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2022-11-05
Il piano per i migranti della sinistra danese. Espulsione in Ruanda e carcere in Kosovo
Il primo ministro danese Mette Frederiksen (Ansa)
Carceri sovraffollate, quartieri ghetto, criminalità diffusa, baby gang etniche che scorrazzano per le città. Sono questi i problemi che ogni governo europeo deve affrontare quando scorre l’agenda e si ferma alla voce «immigrazione». Certo, per la stampa di sinistra, il quesito neanche si pone: sono gli effetti collaterali dell’«accoglienza», ci dicono. Anzi, se l’integrazione non funziona, è colpa del razzismo strisciante che impregna le nostre società xenofobe ed etnocentriche. L’unico imperativo che vale è sempre lo stesso: «Restiamo umani». Naturalmente con il fondoschiena degli altri: tutti ricordano quando un paio di anni fa, a Capalbio, ci fu una vera sollevazione di popolo (pardon: di élite) per impedire l’installazione di un centro accoglienza nella ridente località maremmana. Accoglienti sì, insomma, ma mai all’interno delle Ztl.
Eppure, retorica no border a parte, il problema rimane: non è solamente «percepito» dalla popolazione, come dicono quelli bravi, ma è tragicamente vissuto soprattutto dalle fasce più deboli, cioè dalle «classi subalterne» di gramsciana memoria. Che poi, chissà perché, votano in massa i partiti di destra. Elementare, a questo punto, che persino alcuni governi di sinistra ne abbiano un po’ le tasche piene di ricevere applausi in televisione e ceffoni nelle urne.
Basti vedere quello che sta succedendo in Danimarca. Malgrado la fine prematura del primo governo di Mette Frederiksen, caduto soprattutto per una controversa gestione della pandemia, i socialdemocratici hanno comunque vinto le elezioni anticipate, registrando il loro miglior risultato da vent’anni a questa parte. Tuttavia, il punto qualificante del partito non erano mascherine obbligatorie vita natural durante, vaccinazione dei neonati, matrimoni Lgbt, adozioni arcobaleno e tutto il caravanserraglio che tanto piace alla sinistra italiana. No, il piatto forte della proposta era rappresentato dalla madre di tutte le battaglie della combattiva Frederiksen: «Zero immigrati in Danimarca».
Esatto: un partito di sinistra - peraltro di quella sinistra scandinava che per molti, dalle nostre parti, sarebbe un modello - ha vinto un’elezione con un programma di destra. Anzi, a leggere il progetto dei socialdemocratici danesi, si tratta di un programma che neanche Giorgia Meloni o Marine Le Pen hanno mai anche solo sognato di concepire: clandestini spediti in Ruanda e delinquenti immigrati mandati a scontare la loro pena nelle carceri kosovare.
Ma attenzione: non si trattava affatto di una sparata elettorale destinata a finire in cavalleria a urne chiuse. Al contrario, è circa un anno che la Frederiksen sta portando avanti questo progetto, rallentato solo dalla caduta del suo primo esecutivo, avvenuta lo scorso ottobre.
La questione è semplice: la Danimarca ha raggiunto il 100 per cento del sovraffollamento delle sue carceri. Di conseguenza, alcuni detenuti possono scontare la loro pena in «prigioni aperte», dove la sorveglianza è ridotta ai minimi termini, oppure beneficiando di numerosi permessi. Cosa che, ovviamente, non garba più di tanto ai cittadini danesi. Di qui l’estremo rimedio: liberarsi di questi indesiderati ospiti inviandoli in Kosovo. L’accordo con il governo di Pristina è stato messo a punto già diversi mesi fa: Copenaghen ha affittato 300 celle nel carcere di Gjilan, che costeranno 15 milioni all’anno. Di più: una volta scontata la pena, i detenuti non faranno ritorno in Danimarca, ma sarà lo stesso governo kosovaro a espellerli dal territorio dell’Unione europea.
Si tratta di una «decisione storica», come la definì nel dicembre del 2021 Nick Hækkerup, l’allora ministro della Giustizia danese. Che poi spiegò: «Uno dei vantaggi di tale misura è che i prigionieri non dovranno essere risocializzati per tornare nella società, perché non dovranno trovarsi in Danimarca in seguito. Pertanto, possiamo comodamente spostare l’intero gruppo in modo che servano in un altro posto». Con tanti saluti ai talebani dell’accoglienza.
Ma non è finita qui. Il governo di Copenaghen non ha solo intenzione di liberarsi degli immigrati macchiatisi di gravi reati, ma sta definendo anche un progetto per bloccare totalmente l’afflusso di stranieri, regolari o clandestini che siano. Di qui il dialogo avviato già da tempo con la Repubblica del Ruanda. In pratica i richiedenti asilo verranno trasportati nel Paese terzo, dove resteranno per tutto il periodo in cui sarà vagliata la domanda. In caso di successo, il rifugiato sarà autorizzato a rimanere nel Paese terzo. In caso di rifiuto, verrà espulso anche da lì. Si tratta di un progetto molto simile a quello stilato da Boris Johnson, per cui BoJo fu crocifisso a reti unificate. L’ex primo ministro britannico, infatti, intendeva sborsare la bellezza di 120 milioni di sterline alla nazione africana per installarvi una sorta di centro di smistamento per i richiedenti asilo (i cosiddetti «hub offshore»).
Tuttavia, a proporre il piano Ruanda era, appunto, il «cattivo» Boris, non certo la «buona» Frederiksen. Che anzi, in fatto di immigrazione, ha sempre usato il pugno di ferro, con decisioni che neanche Viktor Orbán ha osato prendere in considerazione. La leader socialdemocratica, infatti, ha sempre dichiarato di voler ridurre a zero anche il numero di permessi di soggiorno concessi. E non c’è solo il Ruanda nella mente del ministro di Stato danese: per installare altri centri di smistamento in terra africana, Copenaghen guarda anche a Etiopia, Egitto e Tunisia, con cui sono già stati avviati dialoghi e trattative. Non male per un governo socialdemocratico.
Tunisino violenta una ragazza a Roma e si fa un selfie accanto alla vittima
Ha servito ai magistrati su un piatto d’argento la prova di una brutale violenza sessuale scattandosi dei selfie con il suo cellulare. Il protagonista è un ventottenne tunisino senza fissa dimora, la vittima una ragazza ubriaca che gironzolava nei giardini di piazza Vittorio a Roma, quartiere Esquilino. Nelle fotografie, che si sono trasformate nella prova regina del procedimento giudiziario in cui il tunisino è indagato, lui è sorridente davanti alla telecamera anteriore dello smarphone, lei, invece, a terra, priva di sensi. Sono le 9 del mattino del 30 luglio scorso. E la vittima, dopo una serata di bisboccia, stava smaltendo una sbornia. I due si conoscevano e il tunisino l’avrebbe avvicinata. Quando ha capito che era vulnerabile avrebbe cominciato a molestarla, per poi violentarla. In pieno giorno e in pubblico. Senza mostrare tentennamenti. Né cercando un riparo. Come se il tutto fosse lecito e legittimo. Una signora che passava di lì con il suo cane, però, ha assistito alla scena e ha cominciato a chiedere aiuto. Immaginava che, da sola, non sarebbe riuscita a strappare la vittima da quella furia. La ragazza era a terra, sul prato, e non riusciva a reagire agli abusi. Era evidente che non era in sé. Giaceva distesa senza reagire. Sembrava quasi addormentata. La testimone, quindi, si è spostata sulla strada. Ed è riuscita a intercettare una pattuglia della polizia municipale del Gruppo Trevi. Ha raccontato tutto d’un fiato quello che aveva appena visto. «C’è uno straniero nei giardini di via Vittorio che sta violentando una ragazza. Lei è a terra e non reagisce, correte». E gli agenti, che si sono precipitati sul posto, hanno potuto verificare subito con i loro occhi che non si trattava del racconto di una mitomane. Lui era ancora lì, accanto alla ragazza ancora a terra. E si riprendeva cercando di fare in modo che nell’obiettivo della fotocamera finisse inquadrata anche la vittima. L’episodio a fine luglio era finito sulla cronaca di Roma come uno dei tanti casi di violenza sessuale che hanno fatto piombare in un incubo la Capitale la scorsa estate. Ma senza il particolare agghiacciante: quello delle foto scattate durante la violenza sessuale. La descrizione della scena, con il tunisino che ha tirato fuori lo smartphone per immortalare il tutto e che stava ancora armeggiando con lo strumento elettronico, è finita nelle relazioni di servizio degli agenti della municipale ed è diventata la pistola fumante dell’inchiesta. Dall’analisi del telefono, poi, sono saltate fuori le foto, che sarebbero quindi state sequestrate. Il tunisino finisce in manette. La ragazza, che, si è scoperto, viveva di espedienti (e non si sa se abbia sporto denuncia né se abbia intenzione di costituirsi parte civile in un eventuale futuro processo), viene soccorsa e portata al pronto soccorso dell’ospedale San Giovanni, dove, dopo le cure, è stata sottoposta alla visita ginecologica. Che ha accertato la violenza. Ma durante le analisi è stato accertato anche che aveva abusato di sostanze alcoliche. E, forse, ha ricostruito ieri Repubblica sulla cronaca locale, anche di qualcos’altro. E quindi non era in grado di intendere e di volere. «Una condizione», riporta il quotidiano, «che l’ha resa vulnerabile». Per il codice penale questa è anche un’aggravante, visto che il tunisino avrebbe approfittato della situazione di inferiorità della vittima, condita dall’ulteriore agghiacciante sfregio: i selfie per portare con sé il trofeo di quella mattinata da film horror.
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Il governo progressista di Copenaghen vuole arrivare a zero ingressi. Accordi con Kigali e Pristina per smaltire i flussi.Tunisino violenta una ragazza a Roma e si fa un selfie accanto alla vittima. Le foto scattate con il cellulare sono adesso una prova a suo carico nel processo.Lo speciale contiene due articoli.Carceri sovraffollate, quartieri ghetto, criminalità diffusa, baby gang etniche che scorrazzano per le città. Sono questi i problemi che ogni governo europeo deve affrontare quando scorre l’agenda e si ferma alla voce «immigrazione». Certo, per la stampa di sinistra, il quesito neanche si pone: sono gli effetti collaterali dell’«accoglienza», ci dicono. Anzi, se l’integrazione non funziona, è colpa del razzismo strisciante che impregna le nostre società xenofobe ed etnocentriche. L’unico imperativo che vale è sempre lo stesso: «Restiamo umani». Naturalmente con il fondoschiena degli altri: tutti ricordano quando un paio di anni fa, a Capalbio, ci fu una vera sollevazione di popolo (pardon: di élite) per impedire l’installazione di un centro accoglienza nella ridente località maremmana. Accoglienti sì, insomma, ma mai all’interno delle Ztl.Eppure, retorica no border a parte, il problema rimane: non è solamente «percepito» dalla popolazione, come dicono quelli bravi, ma è tragicamente vissuto soprattutto dalle fasce più deboli, cioè dalle «classi subalterne» di gramsciana memoria. Che poi, chissà perché, votano in massa i partiti di destra. Elementare, a questo punto, che persino alcuni governi di sinistra ne abbiano un po’ le tasche piene di ricevere applausi in televisione e ceffoni nelle urne. Basti vedere quello che sta succedendo in Danimarca. Malgrado la fine prematura del primo governo di Mette Frederiksen, caduto soprattutto per una controversa gestione della pandemia, i socialdemocratici hanno comunque vinto le elezioni anticipate, registrando il loro miglior risultato da vent’anni a questa parte. Tuttavia, il punto qualificante del partito non erano mascherine obbligatorie vita natural durante, vaccinazione dei neonati, matrimoni Lgbt, adozioni arcobaleno e tutto il caravanserraglio che tanto piace alla sinistra italiana. No, il piatto forte della proposta era rappresentato dalla madre di tutte le battaglie della combattiva Frederiksen: «Zero immigrati in Danimarca».Esatto: un partito di sinistra - peraltro di quella sinistra scandinava che per molti, dalle nostre parti, sarebbe un modello - ha vinto un’elezione con un programma di destra. Anzi, a leggere il progetto dei socialdemocratici danesi, si tratta di un programma che neanche Giorgia Meloni o Marine Le Pen hanno mai anche solo sognato di concepire: clandestini spediti in Ruanda e delinquenti immigrati mandati a scontare la loro pena nelle carceri kosovare. Ma attenzione: non si trattava affatto di una sparata elettorale destinata a finire in cavalleria a urne chiuse. Al contrario, è circa un anno che la Frederiksen sta portando avanti questo progetto, rallentato solo dalla caduta del suo primo esecutivo, avvenuta lo scorso ottobre. La questione è semplice: la Danimarca ha raggiunto il 100 per cento del sovraffollamento delle sue carceri. Di conseguenza, alcuni detenuti possono scontare la loro pena in «prigioni aperte», dove la sorveglianza è ridotta ai minimi termini, oppure beneficiando di numerosi permessi. Cosa che, ovviamente, non garba più di tanto ai cittadini danesi. Di qui l’estremo rimedio: liberarsi di questi indesiderati ospiti inviandoli in Kosovo. L’accordo con il governo di Pristina è stato messo a punto già diversi mesi fa: Copenaghen ha affittato 300 celle nel carcere di Gjilan, che costeranno 15 milioni all’anno. Di più: una volta scontata la pena, i detenuti non faranno ritorno in Danimarca, ma sarà lo stesso governo kosovaro a espellerli dal territorio dell’Unione europea. Si tratta di una «decisione storica», come la definì nel dicembre del 2021 Nick Hækkerup, l’allora ministro della Giustizia danese. Che poi spiegò: «Uno dei vantaggi di tale misura è che i prigionieri non dovranno essere risocializzati per tornare nella società, perché non dovranno trovarsi in Danimarca in seguito. Pertanto, possiamo comodamente spostare l’intero gruppo in modo che servano in un altro posto». Con tanti saluti ai talebani dell’accoglienza. Ma non è finita qui. Il governo di Copenaghen non ha solo intenzione di liberarsi degli immigrati macchiatisi di gravi reati, ma sta definendo anche un progetto per bloccare totalmente l’afflusso di stranieri, regolari o clandestini che siano. Di qui il dialogo avviato già da tempo con la Repubblica del Ruanda. In pratica i richiedenti asilo verranno trasportati nel Paese terzo, dove resteranno per tutto il periodo in cui sarà vagliata la domanda. In caso di successo, il rifugiato sarà autorizzato a rimanere nel Paese terzo. In caso di rifiuto, verrà espulso anche da lì. Si tratta di un progetto molto simile a quello stilato da Boris Johnson, per cui BoJo fu crocifisso a reti unificate. L’ex primo ministro britannico, infatti, intendeva sborsare la bellezza di 120 milioni di sterline alla nazione africana per installarvi una sorta di centro di smistamento per i richiedenti asilo (i cosiddetti «hub offshore»). Tuttavia, a proporre il piano Ruanda era, appunto, il «cattivo» Boris, non certo la «buona» Frederiksen. Che anzi, in fatto di immigrazione, ha sempre usato il pugno di ferro, con decisioni che neanche Viktor Orbán ha osato prendere in considerazione. La leader socialdemocratica, infatti, ha sempre dichiarato di voler ridurre a zero anche il numero di permessi di soggiorno concessi. E non c’è solo il Ruanda nella mente del ministro di Stato danese: per installare altri centri di smistamento in terra africana, Copenaghen guarda anche a Etiopia, Egitto e Tunisia, con cui sono già stati avviati dialoghi e trattative. Non male per un governo socialdemocratico.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/migranti-sinistra-danese-ruanda-kosovo-2658602711.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tunisino-violenta-una-ragazza-a-roma-e-si-fa-un-selfie-accanto-alla-vittima" data-post-id="2658602711" data-published-at="1667613193" data-use-pagination="False"> Tunisino violenta una ragazza a Roma e si fa un selfie accanto alla vittima Ha servito ai magistrati su un piatto d’argento la prova di una brutale violenza sessuale scattandosi dei selfie con il suo cellulare. Il protagonista è un ventottenne tunisino senza fissa dimora, la vittima una ragazza ubriaca che gironzolava nei giardini di piazza Vittorio a Roma, quartiere Esquilino. Nelle fotografie, che si sono trasformate nella prova regina del procedimento giudiziario in cui il tunisino è indagato, lui è sorridente davanti alla telecamera anteriore dello smarphone, lei, invece, a terra, priva di sensi. Sono le 9 del mattino del 30 luglio scorso. E la vittima, dopo una serata di bisboccia, stava smaltendo una sbornia. I due si conoscevano e il tunisino l’avrebbe avvicinata. Quando ha capito che era vulnerabile avrebbe cominciato a molestarla, per poi violentarla. In pieno giorno e in pubblico. Senza mostrare tentennamenti. Né cercando un riparo. Come se il tutto fosse lecito e legittimo. Una signora che passava di lì con il suo cane, però, ha assistito alla scena e ha cominciato a chiedere aiuto. Immaginava che, da sola, non sarebbe riuscita a strappare la vittima da quella furia. La ragazza era a terra, sul prato, e non riusciva a reagire agli abusi. Era evidente che non era in sé. Giaceva distesa senza reagire. Sembrava quasi addormentata. La testimone, quindi, si è spostata sulla strada. Ed è riuscita a intercettare una pattuglia della polizia municipale del Gruppo Trevi. Ha raccontato tutto d’un fiato quello che aveva appena visto. «C’è uno straniero nei giardini di via Vittorio che sta violentando una ragazza. Lei è a terra e non reagisce, correte». E gli agenti, che si sono precipitati sul posto, hanno potuto verificare subito con i loro occhi che non si trattava del racconto di una mitomane. Lui era ancora lì, accanto alla ragazza ancora a terra. E si riprendeva cercando di fare in modo che nell’obiettivo della fotocamera finisse inquadrata anche la vittima. L’episodio a fine luglio era finito sulla cronaca di Roma come uno dei tanti casi di violenza sessuale che hanno fatto piombare in un incubo la Capitale la scorsa estate. Ma senza il particolare agghiacciante: quello delle foto scattate durante la violenza sessuale. La descrizione della scena, con il tunisino che ha tirato fuori lo smartphone per immortalare il tutto e che stava ancora armeggiando con lo strumento elettronico, è finita nelle relazioni di servizio degli agenti della municipale ed è diventata la pistola fumante dell’inchiesta. Dall’analisi del telefono, poi, sono saltate fuori le foto, che sarebbero quindi state sequestrate. Il tunisino finisce in manette. La ragazza, che, si è scoperto, viveva di espedienti (e non si sa se abbia sporto denuncia né se abbia intenzione di costituirsi parte civile in un eventuale futuro processo), viene soccorsa e portata al pronto soccorso dell’ospedale San Giovanni, dove, dopo le cure, è stata sottoposta alla visita ginecologica. Che ha accertato la violenza. Ma durante le analisi è stato accertato anche che aveva abusato di sostanze alcoliche. E, forse, ha ricostruito ieri Repubblica sulla cronaca locale, anche di qualcos’altro. E quindi non era in grado di intendere e di volere. «Una condizione», riporta il quotidiano, «che l’ha resa vulnerabile». Per il codice penale questa è anche un’aggravante, visto che il tunisino avrebbe approfittato della situazione di inferiorità della vittima, condita dall’ulteriore agghiacciante sfregio: i selfie per portare con sé il trofeo di quella mattinata da film horror.
Una vista generale mentre gli anelli olimpici si uniscono per uno spettacolo pirotecnico durante la cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026 allo stadio San Siro (Getty Images)
Davanti a 67.000 spettatori, la cerimonia di apertura di Milano-Cortina 2026 celebra l’arte, la musica e la creatività italiana. Dall’omaggio a Raffaella Carrà e Modugno ai cinque cerchi olimpici che brillano in cielo, uno spettacolo che unisce città e montagne sotto il filo conduttore dell’armonia.
San Siro si trasforma in un teatro a cielo aperto e Milano accende ufficialmente la fiamma delle Olimpiadi invernali 2026. Davanti a 67.000 spettatori, record assoluto per un’edizione invernale, la cerimonia di apertura sceglie il linguaggio del racconto e delle immagini per presentare al mondo i Giochi «diffusi» tra città e montagne, con un filo conduttore dichiarato: l’armonia. Il cuore scenico è un grande cerchio, omaggio alla storia urbana di Milano, da cui partono traiettorie ideali verso le altre sedi dei Giochi. Un modo per raccontare, senza parole, l’idea di un’Olimpiade che unisce luoghi diversi sotto un’unica narrazione.
Lo stadio è pieno fin dal tardo pomeriggio, colorato dalle bandiere di decine di Paesi e da un pubblico arrivato da ogni parte del mondo. L’attesa è scandita dal pre show tra musica e intrattenimento, poi il messaggio del segretario generale dell’Onu António Guterres richiama il valore universale dei Giochi come spazio di incontro e unità. Fuori, a distanza di sicurezza, si muove anche una protesta annunciata: un corteo di qualche centinaio di manifestanti attraversa il quartiere San Siro senza incidenti, mentre dentro lo stadio la scena è tutta per lo spettacolo.
Come anticipato nel pomeriggio dalla Verità, il prologo istituzionale è affidato a un filmato che sorprende il pubblico: il presidente della Repubblica Sergio Mattarella arriva idealmente a San Siro a bordo di un tram, seduto tra cittadini comuni, orchestrali e atleti con gli sci. Il mezzo percorre una Milano notturna e simbolica, fino al capolinea dello stadio. Solo alla fine si scopre il conducente speciale: Valentino Rossi, in divisa da tranviere. Un ingresso sobrio e ironico, prima che il Capo dello Stato prenda posto in tribuna accanto alla presidente del Cio Kirsty Coventry.
Alle 20 in punto si alza il sipario. La cerimonia si apre con la danza: Claudio Coviello e Antonella Albano, ballerini della Scala, portano in scena Amore e Psiche, passione e razionalità che si cercano e si rincorrono sul prato di San Siro. È il primo tassello di una narrazione che intreccia arte, musica e identità italiana. A guidare idealmente il racconto è Matilda De Angelis, che entra con la bacchetta da direttrice d’orchestra mentre attorno a lei sfilano i volti dei grandi compositori della tradizione. Poco dopo, il prato si riempie di colori per l’omaggio alla creatività italiana e a una delle sue icone popolari: Raffaella Carrà, evocata tra figuranti e costumi sgargianti. La parte musicale alterna registri e generazioni. Mariah Carey, in abito chiaro, sceglie di omaggiare l’Italia cantando in italiano Nel blu dipinto di blu, trasformando San Siro in un grande coro. Subito dopo, lo stadio si tinge di tricolore per il tributo a Giorgio Armani, con Vittoria Ceretti che porta in scena la bandiera italiana, consegnata poi ai corazzieri. È Laura Pausini a dare voce all’inno nazionale, mentre il tricolore viene issato e lo stadio si ferma per qualche istante in un silenzio carico di attesa. C’è spazio anche per la parola, con Pierfrancesco Favino che presta la voce ai versi dell’Infinito di Leopardi, prima che la scena si apra ai simboli olimpici: i cinque cerchi si avvicinano nel cielo di San Siro e si accendono tra i fuochi d’artificio, suggellando visivamente l’inizio dei Giochi.
A quel punto tocca agli atleti. La sfilata delle delegazioni si apre, come da tradizione, con la Grecia e scorre tra gli applausi, in ordine alfabetico, fino ad arrivare all’Italia, attesa per ultima. Gli azzurri sono 146 in totale, distribuiti tra Milano, Cortina, Predazzo e Livigno, con Arianna Fontana e Federico Pellegrino a guidare il gruppo presente a San Siro.
La giornata olimpica era iniziata già molte ore prima, tra diplomazia e passerelle istituzionali: la visita del vicepresidente americano J.D. Vance in città, il ricevimento a Palazzo Reale con capi di Stato e di governo, la parata di ospiti illustri. Ma è qui, dentro lo stadio, che Milano e Cortina consegnano al mondo il loro biglietto da visita. I Giochi sono cominciati e l’Italia prova a presentarli così, con uno spettacolo che mescola arte, simboli e identità, affidando all’«armonia» il compito di tenere insieme sport, città e montagne.
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Se il disegno di legge verrà approvato, sarà la prima volta che lo Statuto dei lavoratori includerà una disposizione specifica sul congedo per l’eutanasia. Della serie, mi prendo un giorno per assistere una persona che vuol farla finita, la mattina mi metto a disposizione per la pratica ferale e il pomeriggio faccio shopping o vado al mare.
Il ministero del Lavoro, guidato da Yolanda Díaz, intende elaborare questa legge come un decreto legge reale, che entrerebbe in vigore immediatamente dopo l’approvazione del Consiglio dei ministri. L’accordo prevede anche 15 giorni di congedo per l’assistenza a coniugi, partner o familiari stretti in cure palliative, unico provvedimento sensato. La misura, presa d’intesa con i sindacati, è stata approvata senza l’accordo con le associazioni imprenditoriali, furibonde perché in questo modo, trattandosi di congedi retribuiti, si scarica sulle imprese il costo dei lavoratori assenti che dovrebbe essere sostenuto dal governo. Il Pp ha già annunciato che voterà contro la proposta. Nel frattempo, l’Autorità indipendente per la responsabilità fiscale (AIReF) ha rilevato una mancanza di controllo in Spagna sulla spesa per congedi per malattia, che è aumentata del 60% dal 2017 raggiungendo i 16,5 miliardi di euro nel 2024. L’astensione dal lavoro per motivi di salute è diventata la seconda voce più grande del sistema di sicurezza sociale, seconda solo alle pensioni ed è dovuto in gran parte all’aumento delle patologie legate alla salute mentale, cresciute vertiginosamente a partire dalla pandemia e che stanno diventando più durature. I disturbi mentali hanno la durata media più lunga, passando da 67 giorni nel 2017 a 98,5 giorni nel 2024. Clamorosamente, in Spagna il monitoraggio dei congedi per malattia da parte della Previdenza sociale per i lavoratori parte solo dopo i 365 giorni.
E se il premier Pedro Sánchez sottolinea la «occupazione di qualità» promossa in Spagna, sostenendo che «per la prima volta sta emergendo un’economia produttiva e sana», la Ceoe, Confederazione spagnola delle organizzazioni dei datori di lavoro segnala: «La Spagna continua a essere il Paese con il tasso di disoccupazione più alto nell’Ocse e conta oltre mezzo milione di persone in situazioni di disponibilità limitata o con richieste di lavoro specifiche, il che riflette fenomeni strutturali che restano irrisolti […] Le piccole imprese continuano a essere le più colpite dall’aumento dei costi del lavoro, dell’energia, delle tasse e dei finanziamenti, nonché da un quadro normativo instabile».
Non va meglio per Sánchez nemmeno quando attacca Musk. Al vertice mondiale dei governi a Dubai ha annunciato che vieterà l’accesso ai social media ai minori di 16 anni e adotterà altre misure per aumentare il controllo sulle piattaforme digitali, come quelle dell’imprenditore sudafricano.
Sul suo profilo X, Musk non perdeva tempo: «Sánchez lo scorretto è un tiranno e un traditore del popolo di Spagna». Ma al di là degli scontri sui social, ancora una volta il premier parla e promette ma non fa. Il Regolamento europeo sui servizi digitali, che avrebbe dovuto essere in vigore in Spagna da febbraio 2024, rimane bloccato al Congresso. Un ritardo di due anni. La Cnmc, Commissione nazionale per i mercati e la concorrenza non è ancora in grado di «monitorare il rispetto degli obblighi imposti ai fornitori di servizi mediatici statali che offrono notizie e contenuti di attualità». Ha le mani legate anche sul monitoraggio delle piattaforme digitali.
Brutte notizie anche dal Lussemburgo, dove i giudici non mettono fine alle rivendicazioni del movimento di indipendenza catalana. La Corte di giustizia dell’Unione europea (Cgue) ha annullato il procedimento con cui il Tribunale dell’Unione europea il 5 luglio 2023 aveva revocato l’immunità al leader di Junts, Carles Puigdemont, e agli ex ministri del governo della Comunità autonoma di Catalogna, Toni Comín e Clara Ponsatí, tutti residenti a Waterloo (Belgio).
La motivazione della decisione è che il relatore nominato per le richieste di sospensione dell’immunità «potrebbe essere percepito come non imparziale». Si trattava di Angel Dzhambazki, europarlamentare bulgaro dei conservatori europei (Ecr), lo stesso gruppo di cui fa parte il partito spagnolo Vox, promotore delle azioni legali contro Puigdemont, Comín e Ponsatí in seguito al referendum illegale del 1° ottobre 2017. I tre erano stati poi eletti al Parlamento europeo nel 2019, e la Corte suprema spagnola aveva chiesto all’Europarlamento di revocare la loro immunità. Revoca votata a marzo 2021, ma ora quella decisione e la sentenza del 2023 sono state annullate.
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Jeffrey Epstein (Ansa)
Dalle carte, consultabili online sul sito del Doj, emerge che due ragazze straniere sarebbero morte per strangolamento dopo sesso estremo nel ranch del predatore sessuale in New Messico, per poi essere sepolte su suo ordine nei dintorni della tenuta. In una email, inviata il 21 novembre 2019 da una persona che afferma di aver lavorato per Epstein a un uomo di nome Eddy Aragon, ci sono diversi link che mostrerebbero il defunto pedofilo filmato durante performances sessuali con ragazze minorenni e la confessione di un tentato omicidio di una delle ragazze. Nel testo il mittente scrive che due ragazze sono state sepolte su ordine di Epstein e «Madam G», verosimilmente la complice del faccendiere, Ghislaine Maxwell, tuttora reclusa in un carcere di massima sicurezza in Texas, nella vasta proprietà in New Mexico già nota come parco giochi privato del faccendiere per abusi sessuali e traffico di minori.
«Edward, questa vicenda è delicata, quindi sarà la prima e ultima mail, a seconda della tua discrezione. Puoi scegliere se tenerla o buttarla via, ma questo materiale viene da una persona che è stata lì e ha visto tutto, come ex membro dello staff dello Zorro Ranch. Il materiale che ti allego è stato preso dalla casa di Jeffrey Epstein come mia assicurazione in caso di eventuali contenziosi tra me e lui. Non mi fare domande», chiosa in stampatello l’uomo. «Le cose più terribili su Jeffrey Epstein devono ancora essere scritte. Sapevi che da qualche parte nelle colline fuori dallo Zorro, due ragazze straniere sono state sepolte per ordine di Jeffrey e Madam G? Entrambe sono morte per strangolamento durante sesso violento e fetish», scrive l’uomo. L’email è stata inoltrata all’Fbi tre mesi dopo il decesso di Epstein, ufficialmente morto suicida mentre era detenuto al Metropolitan Correctional Center di New York City.
Il finanziere pedofilo intendeva lasciare il suo Zorro Ranch, acquistato nel 1993 dall’ex governatore democratico del New Mexico Bruce King, alla sua ragazza bielorussa Karyna Shuliak. La tenuta di 13 miglia quadrate in mezzo al deserto vicino a Santa Fe includeva una residenza di circa 2.500 metri quadri. Secondo quanto riferisce il Daily Mail, Epstein usava lo Zorro Ranch per i suoi appuntamenti segreti, dato che gli ospiti potevano andare e venire più discretamente rispetto a quanto potessero fare a Little St James, l’isola caraibica privata di Epstein al largo di St Thomas. Uno degli ospiti più importanti nel ranch degli orrori è, come noto, il principe Andrew d’Inghilterra, duca di York, insieme con sua moglie Sarah Ferguson.
Continuano nel frattempo le reazioni a catena dopo la pubblicazione dei file. Ed è ancora un quotidiano inglese, il Times, a riferire che la poltrona del primo ministro inglese Keir Starmer sarebbe in bilico dopo le rivelazioni sul caso dell’ex ambasciatore Peter Mandelson. Secondo quanto appreso, il premier ha deciso di confermare la sua nomina a rappresentante diplomatico del Regno Unito negli Stati Uniti, avvenuta ad aprile del 2025, nonostante i rapporti tra Mandelson ed Epstein fossero ampiamente noti a Downing Street. Un rapporto del Cabinet Office aveva infatti evidenziato, già prima della nomina, quale fosse la natura delle relazioni tra i due, facendo riferimento a un dossier confidenziale di JP Morgan che diceva che i due uomini avevano rapporti «particolarmente stretti». L’Ufficio del Gabinetto aveva presentato il dossier a Starmer, ma il primo ministro decise di credere «sulla parola» alle rassicurazioni di Mandelson. I funzionari coinvolti nel processo di controllo hanno detto di aver trovato l’approccio di Starmer «sconcertante». «Le informazioni ora disponibili rendono chiaro che le risposte che ha dato Mandelson erano bugie», si è difeso il premier britannico. «Mi ha descritto Epstein come qualcuno che conosceva a malapena. Tale inganno non è compatibile con il servizio pubblico», ha dichiarato il primo ministro inglese. La vicenda però ha aperto un dibattito sulla sua affidabilità: la decisione di credere alle smentite dell’ambasciatore anziché ai documentati dossier su di lui è una scelta che l’opposizione conservatrice e parte del Partito laburista ritengono incompatibile con il ruolo di capo del governo, ma il premier ha chiarito che non intende dimettersi. Il filone rischia comunque di mantenere alta la pressione politica su Downing Street ancora per molto.
Non poteva mancare il tormentone sulle spie venute dal freddo mandate da Vladimir Putin. Questa, perlomeno, è la versione del premier polacco Donald Tusk, secondo il quale il defunto faccendiere pedofilo statunitense avrebbe collaborato con il Cremlino per raccogliere materiale compromettente sulle élite occidentali, usando la trappola della seduzione, la cosiddetta «esca dolce». »La stampa globale ruota intorno al sospetto che questo scandalo di pedofilia senza precedenti sia stato co-organizzato dai servizi segreti russi», ha concluso Donald Tusk e così le autorità polacche hanno aperto un’inchiesta, proprio mentre dall’altra parte dell’emisfero, in America, sono usciti alcuni file che mostrano con chiarezza che Epstein stava lavorando per rovesciare il presidente russo. «Dovremo andare presto in Russia», scriveva infatti Boris Nicolic, consulente e socio di Bill Gates alla Bill and Melinda Gates Foundation, a Epstein, «per incontrare Ilja Ponomarev (imprenditore e ex deputato della Duma, ndr) e la sua ragazza Alyona, che sono i principali organizzatori della rivolta contro Putin. Ho paura per quanto può succedergli», continuava Nicolic, «qualche idea per aiutarlo? Non con Davos», suggerisce l’uomo di Bill Gates a Epstein. «È impossibile studiare i materiali relativi al caso Epstein senza provare nausea», ha commentato la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, paragonando la lettura dei documenti alla visione di film thriller e polizieschi. «Ma tutto ha un limite morale».
I magistrati turchi stanno intanto passando al setaccio decine di migliaia di documenti emersi dai file del finanziere pedofilo, con l’obiettivo di ricostruire un traffico di minori dalla Turchia. A rendere drammatico il quadro ci sono i dati diffusi dall’Istituto Nazionale di statistica turco Tuik), secondo cui tra il 2008 e il 2016 si sono perse le tracce di 104,531 minori. «Bisogna capire se sono stati contattati politici, funzionari o rappresentanti delle istituzioni. Bisogna risalire agli orfanotrofi e centri di accoglienza», ha dichiarato Dogan Bekin, parlamentare del partito conservatore Refah.
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«Salvador» (Netflix)
Otto episodi su Netflix per raccontare un padre e una figlia: lui ex medico, lei coinvolta in un gruppo neonazista. La serie spagnola evita la retorica e indaga fragilità, responsabilità e bisogno di appartenenza con uno sguardo sobrio.
Otto episodi, disponibili, in un'unica soluzione, su Netflix, a partire da venerdì 6 febbraio. Salvador non è lunga, né promette (per ora) di proseguire oltre questa prima stagione. Eppure, è capace, in uno spazio breve e curato, di raffigurare un quadro complesso: quello di una genitorialità in crisi, di figli incapaci di trovare un'identità rappresentativa, del disperato bisogno di appartenere a qualcosa, a qualcuno.
Salvador, serie tv di origine spagnola, muove dal caso particolare di un padre, un ex medico demansionato, costretto - nonostante gli studi e il curriculum - a guidare le ambulanze. Salvador Aguirre ha un passato complicato, fatto di dipendenze che, piano piano, gli hanno eroso la vita. Ha una figlia, Milena, e con lei un rapporto travagliato. Un rapporto che, come il passato di Salvador, non è, però, al vaglio della serie.
Lo show, come già Adolescence, non sembra andare a ritroso, ma guardare avanti, muovendosi tra strade già battute, già note.
Salvador è la storia di un padre che, in una notte di lavoro, senza nessuna avvisaglia precedente, scopre la figlia essere parte di un gruppo di disadattati, violenti e pericolosi. Decisi, soprattutto, a rivendicare l'esatto opposto di quel che lui, per una vita intera, ha cercato di insegnarle. Milena si è unita ad una frangia di estrema destra, razzista e omofoba, una frangia all'interno della quale si nascondono anche svariati Incel. Odiano gli stranieri, i gay e le donne. Sono neonazisti. Fuor di retorica, però, perché quello che la serie vuole fare è provare ad indagare le ragioni che possano preludere ad una tale scelta.
Salvador cerca di scavare oltre la superficie, andando a fondo delle insicurezze, dei bisogni degli adolescenti. Chiedendosi quali e quante responsabilità abbiano i genitori, quante e quali la società nella quale cresciamo. Il risultato non è perfetto, ma convincente. Gli otto episodi della serie televisiva spagnola sono scorrevoli e ben costruiti, pensati per poter essere visti senza pruriti e ritrosie. Non c'è politica, non c'è grande giudizio. Solo la ricostruzione, piuttosto fedele e dettagliata, di uno spaccato che dimora vicino a tutti noi.
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