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2023-04-21
«Mai più avvisi anti rom sulla metro». Per rieducare l’Atac c’è la Onlus Lgbt
Getty images
Mai più allarme «zingari» dagli altoparlanti della metropolitana di Roma. E già che ci siamo, lotta al razzismo, alle discriminazioni basate sul sesso dei passeggeri, sui loro orientamenti sessuali e contro le persone con disabilità. Contro ignoranza e cattiva educazione, ecco i corsi aziendali per diventare persone civili. Ieri l’Atac ha dato il via ad appositi corsi di formazione anti discriminazione per il personale, affidati a un’organizzazione che si batte per i diritti dei gay, dopo che il mese scorso aveva fatto scandalo l’appello contro i borseggiatori, in cui un dipendente aveva usato il termine «zingari».
Era il 10 marzo e sulla metro erano stati segnalati diversi borseggi, così un addetto aveva urlato un avvertimento non scritto in cui si diceva «attenti agli zingari» lungo la linea A. Era presente la giornalista Francesca Mannocchi, collaboratrice della Stampa e di La7, che via Twitter aveva immediatamente stigmatizzato l’episodio, parlando di razzismo. Pochi giorni dopo, la scrittrice Giulia Blasi raccontò sui social che su un tram della linea Centocelle-Laziali un macchinista si era lasciato andare ad alta voce a un «Negri di m…». Mentre il responsabile dell’annuncio contro le spettabili borseggiatrici e gli stimati borseggiatori era stato immediatamente identificato e sottoposto a procedimento disciplinare, del macchinista cafone non si è saputo più nulla.
In ogni caso, ieri, è partito in Atac questo corso di rieducazione per personale viaggiante e amministrativo dal titolo «Il valore delle differenze», contro «razzismo, sessismo, abilismo e omolesbobitransfobia», che riprende un ciclo di lezioni già andato in scena in via sperimentale tre anni fa, per verificatori e bigliettai. Il corso è stato affidato ad Agedo, una Onlus che dal 1992 si occupa di mettere in contatto genitori, parenti e amici di persone lesbiche, gay, bisessuali e trans. E l’iniziativa ha ovviamente la benedizione del Comune e del sindaco, Roberto Gualtieri, che si era molto indignato sulla storia degli «zingari» e aveva definito l’episodio «inammissibile e inaccettabile».
La politica ha immediatamente messo il cappello sull’iniziativa partita ieri, che offre finalmente l’occasione di essere tutti più buoni anche con Atac, nota in tutta Italia per il livello di disservizio, tra guasti e mezzi che vanno a fuoco o che non passano mai. Michela Cicculli, consigliere comunale di Sinistra civica ecologista, e Giovanni Zannola del Pd, hanno scritto in una nota che «in Atac parte un importante percorso formativo contro ogni forma di discriminazione [...]. L’obiettivo è quello di promuovere anche in questo settore l’attenzione al tema delle differenze, un’iniziativa particolarmente importante per Atac, dove operano migliaia di lavoratrici e lavoratori che in molti casi si trovano a contatto diretto con la cittadinanza». Lo scopo dei corsi è quello di «favorire un ambiente inclusivo, accogliente, non giudicante e di prevenire ed evitare ogni episodio di discriminazione interno ed esterno». Non solo in Atac, perché il progetto è quello di tenere corsi identici un po’ in tutte le municipalizzate di Roma.
E in effetti, in questa Atac più «inclusiva» e «accogliente» c’è proprio il buonismo etereo del sindaco, il sorridente borgomastro con la chitarra in mano che finora non è minimamente riuscito a incidere su traffico e sporcizia della Capitale. Per tornare all’episodio dello scandalo, i romani sanno benissimo (i turisti un po’ meno) che su bus e metro devono stare attenti a portafogli, borse e zainetti perché sono all’opera bande di borseggiatori e scippatori di tutte le etnie. Forse a questo punto non sarebbe male che Comune e Atac, che in fondo avrebbero come core business la soddisfazione e la sicurezza di cittadini e passeggeri, tenessero anche dei corsi ai passeggeri per imparare a difendersi dalle molte mani leste in azione.
I corsi partiti ieri non sono comunque una novità assoluta, perché 11 anni fa la stessa Atac aveva firmato una convenzione con Unar, l’Ufficio nazionale anti discriminazioni, che nel 2017 sarebbe stato coinvolto nello scandalo delle saune gay, per promuovere attività formative e organizzare insieme convegni e seminari di studio. Insomma, passano gli anni, e la cosmesi sui trasporti romani non cambia. Chi prende la metropolitana sperimenta tutti i giorni problemi che non sembrano indignare Gualtieri e sui quali sembra antipatico organizzare seminari e formazione coinvolgendo le Onlus amiche. I tasti dolenti sono sempre quelli dei ritardi, della scale mobili e degli ascensori che non funzionano, della sporcizia, delle stazioni chiuse e dei lavori che non finiscono mai. E qui non c’entra imparare a convivere con i passeggeri di etnia rom. Atac resta uno dei buchi neri della Capitale, anche finanziariamente, con il Comune che ha appena dovuto staccarle un assegno aggiuntivo da 40 milioni per il 2023, in modo da impedire il minacciato taglio delle corse. In totale, la municipalizzata assorbe circa 570 milioni l’anno. Almeno in vista del Giubileo 2025, l’Atac andrebbe risanata e rimessa in carreggiata. Al momento, c’è solo la garanzia che dagli altoparlanti verranno diffusi messaggi altamente inclusivi.
Ue choc: «L’Italia discrimina i gay»
Tanta fibrillazione per un emendamento, rivela l’ennesimo tentativo di screditare l’Italia a guida centrodestra. Ieri, le edizioni online sembravano impazzite nel riportare che il Parlamento europeo ha approvato una mozione che «condanna fermamente la diffusione di retorica anti diritti, anti gender e anti Lgbtq da parte di alcuni influenti leader politici e governi nell’Ue, come nel caso di Ungheria, Polonia e Italia».
Chiariamo subito che all’ordine del giorno, mercoledì a Strasburgo, c’era la votazione per una Risoluzione sulla depenalizzazione universale dell’omosessualità alla luce dei recenti sviluppi in Uganda, dal momento che l’Ue è «profondamente preoccupata» per l’approvazione di un disegno di legge contro l’omosessualità da parte del Parlamento ugandese, che introduce pene severe, compresa la pena di morte.
Legittima posizione, passata a stragrande maggioranza (con 416 voti a favore, 62 contrari, 36 astenuti) e che è stata trasmessa al governo ugandese, così pure agli altri Paesi «che ancora criminalizzano l’omosessualità e l’identità transgender» come il Ciad, il Brunei, la Nigeria.
Al punto 19, tanto per allargare il discorso anche fuori dal contesto Uganda, era espressa preoccupazione «per gli attuali movimenti globali anti diritti, anti genere e anti Lgbtq, alimentati da alcuni leader politici e religiosi in tutto il mondo, anche all’interno dell’Ue».
Per Kim Van Sparrentak, a nome dei Verdi/Alleanza libera europea e per Malin Björk della Sinistra, non bastava, bisognava puntare il dito su alcuni Paesi e hanno così proposto un emendamento, in cui venissero citate Ungheria, Polonia e Italia. L’aggiuntina della riga: «such as in Hungary, Poland and Italy» è passata, con 282 voti a favore, 235 contrari e 10 astenuti, la qual cosa chiarisce bene quanta poca unità parlamentare ci sia stata nell’accoglimento della modifica. Diciamola tutta, si è verificata una spaccatura della maggioranza Ursula al momento della votazione di quell’emendamento.
Il Ppe avrebbe dato indicazione di non votarlo, in quanto «estraneo allo scopo d’urgenza» della risoluzione, tutta incentrata sull’Uganda. Che bisogno c’era di parlare dell’Italia, in un contesto di condanna della violenta repressione degli Lgbtq? Chiara Gemma di Fratelli d’Italia ed eurodeputata del gruppo Ecr, ha definito «vergognoso» l’attacco concertato nei confronti dell’Italia. «Strumentalizzare le recenti vicende dell’Uganda e delle leggi discriminatorie sull’omosessualità, che prevedono addirittura la pena di morte, su cui naturalmente noi non possiamo che ribadire la nostra più ferma e totale condanna, tirando in mezzo l’Italia è una vergogna», ha tuonato.
Per poi aggiungere: «Solo pensare che nel nostro Paese esista la volontà di diffondere tale retropensiero da parte di alcuni leader politici viola qualsiasi regola del buonsenso e dell’obiettività. I fatti provano che l’operato quotidiano del nostro governo non abbia mai favorito nessuna discriminazione basata sull’inclinazione sessuale».
Ovviamente, ha esultato il dem Alessandro Zan, sostenendo che «per la prima volta oggi il Parlamento europeo ha esplicitamente condannato il governo italiano, insieme a quello dell’Ungheria di Orbán e della Polonia di Duda». In realtà, quello che si cerca di nascondere è il tentativo di mettere in difficoltà il Partito popolare europeo, nell’alleanza sempre più stretta con i Conservatori e riformisti europei (Ecr), proiettata anche alla guida dell’Ue nei prossimi anni.
Un’astuta manovra per mostrare quanto sarebbe imbarazzante un partenariato Ppe-Ecr, già concretizzato in Italia, se il nostro Paese risulta non rispettoso dei diritti Lgbtq. Poco importa che sia una falsità, evidente agli occhi di tutti. Il centrosinistra le sta tentando tutte, per mantenere la sua egemonia ai vertici europei.
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Dopo l’annuncio che metteva i passeggeri in guardia dagli «zingari», l’azienda dei trasporti della Capitale dà il via ai corsi per il personale. Lo scopo? Combattere «razzismo, sessismo e abilismo». Roberto Gualtieri applaude.Trappola all’Europarlamento, in una risoluzione contro le leggi omofobe dell’Uganda entra un emendamento che critica Roma. Manovre per ostacolare l’asse Ecr-Popolari.Lo speciale contiene due articoli Mai più allarme «zingari» dagli altoparlanti della metropolitana di Roma. E già che ci siamo, lotta al razzismo, alle discriminazioni basate sul sesso dei passeggeri, sui loro orientamenti sessuali e contro le persone con disabilità. Contro ignoranza e cattiva educazione, ecco i corsi aziendali per diventare persone civili. Ieri l’Atac ha dato il via ad appositi corsi di formazione anti discriminazione per il personale, affidati a un’organizzazione che si batte per i diritti dei gay, dopo che il mese scorso aveva fatto scandalo l’appello contro i borseggiatori, in cui un dipendente aveva usato il termine «zingari». Era il 10 marzo e sulla metro erano stati segnalati diversi borseggi, così un addetto aveva urlato un avvertimento non scritto in cui si diceva «attenti agli zingari» lungo la linea A. Era presente la giornalista Francesca Mannocchi, collaboratrice della Stampa e di La7, che via Twitter aveva immediatamente stigmatizzato l’episodio, parlando di razzismo. Pochi giorni dopo, la scrittrice Giulia Blasi raccontò sui social che su un tram della linea Centocelle-Laziali un macchinista si era lasciato andare ad alta voce a un «Negri di m…». Mentre il responsabile dell’annuncio contro le spettabili borseggiatrici e gli stimati borseggiatori era stato immediatamente identificato e sottoposto a procedimento disciplinare, del macchinista cafone non si è saputo più nulla. In ogni caso, ieri, è partito in Atac questo corso di rieducazione per personale viaggiante e amministrativo dal titolo «Il valore delle differenze», contro «razzismo, sessismo, abilismo e omolesbobitransfobia», che riprende un ciclo di lezioni già andato in scena in via sperimentale tre anni fa, per verificatori e bigliettai. Il corso è stato affidato ad Agedo, una Onlus che dal 1992 si occupa di mettere in contatto genitori, parenti e amici di persone lesbiche, gay, bisessuali e trans. E l’iniziativa ha ovviamente la benedizione del Comune e del sindaco, Roberto Gualtieri, che si era molto indignato sulla storia degli «zingari» e aveva definito l’episodio «inammissibile e inaccettabile». La politica ha immediatamente messo il cappello sull’iniziativa partita ieri, che offre finalmente l’occasione di essere tutti più buoni anche con Atac, nota in tutta Italia per il livello di disservizio, tra guasti e mezzi che vanno a fuoco o che non passano mai. Michela Cicculli, consigliere comunale di Sinistra civica ecologista, e Giovanni Zannola del Pd, hanno scritto in una nota che «in Atac parte un importante percorso formativo contro ogni forma di discriminazione [...]. L’obiettivo è quello di promuovere anche in questo settore l’attenzione al tema delle differenze, un’iniziativa particolarmente importante per Atac, dove operano migliaia di lavoratrici e lavoratori che in molti casi si trovano a contatto diretto con la cittadinanza». Lo scopo dei corsi è quello di «favorire un ambiente inclusivo, accogliente, non giudicante e di prevenire ed evitare ogni episodio di discriminazione interno ed esterno». Non solo in Atac, perché il progetto è quello di tenere corsi identici un po’ in tutte le municipalizzate di Roma.E in effetti, in questa Atac più «inclusiva» e «accogliente» c’è proprio il buonismo etereo del sindaco, il sorridente borgomastro con la chitarra in mano che finora non è minimamente riuscito a incidere su traffico e sporcizia della Capitale. Per tornare all’episodio dello scandalo, i romani sanno benissimo (i turisti un po’ meno) che su bus e metro devono stare attenti a portafogli, borse e zainetti perché sono all’opera bande di borseggiatori e scippatori di tutte le etnie. Forse a questo punto non sarebbe male che Comune e Atac, che in fondo avrebbero come core business la soddisfazione e la sicurezza di cittadini e passeggeri, tenessero anche dei corsi ai passeggeri per imparare a difendersi dalle molte mani leste in azione. I corsi partiti ieri non sono comunque una novità assoluta, perché 11 anni fa la stessa Atac aveva firmato una convenzione con Unar, l’Ufficio nazionale anti discriminazioni, che nel 2017 sarebbe stato coinvolto nello scandalo delle saune gay, per promuovere attività formative e organizzare insieme convegni e seminari di studio. Insomma, passano gli anni, e la cosmesi sui trasporti romani non cambia. Chi prende la metropolitana sperimenta tutti i giorni problemi che non sembrano indignare Gualtieri e sui quali sembra antipatico organizzare seminari e formazione coinvolgendo le Onlus amiche. I tasti dolenti sono sempre quelli dei ritardi, della scale mobili e degli ascensori che non funzionano, della sporcizia, delle stazioni chiuse e dei lavori che non finiscono mai. E qui non c’entra imparare a convivere con i passeggeri di etnia rom. Atac resta uno dei buchi neri della Capitale, anche finanziariamente, con il Comune che ha appena dovuto staccarle un assegno aggiuntivo da 40 milioni per il 2023, in modo da impedire il minacciato taglio delle corse. In totale, la municipalizzata assorbe circa 570 milioni l’anno. Almeno in vista del Giubileo 2025, l’Atac andrebbe risanata e rimessa in carreggiata. Al momento, c’è solo la garanzia che dagli altoparlanti verranno diffusi messaggi altamente inclusivi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mai-piu-avvisi-anti-rom-sulla-metro-per-rieducare-latac-ce-la-onlus-lgbt-2659888601.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ue-choc-litalia-discrimina-i-gay" data-post-id="2659888601" data-published-at="1682016100" data-use-pagination="False"> Ue choc: «L’Italia discrimina i gay» Tanta fibrillazione per un emendamento, rivela l’ennesimo tentativo di screditare l’Italia a guida centrodestra. Ieri, le edizioni online sembravano impazzite nel riportare che il Parlamento europeo ha approvato una mozione che «condanna fermamente la diffusione di retorica anti diritti, anti gender e anti Lgbtq da parte di alcuni influenti leader politici e governi nell’Ue, come nel caso di Ungheria, Polonia e Italia». Chiariamo subito che all’ordine del giorno, mercoledì a Strasburgo, c’era la votazione per una Risoluzione sulla depenalizzazione universale dell’omosessualità alla luce dei recenti sviluppi in Uganda, dal momento che l’Ue è «profondamente preoccupata» per l’approvazione di un disegno di legge contro l’omosessualità da parte del Parlamento ugandese, che introduce pene severe, compresa la pena di morte. Legittima posizione, passata a stragrande maggioranza (con 416 voti a favore, 62 contrari, 36 astenuti) e che è stata trasmessa al governo ugandese, così pure agli altri Paesi «che ancora criminalizzano l’omosessualità e l’identità transgender» come il Ciad, il Brunei, la Nigeria. Al punto 19, tanto per allargare il discorso anche fuori dal contesto Uganda, era espressa preoccupazione «per gli attuali movimenti globali anti diritti, anti genere e anti Lgbtq, alimentati da alcuni leader politici e religiosi in tutto il mondo, anche all’interno dell’Ue». Per Kim Van Sparrentak, a nome dei Verdi/Alleanza libera europea e per Malin Björk della Sinistra, non bastava, bisognava puntare il dito su alcuni Paesi e hanno così proposto un emendamento, in cui venissero citate Ungheria, Polonia e Italia. L’aggiuntina della riga: «such as in Hungary, Poland and Italy» è passata, con 282 voti a favore, 235 contrari e 10 astenuti, la qual cosa chiarisce bene quanta poca unità parlamentare ci sia stata nell’accoglimento della modifica. Diciamola tutta, si è verificata una spaccatura della maggioranza Ursula al momento della votazione di quell’emendamento. Il Ppe avrebbe dato indicazione di non votarlo, in quanto «estraneo allo scopo d’urgenza» della risoluzione, tutta incentrata sull’Uganda. Che bisogno c’era di parlare dell’Italia, in un contesto di condanna della violenta repressione degli Lgbtq? Chiara Gemma di Fratelli d’Italia ed eurodeputata del gruppo Ecr, ha definito «vergognoso» l’attacco concertato nei confronti dell’Italia. «Strumentalizzare le recenti vicende dell’Uganda e delle leggi discriminatorie sull’omosessualità, che prevedono addirittura la pena di morte, su cui naturalmente noi non possiamo che ribadire la nostra più ferma e totale condanna, tirando in mezzo l’Italia è una vergogna», ha tuonato. Per poi aggiungere: «Solo pensare che nel nostro Paese esista la volontà di diffondere tale retropensiero da parte di alcuni leader politici viola qualsiasi regola del buonsenso e dell’obiettività. I fatti provano che l’operato quotidiano del nostro governo non abbia mai favorito nessuna discriminazione basata sull’inclinazione sessuale». Ovviamente, ha esultato il dem Alessandro Zan, sostenendo che «per la prima volta oggi il Parlamento europeo ha esplicitamente condannato il governo italiano, insieme a quello dell’Ungheria di Orbán e della Polonia di Duda». In realtà, quello che si cerca di nascondere è il tentativo di mettere in difficoltà il Partito popolare europeo, nell’alleanza sempre più stretta con i Conservatori e riformisti europei (Ecr), proiettata anche alla guida dell’Ue nei prossimi anni. Un’astuta manovra per mostrare quanto sarebbe imbarazzante un partenariato Ppe-Ecr, già concretizzato in Italia, se il nostro Paese risulta non rispettoso dei diritti Lgbtq. Poco importa che sia una falsità, evidente agli occhi di tutti. Il centrosinistra le sta tentando tutte, per mantenere la sua egemonia ai vertici europei.
(IStock)
Così, mentre il reddito di cittadinanza usciva di scena con molti applausi, l’Italia scopriva di essere improvvisamente diventata un Paese più fragile, più claudicante, più psicologicamente provato. Non povero, attenzione: invalido. Civilmente invalido, per la precisione.
A sollevare il velo su questo prodigio statistico è l’ultimo rapporto dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, che pone una domanda semplice: la cancellazione del reddito di cittadinanza ha aumentato il numero delle pensioni di invalidità civile?
La risposta ufficiale è un diplomatico «non si sa». Quella ufficiosa, invece, è un eloquente alzare di sopracciglia. I numeri, del resto, non gridano: strizzano l’occhio.
Al 31 dicembre 2024 le pensioni di invalidità erogate in Italia sono 4.313.351. Di queste, 899.344 sono prestazioni previdenziali, in calo netto (-14,5% tra il 2020 e il 2024). Le altre, 3.414.007, sono pensioni di invalidità civile, quelle non legate ai contributi ma allo stato di salute certificato. E qui la musica cambia: +7,4% nello stesso periodo, con una crescita concentrata soprattutto tra il 2022 e il 2024 (+6,2%).
Gli anni in cui, guarda caso, il reddito di cittadinanza veniva prima smontato, poi abolito. Coincidenze? Forse.
Ufficialmente le due misure non c’entrano nulla. Il reddito di cittadinanza doveva combattere la povertà e favorire l’inclusione lavorativa; la pensione di invalidità tutela chi ha limitazioni fisiche o psichiche riconosciute. Due mondi distinti, due universi morali separati. Eppure, abolito il primo, l’altro ha preso sempre più spazio. E così, in assenza di lavoro, politiche attive e servizi sociali efficienti, l’invalidità civile è diventata la soluzione.
Un salvagente da 501 euro al mese. Non una fortuna, certo. Ma meglio di niente. E soprattutto stabile, sicuro, indicizzato, non condizionato a corsi di formazione ancorchè farlocchi.
Il fenomeno non è distribuito in modo uniforme. Il Mezzogiorno, che ha tre quarti della popolazione del Nord, eroga 500.000 pensioni di invalidità civile in più. Una sproporzione che non può essere spiegata solo con il clima o con una misteriosa epidemia a sud del Garigliano. Tra il 2020 e il 2024 l’aumento più consistente si registra proprio nel Mezzogiorno: +8,4%, con un’accelerazione impressionante tra il 2022 e il 2024 (+7,2%). Nessun’altra area del Paese mostra incrementi simili. La popolazione meridionale è di 19,7 milioni di persone; quella del Nord di 26,3 milioni. Eppure gli invalidi civili sono di più al Sud. Scendendo nel dettaglio, il quadro diventa ancora più pittoresco. La Calabria guida la classifica: ogni cento abitanti poco più di tredici hanno problemi che impediscono di lavorare. Seguono Puglia (11,6), Umbria (11,3) unica eccezione a nord del Garigliano e Sardegna (10,7). In coda Piemonte, Lombardia e Veneto, inchiodate a un modesto 5,1%.A livello provinciale svetta Reggio Calabria: quasi 15 pensioni ogni 100 abitanti. Ora, qualcuno obietterà — giustamente — che invalidità non significa truffa. Ed è vero. Ma fingere che le truffe non esistano sarebbe altrettanto errato. Le cronache raccontano di frodi diffuse. L’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani ha quantificato in quasi 48 milioni di euro le frodi accertate dalla Guardia di Finanza tra il 2020 e l’agosto 2021. E qui arriva il capolavoro del sistema: chi decide e chi paga. Le pensioni di invalidità civile, infatti sono a carico dell’Inps. Ma a stabilire chi è invalido sono le commissioni mediche delle Asl cioè strutture regionali. Le Regioni concedono, l’Inps paga. E il conto, come sempre, finisce sulle spalle di tutti i contribuenti. È il welfare clientelare perfetto: consenso politico a livello locale, spesa scaricata altrove. Un meccanismo difficilissimo da scardinare.
Nel 2024 la spesa complessiva per le pensioni di invalidità ha toccato 34 miliardi. Di questi, 21 miliardi solo per le invalidità civili. Quasi la metà — il 46,6% — finisce nel Mezzogiorno. La Campania guida la classifica con 2,73 miliardi, seguita da Lombardia e Lazio. E mentre la Puglia segna un +14,1% di assegni in quattro anni, Basilicata e Calabria non restano indietro. Dimostrare una correlazione diretta tra fine del reddito di cittadinanza e boom delle invalidità è difficile, ammette onestamente la Cgia. Mancano i dati comparabili, il tema è delicato, ci sono di mezzo diritti fondamentali e condizioni sanitarie reali. Tutto vero. Ma il dubbio resta. E in certe zone del Paese diventa quasi una certezza sociologica.
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