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2019-07-06
Malta e l’Italia d’accordo. Ma la barca a vela rifiuta il porto della Valletta
Ansa
È una partita (politica) a tetris, lo sbarco della nave Alex della Ong Mediterranea saving humans. Il veliero è infatti ancora fermo a dodici miglia da Lampedusa, in attesa che arrivino comunicazioni da Roma o dalla Valletta sulla destinazione finale. Intanto, nel primo pomeriggio di ieri, sono arrivati proprio a Lampedusa e sono già stati visitati nel poliambulatorio dell'isola i 18 migranti (tra cui sei donne e sette bambini), evacuati in mattinata dalla guardia costiera a causa delle loro condizioni di salute. Secondo le prime informazioni, nessuno di loro presenterebbe problemi di particolare gravità. Restano a bordo, quindi, altri 41 naufraghi, salvati al largo della Libia dalla Ong, che dovrebbero trovare ospitalità a Malta a patto, però, che l'Italia accolga a sua volta 55 migranti, provenienti dai centri dell'isola, per non gravare troppo sul piccolo Stato. Uno «scambio» annunciato dal premier maltese Joseph Muscat in un sms inviato all'omologo italiano, Giuseppe Conte, la sera della cena con Vladimir Putin.
Il Viminale parla di «accordo totale» tra i due Paesi. «La Valletta è disponibile ad accogliere gli immigrati a bordo della Alex, e Roma ne riceverà altrettanti da Malta per lasciare invariata la pressione dell'accoglienza sull'isola», affermano fonti del Ministero retto da Matteo Salvini. «Peraltro - si aggiunge - è sorprendente che Mediterranea affermi che Alex non possa affrontare il viaggio verso Malta, visto che è partita da Licata per arrivare fino in acque Sar libiche. L'Italia è pronta a offrire massima collaborazione, come sempre fatto in passato, non solo per tutelare le fragilità a bordo (operazione già effettuata con successo), ma anche per facilitare l'arrivo degli altri immigrati a Malta. A questo punto è però doveroso che Alex, anche con pochi membri dell'equipaggio, accetti di dirigersi comunque verso La Valletta per sottoporsi alle normali e doverose verifiche di legge. Siamo sicuri che», concludono le fonti, «avendo a cuore le condizioni delle persone trasportate e non essendoci nulla da nascondere, la Ong accetterà questa soluzione».
In mattinata, l'armatore della Ong, Alessandro Metz, aveva scritto su Twitter che il veliero sarebbe rimasto in mare aperto. «È necessario ribadire che la situazione della nostra imbarcazione e le condizioni delle persone a bordo non ci consentono di affrontare il viaggio fino a La Valletta. Quindi chiediamo che si muovano le motovedette della guardia costiera italiana o maltese». Servono le motovedette, aveva insistito Metz, perché «questi mezzi sono attrezzati, mentre la Alex non lo è. Noi eravamo in missione di monitoraggio quando ci siamo trovati ad affrontare il salvataggio». Parole che sono premessa alla vera e propria ribellione in serata, quando la nave rifiuta di avvicinarsi a Malta: se inizialmente aveva detto di non essere in grado di arrivare fino all'isola, di colpo pretende di fermarsi, invertire la rotta e andare in acque internazionali, sottraendosi di fatto ai controlli.
Diverso, invece, il discorso per la Alan Kurdi, la nave della Ong tedesca Sea Eye. Il Viminale sta predisponendo il divieto di ingresso in acque territoriali italiane. Dal ministero dell'Interno fanno sapere che la nave potrà fare rotta verso la Tunisia o verso la Germania. «Anche in questo caso - sottolineano fonti istituzionali -, la posizione del governo italiano è perfettamente coincidente con quella di Malta. Due Paesi che stanno subendo, ormai da anni, l'indifferenza e l'incapacità dell'Unione europea». E, proprio a tal riguardo, il ministro dell'Interno Matteo Salvini ha inviato una lettera ufficiale al suo omologo tedesco Horst Seehofer sulla gestione della nave che ieri mattina ha portato a bordo 65 migranti alla deriva al largo della Libia. «Dall'evolversi della situazione - scrive Salvini - parrebbe trattarsi dell'oramai consueto modus operandi esercitato dalle imbarcazioni di Ong nel Mediterraneo che, conducendo operazioni in aree marittime di competenza di altri Paesi, si dirigono successivamente per lo sbarco verso le coste italiane. L'Italia, pur continuando a rispettare la normativa sovranazionale e a difendere responsabilmente le frontiere europee a beneficio di tutti gli Stati membri dell'Ue, non intende più essere l'unico “hotspot dell'Europa"». Il vicepremier dunque chiede un intervento diretto della Germania, ritenendola responsabile del deteriorarsi della situazione a bordo.
Nel frattempo, la polemica politica non si placa. La Confederazione europea dei sindacati (Ces), in un comunicato stampa, afferma di sostenere la società civile italiana e slovena contro la chiusura delle frontiere. La Ces, che rappresenta 45 milioni di lavoratori e 90 organizzazioni sindacali in tutta Europa, attraverso il suo segretario generale Luca Visentini, «fa appello al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e al presidente del Consiglio Giuseppe Conte per porre fine alla speculazione propagandistica del ministro Salvini sulla chiusura del confine tra Italia e Slovenia con la costruzione di barriere fisiche per fermare i migranti». Il vicepremier leghista non si ferma, però. E afferma: «Con il collega croato abbiamo ipotizzato contatti fra la polizia italiana, quella slovena e quella croata per pattugliamenti congiunti che siano fatti sia in territorio sloveno e in territorio croato».
Diario di bordo di un’azione politica sulla pelle di 54 disperati africani
Nessuna volontà di rispettare le leggi né di pensare alla sicurezza e al benessere degli immigrati come priorità. Sembra questo il «canovaccio» operativo delle Ong che solcano le onde del Mediterraneo fino alle coste della Libia come, ultima in ordine di tempo, la Mediterranea Saving Humans con il no global Luca Casarini capomissione e con la Mare Jonio ancora sotto sequestro. Giovedì Alex, bella barca a vela da crociera di 18 metri di Mediterranea, in missione di osservazione nella zona Sar libica, con a bordo anche una giornalista di Rai News per un reportage, risponde alla segnalazione di Allarm Phone, servizio che raccoglie le richieste di aiuto, su una barca in pericolo salpata dalle coste libiche. Il veliero si dirige immediatamente verso l'area e «un gommone in pericolo con 54 persone a bordo, tra cui 11 donne (una incinta) e 4 bambini». A quel punto Mediterranea chiama la sala operativa della Guardia Costiera di Roma chiedendo lumi su cosa fare: la direttiva ribadisce che dovranno essere le motovedette libiche a occuparsi dei naufraghi, perché il gommone è in acque di Tripoli ma anche perché c'è l'impossibilità strutturale della barca a vela a sobbarcarsi i migranti in quanto non adatta al «search and rescue». Nel frattempo una motovedetta libica si sta dirigendo sul posto ma per la Ong italiana i migranti «devono essere salvati, non riportati in Libia». Subito dopo Mediterranea twitta: «Tutti i 54 naufraghi sono stati salvati e si trovano adesso a bordo di Alex. Motovedetta libica arrivata tardi, prima intima l'alt, poi si allontana dalla scena. Felici di aver strappato 54 vite umane dall'inferno della Libia. Adesso serve subito un porto sicuro». Chiaro, dunque fin da subito, l'obiettivo ideologico dell'Ong: come nel caso della Sea Watch, sfidare il governo.
E così il veliero da crociera (che navigava con a fianco sia la Open Arms, spagnola, sia la tedesca SeaEye) ha caricato i 54 disperati infischiandosene delle direttive di Roma e della Marina di Tripoli. Quest'ultima non è arrivata tardi, anzi: oltre ad essere tempestiva ha intimato l'alt ad Alex, ha inseguito il veliero mentre si allontanava verso l'Italia e solo tempo dopo ha abbandonato la scena. Un comportamento arbitrario, quello della Ong, cui fa subito seguito un'altra pretesa: attraccare a Lampedusa, benché a Casarini e compagni siano note le direttive del Viminale. Il ministro dell'Interno Matteo Salvini è chiaro: «Gli immigrati sono più vicini di decine di miglia nautiche alla Tunisia rispetto a Lampedusa. Se questa Ong ha a cuore la salvezza degli immigrati faccia rotta nel porto sicuro più vicino, altrimenti sappia che attiveremo tutte le procedure per evitare che il traffico di esseri umani abbia l'Italia come punto di arrivo». Ma Alex è già sul piede di guerra e la portavoce Alessandra Sciurba risponde: «La Tunisia per noi non è un porto sicuro». Pazienza se ogni anno ci attraccano decine di migliaia di turisti paganti, Mediterranea segue una logica solo sua. Così comincia il tira e molla mentre i migranti s'ammassano sul ponte del bialbero e qualche operatrice gioca con i bambini scattando foto di abbracci e baci. L'equipaggio fa sapere che è stato notificato dalla Gdf il divieto d'ingresso nelle acque territoriali - come prevede il decreto Sicurezza - ma che è «illegittimo perché non può applicarsi a una nave che ha effettuato un'operazione di soccorso a tutela della vita umana in mare. E perché non può essere vietato a una bandiera italiana l'ingresso nelle acque del proprio Paese». La Ong annuncia che Malta ha autorizzato la nave a dirigersi verso La Valletta per effettuare lo sbarco, ma l'equipaggio decide ancora di disobbedire e annuncia che la traversata da Lampedusa, ormai prossima, è impraticabile per le condizioni di alcuni passeggeri e per il tipo di barca (che però era partita da Licata per arrivare nelle acque libiche). Alex quindi chiede che qualcuno si occupi del trasbordo, poiché ci vorrebbero 11 ore di navigazione per raggiungere Malta. Poi, sempre la Sciurba, dichiara che nessuna nave - né italiana né maltese - andrà a prelevare i naufraghi nel punto in cui si trova la Alex, a 12 miglia dalle coste di Lampedusa, limite delle acque territoriali italiane. Salvini ribadisce il divieto ad attraccare denunciando come «atto di pirateria» il comportamento della Alex nel caso in cui non avesse fatto rotta verso La Valletta. Ed è proprio Malta, che già aveva dato disponibilità allo sbarco, a sbloccare, all'alba di ieri mattina, la situazione. Il governo di Joseph Muscat comunica che «a seguito di contatti tra i governi maltese e italiano, è stato deciso che Malta trasferirà 54 migranti, che sono a bordo della nave Alex, a bordo di una nave delle forze armate e saranno accolti a Malta». Poi specifica che quello annunciato non è altro che uno scambio: «D'altra parte, l'Italia prenderà 55 migranti da Malta. Questo accordo fa parte di un'iniziativa che promuove uno spirito europeo di cooperazione e buona volontà tra Malta e l'Italia». Subito dal veliero della Ong sono stati evacuati, a Lampedusa, 13 migranti «vulnerabili», cioè bambini, donne e relative famiglie. Ma Mediterranea, quasi scontenta della soluzione politica secondo accordi fra nazioni, ha insistito: «Adesso devono sbarcare presto gli altri 41 naufraghi rimasti». Nel frattempo la Alan Kurdi, della Ong Sea-Eye, ha soccorso 65 migranti al largo della Libia e attende risposte dalle autorità marittime di Roma, Malta e Tripoli.
Dopo la nave, perde anche la faccia. Carola vuole querelare Salvini
Graziata dal gip di Agrigento, che non ne ha convalidato l'arresto, la capitana della Sea Watch 3, Carola Rackete, sta per passare al contrattacco. Appena prima di scendere dalla nave Ong aveva detto di non aver tempo per Matteo Salvini, di avere altre priorità - salvare vite umane. Il suo avvocato, a quanto pare, ritiene che sia arrivata l'ora di preoccuparsi anche del ministro dell'Interno.
Alessandro Gamberini, legale della ragazza, in un'intervista a Radio Cusano campus ha annunciato che querelerà il titolare del Viminale: «Non è facile raccogliere tutti gli insulti che Salvini ha fatto in queste settimane e anche le forme di istigazioni a delinquere nei confronti di Carola, cosa che è ancora più grave se fatta da un ministro dell'Interno. Nel circuito di questi leoni da tastiera», ha chiosato il difensore della Rackete, «è lui che muove le acque dell'odio. Una querela per diffamazione è il modo per dare un segnale. Quando le persone vengono toccate nel portafoglio capiscono che non possono insultare gratuitamente».
Certo che, al contrario di quanto Gamberini si augura accada con Salvini, nel caso della Sea Watch, le sanzioni pecuniarie non paiono destinate a scoraggiare i tassisti del mare teutonici. La raccolta fondi avviata in Germania a beneficio dell'Ong, infatti, ha già superato il milione di euro. Staremo a vedere se la giustizia nostrana riuscirà a compiere la suprema inversione del buon senso: scagionare la capitana «Findus», che ha raccolto i migranti in acque libiche, è rimasta al largo di Lampedusa per due settimane e poi ha forzato un blocco legittimato persino dalla Corte europea dei diritti dell'uomo, per concludere l'opera con un tentato speronamento a una motovedetta della Finanza; e condannare, al contrario, il leader leghista, reo di aver fomentato l'odio dei social contro Carola e aver istigato i fan del Carroccio a commettere qualche atroce delitto ai danni della coraggiosa paladina dei deboli.
Visto che il vicepremier è il capobranco dei leoni da tastiera, non si è fatta attendere la sua replica a Gamberini e Rackete su Facebook: «Infrange leggi e attacca navi militari italiane e poi mi querela. Non mi fanno paura i mafiosi, figurarsi una ricca e viziata comunista tedesca! Bacioni». Effettivamente, fa specie che una signorina che si serve di 50 disperati per portare avanti una crociata politica personale, non solo sia libera di andarsene a spasso per la Penisola in cui è entrata abusivamente (mentre attende il processo, la Rackete potrebbe starsene a prendere il sole su una spiaggia, dalla Sicilia alle Cinque Terre), ma addirittura tenti di ribaltare la frittata, facendo passare il nostro ministro dell'Interno per un delinquente.
La Rackete, nel frattempo, si è confidata con Repubblica, che oggi pubblica un'intervista in cui la capitana, immortalata in una mise floreale e baciata dal sole estivo, racconta di aver «compiuto qualcosa di grande». E che sarebbe pronta a rifare tutto. Giusto per non farsi beffe degli italiani. Peraltro, il quotidiano diretto da Carlo Verdelli ha proposto il colloquio con Carola come un'esclusiva. L'intervista, in realtà, era una specie di omelia a reti unificate: insieme a Repubblica c'erano pure altri quotidiani europei, tra cui il britannico The Guardian il tedesco Der Spiegel. Quest'ultimo dedica alla capitana una copertina da collezione, con faccione in primo piano e il titolo: «Captain Europe». Un'altra figurina nel pantheon eurolirico. Di positivo, dato che i tanatofagi cantori di Bruxelles di solito s'appigliano ai martiri, c'è che Carola almeno è viva e vegeta.
Da Casarini a Tria junior: i girotondini marini
Chi c'è dietro Mediterranea saving humans? Facile: i cattocomunisti di ieri e di oggi. La Ong italiana che da maggio ha ripreso a fendere le onde, dopo il dissequestro dei mesi scorsi, è una felice accozzaglia di ambienti (apparentemente) eterogenei tra loro ma, invece, perfettamente allineati.
L'armatore si chiama Alessandro Metz, ed è stato agli inizi del Duemila consigliere regionale dei Verdi in Friuli Venezia Giulia, tanto vicino a Luca Casarini quanto lontano da Alfonso Pecoraro Scanio. A sostenerlo, finanziariamente e non, nell'avventura della Mare Jonio e del veliero Alex, ci sono tantissimi simpatizzanti. Associazioni come l'Arci o la Cgil o come Ya Basta di Bologna e Addiopizzo, e ancora la Focsiv, la Federazione del volontariato cattolico. Oppure riviste come I Diavoli di Milano e giganti come Greenpeace e Banca Etica.
Nel progetto Mediterranea hanno un ruolo anche altre Ong come Sea Watch e Open Arms mentre l'appoggio politico è tutto sulla dorsale rossa che unisce attuali ed ex parlamentari di sinistra: Erasmo Palazzotto, Nicola Fratoianni, Rossella Muroni e l'ex governatore pugliese, Nichi Vendola. Per non parlare del sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, e di quello di Napoli, Luigi De Magistris. La parte operativa è però affidata ai centri sociali del Nordest e a Casarini, già leader delle Tute Bianche del Veneto e frontman della Ong. Da qualche tempo, però, sulla piccola flottiglia della Mediterranea si è posata anche la mano benevola della Chiesa. Nell'ultima missione della Mare Jonio è stato infatti reclutato un cappellano di bordo per offrire assistenza spirituale alla ciurma e ai migranti. Si chiama don Mattia Ferrari, 26 anni, proveniente da Nonantola, diocesi di Modena. Ma dimenticate personaggi alla don Vitaliano Della Sala, il vulcanico e incontenibile prete no global che sfidava le gerarchie vaticane pur di affiancare i Disobbedienti meridionali nelle loro lotte alle multinazionali e alle ingiustizie. Don Ferrari è un prete embedded che ha ricevuto non solo l'autorizzazione del suo vescovo, Elio Castellucci, a salpare ma pure la benedizione della potentissima Fondazione migrantes (che fa capo alla Conferenza episcopale italiana) e del vescovo di Palermo, Corrado Lorefice. Non un prelato qualsiasi, ma il più bergogliano tra gli zucchetti rossi e quello maggiormente convinto della necessità di aprire non solo i porti, ma di accogliere in maniera indiscriminata tutti quelli che vogliono lasciare l'Africa.
Nel corso dell'ultima missione, la flotta della Mediterranea saving humans si è avvalsa inoltre della collaborazione di una nave d'appoggio molto particolare. Un veliero battezzato Raj, un 15 metri costruito negli anni Novanta da un architetto molto apprezzato dalla ricca borghesia marinaresca. Il Raj doveva affiancare la Mare Jonio, durante la traversata dello stretto di Messina dell'aprile scorso, ma un improvviso peggioramento delle condizioni meteo l'aveva di fatto bloccato tra i marosi. Al timone c'era uno skipper d'eccezione: Stefano Paolo Tria. Non un omonimo, ma proprio il figlio del ministro dell'Economia Giovanni Tria.
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C'era l'intesa con l'isola: scambio con altri 55 immigrati. Poi di colpo il «no» della nave. E spunta un'altra imbarcazione, la Alan Kurdi. Il Viminale: devono gestirla i tedeschi.Alex, veliero di soli 18 metri, è andato in acque libiche a prendere i clandestini. Poi si è sottratto ai soccorsi dei guardacoste di Tripoli e, stracarico, ha affrontato il mare con il solo scopo di approdare a Lampedusa.Parte la propaganda: i grandi giornali progressisti fanno un'intervista collettiva a Carola Rackete.Mediterranea riunisce il top del cattocomunismo: Luigi De Magistris, Cgil, Arci, centri sociali e tanti sacerdoti.Lo speciale contiene quattro articoli.È una partita (politica) a tetris, lo sbarco della nave Alex della Ong Mediterranea saving humans. Il veliero è infatti ancora fermo a dodici miglia da Lampedusa, in attesa che arrivino comunicazioni da Roma o dalla Valletta sulla destinazione finale. Intanto, nel primo pomeriggio di ieri, sono arrivati proprio a Lampedusa e sono già stati visitati nel poliambulatorio dell'isola i 18 migranti (tra cui sei donne e sette bambini), evacuati in mattinata dalla guardia costiera a causa delle loro condizioni di salute. Secondo le prime informazioni, nessuno di loro presenterebbe problemi di particolare gravità. Restano a bordo, quindi, altri 41 naufraghi, salvati al largo della Libia dalla Ong, che dovrebbero trovare ospitalità a Malta a patto, però, che l'Italia accolga a sua volta 55 migranti, provenienti dai centri dell'isola, per non gravare troppo sul piccolo Stato. Uno «scambio» annunciato dal premier maltese Joseph Muscat in un sms inviato all'omologo italiano, Giuseppe Conte, la sera della cena con Vladimir Putin.Il Viminale parla di «accordo totale» tra i due Paesi. «La Valletta è disponibile ad accogliere gli immigrati a bordo della Alex, e Roma ne riceverà altrettanti da Malta per lasciare invariata la pressione dell'accoglienza sull'isola», affermano fonti del Ministero retto da Matteo Salvini. «Peraltro - si aggiunge - è sorprendente che Mediterranea affermi che Alex non possa affrontare il viaggio verso Malta, visto che è partita da Licata per arrivare fino in acque Sar libiche. L'Italia è pronta a offrire massima collaborazione, come sempre fatto in passato, non solo per tutelare le fragilità a bordo (operazione già effettuata con successo), ma anche per facilitare l'arrivo degli altri immigrati a Malta. A questo punto è però doveroso che Alex, anche con pochi membri dell'equipaggio, accetti di dirigersi comunque verso La Valletta per sottoporsi alle normali e doverose verifiche di legge. Siamo sicuri che», concludono le fonti, «avendo a cuore le condizioni delle persone trasportate e non essendoci nulla da nascondere, la Ong accetterà questa soluzione».In mattinata, l'armatore della Ong, Alessandro Metz, aveva scritto su Twitter che il veliero sarebbe rimasto in mare aperto. «È necessario ribadire che la situazione della nostra imbarcazione e le condizioni delle persone a bordo non ci consentono di affrontare il viaggio fino a La Valletta. Quindi chiediamo che si muovano le motovedette della guardia costiera italiana o maltese». Servono le motovedette, aveva insistito Metz, perché «questi mezzi sono attrezzati, mentre la Alex non lo è. Noi eravamo in missione di monitoraggio quando ci siamo trovati ad affrontare il salvataggio». Parole che sono premessa alla vera e propria ribellione in serata, quando la nave rifiuta di avvicinarsi a Malta: se inizialmente aveva detto di non essere in grado di arrivare fino all'isola, di colpo pretende di fermarsi, invertire la rotta e andare in acque internazionali, sottraendosi di fatto ai controlli.Diverso, invece, il discorso per la Alan Kurdi, la nave della Ong tedesca Sea Eye. Il Viminale sta predisponendo il divieto di ingresso in acque territoriali italiane. Dal ministero dell'Interno fanno sapere che la nave potrà fare rotta verso la Tunisia o verso la Germania. «Anche in questo caso - sottolineano fonti istituzionali -, la posizione del governo italiano è perfettamente coincidente con quella di Malta. Due Paesi che stanno subendo, ormai da anni, l'indifferenza e l'incapacità dell'Unione europea». E, proprio a tal riguardo, il ministro dell'Interno Matteo Salvini ha inviato una lettera ufficiale al suo omologo tedesco Horst Seehofer sulla gestione della nave che ieri mattina ha portato a bordo 65 migranti alla deriva al largo della Libia. «Dall'evolversi della situazione - scrive Salvini - parrebbe trattarsi dell'oramai consueto modus operandi esercitato dalle imbarcazioni di Ong nel Mediterraneo che, conducendo operazioni in aree marittime di competenza di altri Paesi, si dirigono successivamente per lo sbarco verso le coste italiane. L'Italia, pur continuando a rispettare la normativa sovranazionale e a difendere responsabilmente le frontiere europee a beneficio di tutti gli Stati membri dell'Ue, non intende più essere l'unico “hotspot dell'Europa"». Il vicepremier dunque chiede un intervento diretto della Germania, ritenendola responsabile del deteriorarsi della situazione a bordo.Nel frattempo, la polemica politica non si placa. La Confederazione europea dei sindacati (Ces), in un comunicato stampa, afferma di sostenere la società civile italiana e slovena contro la chiusura delle frontiere. La Ces, che rappresenta 45 milioni di lavoratori e 90 organizzazioni sindacali in tutta Europa, attraverso il suo segretario generale Luca Visentini, «fa appello al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e al presidente del Consiglio Giuseppe Conte per porre fine alla speculazione propagandistica del ministro Salvini sulla chiusura del confine tra Italia e Slovenia con la costruzione di barriere fisiche per fermare i migranti». Il vicepremier leghista non si ferma, però. E afferma: «Con il collega croato abbiamo ipotizzato contatti fra la polizia italiana, quella slovena e quella croata per pattugliamenti congiunti che siano fatti sia in territorio sloveno e in territorio croato».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/malta-e-litalia-daccordo-ma-la-barca-a-vela-rifiuta-il-porto-della-valletta-2639098653.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="diario-di-bordo-di-unazione-politica-sulla-pelle-di-54-disperati-africani" data-post-id="2639098653" data-published-at="1781251133" data-use-pagination="False"> Diario di bordo di un’azione politica sulla pelle di 54 disperati africani Nessuna volontà di rispettare le leggi né di pensare alla sicurezza e al benessere degli immigrati come priorità. Sembra questo il «canovaccio» operativo delle Ong che solcano le onde del Mediterraneo fino alle coste della Libia come, ultima in ordine di tempo, la Mediterranea Saving Humans con il no global Luca Casarini capomissione e con la Mare Jonio ancora sotto sequestro. Giovedì Alex, bella barca a vela da crociera di 18 metri di Mediterranea, in missione di osservazione nella zona Sar libica, con a bordo anche una giornalista di Rai News per un reportage, risponde alla segnalazione di Allarm Phone, servizio che raccoglie le richieste di aiuto, su una barca in pericolo salpata dalle coste libiche. Il veliero si dirige immediatamente verso l'area e «un gommone in pericolo con 54 persone a bordo, tra cui 11 donne (una incinta) e 4 bambini». A quel punto Mediterranea chiama la sala operativa della Guardia Costiera di Roma chiedendo lumi su cosa fare: la direttiva ribadisce che dovranno essere le motovedette libiche a occuparsi dei naufraghi, perché il gommone è in acque di Tripoli ma anche perché c'è l'impossibilità strutturale della barca a vela a sobbarcarsi i migranti in quanto non adatta al «search and rescue». Nel frattempo una motovedetta libica si sta dirigendo sul posto ma per la Ong italiana i migranti «devono essere salvati, non riportati in Libia». Subito dopo Mediterranea twitta: «Tutti i 54 naufraghi sono stati salvati e si trovano adesso a bordo di Alex. Motovedetta libica arrivata tardi, prima intima l'alt, poi si allontana dalla scena. Felici di aver strappato 54 vite umane dall'inferno della Libia. Adesso serve subito un porto sicuro». Chiaro, dunque fin da subito, l'obiettivo ideologico dell'Ong: come nel caso della Sea Watch, sfidare il governo. E così il veliero da crociera (che navigava con a fianco sia la Open Arms, spagnola, sia la tedesca SeaEye) ha caricato i 54 disperati infischiandosene delle direttive di Roma e della Marina di Tripoli. Quest'ultima non è arrivata tardi, anzi: oltre ad essere tempestiva ha intimato l'alt ad Alex, ha inseguito il veliero mentre si allontanava verso l'Italia e solo tempo dopo ha abbandonato la scena. Un comportamento arbitrario, quello della Ong, cui fa subito seguito un'altra pretesa: attraccare a Lampedusa, benché a Casarini e compagni siano note le direttive del Viminale. Il ministro dell'Interno Matteo Salvini è chiaro: «Gli immigrati sono più vicini di decine di miglia nautiche alla Tunisia rispetto a Lampedusa. Se questa Ong ha a cuore la salvezza degli immigrati faccia rotta nel porto sicuro più vicino, altrimenti sappia che attiveremo tutte le procedure per evitare che il traffico di esseri umani abbia l'Italia come punto di arrivo». Ma Alex è già sul piede di guerra e la portavoce Alessandra Sciurba risponde: «La Tunisia per noi non è un porto sicuro». Pazienza se ogni anno ci attraccano decine di migliaia di turisti paganti, Mediterranea segue una logica solo sua. Così comincia il tira e molla mentre i migranti s'ammassano sul ponte del bialbero e qualche operatrice gioca con i bambini scattando foto di abbracci e baci. L'equipaggio fa sapere che è stato notificato dalla Gdf il divieto d'ingresso nelle acque territoriali - come prevede il decreto Sicurezza - ma che è «illegittimo perché non può applicarsi a una nave che ha effettuato un'operazione di soccorso a tutela della vita umana in mare. E perché non può essere vietato a una bandiera italiana l'ingresso nelle acque del proprio Paese». La Ong annuncia che Malta ha autorizzato la nave a dirigersi verso La Valletta per effettuare lo sbarco, ma l'equipaggio decide ancora di disobbedire e annuncia che la traversata da Lampedusa, ormai prossima, è impraticabile per le condizioni di alcuni passeggeri e per il tipo di barca (che però era partita da Licata per arrivare nelle acque libiche). Alex quindi chiede che qualcuno si occupi del trasbordo, poiché ci vorrebbero 11 ore di navigazione per raggiungere Malta. Poi, sempre la Sciurba, dichiara che nessuna nave - né italiana né maltese - andrà a prelevare i naufraghi nel punto in cui si trova la Alex, a 12 miglia dalle coste di Lampedusa, limite delle acque territoriali italiane. Salvini ribadisce il divieto ad attraccare denunciando come «atto di pirateria» il comportamento della Alex nel caso in cui non avesse fatto rotta verso La Valletta. Ed è proprio Malta, che già aveva dato disponibilità allo sbarco, a sbloccare, all'alba di ieri mattina, la situazione. Il governo di Joseph Muscat comunica che «a seguito di contatti tra i governi maltese e italiano, è stato deciso che Malta trasferirà 54 migranti, che sono a bordo della nave Alex, a bordo di una nave delle forze armate e saranno accolti a Malta». Poi specifica che quello annunciato non è altro che uno scambio: «D'altra parte, l'Italia prenderà 55 migranti da Malta. Questo accordo fa parte di un'iniziativa che promuove uno spirito europeo di cooperazione e buona volontà tra Malta e l'Italia». Subito dal veliero della Ong sono stati evacuati, a Lampedusa, 13 migranti «vulnerabili», cioè bambini, donne e relative famiglie. Ma Mediterranea, quasi scontenta della soluzione politica secondo accordi fra nazioni, ha insistito: «Adesso devono sbarcare presto gli altri 41 naufraghi rimasti». 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Il suo avvocato, a quanto pare, ritiene che sia arrivata l'ora di preoccuparsi anche del ministro dell'Interno. Alessandro Gamberini, legale della ragazza, in un'intervista a Radio Cusano campus ha annunciato che querelerà il titolare del Viminale: «Non è facile raccogliere tutti gli insulti che Salvini ha fatto in queste settimane e anche le forme di istigazioni a delinquere nei confronti di Carola, cosa che è ancora più grave se fatta da un ministro dell'Interno. Nel circuito di questi leoni da tastiera», ha chiosato il difensore della Rackete, «è lui che muove le acque dell'odio. Una querela per diffamazione è il modo per dare un segnale. Quando le persone vengono toccate nel portafoglio capiscono che non possono insultare gratuitamente». Certo che, al contrario di quanto Gamberini si augura accada con Salvini, nel caso della Sea Watch, le sanzioni pecuniarie non paiono destinate a scoraggiare i tassisti del mare teutonici. La raccolta fondi avviata in Germania a beneficio dell'Ong, infatti, ha già superato il milione di euro. Staremo a vedere se la giustizia nostrana riuscirà a compiere la suprema inversione del buon senso: scagionare la capitana «Findus», che ha raccolto i migranti in acque libiche, è rimasta al largo di Lampedusa per due settimane e poi ha forzato un blocco legittimato persino dalla Corte europea dei diritti dell'uomo, per concludere l'opera con un tentato speronamento a una motovedetta della Finanza; e condannare, al contrario, il leader leghista, reo di aver fomentato l'odio dei social contro Carola e aver istigato i fan del Carroccio a commettere qualche atroce delitto ai danni della coraggiosa paladina dei deboli. Visto che il vicepremier è il capobranco dei leoni da tastiera, non si è fatta attendere la sua replica a Gamberini e Rackete su Facebook: «Infrange leggi e attacca navi militari italiane e poi mi querela. Non mi fanno paura i mafiosi, figurarsi una ricca e viziata comunista tedesca! Bacioni». Effettivamente, fa specie che una signorina che si serve di 50 disperati per portare avanti una crociata politica personale, non solo sia libera di andarsene a spasso per la Penisola in cui è entrata abusivamente (mentre attende il processo, la Rackete potrebbe starsene a prendere il sole su una spiaggia, dalla Sicilia alle Cinque Terre), ma addirittura tenti di ribaltare la frittata, facendo passare il nostro ministro dell'Interno per un delinquente. La Rackete, nel frattempo, si è confidata con Repubblica, che oggi pubblica un'intervista in cui la capitana, immortalata in una mise floreale e baciata dal sole estivo, racconta di aver «compiuto qualcosa di grande». E che sarebbe pronta a rifare tutto. Giusto per non farsi beffe degli italiani. Peraltro, il quotidiano diretto da Carlo Verdelli ha proposto il colloquio con Carola come un'esclusiva. L'intervista, in realtà, era una specie di omelia a reti unificate: insieme a Repubblica c'erano pure altri quotidiani europei, tra cui il britannico The Guardian il tedesco Der Spiegel. Quest'ultimo dedica alla capitana una copertina da collezione, con faccione in primo piano e il titolo: «Captain Europe». Un'altra figurina nel pantheon eurolirico. Di positivo, dato che i tanatofagi cantori di Bruxelles di solito s'appigliano ai martiri, c'è che Carola almeno è viva e vegeta. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/malta-e-litalia-daccordo-ma-la-barca-a-vela-rifiuta-il-porto-della-valletta-2639098653.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="da-casarini-a-tria-junior-i-girotondini-marini" data-post-id="2639098653" data-published-at="1781251133" data-use-pagination="False"> Da Casarini a Tria junior: i girotondini marini Chi c'è dietro Mediterranea saving humans? Facile: i cattocomunisti di ieri e di oggi. La Ong italiana che da maggio ha ripreso a fendere le onde, dopo il dissequestro dei mesi scorsi, è una felice accozzaglia di ambienti (apparentemente) eterogenei tra loro ma, invece, perfettamente allineati. L'armatore si chiama Alessandro Metz, ed è stato agli inizi del Duemila consigliere regionale dei Verdi in Friuli Venezia Giulia, tanto vicino a Luca Casarini quanto lontano da Alfonso Pecoraro Scanio. A sostenerlo, finanziariamente e non, nell'avventura della Mare Jonio e del veliero Alex, ci sono tantissimi simpatizzanti. Associazioni come l'Arci o la Cgil o come Ya Basta di Bologna e Addiopizzo, e ancora la Focsiv, la Federazione del volontariato cattolico. Oppure riviste come I Diavoli di Milano e giganti come Greenpeace e Banca Etica. Nel progetto Mediterranea hanno un ruolo anche altre Ong come Sea Watch e Open Arms mentre l'appoggio politico è tutto sulla dorsale rossa che unisce attuali ed ex parlamentari di sinistra: Erasmo Palazzotto, Nicola Fratoianni, Rossella Muroni e l'ex governatore pugliese, Nichi Vendola. Per non parlare del sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, e di quello di Napoli, Luigi De Magistris. La parte operativa è però affidata ai centri sociali del Nordest e a Casarini, già leader delle Tute Bianche del Veneto e frontman della Ong. Da qualche tempo, però, sulla piccola flottiglia della Mediterranea si è posata anche la mano benevola della Chiesa. Nell'ultima missione della Mare Jonio è stato infatti reclutato un cappellano di bordo per offrire assistenza spirituale alla ciurma e ai migranti. Si chiama don Mattia Ferrari, 26 anni, proveniente da Nonantola, diocesi di Modena. Ma dimenticate personaggi alla don Vitaliano Della Sala, il vulcanico e incontenibile prete no global che sfidava le gerarchie vaticane pur di affiancare i Disobbedienti meridionali nelle loro lotte alle multinazionali e alle ingiustizie. Don Ferrari è un prete embedded che ha ricevuto non solo l'autorizzazione del suo vescovo, Elio Castellucci, a salpare ma pure la benedizione della potentissima Fondazione migrantes (che fa capo alla Conferenza episcopale italiana) e del vescovo di Palermo, Corrado Lorefice. Non un prelato qualsiasi, ma il più bergogliano tra gli zucchetti rossi e quello maggiormente convinto della necessità di aprire non solo i porti, ma di accogliere in maniera indiscriminata tutti quelli che vogliono lasciare l'Africa. Nel corso dell'ultima missione, la flotta della Mediterranea saving humans si è avvalsa inoltre della collaborazione di una nave d'appoggio molto particolare. Un veliero battezzato Raj, un 15 metri costruito negli anni Novanta da un architetto molto apprezzato dalla ricca borghesia marinaresca. Il Raj doveva affiancare la Mare Jonio, durante la traversata dello stretto di Messina dell'aprile scorso, ma un improvviso peggioramento delle condizioni meteo l'aveva di fatto bloccato tra i marosi. Al timone c'era uno skipper d'eccezione: Stefano Paolo Tria. Non un omonimo, ma proprio il figlio del ministro dell'Economia Giovanni Tria.
Andrea Bocelli e EJAE si esibiscono alla cerimonia di apertura dei Mondiali 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Il Messico apre il Mondiale 2026 superando 2-0 il Sudafrica nello stadio che ha ospitato la «partita del secolo» e le magie di Maradona. Dalla cerimonia con Shakira e Bocelli alle proteste per i desaparecidos, fino al primo annuncio Var della storia del torneo e alle tre espulsioni. Nella notte la Corea del Sud rimonta e batte 2-1 la Repubblica Ceca. Stasera Canada-Bosnia e Usa-Paraguay.
Il Mondiale 2026 è ufficialmente cominciato e lo ha fatto nel segno del Messico. Davanti agli oltre 80.000 spettatori dello stadio Azteca El Tricolor ha battuto 2-0 nella gara d'esordio il Sudafrica e ha conquistato i primi tre punti del Gruppo A. Una partita inaugurale che è già passata alla storia per il primo annuncio Var della storia dei Mondiali, diventato virale per l'incertezza linguistica dell'arbitro brasiliano Wilton Sampaio, il record di tre espulsioni e per l'Azteca diventato il primo stadio ad aver ospitato tre gare d’apertura della Coppa del Mondo.
Per inaugurare il primo Mondiale a 48 squadre non poteva esserci, infatti, scenario più adatto dello stadio Azteca. Uno degli impianti più iconici del calcio mondiale dove la Coppa del Mondo è tornata quarant'anni dopo l'ultima volta. Era già accaduto nel 1970 e nel 1986; con questa edizione l'Azteca diventa il primo stadio della storia ad aver ospitato tre partite inaugurali del torneo. Un dettaglio statistico che racconta bene il valore simbolico di questo luogo per intere generazioni di appassionati.
L'Azteca, infatti, è molto più di un semplice stadio. Qui il 17 giugno 1970 andò in scena quella che è passata alla storia come la «partita del secolo», il 4-3 con cui l'Italia di Ferruccio Valcareggi eliminò la Germania Ovest conquistando la finale mondiale. Pochi giorni dopo, sempre su questo prato, Pelé segnò di testa nella finale contro gli azzurri, sovrastando un gigante come Tarcisio Burgnich nel gol che aprì il successo del Brasile. Ma è soprattutto il Mondiale del 1986 ad aver consegnato definitivamente l'Azteca alla leggenda. Nei quarti di finale tra Argentina e Inghilterra, Diego Armando Maradona realizzò nel giro di quattro minuti due reti destinate a entrare nella storia per motivi opposti: la prima, segnata con la mano e poi ribattezzata Mano de Dios; la seconda, frutto di una straordinaria azione personale iniziata nella propria metà campo e conclusa dopo aver superato mezza squadra inglese, passata agli annali come il «gol del secolo». In quello stesso Mondiale e sempre all'Azteca, nell'ottavo di finale tra Messico e Bulgaria, il gol dei padroni di casa segnato in sforbiciata da Manuel Negrete fece registrare il boato più potente del pubblico mai ascoltato in uno stadio. Insomma, a queste altitudini - all'Estadio Azteca si gioca a 2.240 metri sopra il livello del mare - si respira storia del calcio a pieni polmoni. Una storia che il popolo messicano custodisce orgogliosamente e che, prima ancora del fischio d'inizio, è stata celebrata attraverso una cerimonia inaugurale pensata per raccontare al mondo l'identità e la tradizione del Paese ospitante.
La cerimonia di apertura della Coppa del Mondo Fifa 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Un gigantesco pallone dorato, poi diventato una Coppa del Mondo al centro del campo, ha accompagnato uno spettacolo costruito attorno alla cultura messicana e alla celebrazione del torneo. Ad aprire la serata sono stati i Manà, seguiti da J Balvin e da altri artisti latinoamericani. Il boato più forte è stato però riservato a Shakira, tornata protagonista di un Mondiale sedici anni dopo il successo di Waka Waka, questa volta con Dai Dai, interpretata insieme a Burna Boy. A chiudere la cerimonia ci hanno pensato Andrea Bocelli ed EJAE con Dna (More Than A Game), mentre sul terreno di gioco sfilavano le bandiere delle 48 nazionali partecipanti. L'apertura ufficiale della competizione è stata affidata al presidente della Fifa, Gianni Infantino, accompagnato dall'attrice messicana Salma Hayek. Fuori dall'impianto, intanto, alcuni manifestanti hanno protestato per chiedere giustizia per i desaparecidos, dando vita a momenti di tensione con le forze dell'ordine nei pressi dello stadio.
Poi finalmente palla al campo, dove il Messico ha confermato i favori del pronostico, sbloccando il risultato appena dopo 9' grazie a Julián Quiñones, capocannoniere dell'ultima Saudi Pro League con 33 gol. El Tricolor, sfruttando anche la superiorità numerica causata dall'espulsione di Sithole a inizio ripresa, ha continuato a spingere trovando il raddoppio con un colpo di testa di Raúl Jiménez, al 47° centro in nazionale, secondo miglior marcatore nella storia messicana alle spalle del solo Chicharito Hernández. Il finale è stato caratterizzato da altri due cartellini rossi: quello diretto a Zwane, dopo la revisione al Var, e quello mostrato nel recupero al messicano Montes. Un record per una partita inaugurale di un Mondiale. Proprio l'espulsione del sudafricano Zwane ha dato vita a uno degli episodi più curiosi della serata. Chiamato a comunicare la decisione al pubblico attraverso il nuovo sistema di annunci arbitrali introdotto dalla Fifa, il brasiliano Wilton Sampaio si è inceppato nell'inglese prima di riuscire a spiegare il provvedimento disciplinare. Le immagini dei giocatori sudafricani intenti a cercare di interpretare le sue parole hanno fatto rapidamente il giro del web, trasformando il primo annuncio Var della storia dei Mondiali in un inatteso momento virale.
Themba Zwane del Sudafrica viene espulso dall'arbitro Wilton Sampaio (Getty Images)
Nell'altra partita del Gruppo A, disputata nella notte italiana a Guadalajara, la Corea del Sud ha superato 2-1 in rimonta la Repubblica Ceca, agganciando così il Messico in testa alla classifica del girone. Dopo un primo tempo senza reti, sono stati i cechi a passare in vantaggio al 58' con Ladislav Krejci. La reazione asiatica, però, è stata immediata: In-Beom Hwang ha ristabilito la parità al 67'. Dieci minuti più tardi Tomas Soucek aveva riportato avanti la Repubblica Ceca, ma il Var ha annullato la rete per fuorigioco. A decidere l'incontro è stato quindi Hyeon-Gyu Oh, che all'81' ha firmato il definitivo 2-1.
Oggi si prosegue con l'esordio delle altre due nazioni ospitanti. Alle 21 italiane, a Toronto, il Canada affronterà la Bosnia-Erzegovina nella prima sfida del Gruppo B. Nella notte tra venerdì e sabato, alle 3 italiane, toccherà invece agli Stati Uniti, impegnati a Los Angeles contro il Paraguay nel match inaugurale del Gruppo D. Dopo la serata dell'Azteca, la Coppa del Mondo entrerà così definitivamente nel vivo, coinvolgendo tutti e tre i Paesi organizzatori della rassegna.
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Silvia Slis (Ansa)
Nel giorno del bilancio del suo primo anno da sindaco di Genova, Silvia Salis tenta l’approccio da leader nazionale più che da sindaco: sicurezza, immigrazione, rimpatri, campo largo. Tutto, rigorosamente, con il governo nel mirino.
Da giorni la strategia dell’ex campionessa di lancio del martello per mettere in difficoltà l’esecutivo è quella di insistere sulle presunte promesse disattese in materia di espulsioni. Ma dal Viminale hanno provato a rovinarle la passeggiata sul tappeto rosso steso per la liturgia della conferenza stampa organizzata nei minimi dettagli (dal Comune hanno persino provato a chiedere ai cronisti di conoscere le domande in anticipo).
Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha annunciato la sua visita nel capoluogo ligure per affrontare alcune questioni spinose del dossier sicurezza: taser, videosorveglianza, organici e, soprattutto, rimpatri. Mercoledì, in aula, Piantedosi aveva snocciolato qualche dato, che si è rivelato diametralmente opposto alla lettura della Salis: dal 2023 al 2025 «il numero totale dei rimpatri è cresciuto di oltre il 40%» e nei primi mesi del 2026 il dato sarebbe «ancora in crescita, superando del 30% il dato dello stesso periodo dell’anno precedente».
Ma soprattutto, secondo il ministro, sarebbe aumentato il rapporto tra immigrati irregolari sbarcati e immigrati rimpatriati: «Dal 3% del 2023 al 10% dell’anno scorso e addirittura al 31 dall’inizio dell’anno». Ma il dato politico di giornata è un altro. Il Viminale si è detto pronto ad accogliere quella che appare come un’implicita richiesta della nuova Salis ultrà dei rimpatri, con la realizzazione di un Cpr proprio a Genova. E, così, mentre il sindaco scarica sul governo il caos sicurezza, il governo trova la soluzione facendola passare proprio da Genova. Una mossa a sorpresa che ha subito ridotto l’impatto della conferenza autocelebrativa di Palazzo Tursi. Sulla sicurezza il sindaco ha insistito sul tema delle volanti insufficienti, che «se insistono in un quartiere ne lasciano scoperto un altro».
Salis ha rivendicato «294 delibere in un anno», ha parlato di «città che si prende cura» di grandi eventi, cultura, verde e riqualificazioni. Ma fuori dalla sala stampa il centrodestra organizzava una contro-conferenza accusando la giunta di governare una «città immobile e poco sicura». L’ex sindaco reggente Pietro Piciocchi ha parlato di «narrazione stucchevole». Secondo il capogruppo di Vince Genova, la giunta avrebbe ereditato «un Comune con un avanzo consistente e un debito ridotto», ritrovandosi, invece, oggi con «le tasse comunali più alte d’Italia e con l’aliquota massima applicata sull’Irpef». Ma la vera ferita politica si chiama Amt.
La municipalizzata dei trasporti è stata raccontata dalla stessa giunta come un malato in terapia intensiva. Il vicesindaco Alessandro Terrile ha ammesso «errori», ha parlato di un’azienda «inseguita dai creditori» e di un servizio che «non sarà all’altezza per diversi mesi». La Salis ha ringraziato sindacati, lavoratori e cittadini «pazienti». Tutti, tranne la Regione del governatore Marco Bucci. Nessun grazie per gli anticipi milionari e, soprattutto, per i 40 milioni di euro a fondo perduto che hanno consentito alla municipalizzata di continuare a pagare stipendi e servizi e la sua ricapitalizzazione. Nessun riconoscimento politico a chi, secondo l’opposizione, avrebbe materialmente evitato il collasso immediato dell’azienda.
Ma ha continuato a ripetere che farà «la sindaca per cinque anni» e che non cambierà idea. Nonostante la postura da leader nazionale che cerca di darsi. Lo dimostra anche il passaggio sul campo largo: «È imprescindibile». Anche se un giornalista l’ha ricondotta alla realtà ricordandole che a Venezia non è andata così bene. Ma c’è stato anche il momento in cui ha rivendicato di essere stata «scandagliata» più di ogni altro sindaco perché Genova starebbe facendo «qualcosa di importante anche in opposizione al governo». Un attivismo che il centrodestra liquida, invece, come propaganda permanente.
La leghista Paola Bordilli ha ricordato la concretezza dei risultati delle giunte di centrodestra, confrontandola con l’attuale stato di abbandono del centro storico. Mario Mascia, capogruppo di Forza Italia, ha parlato di una «proliferazione preoccupante» di studi e consulenze su verde, rifiuti e cabinovia, accusando la giunta di non avere «il coraggio di affrontare i temi da un punto di vista politico». Un argomento sul quale durante la conferenza stampa si è innestata la domanda di Giulia Mietta, giornalista di Genova24 e Ansa, moglie del portavoce del sindaco, Simone D’Ambrosio.
La risposta è stata prontissima: con Salis le consulenze costano meno rispetto all’era Bucci. Il sindaco non è quasi mai stata sorpresa dalle domande che, anzi, le hanno dato la possibilità di decantare l’operato della sua giunta. Uno dei pochi momenti fuori copione è arrivato quando un cronista del Fatto quotidiano le ha chiesto conto dei servizi comunicativi dell’agenzia Jump di Matteo Agnoletti, ex spin-doctor di Matteo Renzi (ricordiamo che proprio il fu Rottamatore è stato l’ideatore della discesa in campo della Salis) e oggi regista dell’immagine pubblica e mediatica della Salis.
Una domanda su costi e finanziatori alla quale la prima cittadina ha provato a sottrarsi così: «È una cosa personale, questa è una domanda che riguarda solo me. E avevamo chiesto di restringere le domande all’amministrazione della città». Una risposta che ha finito inevitabilmente per alimentare altri quesiti, soprattutto dopo una conferenza stampa costruita sul controllo preventivo dei temi da affrontare. Resta da capire se l’arrivo di Piantedosi metterà in discussione una narrazione che in pochi in città provano a smontare.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 12 giugno con Carlo Cambi
Francesco Lollobrigida (Ansa)
I numeri indicati dal Masaf mostrano un rafforzamento dell’attività ispettiva: nel quinquennio 2021-2025 i controlli nel settore agroalimentare sono cresciuti del 25,7%, passando da 251.659 a 315.308 interventi. Ancora più marcato l’aumento dei controlli congiunti, cioè quelli svolti da almeno due enti nello stesso intervento: tra il 2023 e il 2025 sono quasi raddoppiati, passando da 1.127 a 2.174, con un incremento del 93%.
«Con l’istituzione della Cabina di regia, approvata con la legge di Tutela dell’Agroalimentare del 15 aprile scorso, abbiamo reso permanente il confronto tra le Forze dell’Ordine e gli organismi deputati al controllo nel settore agroalimentare», ha dichiarato Lollobrigida. «Lo abbiamo fatto perché i numeri parlano da soli. Non solo con la Cabina di regia i controlli sono aumentati, ma è aumentata anche la loro efficacia».
Secondo il ministro, il nuovo modello consente di concentrare le verifiche dove il rischio è maggiore, evitando duplicazioni e interventi inutili sugli operatori corretti. «Nella cabina di regia tutti gli operatori preposti ai controlli, ma anche le associazioni agricole, si confrontano scegliendo al meglio il settore da controllare secondo un indice di rischio. Si evitano così le sovrapposizioni, evitando vessazioni su imprenditori onesti, e si liberano risorse per contrastare chi non gioca secondo le regole».
Alla Cabina di regia partecipano, tra gli altri, Icqrf, Carabinieri, Cufaa, Nas, Capitanerie di Porto, Guardia di Finanza, Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, Agea, Polizia di Stato, ministero della Salute e rappresentanti delle principali organizzazioni agricole. L’obiettivo è migliorare il coordinamento operativo, condividere informazioni e rendere più efficace l’azione di prevenzione e repressione delle frodi. L’efficacia del sistema emerge anche dall’aumento delle irregolarità accertate, dei sequestri e delle segnalazioni all’autorità giudiziaria. Il Cufaa ha registrato una crescita significativa della quota di attività irregolari: se nel 2021 un’attività su tre risultava non conforme, nel 2025 più di una su due ha evidenziato irregolarità. Nel settore della ristorazione etnica, le Capitanerie di Porto hanno accertato nel 2025 415 illeciti su 594 ispezioni. Nel comparto vitivinicolo, oleario e lattiero-caseario, 137 controlli svolti dall’Icqrf su 101 strutture hanno portato alla rilevazione di 66 irregolarità, 78 denunce e al sequestro di circa 1000 tonnellate di alimenti.
Centrale anche il ruolo del Ruci, il Registro unico dei controlli ispettivi, utilizzato per evitare doppi controlli e ridurre il cosiddetto «controllo vessatorio». L’inserimento dei controlli nel Registro è passato da poche decine di unità nel 2016 a oltre 30.000 nuovi controlli nel 2025, con una crescita superiore al 300% negli ultimi cinque anni. In aumento anche le consultazioni: da poco più di 19.000 accessi nel 2016 a oltre 60.000 nel 2025.
Nel corso della riunione è stato inoltre analizzato il Piano operativo dei controlli 2026, che prevede un ulteriore rafforzamento delle verifiche congiunte e l’introduzione dei controlli congiunti rafforzati, con almeno tre enti di vigilanza coinvolti.
Particolare attenzione sarà riservata ai prodotti di importazione, con controlli mirati presso porti e valichi di confine su tracciabilità, sicurezza alimentare, benessere animale e residui di pesticidi. «Dal 2026 stiamo conducendo questi controlli specifici a Genova, Napoli, Salerno e Trieste e a breve avremo i risultati», ha spiegato Lollobrigida. «Non permetteremo mai che i prodotti che non seguono le nostre regole entrino indisturbati nel mercato italiano ed europeo».
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