Monopattini, sushi e auto elettriche. L’Istat si piega all’Ue
Nel paniere che dovrebbe rappresentare le nostre abitudini di spesa, l’istituto include le mode «green» care a Bruxelles.

«Doping» tedesco e scelte italiane prevalentemente passive, cioè orientate e determinate soprattutto dall’Ue. Sembra questo il doppio fenomeno in corso a proposito di inflazione.

Sappiamo che, ancora a settembre scorso, Mario Draghi si trovò a riconoscere che l’inflazione restava ben al di sotto dell’obiettivo del 2%: e infatti, in quel momento, la Bce abbassò le stime d’inflazione per l’Eurozona da allora al 2021 (+1,1% per il 2019, +1% per il 2020, e +1,5% per il 2021). Va peraltro ricordato che era stata sempre la Bce a guida Draghi a fissare il 2% di inflazione come obiettivo del suo stimolo in tutti gli ultimi anni: trattandosi non di uno dei dieci comandamenti, immutabili per volontà divina, ma di una scelta umanissima e discrezionale, nulla vieterebbe che diverse valutazioni possano intervenire in futuro nella gestione di Christine Lagarde, anche se per ora nessuna decisione è stata assunta al riguardo.

Intanto, comunque, una risalita c’è stata, sia pur lontana dalla soglia del 2%. Nei giorni scorsi, Eurostat ha certificato per gennaio un’inflazione all’1,4% nell’Eurozona (a dicembre il dato era 1,3%). Il peso delle diverse componenti è stato dei servizi (1,5%), dell’energia (1,8%), e soprattutto di cibo, tabacco e alcool (2,2%).

Dinanzi a questo stato di cose, la Germania, attraverso la Bundesbank a guida di Jens Weidmann, sembra cercare la strada del «doping», facendo crescere il peso del comparto immobiliare, e dei relativi costi, nell’indice dei prezzi. Secondo alcune stime, riferite ieri da Milano Finanza, l’impatto sarebbe di un ulteriore 0,2%, ma c’è chi ipotizza un effetto ancora superiore, fino allo 0,5%: in questo quadro, i più leali alla dottrina Draghi (il portoghese Vitor Constancio) suggerirebbero un innalzamento dell’obiettivo finale anche oltre il 2%. Quello che è invece chiarissimo è lo scopo dell’operazione tedesca, cioè l’obiettivo di sempre di Weidmann: de-draghizzare, uscire dal QE e dalla logica di quegli stimoli.

Veniamo all’Italia, dove l’Istat ha rilevato una lieve accelerazione a gennaio, con un aumento dello 0,2% rispetto al mese precedente e dello 0,6% su base annua. Quanto all’impatto delle diverse componenti, hanno pesato al rialzo i carburanti, i beni energetici non regolamentati, i servizi di trasporto e i beni alimentari lavorati, e al ribasso (in misura minore) i beni energetici regolamentati, i servizi culturali, ricreativi e di cura della persona. Per ciò che riguarda quello che viene chiamato il «carrello della spesa» (il mix di alimentari e beni per persona e casa), il rialzo di gennaio è dello 0,9% su base annua.

Ma la novità riguarda il paniere. L’Istat, pur confermando tutti i prodotti che attualmente vi sono inclusi (in quanto, ad avviso dell’Istituto, non vi sarebbero tracce di obsolescenza: cioè elementi che suggeriscano l’esclusione dei beni attualmente considerati), intende estendere ancora il novero dei beni che compongono il paniere.

Al di là di alcune curiosità e di qualche concessione alle mode più o meno effimere (cura di barba e baffi, trattamenti estetici per uomo, applicazione dello smalto semipermanente, sushi take away, food delivery) e di alcune esigenze oggettive (lavaggio e stiratura delle camicie, apparecchi acustici), il dato «politico» più significativo è l’inclusione tra le realtà che dovrebbero rappresentare le abitudini di spesa degli italiani di una spolverata di beni e servizi che alludono al «green», ancor più che alla gig economy e all’economia delle app (abbiamo già citato, a quest’ultimo riguardo, alcune forme di ordinazioni a domicilio).

Ma la nota dominante è il richiamo implicito al Green New Deal che, a parole, sarebbe il cuore del programma della nuova Commissione Ue: ecco allora le auto elettriche, quelle ibride, i monopattini elettrici, e così via. Con un doppio obiettivo: per un verso, incidere sull’inflazione; per altro verso, stimolare proprio alcune filiere produttive (a scapito di altre), enfatizzando settori che sono al centro della spinta e della «narrazione» Ue. Anche in questo caso, Roma sembra più passiva che attiva: anche dal punto di vista della rilevazione delle abitudini di spesa, l’Italia sembra farsi orientare e determinare da Bruxelles.

E, in questa logica «europeisticamente» e «mediaticamente» determinata, è immaginabile che nei prossimi mesi ci sarà una certa enfasi sui media tradizionali a proposito di questi settori economici: secondo Bruxelles, per riflettere come uno specchio le nuove abitudini di molti utenti e consumatori; ma è lecito sospettare che, per molti versi, più che di uno specchio, si tratti di un amplificatore, di qualcosa che aumenterà artificialmente la risonanza e la discussione pubblica sulle filiere produttive e i settori che la politica Ue tenta di incentivare. L’Italia sembra più che altro adeguarsi a questo input: resta da capire – ed è lecito porsi diversi interrogativi al riguardo – se le nostre imprese ne trarranno beneficio.

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