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2023-04-21
«Mai più avvisi anti rom sulla metro». Per rieducare l’Atac c’è la Onlus Lgbt
Getty images
Mai più allarme «zingari» dagli altoparlanti della metropolitana di Roma. E già che ci siamo, lotta al razzismo, alle discriminazioni basate sul sesso dei passeggeri, sui loro orientamenti sessuali e contro le persone con disabilità. Contro ignoranza e cattiva educazione, ecco i corsi aziendali per diventare persone civili. Ieri l’Atac ha dato il via ad appositi corsi di formazione anti discriminazione per il personale, affidati a un’organizzazione che si batte per i diritti dei gay, dopo che il mese scorso aveva fatto scandalo l’appello contro i borseggiatori, in cui un dipendente aveva usato il termine «zingari».
Era il 10 marzo e sulla metro erano stati segnalati diversi borseggi, così un addetto aveva urlato un avvertimento non scritto in cui si diceva «attenti agli zingari» lungo la linea A. Era presente la giornalista Francesca Mannocchi, collaboratrice della Stampa e di La7, che via Twitter aveva immediatamente stigmatizzato l’episodio, parlando di razzismo. Pochi giorni dopo, la scrittrice Giulia Blasi raccontò sui social che su un tram della linea Centocelle-Laziali un macchinista si era lasciato andare ad alta voce a un «Negri di m…». Mentre il responsabile dell’annuncio contro le spettabili borseggiatrici e gli stimati borseggiatori era stato immediatamente identificato e sottoposto a procedimento disciplinare, del macchinista cafone non si è saputo più nulla.
In ogni caso, ieri, è partito in Atac questo corso di rieducazione per personale viaggiante e amministrativo dal titolo «Il valore delle differenze», contro «razzismo, sessismo, abilismo e omolesbobitransfobia», che riprende un ciclo di lezioni già andato in scena in via sperimentale tre anni fa, per verificatori e bigliettai. Il corso è stato affidato ad Agedo, una Onlus che dal 1992 si occupa di mettere in contatto genitori, parenti e amici di persone lesbiche, gay, bisessuali e trans. E l’iniziativa ha ovviamente la benedizione del Comune e del sindaco, Roberto Gualtieri, che si era molto indignato sulla storia degli «zingari» e aveva definito l’episodio «inammissibile e inaccettabile».
La politica ha immediatamente messo il cappello sull’iniziativa partita ieri, che offre finalmente l’occasione di essere tutti più buoni anche con Atac, nota in tutta Italia per il livello di disservizio, tra guasti e mezzi che vanno a fuoco o che non passano mai. Michela Cicculli, consigliere comunale di Sinistra civica ecologista, e Giovanni Zannola del Pd, hanno scritto in una nota che «in Atac parte un importante percorso formativo contro ogni forma di discriminazione [...]. L’obiettivo è quello di promuovere anche in questo settore l’attenzione al tema delle differenze, un’iniziativa particolarmente importante per Atac, dove operano migliaia di lavoratrici e lavoratori che in molti casi si trovano a contatto diretto con la cittadinanza». Lo scopo dei corsi è quello di «favorire un ambiente inclusivo, accogliente, non giudicante e di prevenire ed evitare ogni episodio di discriminazione interno ed esterno». Non solo in Atac, perché il progetto è quello di tenere corsi identici un po’ in tutte le municipalizzate di Roma.
E in effetti, in questa Atac più «inclusiva» e «accogliente» c’è proprio il buonismo etereo del sindaco, il sorridente borgomastro con la chitarra in mano che finora non è minimamente riuscito a incidere su traffico e sporcizia della Capitale. Per tornare all’episodio dello scandalo, i romani sanno benissimo (i turisti un po’ meno) che su bus e metro devono stare attenti a portafogli, borse e zainetti perché sono all’opera bande di borseggiatori e scippatori di tutte le etnie. Forse a questo punto non sarebbe male che Comune e Atac, che in fondo avrebbero come core business la soddisfazione e la sicurezza di cittadini e passeggeri, tenessero anche dei corsi ai passeggeri per imparare a difendersi dalle molte mani leste in azione.
I corsi partiti ieri non sono comunque una novità assoluta, perché 11 anni fa la stessa Atac aveva firmato una convenzione con Unar, l’Ufficio nazionale anti discriminazioni, che nel 2017 sarebbe stato coinvolto nello scandalo delle saune gay, per promuovere attività formative e organizzare insieme convegni e seminari di studio. Insomma, passano gli anni, e la cosmesi sui trasporti romani non cambia. Chi prende la metropolitana sperimenta tutti i giorni problemi che non sembrano indignare Gualtieri e sui quali sembra antipatico organizzare seminari e formazione coinvolgendo le Onlus amiche. I tasti dolenti sono sempre quelli dei ritardi, della scale mobili e degli ascensori che non funzionano, della sporcizia, delle stazioni chiuse e dei lavori che non finiscono mai. E qui non c’entra imparare a convivere con i passeggeri di etnia rom. Atac resta uno dei buchi neri della Capitale, anche finanziariamente, con il Comune che ha appena dovuto staccarle un assegno aggiuntivo da 40 milioni per il 2023, in modo da impedire il minacciato taglio delle corse. In totale, la municipalizzata assorbe circa 570 milioni l’anno. Almeno in vista del Giubileo 2025, l’Atac andrebbe risanata e rimessa in carreggiata. Al momento, c’è solo la garanzia che dagli altoparlanti verranno diffusi messaggi altamente inclusivi.
Ue choc: «L’Italia discrimina i gay»
Tanta fibrillazione per un emendamento, rivela l’ennesimo tentativo di screditare l’Italia a guida centrodestra. Ieri, le edizioni online sembravano impazzite nel riportare che il Parlamento europeo ha approvato una mozione che «condanna fermamente la diffusione di retorica anti diritti, anti gender e anti Lgbtq da parte di alcuni influenti leader politici e governi nell’Ue, come nel caso di Ungheria, Polonia e Italia».
Chiariamo subito che all’ordine del giorno, mercoledì a Strasburgo, c’era la votazione per una Risoluzione sulla depenalizzazione universale dell’omosessualità alla luce dei recenti sviluppi in Uganda, dal momento che l’Ue è «profondamente preoccupata» per l’approvazione di un disegno di legge contro l’omosessualità da parte del Parlamento ugandese, che introduce pene severe, compresa la pena di morte.
Legittima posizione, passata a stragrande maggioranza (con 416 voti a favore, 62 contrari, 36 astenuti) e che è stata trasmessa al governo ugandese, così pure agli altri Paesi «che ancora criminalizzano l’omosessualità e l’identità transgender» come il Ciad, il Brunei, la Nigeria.
Al punto 19, tanto per allargare il discorso anche fuori dal contesto Uganda, era espressa preoccupazione «per gli attuali movimenti globali anti diritti, anti genere e anti Lgbtq, alimentati da alcuni leader politici e religiosi in tutto il mondo, anche all’interno dell’Ue».
Per Kim Van Sparrentak, a nome dei Verdi/Alleanza libera europea e per Malin Björk della Sinistra, non bastava, bisognava puntare il dito su alcuni Paesi e hanno così proposto un emendamento, in cui venissero citate Ungheria, Polonia e Italia. L’aggiuntina della riga: «such as in Hungary, Poland and Italy» è passata, con 282 voti a favore, 235 contrari e 10 astenuti, la qual cosa chiarisce bene quanta poca unità parlamentare ci sia stata nell’accoglimento della modifica. Diciamola tutta, si è verificata una spaccatura della maggioranza Ursula al momento della votazione di quell’emendamento.
Il Ppe avrebbe dato indicazione di non votarlo, in quanto «estraneo allo scopo d’urgenza» della risoluzione, tutta incentrata sull’Uganda. Che bisogno c’era di parlare dell’Italia, in un contesto di condanna della violenta repressione degli Lgbtq? Chiara Gemma di Fratelli d’Italia ed eurodeputata del gruppo Ecr, ha definito «vergognoso» l’attacco concertato nei confronti dell’Italia. «Strumentalizzare le recenti vicende dell’Uganda e delle leggi discriminatorie sull’omosessualità, che prevedono addirittura la pena di morte, su cui naturalmente noi non possiamo che ribadire la nostra più ferma e totale condanna, tirando in mezzo l’Italia è una vergogna», ha tuonato.
Per poi aggiungere: «Solo pensare che nel nostro Paese esista la volontà di diffondere tale retropensiero da parte di alcuni leader politici viola qualsiasi regola del buonsenso e dell’obiettività. I fatti provano che l’operato quotidiano del nostro governo non abbia mai favorito nessuna discriminazione basata sull’inclinazione sessuale».
Ovviamente, ha esultato il dem Alessandro Zan, sostenendo che «per la prima volta oggi il Parlamento europeo ha esplicitamente condannato il governo italiano, insieme a quello dell’Ungheria di Orbán e della Polonia di Duda». In realtà, quello che si cerca di nascondere è il tentativo di mettere in difficoltà il Partito popolare europeo, nell’alleanza sempre più stretta con i Conservatori e riformisti europei (Ecr), proiettata anche alla guida dell’Ue nei prossimi anni.
Un’astuta manovra per mostrare quanto sarebbe imbarazzante un partenariato Ppe-Ecr, già concretizzato in Italia, se il nostro Paese risulta non rispettoso dei diritti Lgbtq. Poco importa che sia una falsità, evidente agli occhi di tutti. Il centrosinistra le sta tentando tutte, per mantenere la sua egemonia ai vertici europei.
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Dopo l’annuncio che metteva i passeggeri in guardia dagli «zingari», l’azienda dei trasporti della Capitale dà il via ai corsi per il personale. Lo scopo? Combattere «razzismo, sessismo e abilismo». Roberto Gualtieri applaude.Trappola all’Europarlamento, in una risoluzione contro le leggi omofobe dell’Uganda entra un emendamento che critica Roma. Manovre per ostacolare l’asse Ecr-Popolari.Lo speciale contiene due articoli Mai più allarme «zingari» dagli altoparlanti della metropolitana di Roma. E già che ci siamo, lotta al razzismo, alle discriminazioni basate sul sesso dei passeggeri, sui loro orientamenti sessuali e contro le persone con disabilità. Contro ignoranza e cattiva educazione, ecco i corsi aziendali per diventare persone civili. Ieri l’Atac ha dato il via ad appositi corsi di formazione anti discriminazione per il personale, affidati a un’organizzazione che si batte per i diritti dei gay, dopo che il mese scorso aveva fatto scandalo l’appello contro i borseggiatori, in cui un dipendente aveva usato il termine «zingari». Era il 10 marzo e sulla metro erano stati segnalati diversi borseggi, così un addetto aveva urlato un avvertimento non scritto in cui si diceva «attenti agli zingari» lungo la linea A. Era presente la giornalista Francesca Mannocchi, collaboratrice della Stampa e di La7, che via Twitter aveva immediatamente stigmatizzato l’episodio, parlando di razzismo. Pochi giorni dopo, la scrittrice Giulia Blasi raccontò sui social che su un tram della linea Centocelle-Laziali un macchinista si era lasciato andare ad alta voce a un «Negri di m…». Mentre il responsabile dell’annuncio contro le spettabili borseggiatrici e gli stimati borseggiatori era stato immediatamente identificato e sottoposto a procedimento disciplinare, del macchinista cafone non si è saputo più nulla. In ogni caso, ieri, è partito in Atac questo corso di rieducazione per personale viaggiante e amministrativo dal titolo «Il valore delle differenze», contro «razzismo, sessismo, abilismo e omolesbobitransfobia», che riprende un ciclo di lezioni già andato in scena in via sperimentale tre anni fa, per verificatori e bigliettai. Il corso è stato affidato ad Agedo, una Onlus che dal 1992 si occupa di mettere in contatto genitori, parenti e amici di persone lesbiche, gay, bisessuali e trans. E l’iniziativa ha ovviamente la benedizione del Comune e del sindaco, Roberto Gualtieri, che si era molto indignato sulla storia degli «zingari» e aveva definito l’episodio «inammissibile e inaccettabile». La politica ha immediatamente messo il cappello sull’iniziativa partita ieri, che offre finalmente l’occasione di essere tutti più buoni anche con Atac, nota in tutta Italia per il livello di disservizio, tra guasti e mezzi che vanno a fuoco o che non passano mai. Michela Cicculli, consigliere comunale di Sinistra civica ecologista, e Giovanni Zannola del Pd, hanno scritto in una nota che «in Atac parte un importante percorso formativo contro ogni forma di discriminazione [...]. L’obiettivo è quello di promuovere anche in questo settore l’attenzione al tema delle differenze, un’iniziativa particolarmente importante per Atac, dove operano migliaia di lavoratrici e lavoratori che in molti casi si trovano a contatto diretto con la cittadinanza». Lo scopo dei corsi è quello di «favorire un ambiente inclusivo, accogliente, non giudicante e di prevenire ed evitare ogni episodio di discriminazione interno ed esterno». Non solo in Atac, perché il progetto è quello di tenere corsi identici un po’ in tutte le municipalizzate di Roma.E in effetti, in questa Atac più «inclusiva» e «accogliente» c’è proprio il buonismo etereo del sindaco, il sorridente borgomastro con la chitarra in mano che finora non è minimamente riuscito a incidere su traffico e sporcizia della Capitale. Per tornare all’episodio dello scandalo, i romani sanno benissimo (i turisti un po’ meno) che su bus e metro devono stare attenti a portafogli, borse e zainetti perché sono all’opera bande di borseggiatori e scippatori di tutte le etnie. Forse a questo punto non sarebbe male che Comune e Atac, che in fondo avrebbero come core business la soddisfazione e la sicurezza di cittadini e passeggeri, tenessero anche dei corsi ai passeggeri per imparare a difendersi dalle molte mani leste in azione. I corsi partiti ieri non sono comunque una novità assoluta, perché 11 anni fa la stessa Atac aveva firmato una convenzione con Unar, l’Ufficio nazionale anti discriminazioni, che nel 2017 sarebbe stato coinvolto nello scandalo delle saune gay, per promuovere attività formative e organizzare insieme convegni e seminari di studio. Insomma, passano gli anni, e la cosmesi sui trasporti romani non cambia. Chi prende la metropolitana sperimenta tutti i giorni problemi che non sembrano indignare Gualtieri e sui quali sembra antipatico organizzare seminari e formazione coinvolgendo le Onlus amiche. I tasti dolenti sono sempre quelli dei ritardi, della scale mobili e degli ascensori che non funzionano, della sporcizia, delle stazioni chiuse e dei lavori che non finiscono mai. E qui non c’entra imparare a convivere con i passeggeri di etnia rom. Atac resta uno dei buchi neri della Capitale, anche finanziariamente, con il Comune che ha appena dovuto staccarle un assegno aggiuntivo da 40 milioni per il 2023, in modo da impedire il minacciato taglio delle corse. In totale, la municipalizzata assorbe circa 570 milioni l’anno. Almeno in vista del Giubileo 2025, l’Atac andrebbe risanata e rimessa in carreggiata. Al momento, c’è solo la garanzia che dagli altoparlanti verranno diffusi messaggi altamente inclusivi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mai-piu-avvisi-anti-rom-sulla-metro-per-rieducare-latac-ce-la-onlus-lgbt-2659888601.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ue-choc-litalia-discrimina-i-gay" data-post-id="2659888601" data-published-at="1682016100" data-use-pagination="False"> Ue choc: «L’Italia discrimina i gay» Tanta fibrillazione per un emendamento, rivela l’ennesimo tentativo di screditare l’Italia a guida centrodestra. Ieri, le edizioni online sembravano impazzite nel riportare che il Parlamento europeo ha approvato una mozione che «condanna fermamente la diffusione di retorica anti diritti, anti gender e anti Lgbtq da parte di alcuni influenti leader politici e governi nell’Ue, come nel caso di Ungheria, Polonia e Italia». Chiariamo subito che all’ordine del giorno, mercoledì a Strasburgo, c’era la votazione per una Risoluzione sulla depenalizzazione universale dell’omosessualità alla luce dei recenti sviluppi in Uganda, dal momento che l’Ue è «profondamente preoccupata» per l’approvazione di un disegno di legge contro l’omosessualità da parte del Parlamento ugandese, che introduce pene severe, compresa la pena di morte. Legittima posizione, passata a stragrande maggioranza (con 416 voti a favore, 62 contrari, 36 astenuti) e che è stata trasmessa al governo ugandese, così pure agli altri Paesi «che ancora criminalizzano l’omosessualità e l’identità transgender» come il Ciad, il Brunei, la Nigeria. Al punto 19, tanto per allargare il discorso anche fuori dal contesto Uganda, era espressa preoccupazione «per gli attuali movimenti globali anti diritti, anti genere e anti Lgbtq, alimentati da alcuni leader politici e religiosi in tutto il mondo, anche all’interno dell’Ue». Per Kim Van Sparrentak, a nome dei Verdi/Alleanza libera europea e per Malin Björk della Sinistra, non bastava, bisognava puntare il dito su alcuni Paesi e hanno così proposto un emendamento, in cui venissero citate Ungheria, Polonia e Italia. L’aggiuntina della riga: «such as in Hungary, Poland and Italy» è passata, con 282 voti a favore, 235 contrari e 10 astenuti, la qual cosa chiarisce bene quanta poca unità parlamentare ci sia stata nell’accoglimento della modifica. Diciamola tutta, si è verificata una spaccatura della maggioranza Ursula al momento della votazione di quell’emendamento. Il Ppe avrebbe dato indicazione di non votarlo, in quanto «estraneo allo scopo d’urgenza» della risoluzione, tutta incentrata sull’Uganda. Che bisogno c’era di parlare dell’Italia, in un contesto di condanna della violenta repressione degli Lgbtq? Chiara Gemma di Fratelli d’Italia ed eurodeputata del gruppo Ecr, ha definito «vergognoso» l’attacco concertato nei confronti dell’Italia. «Strumentalizzare le recenti vicende dell’Uganda e delle leggi discriminatorie sull’omosessualità, che prevedono addirittura la pena di morte, su cui naturalmente noi non possiamo che ribadire la nostra più ferma e totale condanna, tirando in mezzo l’Italia è una vergogna», ha tuonato. Per poi aggiungere: «Solo pensare che nel nostro Paese esista la volontà di diffondere tale retropensiero da parte di alcuni leader politici viola qualsiasi regola del buonsenso e dell’obiettività. I fatti provano che l’operato quotidiano del nostro governo non abbia mai favorito nessuna discriminazione basata sull’inclinazione sessuale». Ovviamente, ha esultato il dem Alessandro Zan, sostenendo che «per la prima volta oggi il Parlamento europeo ha esplicitamente condannato il governo italiano, insieme a quello dell’Ungheria di Orbán e della Polonia di Duda». In realtà, quello che si cerca di nascondere è il tentativo di mettere in difficoltà il Partito popolare europeo, nell’alleanza sempre più stretta con i Conservatori e riformisti europei (Ecr), proiettata anche alla guida dell’Ue nei prossimi anni. Un’astuta manovra per mostrare quanto sarebbe imbarazzante un partenariato Ppe-Ecr, già concretizzato in Italia, se il nostro Paese risulta non rispettoso dei diritti Lgbtq. Poco importa che sia una falsità, evidente agli occhi di tutti. Il centrosinistra le sta tentando tutte, per mantenere la sua egemonia ai vertici europei.
Chi ha inventato le luci sugli aerei? Proprio quelle colorate che vediamo lampeggiare quando ne scorgiamo uno nel cielo. Ecco la storia di Warren e della sua fantastica idea!
Giorgia Meloni (Ansa)
Ieri la pantomima sulla Groenlandia, che Donald Trump ha eletto a checkpoint Charlie del nuovo ordine mondiale, ha toccato l’apice. Gli europei hanno inviato sull’isola un contingente militare di svedesi, francesi e tedeschi. Poche centinaia di soldati, con un ufficiale belga, che hanno fatto arricciare il naso a Vladimir Putin che se dice che la Danimarca è Europa però mette sull’avviso la Nato: manovre vicine a noi provocheranno una reazione. Perciò Copenaghen si è affrettata a sostenere che la missione Artic Endurance, già in ritirata, va allargata agli Usa: finita la guerra in Ucraina prevedendo un espansionismo di Mosca dovranno garantire con gli europei la sicurezza nell’Artico. Ieri mentre il presidente del Ppe Manfred Weber, accodandosi a Pse e Renew, ha sentenziato che «si sospendono gli accordi commerciali tra Usa e Ue finché resta la minaccia dei dazi aggiuntivi», il cancelliere tedesco Friedrich Merz faceva ritirare, dopo 24 ore, le truppe tedesche dalla Groenlandia perché «fa troppo freddo», ma ribadiva: «Siamo a fianco di Danimarca e isolani, come Nato ci impegniamo a garantire la sicurezza nell’Artico e avvertiamo che le minacce tariffarie compromettono le relazioni transatlantiche e comportano il rischio di un’escalation». Qualcosa però non torna. A fine novembre - rivela Die Welt - la Nato ha deciso il trasferimento top secret della difesa dei Paesi nordici dal comando di Brunnsum (Paesi Bassi) a quello di Norfolk (Stati Uniti) e riguarda Danimarca, Finlandia e Svezia. Perciò il comandante della Seconda Flotta Usa di Norfolk, Douglas G. Perry, sarebbe responsabile della difesa della Groenlandia, potenzialmente contro un ordine militare del suo stesso comandante in capo, il presidente americano.
A Bruxelles hanno deciso di sfidare oltre a Donald Trump anche il ridicolo. Stamane il segretario generale della Nato vede il ministro della Difesa della Danimarca, Troels Lund Poulsen, e il ministro per gli Affari esteri della Groenlandia, Vivian Motzfeldt. Ieri Mark Rutte col presidente americano ha discusso i piani di difesa Nato per la sicurezza nell’Artico. Se questo è il quadro sul terreno resta la disperata ricerca di pretesti per farsi vedere. Emmanuel Macron - scavalcando i tedeschi - chiede «l’attivazione dello strumento anticoercizione dell’Ue qualora venissero messe in atto le minacce di Trump relative a nuovi dazi». Significa di fatto interrompere ogni rapporto economico con Washington. È lo stesso strumento invocato da Paolo Gentiloni che alla Stampa accusa: quello di Trump «è l’annuncio di un atto di guerra economica ai propri alleati: il rischio è che in Groenlandia oltre ai ghiacciai si sciolga anche la Nato». E poi aggiunge che la posizione «attendista italiana non giova perché il nostro è il governo più trumpiano d’Europa». Peccato che l’Irlanda col primo ministro Micheal Martin dica che «una guerra commerciale Usa-Ue sarebbe dannosa per tutti e va trovata un’intesa». Non la pensano così Ursula von der Leyen - «si rischia una spirale pericolosa» - e Antonio Costa, presidente del Consiglio europeo, che come già col Mercosur sperano nella crisi groenlandese per evitare che si liquefaccia l’Europa. Per il Financial Times la Ue starebbe valutando l’ipotesi di controdazi per 93 miliardi. Dà una mano il britannico Keir Starmer che critica i dazi, ma vuole vedersela a tu per tu con Trump.
La posizione italiana - ribadita dal ministro degli Esteri Antonio Tajani: «La nostra capacità di mediare proverà a evitare guerre commerciali e contrasti, vogliamo trovare accordi che non penalizzino nessuno» - è quella di Giorgia Meloni che condivide la preoccupazione di Trump sull’Artico ma stigmatizza: «La previsione di un aumento di dazi nei confronti di quelle nazioni che hanno scelto di contribuire alla sicurezza della Groenlandia è un errore e non la condivido. C’è bisogno di riprendere il dialogo ed evitare l’escalation».
Come già sulla prima partita dei dazi finirà che la Von der Leyen dovrà chiedere aiuto alla Meloni perché - come sostiene Nicola Procaccini di Ecr - «siamo per la distensione, lo strumento anticoercizione invocato da Macron non va in quella direzione, si guardi invece all’accordo sui dazi con gli Usa che tiene e ha dato frutti».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente americano ha detto che qualora venissero inviati dei soldati in Groenlandia, gli Stati Uniti metterebbero dazi sui Paesi che partecipassero all’operazione con loro uomini sul terreno. In pratica, più che a un conflitto vero e proprio con Bruxelles, siamo di fronte a una nuova guerra commerciale con gli Stati Uniti. Il problema è che da Macron alla Von der Leyen (Merz si è subito adeguato ordinando la retromarcia delle sue truppe), in molti in Europa sembrano non capire che l’Unione non può permettersi di innescare un’altra battaglia con l’America sul tema dei dazi. Come abbiamo già visto lo scorso anno, la Ue ha tutto da perdere in un braccio di ferro con Washington, prova ne sia che, dopo aver minacciato sfracelli, di fronte alle pretese di Trump di riequilibrare la bilancia commerciale, ha accettato un accordo che ha fatto sparire le tariffe sui prodotti Usa, concordando per di più acquisti di prodotti petroliferi e forniture militari. Che altro può mettere in campo dunque Bruxelles per arginare le pretese americane? A mio parere solo la demagogia. E infatti in queste ore, dal piccolo Napoleone dell’Eliseo alla baronessa che guida l’Unione, se ne sta spargendo a piene mani. Invece di comprendere quali siano le ragioni geopolitiche dello scontro in atto e come cercare di raggiungere un’intesa, l’Europa si appresta a una mossa che non ha alcuna valenza militare ma solo d’immagine. I 100 o 200 militari che si vogliono inviare in Groenlandia non hanno alcuna capacità difensiva, ma il loro schieramento rischia di innescare un conflitto commerciale che la Ue potrebbe pagare a caro prezzo. E non soltanto perché, come spesso abbiamo spiegato a proposito dei dazi, quando si introducono delle tariffe come rappresaglia nei confronti di un Paese, l’arma dalla parte del manico è impugnata dall’acquirente, non certo dal venditore. Giocando con le tasse sui prodotti importati dagli Usa, usandole come strumento di coercizione, l’economia dei Paesi europei rischia non soltanto di farsi molto male, ma di finire definitivamente tra le braccia della Cina, divenendone praticamente un satellite, come già è accaduto ad altri.
Vale la pena di rompersi l’osso del collo per la Groenlandia o non sarebbe il caso di capire perché Trump insiste tanto a volerla? È evidente che ci sono ragioni strategiche dietro alla sua insistenza. Questioni che riguardano i commerci internazionali, le rotte artiche, ma che hanno anche a che fare con gli approvvigionamenti di materie prime. E probabilmente molti di questi punti potrebbero essere risolti con un negoziato che consentisse una maggiore presenza e penetrazione degli Stati Uniti sull’isola.
Tuttavia, il braccio di ferro che potrebbe innescarsi fra America ed Europa non tocca soltanto la possibilità di quest’ultima di resistere a un’offensiva sulle esportazioni, con l’aggravio delle tariffe per le merci Ue. Ha influenza anche sugli schieramenti. Siamo sicuri che una Ue già impegnata sul fronte orientale, già incapace di fronteggiare le minacce russe, sarebbe in grado di reggere anche uno sforzo - se non bellico, probabilmente commerciale - sul fronte occidentale?
Parliamoci chiaro una volta per tutte: oggi, nonostante la prosopopea di qualche suo leader, la Ue è un vaso di coccio fra vasi di ferro. La sua economia è in ritirata da tempo e i troppi sistemi di regolamentazione frenano qualsiasi possibile recupero. Senza dire che invece di pagare il welfare a cui la popolazione si è ormai abituata, la forte immigrazione rischia di mandarlo in bancarotta, aumentando anche i problemi di sicurezza. Detto in altre parole, davvero siamo in grado, noi europei, di dichiarare guerra - per lo meno commerciale - agli Usa? Io credo di no e penso che se lo facessimo, con buona pace dei molti Gentiloni che dopo aver trascorso una vita a fare da scendiletto dei potenti oggi si scoprono un animo da guerrieri, sarebbe un suicidio. Volete un consiglio? Visto che l’Europa, nonostante sia affetta da un complesso di superiorità, è inferiore all’America, chiediamo di aderire agli Stati Uniti. Se entrassimo separati, cioè aderendo ogni Stato per conto proprio, gli Usa avrebbero 67 Stati, ma avrebbero anche 900 milioni di abitanti. Se poi, oltre alla Costituzione americana (la Ue non ne ha una) adottassimo pure le politiche liberiste d’Oltreoceano, non solo sarebbe risolto il problema della Groenlandia e quello dei dazi, ma probabilmente porremmo anche fine al declino europeo. È un’idea folle la mia? Può darsi, ma certo fa meno ridere di quella di mandare 100 o 200 militari a Nuuk scatenando una guerra con gli Usa.
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Giorgia Meloni e Tetsuo Hara (Ansa)
La frase del premier è peraltro significativa. Due parole risaltano: «crescita» e «immaginario». Nata nel 1977, la Meloni si è sicuramente trovata, da bambina, al centro dello tsunami giapponese che travolse un’intera generazione, la prima che ha vissuto la televisione come una esperienza formativa autonoma, oltre e spesso contro la vigilanza dei genitori. Nel libro Mia figlia, la filosofia, Simone Regazzoni ha dedicato a questo argomento alcune pagine ispirate: «Siamo alla fine degli anni Settanta e anch’io come milioni di altri bambini e bambine prendo parte a un evento inaudito, a un rito collettivo che provoca la reazione allarmata di genitori, intellettuali, uomini politici che portano Goldrake sui giornali e in Parlamento lanciando allarmi contro l’eccesso di violenza della religione delle macchine». Lo sbarco dei tecnomostri nipponici era avvenuto il 4 aprile 1978 quando, su Rai 2, era andata in onda la prima puntata di Goldrake. Grazie a lui, l’Italia scopriva finalmente il mondo eroico del Sol Levante. Da lì in poi sarebbe stato un diluvio di cartoni animati giapponesi, distribuiti per lo più su reti locali, in un’anarchia di traduzioni, censure e salti narrativi a casaccio.
Per i bambini di allora, il salto culturale fuori dall’universo Disney fu abbacinante: di punto in bianco un prodotto per ragazzini (o quanto meno qui percepito come tale) mescolava ironia surreale, parentesi poetiche, ammiccamenti erotici, tensione tragica. Gli adulti non si accorsero subito del fenomeno. E quando lo fecero, fu immediatamente moral panic. Silverio Corvisieri denunciava ad esempio su Repubblica «l’orgia della violenza annientatrice, il culto della delega al grande combattente, la religione delle macchine elettroniche, il rifiuto viscerale del “diverso”». Ken il guerriero, poi, ci mise il carico.
In Giappone, l’anime (e prima ancora il manga) comparve in un contesto contrassegnato da storie sempre più edonistiche ed eroticizzate. Kenshiro rappresentò un brutale richiamo all’ordine, grazie anche alla penna di Buronson, al secolo Yoshiyuki Okamura, lo sceneggiatore del fumetto disegnato per l’appunto da Tetsuo Hara. Buronson proveniva dal mondo militare e si ispirava a Mad Max e Sergio Leone. Nulla a che vedere con i nuovi autori fighetti che si affacciavano sulla scena. Arrivato in Italia nel 1987, l’anime vedeva il protagonista, Kenshiro, erede di una delle più importanti scuole di arti marziali del Giappone, attraversare un mondo post apocalittico popolato di bande di predoni. Nel cartone non c’erano i classici robottoni, ma c’era di peggio: una violenza smisurata. Ken sapeva come far, letteralmente, esplodere i suoi nemici toccando specifici punti di pressione. Di punto in bianco, l’Italia si popolò di bambini che tentavano, con risultati dubbi, di far esplodere fratelli minori e compagni di giochi.
Ma non c’era solo violenza bruta. Come gli eroi omerici, Ken era un eroe capace di alternare stragi di nemici e lacrime sincere. Era poi un eroe che non combatteva più «per l’umanità» o per ideali astratti, come Mazinga e gli altri, bensì per la sua famiglia, per l’amicizia, per legami concreti e solidi. Come educatore di una generazione, ci poteva capitare di peggio.
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