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2025-12-26
Bansky e la Street Art in mostra a Conegliano
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MR. BRAINWASH, Banksy thrower, opera unica su carta, 2022
Contrariamente a quanto si possa pensare, la street art, così straordinariamente attuale e rivoluzionaria, affonda le sue radici negli albori della storia: si può dire che parta dalle incisioni rupestri (i graffiti primitivi sono temi ricorrenti in molti street artist contemporanei) e millenni dopo, passando per le pitture murali medievali, i murales politici del dopoguerra e il « muralismo » messicano di Diego Rivera, José Clemente Orozco e David Alfaro Siqueiros, approdi nella New York ( o meglio, nel suo sottosuolo…) di fine anni ’60, dove tag, firme e strani simboli si moltiplicano sui treni e sui muri delle metropolitane, espressione di quella nuova forma d’arte che prende il nome di writing, quell’arte urbana che è la «parente più prossima » della street art, meno simbolica e più figurativa.
E quando si parla di street art, il primo nome che viene in mente è in assoluto quello di Banksy, la figura più enigmatica della scena artistica contemporanea, che ha fatto del mistero la sua cifra espressiva. Banksy è «l‘ artista che non c’è » ma che lascia ovunque il segno del suo passaggio, con una comunicazione che si muove con intelligenza tra arte e media: i suoi profili social sono il primo canale di diffusione e le sue opere, spesso realizzate con stencil (una maschera normografica su cui viene applicata una vernice, così da ottenere un'immagine sullo spazio retrostante), sono interventi rapidi nello spazio urbano, capaci di coniugare arte e messaggio politico. Quella di Bansky è un’arte clandestina, quasi abusiva, fulminea, che compare dal nulla un po’ovunque, in primis sui grandi scenari di guerra, dal muro che divide Israele e Palestina ai palazzi bombardati in Ucraina. Le sue immagini, dall’iconica Balloon Girl (la ragazzina con un palloncino rosso a forma di cuore) ai soldati che disegnano il segno della pace, dai bambini con maschere antigas, alle ragazzine che abbracciano armi da guerra, sono ironiche e dissacranti, a volte disturbanti, ma lanciano sempre messaggi politici e chiare invettive contro i potenti del mondo.
Ed è proprio il misterioso artista (forse) di Bristol il fulcro della mostra a Conegliano, curata da Daniel Buso e organizzata da ARTIKA in collaborazione con Deodato Arte e la suggestiva cittadina veneta.
La Mostra, Keith Haring e Obey
Ricca di 80 opere, con focus sulla figura di Bansky ( particolarmente significativa la sua Kids on Guns, un'opera del 2013 che rappresenta due bambini stilizzati in cima a una montagna di armi, simbolo della lotta contro la violenza), la mostra si articola attorno a quattro grandi temi - ribellione, pacifismo, consumismo e critica al sistema – ed ospita, oltre all’enigmatico artista britannico, altri due guru della street art: Keith Haring e Shepard Fairey, in arte Obey.
Convinto che «l’arte non è un’attività elitaria riservata all’apprezzamento di pochi: l’arte è per tutti e questo è il fine a cui voglio lavorare» Haring (morto prematuramente nel 1990, a soli 32 anni, stroncato dall’AIDS) ha creato un nuovo linguaggio comunicativo caratterizzato da tematiche legate alla politica e alla società, facendo degli omini stilizzati e del segno grafico nero i suoi tratti distintivi; Fairey, in arte Obey, attualmente uno degli street artist più importanti ( e discussi) al mondo, si è fin da subito reso conto di come la società in cui è nato e cresciuto lo abbia condotto all’obbedienza senza che lui se ne rendesse conto: da qui la scelta di chiamarsi Obey , che significa obbedire.
Bansky, Haring , Obey, praticamente la storia della street art racchiusa in una mostra che non è solo un'esposizione di opere d'arte, ma anche un'occasione per riflettere sulle contraddizioni di questo oramai popolarissimo movimento artistico e sul suo ruolo nella società contemporanea. Alla domanda se un’arte nata per contestare il sistema possa oggi essere esposta nei musei, venduta all’asta e diventare oggetto di mercato, non vengono offerte risposte, ma contributi per stimolare una riflessione personale in ogni visitatore. Perché, in fondo, anche questa è la forza della Street Art: porre questioni più che dare certezze...
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È Palazzo Sarcinelli a Conegliano a ospitare (sino al 22 marzo 2026) una mostra ricca di 80 opere dedicata a Bansky e al movimento della street art, dalle sue origini underground alla sua attuale consacrazione nel mondo dell'arte. È una mostra di quelle che lasciano il segno l’esposizione allestita nelle sale di Palazzo Sarcinelli, un viaggio emozionale nel mondo della street art raccontato attraverso le opere di quegli artisti che hanno saputo trasformare un linguaggio espressivo marginale (e spesso illegale…) in una forma d’arte globale e universalmente riconosciuta. Contrariamente a quanto si possa pensare, la street art, così straordinariamente attuale e rivoluzionaria, affonda le sue radici negli albori della storia: si può dire che parta dalle incisioni rupestri (i graffiti primitivi sono temi ricorrenti in molti street artist contemporanei) e millenni dopo, passando per le pitture murali medievali, i murales politici del dopoguerra e il « muralismo » messicano di Diego Rivera, José Clemente Orozco e David Alfaro Siqueiros, approdi nella New York ( o meglio, nel suo sottosuolo…) di fine anni ’60, dove tag, firme e strani simboli si moltiplicano sui treni e sui muri delle metropolitane, espressione di quella nuova forma d’arte che prende il nome di writing, quell’arte urbana che è la «parente più prossima » della street art, meno simbolica e più figurativa. E quando si parla di street art, il primo nome che viene in mente è in assoluto quello di Banksy, la figura più enigmatica della scena artistica contemporanea, che ha fatto del mistero la sua cifra espressiva. Banksy è «l‘ artista che non c’è » ma che lascia ovunque il segno del suo passaggio, con una comunicazione che si muove con intelligenza tra arte e media: i suoi profili social sono il primo canale di diffusione e le sue opere, spesso realizzate con stencil (una maschera normografica su cui viene applicata una vernice, così da ottenere un'immagine sullo spazio retrostante), sono interventi rapidi nello spazio urbano, capaci di coniugare arte e messaggio politico. Quella di Bansky è un’arte clandestina, quasi abusiva, fulminea, che compare dal nulla un po’ovunque, in primis sui grandi scenari di guerra, dal muro che divide Israele e Palestina ai palazzi bombardati in Ucraina. Le sue immagini, dall’iconica Balloon Girl (la ragazzina con un palloncino rosso a forma di cuore) ai soldati che disegnano il segno della pace, dai bambini con maschere antigas, alle ragazzine che abbracciano armi da guerra, sono ironiche e dissacranti, a volte disturbanti, ma lanciano sempre messaggi politici e chiare invettive contro i potenti del mondo.Ed è proprio il misterioso artista (forse) di Bristol il fulcro della mostra a Conegliano, curata da Daniel Buso e organizzata da ARTIKA in collaborazione con Deodato Arte e la suggestiva cittadina veneta.La Mostra, Keith Haring e ObeyRicca di 80 opere, con focus sulla figura di Bansky ( particolarmente significativa la sua Kids on Guns, un'opera del 2013 che rappresenta due bambini stilizzati in cima a una montagna di armi, simbolo della lotta contro la violenza), la mostra si articola attorno a quattro grandi temi - ribellione, pacifismo, consumismo e critica al sistema – ed ospita, oltre all’enigmatico artista britannico, altri due guru della street art: Keith Haring e Shepard Fairey, in arte Obey. Convinto che «l’arte non è un’attività elitaria riservata all’apprezzamento di pochi: l’arte è per tutti e questo è il fine a cui voglio lavorare» Haring (morto prematuramente nel 1990, a soli 32 anni, stroncato dall’AIDS) ha creato un nuovo linguaggio comunicativo caratterizzato da tematiche legate alla politica e alla società, facendo degli omini stilizzati e del segno grafico nero i suoi tratti distintivi; Fairey, in arte Obey, attualmente uno degli street artist più importanti ( e discussi) al mondo, si è fin da subito reso conto di come la società in cui è nato e cresciuto lo abbia condotto all’obbedienza senza che lui se ne rendesse conto: da qui la scelta di chiamarsi Obey , che significa obbedire.Bansky, Haring , Obey, praticamente la storia della street art racchiusa in una mostra che non è solo un'esposizione di opere d'arte, ma anche un'occasione per riflettere sulle contraddizioni di questo oramai popolarissimo movimento artistico e sul suo ruolo nella società contemporanea. Alla domanda se un’arte nata per contestare il sistema possa oggi essere esposta nei musei, venduta all’asta e diventare oggetto di mercato, non vengono offerte risposte, ma contributi per stimolare una riflessione personale in ogni visitatore. Perché, in fondo, anche questa è la forza della Street Art: porre questioni più che dare certezze...
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 27 marzo con Carlo Cambi
Sergio Mattarella e Giorgia Meloni (Ansa)
Anzi, è altamente probabile che il capo dello Stato farebbe ciò che è abilissimo a fare: un governo tecnico o di larghe intese. Matteo Renzi, che pure lo aveva fatto eleggere presidente della Repubblica, quando lasciò Palazzo Chigi scelse Paolo Gentiloni come suo sostituto, convinto che sarebbe rimasto a scaldargli la sedia per qualche mese, giusto il tempo di tornare a votare. Come sia finita si sa: per un anno e mezzo Er Moviola (questo il soprannome dell’ex commissario Ue) restò incollato alla poltrona, concludendo la legislatura e bruciando le ambizioni del Bullo toscano. Dunque, nessuno potrebbe assicurare a Meloni un anticipo del voto. Anzi, semmai si rischia un posticipo, perché l’ultima volta che si sono tenute le Politiche era il 25 settembre del 2022 e dunque, a rigor di logica, si dovrebbe tornare ai seggi dopo cinque anni e non dopo quattro e mezzo. Quindi, l’idea di puntare allo scioglimento anticipato delle Camere per non dare tempo alla sinistra di organizzarsi, di trovare un leader e mettere da parte le divisioni (che già si intravedono), è un azzardo. Con la guerra alle porte, la crisi energetica e i dazi che pesano sulle esportazioni, Mattarella avrebbe gioco facile a piazzare a Palazzo Chigi qualche riserva dello Stato, come già ha fatto nel 2021 con Mario Draghi e come fece Giorgio Napolitano nel 2011 con Mario Monti. Dopo un rettore e un banchiere potrebbe toccarci in sorte un ragioniere (dello Stato) e nel caso non se ne trovasse uno disponibile potrebbe pure capitarci un magistrato, magari della Corte dei conti, così la Repubblica giudiziaria sarebbe perfetta.
No, mettiamo da parte le scorciatoie: il governo ha davanti a sé almeno un altro anno, se non 18 mesi; dunque, urge riempire questo periodo di contenuti e, soprattutto, di decisioni. È vero che, come diceva Giulio Andreotti, tirare a campare è sempre meglio che tirare le cuoia, ma se conosco appena un poco Giorgia Meloni non è certo sua intenzione restare a Palazzo Chigi con il solo obiettivo di diventare la premier più longeva della storia repubblicana. Affondata la riforma della giustizia, bisogna trovare qualche misura che caratterizzi l’ultimo periodo della legislatura e di sicuro non può essere la legge elettorale. Le regole del gioco interessano ai politici, che devono puntare all’elezione, ma non appassionano di certo chi vota. Quanto al premierato e all’autonomia regionale, dopo la bocciatura della riforma sulla giustizia credo sia meglio rimettere tutto nel cassetto, prima di essere vittima di altre delusioni. Che resta, dunque? L’economia. Bisogna cercare di attutire gli effetti dell’instabilità dei mercati causa guerra nel Golfo. Non so se si possa fare riprendendo le forniture con la Russia o ignorando un po’ di regole europee, ma credo che per recuperare consensi il solo modo efficace sia aprire il portafogli, per mettere un po’ di soldi in quello degli italiani. Il caro benzina, l’aumento delle bollette e l’inflazione spaventano gli elettori e per tranquillizzarli c’è un solo modo: far tintinnare i contanti. Certo, il pareggio di bilancio è importante, soprattutto per chi ha un debito pubblico come quello italiano, ma è indispensabile anche quello del bilancio familiare. E direi che quest’ultimo smuove le intenzioni di voto, come Renzi insegnò alle Europee del 2014.
Se poi a questo si potesse aggiungere pure un’altra cosa concreta, come il Piano casa, cominciando a spendere quegli 8 miliardi necessari per offrire «100.000 alloggi a chi la casa non ce l’ha», di certo l’entusiasmo per il governo crescerebbe. Insomma, citando sempre Andreotti, il potere logora chi non ce l’ha, ma se chi ce l’ha lo esercita è destinato a durare nel tempo. Il divino Giulio insegna.
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Giorgia Meloni (Imagoeconomica)
Basterà mostrare lo scalpo del trio per calmare le acque? Ho qualche dubbio: il tempo di un pieno di benzina, il tempo della spesa importante o il tempo di una bolletta e i nodi torneranno al pettine. È su questo che premier e governo dovranno decidere la rotta e la velocità di navigazione.
La crisi si farà sempre più importante e se i venti di guerra non si calmeranno, soprattutto in Iran e nell’area mediorientale, saranno dolori lancinanti. Se qualcuno si era fatto l’idea di poter dare mance elettorali con la manovra del prossimo anno, dovrà ripensarci. La questione energetica sarà molto più pesante della (pur seria) questione «morale» posta dalle vicende di Santanché e Delmastro o dalle bizze della ex capo di gabinetto di Nordio; dalle famiglie alle aziende nessuno è al riparo dall’aumento del costo della vita. Ecco perché la questione che La Verità pone da tempo si fa urgente: che intende fare Giorgia Meloni con la Russia? Davvero ritiene che basterà il repulisti delle ultime ore per poter navigare in tranquillità da qui al 2027? Suggeriamo la risposta: no. Il premier dà l’impressione che il record di longevità sia simbolicamente il segnale di serietà per eccellenza o forse ritiene che sia meglio non scombinare troppo la squadra per evitare che il caos diventi totale. Può avere ragione. Ciò detto, non possiamo non sottolineare che cinque anni di Schillaci alla Sanità, di Calderone al Lavoro o Urso allo Sviluppo economico non costituiranno un asset vincente. Ma la Meloni si sarà fatta i suoi calcoli. Non ci mettiamo becco. Dove invece non intendiamo mollare - e ci perdonerà - è sull’energia e su un robusto aggiustamento dei tempi d’attesa nella Sanità. Su quest’ultimo aspetto diciamo che il pressing è più agevole: prende Schillaci e lo invita a darsi una mossa. Sull’energia russa invece è più complesso e ce ne rendiamo conto. Però la situazione è davvero al limite. La sciagurata idea di Donald Trump di bombardare l’Iran la stiamo pagando tutti. Gli americani avranno la possibilità di fargli barba e capelli col tagliando di medio termine e mi sembra che già qualche avviso lo stiano mandando con i recenti appuntamenti elettorali; ma noi? Noi italiani, intendo.
Anche noi, che pure avevamo ben salutato il bis del tycoon alla Casa Bianca, iniziamo a vedere storto il numero uno americano, i suoi capricci e i suoi deliri. Non potendo intervenire su Trump, chiediamo alla Meloni un atto sovranista, all’insegna dell’interesse nazionale: riallacciare i rapporti con la Russia, cioè con Putin. Il viaggio in Algeria è importante e può tamponare il deficit di gas dal Qatar dovuto al conflitto nell’area mediorientale, ma non possiamo scordare il contesto generale delle politiche energetiche italiane: noi - come gli altri Paesi in Europa - ci stiamo smarcando obtorto collo dal gas e dal petrolio russo, fonti energetiche che avevamo in grande quantità e a costi molto competitivi; tuttavia quella combinazione vantaggiosa (quantità e prezzo) non ci è stato possibile rimodularla: gli «amici» americani ci stanno facendo pagare il gas naturale il triplo e pure gli altri non ce lo regalano.
Quanto al pedigree dei fornitori, diciamo che è meglio non fare l’esame del sangue ai presidenti dei Paesi che ci fanno comodo: ci rimarremmo male. Inoltre, più ci avvitiamo con i Paesi fornitori, soprattutto in Africa, e più avremo difficoltà nella gestione dei rimpatri. Il gas e il petrolio russo servono all’Italia come servono al cartello energetico per una stabilità dei prezzi globale. Con Putin ci stanno parlando in tanti, parecchi lo fanno segretamente e il via vai di navi fantasma è un indicatore. Con la Russia le relazioni industriali e finanziarie non mancano. L’Italia e questo governo non hanno mai fatto mancare il proprio sostegno all’Ucraina, però è arrivato il tempo di essere realisti nell’interesse degli italiani: torniamo a parlare con Mosca. Aveva davvero senso biasimare Buttafuoco? L’apertura della Biennale al Cremlino poteva costituire un canale relazionale; davvero Giuli ha agito con il pieno sostegno del governo? Beh, presidente Meloni, se pensa di medicare la sconfitta referendaria con la sostituzione di Santanchè, Delmastro e Bartolozzi, e non affrontare il tema scottante dell’energia russa, il rischio di un malcontento crescente è alto. Ci pensi.
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