2023-06-06
Meloni a Tunisi, Mattarella a Parigi. Rischio cortocircuito diplomatico
Proprio mentre Giorgia Meloni vola in Tunisia per trovare un accordo sulla gestione dei flussi di clandestini, il capo dello Stato oggi rinsalderà i rapporti con la Francia. Che sul Mediterraneo e sui migranti gioca una partita spesso contraria ai nostri interessi.L’uno a Parigi, l’altra a Tunisi. Potremmo dire, destini incrociati. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sbarca oggi a Parigi per una due giorni che prevede anche un pranzo a porte chiuse con Emmanuel Macron. L’agenda si muove nel perimetro del Trattato del Quirinale, sotto la supervisione dell’ambasciatore Emanuela D’Alessandro, incaricata Oltralpe lo scorso ottobre dopo aver contribuito a redigere il medesimo Trattato. Mattarella, infatti, incontrerà un gruppo di giovani diplomatici francesi e italiani, attualmente nella capitale francese ai sensi di uno scambio di formazione previsto dall’accordo. L’indomani, prima di andare al Louvre, il presidente della Repubblica visiterà l’Istituto statale italiano Leonardo Da Vinci. Insomma, un altro passo per stringere i bulloni della relazione tra Italia e Francia al di là delle problematiche che il governo si trova ad affrontare nel Mediterraneo, spesso a causa degli stessi francesi. Una di queste è appunto la grana tunisina. Ufficialmente la Francia sta dalla nostra parte nello spingere il Fmi a concedere un prestito da quasi 2 miliardi al Paese africano. Nella realtà, si muove su Turchia ed Egitto e rende al nostro Paese più complicato tracciare i flussi di immigrati che dagli altri Paesi africani puntano sulla Tunisia. Non a caso la Meloni stamattina farà una visita lampo per ribadire il sostegno che l’Italia continua ad assicurare al Paese nordafricano nei negoziati con il Fondo monetario e nella gestione dei flussi migratori. L’incontro avviene a pochi giorni dalla telefonata intercorsa con il presidente tunisino, Kais Saied, con cui ha anche discusso delle relazioni bilaterali nel settore energetico e degli investimenti. La missione suggella l’impegno per risollevare l’economia tunisina portato avanti dal governo nei consessi internazionali. A fine maggio, in occasione dei lavori del G7 a Hiroshima, in Giappone, aveva discusso della questione migratoria e della situazione in Tunisia con la direttrice del Fondo monetario internazionale Kristalina Georgieva e con la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Da Hiroshima Meloni aveva detto: «L’approccio deve essere pragmatico, perché altrimenti noi rischiamo di peggiorare situazioni che sono già compromesse. La Tunisia è in una situazione difficilissima, una fragilità politica evidente e un rischio di default finanziario dietro l’angolo». Il primo giugno, a Chisinau, il tema dei migranti e della Tunisia è stato discusso da Meloni con il premier dei Paesi Bassi, Mark Rutte. Il capo dell’esecutivo olandese ha dichiarato: «È molto importante per i Paesi Bassi perché parte dell’elevato afflusso di richiedenti asilo è dovuto al fatto che così tante persone provenienti dalla Tunisia effettuano una traversata terribilmente pericolosa». Il riferimento è ai numeri aggiornati. Nell’arco dei primi cinque mesi del 2023, la prima nazione di partenza dei natanti risulta essere la Tunisia, mentre la Libia ha accelerato solo nelle ultime quattro settimane, dopo essere finita in cima alla classifica degli sbarchi in Italia nel 2022. Se si prendono in considerazione i primi cinque mesi del 2023, almeno 50.405 persone sono arrivate sulle coste italiane dall’inizio dell’anno al primo giugno, rispetto ai 19.692 arrivi dello stesso periodo del 2022. Di questi, almeno 25.000 sono arrivati sulle coste italiane dalle spiagge tunisine fino al primo giugno, circa 172 sbarcati al giorno, un incremento del 580% rispetto ai 3.818 arrivi dello stesso periodo del 2022.I migranti per giunta arrivano da Sud e da Est. Basta vedere le nazionalità al momento dell’approdo. Costa D’Avorio, Guinea ed Egitto sono ormai i primi tre Paesi di provenienza. Insomma, non si può parlare di Tunisia senza parlare di Sahel e di Piano Mattei. Ed è proprio qui che sorgono i problemi con la Francia e la sua intelligence. Certo i militari d’Oltralpe adesso hanno perso terreno nel Sahel, cacciati in almeno tre Stati dai paramilitari russi di Wagner. Sono dunque lontani i tempi nei quali aprivano e chiudevano le cateratte dell’immigrazione inondando noi e l’Algeria di poveri provenienti da Sud. Adesso è tutto più felpato. Recentemente Josep Borrell ha annunciato di voler dirottare una parte dei fondi Epf (European peace fund) per rilanciare le missioni in Niger e in Somalia. Due nazioni strategiche per il nostro Paese. Dovranno essere i nostri soldati a stare in prima fila e tenere i rapporti militari e pure le fila della cooperazione e lo sviluppo. Eppure sono partite nelle quali i francesi non sono mai partner affidabili. Parigi ama sempre muoversi su più binari e il Trattato del Quirinale consente a Macron di fare esattamente questa cosa. L’accordo voluto da Mario Draghi con il supporto di Mattarella porta avanti una diplomazia parallela (anche e soprattutto sui temi energetici e di sicurezza del Mediterraneo) che spesso confligge con quella del governo. Sarebbe interessante sapere che cosa si diranno su questi temi l’Eliseo e il Colle. Speriamo non ci siano sorprese.
Gli abissi del Mar dei Caraibi lo hanno cullato per più di tre secoli, da quell’8 giugno del 1708, quando il galeone spagnolo «San José» sparì tra i flutti in pochi minuti.
Il suo relitto racchiude -secondo la storia e la cronaca- il più prezioso dei tesori in fondo al mare, tanto che negli anni il galeone si è meritato l’appellativo di «Sacro Graal dei relitti». Nel 2015, dopo decenni di ipotesi, leggende e tentativi di localizzazione partiti nel 1981, è stato individuato a circa 16 miglia nautiche (circa 30 km.) dalle coste colombiane di Cartagena ad una profondità di circa 600 metri. Nella sua stiva, oro argento e smeraldi che tre secoli fa il veliero da guerra e da trasporto avrebbe dovuto portare in Patria. Il tesoro, che ha generato una contesa tra Colombia e Spagna, ammonterebbe a svariati miliardi di dollari.
La fine del «San José» si inquadra storicamente durante la guerra di Successione spagnola, che vide fronteggiarsi Francia e Spagna da una parte e Inghilterra, Olanda e Austria dall’altra. Un conflitto per il predominio sul mondo, compreso il Nuovo continente da cui proveniva la ricchezza che aveva fatto della Spagna la più grande delle potenze. Il «San José» faceva parte di quell’Invencible Armada che dominò i mari per secoli, armato con 64 bocche da fuoco per una lunghezza dello scafo di circa 50 metri. Varato nel 1696, nel giugno del 1708 si trovava inquadrato nella «Flotta spagnola del tesoro» a Portobelo, odierna Panama. Dopo il carico di beni preziosi, avrebbe dovuto raggiungere Cuba dove una scorta francese l’attendeva per il viaggio di ritorno in Spagna, passando per Cartagena. Nello stesso periodo la flotta britannica preparò un’incursione nei Caraibi, con 4 navi da guerra al comando dell’ammiraglio Charles Wager. Si appostò alle isole Rosario, un piccolo arcipelago poco distanti dalle coste di Cartagena, coperte dalla penisola di Barù. Gli spagnoli durante le ricognizioni si accorsero della presenza del nemico, tuttavia avevano necessità di salpare dal porto di Cartagena per raggiungere rapidamente L’Avana a causa dell’avvicinarsi della stagione degli uragani. Così il comandante del «San José» José Fernandez de Santillàn decise di levare le ancore la mattina dell’8 giugno. Poco dopo la partenza le navi spagnole furono intercettate dai galeoni della Royal Navy a poca distanza da Barù, dove iniziò l’inseguimento. Il «San José» fu raggiunto dalla «Expedition», la nave ammiraglia dove si trovava il comandante della spedizione Wager. Seguì un cannoneggiamento ravvicinato dove gli inglesi ebbero la meglio sul galeone colmo di merce preziosa. Una cannonata colpì in pieno la santabarbara, la polveriera del galeone spagnolo che si incendiò venendo inghiottito dai flutti in pochi minuti. Solo una dozzina di marinai si salvarono, su un equipaggio di 600 uomini. L’ammiraglio britannico, la cui azione sarà ricordata come l’«Azione di Wager» non fu tuttavia in grado di recuperare il tesoro della nave nemica, che per tre secoli dormirà sul fondo del Mare dei Caraibi .
Continua a leggereRiduci