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2024-02-12
Meglio l’Arabia o l’orgoglio? Calciatori in fuga dal deserto
Il calcio non è solo uno sport. In certi casi, può essere un’arma geopolitica. Lo sanno benissimo anche gli arabi, che negli ultimi anni stanno investendo massicciamente nel mondo del pallone per tentare di ripulire la loro controversa reputazione internazionale. Particolarmente attiva è stata la monarchia dei Saud, che la scorsa estate ha riempito il suo campionato di stelle provenienti dall’Europa, offrendo loro ingaggi da capogiro: da Cristiano Ronaldo a Neymar, da Marcelo Brozovic a Sergej Milinkovic-Savic e tanti altri. Senza dimenticare l’ex ct degli azzurri, Roberto Mancini, che al Belpaese ha preferito il Golfo Persico, accettando di allenare la Nazionale dell’Arabia Saudita. Che, tra le altre cose, si è persino aggiudicata l’organizzazione dei Mondiali del 2034.
L’ultimo calciomercato estivo, in effetti, ha portato fiumi di quattrini nelle casse dissanguate di tante società europee: si parla di un esborso totale di quasi 1 miliardo di euro. Eppure, in molti hanno lanciato l’allarme sulle mire espansionistiche dei Saud e del fondo sovrano Pif. Tra i più irritati, c’era Aurelio De Laurentiis. Quando per Victor Osimhen ha ricevuto un’offerta di 200 milioni da parte dell’Al Hilal, forte compagine della Saudi Pro League, il presidente del Napoli ha risposto così agli arabi: «Con 200 milioni potete comprare solo un piede di Osimhen». L’email proseguiva con queste lapidarie parole: «Per il prossimo anno penso che sarete in grado di offrire 500 milioni e probabilmente prenderemo in considerazione la vostra offerta, ma ripeto: forse». Spacconate a parte, il patron dei partenopei ha anche criticato aspramente (e giustamente) la decisione della Lega calcio di far disputare la Supercoppa italiana a Riad, peraltro in un nuovo formato a quattro squadre (i petroldollari, del resto, fanno sempre gola). E infatti la prima semifinale, Napoli-Fiorentina, si è giocata in uno stadio pressoché vuoto, mandando su tutte le furie i tifosi italiani, che non si erano potuti permettere il lusso di spendere un intero stipendio per viaggio, vitto, alloggio e biglietto.
Eppure, al termine della finalissima contro l’Inter, il vulcanico De Laurentiis si è trasformato a sorpresa in un mansueto Aurelio d’Arabia: «Ho scoperto una cosa meravigliosa con questa Supercoppa. L’Arabia è un Paese con una crescita straordinaria che non vedremo negli anni, ma nei mesi. È un Paese che credevamo chiuso su sé stesso e invece è apertissimo e diventerà il centro dell’economia, non ce n’è per nessuno. C’è una straordinaria democratizzazione dell’Arabia Saudita, sono riusciti ad annebbiare Disneyland, hanno 100.000 gru per costruire un nuovo Paese. Sì, è vero, qui il calcio è lo specchietto per le allodole, lo usano come super spot, ma nel 2034 ci saranno i Mondiali. Questo spiega che sono molto furbi».
Ma è davvero tutto oro quel che luccica? A ben vedere, si direbbe proprio di no. Tanto per cominciare, gli spalti semivuoti visti in Napoli-Fiorentina non rappresentano un caso isolato. La media degli spettatori alle partite del campionato saudita, infatti, è estremamente bassa: in alcune occasioni si è arrivati a stento al migliaio di presenze. Per la sfida tra l’Al-Riyadh, squadra di metà classifica, e il fanalino di coda Al-Hazm, sulle gradinate erano presenti solo 264 spettatori (lo stadio ne poteva contenere fino a 22.000). Ma anche quando giocano formazioni più quotate, la musica non cambia. Per fare un altro esempio, l’Al-Hilal di Neymar ha una media di 26.000 tifosi a partita. Peccato solo che il suo stadio abbia una capienza di 69.000 spettatori. Anche quando i numeri sono migliori, come per l’Al-Nassr di Cristiano Ronaldo (media di 21.000 presenze a fronte di uno stadio da 25.000), quasi mai si assiste al tutto esaurito. E se la Saudi Pro League non interessa neanche gli arabi, figuriamoci quanto può interessare gli italiani. Da noi i diritti tv per trasmettere le gare se li è accaparrati La7 di Urbano Cairo che, come riporta Calcio & Finanza, ha sborsato 450.000 euro. Gli ascolti, tuttavia, sono stati pessimi: la prima partita (con CR7 in campo) ha registrato 64.000 spettatori per uno share pari all’1,9%. Una miseria. Dati in linea, peraltro, con quelli di altri Paesi europei, dove Dazn e Sky hanno proposto il campionato saudita al proprio pubblico con risultati sconfortanti.
I motivi di questo flop sono molteplici. Sicuramente c’entra il livello agonistico, che in Arabia Saudita rimane piuttosto scadente: d’altronde, non si costruisce una cultura calcistica in poco tempo, tantomeno acquistando a peso d’oro qualche stella ormai al tramonto (chiedere ai cinesi per conferma). Ma c’è di più: tanti giocatori, anche nel pieno della carriera, si sono lasciati sedurre dai petroldollari, ma sono rimasti delusi sia dal livello della competizione, sia soprattutto dallo stile di vita arabo. Durante il periodo natalizio, aveva fatto scalpore il caso di Karim Benzema, che era letteralmente scomparso dai radar. Poi l’Al-Ittihad ha comunicato che il giocatore francese aveva ricevuto un permesso per tornare a Madrid, ma le voci di corridoio dicevano altro: l’ex attaccante del Real, benché islamico e forte di un ingaggio da 200 milioni netti all’anno, ha nostalgia della bella vita madrilena. Non è l’unico: secondo un’inchiesta del Sun, sono in parecchi a essersi pentiti di aver accettato le profferte saudite. Tra questi, oltre al centravanti brasiliano Roberto Firmino e al portoghese Jota, ci sarebbe anche Milinkovic-Savic. Stando al Messaggero, il «Sergente» avrebbe confidato ai suoi compagni di squadra di voler far ritorno in Europa, magari proprio alla Lazio.
In un’intervista al quotidiano sportivo spagnolo As, Aymeric Laporte ha confessato: «È sicuramente un grande cambiamento rispetto all’Europa, alla fine è una questione di adattamento, ma non ci hanno certo reso le cose facili. In effetti, ci sono molti giocatori che qui sono insoddisfatti», ha dichiarato l’ex difensore del Manchester City. Uno che dal Golfo Persico è scappato davvero, James Rodriguez, ha raccontato: «Al momento di farsi la doccia, i calciatori si spogliano del tutto, ma i miei compagni la prima volta mi hanno detto: “No, no, non puoi restare nudo così”. È una cosa che mi ha creato molto imbarazzo». Ma le disavventure del trequartista colombiano in Qatar non sono finite qui: «Lì tutti mangiano con le mani, quando me lo hanno spiegato la mia risposta è stata: “No, grazie”. Ho chiesto di avere le posate, ma non me le hanno volute portare».
Insomma, altro che Eden: il calcio arabo sembra piuttosto una prigione dorata. Lo hanno confermato al Daily Mail le mogli di alcuni calciatori europei che giocano nella Saudi Pro League: «La vita è molto difficile per le donne approdate in Arabia Saudita, soprattutto se per la gente del posto non sei vestita adeguatamente. In un’occasione sono stata sgridata solo perché mi si vedevano le spalle e parte delle gambe. Inoltre, nonostante il caldo, non possiamo indossare pantaloncini in pubblico. Non puoi indossarli nemmeno in spiaggia. E, se lo fai, le persone ti lanciano sguardi carichi di odio. Può essere molto intimidatorio», ha confessato la moglie di un calciatore che ha chiesto di restare anonima. Un’altra, invece, ha raccontato: «Sono stata allontanata dai centri commerciali solo perché la parte superiore delle mie braccia e le mie spalle non erano coperte. La gente mi ha detto di tornare solo quando mi fossi vestita per bene. A volte le donne ti vomitano addosso insulti di ogni tipo e può essere molto spaventoso. Quando si tratta di donne, qui la cultura è parecchio diversa e sono molto rigidi». Le ha fatto eco una terza wags: «Da queste parti non puoi comportarti in modo naturale come in Occidente. Devi stare in guardia ogni volta che esci, quindi tendi a non uscire».
Ecco, il punto è proprio questo: a meno che tu non sia Cristiano Ronaldo, che viene trattato dagli sceicchi come un pascià, vivere in Arabia Saudita, seppur ricoperto d’oro, non è poi così bello. D’altronde, non è facile rinunciare a uno stile di vita (il nostro) che è stato costruito nell’arco dei secoli. Anche se fai di tutto per mettere da parte i tuoi pregiudizi. Prendiamo Jordan Henderson, che è stato molto criticato dai tifosi inglesi per aver scelto i petroldollari (25 milioni netti all’anno), rinnegando le sue battaglie pro diritti Lgbt. Interrogato su questa evidente contraddizione, l’ex capitano del Liverpool aveva risposto: «La mia opinione su certi temi non cambia. Perciò credo che sia positivo che un Paese come l’Arabia Saudita abbia accolto un calciatore che la pensa come me». Risultato? Dopo neanche sei mesi, Henderson è scappato a gambe levate. Oggi gioca per i lancieri dell’Ajax.
Ma i sauditi rilanciano «ingaggiando» Sinner
Lo chiamano «sportwashing». In buona sostanza, significa accreditare l’immagine di un Paese presso la comunità internazionale attraverso cospicui investimenti negli sport più seguiti del mondo, organizzando magari in quel Paese eventi senza precedenti. È la specialità dei sauditi, che con alterne vicende, stanno provando a cannibalizzare l’egemonia occidentale sul calcio, sull’automobilismo, sul golf. Ora pure nel tennis. Gli arabi hanno annunciato la nascita del 6 Kings Slam, un’esibizione ricoperta d’oro per le migliori racchette del pianeta. Già confermata la presenza di Novak Djokovic, Rafa Nadal (diventato pure ambasciatore del tennis saudita), Carlos Alcaraz, Daniil Medvedev, Holger Rune.
Pure il nostro Jannik Sinner, vincitore degli Australian Open e in rampa di lancio verso il vertice Atp, sarà della partita. I social già scalpitano: il campione altoatesino prima era stato accusato di non sentirsi cucita addosso l’italianità verace (malignità smentita dopo il trionfo in Coppa Davis), poi di avere la residenza a Montecarlo, dulcis in fundo di aver snobbato Sanremo, preferendo gli allenamenti in vista del torneo Master 500 di Rotterdam al ballo del qua qua. Adesso magari lo chiameranno Jannik d’Arabia.
Facezie a parte, il torneo dovrebbe disputarsi a ottobre, e il giornale britannico Telegraph parla di un milione e mezzo di dollari per il solo ingaggio di un giocatore, oltre a un assegno da sei milioni per il vincitore. Tre volte il montepremi di un torneo del Grande Slam come quello australiano, uno smash sulla testa di chi sostiene che i soldi non comprino tutto. A quanto pare, il principe bin Salman è intenzionato a dimostrare il contrario. Dopo la Riad Season Cup e le Next Gen Atp Finals, ecco un altro evento tennistico a disposizione dei petroldollari mediorientali. Certo, creare manifestazioni capaci di insidiare il prestigio storico di Wimbledon non sarà facile, ma Riad sta allestendo la stessa operazione già collaudata nel pallone e nel golf. Con il calcio, dopo aver ingaggiato CR7, Sergej Milinkovic-Savic, Roberto Mancini per la Nazionale e una sfilza di giocatori europei, le vicende sono altalenanti. Diversi campioni mal si adatterebbero allo stile di vita imposto dall’integralismo wahabita: è il caso del colombiano James Rodriguez, fuggito a gambe levate dal campionato del Qatar dopo aver snocciolato aneddoti surreali, come il non poter usare le posate a tavola durante i pranzi con la squadra. Alcune mogli degli atleti sarebbero poi sul piede di guerra: in terra musulmana integralista non sarebbero libere di passeggiare con abiti occidentali. Insomma, complice anche un livello tecnico imbarazzante dei calciatori locali, gli occidentali approdati tra le dune del deserto non sarebbero felicissimi, conto in banca a parte. Ma il portafoglio pingue dei sauditi, al momento, punta a organizzare i Mondiali del 2034. E magari a inserirsi nella querelle tra la Uefa e la (per ora) misteriosa Superlega.
Nel tennis, l’obiettivo sarebbe aggiudicarsi le Atp Finals, cioè il Master di fine anno tra i migliori 8 giocatori della classifica: il contratto che le lega a Torino scade nel 2025, ma la città vorrebbe rinnovare fino al 2027. Nel golf già è stata allestita una lega così ricca con cui l’americana Pga ha dovuto per forza scendere a patti per non soccombere economicamente. Con la Formula 1, la strada potrebbe rivelarsi analoga.
Risuonano incombenti le parole di Jonathan Liew in un articolo comparso sul Guardian: «Non è semplicemente un elaborato esercizio di pubbliche relazioni, un risanamento dell’immagine dell’Arabia Saudita, un tentativo di distogliere l’attenzione dalle sue violazioni dei diritti umani, dal trattamento che impone alle donne e alle persone Lgbt, dal suo brutale sistema giudiziario. Quando interi club, intere competizioni, persino interi sport vengono riconfezionati come veicoli di investimento, cartelloni pubblicitari, armi di potere geopolitico, è lecito chiedersi se sia stata raggiunto un punto di non ritorno».
In parole povere, la posta in gioco si colloca a metà tra il legittimo desiderio di investire e lo svuotare l’immaginario identitario e popolare che in qualche modo costituisce il sostrato delle tradizioni agonistiche d’Occidente.
Altra crepa nei piani del principe Salman dopo la guerra a Gaza
Negli ultimi anni, l'Arabia Saudita ha rapidamente ampliato il suo ruolo nell’arena dello sport internazionale, impegnando ingenti capitali in vari accordi di rilievo in diversi settori. Secondo le autorità saudite questi investimenti governativi sono parte di una strategia mirata a diversificare l’economia del Paese, tradizionalmente dipendente dal settore petrolifero. Tuttavia, alcuni osservatori rimangono scettici, sostenendo che Riad stia utilizzando lo sport come strumento per accrescere il proprio prestigio e mitigare le critiche riguardanti la sua posizione sui diritti umani e far dimenticare la sciagurata guerra nello Yemen (che dura dal 2014), nonché la vicenda del giornalista e oppositore saudita Jamal Khashoggi, che il 2 ottobre 2018 entrò all’interno del consolato saudita a Istanbul per ottenere documenti per il suo matrimonio per non uscirne mai. Anche se il suo corpo non è mai stato ritrovato ci sono pochi dubbi sul fatto che Khashoggi è stato ucciso e fatto a pezzi all’interno del consolato da alcuni uomini arrivati dall’Arabia Saudita la mattina stessa del delitto.
Per il principe ed erede designato al trono Mohammed bin Salman al-Saud (MbS) i fatti avvenuti all’interno del consolato saudita di Istanbul sono stati un durissimo colpo alla sua immagine, che era stata costruita con cura da una società britannica che lo aveva proposto al mondo come «il giovane principe riformatore». Dopo aver passato un periodo nel quale ha tenuto un basso profilo, MbS ha rotto gli indugi spendendosi in prima persona per promuovere il gigantesco piano «Vison 2030», un programma di riforma economica e sociale promosso dal governo dell’Arabia Saudita. Il piano è stato annunciato nel 2016 da MbS e mira a diversificare l’economia saudita, ridurre la dipendenza dal petrolio e migliorare la qualità della vita dei cittadini. Punti centrali di «Vison 2030» sono: ridurre la dipendenza dal petrolio, aumentare il Pil non petrolifero del 60%, sviluppare nuovi settori economici, come il turismo, l’intrattenimento e la tecnologia con la conseguente creazione di un milione di posti di lavoro. Inoltre, si vuole aumentare la spesa pubblica in settori cruciali come l’istruzione, la sanità e l’edilizia abitativa e rafforzare il ruolo delle donne nella società, aumentandone la partecipazione al lavoro e all’economia.
Ma quanto costa il «Saudi Vision 2030»? Almeno 1 trilione di dollari di progetti immobiliari e infrastrutturali, vedi i 300 miliardi di dollari della spesa totale destinati alle infrastrutture, tra cui nuove e vaste reti ferroviarie per passeggeri e un nuovissimo aeroporto per Riad (147 miliardi di dollari), che dovrebbe diventare la base di partenza di una nuova compagnia aerea nazionale. E che dire dei 500 miliardi di dollari per l’avveniristica città di Neom, dei 50 miliardi di dollari per «The Red Sea Project», un progetto di sviluppo turistico di lusso sulla costa occidentale dell’Arabia Saudita che si estende su 28.000 chilometri quadrati e comprende 90 isole incontaminate, 200 chilometri di costa, spiagge, montagne e persino vulcani dormienti, e che punta ad attirare 1 milione di visitatori ogni anno entro il 2030? Anche la capitale Riad è pronta a consolidarsi come il centro nevralgico commerciale del Regno, con oltre 100.000 nuove case previste entro la fine del 2023 e quasi 3 milioni di mq di nuovi spazi per uffici in cantiere, insieme a oltre 12.000 camere d’albergo, distribuiti in megaprogetti per un valore stimato di 63 miliardi di dollari.
MbS che su questo progetto si gioca tutto ha bisogno di due cose su tutto: la pace nel Golfo Persico e la benevolenza della comunità internazionale affinché investa in Arabia Saudita. La guerra scoppiata tra Israele e Hamas voluta dall’Iran, ha fatto infuriare MbS, che sta facendo di tutto affinché dopo il conflitto il popolo palestinese abbia una nuova guida che non sarà certo Hamas, così come non hai mai interrotto i rapporti con Israele con il quale, se non fosse stato per l’attacco del 7 ottobre 2023, stava per sottoscrivere gli Accordi di Abramo, ultima tappa di un percorso iniziato con Donald Trump alla Casa Bianca.
Il cosiddetto «Sportswashing» è iniziato nel 2018, quando il ministero dello sport saudita ha firmato un contratto decennale per ospitare eventi della World Wrestling Entertainment (Wwe), un accordo del valore di 100 milioni di dollari all’anno (circa il 10% del fatturato della Wwe). Da quel momento l’Arabia Saudita non ha badato a spese per ospitare eventi di boxe, tennis, corse di cavalli e Formula 1. Ha inoltre finanziato competizioni internazionali di golf e acquistato partecipazioni in Formula 1 e nel calcio anche all’estero - vedi l’acquisto del Newcastle, una nobile decaduta della Premier League inglese - senza dimenticare che nel 2034 i mondiali di calcio si giocheranno in Arabia Saudita. Nulla è impossibile per MbS che può disporre del suo Fondo di investimento pubblico (Pif) da 650 miliardi di dollari, il quinto fondo sovrano più grande del mondo. Ora MbS sta pensando seriamente di prendersi le Atp Finals di tennis che fino al 2025 si giocano a Torino. Come ha scritto recentemente Andrea Soglio su Panorama.it «la Federazione e i grandi sponsor che hanno portato il top del tennis mondiale ai piedi della Mole Antonelliana sono da tempo impegnati a cercare di allungare il contratto della durata di 5 anni per la gestione del torneo dal 2021 al 2025 e il sogno era di arrivare al 2027, con due anni in più». Ma MbS come potrebbe farlo? Semplicemente acquisendo o entrando come socio nella società che da anni è sponsor del torneo stesso, la Nitto, azienda giapponese che produce isolanti elettrici, vinili e molti altri prodotti di derivazione plastica che è quotata alla Borsa di Tokyo.
E nei giorni scorsi l’Arabia Saudita ha annunciato il suo ultimo colpo nella grande operazione di «Sportswashing»: un torneo di tennis chiamato «6 Kings Slam» che riunirà, a ottobre 2024, Jannik Sinner, Novak Djokovic, Rafa Nadal, Carlos Alcaraz, Daniil Medvedev e Holger Rune. A ogni partecipante è garantito un milione e mezzo di dollari mentre il vincitore ne incasserà sei.
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Gli stadi sono semivuoti e il livello di gioco scadente. Così molti fuoriclasse rimpiangono l’Europa nonostante i ricchi stipendi. E le fidanzate si lamentano: «Se non vai in giro coperta ti insultano».Ma i sauditi rilanciano «ingaggiando» Jannik Sinner. Il nuovo «6 King Slam» avrà un montepremi triplo rispetto agli Open d’Australia. E Riad vuole le Atp Finals. Altra crepa nei piani del principe Salman dopo la guerra a Gaza. Con gli investimenti nello sport, «MbS» vuol comprare i favori dell’Occidente. Ma ha bisogno di successi e di pace nella regione.Lo speciale comprende tre articoli.Il calcio non è solo uno sport. In certi casi, può essere un’arma geopolitica. Lo sanno benissimo anche gli arabi, che negli ultimi anni stanno investendo massicciamente nel mondo del pallone per tentare di ripulire la loro controversa reputazione internazionale. Particolarmente attiva è stata la monarchia dei Saud, che la scorsa estate ha riempito il suo campionato di stelle provenienti dall’Europa, offrendo loro ingaggi da capogiro: da Cristiano Ronaldo a Neymar, da Marcelo Brozovic a Sergej Milinkovic-Savic e tanti altri. Senza dimenticare l’ex ct degli azzurri, Roberto Mancini, che al Belpaese ha preferito il Golfo Persico, accettando di allenare la Nazionale dell’Arabia Saudita. Che, tra le altre cose, si è persino aggiudicata l’organizzazione dei Mondiali del 2034. L’ultimo calciomercato estivo, in effetti, ha portato fiumi di quattrini nelle casse dissanguate di tante società europee: si parla di un esborso totale di quasi 1 miliardo di euro. Eppure, in molti hanno lanciato l’allarme sulle mire espansionistiche dei Saud e del fondo sovrano Pif. Tra i più irritati, c’era Aurelio De Laurentiis. Quando per Victor Osimhen ha ricevuto un’offerta di 200 milioni da parte dell’Al Hilal, forte compagine della Saudi Pro League, il presidente del Napoli ha risposto così agli arabi: «Con 200 milioni potete comprare solo un piede di Osimhen». L’email proseguiva con queste lapidarie parole: «Per il prossimo anno penso che sarete in grado di offrire 500 milioni e probabilmente prenderemo in considerazione la vostra offerta, ma ripeto: forse». Spacconate a parte, il patron dei partenopei ha anche criticato aspramente (e giustamente) la decisione della Lega calcio di far disputare la Supercoppa italiana a Riad, peraltro in un nuovo formato a quattro squadre (i petroldollari, del resto, fanno sempre gola). E infatti la prima semifinale, Napoli-Fiorentina, si è giocata in uno stadio pressoché vuoto, mandando su tutte le furie i tifosi italiani, che non si erano potuti permettere il lusso di spendere un intero stipendio per viaggio, vitto, alloggio e biglietto.Eppure, al termine della finalissima contro l’Inter, il vulcanico De Laurentiis si è trasformato a sorpresa in un mansueto Aurelio d’Arabia: «Ho scoperto una cosa meravigliosa con questa Supercoppa. L’Arabia è un Paese con una crescita straordinaria che non vedremo negli anni, ma nei mesi. È un Paese che credevamo chiuso su sé stesso e invece è apertissimo e diventerà il centro dell’economia, non ce n’è per nessuno. C’è una straordinaria democratizzazione dell’Arabia Saudita, sono riusciti ad annebbiare Disneyland, hanno 100.000 gru per costruire un nuovo Paese. Sì, è vero, qui il calcio è lo specchietto per le allodole, lo usano come super spot, ma nel 2034 ci saranno i Mondiali. Questo spiega che sono molto furbi».Ma è davvero tutto oro quel che luccica? A ben vedere, si direbbe proprio di no. Tanto per cominciare, gli spalti semivuoti visti in Napoli-Fiorentina non rappresentano un caso isolato. La media degli spettatori alle partite del campionato saudita, infatti, è estremamente bassa: in alcune occasioni si è arrivati a stento al migliaio di presenze. Per la sfida tra l’Al-Riyadh, squadra di metà classifica, e il fanalino di coda Al-Hazm, sulle gradinate erano presenti solo 264 spettatori (lo stadio ne poteva contenere fino a 22.000). Ma anche quando giocano formazioni più quotate, la musica non cambia. Per fare un altro esempio, l’Al-Hilal di Neymar ha una media di 26.000 tifosi a partita. Peccato solo che il suo stadio abbia una capienza di 69.000 spettatori. Anche quando i numeri sono migliori, come per l’Al-Nassr di Cristiano Ronaldo (media di 21.000 presenze a fronte di uno stadio da 25.000), quasi mai si assiste al tutto esaurito. E se la Saudi Pro League non interessa neanche gli arabi, figuriamoci quanto può interessare gli italiani. Da noi i diritti tv per trasmettere le gare se li è accaparrati La7 di Urbano Cairo che, come riporta Calcio & Finanza, ha sborsato 450.000 euro. Gli ascolti, tuttavia, sono stati pessimi: la prima partita (con CR7 in campo) ha registrato 64.000 spettatori per uno share pari all’1,9%. Una miseria. Dati in linea, peraltro, con quelli di altri Paesi europei, dove Dazn e Sky hanno proposto il campionato saudita al proprio pubblico con risultati sconfortanti.I motivi di questo flop sono molteplici. Sicuramente c’entra il livello agonistico, che in Arabia Saudita rimane piuttosto scadente: d’altronde, non si costruisce una cultura calcistica in poco tempo, tantomeno acquistando a peso d’oro qualche stella ormai al tramonto (chiedere ai cinesi per conferma). Ma c’è di più: tanti giocatori, anche nel pieno della carriera, si sono lasciati sedurre dai petroldollari, ma sono rimasti delusi sia dal livello della competizione, sia soprattutto dallo stile di vita arabo. Durante il periodo natalizio, aveva fatto scalpore il caso di Karim Benzema, che era letteralmente scomparso dai radar. Poi l’Al-Ittihad ha comunicato che il giocatore francese aveva ricevuto un permesso per tornare a Madrid, ma le voci di corridoio dicevano altro: l’ex attaccante del Real, benché islamico e forte di un ingaggio da 200 milioni netti all’anno, ha nostalgia della bella vita madrilena. Non è l’unico: secondo un’inchiesta del Sun, sono in parecchi a essersi pentiti di aver accettato le profferte saudite. Tra questi, oltre al centravanti brasiliano Roberto Firmino e al portoghese Jota, ci sarebbe anche Milinkovic-Savic. Stando al Messaggero, il «Sergente» avrebbe confidato ai suoi compagni di squadra di voler far ritorno in Europa, magari proprio alla Lazio.In un’intervista al quotidiano sportivo spagnolo As, Aymeric Laporte ha confessato: «È sicuramente un grande cambiamento rispetto all’Europa, alla fine è una questione di adattamento, ma non ci hanno certo reso le cose facili. In effetti, ci sono molti giocatori che qui sono insoddisfatti», ha dichiarato l’ex difensore del Manchester City. Uno che dal Golfo Persico è scappato davvero, James Rodriguez, ha raccontato: «Al momento di farsi la doccia, i calciatori si spogliano del tutto, ma i miei compagni la prima volta mi hanno detto: “No, no, non puoi restare nudo così”. È una cosa che mi ha creato molto imbarazzo». Ma le disavventure del trequartista colombiano in Qatar non sono finite qui: «Lì tutti mangiano con le mani, quando me lo hanno spiegato la mia risposta è stata: “No, grazie”. Ho chiesto di avere le posate, ma non me le hanno volute portare».Insomma, altro che Eden: il calcio arabo sembra piuttosto una prigione dorata. Lo hanno confermato al Daily Mail le mogli di alcuni calciatori europei che giocano nella Saudi Pro League: «La vita è molto difficile per le donne approdate in Arabia Saudita, soprattutto se per la gente del posto non sei vestita adeguatamente. In un’occasione sono stata sgridata solo perché mi si vedevano le spalle e parte delle gambe. Inoltre, nonostante il caldo, non possiamo indossare pantaloncini in pubblico. Non puoi indossarli nemmeno in spiaggia. E, se lo fai, le persone ti lanciano sguardi carichi di odio. Può essere molto intimidatorio», ha confessato la moglie di un calciatore che ha chiesto di restare anonima. Un’altra, invece, ha raccontato: «Sono stata allontanata dai centri commerciali solo perché la parte superiore delle mie braccia e le mie spalle non erano coperte. La gente mi ha detto di tornare solo quando mi fossi vestita per bene. A volte le donne ti vomitano addosso insulti di ogni tipo e può essere molto spaventoso. Quando si tratta di donne, qui la cultura è parecchio diversa e sono molto rigidi». Le ha fatto eco una terza wags: «Da queste parti non puoi comportarti in modo naturale come in Occidente. Devi stare in guardia ogni volta che esci, quindi tendi a non uscire».Ecco, il punto è proprio questo: a meno che tu non sia Cristiano Ronaldo, che viene trattato dagli sceicchi come un pascià, vivere in Arabia Saudita, seppur ricoperto d’oro, non è poi così bello. D’altronde, non è facile rinunciare a uno stile di vita (il nostro) che è stato costruito nell’arco dei secoli. Anche se fai di tutto per mettere da parte i tuoi pregiudizi. Prendiamo Jordan Henderson, che è stato molto criticato dai tifosi inglesi per aver scelto i petroldollari (25 milioni netti all’anno), rinnegando le sue battaglie pro diritti Lgbt. Interrogato su questa evidente contraddizione, l’ex capitano del Liverpool aveva risposto: «La mia opinione su certi temi non cambia. Perciò credo che sia positivo che un Paese come l’Arabia Saudita abbia accolto un calciatore che la pensa come me». Risultato? Dopo neanche sei mesi, Henderson è scappato a gambe levate. Oggi gioca per i lancieri dell’Ajax.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/meglio-larabia-o-lorgoglio-calciatori-in-fuga-dal-deserto-2667240892.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="ma-i-sauditi-rilanciano-ingaggiando-sinner" data-post-id="2667240892" data-published-at="1707691545" data-use-pagination="False"> Ma i sauditi rilanciano «ingaggiando» Sinner Lo chiamano «sportwashing». In buona sostanza, significa accreditare l’immagine di un Paese presso la comunità internazionale attraverso cospicui investimenti negli sport più seguiti del mondo, organizzando magari in quel Paese eventi senza precedenti. È la specialità dei sauditi, che con alterne vicende, stanno provando a cannibalizzare l’egemonia occidentale sul calcio, sull’automobilismo, sul golf. Ora pure nel tennis. Gli arabi hanno annunciato la nascita del 6 Kings Slam, un’esibizione ricoperta d’oro per le migliori racchette del pianeta. Già confermata la presenza di Novak Djokovic, Rafa Nadal (diventato pure ambasciatore del tennis saudita), Carlos Alcaraz, Daniil Medvedev, Holger Rune. Pure il nostro Jannik Sinner, vincitore degli Australian Open e in rampa di lancio verso il vertice Atp, sarà della partita. I social già scalpitano: il campione altoatesino prima era stato accusato di non sentirsi cucita addosso l’italianità verace (malignità smentita dopo il trionfo in Coppa Davis), poi di avere la residenza a Montecarlo, dulcis in fundo di aver snobbato Sanremo, preferendo gli allenamenti in vista del torneo Master 500 di Rotterdam al ballo del qua qua. Adesso magari lo chiameranno Jannik d’Arabia. Facezie a parte, il torneo dovrebbe disputarsi a ottobre, e il giornale britannico Telegraph parla di un milione e mezzo di dollari per il solo ingaggio di un giocatore, oltre a un assegno da sei milioni per il vincitore. Tre volte il montepremi di un torneo del Grande Slam come quello australiano, uno smash sulla testa di chi sostiene che i soldi non comprino tutto. A quanto pare, il principe bin Salman è intenzionato a dimostrare il contrario. Dopo la Riad Season Cup e le Next Gen Atp Finals, ecco un altro evento tennistico a disposizione dei petroldollari mediorientali. Certo, creare manifestazioni capaci di insidiare il prestigio storico di Wimbledon non sarà facile, ma Riad sta allestendo la stessa operazione già collaudata nel pallone e nel golf. Con il calcio, dopo aver ingaggiato CR7, Sergej Milinkovic-Savic, Roberto Mancini per la Nazionale e una sfilza di giocatori europei, le vicende sono altalenanti. Diversi campioni mal si adatterebbero allo stile di vita imposto dall’integralismo wahabita: è il caso del colombiano James Rodriguez, fuggito a gambe levate dal campionato del Qatar dopo aver snocciolato aneddoti surreali, come il non poter usare le posate a tavola durante i pranzi con la squadra. Alcune mogli degli atleti sarebbero poi sul piede di guerra: in terra musulmana integralista non sarebbero libere di passeggiare con abiti occidentali. Insomma, complice anche un livello tecnico imbarazzante dei calciatori locali, gli occidentali approdati tra le dune del deserto non sarebbero felicissimi, conto in banca a parte. Ma il portafoglio pingue dei sauditi, al momento, punta a organizzare i Mondiali del 2034. E magari a inserirsi nella querelle tra la Uefa e la (per ora) misteriosa Superlega. Nel tennis, l’obiettivo sarebbe aggiudicarsi le Atp Finals, cioè il Master di fine anno tra i migliori 8 giocatori della classifica: il contratto che le lega a Torino scade nel 2025, ma la città vorrebbe rinnovare fino al 2027. Nel golf già è stata allestita una lega così ricca con cui l’americana Pga ha dovuto per forza scendere a patti per non soccombere economicamente. Con la Formula 1, la strada potrebbe rivelarsi analoga. Risuonano incombenti le parole di Jonathan Liew in un articolo comparso sul Guardian: «Non è semplicemente un elaborato esercizio di pubbliche relazioni, un risanamento dell’immagine dell’Arabia Saudita, un tentativo di distogliere l’attenzione dalle sue violazioni dei diritti umani, dal trattamento che impone alle donne e alle persone Lgbt, dal suo brutale sistema giudiziario. Quando interi club, intere competizioni, persino interi sport vengono riconfezionati come veicoli di investimento, cartelloni pubblicitari, armi di potere geopolitico, è lecito chiedersi se sia stata raggiunto un punto di non ritorno». In parole povere, la posta in gioco si colloca a metà tra il legittimo desiderio di investire e lo svuotare l’immaginario identitario e popolare che in qualche modo costituisce il sostrato delle tradizioni agonistiche d’Occidente. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/meglio-larabia-o-lorgoglio-calciatori-in-fuga-dal-deserto-2667240892.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="altra-crepa-nei-piani-del-principe-salman-dopo-la-guerra-a-gaza" data-post-id="2667240892" data-published-at="1707691545" data-use-pagination="False"> Altra crepa nei piani del principe Salman dopo la guerra a Gaza Negli ultimi anni, l'Arabia Saudita ha rapidamente ampliato il suo ruolo nell’arena dello sport internazionale, impegnando ingenti capitali in vari accordi di rilievo in diversi settori. Secondo le autorità saudite questi investimenti governativi sono parte di una strategia mirata a diversificare l’economia del Paese, tradizionalmente dipendente dal settore petrolifero. Tuttavia, alcuni osservatori rimangono scettici, sostenendo che Riad stia utilizzando lo sport come strumento per accrescere il proprio prestigio e mitigare le critiche riguardanti la sua posizione sui diritti umani e far dimenticare la sciagurata guerra nello Yemen (che dura dal 2014), nonché la vicenda del giornalista e oppositore saudita Jamal Khashoggi, che il 2 ottobre 2018 entrò all’interno del consolato saudita a Istanbul per ottenere documenti per il suo matrimonio per non uscirne mai. Anche se il suo corpo non è mai stato ritrovato ci sono pochi dubbi sul fatto che Khashoggi è stato ucciso e fatto a pezzi all’interno del consolato da alcuni uomini arrivati dall’Arabia Saudita la mattina stessa del delitto. Per il principe ed erede designato al trono Mohammed bin Salman al-Saud (MbS) i fatti avvenuti all’interno del consolato saudita di Istanbul sono stati un durissimo colpo alla sua immagine, che era stata costruita con cura da una società britannica che lo aveva proposto al mondo come «il giovane principe riformatore». Dopo aver passato un periodo nel quale ha tenuto un basso profilo, MbS ha rotto gli indugi spendendosi in prima persona per promuovere il gigantesco piano «Vison 2030», un programma di riforma economica e sociale promosso dal governo dell’Arabia Saudita. Il piano è stato annunciato nel 2016 da MbS e mira a diversificare l’economia saudita, ridurre la dipendenza dal petrolio e migliorare la qualità della vita dei cittadini. Punti centrali di «Vison 2030» sono: ridurre la dipendenza dal petrolio, aumentare il Pil non petrolifero del 60%, sviluppare nuovi settori economici, come il turismo, l’intrattenimento e la tecnologia con la conseguente creazione di un milione di posti di lavoro. Inoltre, si vuole aumentare la spesa pubblica in settori cruciali come l’istruzione, la sanità e l’edilizia abitativa e rafforzare il ruolo delle donne nella società, aumentandone la partecipazione al lavoro e all’economia. Ma quanto costa il «Saudi Vision 2030»? Almeno 1 trilione di dollari di progetti immobiliari e infrastrutturali, vedi i 300 miliardi di dollari della spesa totale destinati alle infrastrutture, tra cui nuove e vaste reti ferroviarie per passeggeri e un nuovissimo aeroporto per Riad (147 miliardi di dollari), che dovrebbe diventare la base di partenza di una nuova compagnia aerea nazionale. E che dire dei 500 miliardi di dollari per l’avveniristica città di Neom, dei 50 miliardi di dollari per «The Red Sea Project», un progetto di sviluppo turistico di lusso sulla costa occidentale dell’Arabia Saudita che si estende su 28.000 chilometri quadrati e comprende 90 isole incontaminate, 200 chilometri di costa, spiagge, montagne e persino vulcani dormienti, e che punta ad attirare 1 milione di visitatori ogni anno entro il 2030? Anche la capitale Riad è pronta a consolidarsi come il centro nevralgico commerciale del Regno, con oltre 100.000 nuove case previste entro la fine del 2023 e quasi 3 milioni di mq di nuovi spazi per uffici in cantiere, insieme a oltre 12.000 camere d’albergo, distribuiti in megaprogetti per un valore stimato di 63 miliardi di dollari. MbS che su questo progetto si gioca tutto ha bisogno di due cose su tutto: la pace nel Golfo Persico e la benevolenza della comunità internazionale affinché investa in Arabia Saudita. La guerra scoppiata tra Israele e Hamas voluta dall’Iran, ha fatto infuriare MbS, che sta facendo di tutto affinché dopo il conflitto il popolo palestinese abbia una nuova guida che non sarà certo Hamas, così come non hai mai interrotto i rapporti con Israele con il quale, se non fosse stato per l’attacco del 7 ottobre 2023, stava per sottoscrivere gli Accordi di Abramo, ultima tappa di un percorso iniziato con Donald Trump alla Casa Bianca. Il cosiddetto «Sportswashing» è iniziato nel 2018, quando il ministero dello sport saudita ha firmato un contratto decennale per ospitare eventi della World Wrestling Entertainment (Wwe), un accordo del valore di 100 milioni di dollari all’anno (circa il 10% del fatturato della Wwe). Da quel momento l’Arabia Saudita non ha badato a spese per ospitare eventi di boxe, tennis, corse di cavalli e Formula 1. Ha inoltre finanziato competizioni internazionali di golf e acquistato partecipazioni in Formula 1 e nel calcio anche all’estero - vedi l’acquisto del Newcastle, una nobile decaduta della Premier League inglese - senza dimenticare che nel 2034 i mondiali di calcio si giocheranno in Arabia Saudita. Nulla è impossibile per MbS che può disporre del suo Fondo di investimento pubblico (Pif) da 650 miliardi di dollari, il quinto fondo sovrano più grande del mondo. Ora MbS sta pensando seriamente di prendersi le Atp Finals di tennis che fino al 2025 si giocano a Torino. Come ha scritto recentemente Andrea Soglio su Panorama.it «la Federazione e i grandi sponsor che hanno portato il top del tennis mondiale ai piedi della Mole Antonelliana sono da tempo impegnati a cercare di allungare il contratto della durata di 5 anni per la gestione del torneo dal 2021 al 2025 e il sogno era di arrivare al 2027, con due anni in più». Ma MbS come potrebbe farlo? Semplicemente acquisendo o entrando come socio nella società che da anni è sponsor del torneo stesso, la Nitto, azienda giapponese che produce isolanti elettrici, vinili e molti altri prodotti di derivazione plastica che è quotata alla Borsa di Tokyo. E nei giorni scorsi l’Arabia Saudita ha annunciato il suo ultimo colpo nella grande operazione di «Sportswashing»: un torneo di tennis chiamato «6 Kings Slam» che riunirà, a ottobre 2024, Jannik Sinner, Novak Djokovic, Rafa Nadal, Carlos Alcaraz, Daniil Medvedev e Holger Rune. A ogni partecipante è garantito un milione e mezzo di dollari mentre il vincitore ne incasserà sei.
Il gruppo attivo nelle infrastrutture, nell’energia e nella rigenerazione urbana entra nella classifica Leader della Sostenibilità 2026 realizzata dal Sole 24 Ore e Statista. Premiato il percorso sviluppato negli ultimi anni sul fronte ESG e della crescita sostenibile.
C’è anche Vitali S.p.A. tra le aziende inserite nella classifica Leader della Sostenibilità 2026, l’elenco realizzato da Il Sole 24 Ore insieme all’istituto di ricerca tedesco Statista che premia le imprese italiane considerate più solide sul fronte ESG, cioè ambiente, sostenibilità sociale e governance.
La selezione è stata costruita analizzando oltre 5.000 aziende italiane attraverso 35 indicatori legati alle politiche ambientali, sociali e organizzative. Alla fine sono state individuate 240 realtà ritenute capaci di coniugare crescita industriale, innovazione e attenzione agli impatti sul territorio. Per il gruppo con sede a Peschiera Borromeo, attivo nei settori delle infrastrutture, del real estate, della demolizione e della rigenerazione urbana, il riconoscimento rappresenta un ulteriore passaggio nel percorso avviato negli ultimi anni sul fronte della sostenibilità. Un percorso che ha portato anche alla trasformazione in Società Benefit e all’integrazione della rendicontazione ESG nei processi aziendali.
Lorenzo Parolari, amministratore delegato di Vitali
Nel 2025 Vitali ha pubblicato la seconda edizione del proprio Bilancio di sostenibilità, strumento che il gruppo considera ormai parte integrante della governance e della pianificazione industriale. Parallelamente, l’azienda ha rafforzato la struttura organizzativa con l’ingresso di nuove competenze e con investimenti legati allo sviluppo del capitale umano. «La sostenibilità è oggi un asse portante della nostra strategia industriale e della nostra identità come Società Benefit», ha spiegato l’amministratore delegato Alessio Parolari. «Essere inseriti tra i Leader della Sostenibilità 2026 rappresenta il riconoscimento di un percorso concreto, fatto di investimenti, responsabilità e visione di lungo periodo».
Tra i principali progetti seguiti dal gruppo figurano il sistema di mobilità sostenibile e-BRT e la riqualificazione della stazione ferroviaria di Bergamo. Sul fronte energetico, Vitali sta sviluppando una pipeline da oltre 500 megawatt di impianti fotovoltaici e iniziative legate all’idrogeno verde, oltre a investimenti in ambito digitale e data center. Prosegue infine anche l’attività nella rigenerazione urbana, con interventi come Bergamo Porta Sud e il progetto Hennebique nell’area del Porto Antico di Genova.
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Paolo Berizzi (Ansa)
A Eric Gobetti si possono muovere (e le muoveremo) parecchie critiche, ma non si può non riconoscergli il pregio della trasparenza. A differenza di tanti altri a sinistra, parla chiaro, non si nasconde dietro eufemismi, il che rende le sue tesi molto facili da inquadrare. Egli esplicita con chiarezza e in modo sicuro ciò che tanti altri magari pensano ma non dicono, o dicono con mezze parole. Ecco perché la lettura del suo libro Il nostro terrorismo (Utet) è utilissima ai fini di comprendere quale sia una impostazione molto diffusa - se non la più diffusa - fra i progressisti. Non solo riguardo all’oggetto del saggio, cioè appunto il terrorismo, ma più in generale verso la politica e le idee altrui.
Questo suo saggio, per farla breve, permette di comprendere per quale motivo sia così difficile per una larga fetta di commentatori, politici e analisti anche solo considerare la possibilità che Salim El Koudri sia un terrorista o comunque abbia compiuto un atto terroristico. Gobetti tenta una definizione di terrorismo che risulta a nostro avviso molto discutibile, cioè spiega giustamente che il terrorismo non è una sorta di connotato morale bensì un metodo di lotta (e fin qui ci siamo). Aggiunge che spesso il terrorismo è agito dagli Stati, e ha molta ragione. Poi aggiunge che il fine del terrorismo è sempre politico, e su questo si potrebbe discutere. Forse sarebbe più giusto dire che l’approdo dell’azione terroristica è comunque politico a prescindere dalla volontà e dalla consapevolezza dell’autore. Più difficile è affermare che vi sia sempre un disegno preciso ad animare certe manifestazioni di violenza illegittima. Qui però non ci interessa discutere di definizioni ma esaminare l’approccio. E a tale proposito l’affermazione più potente di Gobetti è senz’altro la seguente: «Il terrorismo è dunque un metodo di lotta non solo criminale, ma anche strutturalmente fascista, secondo l’accezione proposta da Umberto Eco di Ur-fascismo o “fascismo eterno”. Nasce da una logica razzista, bellicista, suprematista, che attribuisce valore assoluto alla violenza, riconosce la supremazia della forza sul dialogo, della guerra sulla pace. Inoltre viene concretamente operato da un piccolo gruppo di “forti”, di superuomini, contro masse di “deboli”, che appartengano alla propria comunità o a quella da colpire. Che essi periscano o vengano travolti da un’ondata di violenza è messo in conto, se non auspicato, da chi sceglie di combattere mediante lo strumento del terrorismo».
Sostenere che il terrorismo sia intrinsecamente fascista equivale a dire che «la violenza è soltanto nera», che è poi ciò che si diceva negli anni di piombo quando si metteva in dubbio l’identità rossa delle Brigate rosse. Tale convinzione porta Gobetti a compiere singolari distinzioni. Egli ammette che i partigiani rossi italiani (come tutti i partigiani del globo) possono fare ricorso al terrore come metodo. Ma parlando nello specifico degli attentati dei Gap, afferma: «Si tratta di singoli episodi, che vanno considerati come tali: il frutto di scelte estreme, connesse alle dinamiche locali, presto proibiti dai comandi superiori. Per i fascisti e i nazisti al contrario la violenza brutale e indiscriminata è sempre stata lo strumento privilegiato per esercitare il potere». Singoli episodi, magari errori. Se la violenza è solo fascista, quando la commettono i rossi deve per forza trattarsi di uno sbaglio, un fraintendimento o di una risposta alla provocazione.
Non è un caso che Gobetti sia anche uno dei più ostinati negazionisti delle foibe: colpa dei fascisti se i titini uccidevano gli italiani. Tale discorso ovviamente si può estendere all’infinito. E infatti Gobetti lo estende, arrivando persino a smussare la geometrica ferocia del terrorismo comunista degli anni di piombo. Per lui dominano le «stragi fasciste», i complotti neri e la strategia della tensione. Dall’altra parte ci sono soltanto «omicidi politici di stampo comunista» di cui alla fine dei conti ha fatto le spese «soprattutto il Pci di Berlinguer». Alla faccia degli opposti estremismi.
Intendiamoci. È vero che si sta parlando di concetti ambigui, scivolosi. È ovvio che talvolta si debba lottare armi in pugno per la libertà, o per quella che si pensa sia libertà: partigiani e terroristi talvolta sono difficilmente distinguibili, non siamo ipocriti. Ed è esattamente al netto dell’ipocrisia che Gobetti riesce ad affermare una grande verità: si tende a definire terrorista ciò che ci fa comodo definire tale. Lo fanno gli Stati, lo fanno i politici. E ovviamente lo fa lo stesso Gobetti con le sue capziose distinzioni tra rossi e neri. A questa tendenza di cui abbiamo avuto fin troppe prove nel corso della storia dobbiamo però aggiungere l’altro dato che emerge con prepotenza dal libro gobettiano (malgrado le intenzioni dell’autore). E cioè che il fronte progressista si considera sempre e comunque dalla parte del giusto. A questo punto basta unire le due evidenze: se terrorismo è la violenza che non fa comodo alla causa, e se la sola causa giusta è quella progressista, si spiega perché, anche di fronte a una strage, ci siano reticenze e negazioni. Ad esempio quelle fatte esplodere da Repubblica tramite un allarmato articolo di Paolo Berizzi, gran cacciatore di fascisti. Nel pezzo, il nostro spiega che «cresce il nichilismo estremista online» e racconta che una «ricerca della Fondazione Icsa approfondisce le tematiche del terrorismo e dell’eversione: “Sono quasi sempre minori, nativi digitali, con difficoltà relazionali, vulnerabilità psicologica e vita sociale marginalizzata”. Marginalizzazione, disagio psichico, vulnerabilità... Sembra il profilo di Salim El Koudry, che è solo un po’ più vecchio. Peccato che l’articolo non sia su di lui ma sui «giovani suprematisti», cioè la «nuova versione di destra» che si configura come «nazirazzista». Tutto chiaro: se un giovane mentalmente fragile si abbevera a qualche forum nazista allora diventa un terrorista. Se un altro giovane parla di bastardi cristiani e compie una strage in stile Isis è solo un pazzo. La violenza è sempre fascista, giusto così.
C’è una sola conclusione possibile: il terrorismo non è questione di dinamica, di terminologia o modalità di azione. È solo un problema di cattiva coscienza.
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Ansa
Non dimentichiamo che, l’altro ieri, era stato il ministro dell’Interno di Islamabad, Mohsin Naqvi, a visitare la capitale iraniana, per incontrare il comandante dei pasdaran, Ahmad Vahidi. Non solo. Domani, il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, si recherà in Cina dove vedrà Xi Jinping.
Dal canto suo, il ministero degli Esteri iraniano ha reso noto che Teheran starebbe esaminando i «punti di vista» degli americani. Al contempo, sempre ieri, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha cautamente parlato di «segnali positivi» nel processo diplomatico, confermando il viaggio della delegazione pakistana verso la Repubblica islamica ed esprimendo delusione per il comportamento degli alleati della Nato. Tuttavia, segretario di Stato americano, probabilmente per mettere sotto pressione gli ayatollah, non ha escluso il ricorso all’opzione militare. «La preferenza del presidente è quella di concludere un buon accordo, questa è la sua preferenza», ha detto, per poi aggiungere: «Ma se non riusciamo a raggiungere un buon accordo, il presidente è stato chiaro: ha altre opzioni. Non entrerò nei dettagli, ma tutti le conoscono».
Non mancano ciononostante delle difficoltà. Fonti della Repubblica islamica hanno riferito che la Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, avrebbe vietato il trasferimento all’estero dell’uranio in procinto di essere utilizzabile per la realizzazione di armamenti. Un’indiscrezione, quest’ultima, che è stata smentita sia dalla Casa Bianca sia da un alto funzionario di Teheran. Del resto, se fosse confermata, la notizia rischierebbe di mettere seriamente in difficoltà il processo diplomatico: Donald Trump notoriamente auspica che il regime khomeinista ceda le proprie scorte di uranio altamente arricchito. Scorte che, durante il suo recente incontro con Xi a Pechino, Vladimir Putin, secondo Interfax, si sarebbe offerto di ospitare in territorio russo. Si tratta di una proposta, quella dello zar, rispetto a cui la Casa Bianca nutre tuttavia freddezza. Ieri, il presidente americano è infatti tornato a ribadire che l’Iran non può conservare il suo uranio altamente arricchito e che saranno gli Stati Uniti a prenderne possesso. «Una volta che lo avremo, lo distruggeremo. Non lo vogliamo», ha affermato Trump, che ha anche detto che il conflitto finirà «molto presto».
Tutto questo, senza dimenticare il nodo di Hormuz. Ieri, la Repubblica islamica ha fatto sapere che Teheran sta discutendo con l’Oman l’introduzione di un pedaggio permanente per chi voglia usufruire dello Stretto: un’idea che è stata duramente bocciata dal presidente americano e dallo stesso Rubio, secondo cui l’introduzione di gabelle renderebbe impossibile ogni accordo tra Washington e Teheran. Dall’altra parte, Centcom ha reso noto di aver «reindirizzato» 94 navi da quando Washington ha imposto il blocco ai porti della Repubblica islamica. Inoltre, secondo la Cnn, l’intelligence statunitense riterrebbe che Teheran starebbe ricostituendo più rapidamente del previsto le proprie capacità militari e che, a seguito del cessate il fuoco con Washington, avrebbe riavviato la produzione di droni. Insomma, la diplomazia è ripartita. Ma la strada non è ancora in discesa.
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