True
2026-03-21
Ets e dl Bollette, Von der Leyen apre a Meloni
Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni (Ansa)
Come previsto già dalle prime ore del Consiglio Ue, alla fine l’abolizione degli Ets, ossia il sistema di scambio delle quote di emissione, non è stata neanche discussa. A giugno si parlerà di una sua rimodulazione, ma l’impressione generale è che qualcuno abbia fatto il doppio gioco. L’Italia fin dall’inizio ha chiesto l’abolizione di questi strumenti, convinta che fosse la soluzione migliore per sollevare l’enorme pressione che grava oggi sulle imprese. Eppure, la maggior parte dei Paesi ha ragionato di rivedere gli Ets, non di abolirli, ma con calma, prima dell’estate.
Lo sforzo dell’Italia è stato notevole e qualcosa si è riuscito a ottenere. «Abbiamo portato a casa il risultato che era per noi irrinunciabile e sono soddisfatta di questo lungo Consiglio europeo», ha detto il premier Giorgia Meloni a Bruxelles nella notte tra giovedì e sabato. Scartata l’abolizione degli Ets, si puntava alla revisione. «Siamo riusciti a ottenere la possibilità per gli Stati membri di negoziare con la Commissione per affrontare le distorsioni che alcune regole europee producono», ha aggiunto ieri intervenendo in Rai. «Una di queste, e chiaramente è il nostro obiettivo, è l'Ets, una tassa sulle forme più inquinanti di energia che finisce per determinare un aumento del costo anche per quelle meno inquinanti». «Con il decreto bollette», ha continuato, «puntiamo alla sospensione di questo meccanismo perverso, ma serve un via libera della Commissione europea. E quello che c'è scritto nelle conclusioni del Consiglio ci dà la possibilità di ottenere quel via libera». Per la revisione sistemica, invece, Meloni guarda al prossimo vertice, previsto il 18 e 19 giugno.
«Le conclusioni del Consiglio europeo vanno nella direzione indicata dal governo italiano, grazie un’intensa azione diplomatica del presidente Meloni fatta di pragmatismo e buon senso», ha spiegato l’europarlamentare di Fratelli d’Italia Nicola Procaccini, co-presidente del gruppo dei Conservatori. Per il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, «l’Europa si muove sulla strada indicata dall’Italia». Ha parlato di «una svolta storica» in merito «al riconoscimento che la prossima revisione dell’Ets affronterà, da subito, proprio le questioni rilevanti per il nostro Paese, come l’estensione delle quote gratuite per le industrie energivore e la volatilità del prezzo degli Ets, condizionata anche dalla speculazione finanziaria. Altrettanto significativo è che la Commissione lavorerà già da lunedì con il nostro governo proprio su quanto previsto dal decreto Bollette per affrontare le specificità italiane». Tradotto: il governo incassa una prima apertura al decreto Bollette, non ancora notificato a Bruxelles.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, che inizialmente sembrava aperturista sull’abolizione dello strumento finanziario, ha poi virato per una sua modulazione. Anche lui si è mostrato soddisfatto della sua possibile revisione, e esaltandone però la funzione. «Il sistema di scambio delle emissioni (Ets) è un grande successo. Esiste ormai da più di 20 anni, è un sistema basato sul mercato, aperto a diverse tecnologie», ha detto, aggiungendo che l’Unione europea intende apportare «alcuni aggiustamenti» volti «a migliorare e preservare l’Ets, e non di un cambiamento fondamentale che incide sul cuore del sistema». Infine precisa: «Le misure destinate a beneficiare i singoli Stati membri particolarmente colpiti dagli alti prezzi dell’energia sono fatte su misura, mirate e di natura temporanea: riteniamo che questo sia l’approccio giusto».
Merz alla fine diventa così un alleato in più contro il muro «green» di Paesi nordici, Spagna e Portogallo, rafforzato dall’affondo di Pedro Sánchez contro chi «usa la crisi in Medio Oriente per indebolire la politica climatica» e dalla linea del neo premier olandese Rob Jetten, che non è disposta a retromarce.
L’Italia, insieme ai leader di Visegrád, Austria, Croazia, Grecia, Romania e Bulgaria, ha chiesto anche interventi europei incisivi per raffreddare i prezzi e una proroga delle quote gratuite per le industrie energivore. Un’esortazione affiancata dal presidio della linea intransigente rappresentato da Confindustria che, per bocca del presidente Emanuele Orsini, a Bruxelles ha lanciato un «grido d’allarme», chiedendo il congelamento dell’Ets e riportando al centro il tema del debito comune, per evitare che il ricorso ai soli aiuti di Stato finisca per penalizzare ulteriormente l’Italia, frenata dal deficit di bilancio da tenere sotto sorveglianza.
Nell’immediato, è pronto il via libera a una massiccia flessibilità sugli aiuti di Stato per l’industria, già ampiamente utilizzati durante la pandemia e la crisi energetica seguita alla guerra in Ucraina. Ai Paesi membri è stato raccomandato di effettuare «interventi mirati» di stampo nazionale su tasse, reti e sostegno alle industrie energivore. Nel medio periodo, la strada resta quella spiegata dal presidente del Consiglio europeo Antonio Costa: più indipendenza energetica e puntare ancora su rinnovabili e, per fortuna, anche sul nucleare.
In Italia le conclusioni del Consiglio Ue vengono interpretate dalle opposizioni come una sconfitta: «A questo punto il decreto Bollette non è più sostenibile nella sua impostazione attuale», controbatte Sergio Costa del Movimento 5 stelle. Perché «nasce dall’idea di sterilizzare l’Ets, un’opzione che l’Europa ha respinto».
Orbán blocca ancora gli aiuti a Kiev: «Prima garanzie sul greggio russo»
Le tensioni tra l’Unione europea e l’Ungheria hanno raggiunto l’apice dopo che il premier ungherese Viktor Orbán non ha concesso il via libera al prestito di 90 miliardi di euro all’Ucraina.
Durante il Consiglio europeo, infatti, non è arrivata la fumata bianca. A pesare sul veto di Budapest è l’interruzione della fornitura di petrolio che proviene dall’oleodotto di Druzhba attraverso l’Ucraina. L’impianto, dopo essere stato preso di mira dai raid russi, è fuori uso da due mesi perché, a detta dell’Ungheria, Kiev non ha ancora voluto rimetterlo in moto per ragioni politiche. Dunque, nonostante la promessa recente del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, di riparare l’oleodotto in sei settimane, Orbán è stato inflessibile: «Quello che ho fatto oggi (giovedì, ndr) è stato spezzare il blocco petrolifero imposto da Zelensky. Ho difeso gli interessi del Paese». Peraltro, il premier ungherese ha sottolineato: «Non si tratta solo di far arrivare il petrolio da noi, dobbiamo anche ottenere garanzie dall’Ucraina che questo non accadrà di nuovo».
Ma il dossier relativo a Kiev si intreccia con quello mediorientale sulla questione energetica. E quindi, dopo il rifiuto poco lungimirante di Bruxelles ad aprire al gas e al petrolio di Mosca, Orbán è apparso ancora più intransigente. A tal proposito, ha commentato: «Il comportamento e la strategia degli europei in questo caso sono semplicemente folli» visto che i Paesi dell’Ue hanno bisogno del greggio russo per «sopravvivere».
Che la tensione si tagliasse col coltello, durante il Consiglio, è evidente dalle parole del primo ministro olandese, Rob Jetten: l’atmosfera è stata «gelida». A svelare il dietro le quinte è stato Politico: all’invettiva contro Orbán capeggiata dal presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, sarebbe corrisposta una maggiore comprensione sulle vedute ungheresi da parte di alcuni premier, tra cui Giorgia Meloni e il belga Bart De Wever. Meloni ha però smentito questa versione: «Ho letto delle ricostruzioni bizzarre su quello che avrei detto. Ho sempre detto che la questione è risolvibile e per farlo serve flessibilità».
Di certo, la reazione dei leader europei è stata veemente. Costa ha dichiarato che «nessuno può ricattare le istituzioni europee». Il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha puntato il dito contro Orbán per «non aver rispettato la parola data». Il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, ha affermato che il veto, arrivato dopo il consenso formale a dicembre, «costituisce una grave violazione della lealtà tra gli Stati membri». Per il presidente francese, Emmanuel Macron, l’accordo sul prestito «deve essere attuato senza indugio».
La questione sarà di nuovo al centro del dibattito tra almeno un mese, con i leader del Vecchio continente che auspicano l’assenza di Orbán visto che le elezioni in territorio ungherese sono alle porte. «Sperano che il 12 aprile ci sarà un cambio in Ungheria e che si formerà un governo filo-Bruxelles e filo-ucraino», ha detto in merito il primo ministro ungherese. Che ha pure rincarato la dose: «Abbiamo molte carte in mano. Il 40% dell’approvvigionamento elettrico dell’Ucraina passa attraverso l’Ungheria» e, se l’Ue «vuole dare soldi all’Ucraina nel prossimo bilancio settennale, noi non lo approveremo».
A sostenere la rielezione di Orbán sono i leader oltreoceano. A inizio aprile, il vicepresidente degli Stati Uniti, JD Vance, dovrebbe arrivare in Ungheria per ribadire il suo appoggio. Il viaggio arriva a distanza di un mese da quello del segretario di Stato americano, Marco Rubio. A unire i due Paesi è peraltro la comune visione sulla riapertura al gas russo per far fronte alla crisi energetica. Nel frattempo, oggi Budapest accoglierà il presidente dell’Argentina, Javier Milei, che si incontrerà con il leader ungherese.
Continua a leggereRiduci
Ursula: «Collaboriamo con Roma. Ogni Stato necessita di misure ad hoc». Disponibilità della presidente tedesca anche a revisione dei crediti per le emissioni. Giorgia: «Meccanismo perverso. Confido nel via libera dell’Ue». Foti e Urso: «Ascoltato il governo».Orbán blocca gli aiuti a Kiev, ira dei leader. Merz: «Sleale». Vance a Budapest a inizio aprile, a ridosso delle elezioni.Lo speciale contiene due articoli.Come previsto già dalle prime ore del Consiglio Ue, alla fine l’abolizione degli Ets, ossia il sistema di scambio delle quote di emissione, non è stata neanche discussa. A giugno si parlerà di una sua rimodulazione, ma l’impressione generale è che qualcuno abbia fatto il doppio gioco. L’Italia fin dall’inizio ha chiesto l’abolizione di questi strumenti, convinta che fosse la soluzione migliore per sollevare l’enorme pressione che grava oggi sulle imprese. Eppure, la maggior parte dei Paesi ha ragionato di rivedere gli Ets, non di abolirli, ma con calma, prima dell’estate. Lo sforzo dell’Italia è stato notevole e qualcosa si è riuscito a ottenere. «Abbiamo portato a casa il risultato che era per noi irrinunciabile e sono soddisfatta di questo lungo Consiglio europeo», ha detto il premier Giorgia Meloni a Bruxelles nella notte tra giovedì e sabato. Scartata l’abolizione degli Ets, si puntava alla revisione. «Siamo riusciti a ottenere la possibilità per gli Stati membri di negoziare con la Commissione per affrontare le distorsioni che alcune regole europee producono», ha aggiunto ieri intervenendo in Rai. «Una di queste, e chiaramente è il nostro obiettivo, è l'Ets, una tassa sulle forme più inquinanti di energia che finisce per determinare un aumento del costo anche per quelle meno inquinanti». «Con il decreto bollette», ha continuato, «puntiamo alla sospensione di questo meccanismo perverso, ma serve un via libera della Commissione europea. E quello che c'è scritto nelle conclusioni del Consiglio ci dà la possibilità di ottenere quel via libera». Per la revisione sistemica, invece, Meloni guarda al prossimo vertice, previsto il 18 e 19 giugno. «Le conclusioni del Consiglio europeo vanno nella direzione indicata dal governo italiano, grazie un’intensa azione diplomatica del presidente Meloni fatta di pragmatismo e buon senso», ha spiegato l’europarlamentare di Fratelli d’Italia Nicola Procaccini, co-presidente del gruppo dei Conservatori. Per il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, «l’Europa si muove sulla strada indicata dall’Italia». Ha parlato di «una svolta storica» in merito «al riconoscimento che la prossima revisione dell’Ets affronterà, da subito, proprio le questioni rilevanti per il nostro Paese, come l’estensione delle quote gratuite per le industrie energivore e la volatilità del prezzo degli Ets, condizionata anche dalla speculazione finanziaria. Altrettanto significativo è che la Commissione lavorerà già da lunedì con il nostro governo proprio su quanto previsto dal decreto Bollette per affrontare le specificità italiane». Tradotto: il governo incassa una prima apertura al decreto Bollette, non ancora notificato a Bruxelles.Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, che inizialmente sembrava aperturista sull’abolizione dello strumento finanziario, ha poi virato per una sua modulazione. Anche lui si è mostrato soddisfatto della sua possibile revisione, e esaltandone però la funzione. «Il sistema di scambio delle emissioni (Ets) è un grande successo. Esiste ormai da più di 20 anni, è un sistema basato sul mercato, aperto a diverse tecnologie», ha detto, aggiungendo che l’Unione europea intende apportare «alcuni aggiustamenti» volti «a migliorare e preservare l’Ets, e non di un cambiamento fondamentale che incide sul cuore del sistema». Infine precisa: «Le misure destinate a beneficiare i singoli Stati membri particolarmente colpiti dagli alti prezzi dell’energia sono fatte su misura, mirate e di natura temporanea: riteniamo che questo sia l’approccio giusto». Merz alla fine diventa così un alleato in più contro il muro «green» di Paesi nordici, Spagna e Portogallo, rafforzato dall’affondo di Pedro Sánchez contro chi «usa la crisi in Medio Oriente per indebolire la politica climatica» e dalla linea del neo premier olandese Rob Jetten, che non è disposta a retromarce.L’Italia, insieme ai leader di Visegrád, Austria, Croazia, Grecia, Romania e Bulgaria, ha chiesto anche interventi europei incisivi per raffreddare i prezzi e una proroga delle quote gratuite per le industrie energivore. Un’esortazione affiancata dal presidio della linea intransigente rappresentato da Confindustria che, per bocca del presidente Emanuele Orsini, a Bruxelles ha lanciato un «grido d’allarme», chiedendo il congelamento dell’Ets e riportando al centro il tema del debito comune, per evitare che il ricorso ai soli aiuti di Stato finisca per penalizzare ulteriormente l’Italia, frenata dal deficit di bilancio da tenere sotto sorveglianza.Nell’immediato, è pronto il via libera a una massiccia flessibilità sugli aiuti di Stato per l’industria, già ampiamente utilizzati durante la pandemia e la crisi energetica seguita alla guerra in Ucraina. Ai Paesi membri è stato raccomandato di effettuare «interventi mirati» di stampo nazionale su tasse, reti e sostegno alle industrie energivore. Nel medio periodo, la strada resta quella spiegata dal presidente del Consiglio europeo Antonio Costa: più indipendenza energetica e puntare ancora su rinnovabili e, per fortuna, anche sul nucleare.In Italia le conclusioni del Consiglio Ue vengono interpretate dalle opposizioni come una sconfitta: «A questo punto il decreto Bollette non è più sostenibile nella sua impostazione attuale», controbatte Sergio Costa del Movimento 5 stelle. Perché «nasce dall’idea di sterilizzare l’Ets, un’opzione che l’Europa ha respinto».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/meloni-von-der-leyen-ets-2676468950.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="orban-blocca-ancora-gli-aiuti-a-kiev-prima-garanzie-sul-greggio-russo" data-post-id="2676468950" data-published-at="1774040243" data-use-pagination="False"> Orbán blocca ancora gli aiuti a Kiev: «Prima garanzie sul greggio russo» Le tensioni tra l’Unione europea e l’Ungheria hanno raggiunto l’apice dopo che il premier ungherese Viktor Orbán non ha concesso il via libera al prestito di 90 miliardi di euro all’Ucraina.Durante il Consiglio europeo, infatti, non è arrivata la fumata bianca. A pesare sul veto di Budapest è l’interruzione della fornitura di petrolio che proviene dall’oleodotto di Druzhba attraverso l’Ucraina. L’impianto, dopo essere stato preso di mira dai raid russi, è fuori uso da due mesi perché, a detta dell’Ungheria, Kiev non ha ancora voluto rimetterlo in moto per ragioni politiche. Dunque, nonostante la promessa recente del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, di riparare l’oleodotto in sei settimane, Orbán è stato inflessibile: «Quello che ho fatto oggi (giovedì, ndr) è stato spezzare il blocco petrolifero imposto da Zelensky. Ho difeso gli interessi del Paese». Peraltro, il premier ungherese ha sottolineato: «Non si tratta solo di far arrivare il petrolio da noi, dobbiamo anche ottenere garanzie dall’Ucraina che questo non accadrà di nuovo».Ma il dossier relativo a Kiev si intreccia con quello mediorientale sulla questione energetica. E quindi, dopo il rifiuto poco lungimirante di Bruxelles ad aprire al gas e al petrolio di Mosca, Orbán è apparso ancora più intransigente. A tal proposito, ha commentato: «Il comportamento e la strategia degli europei in questo caso sono semplicemente folli» visto che i Paesi dell’Ue hanno bisogno del greggio russo per «sopravvivere».Che la tensione si tagliasse col coltello, durante il Consiglio, è evidente dalle parole del primo ministro olandese, Rob Jetten: l’atmosfera è stata «gelida». A svelare il dietro le quinte è stato Politico: all’invettiva contro Orbán capeggiata dal presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, sarebbe corrisposta una maggiore comprensione sulle vedute ungheresi da parte di alcuni premier, tra cui Giorgia Meloni e il belga Bart De Wever. Meloni ha però smentito questa versione: «Ho letto delle ricostruzioni bizzarre su quello che avrei detto. Ho sempre detto che la questione è risolvibile e per farlo serve flessibilità».Di certo, la reazione dei leader europei è stata veemente. Costa ha dichiarato che «nessuno può ricattare le istituzioni europee». Il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha puntato il dito contro Orbán per «non aver rispettato la parola data». Il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, ha affermato che il veto, arrivato dopo il consenso formale a dicembre, «costituisce una grave violazione della lealtà tra gli Stati membri». Per il presidente francese, Emmanuel Macron, l’accordo sul prestito «deve essere attuato senza indugio».La questione sarà di nuovo al centro del dibattito tra almeno un mese, con i leader del Vecchio continente che auspicano l’assenza di Orbán visto che le elezioni in territorio ungherese sono alle porte. «Sperano che il 12 aprile ci sarà un cambio in Ungheria e che si formerà un governo filo-Bruxelles e filo-ucraino», ha detto in merito il primo ministro ungherese. Che ha pure rincarato la dose: «Abbiamo molte carte in mano. Il 40% dell’approvvigionamento elettrico dell’Ucraina passa attraverso l’Ungheria» e, se l’Ue «vuole dare soldi all’Ucraina nel prossimo bilancio settennale, noi non lo approveremo».A sostenere la rielezione di Orbán sono i leader oltreoceano. A inizio aprile, il vicepresidente degli Stati Uniti, JD Vance, dovrebbe arrivare in Ungheria per ribadire il suo appoggio. Il viaggio arriva a distanza di un mese da quello del segretario di Stato americano, Marco Rubio. A unire i due Paesi è peraltro la comune visione sulla riapertura al gas russo per far fronte alla crisi energetica. Nel frattempo, oggi Budapest accoglierà il presidente dell’Argentina, Javier Milei, che si incontrerà con il leader ungherese.
La società IT presenta a Milano una nuova piattaforma gestionale dedicata alle piccole e medie imprese italiane. Automazione, integrazione con l’ecosistema Microsoft e modello «pay per use» al centro del progetto, con focus su produttività e digitalizzazione dei processi aziendali.
Le piccole e medie imprese italiane restano il cuore dell’economia del Paese, ma spesso affrontano la trasformazione digitale con strumenti limitati, costi elevati e processi ancora troppo manuali. È su questo terreno che Cegeka prova a inserirsi con SPACEplus, nuova piattaforma ERP presentata a Milano nella sede di Comin & Partners.
L’obiettivo dichiarato dall’azienda è rendere accessibili anche alle Pmi strumenti normalmente riservati a realtà più strutturate: gestione automatizzata dei processi aziendali, integrazione dell’intelligenza artificiale e un modello di utilizzo «pay per use», che consente alle imprese di attivare solo i moduli realmente necessari.
SPACEplus nasce dall’evoluzione delle precedenti piattaforme sviluppate da Cegeka negli ultimi decenni. Il progetto mantiene alcuni elementi storici della famiglia SPACE - modularità, personalizzazione e semplicità di utilizzo - ma introduce una nuova architettura tecnologica pensata per aumentare prestazioni e scalabilità. La piattaforma è stata sviluppata con un’attenzione particolare alle esigenze delle Pmi italiane, soprattutto nei settori manifatturiero, metallurgico, cosmetico, dell’occhialeria, dell’Oil & Gas, della plastica e dei servizi. Il sistema punta ad accompagnare le aziende nella gestione quotidiana di attività amministrative, produzione, gestione ordini e monitoraggio operativo.
Uno degli aspetti centrali del progetto riguarda l’integrazione dell’intelligenza artificiale all’interno dei processi aziendali. SPACEplus utilizza sistemi di automazione per attività come analisi documentale, inserimento dati, precompilazione e gestione ordini, fino alle analisi avanzate a supporto delle decisioni aziendali. La piattaforma dialoga inoltre con l’ecosistema Microsoft e Office 365, integrando strumenti come Teams, Excel, Outlook e Power BI per trasformare dati e documenti in dashboard e flussi automatizzati.
Secondo Cegeka, i benefici osservati riguardano soprattutto la riduzione dei tempi operativi, una maggiore accuratezza nella gestione dei dati e una diminuzione delle attività manuali ripetitive. «Il mercato degli ERP per le Pmi italiane aveva bisogno di essere ripensato», ha spiegato Lorenzo Greco, amministratore delegato di Cegeka Italia. «SPACEplus mette la sovranità digitale e la velocità decisionale al centro, trasformando uno strumento gestionale in un vero vantaggio competitivo». L’azienda ha inoltre delineato una roadmap di sviluppo che guarda al 2030, con l’obiettivo di evolvere progressivamente la piattaforma verso un’architettura cross-platform basata su .NET10 e di aggiornare in modo continuo le funzionalità legate all’intelligenza artificiale.
Fondata nel 1992 in Belgio da André Knaepen, Cegeka opera oggi in 17 Paesi con oltre 9.000 dipendenti e un fatturato consolidato che nel 2025 ha superato 1,28 miliardi di euro. In Italia il gruppo conta circa 500 professionisti e concentra la propria attività su cloud, cybersecurity, data management, AI e business applications.
Continua a leggereRiduci
Edifici residenziali fatiscenti e danneggiati costeggiano le strade dell'Avana, a testimonianza di anni di degrado e mancanza di manutenzione, in un contesto di persistente difficoltà economica (Getty Images)
Washington colpisce Gaesa, il colosso statale che controlla oltre il 40% dell’economia cubana, imponendo lo stop ai rapporti con L’Avana entro il 5 giugno. Diaz-Canel denuncia un attacco «genocida», mentre l’isola sprofonda fra blackout e crisi del turismo.
Nello scontro fra Cuba e Donald Trump si è aperto un nuovo capitolo e l’amministrazione statunitense ha imposto l’ennesimo pacchetto di sanzioni all’isola caraibica. Washington questa volta ha colpito le imprese straniere che lavorano con L'Avana e che entro il 5 giugno dovranno chiudere ogni tipo di transazione con il consorzio Gaesa, Grupo de admnistración empresarial sociedad anónima, l’ente statale cubano che gestisce oltre il 40% dell’economia dell’isola e ha un patrimonio stimato superiore ai 18 miliardi di dollari.
Gaesa è nato a metà degli anni Novanta, dopo il crollo del blocco sovietico, ed è stato fondamentale per mantenere in piedi la sempre traballante economia cubana. Le nuove sanzioni colpiscono anche gli istituti finanziari e bancari e rischiano di essere il colpo di grazia per il regime del presidente e segretario del partito comunista Miguel Diaz-Canel. Se la scadenza del 5 giugno non verrà rispettata tutti i soggetti saranno sottoposti a quelle che tecnicamente si chiamano sanzioni secondarie, che bloccherebbero i loro rapporti con gli Stati Uniti. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha voluto inserire Gaesa in questa nuova black list, insieme a Mona Nickel, un’azienda con un’importante partecipazione canadese nell’esportazione del nichel e cobalto, attraverso la Sherrit, che ha subito sospeso tutte le attività a L’Avana.
Il Canada è una delle nazioni con più interessi a Cuba, insieme a Messico e Spagna. Madrid per il momento si è rifiutata di chiudere il canale cubano, ma le pressioni statunitensi stanno crescendo, perché sostengono che queste imprese facciano profitti con asset che il regime comunista ha espropriato a persone ed imprese statunitensi. Il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez Parrilla su X ha attaccato Washington accusando Donald Trump di voler punire la popolazione lasciandola senza cibo né medicinali. Il responsabile degli Esteri è arrivato a definire queste nuove sanzioni nate con un intento genocida contro la nazione cubana e che questo rende più difficili le relazioni fra i due stati. «Questo atto statunitense è contro i principi dell’umanità», ha continuato Parrilla Rodriguez, e le dichiarazioni di Marco Rubio sono ciniche, ipocrite e deliranti. «Queste azioni della Casa Bianca vogliono causare il massimo danno possibile alla popolazione e alle famiglie cubane, senza alcuna giustificazione, se non quella di occupare la nostra nazione». Al ministro degli Esteri ha fatto eco Jose Ernesto Diaz-Perez, rappresentante di Cuba presso l’Organizzazione mondiale del commercio, che ha detto che si tratta di una violazione del diritto internazionale e delle norme che reggono il sistema multilaterale del commercio.
Cuba sta attraversando uno dei momenti più bui della sua storia e la sua economia non sembra dare nessun segno di ripresa. Nei primi mesi del 2026 il turismo, settore trainante di Cuba, è crollato del 46%, rispetto al primo semestre del 2025 ed i resort sono sempre più spesso vuoti. Manca energia elettrica quasi ovunque con blackout che arrivano anche a 24 ore consecutive colpendo anche gli edifici pubblici e soprattutto i trasporti. A l’Havana scarseggia da mesi il carburante ed il comparto industriale ha una produzione ridotta a metà delle sue potenzialità. Il governo di Diaz-Canel sta provando a recuperare energia con impianti solari, ma si tratta di piccoli apparecchi che faticano a fornire un minimo di sicurezza energetica. Il primo ministro Manuel Marreno Cruz ha lanciato un appello internazionale dichiarando che «ogni volta che un turista viene a Cuba, aiuta il popolo cubano a sopravvivere a queste ingiuste sanzioni».
Continua a leggereRiduci