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2025-06-12
Il pensatoio di Monti: «O le armi o le tasse»
Mario Monti (Ansa)
A volte ritornano, anzi non se ne sono mai andati, e hanno un’idea fissa: spingere (anzi, stavolta costringere) gli Stati europei a spendere sempre più denari in armi. Parliamo dei capoccioni di Bruegel, think tank con sede a Bruxelles, assai influente sulla politica europea, che ha avuto come leader, tanto per farvi un’idea, personaggi come Mario Monti e Jean Claude Trichet, ex presidente della Banca centrale europea.
Lo scorso aprile, Bruegel aveva proposto la creazione di un Meccanismo europeo di difesa (Med), istituzione intergovernativa analoga al Meccanismo europeo di stabilità (Mes), per ridurre l’impatto sul debito pubblico di grandi e costose commesse militari: una proposta discussa all’Ecofin e (per fortuna) accantonata. Delusi ma mai domi, i paladini del riarmo targati Bruegel tornano alla carica, stavolta proponendo all’Unione europea di tassare gli Stati che non raggiungono una certa percentuale di spese per la Difesa. Lo studio è firmato da Zsolt Darvas, Roel Dom, Pascal Saint-Amans e Armin Steinbach. L’Unione europea, è la premessa del Bruegel, a quanto riporta l’Ansa, ha bisogno di molte più risorse per far fronte alle sfide comuni: transizione verde, competitività, politica estera, e rimborso del debito del Pnrr. Per centrare questi obiettivi, secondo lo studio, «sarà essenziale un ulteriore 0,9% del reddito nazionale lordo nella spesa a livello Ue», in pratica quasi il doppio dell’attuale bilancio. L’Unione europea però (che Dio sia lodato) non ha poteri fiscali, ma dipende dai bilanci nazionali degli Stati membri. Ecco l’ideona: un nuovo meccanismo di raccolta fondi, un «prelievo per il deficit di spesa per la Difesa». Secondo queste menti illuminate, in sostanza, gli Stati europei che non raggiungono una certa soglia di spese in armamenti, che sia la media della Ue o il 2% del Pil o qualche altro parametro, dovrebbero essere tassati da Bruxelles, fino a quando non si mettono in regola. «La pace e la sicurezza sono vitali per tutta l’Europa», è la premessa retorica, demagogica, strumentale dello studio, che poi passa in rassegna le spese per la difesa dei vari Stati europei. Nel 2023, ad esempio, l’Irlanda ha speso lo 0,2% del Pil, la Lettonia il 3,1% (l’Italia l’1,5%). La proposta di Bruegel è quella di correggere lo squilibrio attraverso un prelievo forzoso: «A titolo di esempio», spiegano i bruegeliani, «se la soglia fosse fissata alla media Ue e l’aliquota di prelievo al 25%, i 13 Paesi che hanno speso meno della media Ue per la Difesa nel 2023 contribuirebbero con 8 miliardi di euro all’anno al bilancio dell’Ue. Se la soglia fosse pari al 2% del Pil con la stessa aliquota di prelievo, i 21 Paesi che spenderebbero meno del 2% del Pil per la Difesa nel 2023 contribuirebbero con 30 miliardi di euro all’anno». La base giuridica sarebbe l’articolo 311 del Trattato sul funzionamento dell’Ue, come già avvenuto per la tassa sulla plastica non riciclata. I tre ricercatori autori dello studio ammettono che si tratta di una materia «politicamente delicata».
Per quel che riguarda l’Italia, la proposta (anzi, scusate, lo studio, che suona meglio) del Bruegel fa a pugni con quanto sostenuto proprio ieri dalla presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio, Lilia Cavallari, che ha presentato il Rapporto sulla politica di bilancio alla presenza del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. «Il ricorso all’indebitamento in una fase di transizione per accomodare un aumento permanente della spesa per difesa in rapporto al prodotto», sostiene la Cavallari, come riporta Italpress, «potrebbe avere conseguenze rilevanti per il percorso di riduzione del debito. Un utilizzo moderato dello spazio concesso dalla clausola di salvaguardia nazionale che porti ad aumentare le spese per la Difesa dello 0,5% del prodotto, rallenterebbe il percorso di consolidamento delineato nel Piano strutturale di bilancio. L’indebitamento netto si collocherebbe al di sotto della soglia del 3% con un anno di ritardo rispetto al Piano, mentre il debito inizierebbe a ridursi solo a partire dal 2028. Nel lungo periodo», aggiunge la Cavallari, «l’aumento di spesa sarebbe comunque compatibile con il mantenimento del debito su un sentiero discendente nell’ipotesi che continui l’aggiustamento delineato nel Piano. Per contro, l’utilizzo progressivo ma integrale dei margini di flessibilità consentiti dalla clausola di salvaguardia, quantificabile in un aumento a regime delle spese per la Difesa di 37 miliardi, frenerebbe il percorso di consolidamento al punto tale da renderlo incoerente con la riduzione del debito in rapporto al Pil. Riportare il debito su un sentiero discendente richiederebbe in tal caso un ulteriore sforzo di consolidamento nel successivo Piano strutturale», puntualizza la Cavallari, «ponendo difficili scelte di riallocazione della spesa o aumento della pressione fiscale». L’avvertimento è di facile comprensione: se andiamo a indebitarci per aumentare le spese militari, che sia tra uno, due o tre anni ci troveremo nella condizione di tagliare le spese per le politiche sociali o di aumentare le tasse.
Al Bruegel però non interessa nulla, l’importante è spendere, spendere, spendere sempre di più in armi. Sarebbe bello che qualche think tank europeo proponesse una tassa per gli Stati che non spendono abbastanza per la sanità, il sostegno alle famiglie povere e alle imprese in crisi. Bello, ma impossibile.
Mattarella: «Non umiliare la Russia. Ma serve una pace vera e stabile»
La Russia e l’Ucraina cominceranno oggi gli «scambi sanitari» per la liberazione dei rispettivi prigionieri feriti gravemente secondo quanto annunciato ieri dal caponegoziatore russo Vladimir Medinsky, citato dall’agenzia Interfax. Medinsky aveva inoltre confermato che è cominciato lo scambio delle salme di soldati caduti, con Mosca che ne ha consegnati 1.212 a Kiev. In cambio, ha aggiunto il negoziatore del Cremlino, Kiev ha restituito i corpi di «27 caduti russi». Intanto dopo il raid russo nella notte di lunedì su Kiev e Odessa (il peggior bombardamento di Mosca dall’inizio del conflitto), anche ieri notte c’è stato un massiccio attacco russo di droni su Kharkiv con 64 feriti e 9 bambini morti. E mentre la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen ha annunciato che con l’ultimo pacchetto di sanzioni «colpiamo il settore bancario russo e proponiamo di trasformare il divieto esistente sull’uso del sistema Swift in un bando completo alle transazioni», per il presidente ucraino Volodymyr Zelensky «la Russia merita una maggiore pressione, perché ogni colpo alla vita quotidiana dimostra che la pressione non è sufficiente. Non dobbiamo avere paura, non dobbiamo rimandare nuove decisioni che potrebbero complicare la situazione per la Russia. Serve la vera diplomazia. E questo dipende principalmente dagli Usa e dagli altri leader mondiali. La diplomazia deve agire». Ieri, in un’intervista alla stampa ungherese, il leader ucraino ha detto che «Putin non intende affatto finire la guerra, vuole occupare l’Ucraina intera» e che Viktor Orbán sta commettendo uno sbaglio storico, quando orchestra una consultazione popolare, per impedire l’adesione dell’Ucraina all’Ue. Orbán crede di scommettere su un cavallo buono mantenendo rapporti buoni con Putin, e avrà petrolio e gas russo a buon prezzo, ma sono convinto che, a lungo termine, perderà tutto». Ma secondo il portavoce di Putin, Dmitri Peskov, «ci sono molte questioni irrisolte nelle relazioni bilaterali» tra Russia e Usa ed «è improbabile che si possa sperare in risultati rapidi», ma che «questo lavoro così complesso e graduale è già iniziato e continuerà».In Lussemburgo ieri il presidente Sergio Mattarella ha ribadito la necessità di mettere l’Ue in condizione di prendere decisioni più rapide, su Gaza e su una pace autentica, giusta e duratura in Ucraina. «Nessuno vuole umiliare la Russia o sminuirne il ruolo. Ma la ricerca ostinata di una soluzione deve portare una pace vera, stabile, fondata sul diritto e la giustizia. Altrimenti non durerebbe». Ma secondo il ministro degli Esteri Antonio Tajani «non prima della fine dell’anno, gli ultimi mesi dell’anno, si potrà arrivare a un risultato positivo» del conflitto. Nel frattempo il cardinale Matteo Zuppi ha detto all’agenzia russa Tass che continuerà la sua missione umanitaria in Russia e Ucraina, che negli ultimi due anni lo ha visto impegnato in 2 visite a Mosca. Al presidente della Conferenza episcopale italiana è stato confermato da Leone XIV l’incarico di questa missione che gli era stato dato da papa Francesco. I prossimi passi, ha spiegato Zuppi, saranno discussi in coordinamento con l’ambasciata russa presso il Vaticano. Il Prefetto del dicastero per le Chiese orientali, cardinale Claudio Gugerotti, citato anch’egli dalla Tass, ha ribadito la volontà della Santa Sede di favorire iniziative di pace «attraverso dialogo ed incontri».
Fissata nel frattempo per il 10 e 11 luglio 2025 a Roma, presso il centro congressi La Nuvola, la Conferenza sulla Ripresa e Ricostruzione dell’Ucraina 2025 (URC2025) co-organizzata da Italia e Ucraina.
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Il think tank europeo Bruegel, che ha avuto tra i suoi leader anche l’ex premier, lancia la proposta: stangate su chi non aumenta la spesa per la Difesa. Ma l’Ufficio parlamentare di bilancio avverte: fare nuovo debito ora significa dover operare presto dei tagli. Nuovo pacchetto di sanzioni Ue: «Bando completo alle transazioni con Mosca».Lo speciale contiene due articoli.A volte ritornano, anzi non se ne sono mai andati, e hanno un’idea fissa: spingere (anzi, stavolta costringere) gli Stati europei a spendere sempre più denari in armi. Parliamo dei capoccioni di Bruegel, think tank con sede a Bruxelles, assai influente sulla politica europea, che ha avuto come leader, tanto per farvi un’idea, personaggi come Mario Monti e Jean Claude Trichet, ex presidente della Banca centrale europea. Lo scorso aprile, Bruegel aveva proposto la creazione di un Meccanismo europeo di difesa (Med), istituzione intergovernativa analoga al Meccanismo europeo di stabilità (Mes), per ridurre l’impatto sul debito pubblico di grandi e costose commesse militari: una proposta discussa all’Ecofin e (per fortuna) accantonata. Delusi ma mai domi, i paladini del riarmo targati Bruegel tornano alla carica, stavolta proponendo all’Unione europea di tassare gli Stati che non raggiungono una certa percentuale di spese per la Difesa. Lo studio è firmato da Zsolt Darvas, Roel Dom, Pascal Saint-Amans e Armin Steinbach. L’Unione europea, è la premessa del Bruegel, a quanto riporta l’Ansa, ha bisogno di molte più risorse per far fronte alle sfide comuni: transizione verde, competitività, politica estera, e rimborso del debito del Pnrr. Per centrare questi obiettivi, secondo lo studio, «sarà essenziale un ulteriore 0,9% del reddito nazionale lordo nella spesa a livello Ue», in pratica quasi il doppio dell’attuale bilancio. L’Unione europea però (che Dio sia lodato) non ha poteri fiscali, ma dipende dai bilanci nazionali degli Stati membri. Ecco l’ideona: un nuovo meccanismo di raccolta fondi, un «prelievo per il deficit di spesa per la Difesa». Secondo queste menti illuminate, in sostanza, gli Stati europei che non raggiungono una certa soglia di spese in armamenti, che sia la media della Ue o il 2% del Pil o qualche altro parametro, dovrebbero essere tassati da Bruxelles, fino a quando non si mettono in regola. «La pace e la sicurezza sono vitali per tutta l’Europa», è la premessa retorica, demagogica, strumentale dello studio, che poi passa in rassegna le spese per la difesa dei vari Stati europei. Nel 2023, ad esempio, l’Irlanda ha speso lo 0,2% del Pil, la Lettonia il 3,1% (l’Italia l’1,5%). La proposta di Bruegel è quella di correggere lo squilibrio attraverso un prelievo forzoso: «A titolo di esempio», spiegano i bruegeliani, «se la soglia fosse fissata alla media Ue e l’aliquota di prelievo al 25%, i 13 Paesi che hanno speso meno della media Ue per la Difesa nel 2023 contribuirebbero con 8 miliardi di euro all’anno al bilancio dell’Ue. Se la soglia fosse pari al 2% del Pil con la stessa aliquota di prelievo, i 21 Paesi che spenderebbero meno del 2% del Pil per la Difesa nel 2023 contribuirebbero con 30 miliardi di euro all’anno». La base giuridica sarebbe l’articolo 311 del Trattato sul funzionamento dell’Ue, come già avvenuto per la tassa sulla plastica non riciclata. I tre ricercatori autori dello studio ammettono che si tratta di una materia «politicamente delicata». Per quel che riguarda l’Italia, la proposta (anzi, scusate, lo studio, che suona meglio) del Bruegel fa a pugni con quanto sostenuto proprio ieri dalla presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio, Lilia Cavallari, che ha presentato il Rapporto sulla politica di bilancio alla presenza del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. «Il ricorso all’indebitamento in una fase di transizione per accomodare un aumento permanente della spesa per difesa in rapporto al prodotto», sostiene la Cavallari, come riporta Italpress, «potrebbe avere conseguenze rilevanti per il percorso di riduzione del debito. Un utilizzo moderato dello spazio concesso dalla clausola di salvaguardia nazionale che porti ad aumentare le spese per la Difesa dello 0,5% del prodotto, rallenterebbe il percorso di consolidamento delineato nel Piano strutturale di bilancio. L’indebitamento netto si collocherebbe al di sotto della soglia del 3% con un anno di ritardo rispetto al Piano, mentre il debito inizierebbe a ridursi solo a partire dal 2028. Nel lungo periodo», aggiunge la Cavallari, «l’aumento di spesa sarebbe comunque compatibile con il mantenimento del debito su un sentiero discendente nell’ipotesi che continui l’aggiustamento delineato nel Piano. Per contro, l’utilizzo progressivo ma integrale dei margini di flessibilità consentiti dalla clausola di salvaguardia, quantificabile in un aumento a regime delle spese per la Difesa di 37 miliardi, frenerebbe il percorso di consolidamento al punto tale da renderlo incoerente con la riduzione del debito in rapporto al Pil. Riportare il debito su un sentiero discendente richiederebbe in tal caso un ulteriore sforzo di consolidamento nel successivo Piano strutturale», puntualizza la Cavallari, «ponendo difficili scelte di riallocazione della spesa o aumento della pressione fiscale». L’avvertimento è di facile comprensione: se andiamo a indebitarci per aumentare le spese militari, che sia tra uno, due o tre anni ci troveremo nella condizione di tagliare le spese per le politiche sociali o di aumentare le tasse. Al Bruegel però non interessa nulla, l’importante è spendere, spendere, spendere sempre di più in armi. Sarebbe bello che qualche think tank europeo proponesse una tassa per gli Stati che non spendono abbastanza per la sanità, il sostegno alle famiglie povere e alle imprese in crisi. Bello, ma impossibile.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/monti-armi-o-le-tasse-2672359493.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mattarella-non-umiliare-la-russia-ma-serve-una-pace-vera-e-stabile" data-post-id="2672359493" data-published-at="1749747463" data-use-pagination="False"> Mattarella: «Non umiliare la Russia. 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E mentre la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen ha annunciato che con l’ultimo pacchetto di sanzioni «colpiamo il settore bancario russo e proponiamo di trasformare il divieto esistente sull’uso del sistema Swift in un bando completo alle transazioni», per il presidente ucraino Volodymyr Zelensky «la Russia merita una maggiore pressione, perché ogni colpo alla vita quotidiana dimostra che la pressione non è sufficiente. Non dobbiamo avere paura, non dobbiamo rimandare nuove decisioni che potrebbero complicare la situazione per la Russia. Serve la vera diplomazia. E questo dipende principalmente dagli Usa e dagli altri leader mondiali. La diplomazia deve agire». Ieri, in un’intervista alla stampa ungherese, il leader ucraino ha detto che «Putin non intende affatto finire la guerra, vuole occupare l’Ucraina intera» e che Viktor Orbán sta commettendo uno sbaglio storico, quando orchestra una consultazione popolare, per impedire l’adesione dell’Ucraina all’Ue. Orbán crede di scommettere su un cavallo buono mantenendo rapporti buoni con Putin, e avrà petrolio e gas russo a buon prezzo, ma sono convinto che, a lungo termine, perderà tutto». Ma secondo il portavoce di Putin, Dmitri Peskov, «ci sono molte questioni irrisolte nelle relazioni bilaterali» tra Russia e Usa ed «è improbabile che si possa sperare in risultati rapidi», ma che «questo lavoro così complesso e graduale è già iniziato e continuerà».In Lussemburgo ieri il presidente Sergio Mattarella ha ribadito la necessità di mettere l’Ue in condizione di prendere decisioni più rapide, su Gaza e su una pace autentica, giusta e duratura in Ucraina. «Nessuno vuole umiliare la Russia o sminuirne il ruolo. Ma la ricerca ostinata di una soluzione deve portare una pace vera, stabile, fondata sul diritto e la giustizia. Altrimenti non durerebbe». Ma secondo il ministro degli Esteri Antonio Tajani «non prima della fine dell’anno, gli ultimi mesi dell’anno, si potrà arrivare a un risultato positivo» del conflitto. Nel frattempo il cardinale Matteo Zuppi ha detto all’agenzia russa Tass che continuerà la sua missione umanitaria in Russia e Ucraina, che negli ultimi due anni lo ha visto impegnato in 2 visite a Mosca. Al presidente della Conferenza episcopale italiana è stato confermato da Leone XIV l’incarico di questa missione che gli era stato dato da papa Francesco. I prossimi passi, ha spiegato Zuppi, saranno discussi in coordinamento con l’ambasciata russa presso il Vaticano. Il Prefetto del dicastero per le Chiese orientali, cardinale Claudio Gugerotti, citato anch’egli dalla Tass, ha ribadito la volontà della Santa Sede di favorire iniziative di pace «attraverso dialogo ed incontri».Fissata nel frattempo per il 10 e 11 luglio 2025 a Roma, presso il centro congressi La Nuvola, la Conferenza sulla Ripresa e Ricostruzione dell’Ucraina 2025 (URC2025) co-organizzata da Italia e Ucraina.
Federico Vecchioni (Ansa)
History Law & Economics dalla Lumsa, la Libera Università Maria Santissima Assunta. Il conferimento, approvato dal dipartimento di giurisprudenza, economia e comunicazione dell’ateneo - con successiva delibera del Senato Accademico - si deve al fatto che la figura professionale di Vecchioni rappresenta «un punto di riferimento di rilievo nel panorama dell’economia agroalimentare italiana e mediterranea, per la capacità di coniugare visione strategica, innovazione tecnologica e attenzione ai profili di sostenibilità economica, sociale e ambientale».
La cerimonia è stata introdotta dal professor Gabriele Carapezza Figlia, coordinatore del collegio dei docenti del dottorato di ricerca in Mediterranean Studies e la laudatio è stata curata dal professor Giovanni Battista Dagnino, ordinario di economia e gestione delle imprese. A conferire titolo e proclamazione, il professor Francesco Bonini, rettore dell’ateneo. Alla cerimonia è seguita la lectio magistralis di Vecchioni. «Ricevere questo dottorato honoris causa dalla Libera Università Maria Santissima Assunta», le parole pronunciate da Vecchioni, «rappresenta per me un grande onore e una grande responsabilità. Ho sempre creduto nel valore del dialogo tra impresa, istituzioni e mondo accademico come leva per generare sviluppo duraturo. Il Mediterraneo non è soltanto uno spazio geografico, ma un orizzonte culturale ed economico strategico, nel quale l’Italia può e deve esercitare un ruolo da protagonista attraverso innovazione, sostenibilità e cooperazione internazionale». «In quest’ottica», ha proseguito quindi il presidente di Bonifiche Ferraresi, «si inseriscono le iniziative internazionali portate avanti da Bf con l’obiettivo di creare la più importante riserva agricolo alimentare del Mediterraneo».
A completamento delle formalità si pone poi il discorso del rettore della Lumsa, professor Bonini, che ha voluto rimarcare l’importanza del conferimento accademico: «Il dottorato in Mediterranean Studies, basato nel nostro dipartimento di Palermo, traguarda anche l’importante investimento che l’Università Lumsa ha aperto con l’istituzione del nostro University Africa Center. Il conferimento del dottorato a una personalità come quella di Federico Vecchioni vuole essere esemplare per i nostri studenti e studentesse, e per un impegno di ricerca, sviluppo e collaborazione con le realtà vive della società che qualifica l’università e ne conferma l’ispirazione e l’impegno per il bene comune nella grande prospettiva globale».
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Mentre l’Italia tenta una timida risalita (+7,6% a marzo, con 185.367 immatricolazioni), il resto del continente (+1,7%) resta frenato da condizioni finanziarie restrittive: tassi elevati che la Bce fatica a ridurre, complice uno choc petrolifero che alimenta un’inflazione ancora persistente e comprime i redditi reali. In questo contesto, la domanda effettiva si contrae e il pricing power si deteriora.
La realtà è che l’ideologia politica in Europa ha preteso di ignorare le leggi della domanda: le aziende «vulnerabili», quelle che hanno puntato tutto su una transizione elettrica forzata, si ritrovano oggi con piazzali pieni e margini a picco. Parallelamente, la Cina ha cambiato ruolo: da mercato di sbocco a concorrente diretto e aggressivo. Marchi come Byd e Leapmotor registrano crescite a tre o quattro cifre anche in Italia, segnalando un vantaggio competitivo costruito su costi, integrazione verticale e velocità di esecuzione.
Il nesso per il portafoglio del risparmiatore è brutale. I dati appena pubblicati dal Gruppo Volkswagen per il primo trimestre 2026 confermano che il «mal di Cina» è diventato cronico e forse irreversibile. Le consegne globali sono calate del 4% (2,05 milioni di unità), ma è il tracollo delle elettriche a far tremare Wolfsburg: un pesantissimo -64% in Cina e -80% negli Stati Uniti. La tenuta europea (+12%) non basta a compensare la fine degli incentivi e l’inasprimento dei dazi americani.
Come osserva Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf: «Volkswagen sta vivendo il suo momento più buio: il mercato cinese, che un tempo garantiva profitti certi, oggi rigetta i modelli tedeschi. Il rischio per chi ha il titolo in portafoglio è di restare intrappolati in un gigante che fatica a ruotare la sua enorme stazza verso ciò che il cliente vuole davvero: auto accessibili, concrete e con motorizzazioni affidabili».
In questo scenario, Stellantis affronta una transizione manageriale critica. Il nuovo numero uno, Antonio Filosa, è chiamato a ricostruire un gruppo segnato dalla precedente gestione di Carlos Tavares, lodata per il cost-cutting ma accusata di aver compresso investimenti e qualità. «Filosa sta tentando di rimettere in carreggiata un’auto che rischiava il deragliamento», osserva l’analista e consulente finanziario indipendente. «Ha ereditato una struttura dove l’ossessione per il bilancio a breve termine ha logorato la qualità e la fiducia della rete».
La delusione più fragorosa arriva però da Porsche. Nel primo trimestre 2026 le vendite globali sono scese del 15%, con un crollo in Cina da 68.000 unità nel primo trimestre 2022 a meno di 7.800. L’utile netto è crollato del 91,4% (da 3,6 miliardi nel 2024 a 310 milioni nel 2025), mentre il fatturato si è contratto a circa 36,3 miliardi.
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Francesco Lollobrigida (Ansa)
Coldiretti la definisce «una svolta», in quanto difende un patrimonio che oggi vale 707 miliardi di euro e trova nella Dop economy la sua espressione più avanzata. «Questa legge giaceva nei cassetti da oltre dieci anni e nessuno aveva mai avuto il coraggio di farla diventare un provvedimento», ha spiegato Lollobrigida, sottolineando che introduce due nuovi reati, l’aggravante di agropirateria e sanzioni proporzionali alle dimensioni del fatturato delle imprese, «affinché siano un vero deterrente. Inoltre, istituzionalizza la cabina di regia per un efficientamento dei sistemi di controllo». La legge rafforza la trasparenza e la tracciabilità dei prodotti lungo tutta la filiera per fornire informazioni quanto più esaustive possibili al consumatore anche al fine di tutelare la salute.
Di conseguenza, vengono inseriti nel Codice penale due reati: la «frode alimentare» per punire chi commercializza alimenti o bevande che, a sua conoscenza, non sono genuini o che provengono da luoghi diversi rispetto a quelli indicati (prevista la reclusione da 2 mesi a 1 anno), e il «commercio di alimenti con segni mendaci» per punire chi utilizza segni distintivi o indicazioni per indurre in errore il compratore sulla qualità o sulla quantità degli alimenti (reclusione da 3 a 18 mesi). È inserita l’aggravante di agropirateria, quando l’attività illecita è realizzata in maniera organizzata e continuativa, l’aggravante «quantità e biologico» (se i prodotti sono commercializzati come biologici ma non lo sono). In questi tre casi le pene sono aumentate. La legge prevede per questi reati anche la confisca obbligatoria di prodotti, beni o cose oggetto o prodotto dei reati.
L’autorità giudiziaria avrà l’obbligo di distribuire i prodotti sequestrati, ma commestibili, a enti territoriali o caritatevoli per destinarli a persone bisognose o animali abbandonati.
È prevista la protezione delle Indicazioni geografiche, attività che secondo l’ultimo rapporto Ismea-Qualivita nel 2024 ha realizzato 20,7 miliardi di euro di fatturato di cui 12,3 miliardi di euro realizzati all’estero. Previste sanzioni più dure per il reato di contraffazione delle indicazioni geografiche e delle denominazioni di origine protetta.
La legge vieta poi l’utilizzo del termine «latte» e di prodotti lattiero-caseari per prodotti vegetali se non accompagnato dalla denominazione corretta (per esempio il latte di mandorla venduto come sostitutivo senza distinzione). A dimostrazione della necessità di una legge con questi contenuti, Coldiretti cita l’ultimo Rapporto elaborato insieme a Eurispes e Fondazione osservatorio agromafie, secondo il quale il volume d’affari dei crimini agroalimentari in Italia è salito a 25,2 miliardi, praticamente raddoppiato nel giro dell’ultimo decennio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 16 aprile 2026. La deputata della Lega Rebecca Frassini illustra i contenuti della manifestazione di sabato 18 a Milano.