True
2023-04-21
«Mai più avvisi anti rom sulla metro». Per rieducare l’Atac c’è la Onlus Lgbt
Getty images
Mai più allarme «zingari» dagli altoparlanti della metropolitana di Roma. E già che ci siamo, lotta al razzismo, alle discriminazioni basate sul sesso dei passeggeri, sui loro orientamenti sessuali e contro le persone con disabilità. Contro ignoranza e cattiva educazione, ecco i corsi aziendali per diventare persone civili. Ieri l’Atac ha dato il via ad appositi corsi di formazione anti discriminazione per il personale, affidati a un’organizzazione che si batte per i diritti dei gay, dopo che il mese scorso aveva fatto scandalo l’appello contro i borseggiatori, in cui un dipendente aveva usato il termine «zingari».
Era il 10 marzo e sulla metro erano stati segnalati diversi borseggi, così un addetto aveva urlato un avvertimento non scritto in cui si diceva «attenti agli zingari» lungo la linea A. Era presente la giornalista Francesca Mannocchi, collaboratrice della Stampa e di La7, che via Twitter aveva immediatamente stigmatizzato l’episodio, parlando di razzismo. Pochi giorni dopo, la scrittrice Giulia Blasi raccontò sui social che su un tram della linea Centocelle-Laziali un macchinista si era lasciato andare ad alta voce a un «Negri di m…». Mentre il responsabile dell’annuncio contro le spettabili borseggiatrici e gli stimati borseggiatori era stato immediatamente identificato e sottoposto a procedimento disciplinare, del macchinista cafone non si è saputo più nulla.
In ogni caso, ieri, è partito in Atac questo corso di rieducazione per personale viaggiante e amministrativo dal titolo «Il valore delle differenze», contro «razzismo, sessismo, abilismo e omolesbobitransfobia», che riprende un ciclo di lezioni già andato in scena in via sperimentale tre anni fa, per verificatori e bigliettai. Il corso è stato affidato ad Agedo, una Onlus che dal 1992 si occupa di mettere in contatto genitori, parenti e amici di persone lesbiche, gay, bisessuali e trans. E l’iniziativa ha ovviamente la benedizione del Comune e del sindaco, Roberto Gualtieri, che si era molto indignato sulla storia degli «zingari» e aveva definito l’episodio «inammissibile e inaccettabile».
La politica ha immediatamente messo il cappello sull’iniziativa partita ieri, che offre finalmente l’occasione di essere tutti più buoni anche con Atac, nota in tutta Italia per il livello di disservizio, tra guasti e mezzi che vanno a fuoco o che non passano mai. Michela Cicculli, consigliere comunale di Sinistra civica ecologista, e Giovanni Zannola del Pd, hanno scritto in una nota che «in Atac parte un importante percorso formativo contro ogni forma di discriminazione [...]. L’obiettivo è quello di promuovere anche in questo settore l’attenzione al tema delle differenze, un’iniziativa particolarmente importante per Atac, dove operano migliaia di lavoratrici e lavoratori che in molti casi si trovano a contatto diretto con la cittadinanza». Lo scopo dei corsi è quello di «favorire un ambiente inclusivo, accogliente, non giudicante e di prevenire ed evitare ogni episodio di discriminazione interno ed esterno». Non solo in Atac, perché il progetto è quello di tenere corsi identici un po’ in tutte le municipalizzate di Roma.
E in effetti, in questa Atac più «inclusiva» e «accogliente» c’è proprio il buonismo etereo del sindaco, il sorridente borgomastro con la chitarra in mano che finora non è minimamente riuscito a incidere su traffico e sporcizia della Capitale. Per tornare all’episodio dello scandalo, i romani sanno benissimo (i turisti un po’ meno) che su bus e metro devono stare attenti a portafogli, borse e zainetti perché sono all’opera bande di borseggiatori e scippatori di tutte le etnie. Forse a questo punto non sarebbe male che Comune e Atac, che in fondo avrebbero come core business la soddisfazione e la sicurezza di cittadini e passeggeri, tenessero anche dei corsi ai passeggeri per imparare a difendersi dalle molte mani leste in azione.
I corsi partiti ieri non sono comunque una novità assoluta, perché 11 anni fa la stessa Atac aveva firmato una convenzione con Unar, l’Ufficio nazionale anti discriminazioni, che nel 2017 sarebbe stato coinvolto nello scandalo delle saune gay, per promuovere attività formative e organizzare insieme convegni e seminari di studio. Insomma, passano gli anni, e la cosmesi sui trasporti romani non cambia. Chi prende la metropolitana sperimenta tutti i giorni problemi che non sembrano indignare Gualtieri e sui quali sembra antipatico organizzare seminari e formazione coinvolgendo le Onlus amiche. I tasti dolenti sono sempre quelli dei ritardi, della scale mobili e degli ascensori che non funzionano, della sporcizia, delle stazioni chiuse e dei lavori che non finiscono mai. E qui non c’entra imparare a convivere con i passeggeri di etnia rom. Atac resta uno dei buchi neri della Capitale, anche finanziariamente, con il Comune che ha appena dovuto staccarle un assegno aggiuntivo da 40 milioni per il 2023, in modo da impedire il minacciato taglio delle corse. In totale, la municipalizzata assorbe circa 570 milioni l’anno. Almeno in vista del Giubileo 2025, l’Atac andrebbe risanata e rimessa in carreggiata. Al momento, c’è solo la garanzia che dagli altoparlanti verranno diffusi messaggi altamente inclusivi.
Ue choc: «L’Italia discrimina i gay»
Tanta fibrillazione per un emendamento, rivela l’ennesimo tentativo di screditare l’Italia a guida centrodestra. Ieri, le edizioni online sembravano impazzite nel riportare che il Parlamento europeo ha approvato una mozione che «condanna fermamente la diffusione di retorica anti diritti, anti gender e anti Lgbtq da parte di alcuni influenti leader politici e governi nell’Ue, come nel caso di Ungheria, Polonia e Italia».
Chiariamo subito che all’ordine del giorno, mercoledì a Strasburgo, c’era la votazione per una Risoluzione sulla depenalizzazione universale dell’omosessualità alla luce dei recenti sviluppi in Uganda, dal momento che l’Ue è «profondamente preoccupata» per l’approvazione di un disegno di legge contro l’omosessualità da parte del Parlamento ugandese, che introduce pene severe, compresa la pena di morte.
Legittima posizione, passata a stragrande maggioranza (con 416 voti a favore, 62 contrari, 36 astenuti) e che è stata trasmessa al governo ugandese, così pure agli altri Paesi «che ancora criminalizzano l’omosessualità e l’identità transgender» come il Ciad, il Brunei, la Nigeria.
Al punto 19, tanto per allargare il discorso anche fuori dal contesto Uganda, era espressa preoccupazione «per gli attuali movimenti globali anti diritti, anti genere e anti Lgbtq, alimentati da alcuni leader politici e religiosi in tutto il mondo, anche all’interno dell’Ue».
Per Kim Van Sparrentak, a nome dei Verdi/Alleanza libera europea e per Malin Björk della Sinistra, non bastava, bisognava puntare il dito su alcuni Paesi e hanno così proposto un emendamento, in cui venissero citate Ungheria, Polonia e Italia. L’aggiuntina della riga: «such as in Hungary, Poland and Italy» è passata, con 282 voti a favore, 235 contrari e 10 astenuti, la qual cosa chiarisce bene quanta poca unità parlamentare ci sia stata nell’accoglimento della modifica. Diciamola tutta, si è verificata una spaccatura della maggioranza Ursula al momento della votazione di quell’emendamento.
Il Ppe avrebbe dato indicazione di non votarlo, in quanto «estraneo allo scopo d’urgenza» della risoluzione, tutta incentrata sull’Uganda. Che bisogno c’era di parlare dell’Italia, in un contesto di condanna della violenta repressione degli Lgbtq? Chiara Gemma di Fratelli d’Italia ed eurodeputata del gruppo Ecr, ha definito «vergognoso» l’attacco concertato nei confronti dell’Italia. «Strumentalizzare le recenti vicende dell’Uganda e delle leggi discriminatorie sull’omosessualità, che prevedono addirittura la pena di morte, su cui naturalmente noi non possiamo che ribadire la nostra più ferma e totale condanna, tirando in mezzo l’Italia è una vergogna», ha tuonato.
Per poi aggiungere: «Solo pensare che nel nostro Paese esista la volontà di diffondere tale retropensiero da parte di alcuni leader politici viola qualsiasi regola del buonsenso e dell’obiettività. I fatti provano che l’operato quotidiano del nostro governo non abbia mai favorito nessuna discriminazione basata sull’inclinazione sessuale».
Ovviamente, ha esultato il dem Alessandro Zan, sostenendo che «per la prima volta oggi il Parlamento europeo ha esplicitamente condannato il governo italiano, insieme a quello dell’Ungheria di Orbán e della Polonia di Duda». In realtà, quello che si cerca di nascondere è il tentativo di mettere in difficoltà il Partito popolare europeo, nell’alleanza sempre più stretta con i Conservatori e riformisti europei (Ecr), proiettata anche alla guida dell’Ue nei prossimi anni.
Un’astuta manovra per mostrare quanto sarebbe imbarazzante un partenariato Ppe-Ecr, già concretizzato in Italia, se il nostro Paese risulta non rispettoso dei diritti Lgbtq. Poco importa che sia una falsità, evidente agli occhi di tutti. Il centrosinistra le sta tentando tutte, per mantenere la sua egemonia ai vertici europei.
Continua a leggereRiduci
Dopo l’annuncio che metteva i passeggeri in guardia dagli «zingari», l’azienda dei trasporti della Capitale dà il via ai corsi per il personale. Lo scopo? Combattere «razzismo, sessismo e abilismo». Roberto Gualtieri applaude.Trappola all’Europarlamento, in una risoluzione contro le leggi omofobe dell’Uganda entra un emendamento che critica Roma. Manovre per ostacolare l’asse Ecr-Popolari.Lo speciale contiene due articoli Mai più allarme «zingari» dagli altoparlanti della metropolitana di Roma. E già che ci siamo, lotta al razzismo, alle discriminazioni basate sul sesso dei passeggeri, sui loro orientamenti sessuali e contro le persone con disabilità. Contro ignoranza e cattiva educazione, ecco i corsi aziendali per diventare persone civili. Ieri l’Atac ha dato il via ad appositi corsi di formazione anti discriminazione per il personale, affidati a un’organizzazione che si batte per i diritti dei gay, dopo che il mese scorso aveva fatto scandalo l’appello contro i borseggiatori, in cui un dipendente aveva usato il termine «zingari». Era il 10 marzo e sulla metro erano stati segnalati diversi borseggi, così un addetto aveva urlato un avvertimento non scritto in cui si diceva «attenti agli zingari» lungo la linea A. Era presente la giornalista Francesca Mannocchi, collaboratrice della Stampa e di La7, che via Twitter aveva immediatamente stigmatizzato l’episodio, parlando di razzismo. Pochi giorni dopo, la scrittrice Giulia Blasi raccontò sui social che su un tram della linea Centocelle-Laziali un macchinista si era lasciato andare ad alta voce a un «Negri di m…». Mentre il responsabile dell’annuncio contro le spettabili borseggiatrici e gli stimati borseggiatori era stato immediatamente identificato e sottoposto a procedimento disciplinare, del macchinista cafone non si è saputo più nulla. In ogni caso, ieri, è partito in Atac questo corso di rieducazione per personale viaggiante e amministrativo dal titolo «Il valore delle differenze», contro «razzismo, sessismo, abilismo e omolesbobitransfobia», che riprende un ciclo di lezioni già andato in scena in via sperimentale tre anni fa, per verificatori e bigliettai. Il corso è stato affidato ad Agedo, una Onlus che dal 1992 si occupa di mettere in contatto genitori, parenti e amici di persone lesbiche, gay, bisessuali e trans. E l’iniziativa ha ovviamente la benedizione del Comune e del sindaco, Roberto Gualtieri, che si era molto indignato sulla storia degli «zingari» e aveva definito l’episodio «inammissibile e inaccettabile». La politica ha immediatamente messo il cappello sull’iniziativa partita ieri, che offre finalmente l’occasione di essere tutti più buoni anche con Atac, nota in tutta Italia per il livello di disservizio, tra guasti e mezzi che vanno a fuoco o che non passano mai. Michela Cicculli, consigliere comunale di Sinistra civica ecologista, e Giovanni Zannola del Pd, hanno scritto in una nota che «in Atac parte un importante percorso formativo contro ogni forma di discriminazione [...]. L’obiettivo è quello di promuovere anche in questo settore l’attenzione al tema delle differenze, un’iniziativa particolarmente importante per Atac, dove operano migliaia di lavoratrici e lavoratori che in molti casi si trovano a contatto diretto con la cittadinanza». Lo scopo dei corsi è quello di «favorire un ambiente inclusivo, accogliente, non giudicante e di prevenire ed evitare ogni episodio di discriminazione interno ed esterno». Non solo in Atac, perché il progetto è quello di tenere corsi identici un po’ in tutte le municipalizzate di Roma.E in effetti, in questa Atac più «inclusiva» e «accogliente» c’è proprio il buonismo etereo del sindaco, il sorridente borgomastro con la chitarra in mano che finora non è minimamente riuscito a incidere su traffico e sporcizia della Capitale. Per tornare all’episodio dello scandalo, i romani sanno benissimo (i turisti un po’ meno) che su bus e metro devono stare attenti a portafogli, borse e zainetti perché sono all’opera bande di borseggiatori e scippatori di tutte le etnie. Forse a questo punto non sarebbe male che Comune e Atac, che in fondo avrebbero come core business la soddisfazione e la sicurezza di cittadini e passeggeri, tenessero anche dei corsi ai passeggeri per imparare a difendersi dalle molte mani leste in azione. I corsi partiti ieri non sono comunque una novità assoluta, perché 11 anni fa la stessa Atac aveva firmato una convenzione con Unar, l’Ufficio nazionale anti discriminazioni, che nel 2017 sarebbe stato coinvolto nello scandalo delle saune gay, per promuovere attività formative e organizzare insieme convegni e seminari di studio. Insomma, passano gli anni, e la cosmesi sui trasporti romani non cambia. Chi prende la metropolitana sperimenta tutti i giorni problemi che non sembrano indignare Gualtieri e sui quali sembra antipatico organizzare seminari e formazione coinvolgendo le Onlus amiche. I tasti dolenti sono sempre quelli dei ritardi, della scale mobili e degli ascensori che non funzionano, della sporcizia, delle stazioni chiuse e dei lavori che non finiscono mai. E qui non c’entra imparare a convivere con i passeggeri di etnia rom. Atac resta uno dei buchi neri della Capitale, anche finanziariamente, con il Comune che ha appena dovuto staccarle un assegno aggiuntivo da 40 milioni per il 2023, in modo da impedire il minacciato taglio delle corse. In totale, la municipalizzata assorbe circa 570 milioni l’anno. Almeno in vista del Giubileo 2025, l’Atac andrebbe risanata e rimessa in carreggiata. Al momento, c’è solo la garanzia che dagli altoparlanti verranno diffusi messaggi altamente inclusivi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mai-piu-avvisi-anti-rom-sulla-metro-per-rieducare-latac-ce-la-onlus-lgbt-2659888601.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ue-choc-litalia-discrimina-i-gay" data-post-id="2659888601" data-published-at="1682016100" data-use-pagination="False"> Ue choc: «L’Italia discrimina i gay» Tanta fibrillazione per un emendamento, rivela l’ennesimo tentativo di screditare l’Italia a guida centrodestra. Ieri, le edizioni online sembravano impazzite nel riportare che il Parlamento europeo ha approvato una mozione che «condanna fermamente la diffusione di retorica anti diritti, anti gender e anti Lgbtq da parte di alcuni influenti leader politici e governi nell’Ue, come nel caso di Ungheria, Polonia e Italia». Chiariamo subito che all’ordine del giorno, mercoledì a Strasburgo, c’era la votazione per una Risoluzione sulla depenalizzazione universale dell’omosessualità alla luce dei recenti sviluppi in Uganda, dal momento che l’Ue è «profondamente preoccupata» per l’approvazione di un disegno di legge contro l’omosessualità da parte del Parlamento ugandese, che introduce pene severe, compresa la pena di morte. Legittima posizione, passata a stragrande maggioranza (con 416 voti a favore, 62 contrari, 36 astenuti) e che è stata trasmessa al governo ugandese, così pure agli altri Paesi «che ancora criminalizzano l’omosessualità e l’identità transgender» come il Ciad, il Brunei, la Nigeria. Al punto 19, tanto per allargare il discorso anche fuori dal contesto Uganda, era espressa preoccupazione «per gli attuali movimenti globali anti diritti, anti genere e anti Lgbtq, alimentati da alcuni leader politici e religiosi in tutto il mondo, anche all’interno dell’Ue». Per Kim Van Sparrentak, a nome dei Verdi/Alleanza libera europea e per Malin Björk della Sinistra, non bastava, bisognava puntare il dito su alcuni Paesi e hanno così proposto un emendamento, in cui venissero citate Ungheria, Polonia e Italia. L’aggiuntina della riga: «such as in Hungary, Poland and Italy» è passata, con 282 voti a favore, 235 contrari e 10 astenuti, la qual cosa chiarisce bene quanta poca unità parlamentare ci sia stata nell’accoglimento della modifica. Diciamola tutta, si è verificata una spaccatura della maggioranza Ursula al momento della votazione di quell’emendamento. Il Ppe avrebbe dato indicazione di non votarlo, in quanto «estraneo allo scopo d’urgenza» della risoluzione, tutta incentrata sull’Uganda. Che bisogno c’era di parlare dell’Italia, in un contesto di condanna della violenta repressione degli Lgbtq? Chiara Gemma di Fratelli d’Italia ed eurodeputata del gruppo Ecr, ha definito «vergognoso» l’attacco concertato nei confronti dell’Italia. «Strumentalizzare le recenti vicende dell’Uganda e delle leggi discriminatorie sull’omosessualità, che prevedono addirittura la pena di morte, su cui naturalmente noi non possiamo che ribadire la nostra più ferma e totale condanna, tirando in mezzo l’Italia è una vergogna», ha tuonato. Per poi aggiungere: «Solo pensare che nel nostro Paese esista la volontà di diffondere tale retropensiero da parte di alcuni leader politici viola qualsiasi regola del buonsenso e dell’obiettività. I fatti provano che l’operato quotidiano del nostro governo non abbia mai favorito nessuna discriminazione basata sull’inclinazione sessuale». Ovviamente, ha esultato il dem Alessandro Zan, sostenendo che «per la prima volta oggi il Parlamento europeo ha esplicitamente condannato il governo italiano, insieme a quello dell’Ungheria di Orbán e della Polonia di Duda». In realtà, quello che si cerca di nascondere è il tentativo di mettere in difficoltà il Partito popolare europeo, nell’alleanza sempre più stretta con i Conservatori e riformisti europei (Ecr), proiettata anche alla guida dell’Ue nei prossimi anni. Un’astuta manovra per mostrare quanto sarebbe imbarazzante un partenariato Ppe-Ecr, già concretizzato in Italia, se il nostro Paese risulta non rispettoso dei diritti Lgbtq. Poco importa che sia una falsità, evidente agli occhi di tutti. Il centrosinistra le sta tentando tutte, per mantenere la sua egemonia ai vertici europei.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast dell'11 febbraio con Carlo Cambi
Sul decreto per inviare nuovi aiuti militari all’Ucraina il governo pone, per la prima volta, la fiducia. Il motivo? Capire fino a che punto è disposto a spingersi Futuro nazionale, il partito del generale Roberto Vannacci, contrario all’invio a Kiev di nuove armi, che annovera tra le sue fila tre deputati: Edoardo Ziello e Rossano Sasso, fuoriusciti dalla Lega, e Emanuele Pozzolo, ex Fdi. L’annuncio della questione di fiducia è stato dato ieri mattina a Montecitorio dal ministro della Difesa Guido Crosetto: «La questione di fiducia», ha detto Crosetto, «obbliga tutti i rappresentanti della maggioranza a dire, su un tema politico così rilevante, che continuano ad appoggiare il governo. È un atto che dà ancora più forza. Non è un modo per scappare da una crisi interna». La chiama per il voto di fiducia è in programma oggi a partire dalle 13 e 30, le dichiarazioni di voto inizieranno alle 11 e 50. La tesi dell’opposizione, e pure di Fn, è che la questione di fiducia serva a evitare la discussione degli emendamenti che chiedono lo stop agli aiuti militari a Kiev presentati dagli stessi vannacciani, dal M5s e da Avs, ma è una tesi che non convince più di tanto: mentre infatti pentastellati e sinistra voteranno tranquillamente contro la fiducia, adesso sono i tre moschettieri del generale a dover decidere cosa fare: astenersi o votare contro, infatti, significa uscire dalla maggioranza, e a quel punto chi sa se mai più potranno essere accolti nel centrodestra. Non a caso, prendono tempo: «Cosa voteremo domani (oggi, ndr) in Aula? È oggetto di decisione del nostro capo, il generale Vannacci, che ho avuto modo di sentire e che mi ha confermato che sarà lui sostanzialmente a darci una indicazione prima della chiama nominale». «Siamo in una fase di valutazione tra la nostra componente parlamentare e il presidente del partito, Vannacci», conferma Rossano Sasso, «e domani (oggi, ndr), prima di arrivare in Aula per la famosa chiama, ve lo faremo sapere».
Vi faremo sapere: le acrobazie dialettiche dei neo futuristi nazionalisti stridono un po’ coi modi spicci e franchi di Vannacci, ma l’effetto sorpresa può anche essere un modo per conquistare le prime pagine dei giornali di oggi. In termini numerici, se i tre dovessero uscire dalla maggioranza, i problemi per il centrodestra ci sarebbero ma non gravissimi; dal punto di vista politico, però, si sancirebbe quella spaccatura a destra che è stata un po’ l’incubo nascosto della coalizione di governo, perché Futuro nazionale, con le mani libere, potrebbe intercettare un po’ di elettori delusi dalla postura totalmente filo Ucraina e assai filo Ue del governo guidato da Giorgia Meloni. Vannacci però sa bene che il prezzo da pagare per la rottura sarebbe alto: a quel punto soprattutto la Lega, bersaglio degli attacchi di Fn, avrebbe tutte le ragioni per mettere il veto a qualsiasi futura alleanza con gli scissionisti, che ieri, attorniati da tante telecamere come non era loro mai accaduto, hanno srotolato pure il canonico striscione: «Stop soldi per Zelensky, più sicurezza per gli italiani». C’è anche qualche osservatore assai fantasioso che ipotizza che la nascita di Fn serva invece a tenere gli scontenti di destra nell’alveo di un partito che sarà comunque nel centrodestra alle prossime politiche del 2027: scenario totalmente da escludere se non fossimo in Italia, Paese dei dietrofront politici per antonomasia. «Noi siamo interlocutori del centrodestra», argomenta un assai cauto Sasso, «e faremo di tutto per non far vincere Schlein, Fratoianni e Conte».
«Cosa faranno i deputati di Vannacci? Non lo so, dai frutti li riconosceremo, come dice il Vangelo», risponde a precisa domanda Crosetto, citando l’apostolo Matteo. La parabola in questione recita così: «Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci». Pecore o lupi rapaci, i vannacciani? Oggi sapremo. Ciò che invece già sappiamo è che a sinistra c’è poco da gioire per le tensioni nella maggioranza: in politica estera, come noto e sancito ancora una volta dagli emendamenti presentati, M5s e Avs sono contrari all’invio di altre armi in Ucraina, mentre il Pd è favorevole. Come di consueto, a spargere sale sulle ferite dem è la vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno, ormai leader di fatto dell’opposizione interna alla segretaria Elly Schlein: «M5s, Avs e i deputati di Futuro nazionale», scrive la Picierno sui social, «hanno presentato una serie di emendamenti per cancellare la proroga dell’invio di aiuti militari all’Ucraina. L’ennesima pagina vergognosa e preoccupante per il nostro Paese. Possibile che un pezzo del campo largo abbia le stesse posizioni di Vannacci?». È evidente che l’ala picierniana del partito si prepara a rinnovare il veto del 2022 a un’alleanza col M5s. I titoli dei giornali di oggi saranno sulla spaccatura nel centrodestra, ma la voragine che divide il campo avversario è assai più pericolosa.
Ucraina nell’Ue, Bruxelles cerca scorciatoie per aggirare i veti
Bruxelles sta cercando degli escamotage per far sì che l’Ucraina aderisca all’Unione europea già il prossimo anno, pur senza aver completato le riforme necessarie.
Nella convinzione che la procedura accelerata sia urgente, alcuni funzionari e diplomatici europei hanno rivelato a Politico che una delle opzioni sul tavolo è il cosiddetto «allargamento inverso»: prima si aderisce e successivamente si inseriscono man mano gli obblighi e i diritti. A parlare di questo modello inedito lo scorso venerdì, secondo un diplomatico, sarebbe stata la stessa presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen.
Questa mossa senza precedenti prenderebbe in considerazione alcune fasi. Da una parte, l’attenzione di Bruxelles è rivolta alla preparazione dell’Ucraina e quindi al lavoro che deve svolgere sui cluster negoziali. Dall’altra parte, si starebbero discutendo le modalità con cui rendere più snello il procedimento di adesione all’Ue e quindi la nuova idea dell’«allargamento inverso». Ma con l’opposizione del premier ungherese, Viktor Orbán, all’adesione di Kiev, il piano di Bruxelles includerebbe le opzioni con cui aggirare il suo veto, analizzando diversi scenari. Gli occhi dell’Ue sono infatti puntati sulle prossime elezioni in Ungheria, che si terranno ad aprile: se Orbán dovesse perderle, la speranza è che il suo rivale, il leader del partito di opposizione Tisza, Peter Magyar, abbia un atteggiamento diverso. Ma qualora Orbán venisse confermato premier, il piano B di Bruxelles si appoggerebbe sul presidente americano, Donald Trump: visto che l’adesione dell’Ucraina è inclusa nei 20 punti del piano di pace, l’aspettativa è che il tycoon eserciti il suo ascendente sul leader ungherese, facendogli cambiare idea. E se anche quest’opzione dovesse fallire, l’ultima spiaggia di Bruxelles si chiama articolo 7 del Trattato Ue: è lo strumento con cui si sospendono i diritti di uno Stato membro, incluso quello di voto.
Di certo le visioni di Bruxelles non intralciano l’appoggio di Washington a Orbán, anche in vista delle elezioni: nei prossimi giorni il segretario di Stato americano, Marco Rubio, sarà proprio in Ungheria per «rafforzare gli interessi bilaterali e regionali comuni».
Non è invece ancora chiaro quando si terranno i prossimi trilaterali tra gli Stati Uniti, la Russia e l’Ucraina. Secondo il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, il prossimo round di colloqui si svolgerà a breve, ma «non ci sono ancora date specifiche». Che ci sia «ancora molta strada da fare» per arrivare a un accordo ne è convinto il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov. In un’intervista rilasciata a Ntv, ha infatti sottolineato: «Non dobbiamo lasciarci andare a una percezione entusiastica di ciò che sta accadendo, cioè che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, abbia messo in riga gli europei e Volodymyr Zelensky pretendendo che obbediscano». Tra l’altro, il viceministro della diplomazia russa, Alexander Grushko, ha ricordato che l’accordo di pace, oltre a dover «tenere conto degli interessi di sicurezza dell’Ucraina», deve anche garantire quelli «della Russia».
Nel frattempo prosegue l’attività del presidente francese, Emmanuel Macron, per aprire un canale di comunicazione con Mosca, senza «delegare» Washington, visto che «la Russia si trova alle nostre porte». Sempre specificando che lo zar russo Vladimir Putin «non vuole la pace», Macron ha dichiarato che il dialogo con Putin deve essere «ben organizzato con gli europei», ma deve anche avvenire senza «troppi interlocutori, con un mandato preciso e una rappresentanza semplice». Dall’altra parte il Cremlino, tramite Peskov, ha confermato che ci sono stati dei primi «contatti» con Parigi e che «ciò, se desiderato e necessario, aiuterà a stabilire rapidamente un dialogo al massimo livello».
Continua a leggereRiduci