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2025-11-11
Paralizzato e cieco a causa di Pfizer. La sanità pubblica gli nega le cure
Vladimiro Zarbo (iStock)
Il nostro Sistema sanitario nazionale continua a non voler riconoscere, anche nei casi più conclamati, cure ad hoc per le malattie correlate al vaccino anti Covid che stanno colpendo soprattutto chi si è sottoposto a più dosi. Stiamo parlando di tutta una serie di patologie croniche che spesso hanno reso o stanno rendendo tanti di questi danneggiati invalidi. Nelle linee guida che regolano le prestazioni terapeutiche con il ticket, questo tipo di patologie «post vaccinali» non esistono, nonostante vi siano, nella letteratura scientifica internazionale, almeno «un migliaio di studi peer-review (cioè pubblicati dopo revisioni e approvazioni di più scienziati, ndr) che certificano una correlazione temporale, causale, o con-causale, tra le vaccinazioni anti Covid in ripetute dosi e la manifestazione clinica di patologie croniche su base infiammatoria, anche di tipo autoimmunitario», come spiega Ciro Isidoro, biologo e medico, professore ordinario di patologia e immunologia generale presso il dipartimento di scienze della salute dell’Università del Piemonte orientale.
«Tra gli studi pubblicati, alcuni certificano la riattivazione di virus latenti che possono creare patologie che coinvolgono più organi», aggiunge Isidoro, informandoci dunque sulle prove scientifiche raccolte in questi cinque anni riguardo a quegli effetti nocivi per la salute a lungo termine dei cosiddetti vaccini anti Covid di nuova generazione di cui ci avvisò, nel 2020, il virologo premio Nobel per la medicina Luc Montagnier. Cassandra di questa tragedia collettiva che ha distrutto la vita a persone come Vladimiro Zarbo, cinquantatreenne di Palermo, che prima del vaccino faceva decine di chilometri al giorno di marcia per tenersi in forma e ora sta in sedia a rotelle.
Nel gennaio 2022, a tre settimane dalla terza dose di Pfizer, a Vladimiro Zarbo nel giro di 24 ore prima si sono paralizzate le gambe, poi le braccia. Qualche ora dopo ha perso totalmente la vista, che ora ha in parte recuperato. Resta tuttora impossibilitato a camminare, tranne che qualche passo in casa per andare al bagno. «Fin dall’inizio, tre, quattro medici specialisti neurologi che mi hanno visitato», racconta Vladimiro, «negli ospedali dove sono stato ricoverato, sia al Cervello che al Villa Sofia di Palermo, mi hanno detto a voce che era stata colpa del vaccino contro il Covid, e la cosa mi aveva sorpreso perché io avevo fatto il vaccino perché pensavo, così, di essere tutelato. Ho subito capito che i medici non sapevano che cosa fare: andavano a tentoni prescrivendomi esami, ma nessuno indagava sulla causa più probabile di quello che mi stava capitando, e questo a detta loro».
È stato così sottoposto a terapie che curavano solo i sintomi, senza tener conto della probabile causa. D’altra parte, nessuno di quei medici che davano la colpa al vaccino si è preso poi la briga di segnalare la sospetta correlazione alla farmacovigilanza dell’Aifa, e l’uomo per farlo ha dovuto rivolgersi a un’associazione. Fatto sta che ora, dopo tre anni di sofferenze, Zarbo ha avuto una diagnosi ufficiale: «Mielomeningoencefalopatia post vaccinale», certificata da parte di due neurologi ospedalieri, uno di Villa Sofia di Palermo e l’altro del Vesta di Milano. Ciononostante, i protocolli di cura del Servizio sanitario nazionale continuano a non voler riconoscere questa sua malattia «post vaccinale»: all’uomo infatti è stata rifiutata di recente, dal Cup di Palermo, una ricetta del suo medico di base che gli ha prescritto, su indicazione di uno specialista affinché non peggiori, una terapia di purificazione del sangue con la diagnosi di «intossicazione da farmaco». Il medico di base ha inteso, per intossicazione da farmaco, un’intossicazione dal vaccino anti Covid, ma questa per il nostro Sistema sanitario nazionale non esiste.
Eppure si tratta dell’«intossicazione», genericamente parlando, che ha colpito in vari modi tante persone, provocata, «come è stato documentato scientificamente già dal 2021, dal fatto che l’Rna messaggero dei vaccini ha la capacità di entrare in circolo nell’organismo e dunque stimolare la produzione della proteina spike in tutti gli organi, non solo nel pressi del muscolo del braccio su cui veniva fatta la puntura come era stato raccontato». «Ciò ha provocato infiammazioni e disfunzioni al sistema immunitario», spiega ancora il professor Ciro Isidoro, alla luce di evidenze scientifiche che però le nostre autorità sanitarie continuano a ignorare.
Così, a gente come Vladimiro Zarbo anche le cure prescritte dal medico di base per i danni generati dal vaccino vengono negate. Non rientrano, hanno scritto dal Cup, tra le prestazioni prenotandoli con quel tipo di diagnosi. «Volevo anche aggiungere che dopo aver recuperato in parte la vista mi è rimasto tuttavia un occhio totalmente strabico come conseguenza di quello che mi è successo tre anni fa, ed è da un anno che sono in attesa per l’intervento chirurgico, per via dei tempi delle liste d’attesa», racconta ancora Vladimiro, che si è fidato dello Stato.
Boom di ragazzi sotto psicofarmaci
«Nella fascia 15‐-24 anni cresce la quota di consumo dei farmaci appartenenti all’Atc N‐-Sistema nervoso centrale, in particolar modo nelle femmine», segnala il rapporto OsMed 2024 sull’uso dei medicinali in Italia, realizzato dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) e presentato a Roma. Se in generale, nel corso del 2024, circa 4,6 milioni di bambini e adolescenti hanno ricevuto almeno una prescrizione farmaceutica, pari al 50,9% della popolazione pediatrica italiana con una prevalenza leggermente superiore nei maschi rispetto alle femmine (51,9% contro 49,9%), è significativo l’aumento di antipsicotici, antidepressivi e farmaci per l’Adhd, il disturbo da deficit di attenzione con iperattività. Tra i farmaci maggiormente prescritti agli under 18, quelli per il sistema nervoso centrale occupano il quarto posto, con una prevalenza di 13,4 per 1.000 bambini e un consumo di 184,7 confezioni per 1.000 bambini, in aumento rispetto all’anno precedente (+4,1%). Un minorenne su 175 (0,57%) ne ha fatto uso nel 2024, otto anni fa la percentuale era dello 0,26%. Nella fascia 12-‐17 anni si registra un consumo di 129,1 confezioni per 1.000 e una prevalenza dell’1,17%.Il metilfenidato, utilizzato nel trattamento del disturbo da deficit di attenzione, sale al ventisettesimo posto tra i farmaci a maggior consumo nella popolazione pediatrica, risalendo di ben tre posizioni rispetto al ranking osservato nel 2023. Tra i farmaci più prescritti c’è anche la sertralina, con 9,8 confezioni per 1.000 bambini, un antidepressivo autorizzato per il trattamento del disturbo ossessivo‐-compulsivo nei bambini e adolescenti di età compresa tra 6 e 17 anni. Come per il 2023, anche nel 2024 il metilfenidato, psicostimolante che migliora la disattenzione e l’iperattività aumentando la concentrazione del piccolo paziente, e il risperidone (antipsicotico atipico) e l’aripiprazolo, che aiutano in casi di iperattività, aggressività, nei comportamenti poco sociali e per trattare l’irritabilità nei pazienti con autismo, si confermano i principi attivi con gli incrementi maggiori dei consumi rispetto all’anno precedente (rispettivamente +28,8%, +14,3% e +10,4%). Per metilfenidato e risperidone, principi attivi con una prevalenza d’uso pari a 1,3 per 1.000 bambini, «si segnalano livelli di utilizzo superiori nei maschi rispetto alle femmine», si legge nel rapporto. I giovanissimi stanno senza dubbio pagando anche gli effetti della gestione della pandemia, manifestando un disagio che può diventare disturbo mentale (la percentuale di pazienti pediatrici sotto psicofarmaci è raddoppiata dal 2020) . «Il lockdown ha colpito tanti bambini e giovani, sono stati privati della socialità in una fase in cui invece è centrale. Noi son sappiamo quali saranno nel futuro gli effetti sulla loro salute mentale, sappiamo che il disagio giovanile c’è, è un problema serio e va affrontato dalla collettività», dichiara il professor Giampaolo Perna, psichiatra, super esperto di disturbi d’ansia, direttore dell’area salute mentale del ramo Ets della Congregazione delle Suore ospedaliere del Sacro Cuore di Gesù. «Arrivare a curare questi bambini e adolescenti vuol dire che non abbiamo fatto un buon lavoro di prevenzione», puntualizza l’esperto. «I giovani devono essere al centro dell’attenzione. Si prevede che nel 2050 il picco di pazienti con disturbi d’ansia - che includono panico, fobie - possa essere addirittura tra i 15 e i 19 anni. C’è un abbassamento dell’età di esordio, i dati ci dicono che sarà un problema importante del prossimo futuro». Conclude il professore: «Questi giovani vanno gestiti beni, con la psicoterapia tendenzialmente cognitiva comportamentale o con la terapia farmacologica, ma dopo una diagnosi corretta: non vanno dati farmaci a caso. La fase diagnostica è fondamentale. L’utilizzo delle benzodiazepine e degli antipsicotici nei giovanissimi deve essere fatto con grande attenzione».
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Dopo la terza dose, a Vladimiro Zarbo si bloccarono gambe e braccia. Poi smise di vedere. Ma il Ssn ancora non riconosce la patologia.I pazienti pediatrici che assumono antidepressivi o similari sono raddoppiati dal 2020. Lo psichiatra Perna: «In quella fase la socialità è centrale. Il lockdown gliel’ha tolta».Lo speciale contiene due articoli.Il nostro Sistema sanitario nazionale continua a non voler riconoscere, anche nei casi più conclamati, cure ad hoc per le malattie correlate al vaccino anti Covid che stanno colpendo soprattutto chi si è sottoposto a più dosi. Stiamo parlando di tutta una serie di patologie croniche che spesso hanno reso o stanno rendendo tanti di questi danneggiati invalidi. Nelle linee guida che regolano le prestazioni terapeutiche con il ticket, questo tipo di patologie «post vaccinali» non esistono, nonostante vi siano, nella letteratura scientifica internazionale, almeno «un migliaio di studi peer-review (cioè pubblicati dopo revisioni e approvazioni di più scienziati, ndr) che certificano una correlazione temporale, causale, o con-causale, tra le vaccinazioni anti Covid in ripetute dosi e la manifestazione clinica di patologie croniche su base infiammatoria, anche di tipo autoimmunitario», come spiega Ciro Isidoro, biologo e medico, professore ordinario di patologia e immunologia generale presso il dipartimento di scienze della salute dell’Università del Piemonte orientale. «Tra gli studi pubblicati, alcuni certificano la riattivazione di virus latenti che possono creare patologie che coinvolgono più organi», aggiunge Isidoro, informandoci dunque sulle prove scientifiche raccolte in questi cinque anni riguardo a quegli effetti nocivi per la salute a lungo termine dei cosiddetti vaccini anti Covid di nuova generazione di cui ci avvisò, nel 2020, il virologo premio Nobel per la medicina Luc Montagnier. Cassandra di questa tragedia collettiva che ha distrutto la vita a persone come Vladimiro Zarbo, cinquantatreenne di Palermo, che prima del vaccino faceva decine di chilometri al giorno di marcia per tenersi in forma e ora sta in sedia a rotelle. Nel gennaio 2022, a tre settimane dalla terza dose di Pfizer, a Vladimiro Zarbo nel giro di 24 ore prima si sono paralizzate le gambe, poi le braccia. Qualche ora dopo ha perso totalmente la vista, che ora ha in parte recuperato. Resta tuttora impossibilitato a camminare, tranne che qualche passo in casa per andare al bagno. «Fin dall’inizio, tre, quattro medici specialisti neurologi che mi hanno visitato», racconta Vladimiro, «negli ospedali dove sono stato ricoverato, sia al Cervello che al Villa Sofia di Palermo, mi hanno detto a voce che era stata colpa del vaccino contro il Covid, e la cosa mi aveva sorpreso perché io avevo fatto il vaccino perché pensavo, così, di essere tutelato. Ho subito capito che i medici non sapevano che cosa fare: andavano a tentoni prescrivendomi esami, ma nessuno indagava sulla causa più probabile di quello che mi stava capitando, e questo a detta loro». È stato così sottoposto a terapie che curavano solo i sintomi, senza tener conto della probabile causa. D’altra parte, nessuno di quei medici che davano la colpa al vaccino si è preso poi la briga di segnalare la sospetta correlazione alla farmacovigilanza dell’Aifa, e l’uomo per farlo ha dovuto rivolgersi a un’associazione. Fatto sta che ora, dopo tre anni di sofferenze, Zarbo ha avuto una diagnosi ufficiale: «Mielomeningoencefalopatia post vaccinale», certificata da parte di due neurologi ospedalieri, uno di Villa Sofia di Palermo e l’altro del Vesta di Milano. Ciononostante, i protocolli di cura del Servizio sanitario nazionale continuano a non voler riconoscere questa sua malattia «post vaccinale»: all’uomo infatti è stata rifiutata di recente, dal Cup di Palermo, una ricetta del suo medico di base che gli ha prescritto, su indicazione di uno specialista affinché non peggiori, una terapia di purificazione del sangue con la diagnosi di «intossicazione da farmaco». Il medico di base ha inteso, per intossicazione da farmaco, un’intossicazione dal vaccino anti Covid, ma questa per il nostro Sistema sanitario nazionale non esiste. Eppure si tratta dell’«intossicazione», genericamente parlando, che ha colpito in vari modi tante persone, provocata, «come è stato documentato scientificamente già dal 2021, dal fatto che l’Rna messaggero dei vaccini ha la capacità di entrare in circolo nell’organismo e dunque stimolare la produzione della proteina spike in tutti gli organi, non solo nel pressi del muscolo del braccio su cui veniva fatta la puntura come era stato raccontato». «Ciò ha provocato infiammazioni e disfunzioni al sistema immunitario», spiega ancora il professor Ciro Isidoro, alla luce di evidenze scientifiche che però le nostre autorità sanitarie continuano a ignorare. Così, a gente come Vladimiro Zarbo anche le cure prescritte dal medico di base per i danni generati dal vaccino vengono negate. Non rientrano, hanno scritto dal Cup, tra le prestazioni prenotandoli con quel tipo di diagnosi. «Volevo anche aggiungere che dopo aver recuperato in parte la vista mi è rimasto tuttavia un occhio totalmente strabico come conseguenza di quello che mi è successo tre anni fa, ed è da un anno che sono in attesa per l’intervento chirurgico, per via dei tempi delle liste d’attesa», racconta ancora Vladimiro, che si è fidato dello Stato.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/paralizzato-e-cieco-causa-pfizer-2674284793.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="boom-di-ragazzi-sotto-psicofarmaci" data-post-id="2674284793" data-published-at="1762872173" data-use-pagination="False"> Boom di ragazzi sotto psicofarmaci «Nella fascia 15‐-24 anni cresce la quota di consumo dei farmaci appartenenti all’Atc N‐-Sistema nervoso centrale, in particolar modo nelle femmine», segnala il rapporto OsMed 2024 sull’uso dei medicinali in Italia, realizzato dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) e presentato a Roma. Se in generale, nel corso del 2024, circa 4,6 milioni di bambini e adolescenti hanno ricevuto almeno una prescrizione farmaceutica, pari al 50,9% della popolazione pediatrica italiana con una prevalenza leggermente superiore nei maschi rispetto alle femmine (51,9% contro 49,9%), è significativo l’aumento di antipsicotici, antidepressivi e farmaci per l’Adhd, il disturbo da deficit di attenzione con iperattività. Tra i farmaci maggiormente prescritti agli under 18, quelli per il sistema nervoso centrale occupano il quarto posto, con una prevalenza di 13,4 per 1.000 bambini e un consumo di 184,7 confezioni per 1.000 bambini, in aumento rispetto all’anno precedente (+4,1%). Un minorenne su 175 (0,57%) ne ha fatto uso nel 2024, otto anni fa la percentuale era dello 0,26%. Nella fascia 12-‐17 anni si registra un consumo di 129,1 confezioni per 1.000 e una prevalenza dell’1,17%.Il metilfenidato, utilizzato nel trattamento del disturbo da deficit di attenzione, sale al ventisettesimo posto tra i farmaci a maggior consumo nella popolazione pediatrica, risalendo di ben tre posizioni rispetto al ranking osservato nel 2023. Tra i farmaci più prescritti c’è anche la sertralina, con 9,8 confezioni per 1.000 bambini, un antidepressivo autorizzato per il trattamento del disturbo ossessivo‐-compulsivo nei bambini e adolescenti di età compresa tra 6 e 17 anni. Come per il 2023, anche nel 2024 il metilfenidato, psicostimolante che migliora la disattenzione e l’iperattività aumentando la concentrazione del piccolo paziente, e il risperidone (antipsicotico atipico) e l’aripiprazolo, che aiutano in casi di iperattività, aggressività, nei comportamenti poco sociali e per trattare l’irritabilità nei pazienti con autismo, si confermano i principi attivi con gli incrementi maggiori dei consumi rispetto all’anno precedente (rispettivamente +28,8%, +14,3% e +10,4%). Per metilfenidato e risperidone, principi attivi con una prevalenza d’uso pari a 1,3 per 1.000 bambini, «si segnalano livelli di utilizzo superiori nei maschi rispetto alle femmine», si legge nel rapporto. I giovanissimi stanno senza dubbio pagando anche gli effetti della gestione della pandemia, manifestando un disagio che può diventare disturbo mentale (la percentuale di pazienti pediatrici sotto psicofarmaci è raddoppiata dal 2020) . «Il lockdown ha colpito tanti bambini e giovani, sono stati privati della socialità in una fase in cui invece è centrale. Noi son sappiamo quali saranno nel futuro gli effetti sulla loro salute mentale, sappiamo che il disagio giovanile c’è, è un problema serio e va affrontato dalla collettività», dichiara il professor Giampaolo Perna, psichiatra, super esperto di disturbi d’ansia, direttore dell’area salute mentale del ramo Ets della Congregazione delle Suore ospedaliere del Sacro Cuore di Gesù. «Arrivare a curare questi bambini e adolescenti vuol dire che non abbiamo fatto un buon lavoro di prevenzione», puntualizza l’esperto. «I giovani devono essere al centro dell’attenzione. Si prevede che nel 2050 il picco di pazienti con disturbi d’ansia - che includono panico, fobie - possa essere addirittura tra i 15 e i 19 anni. C’è un abbassamento dell’età di esordio, i dati ci dicono che sarà un problema importante del prossimo futuro». Conclude il professore: «Questi giovani vanno gestiti beni, con la psicoterapia tendenzialmente cognitiva comportamentale o con la terapia farmacologica, ma dopo una diagnosi corretta: non vanno dati farmaci a caso. La fase diagnostica è fondamentale. L’utilizzo delle benzodiazepine e degli antipsicotici nei giovanissimi deve essere fatto con grande attenzione».
Lapo Elkann (Ansa)
Non proprio un esilio, ma un manifesto di stile come spiega in un intervista al Luzerner Zeitung. «Ogni città apparteneva a una fase della mia vita. A 25 anni Lucerna non sarebbe stato il posto giusto. Oggi sì». Insomma meno lunghe notti con amici non sempre presentabili e più albe sul lago.
E qui arriva la cartolina del Mulino Bianco: moglie portoghese, Joana Lemos, e un San Bernardo da 85 chili di nome Everest a presidiare la svolta esistenziale. «Quando guardiamo lago e montagne al mattino, è molto più piacevole che a New York». Le montagne come alternativa ai grattacieli.
Un trasferimento per stare lontano dal fisco? Ma quando mai. «Forse altri luoghi sarebbero stati più convenienti, ma abbiamo scelto un posto che ci rende felici». Il portafoglio non c’entra: conta il pasto dell’anima.
Poi però l’intervista cambia tono. Perché Commissione europea e industria dell’auto sono temi che, in famiglia, non si trattano mai davvero da semplici osservatori. E infatti Lapo affonda: «A mio avviso, la Commissione europea ha commesso gravi errori e ha contribuito alla crisi». Innesta il turbo contro Green deal: «Spingendo l’elettrificazione in modo troppo aggressivo, l’Europa ha distrutto il proprio vantaggio competitivo . Di fatto ha aiutato la Cina». Non proprio una carezza. Piuttosto un’accusa che suona come un avviso ai naviganti: attenzione a fare i talebani del Green, perché il rischio è ritrovarsi senza industria. con le fabbriche chiuse e gli operai in piazza. «Non credo che i motori elettrici siano l’unica soluzione», aggiunge, mentre cita la Germania - ex locomotiva - oggi alle prese con «grandi sfide» e, soprattutto, con «cattiva regolamentazione» che ha prodotto «chiusure e licenziamenti».
Tra un attacco a Bruxelles e una passeggiata sul lago, resta una vena dichiaratamente tricolore. «Resto italiano», assicura. E si concede persino un momento da curva sud istituzionale: «Mi sono commosso fino alle lacrime quando è stato suonato l’inno alle Olimpiadi».
Non manca nemmeno un endorsement politico: applausi a Giorgia Meloni («ha fatto molto di buono per l’Italia») e stima per Sergio Mattarella. Un patriottismo a ventiquattro carati.
Il risultato è un ritratto perfettamente lapiano: cosmopolita ma sentimentale, critico ma affezionato, elitario ma con improvvise nostalgie da supermercato. E soprattutto libero - di cambiare casa, idea, latitudine.
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Ansa
Questa era costituita dall’art. 6, comma 2 bis del decreto legislativo n. 142/2015, nella parte in cui prevede che, qualora nei confronti dello straniero già trattenuto in un Cpr (Centro per il rimpatrio) in vista della sua espulsione dal territorio dello Stato sia stato disposto il trattenimento ad altro titolo, sostitutivo del primo, costituito dalla ritenuta pretestuosità della domanda di protezione internazionale da lui avanzata, e il relativo provvedimento non sia stato convalidato dal giudice, lo straniero non venga rilasciato ma resti trattenuto fino alla decisione sulla convalida dell’ulteriore provvedimento di trattenimento che, entro 48 ore dalla comunicazione della mancata convalida del precedente, il questore può adottare per taluna delle diverse ragioni previste dal comma 2 dello stesso, citato art. 6 del decreto legislativo n. 142/2015, tra le quali (come nel caso di specie) figura quella costituita dalla ritenuta pericolosità del soggetto desunta da precedenti condanne, anche non definitive. L’incostituzionalità di tale previsione - secondo la Cassazione, dalla quale era stata sollevata la relativa questione - derivava essenzialmente dal fatto che essa comportava il superamento del limite delle 96 ore complessive entro il quale, ai sensi dell’art. 13, secondo comma, della Costituzione, deve intervenire la convalida di qualsiasi provvedimento restrittivo della libertà personale adottato dall’autorità di pubblica sicurezza.
La Corte costituzionale non ha esaminato nel merito la suddetta questione, ma si è limitata a dichiararne l’inammissibilità per difetto di rilevanza ai fini della decisione che la Cassazione avrebbe dovuto adottare sul ricorso che, avverso la convalida del secondo provvedimento di trattenimento, era stato proposto dall’interessato; decisione il cui oggetto doveva essere soltanto la legittimità o meno di detta convalida e non anche l’avvenuto protrarsi del trattenimento fino al momento in cui essa era stata adottata. Nella parte finale della stessa sentenza, però («in cauda venenum») la Corte costituzionale ha chiaramente fatto capire che la medesima questione, se sollevata in un procedimento avente ad oggetto proprio la legittimità del protrarsi del trattenimento dopo la mancata convalida del primo provvedimento (quale proponibile, ad esempio, mediante un ricorso d’urgenza in sede civile) avrebbe buone probabilità di essere accolta. Di qui il suggerimento, da parte della stessa Corte, di un sollecito intervento del legislatore perché, pur perseguendo la legittima finalità di impedire un uso strumentale delle procedure in materia di protezione internazionale, venga assicurato il pieno rispetto delle esigenze di tutela della libertà personale a garanzia delle quali è posto l’articolo 13 della Costituzione.
Ad avviso di chi scrive il suggerimento meriterebbe, in questo caso, di essere accolto giacché, in effetti, la norma sospettata di incostituzionalità (introdotta nell’originario testo del decreto legislativo n. 142/2015 con un provvedimento di modifica emanato nello scorso anno), appare difficilmente conciliabile con il tassativo disposto dell’articolo 13, secondo comma, della Costituzione.
Il contrasto potrebbe, tuttavia, essere facilmente eliminato prevedendo, ad esempio, che, nel caso in cui già in partenza ricorrano tanto una o più delle condizioni indicate nell’articolo 6, comma 2, del decreto legislativo n. 142/2015, quanto l’ulteriore condizione, indicata nel successivo comma 3 e costituita dalla ritenuta pretestuosità della richiesta di protezione internazionale, il trattenimento del richiedente venga disposto con unico provvedimento, motivato con riferimento ad entrambe le condizioni e soggetto, quindi, ad un’unica procedura di convalida.
L’ occasione potrebbe essere, tuttavia, propizia per chiedersi se, più in generale, sia davvero imprescindibile modellare, come ora avviene, l’intera disciplina dei trattenimenti previsti, a vario titolo, dalle norme sull’immigrazione, secondo lo schema dettato dall’articolo 13 della Costituzione, nonostante che ciò non sia richiesto dalle direttive dettate dall’Unione europea. Tanto l’articolo 9 dell’ancora vigente direttiva n. 33/2013 quanto l’articolo 11 di quella n. 1346/2024, applicabile a partire dal 12 giugno 2026, prevedono, infatti, espressamente, che, ai fini del controllo giurisdizionale sui provvedimenti che dispongono il trattenimento di stranieri in apposite strutture, in attesa della definizione della loro posizione, possano prevedersi, in alternativa a procedure d’ufficio - quali sono, in Italia, quelle di convalida modellate sull’articolo 13 della Costituzione - procedure da attivarsi solo su richiesta dell’interessato e da definirsi entro determinati, ristretti termini. Procedure, quelle ora dette, che, peraltro, sarebbero perfettamente in linea anche con l’articolo 6 della Cedu (Convenzione europea sui diritti dell’uomo) recepita in Italia con la legge n. 848/1955, in base al quale solo chi sia stato arrestato per essere messo a disposizione di un’autorità giudiziaria dev’essere «al più presto» condotto davanti a quest’ultima per l’esame della sua posizione mentre in ogni altro caso di privazione della libertà personale, ivi compreso quello dell’arresto o della detenzione di uno straniero nei cui confronti sia in corso un procedimento di espulsione (lett. F), è solo previsto «il diritto di presentare un ricorso davanti ad un tribunale».
Non sembra potersi dubitare che prevedere la sola possibilità di un tale ricorso da parte dell’interessato in luogo della procedura obbligatoria di convalida, da attivarsi d’ufficio e da concludersi entro ristrettissimi limiti temporali, a pena di caducazione dei provvedimenti di trattenimento, gioverebbe non poco alla efficacia del sistema di controllo dell’immigrazione irregolare. Né sembra potersi dire che in tal modo si creerebbe inevitabilmente un contrasto con l’articolo 13 della Costituzione. Va infatti osservato, a quest’ultimo riguardo, che l’articolo 117 della Costituzione pone sullo stesso piano, nel fissare gli obblighi cui deve attenersi il legislatore ordinario, il rispetto della Costituzione e quello «dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali». Ne deriva che una norma ordinaria che si attenga a quanto previsto dalle direttive europee e dalla Cedu non potrebbe mai essere ritenuta contraria alla Costituzione salvo il caso (stando alla teoria dei cosiddetti «controlimiti» elaborata proprio dalla Corte costituzionale) in cui cozzi manifestamente con taluno dei principi costituzionali da considerarsi come fondamentali e inderogabili. E non sembra che tra essi possano comprendersi le modalità ed i termini stabiliti dall’articolo 13 della Costituzione ai fini del controllo giudiziario sui provvedimenti limitativi della libertà personale adottati dall’autorità di pubblica sicurezza, quando quel controllo, in determinate materie disciplinate da fonti comunitarie o convenzionali, sia, comunque, adeguatamente assicurato ad eventuale iniziativa dell’interessato.
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«Non abbiam bisogno di parole» (Netflix)
Quel film, poi, avrebbe fatto il giro del mondo, accolto con meno clamore e lacrime di quelle riscosse in patria, ma con gli stessi sorrisi. Un po' dolci e inebetiti, quei sorrisi che, un decennio più tardi, sarebbero comparsi sui volti della dirigenza Netflix, inducendola a produrre una versione inedita de La famiglia Bélier, una versione italiana.
Non abbiam bisogno di parole, disponibile online a partire da venerdì 3 aprile, è pressoché identico al corrispettivo francese. E, come l'originale, porta chi guardi all'interno di una famiglia unica, dove le parole non sono chiamate a codificare (e decodificare) la comunicazione. La famiglia Musso è fatta di genitori affetti da una sordità profonda. Non parlano, né esiste apparecchio che possa aiutarli a farlo. I due comunicano a gesti e sono questi gesti che hanno insegnato ai figli. Uno, come loro affetto da sordità profonda. L'altra, dotata di un udito e di una capacità linguistica ordinaria. Elettra, all'interno della famiglia Musso, è l'unica persona che possa capire e parlare, e a lei i genitori, proprietari di una fattoria, hanno demandato i rapporti con l'esterno. Elettra, pur studentessa in un liceo, gestisce gli affari della fattoria, i rapporti con i commercianti. Vende, tratta, parla. E, intanto, cerca di trovare una propria strada nel mondo.
Pensava avrebbe finito per vivere in eterno con i genitori, così da arrivare dove loro non possono. Invece, l'incontro fortuito con un'insegnante di canto - Serena Rossi, nella pellicola di Netflix - le spariglia le carte. Elettra, una Sarah Toscano al suo esordio da attrice, scopre di avere una voce fuori dal comune, un talento immenso. Sembra nata per cantare, ed è questo che cerca di spiegare ai genitori, scegliendo da sé di sostenere un provino per entrare all'interno di una scuola di canto. Se la prendessero, si trasferirebbe altrove, la valigia piena di sogni che mamma e papà, in prima battuta, non paiono capire. Elettra piange, s'arrabbia e dispera. I Musso storcono il naso, la accusano di abbandono, di incuria, di non avere a cuore l'interesse della famiglia. Poi, come spesso accade nelle commedie di genere, fanno retromarcia e con Elettra si incontrano a metà strada, dove ha luogo il compromesso. Un'epifania in musica, più trascinante di quella che ha segnato La Famiglia Bélier accompagna Non abbiam bisogno di parole, leggero e trascinante come solo i musical sanno essere.
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Getty Images
Ma in tempi di prezzi del petrolio impazziti, di inflazione in rampa di lancio e bollette pronte a riprendere la corsa, la preoccupazione prevale sulla speranza per il futuro che per forze di cose dovrà basarsi sulle nuove tecnologie.
Al di là dell’aspetto comunicativo resta il dato di fatto: con l’accordo che ha coinvolto direttamente Mimit e Invitalia (lo Stato ci mette 1,3 miliardi) l’Italia fa un passo in avanti fondamentale nella corsa all’Ia e ai nuovi software che rappresentano il campo di battaglia della nuova competizione industriale. Sanità, automotive, telecomunicazioni, data center dipendono dai semiconduttori e nel maxi impianto piemontese si lavorerà alla trasformazione del wafer grezzo (il disco di silicio) in un chip funzionante attraverso le varie fasi: dai test fino ad arrivare ai processo finali di packaging e back end.
Non è un mistero che l’Europa sia partita nettissimo in ritardo rispetto al resto del mondo e che per recuperare terreno abbia bisogno di investimenti ambiziosi. Oggi i numeri dicono che il Vecchio Continente è completamente dipendente dalla produzione si semiconduttori asiatici e la sfida (ai limiti dell’impossibile) e passare dal 10 al 20% della fabbricazione di chip mondiali entro il 2030.
Ecco perché Novara può diventare centrale.
Il lavoro sul packaging (una sorta di rivestimento per il disco di silicio) rappresenta un unicum e una volta che il sito piemontese sarà andato a regime (la data per l’inizio della produzione è il 2028) potrebbe contribuire in modo decisivo ad affrancare Roma, Parigi e Berlino dalla loro «sottomissione».
E visto che parliamo di know how, viene difficile non evidenziare il ruolo di Silicon Box. Prima che finanziario, determinante per le conoscenza tecnologiche avanzate. La startup di Singapore, nata nel 2021, è un unicum nel suo genere perché riunisce le storie e le esperienze parallele di tre tra i massimi esperti mondiali in materia di semiconduttori: Byung Joon Han, Sehat Sutardja e Weili Dai. Il focus è quello sui chiplet - piccoli chip modulari che vengono combinati per creare processori più potenti ed efficienti con una funzione essenziale per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e dell’high-performance computing. Tre anni fa Silicon Box ha inaugurato a Singapore uno stabilimento avanzato da 2 miliardi di dollari: una struttura di 73.000 metri tra le più avanzate al mondo. E pochi mesi dopo si è immediatamente messo a raccogliere altri capitali da investire.
Circa un paio di miliardi sono andati verso l’Italia che ha avuto il grande merito di crederci sempre. Anche perché in diversi momenti l’affare (che era stato annunciato ufficialmente nel giugno del 2024) sembrava sul punto di saltare.
Ora, per il ministro Urso e il governo, è il momento di raccogliere i frutti di un’operazione che restituisce centralità al Paese e rafforza il suo ruolo strategico per l’Europa.
Parliamo di 1.600 posti di lavoro diretti (tra ingegneri, tecnici specializzati e operatori di linee di produzione avanzate) e di altre centinaia di posizioni legati all’indotto: dai fornitori fino alla logistica. Con previsioni che arrivano a stimare la nascita complessiva di circa 3.000 nuovi impieghi.
Non solo. Perché la Commissione Europea ha riconosciuto al progetto lo status di “Open EU Foundry”. Che vuol dire avere una posizione privilegiata nell’ambito del piano per rafforzare la produzione di semiconduttori in Europa (l’European Chips Act). Che si sostanzia in procedure amministrative accelerate, accesso prioritario alle infrastrutture di ricerca finanziate dall’Ue e più visibilità e sostegno strategico da parte di Bruxelles.
Insomma, la strada si è messa in discesa. E il governo, che nel 2024 è arrivato ad attrarre circa 35 miliardi di investimenti esteri greenfield (impianti costruiti ex novo) ed è balzato di tre posizioni nel Fdi Confidence Index, il principale indicatore internazionale sulle operazioni transfrontaliere (dall’undicesimo all’ottavo posto), non vuol perdere l’abbrivio. A breve sono infatti attesi nuovi importanti accordi di sviluppo sulla microelettronica.
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