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2019-07-06
Malta e l’Italia d’accordo. Ma la barca a vela rifiuta il porto della Valletta
Ansa
È una partita (politica) a tetris, lo sbarco della nave Alex della Ong Mediterranea saving humans. Il veliero è infatti ancora fermo a dodici miglia da Lampedusa, in attesa che arrivino comunicazioni da Roma o dalla Valletta sulla destinazione finale. Intanto, nel primo pomeriggio di ieri, sono arrivati proprio a Lampedusa e sono già stati visitati nel poliambulatorio dell'isola i 18 migranti (tra cui sei donne e sette bambini), evacuati in mattinata dalla guardia costiera a causa delle loro condizioni di salute. Secondo le prime informazioni, nessuno di loro presenterebbe problemi di particolare gravità. Restano a bordo, quindi, altri 41 naufraghi, salvati al largo della Libia dalla Ong, che dovrebbero trovare ospitalità a Malta a patto, però, che l'Italia accolga a sua volta 55 migranti, provenienti dai centri dell'isola, per non gravare troppo sul piccolo Stato. Uno «scambio» annunciato dal premier maltese Joseph Muscat in un sms inviato all'omologo italiano, Giuseppe Conte, la sera della cena con Vladimir Putin.
Il Viminale parla di «accordo totale» tra i due Paesi. «La Valletta è disponibile ad accogliere gli immigrati a bordo della Alex, e Roma ne riceverà altrettanti da Malta per lasciare invariata la pressione dell'accoglienza sull'isola», affermano fonti del Ministero retto da Matteo Salvini. «Peraltro - si aggiunge - è sorprendente che Mediterranea affermi che Alex non possa affrontare il viaggio verso Malta, visto che è partita da Licata per arrivare fino in acque Sar libiche. L'Italia è pronta a offrire massima collaborazione, come sempre fatto in passato, non solo per tutelare le fragilità a bordo (operazione già effettuata con successo), ma anche per facilitare l'arrivo degli altri immigrati a Malta. A questo punto è però doveroso che Alex, anche con pochi membri dell'equipaggio, accetti di dirigersi comunque verso La Valletta per sottoporsi alle normali e doverose verifiche di legge. Siamo sicuri che», concludono le fonti, «avendo a cuore le condizioni delle persone trasportate e non essendoci nulla da nascondere, la Ong accetterà questa soluzione».
In mattinata, l'armatore della Ong, Alessandro Metz, aveva scritto su Twitter che il veliero sarebbe rimasto in mare aperto. «È necessario ribadire che la situazione della nostra imbarcazione e le condizioni delle persone a bordo non ci consentono di affrontare il viaggio fino a La Valletta. Quindi chiediamo che si muovano le motovedette della guardia costiera italiana o maltese». Servono le motovedette, aveva insistito Metz, perché «questi mezzi sono attrezzati, mentre la Alex non lo è. Noi eravamo in missione di monitoraggio quando ci siamo trovati ad affrontare il salvataggio». Parole che sono premessa alla vera e propria ribellione in serata, quando la nave rifiuta di avvicinarsi a Malta: se inizialmente aveva detto di non essere in grado di arrivare fino all'isola, di colpo pretende di fermarsi, invertire la rotta e andare in acque internazionali, sottraendosi di fatto ai controlli.
Diverso, invece, il discorso per la Alan Kurdi, la nave della Ong tedesca Sea Eye. Il Viminale sta predisponendo il divieto di ingresso in acque territoriali italiane. Dal ministero dell'Interno fanno sapere che la nave potrà fare rotta verso la Tunisia o verso la Germania. «Anche in questo caso - sottolineano fonti istituzionali -, la posizione del governo italiano è perfettamente coincidente con quella di Malta. Due Paesi che stanno subendo, ormai da anni, l'indifferenza e l'incapacità dell'Unione europea». E, proprio a tal riguardo, il ministro dell'Interno Matteo Salvini ha inviato una lettera ufficiale al suo omologo tedesco Horst Seehofer sulla gestione della nave che ieri mattina ha portato a bordo 65 migranti alla deriva al largo della Libia. «Dall'evolversi della situazione - scrive Salvini - parrebbe trattarsi dell'oramai consueto modus operandi esercitato dalle imbarcazioni di Ong nel Mediterraneo che, conducendo operazioni in aree marittime di competenza di altri Paesi, si dirigono successivamente per lo sbarco verso le coste italiane. L'Italia, pur continuando a rispettare la normativa sovranazionale e a difendere responsabilmente le frontiere europee a beneficio di tutti gli Stati membri dell'Ue, non intende più essere l'unico “hotspot dell'Europa"». Il vicepremier dunque chiede un intervento diretto della Germania, ritenendola responsabile del deteriorarsi della situazione a bordo.
Nel frattempo, la polemica politica non si placa. La Confederazione europea dei sindacati (Ces), in un comunicato stampa, afferma di sostenere la società civile italiana e slovena contro la chiusura delle frontiere. La Ces, che rappresenta 45 milioni di lavoratori e 90 organizzazioni sindacali in tutta Europa, attraverso il suo segretario generale Luca Visentini, «fa appello al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e al presidente del Consiglio Giuseppe Conte per porre fine alla speculazione propagandistica del ministro Salvini sulla chiusura del confine tra Italia e Slovenia con la costruzione di barriere fisiche per fermare i migranti». Il vicepremier leghista non si ferma, però. E afferma: «Con il collega croato abbiamo ipotizzato contatti fra la polizia italiana, quella slovena e quella croata per pattugliamenti congiunti che siano fatti sia in territorio sloveno e in territorio croato».
Diario di bordo di un’azione politica sulla pelle di 54 disperati africani
Nessuna volontà di rispettare le leggi né di pensare alla sicurezza e al benessere degli immigrati come priorità. Sembra questo il «canovaccio» operativo delle Ong che solcano le onde del Mediterraneo fino alle coste della Libia come, ultima in ordine di tempo, la Mediterranea Saving Humans con il no global Luca Casarini capomissione e con la Mare Jonio ancora sotto sequestro. Giovedì Alex, bella barca a vela da crociera di 18 metri di Mediterranea, in missione di osservazione nella zona Sar libica, con a bordo anche una giornalista di Rai News per un reportage, risponde alla segnalazione di Allarm Phone, servizio che raccoglie le richieste di aiuto, su una barca in pericolo salpata dalle coste libiche. Il veliero si dirige immediatamente verso l'area e «un gommone in pericolo con 54 persone a bordo, tra cui 11 donne (una incinta) e 4 bambini». A quel punto Mediterranea chiama la sala operativa della Guardia Costiera di Roma chiedendo lumi su cosa fare: la direttiva ribadisce che dovranno essere le motovedette libiche a occuparsi dei naufraghi, perché il gommone è in acque di Tripoli ma anche perché c'è l'impossibilità strutturale della barca a vela a sobbarcarsi i migranti in quanto non adatta al «search and rescue». Nel frattempo una motovedetta libica si sta dirigendo sul posto ma per la Ong italiana i migranti «devono essere salvati, non riportati in Libia». Subito dopo Mediterranea twitta: «Tutti i 54 naufraghi sono stati salvati e si trovano adesso a bordo di Alex. Motovedetta libica arrivata tardi, prima intima l'alt, poi si allontana dalla scena. Felici di aver strappato 54 vite umane dall'inferno della Libia. Adesso serve subito un porto sicuro». Chiaro, dunque fin da subito, l'obiettivo ideologico dell'Ong: come nel caso della Sea Watch, sfidare il governo.
E così il veliero da crociera (che navigava con a fianco sia la Open Arms, spagnola, sia la tedesca SeaEye) ha caricato i 54 disperati infischiandosene delle direttive di Roma e della Marina di Tripoli. Quest'ultima non è arrivata tardi, anzi: oltre ad essere tempestiva ha intimato l'alt ad Alex, ha inseguito il veliero mentre si allontanava verso l'Italia e solo tempo dopo ha abbandonato la scena. Un comportamento arbitrario, quello della Ong, cui fa subito seguito un'altra pretesa: attraccare a Lampedusa, benché a Casarini e compagni siano note le direttive del Viminale. Il ministro dell'Interno Matteo Salvini è chiaro: «Gli immigrati sono più vicini di decine di miglia nautiche alla Tunisia rispetto a Lampedusa. Se questa Ong ha a cuore la salvezza degli immigrati faccia rotta nel porto sicuro più vicino, altrimenti sappia che attiveremo tutte le procedure per evitare che il traffico di esseri umani abbia l'Italia come punto di arrivo». Ma Alex è già sul piede di guerra e la portavoce Alessandra Sciurba risponde: «La Tunisia per noi non è un porto sicuro». Pazienza se ogni anno ci attraccano decine di migliaia di turisti paganti, Mediterranea segue una logica solo sua. Così comincia il tira e molla mentre i migranti s'ammassano sul ponte del bialbero e qualche operatrice gioca con i bambini scattando foto di abbracci e baci. L'equipaggio fa sapere che è stato notificato dalla Gdf il divieto d'ingresso nelle acque territoriali - come prevede il decreto Sicurezza - ma che è «illegittimo perché non può applicarsi a una nave che ha effettuato un'operazione di soccorso a tutela della vita umana in mare. E perché non può essere vietato a una bandiera italiana l'ingresso nelle acque del proprio Paese». La Ong annuncia che Malta ha autorizzato la nave a dirigersi verso La Valletta per effettuare lo sbarco, ma l'equipaggio decide ancora di disobbedire e annuncia che la traversata da Lampedusa, ormai prossima, è impraticabile per le condizioni di alcuni passeggeri e per il tipo di barca (che però era partita da Licata per arrivare nelle acque libiche). Alex quindi chiede che qualcuno si occupi del trasbordo, poiché ci vorrebbero 11 ore di navigazione per raggiungere Malta. Poi, sempre la Sciurba, dichiara che nessuna nave - né italiana né maltese - andrà a prelevare i naufraghi nel punto in cui si trova la Alex, a 12 miglia dalle coste di Lampedusa, limite delle acque territoriali italiane. Salvini ribadisce il divieto ad attraccare denunciando come «atto di pirateria» il comportamento della Alex nel caso in cui non avesse fatto rotta verso La Valletta. Ed è proprio Malta, che già aveva dato disponibilità allo sbarco, a sbloccare, all'alba di ieri mattina, la situazione. Il governo di Joseph Muscat comunica che «a seguito di contatti tra i governi maltese e italiano, è stato deciso che Malta trasferirà 54 migranti, che sono a bordo della nave Alex, a bordo di una nave delle forze armate e saranno accolti a Malta». Poi specifica che quello annunciato non è altro che uno scambio: «D'altra parte, l'Italia prenderà 55 migranti da Malta. Questo accordo fa parte di un'iniziativa che promuove uno spirito europeo di cooperazione e buona volontà tra Malta e l'Italia». Subito dal veliero della Ong sono stati evacuati, a Lampedusa, 13 migranti «vulnerabili», cioè bambini, donne e relative famiglie. Ma Mediterranea, quasi scontenta della soluzione politica secondo accordi fra nazioni, ha insistito: «Adesso devono sbarcare presto gli altri 41 naufraghi rimasti». Nel frattempo la Alan Kurdi, della Ong Sea-Eye, ha soccorso 65 migranti al largo della Libia e attende risposte dalle autorità marittime di Roma, Malta e Tripoli.
Dopo la nave, perde anche la faccia. Carola vuole querelare Salvini
Graziata dal gip di Agrigento, che non ne ha convalidato l'arresto, la capitana della Sea Watch 3, Carola Rackete, sta per passare al contrattacco. Appena prima di scendere dalla nave Ong aveva detto di non aver tempo per Matteo Salvini, di avere altre priorità - salvare vite umane. Il suo avvocato, a quanto pare, ritiene che sia arrivata l'ora di preoccuparsi anche del ministro dell'Interno.
Alessandro Gamberini, legale della ragazza, in un'intervista a Radio Cusano campus ha annunciato che querelerà il titolare del Viminale: «Non è facile raccogliere tutti gli insulti che Salvini ha fatto in queste settimane e anche le forme di istigazioni a delinquere nei confronti di Carola, cosa che è ancora più grave se fatta da un ministro dell'Interno. Nel circuito di questi leoni da tastiera», ha chiosato il difensore della Rackete, «è lui che muove le acque dell'odio. Una querela per diffamazione è il modo per dare un segnale. Quando le persone vengono toccate nel portafoglio capiscono che non possono insultare gratuitamente».
Certo che, al contrario di quanto Gamberini si augura accada con Salvini, nel caso della Sea Watch, le sanzioni pecuniarie non paiono destinate a scoraggiare i tassisti del mare teutonici. La raccolta fondi avviata in Germania a beneficio dell'Ong, infatti, ha già superato il milione di euro. Staremo a vedere se la giustizia nostrana riuscirà a compiere la suprema inversione del buon senso: scagionare la capitana «Findus», che ha raccolto i migranti in acque libiche, è rimasta al largo di Lampedusa per due settimane e poi ha forzato un blocco legittimato persino dalla Corte europea dei diritti dell'uomo, per concludere l'opera con un tentato speronamento a una motovedetta della Finanza; e condannare, al contrario, il leader leghista, reo di aver fomentato l'odio dei social contro Carola e aver istigato i fan del Carroccio a commettere qualche atroce delitto ai danni della coraggiosa paladina dei deboli.
Visto che il vicepremier è il capobranco dei leoni da tastiera, non si è fatta attendere la sua replica a Gamberini e Rackete su Facebook: «Infrange leggi e attacca navi militari italiane e poi mi querela. Non mi fanno paura i mafiosi, figurarsi una ricca e viziata comunista tedesca! Bacioni». Effettivamente, fa specie che una signorina che si serve di 50 disperati per portare avanti una crociata politica personale, non solo sia libera di andarsene a spasso per la Penisola in cui è entrata abusivamente (mentre attende il processo, la Rackete potrebbe starsene a prendere il sole su una spiaggia, dalla Sicilia alle Cinque Terre), ma addirittura tenti di ribaltare la frittata, facendo passare il nostro ministro dell'Interno per un delinquente.
La Rackete, nel frattempo, si è confidata con Repubblica, che oggi pubblica un'intervista in cui la capitana, immortalata in una mise floreale e baciata dal sole estivo, racconta di aver «compiuto qualcosa di grande». E che sarebbe pronta a rifare tutto. Giusto per non farsi beffe degli italiani. Peraltro, il quotidiano diretto da Carlo Verdelli ha proposto il colloquio con Carola come un'esclusiva. L'intervista, in realtà, era una specie di omelia a reti unificate: insieme a Repubblica c'erano pure altri quotidiani europei, tra cui il britannico The Guardian il tedesco Der Spiegel. Quest'ultimo dedica alla capitana una copertina da collezione, con faccione in primo piano e il titolo: «Captain Europe». Un'altra figurina nel pantheon eurolirico. Di positivo, dato che i tanatofagi cantori di Bruxelles di solito s'appigliano ai martiri, c'è che Carola almeno è viva e vegeta.
Da Casarini a Tria junior: i girotondini marini
Chi c'è dietro Mediterranea saving humans? Facile: i cattocomunisti di ieri e di oggi. La Ong italiana che da maggio ha ripreso a fendere le onde, dopo il dissequestro dei mesi scorsi, è una felice accozzaglia di ambienti (apparentemente) eterogenei tra loro ma, invece, perfettamente allineati.
L'armatore si chiama Alessandro Metz, ed è stato agli inizi del Duemila consigliere regionale dei Verdi in Friuli Venezia Giulia, tanto vicino a Luca Casarini quanto lontano da Alfonso Pecoraro Scanio. A sostenerlo, finanziariamente e non, nell'avventura della Mare Jonio e del veliero Alex, ci sono tantissimi simpatizzanti. Associazioni come l'Arci o la Cgil o come Ya Basta di Bologna e Addiopizzo, e ancora la Focsiv, la Federazione del volontariato cattolico. Oppure riviste come I Diavoli di Milano e giganti come Greenpeace e Banca Etica.
Nel progetto Mediterranea hanno un ruolo anche altre Ong come Sea Watch e Open Arms mentre l'appoggio politico è tutto sulla dorsale rossa che unisce attuali ed ex parlamentari di sinistra: Erasmo Palazzotto, Nicola Fratoianni, Rossella Muroni e l'ex governatore pugliese, Nichi Vendola. Per non parlare del sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, e di quello di Napoli, Luigi De Magistris. La parte operativa è però affidata ai centri sociali del Nordest e a Casarini, già leader delle Tute Bianche del Veneto e frontman della Ong. Da qualche tempo, però, sulla piccola flottiglia della Mediterranea si è posata anche la mano benevola della Chiesa. Nell'ultima missione della Mare Jonio è stato infatti reclutato un cappellano di bordo per offrire assistenza spirituale alla ciurma e ai migranti. Si chiama don Mattia Ferrari, 26 anni, proveniente da Nonantola, diocesi di Modena. Ma dimenticate personaggi alla don Vitaliano Della Sala, il vulcanico e incontenibile prete no global che sfidava le gerarchie vaticane pur di affiancare i Disobbedienti meridionali nelle loro lotte alle multinazionali e alle ingiustizie. Don Ferrari è un prete embedded che ha ricevuto non solo l'autorizzazione del suo vescovo, Elio Castellucci, a salpare ma pure la benedizione della potentissima Fondazione migrantes (che fa capo alla Conferenza episcopale italiana) e del vescovo di Palermo, Corrado Lorefice. Non un prelato qualsiasi, ma il più bergogliano tra gli zucchetti rossi e quello maggiormente convinto della necessità di aprire non solo i porti, ma di accogliere in maniera indiscriminata tutti quelli che vogliono lasciare l'Africa.
Nel corso dell'ultima missione, la flotta della Mediterranea saving humans si è avvalsa inoltre della collaborazione di una nave d'appoggio molto particolare. Un veliero battezzato Raj, un 15 metri costruito negli anni Novanta da un architetto molto apprezzato dalla ricca borghesia marinaresca. Il Raj doveva affiancare la Mare Jonio, durante la traversata dello stretto di Messina dell'aprile scorso, ma un improvviso peggioramento delle condizioni meteo l'aveva di fatto bloccato tra i marosi. Al timone c'era uno skipper d'eccezione: Stefano Paolo Tria. Non un omonimo, ma proprio il figlio del ministro dell'Economia Giovanni Tria.
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C'era l'intesa con l'isola: scambio con altri 55 immigrati. Poi di colpo il «no» della nave. E spunta un'altra imbarcazione, la Alan Kurdi. Il Viminale: devono gestirla i tedeschi.Alex, veliero di soli 18 metri, è andato in acque libiche a prendere i clandestini. Poi si è sottratto ai soccorsi dei guardacoste di Tripoli e, stracarico, ha affrontato il mare con il solo scopo di approdare a Lampedusa.Parte la propaganda: i grandi giornali progressisti fanno un'intervista collettiva a Carola Rackete.Mediterranea riunisce il top del cattocomunismo: Luigi De Magistris, Cgil, Arci, centri sociali e tanti sacerdoti.Lo speciale contiene quattro articoli.È una partita (politica) a tetris, lo sbarco della nave Alex della Ong Mediterranea saving humans. Il veliero è infatti ancora fermo a dodici miglia da Lampedusa, in attesa che arrivino comunicazioni da Roma o dalla Valletta sulla destinazione finale. Intanto, nel primo pomeriggio di ieri, sono arrivati proprio a Lampedusa e sono già stati visitati nel poliambulatorio dell'isola i 18 migranti (tra cui sei donne e sette bambini), evacuati in mattinata dalla guardia costiera a causa delle loro condizioni di salute. Secondo le prime informazioni, nessuno di loro presenterebbe problemi di particolare gravità. Restano a bordo, quindi, altri 41 naufraghi, salvati al largo della Libia dalla Ong, che dovrebbero trovare ospitalità a Malta a patto, però, che l'Italia accolga a sua volta 55 migranti, provenienti dai centri dell'isola, per non gravare troppo sul piccolo Stato. Uno «scambio» annunciato dal premier maltese Joseph Muscat in un sms inviato all'omologo italiano, Giuseppe Conte, la sera della cena con Vladimir Putin.Il Viminale parla di «accordo totale» tra i due Paesi. «La Valletta è disponibile ad accogliere gli immigrati a bordo della Alex, e Roma ne riceverà altrettanti da Malta per lasciare invariata la pressione dell'accoglienza sull'isola», affermano fonti del Ministero retto da Matteo Salvini. «Peraltro - si aggiunge - è sorprendente che Mediterranea affermi che Alex non possa affrontare il viaggio verso Malta, visto che è partita da Licata per arrivare fino in acque Sar libiche. L'Italia è pronta a offrire massima collaborazione, come sempre fatto in passato, non solo per tutelare le fragilità a bordo (operazione già effettuata con successo), ma anche per facilitare l'arrivo degli altri immigrati a Malta. A questo punto è però doveroso che Alex, anche con pochi membri dell'equipaggio, accetti di dirigersi comunque verso La Valletta per sottoporsi alle normali e doverose verifiche di legge. Siamo sicuri che», concludono le fonti, «avendo a cuore le condizioni delle persone trasportate e non essendoci nulla da nascondere, la Ong accetterà questa soluzione».In mattinata, l'armatore della Ong, Alessandro Metz, aveva scritto su Twitter che il veliero sarebbe rimasto in mare aperto. «È necessario ribadire che la situazione della nostra imbarcazione e le condizioni delle persone a bordo non ci consentono di affrontare il viaggio fino a La Valletta. Quindi chiediamo che si muovano le motovedette della guardia costiera italiana o maltese». Servono le motovedette, aveva insistito Metz, perché «questi mezzi sono attrezzati, mentre la Alex non lo è. Noi eravamo in missione di monitoraggio quando ci siamo trovati ad affrontare il salvataggio». Parole che sono premessa alla vera e propria ribellione in serata, quando la nave rifiuta di avvicinarsi a Malta: se inizialmente aveva detto di non essere in grado di arrivare fino all'isola, di colpo pretende di fermarsi, invertire la rotta e andare in acque internazionali, sottraendosi di fatto ai controlli.Diverso, invece, il discorso per la Alan Kurdi, la nave della Ong tedesca Sea Eye. Il Viminale sta predisponendo il divieto di ingresso in acque territoriali italiane. Dal ministero dell'Interno fanno sapere che la nave potrà fare rotta verso la Tunisia o verso la Germania. «Anche in questo caso - sottolineano fonti istituzionali -, la posizione del governo italiano è perfettamente coincidente con quella di Malta. Due Paesi che stanno subendo, ormai da anni, l'indifferenza e l'incapacità dell'Unione europea». E, proprio a tal riguardo, il ministro dell'Interno Matteo Salvini ha inviato una lettera ufficiale al suo omologo tedesco Horst Seehofer sulla gestione della nave che ieri mattina ha portato a bordo 65 migranti alla deriva al largo della Libia. «Dall'evolversi della situazione - scrive Salvini - parrebbe trattarsi dell'oramai consueto modus operandi esercitato dalle imbarcazioni di Ong nel Mediterraneo che, conducendo operazioni in aree marittime di competenza di altri Paesi, si dirigono successivamente per lo sbarco verso le coste italiane. L'Italia, pur continuando a rispettare la normativa sovranazionale e a difendere responsabilmente le frontiere europee a beneficio di tutti gli Stati membri dell'Ue, non intende più essere l'unico “hotspot dell'Europa"». Il vicepremier dunque chiede un intervento diretto della Germania, ritenendola responsabile del deteriorarsi della situazione a bordo.Nel frattempo, la polemica politica non si placa. La Confederazione europea dei sindacati (Ces), in un comunicato stampa, afferma di sostenere la società civile italiana e slovena contro la chiusura delle frontiere. La Ces, che rappresenta 45 milioni di lavoratori e 90 organizzazioni sindacali in tutta Europa, attraverso il suo segretario generale Luca Visentini, «fa appello al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e al presidente del Consiglio Giuseppe Conte per porre fine alla speculazione propagandistica del ministro Salvini sulla chiusura del confine tra Italia e Slovenia con la costruzione di barriere fisiche per fermare i migranti». Il vicepremier leghista non si ferma, però. E afferma: «Con il collega croato abbiamo ipotizzato contatti fra la polizia italiana, quella slovena e quella croata per pattugliamenti congiunti che siano fatti sia in territorio sloveno e in territorio croato».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/malta-e-litalia-daccordo-ma-la-barca-a-vela-rifiuta-il-porto-della-valletta-2639098653.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="diario-di-bordo-di-unazione-politica-sulla-pelle-di-54-disperati-africani" data-post-id="2639098653" data-published-at="1770330865" data-use-pagination="False"> Diario di bordo di un’azione politica sulla pelle di 54 disperati africani Nessuna volontà di rispettare le leggi né di pensare alla sicurezza e al benessere degli immigrati come priorità. Sembra questo il «canovaccio» operativo delle Ong che solcano le onde del Mediterraneo fino alle coste della Libia come, ultima in ordine di tempo, la Mediterranea Saving Humans con il no global Luca Casarini capomissione e con la Mare Jonio ancora sotto sequestro. Giovedì Alex, bella barca a vela da crociera di 18 metri di Mediterranea, in missione di osservazione nella zona Sar libica, con a bordo anche una giornalista di Rai News per un reportage, risponde alla segnalazione di Allarm Phone, servizio che raccoglie le richieste di aiuto, su una barca in pericolo salpata dalle coste libiche. Il veliero si dirige immediatamente verso l'area e «un gommone in pericolo con 54 persone a bordo, tra cui 11 donne (una incinta) e 4 bambini». A quel punto Mediterranea chiama la sala operativa della Guardia Costiera di Roma chiedendo lumi su cosa fare: la direttiva ribadisce che dovranno essere le motovedette libiche a occuparsi dei naufraghi, perché il gommone è in acque di Tripoli ma anche perché c'è l'impossibilità strutturale della barca a vela a sobbarcarsi i migranti in quanto non adatta al «search and rescue». Nel frattempo una motovedetta libica si sta dirigendo sul posto ma per la Ong italiana i migranti «devono essere salvati, non riportati in Libia». Subito dopo Mediterranea twitta: «Tutti i 54 naufraghi sono stati salvati e si trovano adesso a bordo di Alex. Motovedetta libica arrivata tardi, prima intima l'alt, poi si allontana dalla scena. Felici di aver strappato 54 vite umane dall'inferno della Libia. Adesso serve subito un porto sicuro». Chiaro, dunque fin da subito, l'obiettivo ideologico dell'Ong: come nel caso della Sea Watch, sfidare il governo. E così il veliero da crociera (che navigava con a fianco sia la Open Arms, spagnola, sia la tedesca SeaEye) ha caricato i 54 disperati infischiandosene delle direttive di Roma e della Marina di Tripoli. Quest'ultima non è arrivata tardi, anzi: oltre ad essere tempestiva ha intimato l'alt ad Alex, ha inseguito il veliero mentre si allontanava verso l'Italia e solo tempo dopo ha abbandonato la scena. Un comportamento arbitrario, quello della Ong, cui fa subito seguito un'altra pretesa: attraccare a Lampedusa, benché a Casarini e compagni siano note le direttive del Viminale. Il ministro dell'Interno Matteo Salvini è chiaro: «Gli immigrati sono più vicini di decine di miglia nautiche alla Tunisia rispetto a Lampedusa. Se questa Ong ha a cuore la salvezza degli immigrati faccia rotta nel porto sicuro più vicino, altrimenti sappia che attiveremo tutte le procedure per evitare che il traffico di esseri umani abbia l'Italia come punto di arrivo». Ma Alex è già sul piede di guerra e la portavoce Alessandra Sciurba risponde: «La Tunisia per noi non è un porto sicuro». Pazienza se ogni anno ci attraccano decine di migliaia di turisti paganti, Mediterranea segue una logica solo sua. Così comincia il tira e molla mentre i migranti s'ammassano sul ponte del bialbero e qualche operatrice gioca con i bambini scattando foto di abbracci e baci. L'equipaggio fa sapere che è stato notificato dalla Gdf il divieto d'ingresso nelle acque territoriali - come prevede il decreto Sicurezza - ma che è «illegittimo perché non può applicarsi a una nave che ha effettuato un'operazione di soccorso a tutela della vita umana in mare. E perché non può essere vietato a una bandiera italiana l'ingresso nelle acque del proprio Paese». La Ong annuncia che Malta ha autorizzato la nave a dirigersi verso La Valletta per effettuare lo sbarco, ma l'equipaggio decide ancora di disobbedire e annuncia che la traversata da Lampedusa, ormai prossima, è impraticabile per le condizioni di alcuni passeggeri e per il tipo di barca (che però era partita da Licata per arrivare nelle acque libiche). Alex quindi chiede che qualcuno si occupi del trasbordo, poiché ci vorrebbero 11 ore di navigazione per raggiungere Malta. Poi, sempre la Sciurba, dichiara che nessuna nave - né italiana né maltese - andrà a prelevare i naufraghi nel punto in cui si trova la Alex, a 12 miglia dalle coste di Lampedusa, limite delle acque territoriali italiane. Salvini ribadisce il divieto ad attraccare denunciando come «atto di pirateria» il comportamento della Alex nel caso in cui non avesse fatto rotta verso La Valletta. Ed è proprio Malta, che già aveva dato disponibilità allo sbarco, a sbloccare, all'alba di ieri mattina, la situazione. Il governo di Joseph Muscat comunica che «a seguito di contatti tra i governi maltese e italiano, è stato deciso che Malta trasferirà 54 migranti, che sono a bordo della nave Alex, a bordo di una nave delle forze armate e saranno accolti a Malta». Poi specifica che quello annunciato non è altro che uno scambio: «D'altra parte, l'Italia prenderà 55 migranti da Malta. Questo accordo fa parte di un'iniziativa che promuove uno spirito europeo di cooperazione e buona volontà tra Malta e l'Italia». Subito dal veliero della Ong sono stati evacuati, a Lampedusa, 13 migranti «vulnerabili», cioè bambini, donne e relative famiglie. Ma Mediterranea, quasi scontenta della soluzione politica secondo accordi fra nazioni, ha insistito: «Adesso devono sbarcare presto gli altri 41 naufraghi rimasti». 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Il suo avvocato, a quanto pare, ritiene che sia arrivata l'ora di preoccuparsi anche del ministro dell'Interno. Alessandro Gamberini, legale della ragazza, in un'intervista a Radio Cusano campus ha annunciato che querelerà il titolare del Viminale: «Non è facile raccogliere tutti gli insulti che Salvini ha fatto in queste settimane e anche le forme di istigazioni a delinquere nei confronti di Carola, cosa che è ancora più grave se fatta da un ministro dell'Interno. Nel circuito di questi leoni da tastiera», ha chiosato il difensore della Rackete, «è lui che muove le acque dell'odio. Una querela per diffamazione è il modo per dare un segnale. Quando le persone vengono toccate nel portafoglio capiscono che non possono insultare gratuitamente». Certo che, al contrario di quanto Gamberini si augura accada con Salvini, nel caso della Sea Watch, le sanzioni pecuniarie non paiono destinate a scoraggiare i tassisti del mare teutonici. La raccolta fondi avviata in Germania a beneficio dell'Ong, infatti, ha già superato il milione di euro. Staremo a vedere se la giustizia nostrana riuscirà a compiere la suprema inversione del buon senso: scagionare la capitana «Findus», che ha raccolto i migranti in acque libiche, è rimasta al largo di Lampedusa per due settimane e poi ha forzato un blocco legittimato persino dalla Corte europea dei diritti dell'uomo, per concludere l'opera con un tentato speronamento a una motovedetta della Finanza; e condannare, al contrario, il leader leghista, reo di aver fomentato l'odio dei social contro Carola e aver istigato i fan del Carroccio a commettere qualche atroce delitto ai danni della coraggiosa paladina dei deboli. Visto che il vicepremier è il capobranco dei leoni da tastiera, non si è fatta attendere la sua replica a Gamberini e Rackete su Facebook: «Infrange leggi e attacca navi militari italiane e poi mi querela. Non mi fanno paura i mafiosi, figurarsi una ricca e viziata comunista tedesca! Bacioni». Effettivamente, fa specie che una signorina che si serve di 50 disperati per portare avanti una crociata politica personale, non solo sia libera di andarsene a spasso per la Penisola in cui è entrata abusivamente (mentre attende il processo, la Rackete potrebbe starsene a prendere il sole su una spiaggia, dalla Sicilia alle Cinque Terre), ma addirittura tenti di ribaltare la frittata, facendo passare il nostro ministro dell'Interno per un delinquente. La Rackete, nel frattempo, si è confidata con Repubblica, che oggi pubblica un'intervista in cui la capitana, immortalata in una mise floreale e baciata dal sole estivo, racconta di aver «compiuto qualcosa di grande». E che sarebbe pronta a rifare tutto. Giusto per non farsi beffe degli italiani. Peraltro, il quotidiano diretto da Carlo Verdelli ha proposto il colloquio con Carola come un'esclusiva. L'intervista, in realtà, era una specie di omelia a reti unificate: insieme a Repubblica c'erano pure altri quotidiani europei, tra cui il britannico The Guardian il tedesco Der Spiegel. Quest'ultimo dedica alla capitana una copertina da collezione, con faccione in primo piano e il titolo: «Captain Europe». Un'altra figurina nel pantheon eurolirico. Di positivo, dato che i tanatofagi cantori di Bruxelles di solito s'appigliano ai martiri, c'è che Carola almeno è viva e vegeta. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/malta-e-litalia-daccordo-ma-la-barca-a-vela-rifiuta-il-porto-della-valletta-2639098653.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="da-casarini-a-tria-junior-i-girotondini-marini" data-post-id="2639098653" data-published-at="1770330865" data-use-pagination="False"> Da Casarini a Tria junior: i girotondini marini Chi c'è dietro Mediterranea saving humans? Facile: i cattocomunisti di ieri e di oggi. La Ong italiana che da maggio ha ripreso a fendere le onde, dopo il dissequestro dei mesi scorsi, è una felice accozzaglia di ambienti (apparentemente) eterogenei tra loro ma, invece, perfettamente allineati. L'armatore si chiama Alessandro Metz, ed è stato agli inizi del Duemila consigliere regionale dei Verdi in Friuli Venezia Giulia, tanto vicino a Luca Casarini quanto lontano da Alfonso Pecoraro Scanio. A sostenerlo, finanziariamente e non, nell'avventura della Mare Jonio e del veliero Alex, ci sono tantissimi simpatizzanti. Associazioni come l'Arci o la Cgil o come Ya Basta di Bologna e Addiopizzo, e ancora la Focsiv, la Federazione del volontariato cattolico. Oppure riviste come I Diavoli di Milano e giganti come Greenpeace e Banca Etica. Nel progetto Mediterranea hanno un ruolo anche altre Ong come Sea Watch e Open Arms mentre l'appoggio politico è tutto sulla dorsale rossa che unisce attuali ed ex parlamentari di sinistra: Erasmo Palazzotto, Nicola Fratoianni, Rossella Muroni e l'ex governatore pugliese, Nichi Vendola. Per non parlare del sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, e di quello di Napoli, Luigi De Magistris. La parte operativa è però affidata ai centri sociali del Nordest e a Casarini, già leader delle Tute Bianche del Veneto e frontman della Ong. Da qualche tempo, però, sulla piccola flottiglia della Mediterranea si è posata anche la mano benevola della Chiesa. Nell'ultima missione della Mare Jonio è stato infatti reclutato un cappellano di bordo per offrire assistenza spirituale alla ciurma e ai migranti. Si chiama don Mattia Ferrari, 26 anni, proveniente da Nonantola, diocesi di Modena. Ma dimenticate personaggi alla don Vitaliano Della Sala, il vulcanico e incontenibile prete no global che sfidava le gerarchie vaticane pur di affiancare i Disobbedienti meridionali nelle loro lotte alle multinazionali e alle ingiustizie. Don Ferrari è un prete embedded che ha ricevuto non solo l'autorizzazione del suo vescovo, Elio Castellucci, a salpare ma pure la benedizione della potentissima Fondazione migrantes (che fa capo alla Conferenza episcopale italiana) e del vescovo di Palermo, Corrado Lorefice. Non un prelato qualsiasi, ma il più bergogliano tra gli zucchetti rossi e quello maggiormente convinto della necessità di aprire non solo i porti, ma di accogliere in maniera indiscriminata tutti quelli che vogliono lasciare l'Africa. Nel corso dell'ultima missione, la flotta della Mediterranea saving humans si è avvalsa inoltre della collaborazione di una nave d'appoggio molto particolare. Un veliero battezzato Raj, un 15 metri costruito negli anni Novanta da un architetto molto apprezzato dalla ricca borghesia marinaresca. Il Raj doveva affiancare la Mare Jonio, durante la traversata dello stretto di Messina dell'aprile scorso, ma un improvviso peggioramento delle condizioni meteo l'aveva di fatto bloccato tra i marosi. Al timone c'era uno skipper d'eccezione: Stefano Paolo Tria. Non un omonimo, ma proprio il figlio del ministro dell'Economia Giovanni Tria.
Nel riquadro il manifesto di Pro vita & famiglia (iStock)
Il Comune di Reggio Calabria ha fatto bene censurare i manifesti antiabortisti di Pro vita e famiglia: così ha stabilito il Tar della Calabria, con una sentenza emessa martedì contro la quale l’associazione pro life guidata da Toni Brandi e Jacopo Coghe intende ricorrere e che, a ben vedere, presenta dei profili paradossali. Ma facciamo un passo indietro, riepilogando brevemente la vicenda. Il 10 febbraio 2021 Pro vita inoltrava al Servizio affissioni del Comune di Reggio Calabria la richiesta di affissione di 100 manifesti, - raffiguranti l’attivista pro life Anna Bonetti con un cartello - specificando come in essi fosse contenuta la seguente frase: «Il corpo di mio figlio non è il mio corpo, sopprimerlo non è la mia scelta #stop aborto».
La richiesta è stata approvata e così i cartelloni sono stati subito affissi dalla società gestrice del relativo servizio. Tuttavia, già il giorno dopo i manifesti sono stati rimossi dalla società stessa. Il motivo? Con una semplice email – senza cioè alcun confronto né controllo preventivo - l’Assessore comunale alle Pari opportunità e Politiche di genere aveva richiesto al gestore del Servizio di affissioni pubbliche l’oscuramento dei manifesti «perché in contrasto con quanto contenuto nel regolamento comunale».
Pro vita ha così fatto ricorso al Tar e, nelle scorse ore, è arrivata una sentenza che ha dato ragione al Comune; e lo ha fatto in modo assai singolare, cioè appoggiandosi all’articolo 23 comma 4 bis del Codice della strada, introdotto dal decreto legge 10 settembre 2021, n. 121, entrato in vigore l'11 settembre 2021, e successivamente convertito, con modificazioni, dalla legge 9 novembre 2021, n. 15. Ora, come si può giustificare una censura con una norma che nel febbraio 2021 non c’era? Se lo chiede Pro vita, che se da un lato studia delle contromisure – già nel dicembre 2025 sono ricorsi alla Corte europea dei diritti umani contro due sentenze simili del Consiglio di Stato -, dall’altro richama l’attenzione del Parlamento e del centrodestra sulla citata normativa del Codice della strada, ritenuta un ddl Zan mascherato e da modificare.
In effetti, il citato articolo 23, vietando messaggi contrari agli «stereotipi di genere», ai «messaggi sessisti» e «all’identità di genere», offre la sponda a tanti bavagli. «Con la scusa di combattere sessismo e violenza, si apre la porta alla censura ideologica e a un pericoloso arbitrio amministrativo», ha dichiarato Toni Brandi alla Verità, aggiungendo che «formule come “stereotipi di genere offensivi” e “identità di genere” peccano di una grave indeterminatezza precettiva: sono concetti vaghi e soggettivi che permettono di colpire chiunque difenda la famiglia, la maternità e la realtà biologica». Di conseguenza, secondo il presidente di Pro vita e famiglia è «inaccettabile che sulle strade si vietino messaggi legittimi e pacifici in nome del politicamente corretto
«La sicurezza stradale, che dovrebbe occuparsi di incolumità e circolazione», ha altresì evidenziato Brandi, «è stata trasformata in un cavallo di Troia per zittire chi non si allinea al pensiero unico, come dimostrato dai numerosi casi di affissioni di Pro vita & famiglia rimosse o silenziate da amministrazioni di centrosinistra». Grazie anche al solito aiutino della magistratura.
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Francesca Pascale e Simone Pillon si confrontano sui temi cari alla coalizione di governo prendendo le mosse dall'uscita del generale Vannacci dal partito di Matteo Salvini.
Il presidente della Polonia Karol Nawrocki (Ansa)
Il presidente ha colto l’occasione della visita nella storica università per presentare una proposta di programma per l’Unione europea. Nawrocki ha cominciato parlando della situazione attuale dell’Ue dove agiscono forze che spingono per «creare un’Unione europea più centralizzata, usando la federalizzazione come camuffamento per nascondere questo processo. L’essenza di questo processo è privare gli Stati membri, a eccezione dei due Stati più grandi, della loro sovranità; indebolire le loro democrazie nazionali consentendo loro di essere messi in minoranza nell’Ue, privandoli così del loro ruolo di «padroni dei Trattati»; abolire il principio secondo cui l’Ue possiede solo le competenze che le sono conferite dagli Stati membri nei trattati; riconoscere che l’Ue può attribuirsi competenze e affermare la supremazia della sovranità delle istituzioni dell’Ue su quella degli Stati membri». Tutto questo non era previsto nei Trattati fondanti dell’Unione. Secondo Nawrocki la più grande minaccia per l’Ue è «la volontà del più forte di dominare i partner più deboli. Pertanto, rifiutiamo il progetto di centralizzazione dell’Ue». Perciò delle questioni che riguardano il sistema politico e il futuro dell’Europa dovrebbero decidere «i presidenti, i governi e i parlamenti» che hanno il vero mandato democratico» e «non la Commissione europea e le sue istituzioni subordinate, che non sono rappresentative della diversità delle correnti politiche europee e sono composte secondo criteri ideologici».
Ma il presidente non si è limitato alla critica ma ha lanciato un programma polacco per il futuro dell’Unione europea, che parte da un presupposto fondamentale: «I padroni dei trattati e i sovrani che decidono la forma dell’integrazione europea sono, e devono rimanere, gli Stati membri, in quanto uniche democrazie europee funzionanti». Successivamente Nawrocki fa una premessa riguardante la concezione del popolo in Europa: «Non esiste un demos (popolo) europeo; la sua esistenza non può essere decretata, e senza un demos non c’è democrazia. Nella visione polacca dell’Ue, gli unici sovrani rimangono le nazioni […] Tentare di eliminarle - come vorrebbero i centralisti europei - porterà solo a conflitti e disgrazie».
Per questo motivo bisogna arrestare e invertire lo sfavorevole processo di centralizzazione dell’Ue. Per farlo Nawrocki propone in primo luogo, «il mantenimento del principio dell’unanimità in quegli ambiti del processo decisionale dell’Ue in cui è attualmente applicato». In secondo luogo, bisognerebbe «mantenere il principio «uno Stato - un commissario» nella struttura della Commissione europea, secondo il quale ogni Paese dell’Unione europea, anche il più piccolo, deve avere un proprio commissario designato nel massimo organo amministrativo dell’Ue, vietando al contempo la nomina di individui alle più alte cariche dell’Ue senza la raccomandazione del governo del Paese d’origine».
In terzo luogo, «la Polonia sostiene il ripristino della presidenza al capo dell’esecutivo dello Stato membro che attualmente detiene la presidenza dell’Ue, riportandola così alla natura pre-Lisbona. Pertanto, la Polonia propone anche di abolire la carica di presidente del Consiglio europeo. Il presidente del Consiglio deve, come in precedenza, essere il presidente, il primo ministro o il cancelliere del proprio Paese: un politico con un mandato democratico e una propria base politica, non un funzionario burocratico dipendente dal sostegno delle maggiori potenze dell’Ue. Mentre la natura rotazionale di questa carica conferiva a ciascun Stato membro un’influenza dominante periodica sul funzionamento del Consiglio europeo, il sistema attuale garantisce il predominio permanente delle “potenze centrali” dell’Ue e marginalizza le altre. Lo stesso vale per il Consiglio di politica estera dell’Ue, presieduto da un funzionario dipendente dalle maggiori potenze che non ha un mandato democratico, anziché dal ministro degli Esteri del Paese che detiene la presidenza». Il quarto punto: «la Polonia sostiene l’adeguamento del sistema di voto nel Consiglio dell’Ue per eliminare l’eccessiva predominanza dei grandi Stati dell’unione. Per mantenere il sostegno delle nazioni più piccole al processo di integrazione europea, queste nazioni devono avere una reale influenza sulle decisioni». Finalmente Nawrocki propone di «basare il funzionamento dell’Ue su principi pragmatici - senza pressioni ideologiche - limitando le competenze delle istituzioni dell’Ue a specifiche aree o sfide non ideologiche, come lo sviluppo economico o il declino demografico; limitando così gli ambiti di competenza delle istituzioni europee a quelli in cui le possibilità di efficacia sono significative. Ciò richiede l’abbandono di ambizioni eccessive di regolamentare l’intera vita degli Stati membri e dei loro cittadini e l’abbandono dell’intenzione di plasmare tutti gli aspetti della politica, talvolta aggirando o violando la volontà dei cittadini».
Nawrocki ha sottolineato anche una cosa fondamentale, cioè che «la Polonia ha una propria visione dell’Ue e ne ha diritto. Ha il diritto di promuovere la diffusione e l’adozione di questa visione. Questa è la natura della democrazia».
Leggendo il programma del presidente polacco per la riforma dell’Unione mi chiedo perché le sue proposte non vengono discusse nell’ambito europeo, perché non vengono condivise dai politici conservatori, dai partiti di destra, dagli ambienti che si dichiarano patriottici in altri Paesi dell’Europa?
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