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2022-11-05
Il piano per i migranti della sinistra danese. Espulsione in Ruanda e carcere in Kosovo
Il primo ministro danese Mette Frederiksen (Ansa)
Carceri sovraffollate, quartieri ghetto, criminalità diffusa, baby gang etniche che scorrazzano per le città. Sono questi i problemi che ogni governo europeo deve affrontare quando scorre l’agenda e si ferma alla voce «immigrazione». Certo, per la stampa di sinistra, il quesito neanche si pone: sono gli effetti collaterali dell’«accoglienza», ci dicono. Anzi, se l’integrazione non funziona, è colpa del razzismo strisciante che impregna le nostre società xenofobe ed etnocentriche. L’unico imperativo che vale è sempre lo stesso: «Restiamo umani». Naturalmente con il fondoschiena degli altri: tutti ricordano quando un paio di anni fa, a Capalbio, ci fu una vera sollevazione di popolo (pardon: di élite) per impedire l’installazione di un centro accoglienza nella ridente località maremmana. Accoglienti sì, insomma, ma mai all’interno delle Ztl.
Eppure, retorica no border a parte, il problema rimane: non è solamente «percepito» dalla popolazione, come dicono quelli bravi, ma è tragicamente vissuto soprattutto dalle fasce più deboli, cioè dalle «classi subalterne» di gramsciana memoria. Che poi, chissà perché, votano in massa i partiti di destra. Elementare, a questo punto, che persino alcuni governi di sinistra ne abbiano un po’ le tasche piene di ricevere applausi in televisione e ceffoni nelle urne.
Basti vedere quello che sta succedendo in Danimarca. Malgrado la fine prematura del primo governo di Mette Frederiksen, caduto soprattutto per una controversa gestione della pandemia, i socialdemocratici hanno comunque vinto le elezioni anticipate, registrando il loro miglior risultato da vent’anni a questa parte. Tuttavia, il punto qualificante del partito non erano mascherine obbligatorie vita natural durante, vaccinazione dei neonati, matrimoni Lgbt, adozioni arcobaleno e tutto il caravanserraglio che tanto piace alla sinistra italiana. No, il piatto forte della proposta era rappresentato dalla madre di tutte le battaglie della combattiva Frederiksen: «Zero immigrati in Danimarca».
Esatto: un partito di sinistra - peraltro di quella sinistra scandinava che per molti, dalle nostre parti, sarebbe un modello - ha vinto un’elezione con un programma di destra. Anzi, a leggere il progetto dei socialdemocratici danesi, si tratta di un programma che neanche Giorgia Meloni o Marine Le Pen hanno mai anche solo sognato di concepire: clandestini spediti in Ruanda e delinquenti immigrati mandati a scontare la loro pena nelle carceri kosovare.
Ma attenzione: non si trattava affatto di una sparata elettorale destinata a finire in cavalleria a urne chiuse. Al contrario, è circa un anno che la Frederiksen sta portando avanti questo progetto, rallentato solo dalla caduta del suo primo esecutivo, avvenuta lo scorso ottobre.
La questione è semplice: la Danimarca ha raggiunto il 100 per cento del sovraffollamento delle sue carceri. Di conseguenza, alcuni detenuti possono scontare la loro pena in «prigioni aperte», dove la sorveglianza è ridotta ai minimi termini, oppure beneficiando di numerosi permessi. Cosa che, ovviamente, non garba più di tanto ai cittadini danesi. Di qui l’estremo rimedio: liberarsi di questi indesiderati ospiti inviandoli in Kosovo. L’accordo con il governo di Pristina è stato messo a punto già diversi mesi fa: Copenaghen ha affittato 300 celle nel carcere di Gjilan, che costeranno 15 milioni all’anno. Di più: una volta scontata la pena, i detenuti non faranno ritorno in Danimarca, ma sarà lo stesso governo kosovaro a espellerli dal territorio dell’Unione europea.
Si tratta di una «decisione storica», come la definì nel dicembre del 2021 Nick Hækkerup, l’allora ministro della Giustizia danese. Che poi spiegò: «Uno dei vantaggi di tale misura è che i prigionieri non dovranno essere risocializzati per tornare nella società, perché non dovranno trovarsi in Danimarca in seguito. Pertanto, possiamo comodamente spostare l’intero gruppo in modo che servano in un altro posto». Con tanti saluti ai talebani dell’accoglienza.
Ma non è finita qui. Il governo di Copenaghen non ha solo intenzione di liberarsi degli immigrati macchiatisi di gravi reati, ma sta definendo anche un progetto per bloccare totalmente l’afflusso di stranieri, regolari o clandestini che siano. Di qui il dialogo avviato già da tempo con la Repubblica del Ruanda. In pratica i richiedenti asilo verranno trasportati nel Paese terzo, dove resteranno per tutto il periodo in cui sarà vagliata la domanda. In caso di successo, il rifugiato sarà autorizzato a rimanere nel Paese terzo. In caso di rifiuto, verrà espulso anche da lì. Si tratta di un progetto molto simile a quello stilato da Boris Johnson, per cui BoJo fu crocifisso a reti unificate. L’ex primo ministro britannico, infatti, intendeva sborsare la bellezza di 120 milioni di sterline alla nazione africana per installarvi una sorta di centro di smistamento per i richiedenti asilo (i cosiddetti «hub offshore»).
Tuttavia, a proporre il piano Ruanda era, appunto, il «cattivo» Boris, non certo la «buona» Frederiksen. Che anzi, in fatto di immigrazione, ha sempre usato il pugno di ferro, con decisioni che neanche Viktor Orbán ha osato prendere in considerazione. La leader socialdemocratica, infatti, ha sempre dichiarato di voler ridurre a zero anche il numero di permessi di soggiorno concessi. E non c’è solo il Ruanda nella mente del ministro di Stato danese: per installare altri centri di smistamento in terra africana, Copenaghen guarda anche a Etiopia, Egitto e Tunisia, con cui sono già stati avviati dialoghi e trattative. Non male per un governo socialdemocratico.
Tunisino violenta una ragazza a Roma e si fa un selfie accanto alla vittima
Ha servito ai magistrati su un piatto d’argento la prova di una brutale violenza sessuale scattandosi dei selfie con il suo cellulare. Il protagonista è un ventottenne tunisino senza fissa dimora, la vittima una ragazza ubriaca che gironzolava nei giardini di piazza Vittorio a Roma, quartiere Esquilino. Nelle fotografie, che si sono trasformate nella prova regina del procedimento giudiziario in cui il tunisino è indagato, lui è sorridente davanti alla telecamera anteriore dello smarphone, lei, invece, a terra, priva di sensi. Sono le 9 del mattino del 30 luglio scorso. E la vittima, dopo una serata di bisboccia, stava smaltendo una sbornia. I due si conoscevano e il tunisino l’avrebbe avvicinata. Quando ha capito che era vulnerabile avrebbe cominciato a molestarla, per poi violentarla. In pieno giorno e in pubblico. Senza mostrare tentennamenti. Né cercando un riparo. Come se il tutto fosse lecito e legittimo. Una signora che passava di lì con il suo cane, però, ha assistito alla scena e ha cominciato a chiedere aiuto. Immaginava che, da sola, non sarebbe riuscita a strappare la vittima da quella furia. La ragazza era a terra, sul prato, e non riusciva a reagire agli abusi. Era evidente che non era in sé. Giaceva distesa senza reagire. Sembrava quasi addormentata. La testimone, quindi, si è spostata sulla strada. Ed è riuscita a intercettare una pattuglia della polizia municipale del Gruppo Trevi. Ha raccontato tutto d’un fiato quello che aveva appena visto. «C’è uno straniero nei giardini di via Vittorio che sta violentando una ragazza. Lei è a terra e non reagisce, correte». E gli agenti, che si sono precipitati sul posto, hanno potuto verificare subito con i loro occhi che non si trattava del racconto di una mitomane. Lui era ancora lì, accanto alla ragazza ancora a terra. E si riprendeva cercando di fare in modo che nell’obiettivo della fotocamera finisse inquadrata anche la vittima. L’episodio a fine luglio era finito sulla cronaca di Roma come uno dei tanti casi di violenza sessuale che hanno fatto piombare in un incubo la Capitale la scorsa estate. Ma senza il particolare agghiacciante: quello delle foto scattate durante la violenza sessuale. La descrizione della scena, con il tunisino che ha tirato fuori lo smartphone per immortalare il tutto e che stava ancora armeggiando con lo strumento elettronico, è finita nelle relazioni di servizio degli agenti della municipale ed è diventata la pistola fumante dell’inchiesta. Dall’analisi del telefono, poi, sono saltate fuori le foto, che sarebbero quindi state sequestrate. Il tunisino finisce in manette. La ragazza, che, si è scoperto, viveva di espedienti (e non si sa se abbia sporto denuncia né se abbia intenzione di costituirsi parte civile in un eventuale futuro processo), viene soccorsa e portata al pronto soccorso dell’ospedale San Giovanni, dove, dopo le cure, è stata sottoposta alla visita ginecologica. Che ha accertato la violenza. Ma durante le analisi è stato accertato anche che aveva abusato di sostanze alcoliche. E, forse, ha ricostruito ieri Repubblica sulla cronaca locale, anche di qualcos’altro. E quindi non era in grado di intendere e di volere. «Una condizione», riporta il quotidiano, «che l’ha resa vulnerabile». Per il codice penale questa è anche un’aggravante, visto che il tunisino avrebbe approfittato della situazione di inferiorità della vittima, condita dall’ulteriore agghiacciante sfregio: i selfie per portare con sé il trofeo di quella mattinata da film horror.
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Il governo progressista di Copenaghen vuole arrivare a zero ingressi. Accordi con Kigali e Pristina per smaltire i flussi.Tunisino violenta una ragazza a Roma e si fa un selfie accanto alla vittima. Le foto scattate con il cellulare sono adesso una prova a suo carico nel processo.Lo speciale contiene due articoli.Carceri sovraffollate, quartieri ghetto, criminalità diffusa, baby gang etniche che scorrazzano per le città. Sono questi i problemi che ogni governo europeo deve affrontare quando scorre l’agenda e si ferma alla voce «immigrazione». Certo, per la stampa di sinistra, il quesito neanche si pone: sono gli effetti collaterali dell’«accoglienza», ci dicono. Anzi, se l’integrazione non funziona, è colpa del razzismo strisciante che impregna le nostre società xenofobe ed etnocentriche. L’unico imperativo che vale è sempre lo stesso: «Restiamo umani». Naturalmente con il fondoschiena degli altri: tutti ricordano quando un paio di anni fa, a Capalbio, ci fu una vera sollevazione di popolo (pardon: di élite) per impedire l’installazione di un centro accoglienza nella ridente località maremmana. Accoglienti sì, insomma, ma mai all’interno delle Ztl.Eppure, retorica no border a parte, il problema rimane: non è solamente «percepito» dalla popolazione, come dicono quelli bravi, ma è tragicamente vissuto soprattutto dalle fasce più deboli, cioè dalle «classi subalterne» di gramsciana memoria. Che poi, chissà perché, votano in massa i partiti di destra. Elementare, a questo punto, che persino alcuni governi di sinistra ne abbiano un po’ le tasche piene di ricevere applausi in televisione e ceffoni nelle urne. Basti vedere quello che sta succedendo in Danimarca. Malgrado la fine prematura del primo governo di Mette Frederiksen, caduto soprattutto per una controversa gestione della pandemia, i socialdemocratici hanno comunque vinto le elezioni anticipate, registrando il loro miglior risultato da vent’anni a questa parte. Tuttavia, il punto qualificante del partito non erano mascherine obbligatorie vita natural durante, vaccinazione dei neonati, matrimoni Lgbt, adozioni arcobaleno e tutto il caravanserraglio che tanto piace alla sinistra italiana. No, il piatto forte della proposta era rappresentato dalla madre di tutte le battaglie della combattiva Frederiksen: «Zero immigrati in Danimarca».Esatto: un partito di sinistra - peraltro di quella sinistra scandinava che per molti, dalle nostre parti, sarebbe un modello - ha vinto un’elezione con un programma di destra. Anzi, a leggere il progetto dei socialdemocratici danesi, si tratta di un programma che neanche Giorgia Meloni o Marine Le Pen hanno mai anche solo sognato di concepire: clandestini spediti in Ruanda e delinquenti immigrati mandati a scontare la loro pena nelle carceri kosovare. Ma attenzione: non si trattava affatto di una sparata elettorale destinata a finire in cavalleria a urne chiuse. Al contrario, è circa un anno che la Frederiksen sta portando avanti questo progetto, rallentato solo dalla caduta del suo primo esecutivo, avvenuta lo scorso ottobre. La questione è semplice: la Danimarca ha raggiunto il 100 per cento del sovraffollamento delle sue carceri. Di conseguenza, alcuni detenuti possono scontare la loro pena in «prigioni aperte», dove la sorveglianza è ridotta ai minimi termini, oppure beneficiando di numerosi permessi. Cosa che, ovviamente, non garba più di tanto ai cittadini danesi. Di qui l’estremo rimedio: liberarsi di questi indesiderati ospiti inviandoli in Kosovo. L’accordo con il governo di Pristina è stato messo a punto già diversi mesi fa: Copenaghen ha affittato 300 celle nel carcere di Gjilan, che costeranno 15 milioni all’anno. Di più: una volta scontata la pena, i detenuti non faranno ritorno in Danimarca, ma sarà lo stesso governo kosovaro a espellerli dal territorio dell’Unione europea. Si tratta di una «decisione storica», come la definì nel dicembre del 2021 Nick Hækkerup, l’allora ministro della Giustizia danese. Che poi spiegò: «Uno dei vantaggi di tale misura è che i prigionieri non dovranno essere risocializzati per tornare nella società, perché non dovranno trovarsi in Danimarca in seguito. Pertanto, possiamo comodamente spostare l’intero gruppo in modo che servano in un altro posto». Con tanti saluti ai talebani dell’accoglienza. Ma non è finita qui. Il governo di Copenaghen non ha solo intenzione di liberarsi degli immigrati macchiatisi di gravi reati, ma sta definendo anche un progetto per bloccare totalmente l’afflusso di stranieri, regolari o clandestini che siano. Di qui il dialogo avviato già da tempo con la Repubblica del Ruanda. In pratica i richiedenti asilo verranno trasportati nel Paese terzo, dove resteranno per tutto il periodo in cui sarà vagliata la domanda. In caso di successo, il rifugiato sarà autorizzato a rimanere nel Paese terzo. In caso di rifiuto, verrà espulso anche da lì. Si tratta di un progetto molto simile a quello stilato da Boris Johnson, per cui BoJo fu crocifisso a reti unificate. L’ex primo ministro britannico, infatti, intendeva sborsare la bellezza di 120 milioni di sterline alla nazione africana per installarvi una sorta di centro di smistamento per i richiedenti asilo (i cosiddetti «hub offshore»). Tuttavia, a proporre il piano Ruanda era, appunto, il «cattivo» Boris, non certo la «buona» Frederiksen. Che anzi, in fatto di immigrazione, ha sempre usato il pugno di ferro, con decisioni che neanche Viktor Orbán ha osato prendere in considerazione. La leader socialdemocratica, infatti, ha sempre dichiarato di voler ridurre a zero anche il numero di permessi di soggiorno concessi. E non c’è solo il Ruanda nella mente del ministro di Stato danese: per installare altri centri di smistamento in terra africana, Copenaghen guarda anche a Etiopia, Egitto e Tunisia, con cui sono già stati avviati dialoghi e trattative. Non male per un governo socialdemocratico.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/migranti-sinistra-danese-ruanda-kosovo-2658602711.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tunisino-violenta-una-ragazza-a-roma-e-si-fa-un-selfie-accanto-alla-vittima" data-post-id="2658602711" data-published-at="1667613193" data-use-pagination="False"> Tunisino violenta una ragazza a Roma e si fa un selfie accanto alla vittima Ha servito ai magistrati su un piatto d’argento la prova di una brutale violenza sessuale scattandosi dei selfie con il suo cellulare. Il protagonista è un ventottenne tunisino senza fissa dimora, la vittima una ragazza ubriaca che gironzolava nei giardini di piazza Vittorio a Roma, quartiere Esquilino. Nelle fotografie, che si sono trasformate nella prova regina del procedimento giudiziario in cui il tunisino è indagato, lui è sorridente davanti alla telecamera anteriore dello smarphone, lei, invece, a terra, priva di sensi. Sono le 9 del mattino del 30 luglio scorso. E la vittima, dopo una serata di bisboccia, stava smaltendo una sbornia. I due si conoscevano e il tunisino l’avrebbe avvicinata. Quando ha capito che era vulnerabile avrebbe cominciato a molestarla, per poi violentarla. In pieno giorno e in pubblico. Senza mostrare tentennamenti. Né cercando un riparo. Come se il tutto fosse lecito e legittimo. Una signora che passava di lì con il suo cane, però, ha assistito alla scena e ha cominciato a chiedere aiuto. Immaginava che, da sola, non sarebbe riuscita a strappare la vittima da quella furia. La ragazza era a terra, sul prato, e non riusciva a reagire agli abusi. Era evidente che non era in sé. Giaceva distesa senza reagire. Sembrava quasi addormentata. La testimone, quindi, si è spostata sulla strada. Ed è riuscita a intercettare una pattuglia della polizia municipale del Gruppo Trevi. Ha raccontato tutto d’un fiato quello che aveva appena visto. «C’è uno straniero nei giardini di via Vittorio che sta violentando una ragazza. Lei è a terra e non reagisce, correte». E gli agenti, che si sono precipitati sul posto, hanno potuto verificare subito con i loro occhi che non si trattava del racconto di una mitomane. Lui era ancora lì, accanto alla ragazza ancora a terra. E si riprendeva cercando di fare in modo che nell’obiettivo della fotocamera finisse inquadrata anche la vittima. L’episodio a fine luglio era finito sulla cronaca di Roma come uno dei tanti casi di violenza sessuale che hanno fatto piombare in un incubo la Capitale la scorsa estate. Ma senza il particolare agghiacciante: quello delle foto scattate durante la violenza sessuale. La descrizione della scena, con il tunisino che ha tirato fuori lo smartphone per immortalare il tutto e che stava ancora armeggiando con lo strumento elettronico, è finita nelle relazioni di servizio degli agenti della municipale ed è diventata la pistola fumante dell’inchiesta. Dall’analisi del telefono, poi, sono saltate fuori le foto, che sarebbero quindi state sequestrate. Il tunisino finisce in manette. La ragazza, che, si è scoperto, viveva di espedienti (e non si sa se abbia sporto denuncia né se abbia intenzione di costituirsi parte civile in un eventuale futuro processo), viene soccorsa e portata al pronto soccorso dell’ospedale San Giovanni, dove, dopo le cure, è stata sottoposta alla visita ginecologica. Che ha accertato la violenza. Ma durante le analisi è stato accertato anche che aveva abusato di sostanze alcoliche. E, forse, ha ricostruito ieri Repubblica sulla cronaca locale, anche di qualcos’altro. E quindi non era in grado di intendere e di volere. «Una condizione», riporta il quotidiano, «che l’ha resa vulnerabile». Per il codice penale questa è anche un’aggravante, visto che il tunisino avrebbe approfittato della situazione di inferiorità della vittima, condita dall’ulteriore agghiacciante sfregio: i selfie per portare con sé il trofeo di quella mattinata da film horror.
Getty Images
Dopo la mancata qualificazione ai Mondiali, la Nazionale sperimentale di Silvio Baldini riparte da una vittoria. A Lussemburgo decide un colpo di testa di Pio Esposito. In campo tanti esordienti e qualche segnale incoraggiante per il futuro.
Rialzarsi dopo una caduta non è mai semplice. Specialmente se la ferita è ancora aperta e continua a bruciare. Dopo la terza mancata qualificazione ai Mondiali, l’Italia riparte dal Lussemburgo e lo fa vincendo 1-0 con un gol di Pio Esposito e con una ventata d’aria fresca portata da un gruppo composto quasi esclusivamente da debuttanti. Il ct Silvio Baldini ha scelto di dare fiducia ai «suoi» ragazzi dell’Under 21, puntando su un undici titolare in cui a parte il capitano Donnarumma, Pio Esposito e Pisilli, tutti gli altri erano all’esordio con la maglia della Nazionale maggiore. Una scelta che qualcuno ha definito simbolica e di impatto, ma che lo stesso ct rivendica come necessaria per riportare purezza in un ambiente che negli ultimi anni ha vissuto di forti pressioni.
L'impatto con la partita è stato quello che ci si poteva aspettare da una squadra costruita in pochi giorni e composta quasi interamente da esordienti. L'Italia ha tenuto il pallone fin dalle prime battute, cercando di prendere il controllo del gioco senza però riuscire a trovare subito ritmo e precisione negli ultimi metri. I segnali più incoraggianti sono arrivati dalla corsia sinistra, dove Koleosho si è rivelato il più vivace degli attaccanti azzurri, e da Lipani, ordinato nella gestione del possesso e spesso al centro della manovra. Le occasioni del primo tempo sono nate soprattutto attorno a Pio Esposito. L'attaccante dell'Inter ha prima sfiorato un gol di tacco su assist di Lipani e poi ha provato a sorprendere Moris con una spettacolare rovesciata, senza fortuna. L'Italia ha continuato a spingere, creando anche una buona opportunità con Pisilli e un'altra nel finale ancora con Koleosho, ma senza riuscire a sbloccare il risultato. Dall'altra parte il Lussemburgo si è visto soltanto a sprazzi, senza però impensierire seriamente Donnarumma. La partita si è decisa a inizio ripresa. Al 49' Pisilli ha disegnato dalla bandierina un pallone perfetto sul primo palo e Pio Esposito lo ha trasformato nell'1-0 con un colpo di testa preciso e potente. Un gol meritato per l'attaccante, tra i più propositivi per tutta la serata, e una liberazione per un'Italia che fino a quel momento aveva raccolto meno di quanto prodotto. Pochi minuti dopo gli azzurri hanno avuto l'occasione per chiudere definitivamente il discorso. Pisilli si è trovato davanti alla porta dopo una bella azione corale, ma il suo destro è terminato sul palo. Nel finale Baldini ha continuato a distribuire debutti e minuti ai giovani della sua rosa. Sono entrati Fortini, Fini, Camarda, Dagasso, Mane, Ahanor e Samuele Inacio.
Il risultato finale conta relativamente, anche perché il valore dell'avversario impone prudenza nei giudizi. Tuttavia, dopo settimane segnate da polemiche, processi e delusione per il fallimento della qualificazione mondiale, l'Italia aveva soprattutto bisogno di ripartire, in vista delle elezioni federali del 22 giugno dalle quali dipenderà poi anche il futuro della panchina azzurra e lo ha fatto con una vittoria, con un gruppo di ragazzi che ha mostrato entusiasmo e disponibilità al sacrificio e con qualche indicazione interessante su cui costruire il futuro. Elementi di questi tempi nemmeno così scontati.
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Keir Starmer (Ansa)
Un rapporto del Parlamento britannico avverte che il Regno Unito entra in un'epoca di «radicale incertezza». Nel mirino Russia, Cina, guerre ibride e terrorismo. Cresce anche il timore di un futuro ridimensionamento del sostegno americano alla Nato.
Il Regno Unito si sta preparando a un cambiamento profondo del contesto internazionale. È questa la conclusione principale contenuta nel rapporto della Commissione mista per la Strategia di Sicurezza Nazionale del Parlamento britannico, che analizza la National Security Strategy 2025 e avverte che il Paese si trova di fronte a un'epoca caratterizzata da «radicale incertezza». Secondo il documento, i tradizionali presupposti che hanno garantito la sicurezza britannica negli ultimi decenni sono ormai in discussione. La crescente competizione tra grandi potenze, l'aumento delle guerre ibride, l'impiego di tecnologie emergenti come l'intelligenza artificiale e il progressivo deterioramento delle relazioni internazionali stanno creando un ambiente strategico molto più pericoloso rispetto al passato. La commissione parlamentare riconosce che il governo ha individuato correttamente le minacce principali, ma sottolinea l'esistenza di un divario significativo tra le ambizioni dichiarate e i meccanismi concreti necessari per realizzarle. In particolare, i parlamentari lamentano l'assenza di un piano dettagliato per sviluppare le cosiddette «capacità sovrane» e denunciano una scarsa chiarezza sulle responsabilità dei diversi ministeri chiamati ad attuare la strategia.
La National Security Strategy si fonda su tre pilastri
Il primo riguarda la sicurezza interna, il secondo il rafforzamento della posizione internazionale del Regno Unito e il terzo lo sviluppo di capacità industriali, tecnologiche e militari autonome. L'obiettivo dichiarato è ridurre le vulnerabilità britanniche in un contesto globale sempre più instabile e competitivo. Tra le minacce individuate emerge con forza la Russia. Mosca viene descritta come la principale fonte di rischio per la sicurezza britannica, non solo per la guerra in Ucraina ma anche per le attività di sabotaggio, interferenza e aggressione ibrida che stanno colpendo numerosi Paesi europei. Il rapporto invita il governo a mantenere alta la pressione sulla Federazione Russa e a continuare a imporre costi economici e politici crescenti finché proseguiranno le operazioni militari contro Kiev e le attività ostili nei confronti dell'Occidente. Grande attenzione viene dedicata anche alla Cina. Pur riconoscendo l'importanza dei rapporti economici con Pechino, la commissione afferma che il governo dovrebbe essere molto più trasparente nel valutare i rischi per la sicurezza nazionale derivanti dalle relazioni con il gigante asiatico. I parlamentari arrivano a chiedere che ogni nuovo accordo economico con la Cina sia accompagnato da una valutazione pubblica dell'impatto sulla sicurezza nazionale britannica. Un altro elemento di preoccupazione riguarda la crescente dipendenza da fornitori esteri per materie prime strategiche, tecnologie avanzate e componenti essenziali per la difesa. Secondo il rapporto, Londra dovrà ridurre progressivamente la propria esposizione sia nei confronti della Cina per quanto riguarda i minerali critici sia nei confronti degli Stati Uniti per alcuni aspetti della sicurezza e della condivisione delle informazioni di intelligence.
Il terrorismo resta una minaccia
Accanto alle minacce rappresentate dagli Stati ostili, il documento dedica attenzione anche al terrorismo, che continua a essere considerato un rischio concreto per la sicurezza nazionale britannica. Tuttavia, rispetto al passato, il fenomeno viene interpretato in modo diverso. Non sono più soltanto le organizzazioni strutturate come Al-Qaeda o lo Stato Islamico a preoccupare Londra, ma soprattutto gli individui radicalizzati online, spesso privi di collegamenti diretti con gruppi terroristici ma capaci di passare rapidamente all'azione. La strategia mette in guardia contro soggetti «ossessionati dalla violenza», influenzati da contenuti estremisti diffusi attraverso social network, piattaforme criptate e forum digitali. Secondo la commissione, il terrorismo moderno non può più essere analizzato separatamente dalle altre minacce. Criminalità organizzata, cybercrime, propaganda online e interferenze ostili da parte di Stati stranieri tendono sempre più a sovrapporsi. L'intelligenza artificiale e le tecnologie emergenti potrebbero inoltre amplificare le capacità di reclutamento, radicalizzazione e diffusione della propaganda estremista, rendendo più complesso il lavoro delle agenzie di sicurezza.
Per questo motivo il rapporto sostiene che la risposta al terrorismo non debba limitarsi all'azione delle forze dell'ordine e dei servizi di intelligence. La prevenzione deve coinvolgere l'intera società, dalle scuole alle università, dagli enti locali alle aziende che gestiscono infrastrutture strategiche. Il concetto di resilienza nazionale diventa così centrale nella nuova visione britannica della sicurezza. Un altro timore riguarda la possibilità che gruppi terroristici o estremisti prendano di mira le infrastrutture nazionali critiche. Sistemi energetici, reti digitali, trasporti, ospedali e cavi sottomarini vengono considerati obiettivi vulnerabili che potrebbero essere colpiti sia con attacchi fisici sia attraverso operazioni informatiche. La crescente digitalizzazione della società rende infatti possibile una combinazione di attacchi tradizionali e cyberattacchi con effetti potenzialmente devastanti.
I timori per l’indebolimento della Nato
La commissione invita inoltre il governo a prepararsi a uno scenario fino a pochi anni fa considerato impensabile: una crisi internazionale nella quale l'Europa non possa più contare pienamente sul sostegno militare statunitense. Per questo motivo viene chiesto di rafforzare la leadership europea all'interno della NATO e di sviluppare nuove forme di cooperazione strategica con gli alleati del continente. Sul fronte interno, una delle priorità è rappresentata dalla protezione delle infrastrutture nazionali critiche. Oleodotti, reti energetiche, sistemi di comunicazione, trasporti, infrastrutture digitali e cavi sottomarini sono considerati bersagli privilegiati delle moderne operazioni ibride. I parlamentari chiedono quindi maggiori investimenti nella resilienza e nella sicurezza informatica, oltre a una migliore preparazione della popolazione civile in caso di crisi. Particolarmente interessante è il riferimento alla necessità di sviluppare un approccio che coinvolga «l'intera società». Secondo la commissione, la sicurezza nazionale non può più essere considerata esclusivamente una questione militare o governativa. Aziende private, amministrazioni locali, infrastrutture strategiche e cittadini dovranno essere maggiormente coinvolti nella preparazione alle emergenze e nella costruzione della resilienza nazionale.Il rapporto dedica inoltre ampio spazio al tema del soft power. I parlamentari esprimono preoccupazione per la riduzione degli stanziamenti destinati agli aiuti internazionali e avvertono che il ridimensionamento degli strumenti di influenza britannica potrebbe creare un vuoto destinato a essere colmato da Russia e Cina, soprattutto in Africa e nel cosiddetto Sud globale. Organizzazioni come il BBC World Service e il British Council vengono considerate asset strategici per la sicurezza nazionale al pari di molte capacità militari tradizionali. Tra le novità più rilevanti figura l'impegno assunto dal governo britannico nell'ambito degli accordi NATO a destinare entro il 2035 il 5% del PIL complessivo alla difesa e alla sicurezza. Di questa cifra, l'1,5% dovrebbe essere destinato specificamente alla sicurezza e alla resilienza nazionale. Tuttavia, la commissione osserva che non è ancora chiaro quali progetti e quali capacità verranno concretamente finanziati attraverso questo nuovo obiettivo di spesa. Nel complesso, il documento parlamentare fotografa un Regno Unito che percepisce il proprio ambiente strategico come sempre più ostile e imprevedibile. Russia, Cina, terrorismo, guerre ibride, cybersicurezza, protezione delle infrastrutture critiche e riduzione delle dipendenze strategiche rappresentano le priorità di una strategia che punta a preparare il Paese a un mondo nel quale la sicurezza non può più essere data per scontata. La sfida, secondo la commissione, sarà trasformare queste ambizioni in politiche concrete, dotate di risorse adeguate, responsabilità chiare e una visione di lungo periodo capace di affrontare le minacce del prossimo decennio.
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