True
2025-11-11
Paralizzato e cieco a causa di Pfizer. La sanità pubblica gli nega le cure
Vladimiro Zarbo (iStock)
Il nostro Sistema sanitario nazionale continua a non voler riconoscere, anche nei casi più conclamati, cure ad hoc per le malattie correlate al vaccino anti Covid che stanno colpendo soprattutto chi si è sottoposto a più dosi. Stiamo parlando di tutta una serie di patologie croniche che spesso hanno reso o stanno rendendo tanti di questi danneggiati invalidi. Nelle linee guida che regolano le prestazioni terapeutiche con il ticket, questo tipo di patologie «post vaccinali» non esistono, nonostante vi siano, nella letteratura scientifica internazionale, almeno «un migliaio di studi peer-review (cioè pubblicati dopo revisioni e approvazioni di più scienziati, ndr) che certificano una correlazione temporale, causale, o con-causale, tra le vaccinazioni anti Covid in ripetute dosi e la manifestazione clinica di patologie croniche su base infiammatoria, anche di tipo autoimmunitario», come spiega Ciro Isidoro, biologo e medico, professore ordinario di patologia e immunologia generale presso il dipartimento di scienze della salute dell’Università del Piemonte orientale.
«Tra gli studi pubblicati, alcuni certificano la riattivazione di virus latenti che possono creare patologie che coinvolgono più organi», aggiunge Isidoro, informandoci dunque sulle prove scientifiche raccolte in questi cinque anni riguardo a quegli effetti nocivi per la salute a lungo termine dei cosiddetti vaccini anti Covid di nuova generazione di cui ci avvisò, nel 2020, il virologo premio Nobel per la medicina Luc Montagnier. Cassandra di questa tragedia collettiva che ha distrutto la vita a persone come Vladimiro Zarbo, cinquantatreenne di Palermo, che prima del vaccino faceva decine di chilometri al giorno di marcia per tenersi in forma e ora sta in sedia a rotelle.
Nel gennaio 2022, a tre settimane dalla terza dose di Pfizer, a Vladimiro Zarbo nel giro di 24 ore prima si sono paralizzate le gambe, poi le braccia. Qualche ora dopo ha perso totalmente la vista, che ora ha in parte recuperato. Resta tuttora impossibilitato a camminare, tranne che qualche passo in casa per andare al bagno. «Fin dall’inizio, tre, quattro medici specialisti neurologi che mi hanno visitato», racconta Vladimiro, «negli ospedali dove sono stato ricoverato, sia al Cervello che al Villa Sofia di Palermo, mi hanno detto a voce che era stata colpa del vaccino contro il Covid, e la cosa mi aveva sorpreso perché io avevo fatto il vaccino perché pensavo, così, di essere tutelato. Ho subito capito che i medici non sapevano che cosa fare: andavano a tentoni prescrivendomi esami, ma nessuno indagava sulla causa più probabile di quello che mi stava capitando, e questo a detta loro».
È stato così sottoposto a terapie che curavano solo i sintomi, senza tener conto della probabile causa. D’altra parte, nessuno di quei medici che davano la colpa al vaccino si è preso poi la briga di segnalare la sospetta correlazione alla farmacovigilanza dell’Aifa, e l’uomo per farlo ha dovuto rivolgersi a un’associazione. Fatto sta che ora, dopo tre anni di sofferenze, Zarbo ha avuto una diagnosi ufficiale: «Mielomeningoencefalopatia post vaccinale», certificata da parte di due neurologi ospedalieri, uno di Villa Sofia di Palermo e l’altro del Vesta di Milano. Ciononostante, i protocolli di cura del Servizio sanitario nazionale continuano a non voler riconoscere questa sua malattia «post vaccinale»: all’uomo infatti è stata rifiutata di recente, dal Cup di Palermo, una ricetta del suo medico di base che gli ha prescritto, su indicazione di uno specialista affinché non peggiori, una terapia di purificazione del sangue con la diagnosi di «intossicazione da farmaco». Il medico di base ha inteso, per intossicazione da farmaco, un’intossicazione dal vaccino anti Covid, ma questa per il nostro Sistema sanitario nazionale non esiste.
Eppure si tratta dell’«intossicazione», genericamente parlando, che ha colpito in vari modi tante persone, provocata, «come è stato documentato scientificamente già dal 2021, dal fatto che l’Rna messaggero dei vaccini ha la capacità di entrare in circolo nell’organismo e dunque stimolare la produzione della proteina spike in tutti gli organi, non solo nel pressi del muscolo del braccio su cui veniva fatta la puntura come era stato raccontato». «Ciò ha provocato infiammazioni e disfunzioni al sistema immunitario», spiega ancora il professor Ciro Isidoro, alla luce di evidenze scientifiche che però le nostre autorità sanitarie continuano a ignorare.
Così, a gente come Vladimiro Zarbo anche le cure prescritte dal medico di base per i danni generati dal vaccino vengono negate. Non rientrano, hanno scritto dal Cup, tra le prestazioni prenotandoli con quel tipo di diagnosi. «Volevo anche aggiungere che dopo aver recuperato in parte la vista mi è rimasto tuttavia un occhio totalmente strabico come conseguenza di quello che mi è successo tre anni fa, ed è da un anno che sono in attesa per l’intervento chirurgico, per via dei tempi delle liste d’attesa», racconta ancora Vladimiro, che si è fidato dello Stato.
Boom di ragazzi sotto psicofarmaci
«Nella fascia 15‐-24 anni cresce la quota di consumo dei farmaci appartenenti all’Atc N‐-Sistema nervoso centrale, in particolar modo nelle femmine», segnala il rapporto OsMed 2024 sull’uso dei medicinali in Italia, realizzato dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) e presentato a Roma. Se in generale, nel corso del 2024, circa 4,6 milioni di bambini e adolescenti hanno ricevuto almeno una prescrizione farmaceutica, pari al 50,9% della popolazione pediatrica italiana con una prevalenza leggermente superiore nei maschi rispetto alle femmine (51,9% contro 49,9%), è significativo l’aumento di antipsicotici, antidepressivi e farmaci per l’Adhd, il disturbo da deficit di attenzione con iperattività. Tra i farmaci maggiormente prescritti agli under 18, quelli per il sistema nervoso centrale occupano il quarto posto, con una prevalenza di 13,4 per 1.000 bambini e un consumo di 184,7 confezioni per 1.000 bambini, in aumento rispetto all’anno precedente (+4,1%). Un minorenne su 175 (0,57%) ne ha fatto uso nel 2024, otto anni fa la percentuale era dello 0,26%. Nella fascia 12-‐17 anni si registra un consumo di 129,1 confezioni per 1.000 e una prevalenza dell’1,17%.Il metilfenidato, utilizzato nel trattamento del disturbo da deficit di attenzione, sale al ventisettesimo posto tra i farmaci a maggior consumo nella popolazione pediatrica, risalendo di ben tre posizioni rispetto al ranking osservato nel 2023. Tra i farmaci più prescritti c’è anche la sertralina, con 9,8 confezioni per 1.000 bambini, un antidepressivo autorizzato per il trattamento del disturbo ossessivo‐-compulsivo nei bambini e adolescenti di età compresa tra 6 e 17 anni. Come per il 2023, anche nel 2024 il metilfenidato, psicostimolante che migliora la disattenzione e l’iperattività aumentando la concentrazione del piccolo paziente, e il risperidone (antipsicotico atipico) e l’aripiprazolo, che aiutano in casi di iperattività, aggressività, nei comportamenti poco sociali e per trattare l’irritabilità nei pazienti con autismo, si confermano i principi attivi con gli incrementi maggiori dei consumi rispetto all’anno precedente (rispettivamente +28,8%, +14,3% e +10,4%). Per metilfenidato e risperidone, principi attivi con una prevalenza d’uso pari a 1,3 per 1.000 bambini, «si segnalano livelli di utilizzo superiori nei maschi rispetto alle femmine», si legge nel rapporto. I giovanissimi stanno senza dubbio pagando anche gli effetti della gestione della pandemia, manifestando un disagio che può diventare disturbo mentale (la percentuale di pazienti pediatrici sotto psicofarmaci è raddoppiata dal 2020) . «Il lockdown ha colpito tanti bambini e giovani, sono stati privati della socialità in una fase in cui invece è centrale. Noi son sappiamo quali saranno nel futuro gli effetti sulla loro salute mentale, sappiamo che il disagio giovanile c’è, è un problema serio e va affrontato dalla collettività», dichiara il professor Giampaolo Perna, psichiatra, super esperto di disturbi d’ansia, direttore dell’area salute mentale del ramo Ets della Congregazione delle Suore ospedaliere del Sacro Cuore di Gesù. «Arrivare a curare questi bambini e adolescenti vuol dire che non abbiamo fatto un buon lavoro di prevenzione», puntualizza l’esperto. «I giovani devono essere al centro dell’attenzione. Si prevede che nel 2050 il picco di pazienti con disturbi d’ansia - che includono panico, fobie - possa essere addirittura tra i 15 e i 19 anni. C’è un abbassamento dell’età di esordio, i dati ci dicono che sarà un problema importante del prossimo futuro». Conclude il professore: «Questi giovani vanno gestiti beni, con la psicoterapia tendenzialmente cognitiva comportamentale o con la terapia farmacologica, ma dopo una diagnosi corretta: non vanno dati farmaci a caso. La fase diagnostica è fondamentale. L’utilizzo delle benzodiazepine e degli antipsicotici nei giovanissimi deve essere fatto con grande attenzione».
Continua a leggereRiduci
Dopo la terza dose, a Vladimiro Zarbo si bloccarono gambe e braccia. Poi smise di vedere. Ma il Ssn ancora non riconosce la patologia.I pazienti pediatrici che assumono antidepressivi o similari sono raddoppiati dal 2020. Lo psichiatra Perna: «In quella fase la socialità è centrale. Il lockdown gliel’ha tolta».Lo speciale contiene due articoli.Il nostro Sistema sanitario nazionale continua a non voler riconoscere, anche nei casi più conclamati, cure ad hoc per le malattie correlate al vaccino anti Covid che stanno colpendo soprattutto chi si è sottoposto a più dosi. Stiamo parlando di tutta una serie di patologie croniche che spesso hanno reso o stanno rendendo tanti di questi danneggiati invalidi. Nelle linee guida che regolano le prestazioni terapeutiche con il ticket, questo tipo di patologie «post vaccinali» non esistono, nonostante vi siano, nella letteratura scientifica internazionale, almeno «un migliaio di studi peer-review (cioè pubblicati dopo revisioni e approvazioni di più scienziati, ndr) che certificano una correlazione temporale, causale, o con-causale, tra le vaccinazioni anti Covid in ripetute dosi e la manifestazione clinica di patologie croniche su base infiammatoria, anche di tipo autoimmunitario», come spiega Ciro Isidoro, biologo e medico, professore ordinario di patologia e immunologia generale presso il dipartimento di scienze della salute dell’Università del Piemonte orientale. «Tra gli studi pubblicati, alcuni certificano la riattivazione di virus latenti che possono creare patologie che coinvolgono più organi», aggiunge Isidoro, informandoci dunque sulle prove scientifiche raccolte in questi cinque anni riguardo a quegli effetti nocivi per la salute a lungo termine dei cosiddetti vaccini anti Covid di nuova generazione di cui ci avvisò, nel 2020, il virologo premio Nobel per la medicina Luc Montagnier. Cassandra di questa tragedia collettiva che ha distrutto la vita a persone come Vladimiro Zarbo, cinquantatreenne di Palermo, che prima del vaccino faceva decine di chilometri al giorno di marcia per tenersi in forma e ora sta in sedia a rotelle. Nel gennaio 2022, a tre settimane dalla terza dose di Pfizer, a Vladimiro Zarbo nel giro di 24 ore prima si sono paralizzate le gambe, poi le braccia. Qualche ora dopo ha perso totalmente la vista, che ora ha in parte recuperato. Resta tuttora impossibilitato a camminare, tranne che qualche passo in casa per andare al bagno. «Fin dall’inizio, tre, quattro medici specialisti neurologi che mi hanno visitato», racconta Vladimiro, «negli ospedali dove sono stato ricoverato, sia al Cervello che al Villa Sofia di Palermo, mi hanno detto a voce che era stata colpa del vaccino contro il Covid, e la cosa mi aveva sorpreso perché io avevo fatto il vaccino perché pensavo, così, di essere tutelato. Ho subito capito che i medici non sapevano che cosa fare: andavano a tentoni prescrivendomi esami, ma nessuno indagava sulla causa più probabile di quello che mi stava capitando, e questo a detta loro». È stato così sottoposto a terapie che curavano solo i sintomi, senza tener conto della probabile causa. D’altra parte, nessuno di quei medici che davano la colpa al vaccino si è preso poi la briga di segnalare la sospetta correlazione alla farmacovigilanza dell’Aifa, e l’uomo per farlo ha dovuto rivolgersi a un’associazione. Fatto sta che ora, dopo tre anni di sofferenze, Zarbo ha avuto una diagnosi ufficiale: «Mielomeningoencefalopatia post vaccinale», certificata da parte di due neurologi ospedalieri, uno di Villa Sofia di Palermo e l’altro del Vesta di Milano. Ciononostante, i protocolli di cura del Servizio sanitario nazionale continuano a non voler riconoscere questa sua malattia «post vaccinale»: all’uomo infatti è stata rifiutata di recente, dal Cup di Palermo, una ricetta del suo medico di base che gli ha prescritto, su indicazione di uno specialista affinché non peggiori, una terapia di purificazione del sangue con la diagnosi di «intossicazione da farmaco». Il medico di base ha inteso, per intossicazione da farmaco, un’intossicazione dal vaccino anti Covid, ma questa per il nostro Sistema sanitario nazionale non esiste. Eppure si tratta dell’«intossicazione», genericamente parlando, che ha colpito in vari modi tante persone, provocata, «come è stato documentato scientificamente già dal 2021, dal fatto che l’Rna messaggero dei vaccini ha la capacità di entrare in circolo nell’organismo e dunque stimolare la produzione della proteina spike in tutti gli organi, non solo nel pressi del muscolo del braccio su cui veniva fatta la puntura come era stato raccontato». «Ciò ha provocato infiammazioni e disfunzioni al sistema immunitario», spiega ancora il professor Ciro Isidoro, alla luce di evidenze scientifiche che però le nostre autorità sanitarie continuano a ignorare. Così, a gente come Vladimiro Zarbo anche le cure prescritte dal medico di base per i danni generati dal vaccino vengono negate. Non rientrano, hanno scritto dal Cup, tra le prestazioni prenotandoli con quel tipo di diagnosi. «Volevo anche aggiungere che dopo aver recuperato in parte la vista mi è rimasto tuttavia un occhio totalmente strabico come conseguenza di quello che mi è successo tre anni fa, ed è da un anno che sono in attesa per l’intervento chirurgico, per via dei tempi delle liste d’attesa», racconta ancora Vladimiro, che si è fidato dello Stato.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/paralizzato-e-cieco-causa-pfizer-2674284793.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="boom-di-ragazzi-sotto-psicofarmaci" data-post-id="2674284793" data-published-at="1762872173" data-use-pagination="False"> Boom di ragazzi sotto psicofarmaci «Nella fascia 15‐-24 anni cresce la quota di consumo dei farmaci appartenenti all’Atc N‐-Sistema nervoso centrale, in particolar modo nelle femmine», segnala il rapporto OsMed 2024 sull’uso dei medicinali in Italia, realizzato dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) e presentato a Roma. Se in generale, nel corso del 2024, circa 4,6 milioni di bambini e adolescenti hanno ricevuto almeno una prescrizione farmaceutica, pari al 50,9% della popolazione pediatrica italiana con una prevalenza leggermente superiore nei maschi rispetto alle femmine (51,9% contro 49,9%), è significativo l’aumento di antipsicotici, antidepressivi e farmaci per l’Adhd, il disturbo da deficit di attenzione con iperattività. Tra i farmaci maggiormente prescritti agli under 18, quelli per il sistema nervoso centrale occupano il quarto posto, con una prevalenza di 13,4 per 1.000 bambini e un consumo di 184,7 confezioni per 1.000 bambini, in aumento rispetto all’anno precedente (+4,1%). Un minorenne su 175 (0,57%) ne ha fatto uso nel 2024, otto anni fa la percentuale era dello 0,26%. Nella fascia 12-‐17 anni si registra un consumo di 129,1 confezioni per 1.000 e una prevalenza dell’1,17%.Il metilfenidato, utilizzato nel trattamento del disturbo da deficit di attenzione, sale al ventisettesimo posto tra i farmaci a maggior consumo nella popolazione pediatrica, risalendo di ben tre posizioni rispetto al ranking osservato nel 2023. Tra i farmaci più prescritti c’è anche la sertralina, con 9,8 confezioni per 1.000 bambini, un antidepressivo autorizzato per il trattamento del disturbo ossessivo‐-compulsivo nei bambini e adolescenti di età compresa tra 6 e 17 anni. Come per il 2023, anche nel 2024 il metilfenidato, psicostimolante che migliora la disattenzione e l’iperattività aumentando la concentrazione del piccolo paziente, e il risperidone (antipsicotico atipico) e l’aripiprazolo, che aiutano in casi di iperattività, aggressività, nei comportamenti poco sociali e per trattare l’irritabilità nei pazienti con autismo, si confermano i principi attivi con gli incrementi maggiori dei consumi rispetto all’anno precedente (rispettivamente +28,8%, +14,3% e +10,4%). Per metilfenidato e risperidone, principi attivi con una prevalenza d’uso pari a 1,3 per 1.000 bambini, «si segnalano livelli di utilizzo superiori nei maschi rispetto alle femmine», si legge nel rapporto. I giovanissimi stanno senza dubbio pagando anche gli effetti della gestione della pandemia, manifestando un disagio che può diventare disturbo mentale (la percentuale di pazienti pediatrici sotto psicofarmaci è raddoppiata dal 2020) . «Il lockdown ha colpito tanti bambini e giovani, sono stati privati della socialità in una fase in cui invece è centrale. Noi son sappiamo quali saranno nel futuro gli effetti sulla loro salute mentale, sappiamo che il disagio giovanile c’è, è un problema serio e va affrontato dalla collettività», dichiara il professor Giampaolo Perna, psichiatra, super esperto di disturbi d’ansia, direttore dell’area salute mentale del ramo Ets della Congregazione delle Suore ospedaliere del Sacro Cuore di Gesù. «Arrivare a curare questi bambini e adolescenti vuol dire che non abbiamo fatto un buon lavoro di prevenzione», puntualizza l’esperto. «I giovani devono essere al centro dell’attenzione. Si prevede che nel 2050 il picco di pazienti con disturbi d’ansia - che includono panico, fobie - possa essere addirittura tra i 15 e i 19 anni. C’è un abbassamento dell’età di esordio, i dati ci dicono che sarà un problema importante del prossimo futuro». Conclude il professore: «Questi giovani vanno gestiti beni, con la psicoterapia tendenzialmente cognitiva comportamentale o con la terapia farmacologica, ma dopo una diagnosi corretta: non vanno dati farmaci a caso. La fase diagnostica è fondamentale. L’utilizzo delle benzodiazepine e degli antipsicotici nei giovanissimi deve essere fatto con grande attenzione».
Keir Starmer (Ansa)
Nel Regno Unito l’affare Epstein sta assumendo proporzioni talmente imponenti che ieri si sono esposti anche il principe William e la moglie Kate. La famiglia reale è coinvolta per colpa di Andrea Mountbatten-Windsor (zio di William e fratello di Re Carlo III), ora sospettato - in aggiunta agli scandali sessuali già noti - di aver trasmesso documenti riservati all’amico Epstein mentre ricopriva l’incarico di inviato speciale per il Commercio nel 2010. A tal proposito, la polizia britannica ha avviato nuove indagini per esaminare quanto emerso dall’ultima tranche di file pubblicati. «Possiamo confermare che il principe e la principessa di Galles sono profondamente preoccupati per le continue rivelazioni», si legge in un comunicato ufficiale di Palazzo Reale. «I loro pensieri vanno tutti alle vittime». Anche Re Carlo, in una nota separata, si è detto pronto a collaborare nelle indagini sul fratello. Le pressioni contro Starmer, tuttavia, non sembrano diminuire al cadere dei vari capri espiatori, e non provengono solo dalle file dell’opposizione. Da giorni si susseguono voci su un possibile cambio di guardia all’interno del Partito laburista e ieri, a chiedere la testa dell’attuale presidente del Consiglio, si è unito anche il leader dei laburisti scozzesi Anas Sarwa.
È singolare, ma la maggior parte delle figure finora travolte dall’ondata degli Epstein files si trovano in Europa. La polizia norvegese ha aperto un’inchiesta contro la nota diplomatica Mona Juul e il marito Terje Rod-Larsen, sospettati rispettivamente di «corruzione aggravata» e «complicità in corruzione aggravata». Entrambi furono protagonisti dei negoziati segreti tra Israele e l’Olp che portarono agli accordi di Oslo degli anni Novanta. In serata, Juul ha annunciato le sue dimissioni da ambasciatrice della Giordania, ruolo da cui era già stata sospesa nei giorni scorsi. In Francia, dopo le clamorose indagini su Jack Lang (finito sotto scorta insieme alla moglie per via delle minacce subite sui social) e la famiglia Caroline, Emmanuel Macron ha dichiarato che il caso riguarda «soprattutto gli Stati Uniti» e, in questo senso, «la giustizia americana deve fare il suo lavoro e basta». Una frase piuttosto incomprensibile, vista la natura dello scandalo e la fitta corrispondenza del pedofilo. Anche Deutsche Bank ieri ha dovuto rilasciare un comunicato di scuse pubbliche: «Come sottolineato ripetutamente dal 2020, la banca riconosce di aver sbagliato ad accettare Jeffrey Epstein come cliente nel 2013», ha dichiarato un portavoce della più importante banca tedesca. Il magnate avrebbe gestito temporaneamente più di 40 conti presso l’istituto di Francoforte, custodendovi gran parte del proprio patrimonio.
Non che Oltreoceano le acque siano più calme. Ieri, la compagna e complice del pedofilo, Ghislaine Maxwell, è stata convocata dalla commissione d’inchiesta del Congresso degli Stati Uniti, ma la donna si è avvalsa del quinto emendamento e ha rifiutato di rispondere alle domande. I suoi legali giocano sporco e affermano che «la signora Maxwell è pronta a parlare in modo completo e onesto se le sarà data la grazia dal presidente Trump», aggiungendo, inoltre, che soltanto lei può spiegare «perché sia il presidente Trump che il presidente Clinton sono innocenti, non hanno commesso nulla di sbagliato».
Da ieri, inoltre, i membri del Congresso possono consultare i documenti originali non censurati presso il Dipartimento della Giustizia (Doj). «Domani (ieri per chi legge, ndr) andrò al Doj per vedere gli Epstein files non redatti. Che documenti dovrei vedere? Allegate i link originali in risposta», ha scritto domenica sul suo profilo X il deputato repubblicano Thomas Massie. Lo stesso esponente del Gop, non certo uno dei più trumpiani, da giorni chiede le dimissioni del segretario al Commercio, Howard Lutnick, già citato più volte dalla Verità in relazione al suo discorso sulla fine della globalizzazione tenuto a Davos. Lutnick dichiarò di aver interrotto i legami con Epstein nel 2005, ma le recenti email desecretate smentiscono tali affermazioni.
Le risposte degli utenti al post di Massie fanno ben comprendere lo stato di confusione in cui giace l’opinione pubblica mondiale, non solo americana, e la necessità di un atto di trasparenza democratico di cui questo passaggio parlamentare potrebbe costituire un buon inizio. La prima risposta sotto al post allega una mail indirizzata a Epstein il cui mittente, però, è oscurato con una barra nera: «Ti do il permesso di ucciderlo. Dovrebbe essere insieme a [redatto]. Ha mentito a te e ha mentito a me», si legge. Un altro profilo chiede al deputato di visionare un’email inviata dal pedofilo a un destinatario altrettanto oscurato in cui è scritto: «Dove sei? Tutto bene? Mi è piaciuto tantissimo il video delle torture». Di elementi da chiarire, in questa storia, ce ne sono ancora parecchi.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 10 febbraio 2026. Il nostro Stefano Graziosi ci illustra gli indici di gradimento di Donald Trump negli Usa in vista delle elezioni di midterm.
(IStock)
Non ci sono ancora i dettagli sulla forma definitiva che assumerà il testo, ma la vecchia bozza che circola ormai da diverse settimane interviene sul differenziale di prezzo del gas tra Italia (mercato Psv) e Olanda (mercato Ttf), introduce 55 euro di sconto per le famiglie con Isee sotto i 15.000 euro e uno sconto sugli oneri di sistema per le pmi. Allo studio anche una norma per evitare la saturazione delle reti. Sulla cartolarizzazione degli oneri di sistema in bolletta (cioè una diluizione nel tempo per diminuirne il peso) c’è invece una discussione aperta con la Commissione Ue e non è certo che alla fine vi sarà.
Nel frattempo, però, l’energia resta costosa. Il Pun index di ieri, cioè il mercato giornaliero, ha quotato ancora l’energia elettrica a 136,83 €/MWh, quello di oggi a 128,18 €/MWh.
Il principale accusato per i prezzi alti è il sistema con cui si stabilisce quanto vale l’energia, cioè il sistema del prezzo marginale. Tale sistema prevede che la fonte più costosa fissi il prezzo per tutti i produttori, ragion per cui sul banco degli imputati viene messo il gas naturale.
Però con i recenti cali del prezzo del gas, che ieri al PSV quotava attorno a 36 euro/MWh, e quelli dei permessi di emissione di CO2, che avevano ieri un prezzo di 80 euro/tonnellata, si otterrebbe un costo di produzione pari a circa 105 euro/MWh, circa 30 euro/MWh in meno del prezzo realizzato.
Qualcuno cioè sta accumulando margini offrendo in borsa a prezzi molto più alti del costo marginale di produzione. Evidentemente le regole attuali lo consentono. Ma non è sempre colpa del gas, che tra l’altro è aumentato di prezzo da quando l’Ue ha deciso di dichiarare guerra ai combustibili fossili. Se si guardano le statistiche del mese di gennaio delle tecnologie che fissano il prezzo nei 96 quarti d’ora di una giornata nella zona Nord, diffusi dal Gestore del mercato elettrico, si vede che solo nel 23% circa dei casi il prezzo elettrico è fissato dagli impianti a gas a ciclo combinato (con un prezzo medio di 127 euro/MWh). Nel 58% dei casi a fissare il prezzo è stato il meccanismo del Market Coupling, che lascia indeterminata la tecnologia con cui si fissa il prezzo (con un prezzo medio superiore pari a 134,9 euro/MWh).
Il Market Coupling è un sistema con cui si determina il valore dell’energia nelle zone di mercato europee, allocando nello stesso momento la capacità di trasporto transfrontaliera tra Paesi europei. Cioè, si stabilisce il prezzo in base alla capacità di trasporto disponibile e non soltanto in base al prezzo offerto dai vari impianti (che offrono la loro energia al costo di produzione marginale). Il prezzo si fissa appena la capacità di trasporto viene saturata, ma non si conosce la tecnologia che ha fissato il prezzo.
Addirittura, risulta che a gennaio gli impianti a gas Ccgt sono stati la fonte con il prezzo medio più basso in tutte le ore in zona Nord, quella a maggiore consumo e produzione. Il prezzo più alto si è registrato sugli impianti idroelettrici a pompaggio (166,45 euro/MWh in 27 quarti d’ora), le batterie di rete (157,5 euro/MWh in 15 quarti d’ora), quelli idroelettrici di modulazione (142 euro/MWh in 70 quarti d’ora) e idroelettrico ad acqua fluente (134 euro/MWh in 194 quarti d’ora). I soli 3 quarti d’ora in cui le centrali turbogas hanno fissato il prezzo valevano in media 172 euro/MWh.
Sorge il sospetto che con il passaggio ai prezzi zonali su base quart’oraria, per armonizzare il sistema italiano a quello europeo, ci sia qualcosa che non torna. Forse i dati trasmessi dal Gme sono incompleti, certamente una indicazione della tecnologia marginale nel caso del Market Coupling aiuterebbe a dipanare la matassa. O il sistema non funziona come dovrebbe, massimizzando i costi anziché minimizzarli, oppure qualcuno ne sta approfittando. O forse sono vere le tre cose insieme.
In Senato intanto proseguono le audizioni legate all’Indagine conoscitiva sullo «stato dell’arte e sullo sviluppo dell’autoproduzione di energia elettrica da fonti rinnovabili». Nell’audizione del 3 febbraio, l’amministratore delegato di Rse (Ricerca sul Sistema Energetico, società controllata dal Ministero dell’Economia attraverso il Gse), Franco Cotana, ha affermato che «una distribuzione delle Fer (fonti di energia rinnovabile, ndr) più sbilanciata verso il Sud e le Isole, in linea con le richieste di connessione ricevute da Terna, comporta un fabbisogno di capacità di accumulo quasi del 50% superiore a quello corrispondente alla distribuzione prevista dal decreto “Aree Idonee”, con relativi extra-costi per il sistema dell’ordine di 5,3 miliardi di euro». Cioè, se Terna accogliesse tutte le richieste di connessione di impianti fotovoltaici così come sono presentate dai produttori, il sistema costerebbe 5,3 miliardi in più, perché la produzione troppo concentrata costringerebbe a tagli della produzione e all’installazione di maggiori accumuli, che hanno un costo. Gli operatori, dice Rse, «puntano a massimizzare i propri ricavi privilegiando le aree con maggiore disponibilità della fonte primaria. In questo scenario, in tali aree si rischia una elevata overgeneration che implica la necessità di un maggior ricorso a sistemi di accumulo e a sviluppi delle reti elettriche, in assenza dei quali i prezzi “catturati” dagli impianti di generazione fotovoltaici sul mercato risulterebbero sempre più bassi, mettendo a rischio la sostenibilità degli investimenti».
È il noto tema della cannibalizzazione degli impianti fotovoltaici, per cui più aumenta l’offerta di questi impianti più aumentano i costi di rete o la necessità di sussidi pubblici. Spesso, entrambe le cose.
Continua a leggereRiduci
L'ingresso de Le Constellation a Crans Montana (Ansa)
Giustificazioni, apparentemente, da Italietta. Invece a spiegare anni di mancate ispezioni sulle misure antincendio nel locale Le Constellation di Crans-Montana, distrutto dal rogo di capodanno dove hanno perso la vita 41 giovanissimi di cui sei italiani (e altri 115 sono rimasti gravemente feriti), è stato Ken Jacquemoud, ex responsabile della sicurezza di Crans-Montana dal 2017 al 2024.
Jaquemoud è indagato insieme al suo successore, Christophe Balet, e ai proprietari del locale Jaques Moretti e Jessica Maric per incendio, omicidio, lesioni colpose e ieri mattina è stato sentito per diverse ore durante un’udienza «particolarmente tesa» che lo ha visto entrare nei locali della Procura di Sion da una porta sul retro, per evitare la stampa. «A causa dei problemi di organico», ha riferito, «non avevamo risorse per fare i controlli sulla sicurezza dei locali pubblici e avevamo anche problemi con il software, per la cui sostituzione abbiamo impiegato molto tempo, di tutto questo avevamo informato il Comune», ha riferito il tecnico. Aggiungendo anche che «a causa del bug del sistema informatico i dati sui controlli si erano cancellati», che «non era stato fatto un backup» e dunque «c’è voluto molto tempo per cambiare il programma» e che, lui, comunque, aveva detto al Comune che «servivano più risorse».
La sua testimonianza fa il paio con quella di Balet, l’ormai noto responsabile della sicurezza senza brevetto antincendio «perché l’esame per ottenerlo era difficile» eppure incaricato dal Comune di Crans dal 2024 in poi per verificare il livello di rischio dei locali pubblici. Anche Balet, infatti, che interrogato venerdì scorso aveva scaricato la colpa di non aver mai controllato Le Constellation sugli stessi «problemi informatici», durati - quindi a conti fatti - ben cinque anni.
Dunque, riassumendo, il Comune di Crans-Montana, stazione sciistica tra le più rinomate d’Europa, parte del Canton Vallese che è terzo per estensione tra i cantoni della Svizzera, uno degli stati più ricchi al mondo, non aveva denari a sufficienza per pagare dei tecnici che facessero le ispezioni antincendio - obbligatorie per legge - negli (appena) 1.400 locali pubblici del territorio, molti dei quali con attività stagionale.
E nemmeno aveva da investire gli spiccioli necessari a far funzionare un gestionale che ricordasse ai suoi dipendenti quando era il momento di fare ritorno nei locali per le verifiche.
Eppure, per quanto possa sembrare incredibile, non si tratta di una fake news. Anzi, a quanto pare, di un problema condiviso da altre amministrazioni. Qualche giorno fa, infatti, la Conferenza dei sindaci del distretto di Sierre, di cui Crans-Montana fa parte, ha inviato una lettera al Canton Vallese e al Consiglio di Stato sostenendo che la legge sulla protezione antincendio è troppo complicata da applicare e troppo onerosa per dei piccoli Comuni. «Nessuno è attualmente in grado di assumersi pienamente questo compito; non si tratta solo di mancanza di risorse, ma di un sistema la cui portata è troppo ampia» hanno scritto i sindaci in una sorta di «difesa d’ufficio» del primo cittadino di Crans, Nicolas Feraud, che se finisse nei guai per i mancati controlli, creerebbe un precedente di cui molti suoi colleghi, evidentemente, hanno timore.
Anche se la situazione che emerge dagli ultimi interrogatori può sembrare già di per sé paradossale, è bene ricordare una delle più importanti contraddizioni che girano intorno al tema della sicurezza, dove ogni responsabile tenta di fare scaricabarile sull’altro.
La spugna dei pannelli insonorizzanti appiccicata sul soffitto del seminterrato che ospitava centinaia di giovani, che usavano candele pirotecniche per i festeggiamenti e che era stata appiccicata al soffitto da Jaques Moretti in persona nel 2015 durante la ristrutturazione del locale, era evidentemente pericolosa e avrebbe fatto inorridire chiunque alzando gli occhi al soffitto - con o senza brevetto - avesse voluto vederla. Sia per la evidente scarsa qualità del materiale, che per la scarsa aderenza al soffitto - come provano i tanti video che la mostrano quasi a penzoloni. Eppure quei pannelli insonorizzanti, causa non solo della velocità del propagarsi delle fiamme ma anche dei gas tossici sprigionati che hanno reso impossibile la fuga a tanti dei ragazzi, morti per le esalazioni, non sono mai entrati nel novero dei controlli. Le due uniche ispezioni effettuate a Le Constellation dal 2015 - una nel 2018 e l’ultima nel 2019 - non ne rilevarono nemmeno la presenza, mentre le prescrizioni sulle vie di fuga e sulle porte dei sicurezza e sugli estintori - secondo quanto emerso fino ad oggi - si limitarono ad indicazioni di minima. A questo proposito sarà sentito - non come indagato ma come persona informata sui fatti - anche David Vocat, capo dei vigili del fuoco che sarebbe stato presente nei controlli al locale. Vocat, che era stato chiamato in causa anche dai Moretti, sarà ascoltato il prossimo 16 febbraio. Nei prossimi giorni sarà anche di nuovo il turno dei coniugi: Jacques sarà nuovamente interrogato domani, Jessica giovedì.
Continua a leggereRiduci