Il pensatoio di Monti: «O le armi o le tasse»
Mario Monti (Ansa)
  • Il think tank europeo Bruegel, che ha avuto tra i suoi leader anche l’ex premier, lancia la proposta: stangate su chi non aumenta la spesa per la Difesa. Ma l’Ufficio parlamentare di bilancio avverte: fare nuovo debito ora significa dover operare presto dei tagli.
  • Nuovo pacchetto di sanzioni Ue: «Bando completo alle transazioni con Mosca».

Lo speciale contiene due articoli.

A volte ritornano, anzi non se ne sono mai andati, e hanno un’idea fissa: spingere (anzi, stavolta costringere) gli Stati europei a spendere sempre più denari in armi. Parliamo dei capoccioni di Bruegel, think tank con sede a Bruxelles, assai influente sulla politica europea, che ha avuto come leader, tanto per farvi un’idea, personaggi come Mario Monti e Jean Claude Trichet, ex presidente della Banca centrale europea.

Lo scorso aprile, Bruegel aveva proposto la creazione di un Meccanismo europeo di difesa (Med), istituzione intergovernativa analoga al Meccanismo europeo di stabilità (Mes), per ridurre l’impatto sul debito pubblico di grandi e costose commesse militari: una proposta discussa all’Ecofin e (per fortuna) accantonata. Delusi ma mai domi, i paladini del riarmo targati Bruegel tornano alla carica, stavolta proponendo all’Unione europea di tassare gli Stati che non raggiungono una certa percentuale di spese per la Difesa. Lo studio è firmato da Zsolt Darvas, Roel Dom, Pascal Saint-Amans e Armin Steinbach. L’Unione europea, è la premessa del Bruegel, a quanto riporta l’Ansa, ha bisogno di molte più risorse per far fronte alle sfide comuni: transizione verde, competitività, politica estera, e rimborso del debito del Pnrr. Per centrare questi obiettivi, secondo lo studio, «sarà essenziale un ulteriore 0,9% del reddito nazionale lordo nella spesa a livello Ue», in pratica quasi il doppio dell’attuale bilancio. L’Unione europea però (che Dio sia lodato) non ha poteri fiscali, ma dipende dai bilanci nazionali degli Stati membri. Ecco l’ideona: un nuovo meccanismo di raccolta fondi, un «prelievo per il deficit di spesa per la Difesa». Secondo queste menti illuminate, in sostanza, gli Stati europei che non raggiungono una certa soglia di spese in armamenti, che sia la media della Ue o il 2% del Pil o qualche altro parametro, dovrebbero essere tassati da Bruxelles, fino a quando non si mettono in regola. «La pace e la sicurezza sono vitali per tutta l’Europa», è la premessa retorica, demagogica, strumentale dello studio, che poi passa in rassegna le spese per la difesa dei vari Stati europei. Nel 2023, ad esempio, l’Irlanda ha speso lo 0,2% del Pil, la Lettonia il 3,1% (l’Italia l’1,5%). La proposta di Bruegel è quella di correggere lo squilibrio attraverso un prelievo forzoso: «A titolo di esempio», spiegano i bruegeliani, «se la soglia fosse fissata alla media Ue e l’aliquota di prelievo al 25%, i 13 Paesi che hanno speso meno della media Ue per la Difesa nel 2023 contribuirebbero con 8 miliardi di euro all’anno al bilancio dell’Ue. Se la soglia fosse pari al 2% del Pil con la stessa aliquota di prelievo, i 21 Paesi che spenderebbero meno del 2% del Pil per la Difesa nel 2023 contribuirebbero con 30 miliardi di euro all’anno». La base giuridica sarebbe l’articolo 311 del Trattato sul funzionamento dell’Ue, come già avvenuto per la tassa sulla plastica non riciclata. I tre ricercatori autori dello studio ammettono che si tratta di una materia «politicamente delicata».

Per quel che riguarda l’Italia, la proposta (anzi, scusate, lo studio, che suona meglio) del Bruegel fa a pugni con quanto sostenuto proprio ieri dalla presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio, Lilia Cavallari, che ha presentato il Rapporto sulla politica di bilancio alla presenza del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. «Il ricorso all’indebitamento in una fase di transizione per accomodare un aumento permanente della spesa per difesa in rapporto al prodotto», sostiene la Cavallari, come riporta Italpress, «potrebbe avere conseguenze rilevanti per il percorso di riduzione del debito. Un utilizzo moderato dello spazio concesso dalla clausola di salvaguardia nazionale che porti ad aumentare le spese per la Difesa dello 0,5% del prodotto, rallenterebbe il percorso di consolidamento delineato nel Piano strutturale di bilancio. L’indebitamento netto si collocherebbe al di sotto della soglia del 3% con un anno di ritardo rispetto al Piano, mentre il debito inizierebbe a ridursi solo a partire dal 2028. Nel lungo periodo», aggiunge la Cavallari, «l’aumento di spesa sarebbe comunque compatibile con il mantenimento del debito su un sentiero discendente nell’ipotesi che continui l’aggiustamento delineato nel Piano. Per contro, l’utilizzo progressivo ma integrale dei margini di flessibilità consentiti dalla clausola di salvaguardia, quantificabile in un aumento a regime delle spese per la Difesa di 37 miliardi, frenerebbe il percorso di consolidamento al punto tale da renderlo incoerente con la riduzione del debito in rapporto al Pil. Riportare il debito su un sentiero discendente richiederebbe in tal caso un ulteriore sforzo di consolidamento nel successivo Piano strutturale», puntualizza la Cavallari, «ponendo difficili scelte di riallocazione della spesa o aumento della pressione fiscale». L’avvertimento è di facile comprensione: se andiamo a indebitarci per aumentare le spese militari, che sia tra uno, due o tre anni ci troveremo nella condizione di tagliare le spese per le politiche sociali o di aumentare le tasse.

Al Bruegel però non interessa nulla, l’importante è spendere, spendere, spendere sempre di più in armi. Sarebbe bello che qualche think tank europeo proponesse una tassa per gli Stati che non spendono abbastanza per la sanità, il sostegno alle famiglie povere e alle imprese in crisi. Bello, ma impossibile.

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