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2022-03-15
Mast collection: la fotografia dell’industria, del lavoro e della tecnologia in mostra a Bologna
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All’interno gallerie espositive, un auditorium, un accademy, una caffetteria, un nido scuola e persino un centro welness. All’esterno un parco che è un museo a cielo aperto di arte contemporanea, con sculture di Olafur Eliasson, Anish Kapoor, Arnaldo Pomodoro e Mark Di Suvero. Questo, in sostanza, il MAST di Bologna, dove MAST sta per Manifattura di Arti, Sperimentazione e Tecnologia, moderno centro polifunzionale e spazio culturale d’avanguardia, creato nei primi anni del 2000 dall’omonima Fondazione MAST come punto di riferimento per la fotografia dell'industria e del lavoro. Nel giro di pochi anni, le numerose acquisizioni di immagini da case d'asta, collezioni private, gallerie d'arte, fotografi ed artisti, unite al già consistente patrimonio della Fondazione (una straordinaria raccolta di filmati, negativi su vetro e su pellicola, fotografie, album e cataloghi) hanno fatto della Collezione della Fondazione MAST l’unico centro di riferimento al mondo di «fotografia industriale », con più di 6000 immagini e video di celebri artisti e maestri dell’obiettivo, oltre ad una vasta selezione di materiale fotografico di autori sconosciuti.
E la mostra in corso (in programma sino al 22 maggio), intitolata «The MAST Collection - A Visual Alphabet of lndustry, Work and Technology» e curata da Urs Stahel, è la prima, grande esposizione di opere selezionate dalla collezione della Fondazione: ad occupare tutti gli spazi espositivi del MAST, un susseguirsi di immagini iconiche di fotografi famosi ( ma anche meno noti se non addirittura ignoti) e di un gran numero di artisti che hanno testimoniano visivamente la storia del mondo industriale e del lavoro. A colpire lo sguardo del visitatore, la straziante bellezza della madre migrante di Dorothea Lange, un’immagine del 1936, ma – purtroppo – così straordinariamente attuale; oppure la forza degli operai di un pozzo petrolifero immortalati dal Sebastiao Salgado, un vortice di movimenti, schizzi e spruzzi che sembrano quasi uscire dall’immagine; e, ancora, la calca claustrofobica di Shanghai, magistrale scatto del Maestro Henri Cartier-Bresson o il bambino sul passeggino di Mimmo Jodice, il gioioso sorriso che contrasta con il grigio di Bagnoli. E poi, a fare da contrasto a queste immagini storiche e in bianco e nero, ai paesaggi cupi dell’industria pesante e del duro lavoro manuale, ecco gli scintillanti impianti high-tech e l’universo digitale del robot di Thomas Demand o il braccio meccanico di Peter Fraser, quasi bello sullo sfondo fucsia.
Pochi, emblematici esempi, per dare l’idea dei contenuti di questa esposizione, strutturata in 53 capitoli che raccontano di vecchi e giovani, ricchi e poveri, sani e malati, aree industriali o villaggi operai. La forma espositiva è quella di un alfabeto, che permette di mettere in rilievo un sistema di concetti che parte dalla A di Abandoned e Architecture e arriva fino alla W di Waste, Water, Wealth.
Come ha dichiarato Urs Stahel «L’alfabeto nasce per mettere insieme incroci tra lo sguardo lontano e quello vicino, testi e momenti dello scatto, portando I’attenzione all’interno delle opere ... La fotografia è figlia dell'industrializzazione e al tempo stesso ne rappresenta il documento visivo più incisivo, fondendo in sé memoria e commento». Ed è in queste parole che è racchiusa tutta l’essenza della mostra…
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Nei moderni spazi espositivi della Fondazione Mast di Bologna, in mostra sino al 28 agosto una straordinaria raccolta di oltre 500 immagini di grandi fotografi italiani e internazionali (ma anche di artisti anonimi) che hanno saputo raccontare e interpretare il variegato mondo dell’industria e del lavoro, dal XIX secolo ai giorni nostri. Con lo sguardo aperto sul futuro.All’interno gallerie espositive, un auditorium, un accademy, una caffetteria, un nido scuola e persino un centro welness. All’esterno un parco che è un museo a cielo aperto di arte contemporanea, con sculture di Olafur Eliasson, Anish Kapoor, Arnaldo Pomodoro e Mark Di Suvero. Questo, in sostanza, il MAST di Bologna, dove MAST sta per Manifattura di Arti, Sperimentazione e Tecnologia, moderno centro polifunzionale e spazio culturale d’avanguardia, creato nei primi anni del 2000 dall’omonima Fondazione MAST come punto di riferimento per la fotografia dell'industria e del lavoro. Nel giro di pochi anni, le numerose acquisizioni di immagini da case d'asta, collezioni private, gallerie d'arte, fotografi ed artisti, unite al già consistente patrimonio della Fondazione (una straordinaria raccolta di filmati, negativi su vetro e su pellicola, fotografie, album e cataloghi) hanno fatto della Collezione della Fondazione MAST l’unico centro di riferimento al mondo di «fotografia industriale », con più di 6000 immagini e video di celebri artisti e maestri dell’obiettivo, oltre ad una vasta selezione di materiale fotografico di autori sconosciuti.E la mostra in corso (in programma sino al 22 maggio), intitolata «The MAST Collection - A Visual Alphabet of lndustry, Work and Technology» e curata da Urs Stahel, è la prima, grande esposizione di opere selezionate dalla collezione della Fondazione: ad occupare tutti gli spazi espositivi del MAST, un susseguirsi di immagini iconiche di fotografi famosi ( ma anche meno noti se non addirittura ignoti) e di un gran numero di artisti che hanno testimoniano visivamente la storia del mondo industriale e del lavoro. A colpire lo sguardo del visitatore, la straziante bellezza della madre migrante di Dorothea Lange, un’immagine del 1936, ma – purtroppo – così straordinariamente attuale; oppure la forza degli operai di un pozzo petrolifero immortalati dal Sebastiao Salgado, un vortice di movimenti, schizzi e spruzzi che sembrano quasi uscire dall’immagine; e, ancora, la calca claustrofobica di Shanghai, magistrale scatto del Maestro Henri Cartier-Bresson o il bambino sul passeggino di Mimmo Jodice, il gioioso sorriso che contrasta con il grigio di Bagnoli. E poi, a fare da contrasto a queste immagini storiche e in bianco e nero, ai paesaggi cupi dell’industria pesante e del duro lavoro manuale, ecco gli scintillanti impianti high-tech e l’universo digitale del robot di Thomas Demand o il braccio meccanico di Peter Fraser, quasi bello sullo sfondo fucsia. Pochi, emblematici esempi, per dare l’idea dei contenuti di questa esposizione, strutturata in 53 capitoli che raccontano di vecchi e giovani, ricchi e poveri, sani e malati, aree industriali o villaggi operai. La forma espositiva è quella di un alfabeto, che permette di mettere in rilievo un sistema di concetti che parte dalla A di Abandoned e Architecture e arriva fino alla W di Waste, Water, Wealth. Come ha dichiarato Urs Stahel «L’alfabeto nasce per mettere insieme incroci tra lo sguardo lontano e quello vicino, testi e momenti dello scatto, portando I’attenzione all’interno delle opere ... La fotografia è figlia dell'industrializzazione e al tempo stesso ne rappresenta il documento visivo più incisivo, fondendo in sé memoria e commento». Ed è in queste parole che è racchiusa tutta l’essenza della mostra…
Mario Fresa (Imagoeconomica)
Gli avvocati del consigliere di Cassazione contestano la pubblicazione degli audio e parlano di ricostruzione «incompleta e lesiva». La redazione ribatte: file integrali o omissati solo per il minore, fatti riportati correttamente e già citati i provvedimenti giudiziari.
La replica dei legali
Con riferimento agli articoli pubblicati online dal quotidiano La Verità, in data 21 e 22 marzo 2026, con allegati file audio privi di alcuna rilevanza probatoria, relativi al consigliere di Cassazione dottor Mario Fresa, si evidenzia come il contenuto degli stessi sia stato pubblicato in maniera volutamente incompleta, al fine di dare una visione distorta e strumentale degli eventi richiamati. In particolare, non viene dato atto che sui fatti richiamati sono intervenute due diverse ordinanze di archiviazione, l’ultima il 29 settembre 2025, che hanno esaminato tutti i file audio agli atti, rilevando solamente dei diverbi tra i due coniugi, frutto di un rapporto conflittuale, in assenza di circostanze penalmente rilevanti e «non una sistematica sopraffazione come richiesto dalla norma incriminatrice». Del pari, nei suddetti articoli, pubblicati con singolare coincidenza il giorno prima della votazione sul referendum, viene omessa la decisiva circostanza che il giudizio di separazione personale tra il Fresa e la moglie si è concluso con un accordo consensuale nel gennaio 2025 che prevedeva, all’esito dell’espletata Ctu, un affidamento condiviso del figlio minore, in quanto rispondente agli interessi del bambino. Accordo la cui validità è stata confermata anche con successivo provvedimento del tribunale civile di Roma in data 5 dicembre 2025, che ha evidenziato l’assenza di criticità tali da dover assumere un provvedimento di modifica delle statuizioni vigenti.In considerazione di quanto sopra, l’omissione di tali elementi essenziali della vicenda ha determinato la diffusione di una rappresentazione dei fatti gravemente lesiva dell’onore, della reputazione e dell’identità personale del dott. Fresa, in violazione dei principi di verità, completezza e continenza che devono presiedere all’esercizio del diritto di cronaca giornalistica.
Avv. Ilenia Guerrieri e Marco Meliti Roma
La risposta della redazione
Con riferimento alla richiesta di rettifica si evidenzia che sul sito della «Verità» sono stati pubblicati due file audio. Uno in formato integrale, trattandosi di conversazioni intrattenute in luogo pubblico alla presenza delle forze dell’ordine, l’altro omissato, però, soltanto nella parte in cui riproduce la voce del minore coinvolto e in cui il dottor Fresa spiega al figlio che la madre sarebbe «la classica straniera morta di fame che viene in Italia, si sposa un ricco e famoso e dopodiché gli rovina la vita e si vuole fottere pure il patrimonio». I lettori hanno quindi potuto acquisire esatta conoscenza di quanto descritto nell’articolo che ha, ovviamente, riportato soltanto i fatti ritenuti rilevanti dal cronista considerata la ben nota funzione pubblica esercitata dal dottor Fresa, il quale, peraltro, secondo quanto riferito dallo stesso magistrato, nel corso di un’ulteriore conversazione non pubblicata sul sito, ha sostenuto di essere titolare di un procedimento penale avente a oggetto violenze su numerosi minori consumate da ecclesiastici e di cui non abbiamo trovato traccia su fonti aperte. Infine, si osserva che nell’articolo, contrariamente a quanto sostenuto nella rettifica, si riportano diffusamente i provvedimenti giudiziari favorevoli al dottor Fresa adottati sia nella sede penale che nella sede civile così come la condanna riportata dal dottor Fresa in sede disciplinare per condotte violente consumate ai danni dell’ex coniuge e ammesse dallo stesso dottor Fresa davanti al Consiglio Superiore della Magistratura.
LV
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L’appuntamento era in calendario da tempo, sollecitato dalla Lega e agevolato dal senatore Claudio Borghi. Prima di diventare direttore del Nih (National Institute of Health, il più grande finanziatore pubblico di ricerca biomedica al mondo con un budget annuale di circa 48 miliardi di dollari all’anno), Bhattacharya era un autorevolissimo epidemiologo, docente di medicina e di politiche di sanità pubblica all’università di Stanford e, insieme con i professori Martin Kulldorff dell’università di Harvard e Sunetra Gupta dell’università di Oxford, cofirmatario della Great Barrington Declaration (Gbd), documento che ha segnato la controstoria della pandemia. È lui che ha dimostrato, evidenze scientifiche alla mano, che le decisioni draconiane indicate dagli Stati Uniti a tutto l’Occidente, a cominciare dall’Italia, non erano «l’unica soluzione». Ed è esattamente su queste evidenze che lo hanno audito i membri della commissione Covid, chiedendogli di smentire una volta per tutte la vastità di leggende pandemiche antiscientifiche che hanno reso l’Italia uno dei Paesi con più restrizioni e, al tempo stesso, con la più alta mortalità durante la pandemia.
Molte le domande sui lockdown, il green pass e i vaccini poste da Claudio Borghi e Alberto Bagnai della Lega, oltre che da Lucio Malan di Fratelli d’Italia. Ma il botta e risposta con l’onorevole Alfonso Colucci è stato quasi onirico: non tanto per le puntuali risposte fornite da Bhattacharya, quanto per le domande che gli sono state rivolte dall’avvocato di Giuseppe Conte, con il malcelato obiettivo di difendere le sciagurate decisioni adottate dal leader M5s quando era premier, durante la prima e la seconda ondata. Avventurandosi sul terreno impervio dei parametri epidemiologici, Colucci ha obiettato al direttore del Nih che «a suo parere» il lockdown è stata una misura efficace. «I Paesi con i lockdown più restrittivi non hanno avuto un tasso di mortalità più basso e non hanno protetto di più le vite umane», ha spiegato Bhattacharya ai membri della commissione Covid. L’avvocato di Conte ha poi tentato la carta del Nobel per impressionarlo: «Quindi lei non è d’accordo con quanto dichiarato in questa commissione dal premio Nobel Giorgio Parisi, secondo il quale senza lockdown in Italia avremmo avuto dieci volte morti in più nella prima ondata?». «No», è stata la risposta secca di Bhattacharya, per nulla impressionato. La sua replica è stata un’interessante lezione di salute pubblica da mandare a memoria: premettendo che, quando si ha un indice di trasmissibilità inferiore a uno, questo non significa che la malattia sia sparita, «la soluzione doveva essere quella di avere un lockdown permanente per tenere l’indice sotto l’uno?», ha chiesto retoricamente il direttore del Nih. «Era quello l’obiettivo, mantenere l’indice sotto l’uno? Oppure si trattava di difendere la vita al meglio possibile? Sono due obiettivi molto diversi. Se si guardano i dati reali, i lockdown non hanno protetto la vita umana. Anche se l’indice in alcuni modelli è sceso al di sotto dell’uno, non è un’evidenza sufficiente per dire che il lockdown sia stato un modo efficace per proteggere la vita umana». L’ossessione di Roberto Speranza, il «rischio zero», era insomma una bufala antiscientifica.
Rispondendo alle domande di Borghi, Bagnai e Malan, il direttore del Nih ha poi detto la sua anche sul mantra di Draghi «se non ti vaccini, ti ammali e muori»: «Già a marzo 2021 era chiaro che il vaccino non impedisse l’infezione e anzi che l’efficacia del vaccino diminuisse pochi mesi dopo averlo ricevuto». A dispetto di tutte le sentenze italiane che, condannando i non vaccinati, hanno stabilito che all’epoca le evidenze dicessero altro: non era vero. L’introduzione del green pass «ha avuto come conseguenza una riduzione della fiducia nella salute pubblica». Sui no vax, «il fatto che fossero più pericolosi e potessero diffondere la malattia più facilmente rispetto alle persone vaccinate non è corretta dal punto di vista scientifico. Sia le persone vaccinate che quelle non vaccinate potevano diffondere la malattia allo stesso modo». E il green pass? «Si è basato su un falso scientifico». Riabilitati anche i guariti: «Negli Stati Uniti si è deciso di ignorarli per poter rendere obbligatori i vaccini. Non tenere conto dell’immunità da guarigione non è stata una decisione scientificamente corretta». Stoccata anche all’Oms: «Ha fatto più male che bene durante la pandemia. Ha ignorato la situazione andando contro le evidenze scientifiche, ha elevato in modo eccessivo l’esperienza dei lockdown cinesi, quindi ha causato più danni che altro».
«Ancora oggi stiamo subendo i danni di certe misure prive di fondamento scientifico», ha dichiarato Alice Buonguerrieri, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Covid, «ed è paradossale che in quel periodo la Costituzione italiana fu calpestata da chi oggi, in nome della sua difesa, ha impedito una riforma della giustizia necessaria per modernizzare l’Italia».
«Dopo molti sforzi alla fine siamo riusciti ad avere in audizione il simbolo della scienza negata, quella scienza che era alla base della posizione della Lega su lockdown e green pass, presentata su Repubblica nel luglio del 2021, che venne distrutta da Draghi con l’infame inganno del “non ti vaccini, ti ammali, muori o fai morire”, è il commento del senatore leghista Claudio Borghi. «Oggi Bhattacharya conferma tutto. Noi avevamo ragione e Draghi e Conte non avevano capito nulla. Ma chi ci ridà quegli anni?»
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Ecco #DimmiLaVerità del 25 marzo 2026. Il nostro esperto di politica Usa Stefano Graziosi ci spiega a che punto sono i negoziati per un cessate il fuoco in Iran.