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2020-09-02
Nel Pd si pensa già al dopo sconfitta. Bonaccini ora punta alla segreteria
Giorgio Gori e Stefano Bonaccini (Ansa)
Con chi ce l'ha Nicola Zingaretti? A chi è rivolto il suo messaggio? Cosa teme il quasi ex segretario del Pd? La Verità ha interpellato fonti molto autorevoli dei dem, per tentare di capire cosa abbia spinto il pupillo di Sharon Stone a indirizzare a Repubblica quella lettera che sembra da un lato un voler mettere le mani avanti di fronte alla probabile sconfitta della sinistra alle regionali, dall'altra un tentativo di spegnere le tante voci interne che, invitando a votare no al referendum sul taglio dei parlamentari, stanno fondamentalmente lavorando per far cadere il governo guidato da Giuseppe Conte: se i contrari alla sforbiciata di senatori e parlamentari prevalessero sui favorevoli, infatti, il M5s salterebbe per aria trascinando con sé l'esecutivo.
Partiamo da un punto chiave: le regionali. Quale risultato viene considerato accettabile dai dem? «Con due regioni vinte», spiega una fonte governativa di primo piano, «potremo dire di aver retto bene. Se finisce 3-3 sarà una vittoria». Proviamo a tradurre dallo sconfittese democratico: il 4-2 significherebbe vittoria del Pd in Toscana e Campania e sconfitta in Puglia, Marche, Veneto e Liguria. Visto che si parte da un 4-2 per il Pd (che governa attualmente Campania, Toscana, Puglia e Marche, mentre il centrodestra Veneto e Liguria) già si comprende bene che in casa dem tira una brutta aria. Verrebbe infatti considerata addirittura una vittoria conservare Toscana, Campania e Puglia, dunque perdere le Marche. Il problema però è che, al di là degli equilibrismi dialettici, l'unico candidato del Pd che gode effettivamente dei favori del pronostico, vale a dire Vincenzo De Luca, tutto è tranne che un fan di Zingaretti. Ricordiamo che fino all'esplosione dell'epidemia, lo stesso Zingaretti stava lavorando alacremente, in combutta con i grillini, per affondare la ricandidatura di De Luca, sostituendolo con il ministro dell'Ambiente Sergio Costa del M5s. Il Covid ha cambiato lo scenario, ma De Luca non dimentica, e non a caso ogni volta che può randella Zingaretti e tutto il governo. Proprio De Luca è uno dei big del Pd sui quali punta Stefano Bonaccini, presidente dell'Emilia-Romagna, per scalzare Zingaretti e diventare il nuovo leader dei dem. Bonaccini, dopo la vittoria dello scorso gennaio contro la leghista Lucia Borgonzoni, ha messo nel mirino la segreteria del partito, e ora aspetta solo il momento giusto per scendere in campo nei panni del salvatore della (povera) patria democratica.
«Bonaccini», rivela una fonte parlamentare di lungo corso, «sicuramente punta alla segreteria, ma quello di Zingaretti è un messaggio rivolto a quelli che stanno lavorando per il no al referendum e a quelli che non si stanno impegnando per le regionali. Più che altro, Nicola ha tentato di stringere i bulloni. Con chi ce l'ha? Sindaci come Giorgio Gori, parlamentari come Matteo Orfini e Gianni Cuperlo, e negli ultimi giorni anche quelli di Base riformista». Base riformista, lo ricordiamo, è la corrente del Pd che fa capo al ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, e all'ex ministro Luca Lotti. «Quelli che hanno criticato il ragionamento di Bettini», aggiunge la fonte, «stanno aspettando la sconfitta per far fuori Zingaretti».
Il ragionamento di Goffredo Bettini, guru democratico, ex nume tutelare di Zingaretti, è che l'alleanza tra Pd e M5s vada rinsaldata, e che Matteo Renzi debba farsi carico di federare un'area moderata che possa unirsi a Dem e grillini. Chi ha criticato Bettini? Esattamente gli stessi che lavorano per il «no» al referendum e che le nostre fonti accusano di minare la segreteria di Zingaretti: Orfini, Gori, Cuperlo, Maurizio Martina, Base riformista.
Andando più in profondità, tra i dem c'è scontento per la strategia di Giuseppe Conte, che si è completamente defilato sia dalla battaglia per le regionali che dal palcoscenico politico in generale, cercando inutilmente di tenersi lontano dalla probabile sconfitta: «Il rapporto con Conte», rivela un big del Pd, «si è molto raffreddato, inutile negarlo. Si fa i fatti suoi, non è riuscito a favorire l'alleanza con il M5s alle regionali, pensa solo a evitare di restare travolto da una eventuale sconfitta». Un tentativo maldestro quanto grossolano: se la sconfitta diventerà catastrofe, ovvero se la sinistra manterrà solo la guida della Campania, al di là di quello che sarà l'esito del referendum sul taglio dei parlamentari, la sorte di Giuseppi sarà segnata: dimissioni e consultazioni. L'unica certezza di questo settembre così politicamente incandescente è che la battaglia in Toscana della candidata leghista del centrodestra, Susanna Ceccardi, va molto al di là della elezione del presidente della Regione: se il centrodestra la spunta cadrà il governo. Se poi si andrà a votare oppure si riuscirà a trovare in Parlamento una maggioranza che sostenga un nuovo governo e un nuovo presidente del Consiglio, è tutta un'altra storia, anche perché, non dimentichiamolo mai, l'Europa farà di tutto per mantenere in vita questo parlamento, dove i sovranisti non hanno la maggioranza, fino all'elezione del prossimo presidente della Repubblica, nel gennaio 2022.
In Toscana si va verso il testa a testa
L'uno due tosco-marchigiano rischia di mandare al tappetto il Pd. I sondaggi s'addensano come neri presagi sull'astuto Nicola Zingaretti, la testa più lucida del centrosinistra. Giuseppe Conte non può stare tranquillo. Nelle urne del 20 e 21 settembre la sua maggioranza posticcia potrebbe sfaldarsi come una medusa sulla battigia settembrina dove Beppe Grillo che sperava in una sinergia elettorale pidistellata potrebbe spiaggiarsi contemplando un cielo senza stelle.
Il risultato più probabile è un 4 a 2 con il centrodestra sicuro di vincere in Veneto, Liguria, Marche e Puglia; se crolla la diga rossa in Toscana diventa 5 a 1 e a Roma - anche Sergio Mattarella impedendo - viene giù tutto. Tre giorni fa Nando Pagnoncelli (Ipsos) dalle pagine del Corsera ha fatto infuriare i leghisti con Nicola Molteni pronto a querelarlo e Claudio Borghi deciso a snobbarlo come «rilevatore a gettone» perché in Campania dà la lista di Salvini al 3% con Vincenzo De Luca (Pd) in testa di venti punti su Stefano Caldoro (Forza Italia) in una non partita 50,4 a 29 prendendo i massimi di entrambi, ieri ha gettato nello sconforto tutto il Pd certificando che nelle Marche Francesco Acquaroli deputato di Fratelli d'Italia e imposto al centrodestra da Giorgia Meloni supera di oltre 13 punti il candidato del Pd Maurizio Mangialardi. Il Sole 24 Ore accredita ad Acquaroli un vantaggio di 16 punti collocandolo oltre il 50%. Per il Pd perdere le Marche dopo un quarto di secolo di dominio sarebbe una catastrofe. Non ha ricandidato per volere di Matteo Ricci uomo forte del Pd nazionale in una faida tutta pesarese il presidente uscente Luca Ceriscioli, ha sperato come Giuseppe Conte fino all'ultimo in un'alleanza con i pentastellati (qui dimezzerebbero i voti passando dal 21 al 9%) e si ritroverebbe relegato a un'opposizione misera: se scatta il premio di maggioranza avrà al massimo 7 consiglieri su 30. Perdere l'egemonia fa male. Ma fa malissimo se si considera che tutto il centro Italia (Lazio a parte dove non si vota, ma dove Nicola Zingaretti come capo del Pd potrebbe essere il primo sconfitto) si libererebbe dal rosso. Un anno fa l'Umbria è andata a Donatella Tesei in quota Lega spazzando via mezzo secolo di egemonia sinistra, le Marche sono avviate sulla stessa strada, ma ha del clamoroso il probabile ribaltone in Toscana. Fino a due settimane fa Eugenio Ciani (Pd) era dato per vincitore, ma oggi Susanna Ceccardi, eurodeputata della Lega e già ottimo sindaco di Cascina, vede la vittoria. Tekné ha stimato che il massimo della forchetta della Ceccardi (43%) tocca il minimo di Giani (che ha un top di 47%) ma Il Sole 24 Ore con Winpoll- Cise vede i due sostanzialmente in pareggio (Ceccardi 42,5, Giani 43%). A Palazzo Chigi già si segnalano attacchi di panico. Perché è scontato che Luca Zaia in Veneto (viaggia oltre il 76,8% e l'unica curiosità è stabilire se la sua lista batterà quella della Lega) asfalterà Luca Lorenzoni Pd dato al 15 con i grillini non pervenuti, e Giovanni Toti in Liguria, governatore uscente di centrodestra, s'appresta ad affondare l'unico candidato «giallorosso» Ferruccio Sansa. I sondaggi li danno 60 contro 34, peraltro chiamarsi Sansa che è lo scarto dell'extravergine di oliva in Liguria non aiuta. Dall'olio ligure a quello pugliese il risultato non cambia. Anche qui Raffaele Fitto (centrodestra voluto da Giorgia Meloni) secondo Tecné è in testa di 3 punti rispetto a Michele Emiliano (43 a 40 considerando i massimi) con l'unica performance di rilievo per i grillini che piazzerebbero Antonella Laricchia al 18%. Da questo quadro emerge come certo un 4 a 2 per il centrodestra, se crolla la Toscana diventa 5 a 1 ammettendo che De Luca tenga in Campania. E poi c'è la Valle d'Aosta; non si elegge direttamente il presidente, ma la Lega è data oltre il 38%. Così un battito di Lega ad Aosta diventa uno tsunami a Palazzo Chigi. Anche perché tutti i sondaggi dicono che approssimandosi il settecentenario di Dante dalle urne si uscirà senza riveder le (cinque) stelle.
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Se arriva la batosta elettorale, Nicola Zingaretti verrà messo da parte. Contro di lui si muove una fronda guidata da Giorgio Gori, Matteo Orfini e Gianni Cuperlo, con Vincenzo De Luca testa d'ariete e il governatore emiliano come successore designatoI sondaggi sulle Regionali danno come risultato più probabile un 4 a 2 per la destra con vittorie in Veneto, Liguria, Marche e Puglia. Se fosse 5 a 1, verrebbe giù il governoLo speciale contiene due articoliCon chi ce l'ha Nicola Zingaretti? A chi è rivolto il suo messaggio? Cosa teme il quasi ex segretario del Pd? La Verità ha interpellato fonti molto autorevoli dei dem, per tentare di capire cosa abbia spinto il pupillo di Sharon Stone a indirizzare a Repubblica quella lettera che sembra da un lato un voler mettere le mani avanti di fronte alla probabile sconfitta della sinistra alle regionali, dall'altra un tentativo di spegnere le tante voci interne che, invitando a votare no al referendum sul taglio dei parlamentari, stanno fondamentalmente lavorando per far cadere il governo guidato da Giuseppe Conte: se i contrari alla sforbiciata di senatori e parlamentari prevalessero sui favorevoli, infatti, il M5s salterebbe per aria trascinando con sé l'esecutivo.Partiamo da un punto chiave: le regionali. Quale risultato viene considerato accettabile dai dem? «Con due regioni vinte», spiega una fonte governativa di primo piano, «potremo dire di aver retto bene. Se finisce 3-3 sarà una vittoria». Proviamo a tradurre dallo sconfittese democratico: il 4-2 significherebbe vittoria del Pd in Toscana e Campania e sconfitta in Puglia, Marche, Veneto e Liguria. Visto che si parte da un 4-2 per il Pd (che governa attualmente Campania, Toscana, Puglia e Marche, mentre il centrodestra Veneto e Liguria) già si comprende bene che in casa dem tira una brutta aria. Verrebbe infatti considerata addirittura una vittoria conservare Toscana, Campania e Puglia, dunque perdere le Marche. Il problema però è che, al di là degli equilibrismi dialettici, l'unico candidato del Pd che gode effettivamente dei favori del pronostico, vale a dire Vincenzo De Luca, tutto è tranne che un fan di Zingaretti. Ricordiamo che fino all'esplosione dell'epidemia, lo stesso Zingaretti stava lavorando alacremente, in combutta con i grillini, per affondare la ricandidatura di De Luca, sostituendolo con il ministro dell'Ambiente Sergio Costa del M5s. Il Covid ha cambiato lo scenario, ma De Luca non dimentica, e non a caso ogni volta che può randella Zingaretti e tutto il governo. Proprio De Luca è uno dei big del Pd sui quali punta Stefano Bonaccini, presidente dell'Emilia-Romagna, per scalzare Zingaretti e diventare il nuovo leader dei dem. Bonaccini, dopo la vittoria dello scorso gennaio contro la leghista Lucia Borgonzoni, ha messo nel mirino la segreteria del partito, e ora aspetta solo il momento giusto per scendere in campo nei panni del salvatore della (povera) patria democratica. «Bonaccini», rivela una fonte parlamentare di lungo corso, «sicuramente punta alla segreteria, ma quello di Zingaretti è un messaggio rivolto a quelli che stanno lavorando per il no al referendum e a quelli che non si stanno impegnando per le regionali. Più che altro, Nicola ha tentato di stringere i bulloni. Con chi ce l'ha? Sindaci come Giorgio Gori, parlamentari come Matteo Orfini e Gianni Cuperlo, e negli ultimi giorni anche quelli di Base riformista». Base riformista, lo ricordiamo, è la corrente del Pd che fa capo al ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, e all'ex ministro Luca Lotti. «Quelli che hanno criticato il ragionamento di Bettini», aggiunge la fonte, «stanno aspettando la sconfitta per far fuori Zingaretti». Il ragionamento di Goffredo Bettini, guru democratico, ex nume tutelare di Zingaretti, è che l'alleanza tra Pd e M5s vada rinsaldata, e che Matteo Renzi debba farsi carico di federare un'area moderata che possa unirsi a Dem e grillini. Chi ha criticato Bettini? Esattamente gli stessi che lavorano per il «no» al referendum e che le nostre fonti accusano di minare la segreteria di Zingaretti: Orfini, Gori, Cuperlo, Maurizio Martina, Base riformista. Andando più in profondità, tra i dem c'è scontento per la strategia di Giuseppe Conte, che si è completamente defilato sia dalla battaglia per le regionali che dal palcoscenico politico in generale, cercando inutilmente di tenersi lontano dalla probabile sconfitta: «Il rapporto con Conte», rivela un big del Pd, «si è molto raffreddato, inutile negarlo. Si fa i fatti suoi, non è riuscito a favorire l'alleanza con il M5s alle regionali, pensa solo a evitare di restare travolto da una eventuale sconfitta». Un tentativo maldestro quanto grossolano: se la sconfitta diventerà catastrofe, ovvero se la sinistra manterrà solo la guida della Campania, al di là di quello che sarà l'esito del referendum sul taglio dei parlamentari, la sorte di Giuseppi sarà segnata: dimissioni e consultazioni. L'unica certezza di questo settembre così politicamente incandescente è che la battaglia in Toscana della candidata leghista del centrodestra, Susanna Ceccardi, va molto al di là della elezione del presidente della Regione: se il centrodestra la spunta cadrà il governo. Se poi si andrà a votare oppure si riuscirà a trovare in Parlamento una maggioranza che sostenga un nuovo governo e un nuovo presidente del Consiglio, è tutta un'altra storia, anche perché, non dimentichiamolo mai, l'Europa farà di tutto per mantenere in vita questo parlamento, dove i sovranisti non hanno la maggioranza, fino all'elezione del prossimo presidente della Repubblica, nel gennaio 2022. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nel-pd-si-pensa-gia-al-dopo-sconfitta-bonaccini-ora-punta-alla-segreteria-2647426263.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-toscana-si-va-verso-il-testa-a-testa" data-post-id="2647426263" data-published-at="1598983428" data-use-pagination="False"> In Toscana si va verso il testa a testa L'uno due tosco-marchigiano rischia di mandare al tappetto il Pd. I sondaggi s'addensano come neri presagi sull'astuto Nicola Zingaretti, la testa più lucida del centrosinistra. Giuseppe Conte non può stare tranquillo. Nelle urne del 20 e 21 settembre la sua maggioranza posticcia potrebbe sfaldarsi come una medusa sulla battigia settembrina dove Beppe Grillo che sperava in una sinergia elettorale pidistellata potrebbe spiaggiarsi contemplando un cielo senza stelle. Il risultato più probabile è un 4 a 2 con il centrodestra sicuro di vincere in Veneto, Liguria, Marche e Puglia; se crolla la diga rossa in Toscana diventa 5 a 1 e a Roma - anche Sergio Mattarella impedendo - viene giù tutto. Tre giorni fa Nando Pagnoncelli (Ipsos) dalle pagine del Corsera ha fatto infuriare i leghisti con Nicola Molteni pronto a querelarlo e Claudio Borghi deciso a snobbarlo come «rilevatore a gettone» perché in Campania dà la lista di Salvini al 3% con Vincenzo De Luca (Pd) in testa di venti punti su Stefano Caldoro (Forza Italia) in una non partita 50,4 a 29 prendendo i massimi di entrambi, ieri ha gettato nello sconforto tutto il Pd certificando che nelle Marche Francesco Acquaroli deputato di Fratelli d'Italia e imposto al centrodestra da Giorgia Meloni supera di oltre 13 punti il candidato del Pd Maurizio Mangialardi. Il Sole 24 Ore accredita ad Acquaroli un vantaggio di 16 punti collocandolo oltre il 50%. Per il Pd perdere le Marche dopo un quarto di secolo di dominio sarebbe una catastrofe. Non ha ricandidato per volere di Matteo Ricci uomo forte del Pd nazionale in una faida tutta pesarese il presidente uscente Luca Ceriscioli, ha sperato come Giuseppe Conte fino all'ultimo in un'alleanza con i pentastellati (qui dimezzerebbero i voti passando dal 21 al 9%) e si ritroverebbe relegato a un'opposizione misera: se scatta il premio di maggioranza avrà al massimo 7 consiglieri su 30. Perdere l'egemonia fa male. Ma fa malissimo se si considera che tutto il centro Italia (Lazio a parte dove non si vota, ma dove Nicola Zingaretti come capo del Pd potrebbe essere il primo sconfitto) si libererebbe dal rosso. Un anno fa l'Umbria è andata a Donatella Tesei in quota Lega spazzando via mezzo secolo di egemonia sinistra, le Marche sono avviate sulla stessa strada, ma ha del clamoroso il probabile ribaltone in Toscana. Fino a due settimane fa Eugenio Ciani (Pd) era dato per vincitore, ma oggi Susanna Ceccardi, eurodeputata della Lega e già ottimo sindaco di Cascina, vede la vittoria. Tekné ha stimato che il massimo della forchetta della Ceccardi (43%) tocca il minimo di Giani (che ha un top di 47%) ma Il Sole 24 Ore con Winpoll- Cise vede i due sostanzialmente in pareggio (Ceccardi 42,5, Giani 43%). A Palazzo Chigi già si segnalano attacchi di panico. Perché è scontato che Luca Zaia in Veneto (viaggia oltre il 76,8% e l'unica curiosità è stabilire se la sua lista batterà quella della Lega) asfalterà Luca Lorenzoni Pd dato al 15 con i grillini non pervenuti, e Giovanni Toti in Liguria, governatore uscente di centrodestra, s'appresta ad affondare l'unico candidato «giallorosso» Ferruccio Sansa. I sondaggi li danno 60 contro 34, peraltro chiamarsi Sansa che è lo scarto dell'extravergine di oliva in Liguria non aiuta. Dall'olio ligure a quello pugliese il risultato non cambia. Anche qui Raffaele Fitto (centrodestra voluto da Giorgia Meloni) secondo Tecné è in testa di 3 punti rispetto a Michele Emiliano (43 a 40 considerando i massimi) con l'unica performance di rilievo per i grillini che piazzerebbero Antonella Laricchia al 18%. Da questo quadro emerge come certo un 4 a 2 per il centrodestra, se crolla la Toscana diventa 5 a 1 ammettendo che De Luca tenga in Campania. E poi c'è la Valle d'Aosta; non si elegge direttamente il presidente, ma la Lega è data oltre il 38%. Così un battito di Lega ad Aosta diventa uno tsunami a Palazzo Chigi. Anche perché tutti i sondaggi dicono che approssimandosi il settecentenario di Dante dalle urne si uscirà senza riveder le (cinque) stelle.
Giorgio Parisi (Ansa)
Tuttavia nel valutare l’attendibilità scientifica di una posizione nulla conta il prestigio, l’autorevolezza e, men che meno, l’autorità: è, questa, una condizione insita nel metodo scientifico. Gli autori criticano l’operato del governo che, sulle politiche climatiche, ha deciso di favorire l’adattamento piuttosto che una fumosa mitigazione. Secondo i sottoscrittori della missiva, invece, bisogna insistere sulla mitigazione del clima. Questo - dicono - sta cambiando per colpa delle emissioni antropiche di CO2, e bisogna mitigare il cambiamento riducendo le emissioni. Dal che si evince che né hanno capito il clima né hanno contezza delle politiche climatiche nel contesto mondiale.
Non si rendono conto che scrivere che «il 2024 è stato l’anno più caldo dal 1880» è una frase inutile in tutti i sensi. Innanzitutto è falsa: la temperatura globale del 2024 è un numero ottenuto attraverso una discutibile elaborazione di valori di temperatura, raccolti in modo discutibile da termometri calibrati in modo discutibile, e sparsi in luoghi discutibili; quel numero non ha più rilevanza della media aritmetica dei numeri di un elenco telefonico. Poi, quel numero non è certamente confrontabile con l’analogo numero relativo al 1880 e a diversi decenni a seguire, visto che i protocolli odierni per la raccolta dei dati sono ben diversi da quelli anche solo di 50 anni fa: nessuno farebbe confronti, tanto più che si sta parlando di valori espressi, dai signori che scrivono la lettera, al centesimo di grado; una precisione che non potreste definire neanche per il tinello di casa vostra, figurarsi per il pianeta. Poi scrivono: «Dal 1880», come se la Terra fosse nata allora. Lasciamo perdere gli oltre 4 miliardi d’anni della Terra, ma dalla fine dell’ultima glaciazione sono passati oltre 10.000 anni, che gli «studiosi» bellamente ignorano.
Non è finita: scrivono che «un clima che cambia aumenta la frequenza e intensità degli eventi meteorologici estremi». E chi gliel’ha detto? Domanda legittima, visto che non c’è alcuna evidenza che dal 1880 a oggi gli eventi estremi siano aumentati. Si lamentano del «clima che cambia» come se fosse possibile avere un clima che non cambi. Undicimila anni fa il Pianeta usciva da una glaciazione con temperature globali che sono aumentate di 7 gradi in 50 anni, altro che di 1 grado in cent’anni! Né è chiaro perché mai un Pianeta globalmente più caldo dovrebbe essere peggiore di un Pianeta globalmente più freddo. E neanche ci dicono, questi «studiosi», quale sarebbe la temperatura ideale del Pianeta.
Aggiungono che sarebbe quanto mai necessaria «una forte riduzione delle emissioni, promossa a tutti i livelli, regionale, nazionale, europeo e globale». Ma, anche fosse questa la cosa necessaria da fare (e non lo è), non si capisce perché mai scrivono a Giorgia Meloni: scrivano, piuttosto, a Xi Jinping, Donald Trump, Narendra Modi, Vladimir Putin e Sanae Takaichi, ché loro sono non solo responsabili di oltre il 60% delle emissioni globali ma anche determinati ad addirittura aumentarle. Anche se Meloni fosse così sciocca di star dietro a questi «studiosi» e azzerasse le emissioni italiane, avrebbe contribuito alla riduzione di appena lo 0.9% delle globali.
«È un errore che il governo italiano non sostenga il sistema Ets (Emission trading system) quale strumento per perseguire la decarbonizzazione». Ma, infatti, con la decarbonizzazione non c’entra nulla il sistema Ets: esso è un sistema truffaldino che non fa altro che trasferire denaro, dalle tasche di chi emette, nelle tasche di chi dice di impegnarsi a non emettere, senza che neanche una molecola di CO2 sia tolta all’atmosfera.
I nostri «studiosi» citano il ciclone Harry e la frana di Niscemi (dimostrando con ciò di aver trascurato la geologia nei loro studi), che col cambiamento climatico indotto dalla CO2 non ci azzeccano proprio. Ma trovo curioso che non sorga alcun dubbio sui loro programmi di mitigazione, visto che sebbene negli ultimi 20 anni il mondo abbia speso 800 trilioni di euro in impianti fotovoltaici ed eolici, la frana di Niscemi e il ciclone Harry non ci hanno risparmiato. Direi, allora, complimenti al governo Meloni che, contrariamente a quelli che l’hanno preceduta, ha un approccio pragmatico all’annoso problema del nostro territorio dissestato.
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Ecco #DimmiLaVerità del 5 marzo 2026. La nostra Mirella Molinaro ci rivela gli ultimi sviluppi dell'inchiesta sulla morte del piccolo Domenico.
Qualche giorno fa vi avevamo prudenzialmente parlato di 60 miliardi, ma applicando in modo certosino i tassi di raccolta sostenuti dalla Ue per le singole rate, il contatore è salito a circa 66,4 miliardi, spalmati tra agosto 2021, quando è stata incassata la rata di anticipo, e 2057, quando terminerà il rimborso delle ultime due rate che probabilmente incasseremo nel 2026. La seconda cattiva notizia è che quei 66 miliardi raccolti dalla Ue e girati all’Italia, hanno una scadenza media di 11 anni, ma il prestito erogato all’Italia ha una scadenza di 30 anni e quindi è esposto a variazioni dei tassi al variare dei tassi fissati dalla Bce. E lo scenario più probabile potrebbe essere un aumento.
Se queste sono le premesse, il risultato finale è quello di leggere sui comunicati che il Mef emette in occasione dell’incasso di ciascuna rata, un imbarazzante «da determinarsi», con riferimento al tasso d’interesse e al rendimento a scadenza. Questo perché la determinazione è rimessa ad un’intricatissima serie di calcoli che qui proviamo a spiegare. Mentre per comprendere i tassi delle emissioni di un Bot o di un Btp è sufficiente la scuola media. Immaginate una vasca con un rubinetto in cui la Commissione versa ripetutamente nel corso di un semestre i proventi delle emissioni di titoli; poi immaginate che durante quello stesso semestre gli Stati membri siano stati autorizzati a incassare una rata del Pnrr. A quel punto «l’acqua» viene prelevata, la vasca si svuota e si porta dietro per 30 anni il costo medio di tutte le emissioni versate in quella vasca, calcolato giorno per giorno. Il piano è strutturato in modo che tutte le «vasche» riempite ogni semestre (i cosiddetti comparti temporali) siano svuotate con precisione dai versamenti a favore degli Stati membri. Eventuali eccedenze o insufficienze sono colmate «travasando» dalle vasche relative ad altri semestri.
Compreso questo passaggio, il resto è tutto in discesa, ancorché umiliante per un Paese come l’Italia che non ha mai perso l’accesso ai mercati e che nel 2025 ha emesso in scioltezza 550 miliardi attirando investitori da tutto il mondo. Con l’enorme differenza di non dover rendere conto a Bruxelles della destinazione di quelle somme. Ogni rata ha un tasso di finanziamento iniziale che è il risultato della media di tutte le emissioni finite in ogni vasca, dai titoli a breve (entro i 12 mesi) a quelli a 30 anni, passando per tutte le scadenze intermedie.
E qui sorge un problema: poiché la durata media di quelle emissioni è di 11 anni e i rimborsi degli Stati membri partiranno dopo 10 anni dall’erogazione e si distribuiranno in quote costanti nei successivi 20 anni, la Commissione dovrà necessariamente rifinanziare i titoli in scadenza più volte fino al 2057, quando saranno conclusi tutti i rimborsi degli Stati membri. Ecco spiegato il perché al Mef non conoscono il tasso di interesse di ciascuna rata e quel tasso di 0,15% sulla prima rata è destinato a salire notevolmente, man mano che i titoli di quella «vasca» scadranno e la Ue dovrà rifinanziarli. Il tasso finale sarà noto solo quando sarà stato eseguito l’ultimo rifinanziamento dei titoli finiti nella vasca. E in 30 anni può accadere di tutto. Siamo quindi alla pietra dello scandalo: la Commissione ha insindacabilmente scelto una scadenza media nella raccolta dei fondi nettamente inferiore a quella della scadenza dei prestiti erogati, esponendo così i Paesi debitori a un rischioso tasso.
A questo punto arriva la nota obiezione secondo cui, a parità di scadenze, i tassi spuntati dalla Ue sul mercato dal 2021 sono stati leggermente inferiori a quelli dei nostri titoli di Stato, e quindi l’Italia ha risparmiato finanziandosi con la Ue, in confronto a quanto avrebbe pagato emettendo titoli pubblici. Obiezione respinta perché, premesso che nel 2025 la differenza si è quasi annullata, l’Italia avrebbe ben potuto scegliere di emettere titoli su una scadenza media diversa ed essere quindi meno esposta al rischio tasso o comprare delle coperture. Per esempio, l’Italia nel 2021 ha emesso 78 miliardi utilizzando Btp con scadenza 10, 15, 20 e 30 anni, con un tasso oscillante tra lo 0,80% del 10 anni e l’1,75% del 30 anni. Cosa avrebbe impedito all’Italia di raccogliere su scadenze altrettanto lunghe, quei 16 miliardi di anticipo ricevuti da Bruxelles e a un tasso così basso che oggi appare fantascienza, e chiudere là il conto degli interessi fino al 2057, peraltro con la Bce compratrice unica? Perché la Ue ha raccolto con scadenza media relativamente bassa, quando sapeva che i prestiti erano a 30 anni?
Ma il conto non finisce qua. Perché spuntano come funghi anche i cosiddetti costi di gestione della liquidità: poiché la Ue deve avere sempre una liquidità sufficiente per soddisfare le richieste di erogazione degli Stati membri, è costretta a raccogliere denaro in anticipo e tenerlo in attesa. Se, come è accaduto, le richieste di pagamento tardano ad arrivare, quella liquidità non solo non rende, ma in un contesto di tassi crescenti, diventa un costo, direttamente fatturato agli Stati membri (195 milioni solo nel primo semestre 2025).
Sempre convinti che consentire alla Commissione di giocare al «piccolo banchiere» - con l’Italia cliente quasi unico con i suoi 99 miliardi su 156 erogati - sia stato un buon affare?
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Un drone americano Global Hawk presso la base aeronavale di Sigonella in Sicilia: è la base d'intervento americana meglio equipaggiata nel Mediterraneo (Getty Images)
L’inasprirsi della crisi in Medio Oriente e il rischio di un allargamento del confronto con l’Iran riaccendono i riflettori su una presenza militare che in Italia esiste da decenni ma che torna ciclicamente al centro del dibattito politico e strategico: le basi statunitensi sul territorio nazionale.
Nelle ultime ore il Dipartimento della Pubblica sicurezza ha invitato prefetti e questori a rafforzare la vigilanza attorno alle installazioni americane e ai siti sensibili collegati alla filiera militare. In una circolare interna, visionata dall’Ansa, si parla esplicitamente della necessità di aumentare i dispositivi di sicurezza non solo attorno alle basi Usa ma anche presso infrastrutture legate alla produzione e alla logistica bellica degli alleati. Il timore, spiegano gli apparati di sicurezza, è che l’escalation regionale possa riaccendere mobilitazioni antagoniste o antimilitariste, con possibili manifestazioni di protesta davanti alle installazioni considerate simbolo della presenza militare occidentale.
Il contesto internazionale rende la questione tutt’altro che teorica. Il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran ha riportato al centro della discussione il ruolo delle infrastrutture militari americane in Europa e nel Mediterraneo. Alcuni governi europei, come quello spagnolo e quello britannico, sono stati criticati da Washington per aver negato l’uso delle proprie basi nell’ambito delle operazioni contro Teheran. L’Italia, che ospita da decenni una presenza militare statunitense significativa, si trova invece in una posizione diversa: gli accordi bilaterali con Washington regolano in modo preciso l’utilizzo delle installazioni e prevedono procedure condivise tra i due Paesi.
Nel complesso sul territorio italiano vivono circa 13.000 militari statunitensi, distribuiti in una rete di infrastrutture che si estende dalla Sicilia al Friuli Venezia Giulia. Alcune sono basi operative vere e proprie, altre svolgono funzioni di supporto logistico, di comando o di comunicazione. Tra le più importanti c’è la Naval Air Station di Sigonella, in Sicilia, considerata uno degli hub strategici della marina statunitense nel Mediterraneo. Da qui decollano velivoli e droni utilizzati per missioni di sorveglianza e ricognizione su un’area che comprende Nord Africa, Medio Oriente e Mediterraneo orientale. Negli ultimi giorni il traffico di droni e aerei militari nella base siciliana è aumentato, soprattutto per attività di monitoraggio e supporto logistico.
Sempre in Sicilia si trova un’altra infrastruttura chiave, il sistema di comunicazione satellitare Muos di Niscemi, gestito dalla Marina americana e destinato a garantire collegamenti sicuri tra le forze armate statunitensi dispiegate in diverse aree del mondo. Più a nord, tra Pisa e Livorno, sorge Camp Darby, uno dei più grandi depositi di armamenti e materiali militari statunitensi fuori dagli Stati Uniti. Nato negli anni Cinquanta, il complesso rappresenta un nodo fondamentale della catena logistica americana in Europa e nel Mediterraneo, da cui possono partire rifornimenti destinati a operazioni militari in diversi teatri.
In Friuli Venezia Giulia la base aerea di Aviano ospita il 31st Fighter Wing dell’US Air Force, una delle principali unità operative americane presenti in Europa. L’infrastruttura è utilizzata congiuntamente dall’aeronautica italiana e da quella statunitense ed è stata spesso impiegata come piattaforma di supporto per operazioni Nato nei Balcani e in Medio Oriente. A Vicenza, invece, la caserma Ederle e il vicino complesso di Camp Del Din ospitano la 173ª brigata aviotrasportata dell’esercito americano, unità paracadutista impiegata in missioni che spaziano dall’Europa orientale all’Africa.
Altre infrastrutture completano la rete: il porto di Gaeta, che fornisce supporto logistico alle unità della Sesta Flotta statunitense nel Mediterraneo; Napoli, dove ha sede la Naval Support Activity e uno dei principali comandi operativi della Nato; e la base di Ghedi, in Lombardia, utilizzata per attività di supporto e stoccaggio di armamenti nell’ambito delle operazioni dell’Alleanza Atlantica.
La presenza americana in Italia non è il risultato di decisioni recenti ma affonda le radici nella scelta strategica compiuta dal Paese nel dopoguerra con l’adesione alla Nato. Il quadro giuridico che disciplina queste installazioni è complesso e in parte coperto da riservatezza. Il pilastro principale è il cosiddetto Accordo bilaterale sulle infrastrutture firmato nel 1954 tra Roma e Washington, spesso definito «accordo ombrello», che stabilisce le condizioni generali della presenza militare statunitense in Italia e il numero massimo di forze dispiegate. A questo si affiancano altri strumenti, come il Nato Status of Forces Agreement del 1951 e una serie di memorandum tecnici successivi.
Tra questi, il più noto è quello del 2 febbraio 1995, reso pubblico solo alla fine degli anni Novanta dopo la tragedia del Cermis. Il documento chiarisce la ripartizione delle responsabilità all’interno delle installazioni: formalmente il comando dell’installazione resta italiano, mentre il comandante statunitense mantiene piena autorità sul personale, sulle attrezzature e sulle operazioni americane. In caso di attività operative o movimenti significativi di mezzi e personale, la catena di comando statunitense deve informare preventivamente quella italiana, e eventuali divergenze vengono risolte attraverso le rispettive autorità nazionali.
Elicotteri CH-53 Sea Stallion di stanza sulla nave USS Kearsarge nella base di Sigonella, in una immagine del 31 marzo 2011 (Ansa)
In sostanza, le basi non possono essere utilizzate liberamente da Washington per operazioni militari offensive senza il consenso del governo italiano. Lo ha ribadito anche l’esecutivo nelle ultime ore. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha ricordato in Parlamento che le attività autorizzate riguardano principalmente operazioni Nato, addestramento e missioni operative non destinate al combattimento. «L’Italia non è in guerra e non è stata coinvolta», ha spiegato, aggiungendo che al momento non è arrivata alcuna richiesta di utilizzo delle infrastrutture italiane per azioni militari dirette.
Sulla stessa linea il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha indicato la de-escalation come priorità diplomatica dell’Italia e dell’Unione europea. Il governo, ha spiegato, sta lavorando con gli alleati per evitare un allargamento del conflitto e favorire una soluzione politica.
Il dibattito sulle basi americane non è comunque una novità nella storia italiana. Episodi come la crisi di Sigonella del 1985, nata dal dirottamento della nave Achille Lauro, hanno dimostrato quanto delicato possa diventare il rapporto tra sovranità nazionale e presenza militare alleata. Più recentemente la questione è tornata ciclicamente al centro della discussione politica ogni volta che gli Stati Uniti hanno avviato operazioni militari in Medio Oriente.
Per ora, spiegano dal governo, non esiste alcuna richiesta formale da parte americana per utilizzare le basi italiane in operazioni contro l’Iran. Ma la nuova tensione internazionale e il rafforzamento delle misure di sicurezza attorno alle installazioni mostrano quanto queste infrastrutture continuino a rappresentare un elemento centrale nella strategia militare occidentale nel Mediterraneo e quanto il loro ruolo possa tornare rapidamente al centro della scena in caso di escalation.
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