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2025-06-12
Il pensatoio di Monti: «O le armi o le tasse»
Mario Monti (Ansa)
A volte ritornano, anzi non se ne sono mai andati, e hanno un’idea fissa: spingere (anzi, stavolta costringere) gli Stati europei a spendere sempre più denari in armi. Parliamo dei capoccioni di Bruegel, think tank con sede a Bruxelles, assai influente sulla politica europea, che ha avuto come leader, tanto per farvi un’idea, personaggi come Mario Monti e Jean Claude Trichet, ex presidente della Banca centrale europea.
Lo scorso aprile, Bruegel aveva proposto la creazione di un Meccanismo europeo di difesa (Med), istituzione intergovernativa analoga al Meccanismo europeo di stabilità (Mes), per ridurre l’impatto sul debito pubblico di grandi e costose commesse militari: una proposta discussa all’Ecofin e (per fortuna) accantonata. Delusi ma mai domi, i paladini del riarmo targati Bruegel tornano alla carica, stavolta proponendo all’Unione europea di tassare gli Stati che non raggiungono una certa percentuale di spese per la Difesa. Lo studio è firmato da Zsolt Darvas, Roel Dom, Pascal Saint-Amans e Armin Steinbach. L’Unione europea, è la premessa del Bruegel, a quanto riporta l’Ansa, ha bisogno di molte più risorse per far fronte alle sfide comuni: transizione verde, competitività, politica estera, e rimborso del debito del Pnrr. Per centrare questi obiettivi, secondo lo studio, «sarà essenziale un ulteriore 0,9% del reddito nazionale lordo nella spesa a livello Ue», in pratica quasi il doppio dell’attuale bilancio. L’Unione europea però (che Dio sia lodato) non ha poteri fiscali, ma dipende dai bilanci nazionali degli Stati membri. Ecco l’ideona: un nuovo meccanismo di raccolta fondi, un «prelievo per il deficit di spesa per la Difesa». Secondo queste menti illuminate, in sostanza, gli Stati europei che non raggiungono una certa soglia di spese in armamenti, che sia la media della Ue o il 2% del Pil o qualche altro parametro, dovrebbero essere tassati da Bruxelles, fino a quando non si mettono in regola. «La pace e la sicurezza sono vitali per tutta l’Europa», è la premessa retorica, demagogica, strumentale dello studio, che poi passa in rassegna le spese per la difesa dei vari Stati europei. Nel 2023, ad esempio, l’Irlanda ha speso lo 0,2% del Pil, la Lettonia il 3,1% (l’Italia l’1,5%). La proposta di Bruegel è quella di correggere lo squilibrio attraverso un prelievo forzoso: «A titolo di esempio», spiegano i bruegeliani, «se la soglia fosse fissata alla media Ue e l’aliquota di prelievo al 25%, i 13 Paesi che hanno speso meno della media Ue per la Difesa nel 2023 contribuirebbero con 8 miliardi di euro all’anno al bilancio dell’Ue. Se la soglia fosse pari al 2% del Pil con la stessa aliquota di prelievo, i 21 Paesi che spenderebbero meno del 2% del Pil per la Difesa nel 2023 contribuirebbero con 30 miliardi di euro all’anno». La base giuridica sarebbe l’articolo 311 del Trattato sul funzionamento dell’Ue, come già avvenuto per la tassa sulla plastica non riciclata. I tre ricercatori autori dello studio ammettono che si tratta di una materia «politicamente delicata».
Per quel che riguarda l’Italia, la proposta (anzi, scusate, lo studio, che suona meglio) del Bruegel fa a pugni con quanto sostenuto proprio ieri dalla presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio, Lilia Cavallari, che ha presentato il Rapporto sulla politica di bilancio alla presenza del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. «Il ricorso all’indebitamento in una fase di transizione per accomodare un aumento permanente della spesa per difesa in rapporto al prodotto», sostiene la Cavallari, come riporta Italpress, «potrebbe avere conseguenze rilevanti per il percorso di riduzione del debito. Un utilizzo moderato dello spazio concesso dalla clausola di salvaguardia nazionale che porti ad aumentare le spese per la Difesa dello 0,5% del prodotto, rallenterebbe il percorso di consolidamento delineato nel Piano strutturale di bilancio. L’indebitamento netto si collocherebbe al di sotto della soglia del 3% con un anno di ritardo rispetto al Piano, mentre il debito inizierebbe a ridursi solo a partire dal 2028. Nel lungo periodo», aggiunge la Cavallari, «l’aumento di spesa sarebbe comunque compatibile con il mantenimento del debito su un sentiero discendente nell’ipotesi che continui l’aggiustamento delineato nel Piano. Per contro, l’utilizzo progressivo ma integrale dei margini di flessibilità consentiti dalla clausola di salvaguardia, quantificabile in un aumento a regime delle spese per la Difesa di 37 miliardi, frenerebbe il percorso di consolidamento al punto tale da renderlo incoerente con la riduzione del debito in rapporto al Pil. Riportare il debito su un sentiero discendente richiederebbe in tal caso un ulteriore sforzo di consolidamento nel successivo Piano strutturale», puntualizza la Cavallari, «ponendo difficili scelte di riallocazione della spesa o aumento della pressione fiscale». L’avvertimento è di facile comprensione: se andiamo a indebitarci per aumentare le spese militari, che sia tra uno, due o tre anni ci troveremo nella condizione di tagliare le spese per le politiche sociali o di aumentare le tasse.
Al Bruegel però non interessa nulla, l’importante è spendere, spendere, spendere sempre di più in armi. Sarebbe bello che qualche think tank europeo proponesse una tassa per gli Stati che non spendono abbastanza per la sanità, il sostegno alle famiglie povere e alle imprese in crisi. Bello, ma impossibile.
Mattarella: «Non umiliare la Russia. Ma serve una pace vera e stabile»
La Russia e l’Ucraina cominceranno oggi gli «scambi sanitari» per la liberazione dei rispettivi prigionieri feriti gravemente secondo quanto annunciato ieri dal caponegoziatore russo Vladimir Medinsky, citato dall’agenzia Interfax. Medinsky aveva inoltre confermato che è cominciato lo scambio delle salme di soldati caduti, con Mosca che ne ha consegnati 1.212 a Kiev. In cambio, ha aggiunto il negoziatore del Cremlino, Kiev ha restituito i corpi di «27 caduti russi». Intanto dopo il raid russo nella notte di lunedì su Kiev e Odessa (il peggior bombardamento di Mosca dall’inizio del conflitto), anche ieri notte c’è stato un massiccio attacco russo di droni su Kharkiv con 64 feriti e 9 bambini morti. E mentre la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen ha annunciato che con l’ultimo pacchetto di sanzioni «colpiamo il settore bancario russo e proponiamo di trasformare il divieto esistente sull’uso del sistema Swift in un bando completo alle transazioni», per il presidente ucraino Volodymyr Zelensky «la Russia merita una maggiore pressione, perché ogni colpo alla vita quotidiana dimostra che la pressione non è sufficiente. Non dobbiamo avere paura, non dobbiamo rimandare nuove decisioni che potrebbero complicare la situazione per la Russia. Serve la vera diplomazia. E questo dipende principalmente dagli Usa e dagli altri leader mondiali. La diplomazia deve agire». Ieri, in un’intervista alla stampa ungherese, il leader ucraino ha detto che «Putin non intende affatto finire la guerra, vuole occupare l’Ucraina intera» e che Viktor Orbán sta commettendo uno sbaglio storico, quando orchestra una consultazione popolare, per impedire l’adesione dell’Ucraina all’Ue. Orbán crede di scommettere su un cavallo buono mantenendo rapporti buoni con Putin, e avrà petrolio e gas russo a buon prezzo, ma sono convinto che, a lungo termine, perderà tutto». Ma secondo il portavoce di Putin, Dmitri Peskov, «ci sono molte questioni irrisolte nelle relazioni bilaterali» tra Russia e Usa ed «è improbabile che si possa sperare in risultati rapidi», ma che «questo lavoro così complesso e graduale è già iniziato e continuerà».In Lussemburgo ieri il presidente Sergio Mattarella ha ribadito la necessità di mettere l’Ue in condizione di prendere decisioni più rapide, su Gaza e su una pace autentica, giusta e duratura in Ucraina. «Nessuno vuole umiliare la Russia o sminuirne il ruolo. Ma la ricerca ostinata di una soluzione deve portare una pace vera, stabile, fondata sul diritto e la giustizia. Altrimenti non durerebbe». Ma secondo il ministro degli Esteri Antonio Tajani «non prima della fine dell’anno, gli ultimi mesi dell’anno, si potrà arrivare a un risultato positivo» del conflitto. Nel frattempo il cardinale Matteo Zuppi ha detto all’agenzia russa Tass che continuerà la sua missione umanitaria in Russia e Ucraina, che negli ultimi due anni lo ha visto impegnato in 2 visite a Mosca. Al presidente della Conferenza episcopale italiana è stato confermato da Leone XIV l’incarico di questa missione che gli era stato dato da papa Francesco. I prossimi passi, ha spiegato Zuppi, saranno discussi in coordinamento con l’ambasciata russa presso il Vaticano. Il Prefetto del dicastero per le Chiese orientali, cardinale Claudio Gugerotti, citato anch’egli dalla Tass, ha ribadito la volontà della Santa Sede di favorire iniziative di pace «attraverso dialogo ed incontri».
Fissata nel frattempo per il 10 e 11 luglio 2025 a Roma, presso il centro congressi La Nuvola, la Conferenza sulla Ripresa e Ricostruzione dell’Ucraina 2025 (URC2025) co-organizzata da Italia e Ucraina.
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Il think tank europeo Bruegel, che ha avuto tra i suoi leader anche l’ex premier, lancia la proposta: stangate su chi non aumenta la spesa per la Difesa. Ma l’Ufficio parlamentare di bilancio avverte: fare nuovo debito ora significa dover operare presto dei tagli. Nuovo pacchetto di sanzioni Ue: «Bando completo alle transazioni con Mosca».Lo speciale contiene due articoli.A volte ritornano, anzi non se ne sono mai andati, e hanno un’idea fissa: spingere (anzi, stavolta costringere) gli Stati europei a spendere sempre più denari in armi. Parliamo dei capoccioni di Bruegel, think tank con sede a Bruxelles, assai influente sulla politica europea, che ha avuto come leader, tanto per farvi un’idea, personaggi come Mario Monti e Jean Claude Trichet, ex presidente della Banca centrale europea. Lo scorso aprile, Bruegel aveva proposto la creazione di un Meccanismo europeo di difesa (Med), istituzione intergovernativa analoga al Meccanismo europeo di stabilità (Mes), per ridurre l’impatto sul debito pubblico di grandi e costose commesse militari: una proposta discussa all’Ecofin e (per fortuna) accantonata. Delusi ma mai domi, i paladini del riarmo targati Bruegel tornano alla carica, stavolta proponendo all’Unione europea di tassare gli Stati che non raggiungono una certa percentuale di spese per la Difesa. Lo studio è firmato da Zsolt Darvas, Roel Dom, Pascal Saint-Amans e Armin Steinbach. L’Unione europea, è la premessa del Bruegel, a quanto riporta l’Ansa, ha bisogno di molte più risorse per far fronte alle sfide comuni: transizione verde, competitività, politica estera, e rimborso del debito del Pnrr. Per centrare questi obiettivi, secondo lo studio, «sarà essenziale un ulteriore 0,9% del reddito nazionale lordo nella spesa a livello Ue», in pratica quasi il doppio dell’attuale bilancio. L’Unione europea però (che Dio sia lodato) non ha poteri fiscali, ma dipende dai bilanci nazionali degli Stati membri. Ecco l’ideona: un nuovo meccanismo di raccolta fondi, un «prelievo per il deficit di spesa per la Difesa». Secondo queste menti illuminate, in sostanza, gli Stati europei che non raggiungono una certa soglia di spese in armamenti, che sia la media della Ue o il 2% del Pil o qualche altro parametro, dovrebbero essere tassati da Bruxelles, fino a quando non si mettono in regola. «La pace e la sicurezza sono vitali per tutta l’Europa», è la premessa retorica, demagogica, strumentale dello studio, che poi passa in rassegna le spese per la difesa dei vari Stati europei. Nel 2023, ad esempio, l’Irlanda ha speso lo 0,2% del Pil, la Lettonia il 3,1% (l’Italia l’1,5%). La proposta di Bruegel è quella di correggere lo squilibrio attraverso un prelievo forzoso: «A titolo di esempio», spiegano i bruegeliani, «se la soglia fosse fissata alla media Ue e l’aliquota di prelievo al 25%, i 13 Paesi che hanno speso meno della media Ue per la Difesa nel 2023 contribuirebbero con 8 miliardi di euro all’anno al bilancio dell’Ue. Se la soglia fosse pari al 2% del Pil con la stessa aliquota di prelievo, i 21 Paesi che spenderebbero meno del 2% del Pil per la Difesa nel 2023 contribuirebbero con 30 miliardi di euro all’anno». La base giuridica sarebbe l’articolo 311 del Trattato sul funzionamento dell’Ue, come già avvenuto per la tassa sulla plastica non riciclata. I tre ricercatori autori dello studio ammettono che si tratta di una materia «politicamente delicata». Per quel che riguarda l’Italia, la proposta (anzi, scusate, lo studio, che suona meglio) del Bruegel fa a pugni con quanto sostenuto proprio ieri dalla presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio, Lilia Cavallari, che ha presentato il Rapporto sulla politica di bilancio alla presenza del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. «Il ricorso all’indebitamento in una fase di transizione per accomodare un aumento permanente della spesa per difesa in rapporto al prodotto», sostiene la Cavallari, come riporta Italpress, «potrebbe avere conseguenze rilevanti per il percorso di riduzione del debito. Un utilizzo moderato dello spazio concesso dalla clausola di salvaguardia nazionale che porti ad aumentare le spese per la Difesa dello 0,5% del prodotto, rallenterebbe il percorso di consolidamento delineato nel Piano strutturale di bilancio. L’indebitamento netto si collocherebbe al di sotto della soglia del 3% con un anno di ritardo rispetto al Piano, mentre il debito inizierebbe a ridursi solo a partire dal 2028. Nel lungo periodo», aggiunge la Cavallari, «l’aumento di spesa sarebbe comunque compatibile con il mantenimento del debito su un sentiero discendente nell’ipotesi che continui l’aggiustamento delineato nel Piano. Per contro, l’utilizzo progressivo ma integrale dei margini di flessibilità consentiti dalla clausola di salvaguardia, quantificabile in un aumento a regime delle spese per la Difesa di 37 miliardi, frenerebbe il percorso di consolidamento al punto tale da renderlo incoerente con la riduzione del debito in rapporto al Pil. Riportare il debito su un sentiero discendente richiederebbe in tal caso un ulteriore sforzo di consolidamento nel successivo Piano strutturale», puntualizza la Cavallari, «ponendo difficili scelte di riallocazione della spesa o aumento della pressione fiscale». L’avvertimento è di facile comprensione: se andiamo a indebitarci per aumentare le spese militari, che sia tra uno, due o tre anni ci troveremo nella condizione di tagliare le spese per le politiche sociali o di aumentare le tasse. Al Bruegel però non interessa nulla, l’importante è spendere, spendere, spendere sempre di più in armi. Sarebbe bello che qualche think tank europeo proponesse una tassa per gli Stati che non spendono abbastanza per la sanità, il sostegno alle famiglie povere e alle imprese in crisi. Bello, ma impossibile.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/monti-armi-o-le-tasse-2672359493.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mattarella-non-umiliare-la-russia-ma-serve-una-pace-vera-e-stabile" data-post-id="2672359493" data-published-at="1749747463" data-use-pagination="False"> Mattarella: «Non umiliare la Russia. 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E mentre la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen ha annunciato che con l’ultimo pacchetto di sanzioni «colpiamo il settore bancario russo e proponiamo di trasformare il divieto esistente sull’uso del sistema Swift in un bando completo alle transazioni», per il presidente ucraino Volodymyr Zelensky «la Russia merita una maggiore pressione, perché ogni colpo alla vita quotidiana dimostra che la pressione non è sufficiente. Non dobbiamo avere paura, non dobbiamo rimandare nuove decisioni che potrebbero complicare la situazione per la Russia. Serve la vera diplomazia. E questo dipende principalmente dagli Usa e dagli altri leader mondiali. La diplomazia deve agire». Ieri, in un’intervista alla stampa ungherese, il leader ucraino ha detto che «Putin non intende affatto finire la guerra, vuole occupare l’Ucraina intera» e che Viktor Orbán sta commettendo uno sbaglio storico, quando orchestra una consultazione popolare, per impedire l’adesione dell’Ucraina all’Ue. Orbán crede di scommettere su un cavallo buono mantenendo rapporti buoni con Putin, e avrà petrolio e gas russo a buon prezzo, ma sono convinto che, a lungo termine, perderà tutto». Ma secondo il portavoce di Putin, Dmitri Peskov, «ci sono molte questioni irrisolte nelle relazioni bilaterali» tra Russia e Usa ed «è improbabile che si possa sperare in risultati rapidi», ma che «questo lavoro così complesso e graduale è già iniziato e continuerà».In Lussemburgo ieri il presidente Sergio Mattarella ha ribadito la necessità di mettere l’Ue in condizione di prendere decisioni più rapide, su Gaza e su una pace autentica, giusta e duratura in Ucraina. «Nessuno vuole umiliare la Russia o sminuirne il ruolo. Ma la ricerca ostinata di una soluzione deve portare una pace vera, stabile, fondata sul diritto e la giustizia. Altrimenti non durerebbe». Ma secondo il ministro degli Esteri Antonio Tajani «non prima della fine dell’anno, gli ultimi mesi dell’anno, si potrà arrivare a un risultato positivo» del conflitto. Nel frattempo il cardinale Matteo Zuppi ha detto all’agenzia russa Tass che continuerà la sua missione umanitaria in Russia e Ucraina, che negli ultimi due anni lo ha visto impegnato in 2 visite a Mosca. Al presidente della Conferenza episcopale italiana è stato confermato da Leone XIV l’incarico di questa missione che gli era stato dato da papa Francesco. I prossimi passi, ha spiegato Zuppi, saranno discussi in coordinamento con l’ambasciata russa presso il Vaticano. Il Prefetto del dicastero per le Chiese orientali, cardinale Claudio Gugerotti, citato anch’egli dalla Tass, ha ribadito la volontà della Santa Sede di favorire iniziative di pace «attraverso dialogo ed incontri».Fissata nel frattempo per il 10 e 11 luglio 2025 a Roma, presso il centro congressi La Nuvola, la Conferenza sulla Ripresa e Ricostruzione dell’Ucraina 2025 (URC2025) co-organizzata da Italia e Ucraina.
Ansa
La loro religione vieta qualsiasi tipo di integrazione, perché «l’Islam domina e non può essere dominato». Sono stati sparati i fuochi d’artificio ad altezza d’uomo. Auto sono state danneggiate o direttamente bruciate. Le sedie dei tavolini dei bar sono diventate corpi contundenti. I cassonetti della spazzatura sono stati devastati o dati alle fiamme. Queste persone stanno eseguendo gli ordini della loro religione, sono truppe d’assalto, sono fiori all’occhiello della loro comunità.
Pieni di fierezza, mettono i video della loro violenza stolida sui social. Le piazze e le strade sono in mano a loro perché si sono svuotate degli indigeni, noi. La bestiale violenza cui sono state sottoposte sistematicamente le donne occidentali, dopo il primo episodio passato alla storia come lo stupro di Colonia, hanno svuotato le strade e le piazze. Lo stupro di Colonia risale alla notte di San Silvestro nel 2015 e al successivo primo gennaio. In numerose città europee donne cristiane furono assaltate sessualmente da uomini islamici, inclusi alcuni veri e propri stupri. Nella città di Colonia gli episodi furono particolarmente numerosi, per cui la città ha dato il nome al fenomeno che fu in realtà esteso a molte città tedesche e europee. Si chiama Taharrush Gamea o jihad sessuale, ed ha il doppio scopo di umiliare le donne cristiane e i loro uomini incapaci di difenderle, e di svuotare le strade che diventano preda di bande islamiche.
Le autorità tentarono valorosamente di insabbiare il tutto, un lodevole sforzo di evitare l’islamofobia, che è una brutta cosa, ma grazie ai social lo schifo di quello che era successo affiorò alla coscienza pubblica. Da allora questo tipo di aggressione è diventato sistematico e le autorità hanno risolto il problema evitando i concerti di capodanno. Abbiamo lasciato le nostre città vuote e i nuovi barbari le hanno devastate. In Italia. In Germania. In Francia. Soprattutto in Belgio. Non in Corsica. In Corsica non è bruciato nemmeno un copertone e le strade sono pulite e appartengono a tutti. Il popolo corso e i suoi gruppi indipendentisti armati fino ai denti hanno già chiarito in un unico episodio precedente, anche questo del 2015, che in Corsica nessun atto di violenza sarà tollerato. Contrariamente a noi che siamo carini e beneducati e quando ci ammazzano rispondiamo con candeline e gessetti colorati, i corsi sono gloriosamente maleducati e hanno verbalizzato, scritto in una lettera aperta a firma dei gruppi indipendentisti, che non sono abbastanza raffinati da interessarsi a chi è innocente e chi è colpevole: al primo atto di violenza tutte le persone di origine musulmana saranno costrette ad andarsene. Quando nella notte di Natale del 2015 ci fu una modesta violenza di giovani immigrati, cassonetti della spazzatura dati alle fiamme e pompieri presi a sassate, un gruppo di maleducati corsi rase al suolo la moschea, episodio odioso e stigmatizzato, certo, è terribile tutta questa barbarie corsa. Noi siamo più educati e sono impressionanti i video che arrivano da Firenze, da una delle piazze più belle del mondo, da una piazza che è (era?) l’apogeo della civiltà: la violenza bruta, l’odio per noi e per la nostra cultura sono palpabili. Questi video e queste foto sono impressionanti per due motivi: la presenza di immigrati che non costituiscono né mai hanno costituito per noi un vantaggio economico, che sono sempre e sempre saranno un problema drammatico, che hanno è sempre avranno per noi e per la nostra civiltà un odio mortale. Non ho bisogno che tutti gli immigrati mi odino e siano violenti per essere distrutta. Mi basta il 10% di violenti e il 90% di moderati che si guarda bene dal disapprovare e isolare il 10 % di violenti. Qui siamo ben oltre il 10%. Il secondo elemento che ferisce gli occhi in queste foto e in questi video, è la mancanza di occidentali.
Se qualcuno andasse a spaccare le sedie e le vetrine nella piazza più bella di Tel Aviv, o anche semplicemente di Ajaccio in Corsica, verrebbe massacrato dei cittadini stessi, senza neanche aspettare la gendarmeria. Noi siamo stati addestrati all’assenza del sistema limbico da una magistratura che considera evidentemente gli immigrati la nuova razza padrona. Non proviamo collera, non difendiamo il territorio, non difendiamo le donne. Siamo stati addestrati da decenni di femminismo ridicolo e misandrico, a pretendere maschi svirilizzati e rieducati. L’uomo ideale della nuova donna 3.0 è quello che qualche decennio fa sarebbe stato riassuntivamente indicato col nome di mezzasega. Ha poco testosterone, sia per l’esposizione agli estroprogestinici che sono nelle carni che mangiamo e nell’acqua che beviamo, sia per l’esposizione continua alla pornografia, sia per l’esposizione continua alla criminalizzazione delle caratteristiche maschili. La prima caratteristica maschile è la difesa anche violenta del territorio. Un popolo che resta chiuso in casa a smaltarsi le unghie mentre qualcuno sta invadendo le sue strade, distruggendo i suoi monumenti, bruciando le auto, è un popolo di aspiranti eunuchi. Ora abbiamo barbari contro eunuchi, la vedo male per gli eunuchi. È il caso di fare un nuovo tipo di corsi di rieducazione: come diventare sporchi, brutti e cattivi in otto lezioni. Anche sette.
Nel frattempo, c’è una legge da fare immediatamente, divieto assoluto di produzione, vendita e uso di fuochi artificiali. L’Europa che con eroico sprezzo del ridicolo starnazza sull’anidride carbonica prodotta da vacche e caminetti, vieti immediatamente qualsiasi fuoco artificiale. Sono esplosivi. Producono molta più anidride carbonica di una vacca, soprattutto se danno fuoco a qualcosa. Senza fuochi artificiali il locale di Crans-Montana non sarebbe bruciato. Senza fuochi artificiali ci risparmieremmo innumerevoli morti e feriti e soprattutto i fuochi artificiali sono esplosivi. Non possiamo più permetterceli.
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Capita spesso di vedere, soprattutto nelle città d'arte ma non solo, visitatori stranieri che accompagnano le pietanze con la bevanda calda. Una scelta legittima ma discutibile, anche dal punto di vista della salute.
Ansa
Perché aver fatto il proprio dovere, colpendo un ladro che per di più aveva reagito aggredendo gli uomini delle forze dell’ordine, ferendone uno, è un comportamento da punire con il carcere? Forse un solo colpo in pancia al collega non bastava e ne servivano almeno due o tre per giustificare lo sparo? Oppure colpire, affondando un cacciavite nel petto di un uomo delle forze dell’ordine che cerca di impedire un furto, non è reato sufficientemente grave da richiedere la reazione degli agenti? Forse il militare avrebbe dovuto tenere nella fondina l’arma, aspettando che il criminale facesse quello che fecero due tossici a Roma qualche anno fa, pugnalando a morte, con 11 coltellate, il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega?
La faccenda ha dell’incredibile. Soprattutto perché arriva dopo altre inchieste della magistratura che hanno messo nel mirino gli agenti e non i delinquenti. Avete presente il caso di Ramy Elgaml, il giovane extracomunitario in sella a uno scooter che, dopo la fuga a un posto di blocco, si è schiantato contro un palo? Per la sua morte sono finiti indagati sette carabinieri, ovvero la pattuglia che lo inseguì e anche i militari dell’Arma poi intervenuti sul luogo dell’incidente. A quanto pare, invece di mettersi all’inseguimento del motociclo avrebbero dovuto girarsi dall’altra parte e fare finta di nulla. Sorte più o meno analoga a quella di un agente che a Verona, per fermare un extracomunitario armato, ha fatto ricorso, udite udite, alla pistola. Per mesi è rimasto sotto inchiesta e ancora oggi c’è chi chiede di indagare sul suo conto, quasi fosse colpa del poliziotto essersi difeso. Inchiesta anche a carico di un carabiniere che a Rimini, dopo aver cercato di far gettare l’arma con cui un egiziano aveva minacciato alcuni passanti, è stato costretto a sparare. Prima dell’archiviazione, la Procura aveva iscritto il maresciallo nel registro degli indagati per eccesso di legittima difesa. Anche in questo caso, aver fatto il proprio dovere era ritenuto un di più e i magistrati hanno voluto appurare che il militare dell’Arma non avesse avuto altra scelta. Visto che non c’era alternativa, che il sottufficiale non poteva scappare né sparare ai moscerini, alla fine i pm si sono convinti che non ci fossero elementi per procedere contro il carabiniere e hanno chiesto il proscioglimento. Tutto bene? Ovviamente no, perché già il fatto che per mesi si sia portata avanti un’inchiesta che si poteva non aprire guardando le immagini delle telecamere la dice lunga sul funzionamento della giustizia.
I casi di cui abbiamo parlato nei giorni scorsi, a proposito dell’assassinio di una ragazza di 19 anni a Milano, del capotreno a Bologna e di tanti altri reati di cui diamo quotidianamente conto, hanno però spinto Beppe Sala, sindaco del capoluogo lombardo che fino a ieri assicurava che la criminalità era un problema di percezione, e Mattia Palazzi, sindaco pd di Mantova dove l’altra sera un giovane marocchino ha minacciato i passanti con una pistola, ad accusare il governo. Colpa di Giorgia Meloni se i clandestini la fanno sempre più da padroni, rubando, molestando e aggredendo le persone. Non colpa di una sinistra che ha aperto le porte all’invasione di extracomunitari. Non colpa di una magistratura che è sempre pronta a bloccare le espulsioni andando in soccorso degli stranieri e condannando le forze dell’ordine. Come ha spiegato ieri su Repubblica Annalisa Cuzzocrea, Meloni coltiva un’illusione securitaria. Già, secondo la sinistra, il governo dovrebbe arrendersi ai criminali. Invece di reprimerli dovrebbe capirli: dare una casa ai clandestini e aiutare gli immigrati a rischio povertà ed esclusione sociale. Al programma manca solo la condanna degli agenti che osano reagire. Ma siamo sulla buona strada.
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Alessandro Ambrosio, il capotreno ucciso alla stazione di Bologna. Nel riquadro Marin Jelenic, il croato accusato dell'omicidio (Ansa)
Dopo l’omicidio, Jelenic, pur avendo in tasca un biglietto per l’Austria (da Tarvisio a Villach, con partenza prevista alle 10.30 del mattino successivo al delitto), non scappa subito all’estero. Resta in Italia. Si sposta come fa di solito: con i treni. La notte successiva al delitto la trascorre in una sala d’aspetto dell’ospedale Niguarda di Milano. È lì che arriva poco dopo la mezzanotte, seguendo una traiettoria che gli investigatori delle Squadre mobili di Milano e Bologna, insieme alla Polfer, riescono a ricostruire grazie alle immagini di videosorveglianza. Dopo l’omicidio viene controllato una prima volta dalla Polfer alla stazione di Bologna. È un passaggio decisivo: quell’identificazione permette di dare un nome alla sagoma ripresa dalle telecamere. Poi prende un treno verso Piacenza, viene fatto scendere a Fiorenzuola perché molesto e senza biglietto, identificato di nuovo e rilasciato dai carabinieri, che in quel momento non hanno ancora l’alert di ricerca per l’omicidio. Riparte. Arriva a Milano Rogoredo. Poco dopo le telecamere lo riprendono in piazza Duca d’Aosta, all’uscita della stazione Centrale milanese. Sempre in transito. Sempre armato. A mezzanotte e un quarto prende il tram della linea 4, quello che lo porta al Niguarda. Si riposa. Prende fiato. Poi parte per Desenzano. Quando viene fermato ha con sé due coltelli. Due strumenti compatibili con una vita passata a collezionare armi bianche e a uscire indenne da ogni controllo. Ora quelle lame verranno analizzate per accertare se abbia tenuto con sé l’arma del delitto. Se una delle due è la stessa che ha colpito alle spalle il capotreno. Al momento, spiegano gli investigatori, il movente non è stato individuato. La Procura di Bologna, però, gli contesta l’omicidio volontario con due aggravanti: aver agito per motivi abietti e aver commesso il fatto all’interno o nelle immediate adiacenze di una stazione ferroviaria (quest’ultima è stata introdotta lo scorso anno, proprio per rafforzare la tutela negli scali ferroviari). Una norma pensata per fermare chi trasforma le stazioni in territori di caccia. L’udienza di convalida del fermo sarà fissata a Brescia. Poi il pm di Bologna Michele Martorelli affiderà l’autopsia al medico legale Elena Giovannini. A raccontare il momento del fermo è il questore di Brescia Paolo Sartori: «Il suo atteggiamento aveva insospettito la pattuglia della polizia di Stato che lo ha individuato e fermato nelle vicinanze della stazione di Desenzano». Jelenic non aveva uno smartphone. Durante la fuga, però, avrebbe chiesto in prestito cellulari a diverse persone e contattato utenze croate, ora al vaglio degli investigatori. Ma non è tanto la nonchalance con la quale dopo il delitto è riuscito a spostarsi per mezza Italia a sorprendere. È la facilità con cui, per anni, ha continuato a girare armato senza che nessuno riuscisse a fermarlo. Il suo passato è zeppo di avvenimenti che avrebbero dovuto permettere di renderlo inoffensivo. Pendeva un ordine di allontanamento emesso dal prefetto di Milano, dopo che il 22 dicembre era stato sorpreso con un coltello in via Scheiwiller, in zona Corvetto. Avrebbe dovuto lasciare il territorio nazionale entro dieci giorni. E i controlli di questo tipo sono una costante nel recente passato di Jelenic. Dal 2023 è stato fermato e denunciato almeno cinque volte per porto illegale di coltelli. Alcuni procedimenti sono finiti archiviati per la speciale tenuità del fatto. A giugno 2025, a Bologna, viene controllato di nuovo: i carabinieri gli sequestrano un cutter e un astuccio con 20 lame. Un kit da killer tascabile. Sempre a Bologna ma il 3 dicembre scorso viene fermato di nuovo con un coltello in tasca. A Milano semina terrore in un condominio con un coltello da cucina. E alla fine a suo carico risulta una sola condanna (ma con pena sospesa) per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni a Vercelli. Sempre a piede libero. Negli ultimi giorni di dicembre si trova a Pavia. Il 30 dicembre le forze dell’ordine lo fermano con un coltello di 24 centimetri. Sequestro, denuncia, poi di nuovo libero. Alcuni automobilisti riferiscono di averlo visto anche nei giorni precedenti, nella zona di piazza Minerva. La stazione di Pavia è una delle tappe abituali dei suoi continui spostamenti in treno. C’è poi un episodio a Udine, il 18 ottobre. Un supermercato messo sottosopra dopo che Jelenic viene scoperto a nascondere birre nello zaino. Lattine lanciate contro una bilancia, calci contro gli espositori. Quando arrivano i carabinieri viene ammanettato. Prima di uscire sputa contro un dipendente. Il titolare decide di non denunciare: «Mi avevano detto», ammette, «che non avrebbero potuto fare nulla». Ore dopo torna di nuovo nelle vicinanze del supermercato. Ancora libero. Per anni ha attraversato indenne (ma armato) stazioni e città. Fino a quando uno di quei coltelli non ha smesso di essere un «fatto di lieve entità» e ha prodotto un morto. Solo a quel punto l’uomo che nessuno era riuscito a fermare non ha continuato a essere un inarrestabile.
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