per uno dei Paesi membri dell'Unione monetaria.
Nel programma elettorale dei grillini, da sempre, ci sono affermazioni e promesse incompatibili con qualunque cessione di sovranità in cambio di paracadute monetario, come ha dovuto fare la Grecia con la Troika. Nella risoluzione parlamentare con la quale la Lega chiedeva a Giuseppe Conte di non firmare il nuovo Mes ci sono le firme anche di vari deputati pentastellati. Il «capo politico» del Movimento, Luigi Di Maio, è in buona misura contrario al nuovo Mes così com'è (anche se in sette giorni la sua posizione si è ammorbidita), mentre il premier è a favore e in cuor suo tifa per un rinvio. Poi c'è Beppe Grillo, che ormai da mesi ha abbracciato posizioni più europeiste per convergere sempre più sul Pd in un patto non scritto che dovrebbe culminare anche nell'elezione di Romano Prodi al Colle.
A mettere tutti i compagni di partito con le spalle al muro è il senatore Gianluigi Paragone, che sventola il programma elettorale della primavera 2018. Nel capitoletto sull'economia e l'Ue, si poteva leggere: «Riteniamo indispensabile, nei trattati e nel quadro normativo europeo, alcune specifiche procedure tecniche, economiche e giuridiche che consentano agli Stati membri di recedere dall'unione monetaria». Ovvero l'opposto del Mes, prima e seconda versione, che invece lega le mani ai Paesi in difficoltà e li costringe ad accettare il commissariamento dall'estero.
E nelle nuove regole del fondo salva Stati non sono neppure previste delle vie di fuga democratiche, come la possibilità di abbandonare anche temporaneamente la moneta unica. Intervistato da Affaritaliani.it, l'ex giornalista osserva: «Quello del Movimento non mi sembra un programma di una forza europeista, il Mes è da modificare radicalmente a favore dei popoli e non della finanza. Il Mes è assolutamente un trattato costruito per la finanza speculativa».
Diventa quindi complicato votarlo, per un deputato grillino, quando il programma prometteva una svolta in senso contrario sulla moneta unica e si rischia il bis di un'altra battaglia in qualche modo tradita come quella contro la Tav.
Di Maio lo sa e anche ieri è tornato a parlare contro il trattato, augurandosi con i suoi collaboratori più stretti lo stesso rinvio che anche Conte prepara da giorni. Anche se il premier, lunedì prossimo in Senato, probabilmente non sconfesserà del tutto la linea favorevolissima del ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri. Ospite di Radio Anch'io, il ministro degli Esteri anticipa che «nelle prossime ore, a livello di maggioranza, avremo bisogno di valutare se tutto questo pacchetto, il meccanismo europeo di stabilità, e altre riforme europee come l'unione bancaria e l'assicurazione sui depositi, convengono all'Italia oppure no». E poi azzarda una battuta in stile Salvini: «Una cosa è un Fondo salva Stati, altro uno stritola Stati sul modello della Grecia. Noi come M5s abbiamo espresso anche in Parlamento molte perplessità e preoccupazioni ma sono confidente nel fatto che nelle prossime ore riusciremo a trovare una soluzione». Pregevole l'inglesismo di «confidente», che conferma il suo ruolo di ministro degli Esteri. Va detto che una settimana fa, intervistato dal Corriere della Sera, Di Maio era però sembrato un po' più duro, quando aveva detto: «In Europa siamo stati abituati a colpi bassi in passato, che non abbiamo più intenzione di subire». E un «colpo basso», però, è anche la risoluzione approvata il 19 giugno alla Camera (seduta numero 192), presentata dal capogruppo della Lega, Riccardo Molinari e dall'allora capogruppo M5s Francesco D'Uva. Prevedeva esplicitamente che il governo non impegnasse l'Italia a riforme del Mes che fossero sfavorevoli a quelle economie che hanno bisogno di più pesanti «riforme strutturali» e di «maggiori investimenti» per uscire dalla crisi iniziata nel 2007. Come noi, insomma.
Beppe Grillo ha provato a uscire dall'impasse con un tocco di illusionismo. E sulla sua pagina Facebook nei giorni scorsi ha sparso ottimismo con un video: «È un momento magico. Noi non possiamo continuare a fare dei Facebook in cui si dice questo qua non va bene. Adesso le cose devono essere chiare, il capo politico è lui, quindi non rompete i c… perché sennò ci rimettiamo tutti». Il «lui» era Di Maio, alle prese con il messy Mes. Nelle truppe parlamentari, c'è una netta spaccatura: quelli che parlano sono contrari, ma tra i silenziosi ci sono tanti che la pensano come il Pd.
Francesco Bonazzi
Il trattato già inizia a fare danni: l’asta dei Btp si rivela una delusione
Scherzare con il fuoco può essere pericoloso e le proposte di modifica al trattato istitutivo del Meccanismo europeo di stabilità (noto come fondo salva Stati) iniziano a turbare gli investitori. Ad alimentare le perplessità non è tanto lo spread, in lieve aumento a circa 170 punti. Il differenziale nel rendimento fra Btp e Bund è infatti un termometro inattendibile per misurare il sentimento degli operatori sul nostro debito. Ciò che lascia perplessi è l'aumento dei rendimenti sulle nuove emissioni. Questa è una misura più accurata per testare il gradimento sul nostro debito. Ieri la Repubblica italiana ha collocato due Btp: uno con scadenza a cinque anni, l'altro a dieci, assieme a un Cct rimborsabile a sei anni.
L'asta non è stata un successo, per due motivi. Per collocare il primo Btp lo Stato ha dovuto offrire un rendimento dello 0,64%. Una cifra in sé più che «giusta», ma in aumento rispetto alla precedente analoga asta del 30 ottobre, che aveva segnato lo 0,43%. In altre parole, il costo annuo del Btp a cinque anni è aumentato di quasi il 50%. E questo è un costo «vero», che si riverbera - in misura proporzionale all'importo di questa emissione - sul bilancio dello Stato. Pure il Btp a dieci anni ha segnato un aumento di 23 punti base nel rendimento offerto in asta, attestandosi all'1,29% rispetto all'1,06% del 30 ottobre. In proporzione, un aumento del costo inferiore rispetto a prima, ovvero poco meno del 22%. Ma il fatto che a dieci anni i timori degli operatori siano inferiori rispetto alla più breve scadenza di cinque non fa che alimentare ulteriori perplessità.
Gli investitori, in altre parole, iniziano a ipotizzare possibili tensioni che nel lungo termine potrebbero mitigarsi. Quanto più gli aumenti di rendimento si trasmetteranno sulle fasce di scadenza più corte, tanto più alti saranno i timori degli operatori. Infine, anche il Cct a sei anni ha mostrato un aumento nel rendimento offerto chiudendo a 0,71% annuo contro lo 0,52% del 27 ottobre. Cifre in sé non allarmanti, ma che evidenziano un timore crescente.
Ma vi è un secondo motivo per giudicare insoddisfacente il risultato delle aste di ieri. La domanda degli investitori non è stata copiosa rispetto ai nostri standard. Abbiamo collocato nelle tre aste 5,7 miliardi di titoli e la richiesta degli investitori è stata di circa 7,6 miliardi, superiore del 32%. Può sembrare un risultato di tutto rispetto, ma non è così. Nei primi dieci mesi del 2019 la domanda ha mediamente superato del 70% l'offerta nelle aste di titoli di Stato. Pure nel secondo semestre del 2018, nei momenti di maggiore tensione sui rendimenti, la domanda ha superato l'offerta di circa il 65%. Uno scarto addirittura superiore rispetto al primo semestre, quando ancora non si era insediato il governo Conte.
Ciò che gli operatori iniziano a valutare con attenzione è l'introduzione a partire dal 2022 di nuove clausole di azione collettiva diverse da quelle attualmente in essere (in gergo Cac, e verrebbe da scrivere «nomen omen») su tutte le emissioni superiori a un anno. Di che si tratta? Proviamo a spiegarlo nella maniera più semplice possibile. A partire dal 2013, i regolamenti delle emissioni dei titoli di Stato con scadenza superiore a un anno riportano regole procedurali da seguire in caso di ristrutturazione del debito. E questa è già una prima nefandezza, dal momento che si ammette urbi et orbi che il debito sovrano nell'Eurozona, a differenza di tutti gli altri debiti sovrani, può fare default.
Ristrutturare il debito significa infatti che il capitale restituito può essere inferiore e gli interessi magari più bassi; il tutto pagato in scadenze più lunghe. Affinché questa scemenza possa verificarsi, le vecchie Cac esigevano che la maggioranza degli investitori fosse d'accordo a subire questi sacrifici, non solo nel complesso ma anche a livello di singola emissione. Lo Stato, che ha cioè emesso titoli spezzettati in 100 emissioni diverse, poteva ristrutturare il debito soltanto se la maggioranza degli investitori era d'accordo nel complesso e in ogni singola emissione. Bastava una maggioranza contraria anche in una sola emissione, magari piccolissima, e la ristrutturazione non andava in porto. Ovviamente il solo scrivere queste casistiche ha alimentato spinte speculative non indifferenti sui debiti dell'Eurozona.
Ma poiché una volta toccato il fondo si può sempre scavare, ecco che con il nuovo trattato si prova a peggiorare la situazione, prevedendo che dal 2022 le emissioni riportino una nuova Cac. Basterà una sola maggioranza, a livello di debito complessivo. In altre parole, è vero - come dice il ministro Roberto Gualtieri - che chiedere la ristrutturazione del debito non sarà più semplice rispetto a ieri. Ma una volta imboccata questa strada, tosare gli investitori sarà più semplice. «Ti dico con certezza matematica che se passa questa schifezza diamo loro lo short Btp della vita, e avremo tutto il mercato a vendere» è uno degli sms che gira fra gli addetti ai lavori a Londra. Tradotto, significa: «Venderemo a mani basse».
Fabio Dragoni
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Il partito è spaccato fra favorevoli e contrari, che ricordano il programma elettorale: fra le promesse c'era l'addio al Mes.Richieste sotto la media e crescita dei rendimenti dei titoli a cinque e dieci anni. Gli esperti temono la ristrutturazione del debito unita alle nuove norme sulle emissioni: «Se passa il Mes vendiamo tutto».Lo speciale contiene due articoliMes con una «s» sola vuol dire Meccanismo europeo di stabilità, con due «s» invece in inglese vuol dire «pasticcio». Ed è proprio un gran pasticcio quello che va in scena anche in casa 5 stelle sulla riforma del Fondo salva Stati in caso di default in arrivo per uno dei Paesi membri dell'Unione monetaria.Nel programma elettorale dei grillini, da sempre, ci sono affermazioni e promesse incompatibili con qualunque cessione di sovranità in cambio di paracadute monetario, come ha dovuto fare la Grecia con la Troika. Nella risoluzione parlamentare con la quale la Lega chiedeva a Giuseppe Conte di non firmare il nuovo Mes ci sono le firme anche di vari deputati pentastellati. Il «capo politico» del Movimento, Luigi Di Maio, è in buona misura contrario al nuovo Mes così com'è (anche se in sette giorni la sua posizione si è ammorbidita), mentre il premier è a favore e in cuor suo tifa per un rinvio. Poi c'è Beppe Grillo, che ormai da mesi ha abbracciato posizioni più europeiste per convergere sempre più sul Pd in un patto non scritto che dovrebbe culminare anche nell'elezione di Romano Prodi al Colle. A mettere tutti i compagni di partito con le spalle al muro è il senatore Gianluigi Paragone, che sventola il programma elettorale della primavera 2018. Nel capitoletto sull'economia e l'Ue, si poteva leggere: «Riteniamo indispensabile, nei trattati e nel quadro normativo europeo, alcune specifiche procedure tecniche, economiche e giuridiche che consentano agli Stati membri di recedere dall'unione monetaria». Ovvero l'opposto del Mes, prima e seconda versione, che invece lega le mani ai Paesi in difficoltà e li costringe ad accettare il commissariamento dall'estero. E nelle nuove regole del fondo salva Stati non sono neppure previste delle vie di fuga democratiche, come la possibilità di abbandonare anche temporaneamente la moneta unica. Intervistato da Affaritaliani.it, l'ex giornalista osserva: «Quello del Movimento non mi sembra un programma di una forza europeista, il Mes è da modificare radicalmente a favore dei popoli e non della finanza. Il Mes è assolutamente un trattato costruito per la finanza speculativa». Diventa quindi complicato votarlo, per un deputato grillino, quando il programma prometteva una svolta in senso contrario sulla moneta unica e si rischia il bis di un'altra battaglia in qualche modo tradita come quella contro la Tav. Di Maio lo sa e anche ieri è tornato a parlare contro il trattato, augurandosi con i suoi collaboratori più stretti lo stesso rinvio che anche Conte prepara da giorni. Anche se il premier, lunedì prossimo in Senato, probabilmente non sconfesserà del tutto la linea favorevolissima del ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri. Ospite di Radio Anch'io, il ministro degli Esteri anticipa che «nelle prossime ore, a livello di maggioranza, avremo bisogno di valutare se tutto questo pacchetto, il meccanismo europeo di stabilità, e altre riforme europee come l'unione bancaria e l'assicurazione sui depositi, convengono all'Italia oppure no». E poi azzarda una battuta in stile Salvini: «Una cosa è un Fondo salva Stati, altro uno stritola Stati sul modello della Grecia. Noi come M5s abbiamo espresso anche in Parlamento molte perplessità e preoccupazioni ma sono confidente nel fatto che nelle prossime ore riusciremo a trovare una soluzione». Pregevole l'inglesismo di «confidente», che conferma il suo ruolo di ministro degli Esteri. Va detto che una settimana fa, intervistato dal Corriere della Sera, Di Maio era però sembrato un po' più duro, quando aveva detto: «In Europa siamo stati abituati a colpi bassi in passato, che non abbiamo più intenzione di subire». E un «colpo basso», però, è anche la risoluzione approvata il 19 giugno alla Camera (seduta numero 192), presentata dal capogruppo della Lega, Riccardo Molinari e dall'allora capogruppo M5s Francesco D'Uva. Prevedeva esplicitamente che il governo non impegnasse l'Italia a riforme del Mes che fossero sfavorevoli a quelle economie che hanno bisogno di più pesanti «riforme strutturali» e di «maggiori investimenti» per uscire dalla crisi iniziata nel 2007. Come noi, insomma.Beppe Grillo ha provato a uscire dall'impasse con un tocco di illusionismo. E sulla sua pagina Facebook nei giorni scorsi ha sparso ottimismo con un video: «È un momento magico. Noi non possiamo continuare a fare dei Facebook in cui si dice questo qua non va bene. Adesso le cose devono essere chiare, il capo politico è lui, quindi non rompete i c… perché sennò ci rimettiamo tutti». Il «lui» era Di Maio, alle prese con il messy Mes. Nelle truppe parlamentari, c'è una netta spaccatura: quelli che parlano sono contrari, ma tra i silenziosi ci sono tanti che la pensano come il Pd. Francesco Bonazzi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/niente-pace-nel-m5s-paragone-guida-la-rivolta-anti-fondo-2641475184.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-trattato-gia-inizia-a-fare-danni-lasta-dei-btp-si-rivela-una-delusione" data-post-id="2641475184" data-published-at="1776234299" data-use-pagination="False"> Il trattato già inizia a fare danni: l’asta dei Btp si rivela una delusione Scherzare con il fuoco può essere pericoloso e le proposte di modifica al trattato istitutivo del Meccanismo europeo di stabilità (noto come fondo salva Stati) iniziano a turbare gli investitori. Ad alimentare le perplessità non è tanto lo spread, in lieve aumento a circa 170 punti. Il differenziale nel rendimento fra Btp e Bund è infatti un termometro inattendibile per misurare il sentimento degli operatori sul nostro debito. Ciò che lascia perplessi è l'aumento dei rendimenti sulle nuove emissioni. Questa è una misura più accurata per testare il gradimento sul nostro debito. Ieri la Repubblica italiana ha collocato due Btp: uno con scadenza a cinque anni, l'altro a dieci, assieme a un Cct rimborsabile a sei anni. L'asta non è stata un successo, per due motivi. Per collocare il primo Btp lo Stato ha dovuto offrire un rendimento dello 0,64%. Una cifra in sé più che «giusta», ma in aumento rispetto alla precedente analoga asta del 30 ottobre, che aveva segnato lo 0,43%. In altre parole, il costo annuo del Btp a cinque anni è aumentato di quasi il 50%. E questo è un costo «vero», che si riverbera - in misura proporzionale all'importo di questa emissione - sul bilancio dello Stato. Pure il Btp a dieci anni ha segnato un aumento di 23 punti base nel rendimento offerto in asta, attestandosi all'1,29% rispetto all'1,06% del 30 ottobre. In proporzione, un aumento del costo inferiore rispetto a prima, ovvero poco meno del 22%. Ma il fatto che a dieci anni i timori degli operatori siano inferiori rispetto alla più breve scadenza di cinque non fa che alimentare ulteriori perplessità. Gli investitori, in altre parole, iniziano a ipotizzare possibili tensioni che nel lungo termine potrebbero mitigarsi. Quanto più gli aumenti di rendimento si trasmetteranno sulle fasce di scadenza più corte, tanto più alti saranno i timori degli operatori. Infine, anche il Cct a sei anni ha mostrato un aumento nel rendimento offerto chiudendo a 0,71% annuo contro lo 0,52% del 27 ottobre. Cifre in sé non allarmanti, ma che evidenziano un timore crescente. Ma vi è un secondo motivo per giudicare insoddisfacente il risultato delle aste di ieri. La domanda degli investitori non è stata copiosa rispetto ai nostri standard. Abbiamo collocato nelle tre aste 5,7 miliardi di titoli e la richiesta degli investitori è stata di circa 7,6 miliardi, superiore del 32%. Può sembrare un risultato di tutto rispetto, ma non è così. Nei primi dieci mesi del 2019 la domanda ha mediamente superato del 70% l'offerta nelle aste di titoli di Stato. Pure nel secondo semestre del 2018, nei momenti di maggiore tensione sui rendimenti, la domanda ha superato l'offerta di circa il 65%. Uno scarto addirittura superiore rispetto al primo semestre, quando ancora non si era insediato il governo Conte. Ciò che gli operatori iniziano a valutare con attenzione è l'introduzione a partire dal 2022 di nuove clausole di azione collettiva diverse da quelle attualmente in essere (in gergo Cac, e verrebbe da scrivere «nomen omen») su tutte le emissioni superiori a un anno. Di che si tratta? Proviamo a spiegarlo nella maniera più semplice possibile. A partire dal 2013, i regolamenti delle emissioni dei titoli di Stato con scadenza superiore a un anno riportano regole procedurali da seguire in caso di ristrutturazione del debito. E questa è già una prima nefandezza, dal momento che si ammette urbi et orbi che il debito sovrano nell'Eurozona, a differenza di tutti gli altri debiti sovrani, può fare default. Ristrutturare il debito significa infatti che il capitale restituito può essere inferiore e gli interessi magari più bassi; il tutto pagato in scadenze più lunghe. Affinché questa scemenza possa verificarsi, le vecchie Cac esigevano che la maggioranza degli investitori fosse d'accordo a subire questi sacrifici, non solo nel complesso ma anche a livello di singola emissione. Lo Stato, che ha cioè emesso titoli spezzettati in 100 emissioni diverse, poteva ristrutturare il debito soltanto se la maggioranza degli investitori era d'accordo nel complesso e in ogni singola emissione. Bastava una maggioranza contraria anche in una sola emissione, magari piccolissima, e la ristrutturazione non andava in porto. Ovviamente il solo scrivere queste casistiche ha alimentato spinte speculative non indifferenti sui debiti dell'Eurozona. Ma poiché una volta toccato il fondo si può sempre scavare, ecco che con il nuovo trattato si prova a peggiorare la situazione, prevedendo che dal 2022 le emissioni riportino una nuova Cac. Basterà una sola maggioranza, a livello di debito complessivo. In altre parole, è vero - come dice il ministro Roberto Gualtieri - che chiedere la ristrutturazione del debito non sarà più semplice rispetto a ieri. Ma una volta imboccata questa strada, tosare gli investitori sarà più semplice. «Ti dico con certezza matematica che se passa questa schifezza diamo loro lo short Btp della vita, e avremo tutto il mercato a vendere» è uno degli sms che gira fra gli addetti ai lavori a Londra. Tradotto, significa: «Venderemo a mani basse». Fabio Dragoni
Papa Leone XIV (Ansa)
Ha ribadito che la dottrina sociale cattolica considera il potere non come un fine in sé, ma come un mezzo ordinato al bene comune. Egli ha precisato che la democrazia rappresenta «una delle più alte espressioni del potere legittimo» e che essa non deve essere ridotta a una «mera procedura», poiché il suo valore risiede nel riconoscimento della dignità di ogni persona e nella partecipazione attiva di ciascun cittadino al bene della collettività. Tuttavia, ha sottolineato il Papa, la democrazia «rimane sana solo quando è radicata nella legge morale e in una vera visione della persona umana». In assenza di tali fondamenti, essa rischia di degradarsi in «una tirannia della maggioranza o in una maschera del dominio delle élite economiche e tecnologiche». Queste parole confermano come il Papa, e con lui la Chiesa, intervenga nel dibattito politico non come un attore di parte, ma come un’autorità morale che indica la via della giustizia e della virtù, necessarie per evitare che la concentrazione del potere nelle mani di pochi minacci la pace e la partecipazione dei popoli.
Questa missione di testimonianza morale e spirituale è stata rappresentata anche ieri in Algeria, dove appunto si è aperto il viaggio africano che proseguirà oggi in Camerun. Ieri Leone XIV si è recato ad Annaba, l’antica Ippona, compiendo quello che è stato definito come un ritorno alle origini della sua vocazione. Come «figlio di Sant’Agostino», che fu vescovo di questa città tra il 396 e il 430, il Papa ha visitato il sito archeologico nonostante il forte maltempo. Presso le rovine della Basilica Pacis, dove Agostino esercitò il suo ministero, il Pontefice ha deposto una corona di fiori, accompagnato dai canti in latino, berbero e arabo della corale locale, incentrati sui temi della pace e della fratellanza.
Particolarmente significativo è stato l’incontro privato con le suore agostiniane missionarie a Bab El Oued. In questo popoloso comune di Algeri, il Papa ha reso omaggio alla memoria di suor Esther Paniagua e suor Caridad Álvarez Martín Alonso, martiri uccise nel 1994 durante la guerra civile. Rivolgendosi alle religiose, il Papa ha sottolineato che il martirio e la testimonianza sono dimensioni iscritte nel cuore della vita agostiniana e che la loro presenza in terra algerina è un segno prezioso. Egli ha richiamato l’eredità del Vescovo di Ippona, che ancora oggi insegna come sia «possibile vivere in pace, valorizzando le differenze» e promuovendo il rispetto per la dignità di ogni essere umano.
Infine, sempre ieri, è stata diffusa la lettera che il Papa ha inviato ai cardinali per convocare il prossimo Concistoro, fissato per il 26-27 giugno 2026. Leone ha tracciato le linee guida del lavoro che li aspetta, ponendo al centro l’esortazione Evangelii gaudium del predecessore Francesco. Il Papa chiede una missione che sia «cristocentrica e kerigmatica», capace di ricentrare l’identità cristiana sull’annuncio del cuore del Vangelo. Tra i principali punti di lavoro figurano la necessità di riformare i percorsi di iniziazione cristiana e l’urgenza di rendere la comunicazione ecclesiale, inclusa quella della Santa Sede, più chiaramente orientata alla missione.
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Carlo De Benedetti (Imasgoeconomica)
Egregi signori,vi scriviamo in nome e nell’interesse dell’ingegner Carlo De Benedetti, che ci ha incaricate di chiedervi la rettifica di alcune affermazioni non rispondenti al vero, pubblicate in data 11.4.2026 sul quotidiano La Verità nell’articolo a firma di Maurizio Belpietro, anticipato sulla prima pagina del giornale con il titolo «Il complotto Renzi-De Benedetti» e poi pubblicato, alla pagina 3, con il titolo «De Benedetti vuole cacciare Meloni e benedice il governo del presidente»; articolo pubblicato anche nella versione online del quotidiano.Nell’indicato articolo, l’ing. De Benedetti viene presentato ai lettori come «l’ex padrone di Olivetti, che piazzò vecchie telescriventi al ministero delle Poste in cambio di tangenti». Si sostiene, inoltre, che «Matteo Renzi gli spifferava notizie sulle prossime riforme, come ad esempio quella sulle banche popolari», ma la «magistratura [...]- guarda caso - nel comportamento dell’Ingegnere non riscontrò alcun reato». Il tutto corredato, sia nella versione cartacea sia nella versione online del quotidiano, da fotografie del nostro assistito.Con riguardo alle predette affermazioni, volte a gettare cattiva luce sull’ing. De Benedetti all’evidente scopo di minare la sua credibilità e delegittimare le opinioni dallo stesso espresse in occasione dell’intervista rilasciata nella trasmissione Otto e mezzo del 9 aprile 2026, si precisa che, come certamente noto al dott. Belpietro, l’ing. De Benedetti, con riferimento alla vicenda della fornitura di telescriventi alle Poste, è stato prosciolto dall’accusa di corruzione, caduta solo in parte per prescrizione. Quanto alle «notizie» che Matteo Renzi gli avrebbe fornito sulla riforma delle banche popolari, si precisa che il caso è stato archiviato sia dalla Consob che dalla Procura della Repubblica di Roma, non certo per favorire l’Ingegnere, come insinuato dal dott. Belpietro, ma in quanto è emerso che l’informazione allo stesso fornita, che si supponeva riservata, era in verità già pubblica.Quanto alla «tessera del Pd», si evidenzia che l’ing. De Benedetti non l’ha mai richiesta né ricevuta. Vi invitiamo, pertanto, a rettificare le informazioni non veritiere sopra riportate, mediante la pubblicazione della presente lettera da effettuarsi sul quotidiano La Verità, anche nella versione online, entro e non oltre il 16 aprile p.v., con evidenza pari a quella dell’articolo cui la smentita si riferisce.
Avv. Elisabetta Rubini
Avv. Alessandra Grissini
Le amnesie dell’ingegnere su tangenti, affari e Pd
Gentili Signori Avvocati, capisco che Carlo De Benedetti tenda a rimuovere una serie di fatti del passato, ma la mattina del 16 maggio del 1993 l’Ingegnere (così era chiamato) si presentò in una caserma dei carabinieri e di fronte ad Antonio Di Pietro ammise di aver pagato tangenti per una ventina di miliardi di lire, di cui 10 per fornire apparecchiature alle Poste.
La Repubblica, il giornale che aveva comprato da Eugenio Scalfari e dal principe Carlo Caracciolo e da lui trasformato in straordinario strumento per accreditarsi con la politica, titolò: «Era un clima da racket, o pagavi o non lavoravi». Un paio di giorni dopo quella confessione, De Benedetti rilasciò un’intervista al Wall Street Journal e la giornalista introdusse l’argomento dicendo che l’Ingegnere non chiedeva scusa per le tangenti pagate, ma anzi assicurava di non essere pentito per ciò che gli veniva contestato, «perché queste erano le regole del gioco negli anni Ottanta». Insomma, il grande imprenditore ammetteva tutto, ma si dichiarava vittima. Nicola Porro, in un articolo di parecchi anni fa, ricostruì i fatti, calcolando anche quanto fatturava l’Olivetti prima del «taglieggiamento» subito dall’Ingegnere e quanto invece incassò dopo. Nel 1987 Ivrea riceveva dalle Poste ordini per 2 miliardi di lire, ma l’anno dopo passò a 205 miliardi. «Quanto è valso all’Olivetti di De Benedetti sottoporsi a questo racket (pagando una tangente da 10 miliardi di lire, ndr)?» si chiese Porro: «In cinque anni, 600 miliardi di lire». Dunque, quale sarebbe l’affermazione non rispondente al vero?
Nel procedimento che una decina di anni fa lo ha opposto a Marco Tronchetti Provera fu lo stesso Ingegnere a ricordare in Aula di essersi spontaneamente presentato a Di Pietro per ammettere il pagamento di mazzette e prendersi «la responsabilità per quello che sapevo e quello che non sapevo». Nonostante ciò, De Benedetti è stato assolto e prosciolto? Trascrivo qui una cronaca del Fatto quotidiano del 2015: «De Benedetti fu coinvolto in due distinti procedimenti penali promossi dai pm di Roma per forniture sospette di macchine Olivetti alle Poste: ne uscì in un caso con l’assoluzione e nell’altro con la prescrizione». Ma che quelle telescriventi fossero state acquistate grazie a una mazzetta non è in discussione: è storia, anche se De Benedetti preferisce rimuovere la faccenda.
Quanto al resto, cioè alla riforma delle banche popolari, capisco che, come ha ammesso in Aula durante il procedimento contro Marco Tronchetti Provera, l’Ingegnere molte cose non le ricordi; tuttavia, questa è l’intercettazione tra lui e Gianluca Bolengo, il broker che all’epoca gestiva i suoi investimenti personali.
De Benedetti: «Faranno un provvedimento. Il governo farà un provvedimento sulle Popolari per tagliare la storia del voto capitario nei prossimi mesi… una o due settimane».
Bolengo: «Questo è molto buono perché c’è concentrazione nel settore. Ci sono troppe banche popolari. Sa, tutti citano il caso Sondrio, città di 30.000 abitanti».
De Benedetti: «Quindi volevo capire una cosa (incomprensibile) salgono le Popolari?».
Bolengo: «Sì, su questo se passa un decreto fatto bene salgono».
De Benedetti: «Passa, ho parlato con Renzi ieri, passa».
Bolengo: «Se passa è buono, sarebbe da avere un basket sulle Popolari. Se vuole glielo faccio studiare, uno di quelli che potrebbe avere maggior impatto e poi però bisognerebbe coprirlo con qualche cosa».
Così l’Ingegnere guadagnò 600.000 euro senza fatica. Che altro c’è da aggiungere rispetto a quanto da me scritto? Anche per questo fatto De Benedetti è stato assolto? L’ho evidenziato. Ma l’indiscrezione sulla riforma, la telefonata al broker di fiducia dopo aver ricevuto l’informazione da Renzi e il guadagno da 600 mila euro restano. Sono fatti, che nessuna tentazione di sbianchettamento può cancellare.
E a proposito dell’operazione pulizia, ad annunciare al quotidiano di casa l’iscrizione al Pd fu lo stesso Carlo De Benedetti. Il 14 ottobre 2007, in occasione della fondazione del nuovo soggetto politico, sulla Repubblica uscì una sua intervista a Ezio Mauro, dal titolo «Il mio voto per Walter, sognando una forza riformista», in cui dichiarò: «Andrò a votare e chiederò la tessera numero uno». Si è poi pentito e non ha più voluto la tessera o quella frase gli serviva solo per accreditarsi con il nuovo partito? Non lo so, ma francamente poco mi importa e credo che, conoscendo le tendenze politiche dell’Ingegnere, poco importi anche ai lettori.
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Donald Trump e Giorgia Meloni (Ansa)
Non soltanto dichiara che «ci sono servi sciocchi talmente sciocchi che poi anche i padroni li prendono in giro», ma addirittura accusa la premier di essere stata prona a Trump per quattro anni, anche se il presidente americano si è insediato a gennaio del 2025.
Giuseppe Conte, appena più misurato del suo capogruppo, a Meloni rimprovera di essere stata ambigua e dunque, ora che i nodi vengono al pettine, di pagare la mancanza di linearità. Gongola invece Matteo Renzi, che su X riporta le parole di Trump, per concludere che se questo è ciò che dice un suo alleato, figuratevi che cosa sostengono gli altri.
Insomma, avete capito che a sinistra fanno festa, nella speranza che in un futuro prossimo questo serva a fare la festa al capo del governo. Dopo aver chiesto per mesi, anzi per un anno (non per quattro come dice Ricciardi) di dichiarare guerra a Trump, adesso gli stessi sprizzano gioia perché Trump dichiara guerra a Meloni, mostrando in qualche caso perfino sorpresa. Volevano che si dissociasse e quando lo ha fatto, ecco la prevedibile reazione. Che c’è da stupirsi? Per mesi abbiamo assistito agli attacchi del presidente americano contro chiunque intralciasse la sua strada. Che fosse per una critica sui dazi o per una obiezione sulle strategie per il Medioriente e l’Ucraina, l’inquilino della Casa Bianca ha sempre reagito allo stesso modo, ovvero con una valanga di insulti. Dunque, invece di riconoscere che per un anno Meloni è stata abile a non portarci in guerra contro il capo della più importante potenza mondiale, sfruttando i fragili equilibri fra Stati Uniti e Europa anche sui temi economici, l’opposizione va all’attacco, non riuscendo a celare l’entusiasmo per un’aggressione che è contro l’Italia e gli interessi nazionali. Trump attacca la premier perché non asseconda la sua guerra contro l’Iran e la sinistra, che dice di voler fermare la guerra, ma anche che Trump è un dittatore pazzo, gode.
È il cortocircuito di partiti e leader che hanno perso i punti cardinali e navigano alla cieca, senza sapere nulla della direzione intrapresa. Nel tentativo di dare la spallata a Meloni sono pronti a usare perfino l’uomo che fino a ieri definivano uno squilibrato al comando. Ma al di là di queste miserie umane e politiche, delle contraddizioni, e tralasciando la pochezza di chi oggi si diverte a vedere insultato il capo del governo dell’Italia, resta un tema di fondo. Dichiarare guerra agli Stati Uniti non si può. E non si può neppure sposare tutte le fesserie di un’Europa che si è dimostrata inesistente anche nell’ora più buia della guerra nel Golfo. Dunque a Giorgia Meloni tocca un compito non facile e cioè trovare, dopo l’attacco di Trump, una terza via, per riuscire a mantenere relazioni con gli Stati Uniti ma senza esserne vittima, come si rende necessario individuare un rapporto con Bruxelles senza subirne le follie. Ci vorrà pazienza e serviranno capacità per non essere schiacciati né sull’America né sull’Europa. La sfida dunque è tutta italiana ed è quella che a sinistra non soltanto non sanno cogliere, ma neppure immaginano. Il loro velleitarismo infatti si esaurisce nel tentare di essere la brutta copia di Pedro Sánchez. Un parolaio rosso simile, ma più furbo, a compagni che a forza di allargare il campo hanno perso la via d’uscita.
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